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23/01/2019

Aquisgrana. Il secondo trattato, ossia l’ultima capitolazione

Leggere valutazioni sul trattato di Aquisgrana, tra Francia e Germania, alla sola luce – terribilmente fioca e fatua – delle frasette sparate da Di Maio, Salvini o Di Battista, è una perdita di tempo.

Perché quel trattato ha una sua ambiziosa consistenza (ripristinare il “motore a due” dell’Unione Europea, ma nel momento peggiore di entrambi i contraenti, sia sul piano economico e sociale che politico) e prospettive niente affatto positive per il resto dell’Europa. E, contemporaneamente, nessuna realistica proiezione geopolitica globale.

Per aiutare anche i nostri lettori a farsi un’opinione più fondata, in attesa del nostro “pezzo”, consigliamo questo editoriale di Guido Salerno Aletta, apparso ieri su Milano Finanza.

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La geopolitica europea, disegnata dopo la prima e la seconda Guerra mondiale, avrà d’ora in poi una configurazione anche formalmente diversa. Mai come stavolta, con la firma odierna del “Trattato di cooperazione ed integrazione tra la Francia e la Germania”, mentre si finge di colmare le distanze tra i due Paesi, rese sempre più profonde dallo squilibrio commerciale e finanziario crescente tutto a sfavore della Francia, che è un vero ostaggio della Germania, si crea una diarchia che intende dominare l’Europa, dopo la Brexit.

L’elenco delle materie in cui i due Stati si impegnano a condividere le posizioni è lunghissimo: dalla politica estera agli interventi militari, alle iniziative nell’ambito della Unione europea, fin quasi a far “sparire le frontiere” come avrebbero voluto i tedeschi. Un blocco teoricamente coeso, che marcia verso la federazione tra i due Stati, che nulla ha a che vedere con il disegno dell’Unione che si fonda su di un assetto in cui ciascun partecipante rimane indipendente e sovrano, pur condividendo e delegando quote di potere a Bruxelles.

Si sancisce formalmente, si istituzionalizza l’asse personale tra la Cancelliera Angela Merkel ed il Presidente francese François Sarkozy che ha dominato le politiche europee dopo il 2010. La Gran Bretagna, nel bene e nel male, era sempre stata la spina nel fianco di una Unione continentale in cui l’asse franco-tedesco basato sull’euro ha cementato le spinte centrifughe, evitando i riequilibri valutari “a metà strada” tra svalutazioni e rivalutazioni, creando una gabbia da cui è impossibile uscire, a meno di costi rilevanti ed impredittibili.

E’ una mossa disperata, nonostante le fanfare, di fronte alla disgregazione del quadro europeo, alla politica americana che chiede la partecipazione concreta alle spese della Nato ed il ribilanciamento delle partite commerciali, mentre mantiene ferma la netta ostilità verso la Russia che impedisce un più generale rimescolamento delle carte.

Il terrore tedesco sulla tenuta dell’Unione è cresciuto, incontenibile, dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, perché questo dato è comunque irreversibile. Quale che sarà il contenuto finale dell’Accordo di recesso e delle successive nuove relazioni economiche, mai più i rappresentanti del popolo inglese siederanno a Strasburgo e saranno membri attivi nella definizione delle politiche europee.

L’export, con un surpls stratosferico, è messo a rischio dalla svalutazione della sterlina se non dai futuri dazi. Solo l’aggancio definitivo e formale della Francia, che per parte sua sa bene che in queste condizioni non potrà mai riequilibrare il suo gap economico con la Germania, può garantire a Berlino la presa sull’Unione che si disgrega. Bisogna far presto, tagliare i tempi, creare ancora una volta meccanismi istituzionali che rendano inutili le rappresentanze parlamentari, per via della superiore gerarchia riconosciuta ai Trattati internazionali.

La Francia teme di non avere altra scelta: ha una dipendenza economica e finanziaria incolmabile rispetto alla Germania, cui si è legata con l’euro; ha urticato inutilmente la Gran Bretagna con i negoziati sulla Brexit, cercando di sottrarre affari alla City per portarli a Parigi; mantiene nei confronti dell’Italia un atteggiamento di supponenza anziché di assai più utile cooperazione per allentare il cappio di Berlino.

Il disegno geopolitico è chiaro: si vorrebbe creare una alleanza strategica, basata sul controllo di un asse obliquo che sull’emisfero va da sud-ovest a nord-est: che metta insieme la dominanza francese in Africa, che parte dal Golfo di Guinea ed arriva sino al Mediterraneo con Algeria, Marocco, Tunisia e sperabilmente Libia, con quella tedesca che include l’Austria, la Repubblica Ceca e la Slovacchia, con il contorno degli Stati balcanici fino alla Grecia. Isolando l’Italia da una parte ed il Gruppo di Visegrad dall’altra.

Nei confronti della Germania, il sogno francese è presto detto: vorrebbe sostituire l’Italia come sub-fornitrice nel settore della manifattura meccanica, mantenendo invece la leadership nel campo dell’industria militare e conquistando quella della tecnologie avanzate: informatica ed intelligenza artificiale.

Mentre le elites di Francia e Germania coltivano questi propositi, la realtà va avanti in modo ben diverso: la protesta dei Gilets jaunes non accenna a placarsi, nonostante la minore partecipazione alle manifestazioni per via del timore della popolazione di essere coinvolta nella violenza dei disordini.

Il silenzio della Germania è plumbeo: una stagione gloriosa di export sconfinati verso la Gran Bretagna e gli Usa è agli sgoccioli. Washington non farà sconti di sorta: le imprese tedesche dovranno andare a produrre negli Usa. E comunque, in ogni caso, una accordo commerciale tra Washington e Pechino travolgerà l’Europa. Di Occidente ce n’è uno solo, e non è l’asse franco tedesco.

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