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venerdì 18 gennaio 2019

Crisi di egemonia? Riprende la corsa gli armamenti


Ogni crisi economica di lunga durata genera, quasi in automatico, pulsioni verso la guerra. Succede quasi sempre quando la potenza che era egemone sul piano economico, e dunque anche su quello militare, vede cadere questo suo primato in virtù della crisi.

Gli attuali movimenti sui mercati internazionali segnalano che l’egemonia statunitense sul mondo non è più incontrastabile, né la governance politica particolarmente lucida. E, sul piano economico-finanziario, è ormai emersa una potenza che sul medio periodo appare in grado di sopravanzare gli Stati Uniti.

Alcuni di questi movimenti, come abbiamo già indicato ai nostri lettori, testimoniano per esempio che per « i mercati » sta diventando determinante ciò che fa la Cina, non cosa decidono la Federal Reserve Usa o, ancor meno, l’Unione Europea e la Bce.

Pecunia non olet, si dice, quindi è logico che il business segua le tracce delle opportunità di profitto senza porsi altri problemi; e l’Asia a centralità cinese è certamente oggi l’unico continente dove è presente una domanda solvibile e in crescita, in virtù di una crescita anche salariale che va sostituendo Usa ed Europa come «spugne» della produzione di merci globale.

Per la potenza declinante – oggi gli Usa, 30 anni fa la Russia – si pone il problema di come impedire o rinviare al massimo il sorpasso. E dunque la tentazione di «muover guerra» prima che la nuova potenza egemone raggiunga lo stesso livello anche militare – i tempi di sviluppo degli armamenti non sono mai brevissimi – diventa fortissima.

Naturalmente, questa tentazione deve fare i conti con arsenali esistenti tale da poter distruggere più volte il pianeta e non garantire a nessuno la possibilità di vincere (mutua distruzione assicurata). Ma la fantasia malata dei militari di professione viene sempre sollecitata a immaginare nuove armi in grado di scatenare il first strike annichilente l’avversario, in modo da evitare l’inevitabile ritorsione.

Uno dei pochi generali pensati del misero panorama militare italico, Fabio Mini, è stato intervistato da Il Sussidiario e ha chiarito alcuni tempi della nuovissima ripresa della corsa agli armamenti. L’occasione è data dalla decisione di Trump, ieri, di avviare nuovi progetti in grado di tutelare gli Stati Uniti, in particolare dai nuovi missili iperbolici non intercettabili di Cina e Russia, dispieganti nello spazio – in orbita – nuovi ordigni e sistemi di controllo.

E’ indicativo che una decisione del genere arrivi nelle stesse ore in cui il presidente degli Stati Uniti è costretto a disertare l’annuale raduno di Davos, in Svizzera, a causa dello shutdown federale (non essendo stata approvata dal Congresso la legge di bilancio per il nuovo anno, sono bloccate tutte le spese federali “non ordinarie”). Crisi economico-politica e tendenza alla guerra vanno a braccetto come in un valzer...

Mini fa risalire la nuova escalation militare – sul piano dei progetti per il futuro – al 2007, “quando i cinesi dovettero abbattere un loro satellite che stava precipitando sulla Terra. Gli americani, che erano convinti di avere il monopolio militare dello spazio, dovettero rendersi conto che non era più così.”

La Cina è ancora indietro, da questo punto di vista, perché “la Cina preferisce per adesso muoversi in altri ambiti piuttosto che militari: su quello commerciale, finanziario e dell’innovazione tecnologica. Per anni la Cina ha copiato i modelli tecnologici dall’America e dall’Europa ma da 5-6 anni ha avviato un proprio sviluppo tecnologico con materiali e strategie diverse da quelle solite”.

Ma l’elemento più importante ci sembra il cambiamento di approccio nell’approntare le strategie militari: “oggi non è più la deterrenza ad evitare lo scontro, adesso si tratta proprio di provocazione”. Nel senso che “Una volta ci si armava per impedire che l’avversario colpisse per primo. In realtà non era vero neanche allora, perché Usa e Urss erano entrambe pronte a sparare per prime. Adesso l’intenzione o il messaggio che viene inviato è quello di possedere le capacità di sopravvivere a un attacco a sorpresa e quindi di rispondere; non è più deterrenza, è una dichiarazione di intenti”.

E’ una dinamica in cui, comunque, l’Unione Europea non conta un tubo: “noi europei siamo fuori dai giochi. Tutta l’Europa, e non solo, è un probabile obiettivo: noi siamo dalla parte dei bersagli.”

Una condizione militare che la dice lunga sulle possibilità oggettive che le aspirazioni tedesche – mascherate attraverso il sistema di trattati europei, che pure prevedono un aumento delle spese militari mentre si debbono obbligatoriamente tagliare quelle sociali, secondo i criteri di una “austerità asimmetrica” – possano essere realizzate. In mancanza di uno Stato federale classico (condivisione delle politiche fiscali, salariali, industriali e relativi costi da redistribuire in modo tendenzialmente omogeneo in tutta l’area controllata), anche la “costruzione della forza” procede secondo una defatigante serie di stop and go, sottoposta a trattative continue.

Una dinamica comunque molto veloce per i soggetti sociali e politici che perseguono un cambiamento sociale radicale, ma estremamente lenta se confrontata alla linee di comando centralizzate di Usa, Russia e Cina.

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