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giovedì 24 gennaio 2019

Venezuela - Un punto di non ritorno

Juan Guaidó si è proclamato presidente ad interim del Venezuela. Lo ha fatto da un palcoscenico prima che la sua base sociale si mobilitasse a Caracas. Così ha assicurato che i fili conducono ad un governo di transizione sconosciuto fino al 5 gennaio, ed ha assunto la presidenza dell’Assemblea nazionale per la casualità della rotazione dei partiti.

Poi è arrivato un tweet inaspettato fino a pochi minuti prima: Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti, ha annunciato che Guaidó veniva riconosciuto come il presidente legittimo. Subito lo hanno seguito chi già si sapeva che lo avrebbe fatto: Iván Duque e Jair Bolsonaro. Questo completa la sequenza programmata, il punto di non ritorno. Da questo momento il conflitto è entrato in una nuova pericolosa fase: il piano annunciato dalla destra, diretto dall’esterno, può essere realizzato solo attraverso un approfondimento della violenza.

L’annuncio era previsto. In effetti il ​​giorno prima il vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence, aveva registrato un video in cui chiedeva la mobilitazione di questo 23 gennaio e dava la sua benedizione a Guaidó. Marco Rubio, membro del Congresso repubblicano, nella crociata contro Cuba e Venezuela aveva nel frattempo inviato tweet con minacce contro Nicolas Maduro: “Non iniziare una lotta con chi che ha già dimostrato che intraprenderà azioni di là di quanto qualcuno pensa sia possibile.”

In questo modo è stato dichiarato il colpo di stato. La domanda è: come farà a materializzarsi, vale a dire rimuovere con la forza Nicolas Maduro? Una cosa è annunciare e un’altra è costruire un rapporto di forze sufficiente a farlo.

In questa cornice gli occhi sono posizionati su alcune variabili centrali. Primo, come si evolverà il fronte esterno. L’Assemblea nazionale ha inviato un rappresentante presso l’Organizzazione degli Stati Americani, come rappresentante del “nuovo governo” e già si prevede che gli Stati Uniti annuncino nuove misure per tradurre in azioni concrete il riconoscimento di Guaidó.

Secondo, le strade. Questo 23 gennaio la destra ha dimostrato di aver riacquistato la capacità di mobilitazione, qualcosa che non aveva raggiunto nell’agosto 2017. Questa è la dimensione pubblica delle azioni di piazza, trasmessa e amplificate a livello internazionale. Insieme a questo ci sono gli atti di violenza commessi dal pomeriggio fino al mattino presto, come è avvenuto lunedì, martedì, mercoledì.

Quest’ultima dimensione è centrale: le azioni di piazza vengono presentate come spontanee nella comunicazione mentre si tratta di azioni previste, attivato da gruppi armati, malandros pagati per attivare azioni di fuoco, assedi, tentativi di coinvolgere gli abitanti delle zone popolari, generando una sensazione di dissoluzione dell’esperienza Chavez e traslandola verso il potere della destra. Questa attività aumenterà, con la possibile attivazione di forze paramilitari e con livelli superiori a quelli presentati nel 2017. Ci saranno più morti, e questo è parte della trama del colpo di stato.

Il chavismo si trova ad affrontare la questione di come trattare con la offensiva nazionale e internazionale, che cerca di rompere le Forze Nazionali Armate Bolivariana, promuovere zone di conflitto sul confine per giustificare le azioni di fattore di potenza centrale come la Colombia, far collassare l’economia e spingere la popolazione verso scontri civili.

Il primo passo della resistenza è stato quello di mobilitarsi il 23 gennaio dimostrando che il chavismo non ha perso la sua capacità di stare in piazza. Quello stesso movimento ha dimostrato che l’unità è stata mantenuta, il che è fondamentale in queste circostanze. “Non accettiamo un presidente espresso all’ombra di interessi scuri o auto-proclamatao al di fuori della legge. Le FANB difenderanno la nostra Costituzione e sono il garante della sovranità nazionale”, ha scritto Vladimir Padrino López, ministro della Difesa.

Per quanto riguarda le risposte diplomatiche, sono state date quelle previste: il governo ha rotto i rapporti con gli Stati Uniti, mentre la Russia ancora una volta ha dichiarato il proprio riconoscimento di Nicolas Maduro come presidente. Il conflitto venezuelano è geopolitico.

Insieme a questo vi è la necessità di evitare di cadere nelle provocazioni della destra che, a differenza di 2017, ha iniziato a portare il conflitto nei quartieri popolari. Ci si deve aspettare una escalation di violenza in diverse parti del paese, un assedio armato di villaggi e quartieri, presentati come pacifici, lavorando con gran rumore attraverso le reti sociali e i network.

Per quanto riguarda l’Assemblea nazionale, c’è la domanda su cosa fare. E’ stata dichiarato illegale dalla Corte Suprema, ma come affrontare la dichiarazione di un governo parallelo che è una dichiarazione di guerra? Sciogliere e indire nuove elezioni significherebbe sicuramente spegnere un incendio con la benzina, ma consentire di far avanzare il loro piano di colpo di stato è un’opzione? Le risposte sono complesse, contemplano più fattori contemporaneamente, un vantaggio pericoloso.

Il Venezuela è entrato in una fase che non sembra avere un punto di ritorno. Il piano annunciato da Guaidó, diretto dagli Stati Uniti, può materializzarsi solo attraverso la violenza. Cercano i modi, gli attori. Per quanto riguarda i tempi essi sono accelerati. La sola sfera del diritto non sembra in condizioni di mantenere un conflitto con queste caratteristiche per un lungo periodo a livello nazionale. Il 2017 ha dimostrato che la violenza prolungata può far perdere la legittimità e isolare il colpo di stato.

Tutti i tipi di eventi possono svilupparsi da questo momento, dal più piccolo come un fuoco a un fatto di grande impatto che funge da catalizzatore. In qualsiasi momento. È il loro terzo assalto violento in cinque anni e pensano di potersi imporre. Ha un rilievo internazionale decisivo in questo caso, ed ha anche a suo favore l’usura prodotta dal quadro economico. Contro questo c’è il Chavismo, un movimento che viene ripetutamente sottovalutato, che ha dimostrato intelligenza e manovrabilità democratica anche in scenari che sembravano ormai persi.

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