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21/01/2019

Il naufragio delle promesse pensionistiche: quota 100 ridotta al nulla

Il totale cedimento alla disciplina fiscale europea da parte del governo italiano, condito da una ridicola contrattazione fatta di muscoli e pugni sul tavolo evaporati nel nulla di una vuota retorica, ha portato ad un drastico ridimensionamento del la previsione di deficit, dal 2.4% al 2.04% del PIL. Cerchiamo in particolare di vedere cosa è rimasto, all’interno della Legge di bilancio, della promessa di eliminare la famigerata Legge Fornero e sostituirla con ‘quota 100’.

Il relativo decreto legge indica, nella parte dedicata ai provvedimenti in materia pensionistica, che: “In via sperimentale, per il triennio 2019-2021, gli iscritti (…) all’INPS (…) possono conseguire il diritto alla pensione anticipata al raggiungimento di un’età anagrafica di almeno 62 anni e di un’età contributiva di almeno 38 anni”. Le primissime parole lasciano davvero stupefatti! Un provvedimento in materia pensionistica che per propria natura e logica non potrebbe che avere carattere strutturale a tempo indefinito, salvo colpi di scena fuori programma o salvo tagli di spesa sociale massicci su altri capitoli, decadrà automaticamente dal 2021. Dal 2022 ‘quota 100’ sarà solo un ricordo del contingente beneficio temporaneo goduto da tre coorti anagrafiche. Sembra uno scherzo, ma purtroppo non lo è. Ma la farsa non finisce qui.

Poche parole dopo, nel testo, si rimarca che quota 100 è raggiungibile con almeno 38 anni di contributi e almeno 62 anni di età. Tutto fuorché una quota flessibile come sembrava dovesse essere all’inizio: per intenderci, niente pensione a 63+37, 64+36 o 65+35. Si tratta di un elemento che evidentemente restringe di molto la platea di potenziali beneficiari, che infatti passa dagli iniziali 450.000 a 315.000. Inoltre, scompare dal testo ogni riferimento ai 41 anni di contributi come requisito per un accesso universale, indipendente dall’età anagrafica, alla pensione. Rimane invece intatta l’età contributiva, già prevista dalla Legge Fornero, per la cosiddetta pensione anticipata, che per il 2018 era giunta a 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 e 10 mesi per le donne. In questo caso una variazione positiva, ovvero lo sganciamento di tale limite dalla revisione biennale basata sull’allungamento della vita media attesa, viene subito rimangiata dall’introduzione di finestre trimestrali per i lavoratori del settore privato e semestrali per i lavoratori del settore pubblico.

Finestra significa, in gergo, dilazione del momento in cui effettivamente si inizia a ricevere la rendita pensionistica, rispetto al momento in cui si è raggiunto il requisito anagrafico-contributivo per il diritto alla pensione. Lo stratagemma delle cosiddette finestre era già stato usato molte volte in passato come formula strisciante per ottenere aumenti di fatto dell’età pensionabile senza renderlo esplicito. Questa formula occulta viene ora riciclata dal governo pentaleghista come arma di riduzione dell’impatto finanziario della riforma pensionistica. L’introduzione delle finestre trimestrali e semestrali, peraltro, verrà applicata anche all’uscita tramite quota 100, che quindi nella sua concreta attuazione diventerà quota 100 + 3 mesi per i lavoratori del settore privato e quota 100 + 6 mesi per i dipendenti pubblici.

Ma non è ancora finita. A dimostrazione di una riforma che non rappresenta in alcun modo una vera rottura con gli schemi previdenziali del passato, la pensione di vecchiaia, sino al 2018 conseguibile a 66 anni e 7 mesi, non verrà sganciata dalla deleteria misura sancita dalla Legge Sacconi che prevedeva l’adeguamento automatico dell’età di uscita dal lavoro all’evoluzione della vita media attesa.

Con la riforma previdenziale gialloverde resta dunque l’agganciamento tra età pensionabile e vita media. Dal 2019, infatti, la pensione di vecchiaia aumenterà, secondo la logica in essere della revisione biennale, da 66 anni e 7 mesi a 67 anni e, in caso di auspicabile crescita della vita media attesa, continuerà ad aumentare negli anni a venire. Non solo, ma l’attuale testo prevede che persino quota 100, nell’ambito del suo effimero triennio di applicazione, dopo un solo biennio di invariabilità, dal 2021 si adegui, per ciò che riguarda il combinato anagrafico + contributivo, all’eventuale aumento della vita media attesa, potendo quindi divenire ipoteticamente quota 101 per l’anno 2021 (per poi scomparire miseramente dal 2022).

Nel complesso, un provvedimento che già di per sé aveva un carattere di forte parzialità e insufficienza è stato letteralmente stravolto nel merito e, cosa ben più grave, nell’estensione temporale.

Va detto a priori che, ancor prima delle sue clamorose limitazioni appena descritte, la proposta di quota 100 in quanto tale non rompeva in alcun modo il tratto essenziale che caratterizza negativamente il sistema previdenziale italiano, analogamente ai suoi omologhi europei: la logica contributiva.

Questa logica, introdotta dalla Riforma Dini del 1995, impone che un accesso più precoce alla pensione, laddove consentito, sia accompagnato da un taglio della pensione attesa. Aumenti della vita media attesa, inoltre, si riverberano, a parità di età pensionabile, sull’importo della pensione, secondo il concetto per cui ciò che hai risparmiato in vita te lo puoi giocare sul numero di anni che mediamente ti restano da vivere. È una logica perversa che sposta interamente i benefici sociali di un aumento della vita media attesa alternativamente su una riduzione della pensione o su un aumento dell’età di uscita dal lavoro. Se si campa di più, insomma, bisogna lavorare per forza di più o in alternativa accontentarsi di pensioni da fame. Per questo semplice motivo qualsiasi pensione anticipata, dentro la dimensione contributiva, comporta una penalizzazione in termini di pensione ricevuta. La riduzione dell’assegno pensionistico con quota 100 in effetti oscillerebbe tra il 30% e il 35% rispetto alla pensione di vecchiaia ottenuta a 67 anni. Un’enormità!

Sembra incredibile, ma l’elenco di sorprese avvelenate della riforma pensionistica non è ancora concluso e va persino oltre le limitazioni della flessibilità in uscita. Un’altra clamorosa penalizzazione, in questo caso riservata ai soli dipendenti pubblici, è il differimento del godimento del TFS (trattamento di fine servizio, omologo del TFR esistente nei rapporti di lavoro del settore privato) al compimento dei 67 anni per i dipendenti pubblici che opteranno per quota 100. L’attesa per usufruirne per chi uscirà con 62 anni sarebbe addirittura di 5 anni. Si tratta di un provvedimento privo di qualsiasi logica che non sia la riduzione arbitraria di un diritto, finalizzata al risparmio di risorse da parte dello Stato.

Infine, le ultime due ciliegine sulla torta. La prima riguarda l’ennesimo ridimensionamento della perequazione delle pensioni all’inflazione. Le pensioni, essendo fissate per via legale al momento del pensionamento, necessiterebbero di un adeguamento automatico del loro importo alla dinamica dei prezzi futuri. Nel corso degli anni gli adeguamenti sono stati via via sempre più ristretti a partire dalle pensioni più alte, con intensi effetti anche sulle pensioni medie. Dopo anni di varie restrizioni (dalla Fornero a Renzi), dal 2019 la perequazione delle pensioni si sarebbe dovuta finalmente ricalibrare sulla base della Legge 188/2000 con adeguamenti del 100% dell’inflazione per le pensioni più basse, e piuttosto elevati anche per le pensioni medio-alte. Il governo, invece, in continuità con i precedenti, è intervenuto in modo restrittivo anche su questo capitolo fissando per il 2019-21 adeguamenti solo parziali al crescere della pensione, che vengono ridotti addirittura fino al 50% circa dell’inflazione per pensioni pari a circa 2000/2500 euro al mese.

La seconda ciliegina sulla torta è il taglio lineare delle cosiddette pensioni d’oro, operazione di marketing d’accatto voluta dai 5stelle. Per le pensioni che superano la soglia, senza dubbio molto elevata, dei 90.000 euro annui si prevedono tagli lineari arbitrari che andranno dal 10% al 40% del loro importo, in modo crescente al crescere della loro entità. Non è qui in discussione l’indubitabile carattere di privilegio di una pensione di 4000 o 5000 euro al mese o persino cifre più elevate. È però il metodo integralmente arbitrario, che sfugge a qualsiasi logica di progressività universale, ad essere del tutto discutibile, in quanto si colpisce linearmente una singola categoria di redditi, per di più centrati su un’unica fascia generazionale – ovvero redditi da pensione legati per lo più a redditi elevati da lavoro dipendente. Al contempo, nella stessa manovra finanziaria, si riduce la progressività del sistema fiscale tramite la riforma della cosiddetta ‘flat tax’ e non si muove un dito per prelevare risorse né dai redditi da capitale né dalle rendite finanziarie. Insomma, si toglie un po’ di “oro” ai pensionati benestanti spacciandolo per una coraggiosa redistribuzione del reddito.

In conclusione, emergono i contorni di una riforma che non solo non mette in discussione in alcun modo la logica di fondo del sistema contributivo, che ha ridotto le pensioni attese dagli attuali lavoratori ad assegni da fame, ma rinuncia persino ad un’applicazione coerente e duratura dell’unica misura davvero favorevole, seppur in modo intrinsecamente penalizzante, alla grande maggioranza dei lavoratori-pensionati. A tutto questo si aggiungono cavilli diffusi di ulteriore riduzione di benefici, limiti e tagli lineari caotici privi di logiche redistributive universalistiche.

Assistiamo così, anche in questo ambito, a quella che è a tutti gli effetti una riproposizione del quadro generale che questo governo sta disegnando: il consenso derivante dalla astuta cattura del sacrosanto malcontento popolare viene sistematicamente incanalato in provvedimenti che non toccano le logiche ultime della austerità europea, e si rivelano, alla luce dei fatti, nel migliore dei casi, mere operazioni propagandistiche di cortissimo respiro. Tale dinamica si ripresenta persino nella riforma pensionistica, ossia uno dei baluardi principali della propaganda pre-elettorale. Lo stridore tra il ventilato ‘cambiamento’ e la ben più reale e quotidiana ‘continuità’ diviene sempre più assordante.

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