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domenica 20 gennaio 2019

Processo alla Marina Militare: amianto sui marinai. Intervista al dr. Barbieri

Qualche giorno fa si è concluso, presso il Tribunale di Padova, il processo ad alcuni alti ufficiali della Marina Militare. Oggetto del procedimento, la morte di molti marinai per patologie connesse all’esposizione ad amianto: mesotelioma pleurico e tumore al polmone, nello specifico. Le navi ed i sommergibili sono stati, per anni, letteralmente imbottiti di amianto. Chi ha prestato servizio a bordo è stato esposto, oppure era a forte rischio di esposizione, per anni.

Non stiamo parlando di pochi casi ma complessivamente di ben 1.100 marinai prematuramente scomparsi. Una della battaglie più sanguinose che abbia combattuto la marina italiana...

La sentenza è stata però sorprendente: tutti assolti. Ancora più sorprendente è stata la richiesta di assoluzione da parte del pubblico ministero, dopo un processo durato quasi quattro anni ed una inchiesta di quasi quindici.

Il dottor Gino Barbieri è un medico del Lavoro, che in questo processo è stato consulente tecnico delle parti offese. Gli abbiamo chiesto di ricostruire per noi questa storia.

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Dottor Barbieri, iniziamo da capo. Di quale processo esattamente stiamo parlando, visto che sulla vicenda dell’esposizione all’amianto sulle navi militari italiane i procedimenti sono più di uno?

“Questo è il secondo processo alla Marina per le morti da amianto. E’ chiamato Marina 2. Il primo processo, Marina 1, riguardava due morti di Mesotelioma: si è svolto nel 2012. In I° grado sono assolti gli imputati, poi la Corte di Appello di Venezia ha assolto nuovamente perché il fatto non sussisteva. Anno 2015. Poi è intervenuta la sentenza della Cassazione che ha rimandato il processo in Corte di Appello, ed ancora non hanno finito”.

Il processo concluso qualche giorno fa, invece?

“Questo è il cosiddetto processo Marina 2, e riguarda altre vittime. Marina 1 si è celebrato a Padova perché le vittime erano di Padova. Si è poi deciso che tutti i casi che riguardavano la Marina finissero in gestione a Padova, in continuità con il primo processo. A quel punto tutti i malati, provenienti da ogni parte d’Italia, sono confluiti nel Marina 2. Il Pubblico Ministero ha istruito anche il secondo processo. Una lunghissima indagine, oltre dieci anni, nella quale sono confluiti 100 malati. Dopo un lungo lavoro, la Procura ha nominato due consulenti tecnici, il dottor Soffritti – un medico – e il dottor Comba, epidemiologo. Questi due, consulenti del Pubblico Ministero, hanno consegnato una relazione con 100 nomi e cognomi di marinai, quasi tutti morti, con mesotelioma maligno, o tumore al polmone, o asbestosi, o placche pleuriche. Tutti casi di marinai ammalati o morti a causa dell’esposizione all’amianto sulle navi, sui sommergibili o negli arsenali militari. Nell’elenco erano inclusi anche dei civili che lavoravano negli arsenali”.

Perché l’amianto è, o almeno era, utilizzato sulle navi?

“L’amianto era molto usato in ambito militare perché resistente al fuoco, fonoassorbente, coibente e sopratutto poco costoso. Dopo questa consulenza tecnica che riconosceva la causa delle malattie nell’amianto, il PM fa iniziare il processo. Siamo a maggio del 2015. Viene nominato il giudice dottoressa Chiara Bitozzi del Tribunale di Padova, ed iniziano le udienze. Vengo sentito anche io, come consulente delle parti offese. Tanti morti, pochi vivi. Sono stato contattato da uno degli avvocati che difendono le vittime, avvocato Daniela Boscolo Rizzo, e dall’AFEVA, Associazione Familiari Vittime Amianto, anche essa parte civile. In tutto quattro o cinque avvocati delle parti offese, due avvocati della Marina. Io ero l’unico consulente per le parti offese”.

Da parte della Marina Militare, invece?

“La Marina Militare ha nominato due consulenti, i professori Enrico Pira, un medico del lavoro, e Danilo Cotica un igienista industriale, che si sono occupati delle malattie e delle modalità di esposizioni.

A quel punto iniziano una serie lunghissima di udienze, nelle quali si sono raccolte le testimonianze di militari; il processo ha riguardato un gruppo di alti ufficiali della Marina come imputati della mancata protezione della salute dei militari loro sottoposti. Sono stati anche sentiti due esperti di Torino – il prof. Magnani e il dott. Mirabelli – e uno di Firenze – il dott. Silvestri – già consulente in un precedente processo istruito nel tribunale di Torino, dal dottor Guariniello, che aveva fatto una indagine nel 2008 sui malati di mesotelioma nella Marina. Anche io avevo svolto una consulenza in quel processo. Quella inchiesta è finita con una archiviazione”.

Appare un procedimento ampio e complicato, già da questa sommaria descrizione...

“Un processo complesso, difficile, lungo. Questo spiega anche il fatto che dei 13 imputati, ammiragli e capi di stato maggiore della marina, 3 sono morti. A conclusione del processo sono rimasti imputati solo otto alti ufficiali. Per quel che riguarda le vittime, invece, alla fine del processo, delle cento iniziali le conclusioni hanno riguardato solo una ventina di parti offese. Su richiesta dell’avvocato di Afeva io mi sono occupato solo dei quaranta casi di mesotelioma, dei quali solo tredici sono stati oggetto di valutazione del processo, essendo stati esclusi, per varie ragioni, gli altri”.

Quale era il suo punto di vista sulla prevenibilità di questi mesoteliomi?

“Io ho sostenuto che questi mesoteliomi si erano verificati per l’esposizione all’amianto. Le vittime avevano tutte mansioni che prevedevano un contatto continuo con l’amianto. Le navi militari erano imbottite di amianto. I sommergibili ancora di più. Questi marinai avevano lavorato per anni, iniziando anche molto giovani ad essere esposti. Molti di questi sono morti a 50 anni o poco più, di solito gli esposti all’amianto si ammalano più tardi. Per spiegare meglio: a Casale Monferrato – parliamo della tragica vicenda Eternit, ndr – molti dei malati erano già in pensione al momento della diagnosi del tumore. Colpiti dai 60 anni in poi, diciamo. Questi militari iniziavano prestissimo ad essere esposti, ed infatti si ammalavano molto più giovani. Una aspettativa di vita stroncata. Morire a 50 anni non è come morire ad 80 anni. Si tenga presente una caratteristica essenziale di questa esposizione rispetto ai lavoratori comunemente noti. Il marinaio non era esposto ad amianto solo durante la sua attività di lavoro ma era esposto anche nel tempo libero, praticamente 24 ore al giorno. Infatti i locali dove dormiva, dove consumava i pasti, dove svolge altre attività erano sostanzialmente contaminati da amianto”.

Tredici malati “accertati”, dunque, su cento casi presentati all’inizio?

“Questi 13 malati di mesotelioma, gli unici rimasti dopo la scrematura dovuta alla prescrizione o altre ragioni, per me erano diagnosi sicure, contrariamente a quanto affermato per 10 su 13 dal consulente delle difese. Malattie causate certamente dall’esposizione sulle navi o negli arsenali. Stesso parere espresso da Comba e Soffritti, i consulenti del PM”.

Quale era invece la tesi dei consulenti della Marina Militare?

“Lo scenario prospettato dai consulenti della Marina era diverso: dei 13 malati di mesotelioma, 10 erano stati esclusi perché non era certo il mesotelioma, e i restanti 3 non erano ricollegabili con certezza all’esposizione”.

La prima questione che ci viene in mente è quella che riguarda la prevenzione. Immaginiamo se ne sia parlato, nel corso del processo.

“Questa esposizione poteva essere ridotta, si o no? Questi ammiragli potevano fare qualcosa per proteggere i propri sottoposti? Questa la domanda che ho posto sia al Pubblico Ministero dottor Dini, che al Giudice dottoressa Bitozzi. La prevenzione d’altronde è stabilita da apposite norme di igiene del lavoro in generale, ma che riguardano anche la marina militare. La mia risposta è certamente affermativa: sicuramente gli ammiragli potevano, e dovevano attivarsi per proteggere i loro sottoposti. Per i consulenti della difesa questo non era ritenuto possibile: su una nave militare non c’è modo per tempi e spazi di evitare l’esposizione. Siccome si parla di navi e sommergibili, non di una fabbrica, non era possibile fare prevenzione. La natura stessa del tipo di attività svolta a bordo avrebbe reso impossibile la prevenzione”.

E per quel che riguarda il rapporto di casualità tra esposizione e malattia?

“Da una parte io, per quanto riguarda i mesoteliomi maligni, e i consulenti del PM per le rimanenti malattie, abbiamo sostenuto innanzitutto che queste erano delle vere malattie. Ho inoltre sostenuto che questi casi di mesotelioma avrebbero potuti essere prevenuti. Dall’altra la difesa invece affermava che la quasi totalità di queste malattie non aveva una diagnosi certa e se ne metteva in dubbio il nesso causale con l’esposizione all’amianto. Inoltre e in ogni caso gli ammiragli e i vertici della Marina non erano nelle condizioni di poter prevenire questi danni”.

Nonostante la visione comune tra lei e lo staff di periti dell’accusa, è stato proprio il pubblico ministero a richiedere l’assoluzione. Come mai?

“E’ una cosa sconcertante, che ha colpito perfino la stampa. Difficile da comprendere, a partire dall’arringa. Parlo del PM, il dottor Sergio Dini. Esattamente colui che ha spinto per fare indagini lunghe e complesse, durate oltre dieci anni. Colui che ha messo sul banco degli imputati i vertici della Marina Militare. Ebbene, proprio lui ha chiesto al giudice l’assoluzione. Ma la cosa più assurda di tutte è la motivazione, anzi le motivazioni: l’impossibilità di applicare misure di prevenzione sulle navi e sopratutto l’assenza di capacità autonoma di spesa degli ammiragli. Secondo il pm, questi alti ufficiali non avevano la possibilità di gestire danari per ridurre l’esposizione. Beh, è inconcepibile che sia l’accusa a sostenere questa tesi”.

Una tesi che è quantomeno curiosa, dopo quasi quindici anni di indagine...

“La domanda che mi pongo è proprio questa: se il PM sostiene che gli ammiragli debbano essere assolti perchè impossibilitati ad investire in prevenzione, ebbene... non era possibile scoprirlo quattro anni fa, cinque anni fa, o prima ancora, evitando di mettere in piedi un processo costato centinaia di migliaia di euro per la Pubblica Amministrazione? Poteva deciderlo prima e chiedere l’archiviazione. Perché ha deciso solo ora? Il punto cruciale che mi vede sorpreso e dissenziente rispetto alla richiesta di assoluzione, da parte del PM, per non avere commesso il reato, riguarda la prevenibilità di queste malattie. Non condivido la tesi che gli ammiragli non potessero fare nulla per prevenire l’esposizione all’amianto.”

Vuole spiegarci meglio perché?

“Le ragioni sono tre: è vero che il singolo ammiraglio non aveva la possibilità di impedire che nelle navi venisse usato in quantità enorme l’amianto. Questa è una scelta strategica di alto livello, del Ministero della Difesa, fuori dalla portata del singolo ammiraglio. E’ condivisibile. Ma non per questo è possibile affermare che non si potesse fare di più. Cito solo tre punti fondamentali: il primo è l’obbligo di informazione, sancito per legge. I datori di lavoro, e quindi in qualche modo gli ammiragli, dovevano informare i sottoposti che l’amianto è cancerogeno. Questo lo si sapeva dalla seconda metà degli anni sessanta per quel che riguarda il mesotelioma, e dalla seconda metà degli anni cinquanta per quel che riguarda il tumore al polmone. L’informazione è quindi un obbligo in capo ai datori di lavoro e a chi li rappresenta, chi è ai vertici, per cui anche gli ammiragli. Questo obbligo è stato completamente eluso. E’ stato intervistato un ammiraglio, a cui è stato chiesto perché non avesse informato i sottoposti del rischio. La risposta è stata più o meno “ma come facevo a fare informazione se nemmeno io sapevo quanto fosse grande il rischio da amianto e quanto fosse cancerogeno?”. Questo è stupefacente: non parliamo di un marinaio di coperta, magari all’oscuro di certe informazioni. Ma un ammiraglio, figura suprema della gerarchia militare, non sapeva negli anni settanta che l’amianto è pericoloso e cancerogeno? Questo è assurdo, non solo perché la notizia della cancerogenicità dell’amianto in quegli anni era informazione comune ad ogni dirigente, ma addirittura la Marina Militare aveva commissionato all’Istituto della Medicina del Lavoro di Bari uno studio sui propri marinai dell’arsenale di Taranto in seguito al quale venne fuori la notizia di molte patologie da amianto. Fu allora – nel 1978 – che la Marina Militare emanò una circolare nella quale si sottolineava che l’amianto causava gravi malattie e che era necessario prendere provvedimenti per prevenire. Quindi non è vero che in quegli anni non fosse nota la pericolosità dell’amianto. Si poteva e doveva fare informazione, e non è stata fatta”.

Quale è invece la seconda motivazione che la porta ad essere i totale disaccordo con la tesi del pm?

“Il secondo elemento che voglio sottolineare è quello relativo alla protezione dei lavoratori. Se abbiamo navi e sommergibili imbottiti di amianto, se sosteniamo che quell’amianto non si può togliere o sostituire per ragioni tecniche e strategiche, ne deriva un imperativo fondamentale: proteggere chi ci lavora. Come? Fornendogli almeno le mascherine respiratorie, che si usano per impedire l’inalazione di sostanze cancerogene. Sono state messe a disposizione, anche nel loro modello più semplice? No. Erano così costose? Possiamo davvero immaginare che su una nave con 500 marinai imbarcati non fosse possibile spendere dei soldi per comprare scatoloni di mascherine? Dubito che un ammiraglio non avesse la possibilità, il portafoglio di acquistare mascherine dal costo bassissimo ma che, secondo scienza, avrebbero contribuito ad abbattere di molto il rischio, riducendo l’esposizione. Questo non è stato fatto”.

Terzo punto?

“Le misure organizzativo-procedurali: ad un lavoratore, un marinaio che entra nella sala macchine, un elettricista, un meccanico, si dovrebbero indicare in modo chiaro ed imperativo delle procedure di lavoro. Ad esempio non usare l’aria compressa, non usare la paletta con la scopa, proteggersi quando si interviene. Isolare i luoghi contaminati da quelli non contaminati, evitare di svolgere determinate lavorazioni quando ci sono altre persone nelle vicinanze. Queste misure hanno dei costi? Non credo. Stabilire e far rispettare delle procedure non mi pare abbia un costo”.

Per questi motivi, secondo lei gli ammiragli potevano e dovevano intervenire?

“Si. Io ho affermato che gli ammiragli potevano e dovevano intervenire, attivarsi per ridurre il rischio attraverso tutte le strategie possibili. Non sostengo che negli anni settanta un ammiraglio potesse rimuovere l’amianto dalle navi da lui comandate, ma in quegli anni avrebbe ben potuto fare altro di importante, di essenziale. Se ci si fosse attivati in questa direzione, l’esposizione sarebbe diminuita”.

Ma la Marina Militare ha effettuato, o sta effettuando interventi strutturali per risolvere il problema ed evitare altri casi di esposizione?

“Buona domanda: la Marina Militare, quando ha cominciato seriamente ad occuparsi della riduzione del rischio? Ha iniziato a farlo sul serio circa un decennio dopo rispetto a quando avrebbe potuto. Questo ho sostenuto nel processo. Gli interventi preventivi sono iniziati verso la fine degli anni ’80, ed avrebbero potuto essere avviati almeno dieci/quindi anni prima. Questo fa la differenza, perché essere esposti dieci anni di più significa prolungare l’inalazione delle fibre cancerogene che aumentano il rischio. La marina militare inglese ha bandito l’amianto nel 1962. Quella statunitense nel 1972. Nelle nostre navi, in sostituzione dell’amianto potevano essere usati altri materiali, come la fibra di vetro, la lana di roccia. Materiali disponibili dagli anni cinquanta ed ancora prima. Come mai non sono stati utilizzati materiali sostitutivi non nocivi e si è proseguito ad usare l’amianto, chiedendo alla Fincantieri di costruire navi militari che lo contengono fino alla fine degli anni ottanta. Come mai? Perché l’amianto costava meno, era più economico. Anche per questo dissento profondamente dalle argomentazioni del PM. Non condivido l’affermazione che gli ammiragli non potessero fare nulla, non potessero spendere, perché i costi necessari non erano così alti, almeno per effettuare basilari misure di prevenzione. Per questo sono rimasto basito dall’arringa del pubblico ministero”.

Un intervento, quello del PM, che è stato decisivo nello scrivere la storia di questo processo. E’ andata così?

“E’ chiaro che in un processo si confrontano le tesi dell’accusa, della difesa e delle vittime. La cosa curiosa, in questo caso, è che lo stesso pubblico ministero che lo ha messo istruito dopo lunghissime indagini alla fine ha chiesto l’assoluzione degli imputati. Attenzione, non negando il nesso di causa. Il pm ha condiviso le mie valutazioni sulla certezza diagnostica, sull’esistenza del nesso di causa. Quello c’era, ma – secondo il PM – gli ammiragli non potevano fare nulla per impedire o ridurre l’esposizione. Il Giudice ha ritenuto di condividere il punto di vista del PM. La sentenza infatti afferma che il fatto non sussiste. Assolti con formula piena. Ma non è tutto: dopo la lettura della sentenza di assoluzione con formula piena, in aula erano presenti numerosi ex marinai, il pubblico ha levato un urlo di disapprovazione. Scenario già visto, nei tribunali, quando la sentenza è inaspettatamente assolutoria. E’ una reazione normale e umanamente comprensibile. Bene, nell’udienza di qualche giorno fa il PM, al sollevarsi delle grida di disapprovazione, ha incaricato i carabinieri di identificare alcuni presenti. Forse ipotizzando un reato di vilipendio del Tribunale. Quando mi è stato raccontato l’episodio, io non ero presente, sono rimasto senza parole. Un fatto che suggella un po’ questo processo Marina 2: un comportamento del pm che personalmente mi ha ferito”.

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