Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/02/2026

L’Italia nel Board of Peace. Dire una cosa giusta e farne una sbagliata

Motivando alla Camera le ragioni per cui l’Italia sarà presente come osservatore al Board of Peace, il ministro degli esteri Tajani ha detto una cosa giusta: “L’Italia è sempre stata protagonista nell’area del Mediterraneo. Non possiamo non essere parte di una strategia che dovrà vederci ancora in prima linea”.

Il problema è che ad una tesi giusta si è dato seguito con una scelta sbagliata, quella di aderire comunque al Board of Peace come “osservatori”.

Partiamo dalla prima questione. L’Italia, storicamente e materialmente, è un paese strettamente connesso a tutte le dinamiche economiche, geopolitiche e se volete culturali, al Mediterraneo. Non solo.

L’Italia in questa regione viene ritenuta e vissuta come un paese importante e non di secondo piano. Quest’ultimo semmai è il ruolo assegnatogli nei rapporti con l’Europa franco-tedesca e con il padrone oltre atlantico.

Con la fine della vocazione mediterranea, che era stato lo spazio di manovra “autonomo” dell'Italia nell’epoca del bipolarismo Usa/Urss e perseguito con lungimiranza dalla classe dirigente della Prima Repubblica, questo spazio è stato trasformato e demolito in più punti.

Per le nuove classi dirigenti della fase di egemonia liberista e del fittizio scontro interno tra berlusconismo e antiberlusconismo, la maledizione è stata sempre quella di dover decidere se essere “primi tra gli ultimi” (la dimensione euromediterranea) o “ultimi tra i primi” (dimensione europea).

In questa indeterminatezza di ruolo, l’Italia ha perso enorme credibilità tra i paesi mediterranei e del Medio Oriente, soprattutto dopo la sciagurata scelta berlusconiana di partecipare attivamente all’aggressione militare statunitense contro l’Iraq, con l’aggressione alla Libia di Gheddafi e con l’allineamento totale agli interessi israeliani, perseguito sia dai governi di centro-destra che da quelli di centro-sinistra o dai governi “tecnici”.

In sostanza la classe dirigente della Seconda repubblica ha fatto scelte che hanno inimicato o insospettito molti dei paesi di un’area nella quale esistevano rapporti in qualche modo privilegiati.

Il tradimento del 2011 contro Gheddafi, con il quale pochi mesi prima del rovesciamento e dell’omicidio l’Italia aveva firmato un Trattato piuttosto impegnativo, non è stato sottovalutato né dimenticato sulle altre sponde del Mediterraneo. Del resto la Libia non aveva mai fatto dimenticare a se stessa e al mondo il passato coloniale e i crimini del colonialismo italiano.

Ciononostante l’Italia, attraverso il suo ministero degli Esteri “reale” cioè l’Eni, ha cercato di mantenere ad ogni costo – e spesso con ogni mezzo – la sua importanza nelle relazioni con l’area mediterranea, mediorientale, nordafricana.

Non a caso la dottrina dei comandi della Marina Militare italiana (il corpo armato più efficiente delle forze armate italiane, ndr), ha elaborato negli anni scorsi la strategia sul “Mediterraneo allargato”, una proiezione di interessi strategici che arriva al Golfo persico e all’Africa occidentale. Su questa ambizione assistiamo però ad una aperta convergenza bipartisan.

Possiamo affermare tranquillamente che la mappa delle priorità e delle relazioni strategiche dell’Italia nel Mediterraneo allargato, la scrive l’Eni, la “tutela” la Marina Militare e la ratifica la Farnesina.

Ma la politica interventista e nazionalista della destra, sul “Mediterraneo allargato”, sta strattonando in troppi punti questo assetto.

Anche qui c’era stata, almeno, una mezza buona idea – il Piano Mattei – ma poi sono state fatte scelte sbagliate.

Da un lato il governo di destra agisce (poco) e agita l’ombrello del famigerato Piano Mattei nei rapporti con meno di una decina di paesi africani e mediterranei.

Dall’altro dei 5,5 miliardi stanziati ne sono stati spesi meno di un terzo e i progetti messi in campo finora sono “robetta” rispetto alle esigenze degli altri paesi. E poi nella scelta dei rifornimenti energetici (soprattutto il gas), non solo l’Italia si è suicidata tagliando i flussi di gas russo, ma invece di rafforzare i legami con i paesi produttori del Sud ha preferito pagare pegno agli USA, andando ad acquistare il gas statunitense che ci viene a costare il doppio.

Infine c’è la politica. L’obbedienza e il servilismo verso Usa e Israele non sono affatto un buon viatico per le relazioni con paesi che si vanno via via sganciando dall’egemonia dei primi e opponendosi all’aggressività della seconda.

La complicità con il genocidio dei palestinesi, il basso profilo sull’aggressività israeliana in Libano, il rinvio del riconoscimento dello Stato di Palestina – nonostante le paraculate sulla visita di Abu Mazen alla festa di Atreju – l’attestarsi su un ruolo meramente – e assai limitatamente – umanitario sulla questione palestinese, hanno marginalizzato totalmente l’Italia da qualsiasi ruolo di rilievo nella risoluzione dei principali conflitti nell’area.

E qui veniamo dunque alla scelta sbagliata di voler stare comunque – come osservatori – nel Board of Peace creato da Trump a propria immagine e somiglianza, ma soprattutto a perfetta coincidenza con i propri interessi affaristici.

Se dalla Ue hanno aderito solo due paesi (Ungheria e Bulgaria), è conseguenza che l’Italia avrebbe dovuto dare dimostrazione di maggiore cautela e minore servilismo verso Trump.

La “nobile causa” della doverosa partecipazione italiana alla ricostruzione di Gaza, è un alibi fradicio fin dalle fondamenta. Non è neanche un alibi morale, visto che l’Italia ha assecondato politicamente – e militarmente – il genocidio israeliano contro i palestinesi fino alla riduzione di Gaza in un cumulo di macerie e in un campo di concentramento per i palestinesi rimasti su quella terra.

Non è poi un mistero che non abbiamo molta stima del ministro “Gasperino” Tajani. In troppe occasioni ha dimostrato di non essere all’altezza di una diplomazia che ha bisogno di lungimiranza, parole felpate, capacità di disinnescare tensioni invece di provocarle (vedi l’iscrizione dei Pasdaran iraniani nella lista delle organizzazioni terroriste mentre è in corso un negoziato). Peggio di lui aveva fatto solo Di Maio, il che è tutto dire.

Se l’Italia intendesse recuperare un ruolo “progressivo” nelle relazioni con l’area mediterranea, dovrebbe cambiare completamente registro. Infilarsi nel Board of Peace, al contrario, è un ulteriore boomerang.

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17/11/2025

Italia - Due anni alla svolta nucleare della Marina. Fincantieri in testa

La Direzione Nazionale degli Armamenti della Difesa, e nello specifico la Divisione “Propulsione ed energia” degli Armamenti navali, ha dato i tempi entro cui la Marina militare vuole raggiungere una svolta nucleare: due anni, stando a un avviso pubblicato il 13 novembre. Non parliamo di testate atomiche, ma di sistemi di propulsione navale.

Il ministero della Difesa apre una consultazione per cercare le aziende capaci di inserirsi nella costruzione di questa nuova filiera bellica. È proprio a questo scopo che è stato pubblicato il recente avviso, che ha come argomento lo studio “degli impatti nei diversi domini dell’impiego della propulsione nucleare a bordo delle unità di superficie e subacquee”.

Sono in particolare due le piattaforme navali per le quali la Difesa chiede che vengano effettuate “considerazioni relative ad impianti, materiali, tabelle d’armamento e siti di costruzione e manutenzione”: le navi da trasporto LHD, con funzioni anche anfibie, e i sottomarini U212NFS. Entrambi i modelli sono in lavorazione nei cantieri Fincantieri del Muggiano, accanto a La Spezia.

Fincantieri è la “design authority” con la quale, chiunque si sarà presentato alla scadenza dei 30 giorni successivi alla pubblicazione dell’avviso, collaborerà secondo un contratto di due anni del valore di quasi 3 milioni di euro. È facile immaginare che almeno alcuni di questi nomi rientreranno nel progetto generale: la controllata di Fincantieri Cetena, Ansaldo Nucleare, Rina Services e Università degli Studi di Genova.

Sono queste le realtà che sono coinvolte nello sviluppo di reattori di piccole dimensioni per impiego navale denominato progetto Minerva (“Marinizzazione di impianto nucleare per l’energia di bordo di vascelli armati”), parte del Piano nazionale della ricerca militare. Non si può non sottolineare la gravità del coinvolgimento di un ateneo pubblico nello sviluppo di armamenti, un tipo di rapporti contro cui migliaia di studenti si sono battuti negli ultimi mesi.

Minerva è indirizzato anche allo sviluppo di una portaerei a propulsione nucleare. Questa prospettiva era stata già annunciata da Enrico Credendino, capo di Stato Maggiore della Marina. La tendenza alla guerra, il riarmo e la trasformazione verso un’economia di guerra si intreccia sempre più evidentemente con la capacità di proiezione italiana verso il Mediterraneo allargato, per la quale la marina ha un peso fondamentale.

Andando maggiormente nel dettaglio della consultazione: “lo studio dovrà considerare l’impiego di reattori nucleari a fissione di ultima generazione (3+ e 4)”. Proprio quelle tecnologie su cui ha intenzione di lavorare anche Nuclitalia, la società nata dallo sforzo congiunto di Enel, Leonardo e Ansaldo Energia – controllata da Ansaldo Energia – qualche mese fa.

Appare dunque evidente la nuova “alleanza” imprenditoriale che sta prendendo piede intorno al ritorno al nucleare: spacciata come se fosse un’alternativa green per garantirsi autonomia energetica (anche il rifornimento di uranio potrebbe essere motivo di ulteriori dipendenze, se non di ulteriori conflitti), la ricerca sull’atomo è in realtà un settore strategico per adeguare il riarmo europeo – e in questo caso il comparto italiano – al livello della competizione globale.

Un’ultima nota, per concludere. Accanto agli studi di fattibilità di questa svolta, la Difesa richiede anche di lavorare a tutto il contorno, fatto degli stabilimenti dove costruire il reattore e integrarlo con la produzione navale, e l’adeguamento complementare delle infrastrutture portuali. Già oggi assistiamo alla trasformazione dual use di molte strutture civili, e bisogna immaginarsi che avverrà ancora di più in futuro.

Ma c’è di più. Non solo è evidente che i processi produttivi sono sempre più rimodellati verso un’economia di guerra, ma bisogna avere chiaro che la sensibilità delle tecnologie nucleari è tale da imporre una netta espansione della militarizzazione dei territori, intorno a tutta la filiera che potrebbe derivare da queste nuove opzioni di propulsione nucleare.

La guerra ci entra in casa, una filiera di aziende, guidate innanzitutto da quelle attive nel comparto difesa, guidano questa militarizzazione, e lo fanno rispondendo alle esigenze strategiche di Bruxelles, che cerca di recuperare il terreno perso sul piano internazionale (e anche su quello industriale) con il bellicismo. Un circolo vizioso che va rotto prima che porti al disastro definitivo.

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12/06/2025

Ipotesi portaerei nucleare per la marina italiana, ecco a cosa serve il revival atomico

La copertura mediatica che varie testate stanno dando alle ragioni del riarmo europeo è spesso molto utile, perché quando parlano i militari, spesso dicono le cose come stanno, rendendo più facile fare i collegamenti necessari. Come, ad esempio, quello tra il revival nucleare a cui stiamo assistendo e l’impiego di tale tecnologie nel comparto bellico.

Sul Corriere della Sera, un’intervista al capo di Stato Maggiore della marina militare, Enrico Credendino, ha fatto luce sulla possibilità che questo ramo delle forze armate si doti di una portaerei a propulsione nucleare. È quello che ha detto l’ammiraglio, commentando quel che c’è scritto nel piano di investimento aggiornato al 2040.

È interessante sottolineare immediatamente come Credendino evidenzi chiaramente che la dimensione strategica entro cui si muovono le forze navali italiane è quella del Mediterraneo allargato. E che in questo scenario, senza giri di parole, l’ammiraglio ha confermato che “nel Mar Rosso siamo in guerra”. Il riferimento è alla missione Aspides contro gli Houthi, dove le nostre imbarcazioni hanno abbattuto 8 droni.

Credendino sottolinea che l’operazione nel Mar Rosso mostra il salto di qualità nel rapporto tra la marina nostrana e quella statunitense: negli ultimi tre anni “siamo passati da un concetto di piena alleanza a uno di intercambiabilità”. La nostra cacciatorpediniere Duilio, dice l’ammiraglio, ha diretto gli F-16 decollati da una portaerei statunitense. Ma è quel riferimento agli ultimi tre anni su cui bisogna focalizzarsi.

È il lasso di tempo che ci separa dall’inizio dello scontro diretto tra la NATO e la Russia, attraverso la proxy war ucraina. Il militare sottolinea come il pericolo russo sia sempre presente, mentre Mosca cerca un nuovo punto di attracco nel Mediterraneo a Derna, in Libia. Quello di Tartus, al di là delle problematiche che possono sorgere per l’avvento al potere dei jihadisti di Al Jolani, non dispone di bacini di carenaggio adeguati a importanti manutenzioni, che devono essere effettuate nel Baltico.

Ma soprattutto, anche qui, Credendino parla senza peli sulla lingua: “con tante navi da guerra in un bacino così ristretto e trafficato come il Mediterraneo l’incidente è sempre possibile”. L’obiettivo, però, non è quello di ridurre tale possibilità, ma di mantenere l’egemonia NATO, “con i turchi più potenti di tutti”.

Insomma, l’alleanza atlantica rimane il pilastro della difesa, o meglio dell’offesa collettiva occidentale. Ma l’ammiraglio esplicita la necessità di aggiornare le flotte e gli strumenti militari, innanzitutto a partire da quelli italiani, per stare al passo delle nuove forme di guerra.

“Nella NATO – ha affermato – siamo rimasti tutti sorpresi dalle capacità dei nuovi droni [e] stiamo studiando il tema. Noi usiamo bene i cannoni con modalità antiaerea con i sistemi d’intercettazione resettati. I nostri obici della Oto Melara integrati con i radar di controllo Leonardo sono efficienti”, dandoci anche uno spaccato del complesso militare-industriale italiano ed europeo.

Per quanto riguarda i droni marini, e i pericoli legati alla gestione dei cavi sottomarini, “abbiamo creato un polo a La Spezia per organizzare la guerra sottomarina. Fa da guida il Portogallo, che da due decenni investe nel campo: droni-barchini, aerei e sommergibili. Anche noi stiamo coinvolgendo le industrie nazionali”.

Infine, come accennato già all’inizio, Credendino parla, oltre della dimensione ristretta degli effettivi della marina, anche dell’ipotesi di dotare l’Italia di una propria portaerei nucleare. E qui diventano lampanti i collegamenti con il rilancio della ricerca atomica, già finanziata e preparata attraverso la nuova società Nuclitalia.

Avevamo già scritto che, nonostante il tentativo di far passare il ritorno al nucleare come uno sforzo tutto civile, per la transizione energetica e per la riduzione dei costi dell’energia, nascondeva in realtà un aspetto della deriva bellicista decisa a livello europeo. L’energia dell’atomo servirà ai propulsori di nuove navi militari.

Da più parti si sente già la possibilità di utilizzo dei – per ora solo sperimentali – piccoli reattori modulari per alimentare le portaerei, ma anche i sottomarini, che tramite le proprie flotte di droni e il loro utilizzo come piattaforma di lancio di missili forse assumeranno un’importanza maggiore delle portaerei stesse, regine della guerra sul mare negli ultimi 80 anni.

Proprio di questo tipo di reattori si vuole innanzitutto occupare il neonato consorzio italiano al cui interno, non a caso, c’è anche Leonardo. Mentre l’altro grande attore dell’industria bellica e specificatamente marittima italiana, Fincantieri, ha subito mostrato il proprio interesse per l’applicazione del nucleare secondo una logica dual use.

Già oggi Fincantieri guida un’associazione temporanea di imprese formata dalla controllata Cetena, Ansaldo Nucleare, Rina Services e Università di Genova, mostrando il coinvolgimento dell’alta formazione nella filiera della guerra. Insieme, hanno lanciato il progetto Minerva, per valutare la fattibilità dell’integrazione dei reattori modulari sulle navi militari.

Come Leonardo, Fincantieri vuole ripensarsi come attore del complesso militare-industriale europeo, ad esempio con il dossier dell’acquisizione dei cantieri per sottomarini di ThyssenKrupp Marine System (TKMS). Dopo aver già trovato l’accordo industriale per partecipare insieme a una gara da 1,6 miliardi di dollari nelle Filippine, ora l’intesa potrebbe arrivare a un nuovo livello.

L’anno scorso Fincantieri ha proposto un aumento di capitale che aveva portato molta scetticismo. Ma ora, dentro la cornice del riarmo e di una transizione verso l’economia di guerra, l’azienda può trovare nuove opportunità di profitto, mentre guarda con attenzione alla possibile cessione di quote della TKMS. Lo stesso Merz potrebbe dare il benestare, consapevole dell’importanza comunitaria di un passaggio del genere.

Come ha detto Credendino, l’Italia è un paese in guerra. Nella proiezione strategica europea ha assunto una posizione fondamentale, sia per i suoi colossi degli armamenti, sia per la sua posizione prettamente geografica. La rottura della catena bellica può trovare importanti possibilità nel Belpaese.

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20/01/2019

Processo alla Marina Militare: amianto sui marinai. Intervista al dr. Barbieri

Qualche giorno fa si è concluso, presso il Tribunale di Padova, il processo ad alcuni alti ufficiali della Marina Militare. Oggetto del procedimento, la morte di molti marinai per patologie connesse all’esposizione ad amianto: mesotelioma pleurico e tumore al polmone, nello specifico. Le navi ed i sommergibili sono stati, per anni, letteralmente imbottiti di amianto. Chi ha prestato servizio a bordo è stato esposto, oppure era a forte rischio di esposizione, per anni.

Non stiamo parlando di pochi casi ma complessivamente di ben 1.100 marinai prematuramente scomparsi. Una della battaglie più sanguinose che abbia combattuto la marina italiana...

La sentenza è stata però sorprendente: tutti assolti. Ancora più sorprendente è stata la richiesta di assoluzione da parte del pubblico ministero, dopo un processo durato quasi quattro anni ed una inchiesta di quasi quindici.

Il dottor Gino Barbieri è un medico del Lavoro, che in questo processo è stato consulente tecnico delle parti offese. Gli abbiamo chiesto di ricostruire per noi questa storia.

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Dottor Barbieri, iniziamo da capo. Di quale processo esattamente stiamo parlando, visto che sulla vicenda dell’esposizione all’amianto sulle navi militari italiane i procedimenti sono più di uno?

“Questo è il secondo processo alla Marina per le morti da amianto. E’ chiamato Marina 2. Il primo processo, Marina 1, riguardava due morti di Mesotelioma: si è svolto nel 2012. In I° grado sono assolti gli imputati, poi la Corte di Appello di Venezia ha assolto nuovamente perché il fatto non sussisteva. Anno 2015. Poi è intervenuta la sentenza della Cassazione che ha rimandato il processo in Corte di Appello, ed ancora non hanno finito”.

Il processo concluso qualche giorno fa, invece?

“Questo è il cosiddetto processo Marina 2, e riguarda altre vittime. Marina 1 si è celebrato a Padova perché le vittime erano di Padova. Si è poi deciso che tutti i casi che riguardavano la Marina finissero in gestione a Padova, in continuità con il primo processo. A quel punto tutti i malati, provenienti da ogni parte d’Italia, sono confluiti nel Marina 2. Il Pubblico Ministero ha istruito anche il secondo processo. Una lunghissima indagine, oltre dieci anni, nella quale sono confluiti 100 malati. Dopo un lungo lavoro, la Procura ha nominato due consulenti tecnici, il dottor Soffritti – un medico – e il dottor Comba, epidemiologo. Questi due, consulenti del Pubblico Ministero, hanno consegnato una relazione con 100 nomi e cognomi di marinai, quasi tutti morti, con mesotelioma maligno, o tumore al polmone, o asbestosi, o placche pleuriche. Tutti casi di marinai ammalati o morti a causa dell’esposizione all’amianto sulle navi, sui sommergibili o negli arsenali militari. Nell’elenco erano inclusi anche dei civili che lavoravano negli arsenali”.

Perché l’amianto è, o almeno era, utilizzato sulle navi?

“L’amianto era molto usato in ambito militare perché resistente al fuoco, fonoassorbente, coibente e sopratutto poco costoso. Dopo questa consulenza tecnica che riconosceva la causa delle malattie nell’amianto, il PM fa iniziare il processo. Siamo a maggio del 2015. Viene nominato il giudice dottoressa Chiara Bitozzi del Tribunale di Padova, ed iniziano le udienze. Vengo sentito anche io, come consulente delle parti offese. Tanti morti, pochi vivi. Sono stato contattato da uno degli avvocati che difendono le vittime, avvocato Daniela Boscolo Rizzo, e dall’AFEVA, Associazione Familiari Vittime Amianto, anche essa parte civile. In tutto quattro o cinque avvocati delle parti offese, due avvocati della Marina. Io ero l’unico consulente per le parti offese”.

Da parte della Marina Militare, invece?

“La Marina Militare ha nominato due consulenti, i professori Enrico Pira, un medico del lavoro, e Danilo Cotica un igienista industriale, che si sono occupati delle malattie e delle modalità di esposizioni.

A quel punto iniziano una serie lunghissima di udienze, nelle quali si sono raccolte le testimonianze di militari; il processo ha riguardato un gruppo di alti ufficiali della Marina come imputati della mancata protezione della salute dei militari loro sottoposti. Sono stati anche sentiti due esperti di Torino – il prof. Magnani e il dott. Mirabelli – e uno di Firenze – il dott. Silvestri – già consulente in un precedente processo istruito nel tribunale di Torino, dal dottor Guariniello, che aveva fatto una indagine nel 2008 sui malati di mesotelioma nella Marina. Anche io avevo svolto una consulenza in quel processo. Quella inchiesta è finita con una archiviazione”.

Appare un procedimento ampio e complicato, già da questa sommaria descrizione...

“Un processo complesso, difficile, lungo. Questo spiega anche il fatto che dei 13 imputati, ammiragli e capi di stato maggiore della marina, 3 sono morti. A conclusione del processo sono rimasti imputati solo otto alti ufficiali. Per quel che riguarda le vittime, invece, alla fine del processo, delle cento iniziali le conclusioni hanno riguardato solo una ventina di parti offese. Su richiesta dell’avvocato di Afeva io mi sono occupato solo dei quaranta casi di mesotelioma, dei quali solo tredici sono stati oggetto di valutazione del processo, essendo stati esclusi, per varie ragioni, gli altri”.

Quale era il suo punto di vista sulla prevenibilità di questi mesoteliomi?

“Io ho sostenuto che questi mesoteliomi si erano verificati per l’esposizione all’amianto. Le vittime avevano tutte mansioni che prevedevano un contatto continuo con l’amianto. Le navi militari erano imbottite di amianto. I sommergibili ancora di più. Questi marinai avevano lavorato per anni, iniziando anche molto giovani ad essere esposti. Molti di questi sono morti a 50 anni o poco più, di solito gli esposti all’amianto si ammalano più tardi. Per spiegare meglio: a Casale Monferrato – parliamo della tragica vicenda Eternit, ndr – molti dei malati erano già in pensione al momento della diagnosi del tumore. Colpiti dai 60 anni in poi, diciamo. Questi militari iniziavano prestissimo ad essere esposti, ed infatti si ammalavano molto più giovani. Una aspettativa di vita stroncata. Morire a 50 anni non è come morire ad 80 anni. Si tenga presente una caratteristica essenziale di questa esposizione rispetto ai lavoratori comunemente noti. Il marinaio non era esposto ad amianto solo durante la sua attività di lavoro ma era esposto anche nel tempo libero, praticamente 24 ore al giorno. Infatti i locali dove dormiva, dove consumava i pasti, dove svolge altre attività erano sostanzialmente contaminati da amianto”.

Tredici malati “accertati”, dunque, su cento casi presentati all’inizio?

“Questi 13 malati di mesotelioma, gli unici rimasti dopo la scrematura dovuta alla prescrizione o altre ragioni, per me erano diagnosi sicure, contrariamente a quanto affermato per 10 su 13 dal consulente delle difese. Malattie causate certamente dall’esposizione sulle navi o negli arsenali. Stesso parere espresso da Comba e Soffritti, i consulenti del PM”.

Quale era invece la tesi dei consulenti della Marina Militare?

“Lo scenario prospettato dai consulenti della Marina era diverso: dei 13 malati di mesotelioma, 10 erano stati esclusi perché non era certo il mesotelioma, e i restanti 3 non erano ricollegabili con certezza all’esposizione”.

La prima questione che ci viene in mente è quella che riguarda la prevenzione. Immaginiamo se ne sia parlato, nel corso del processo.

“Questa esposizione poteva essere ridotta, si o no? Questi ammiragli potevano fare qualcosa per proteggere i propri sottoposti? Questa la domanda che ho posto sia al Pubblico Ministero dottor Dini, che al Giudice dottoressa Bitozzi. La prevenzione d’altronde è stabilita da apposite norme di igiene del lavoro in generale, ma che riguardano anche la marina militare. La mia risposta è certamente affermativa: sicuramente gli ammiragli potevano, e dovevano attivarsi per proteggere i loro sottoposti. Per i consulenti della difesa questo non era ritenuto possibile: su una nave militare non c’è modo per tempi e spazi di evitare l’esposizione. Siccome si parla di navi e sommergibili, non di una fabbrica, non era possibile fare prevenzione. La natura stessa del tipo di attività svolta a bordo avrebbe reso impossibile la prevenzione”.

E per quel che riguarda il rapporto di casualità tra esposizione e malattia?

“Da una parte io, per quanto riguarda i mesoteliomi maligni, e i consulenti del PM per le rimanenti malattie, abbiamo sostenuto innanzitutto che queste erano delle vere malattie. Ho inoltre sostenuto che questi casi di mesotelioma avrebbero potuti essere prevenuti. Dall’altra la difesa invece affermava che la quasi totalità di queste malattie non aveva una diagnosi certa e se ne metteva in dubbio il nesso causale con l’esposizione all’amianto. Inoltre e in ogni caso gli ammiragli e i vertici della Marina non erano nelle condizioni di poter prevenire questi danni”.

Nonostante la visione comune tra lei e lo staff di periti dell’accusa, è stato proprio il pubblico ministero a richiedere l’assoluzione. Come mai?

“E’ una cosa sconcertante, che ha colpito perfino la stampa. Difficile da comprendere, a partire dall’arringa. Parlo del PM, il dottor Sergio Dini. Esattamente colui che ha spinto per fare indagini lunghe e complesse, durate oltre dieci anni. Colui che ha messo sul banco degli imputati i vertici della Marina Militare. Ebbene, proprio lui ha chiesto al giudice l’assoluzione. Ma la cosa più assurda di tutte è la motivazione, anzi le motivazioni: l’impossibilità di applicare misure di prevenzione sulle navi e sopratutto l’assenza di capacità autonoma di spesa degli ammiragli. Secondo il pm, questi alti ufficiali non avevano la possibilità di gestire danari per ridurre l’esposizione. Beh, è inconcepibile che sia l’accusa a sostenere questa tesi”.

Una tesi che è quantomeno curiosa, dopo quasi quindici anni di indagine...

“La domanda che mi pongo è proprio questa: se il PM sostiene che gli ammiragli debbano essere assolti perchè impossibilitati ad investire in prevenzione, ebbene... non era possibile scoprirlo quattro anni fa, cinque anni fa, o prima ancora, evitando di mettere in piedi un processo costato centinaia di migliaia di euro per la Pubblica Amministrazione? Poteva deciderlo prima e chiedere l’archiviazione. Perché ha deciso solo ora? Il punto cruciale che mi vede sorpreso e dissenziente rispetto alla richiesta di assoluzione, da parte del PM, per non avere commesso il reato, riguarda la prevenibilità di queste malattie. Non condivido la tesi che gli ammiragli non potessero fare nulla per prevenire l’esposizione all’amianto.”

Vuole spiegarci meglio perché?

“Le ragioni sono tre: è vero che il singolo ammiraglio non aveva la possibilità di impedire che nelle navi venisse usato in quantità enorme l’amianto. Questa è una scelta strategica di alto livello, del Ministero della Difesa, fuori dalla portata del singolo ammiraglio. E’ condivisibile. Ma non per questo è possibile affermare che non si potesse fare di più. Cito solo tre punti fondamentali: il primo è l’obbligo di informazione, sancito per legge. I datori di lavoro, e quindi in qualche modo gli ammiragli, dovevano informare i sottoposti che l’amianto è cancerogeno. Questo lo si sapeva dalla seconda metà degli anni sessanta per quel che riguarda il mesotelioma, e dalla seconda metà degli anni cinquanta per quel che riguarda il tumore al polmone. L’informazione è quindi un obbligo in capo ai datori di lavoro e a chi li rappresenta, chi è ai vertici, per cui anche gli ammiragli. Questo obbligo è stato completamente eluso. E’ stato intervistato un ammiraglio, a cui è stato chiesto perché non avesse informato i sottoposti del rischio. La risposta è stata più o meno “ma come facevo a fare informazione se nemmeno io sapevo quanto fosse grande il rischio da amianto e quanto fosse cancerogeno?”. Questo è stupefacente: non parliamo di un marinaio di coperta, magari all’oscuro di certe informazioni. Ma un ammiraglio, figura suprema della gerarchia militare, non sapeva negli anni settanta che l’amianto è pericoloso e cancerogeno? Questo è assurdo, non solo perché la notizia della cancerogenicità dell’amianto in quegli anni era informazione comune ad ogni dirigente, ma addirittura la Marina Militare aveva commissionato all’Istituto della Medicina del Lavoro di Bari uno studio sui propri marinai dell’arsenale di Taranto in seguito al quale venne fuori la notizia di molte patologie da amianto. Fu allora – nel 1978 – che la Marina Militare emanò una circolare nella quale si sottolineava che l’amianto causava gravi malattie e che era necessario prendere provvedimenti per prevenire. Quindi non è vero che in quegli anni non fosse nota la pericolosità dell’amianto. Si poteva e doveva fare informazione, e non è stata fatta”.

Quale è invece la seconda motivazione che la porta ad essere i totale disaccordo con la tesi del pm?

“Il secondo elemento che voglio sottolineare è quello relativo alla protezione dei lavoratori. Se abbiamo navi e sommergibili imbottiti di amianto, se sosteniamo che quell’amianto non si può togliere o sostituire per ragioni tecniche e strategiche, ne deriva un imperativo fondamentale: proteggere chi ci lavora. Come? Fornendogli almeno le mascherine respiratorie, che si usano per impedire l’inalazione di sostanze cancerogene. Sono state messe a disposizione, anche nel loro modello più semplice? No. Erano così costose? Possiamo davvero immaginare che su una nave con 500 marinai imbarcati non fosse possibile spendere dei soldi per comprare scatoloni di mascherine? Dubito che un ammiraglio non avesse la possibilità, il portafoglio di acquistare mascherine dal costo bassissimo ma che, secondo scienza, avrebbero contribuito ad abbattere di molto il rischio, riducendo l’esposizione. Questo non è stato fatto”.

Terzo punto?

“Le misure organizzativo-procedurali: ad un lavoratore, un marinaio che entra nella sala macchine, un elettricista, un meccanico, si dovrebbero indicare in modo chiaro ed imperativo delle procedure di lavoro. Ad esempio non usare l’aria compressa, non usare la paletta con la scopa, proteggersi quando si interviene. Isolare i luoghi contaminati da quelli non contaminati, evitare di svolgere determinate lavorazioni quando ci sono altre persone nelle vicinanze. Queste misure hanno dei costi? Non credo. Stabilire e far rispettare delle procedure non mi pare abbia un costo”.

Per questi motivi, secondo lei gli ammiragli potevano e dovevano intervenire?

“Si. Io ho affermato che gli ammiragli potevano e dovevano intervenire, attivarsi per ridurre il rischio attraverso tutte le strategie possibili. Non sostengo che negli anni settanta un ammiraglio potesse rimuovere l’amianto dalle navi da lui comandate, ma in quegli anni avrebbe ben potuto fare altro di importante, di essenziale. Se ci si fosse attivati in questa direzione, l’esposizione sarebbe diminuita”.

Ma la Marina Militare ha effettuato, o sta effettuando interventi strutturali per risolvere il problema ed evitare altri casi di esposizione?

“Buona domanda: la Marina Militare, quando ha cominciato seriamente ad occuparsi della riduzione del rischio? Ha iniziato a farlo sul serio circa un decennio dopo rispetto a quando avrebbe potuto. Questo ho sostenuto nel processo. Gli interventi preventivi sono iniziati verso la fine degli anni ’80, ed avrebbero potuto essere avviati almeno dieci/quindi anni prima. Questo fa la differenza, perché essere esposti dieci anni di più significa prolungare l’inalazione delle fibre cancerogene che aumentano il rischio. La marina militare inglese ha bandito l’amianto nel 1962. Quella statunitense nel 1972. Nelle nostre navi, in sostituzione dell’amianto potevano essere usati altri materiali, come la fibra di vetro, la lana di roccia. Materiali disponibili dagli anni cinquanta ed ancora prima. Come mai non sono stati utilizzati materiali sostitutivi non nocivi e si è proseguito ad usare l’amianto, chiedendo alla Fincantieri di costruire navi militari che lo contengono fino alla fine degli anni ottanta. Come mai? Perché l’amianto costava meno, era più economico. Anche per questo dissento profondamente dalle argomentazioni del PM. Non condivido l’affermazione che gli ammiragli non potessero fare nulla, non potessero spendere, perché i costi necessari non erano così alti, almeno per effettuare basilari misure di prevenzione. Per questo sono rimasto basito dall’arringa del pubblico ministero”.

Un intervento, quello del PM, che è stato decisivo nello scrivere la storia di questo processo. E’ andata così?

“E’ chiaro che in un processo si confrontano le tesi dell’accusa, della difesa e delle vittime. La cosa curiosa, in questo caso, è che lo stesso pubblico ministero che lo ha messo istruito dopo lunghissime indagini alla fine ha chiesto l’assoluzione degli imputati. Attenzione, non negando il nesso di causa. Il pm ha condiviso le mie valutazioni sulla certezza diagnostica, sull’esistenza del nesso di causa. Quello c’era, ma – secondo il PM – gli ammiragli non potevano fare nulla per impedire o ridurre l’esposizione. Il Giudice ha ritenuto di condividere il punto di vista del PM. La sentenza infatti afferma che il fatto non sussiste. Assolti con formula piena. Ma non è tutto: dopo la lettura della sentenza di assoluzione con formula piena, in aula erano presenti numerosi ex marinai, il pubblico ha levato un urlo di disapprovazione. Scenario già visto, nei tribunali, quando la sentenza è inaspettatamente assolutoria. E’ una reazione normale e umanamente comprensibile. Bene, nell’udienza di qualche giorno fa il PM, al sollevarsi delle grida di disapprovazione, ha incaricato i carabinieri di identificare alcuni presenti. Forse ipotizzando un reato di vilipendio del Tribunale. Quando mi è stato raccontato l’episodio, io non ero presente, sono rimasto senza parole. Un fatto che suggella un po’ questo processo Marina 2: un comportamento del pm che personalmente mi ha ferito”.

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22/09/2018

Nave militare italiana contrabbandava sigarette con Tripoli

Viviamo in un regime di grandi parole pronunciate con enfasi, mentre dietro i fondali di cartone si fanno affari grandi e piccoli.

Avete presente il Salvini che continua a tuonare contro le Ong e a benedire la guardia costiera libica “supportata e istruita da quella italiana”?

Bene. Tre inchieste sono state aperte (una da parte della magistratura, una dalla Procura militare e una dalla Marina) per capire chi abbia caricato a bordo della nave militare Caprera 7 quintali di sigarette di contrabbando.

La notizia è stata data inizialmente dal sito della trasmissione Le iene e di lì ha cominciato a fare – con molta discrezione, imbarazzo e tanta censura – il giro dei media.

Sette quintali di sigarette sono ben 72 cartoni di grandi dimensioni, non un oggettino che chiunque può portare a bordo. Le operazioni di carico sono lunghe, richiedono l’intervento di più uomini, non può passare inosservata, specie su una imbarcazione di dimensioni abbastanza piccole (vedi foto). E stiamo parlando di una nave militare appena rientrata dalle operazioni al largo della Libia, nell’ambito di quel semi-blocco navale che tanto piace alla destra fascioleghista.

Proprio il ministro Salvini era stato a bordo della Caprera, pochi giorni prima, per fare il solito discorsetto: “Sono onorato di portare il sostegno del popolo italiano ai ragazzi che sono a bordo della Caprera a coordinare, educare, istruire e salvare. Il business dell’immigrazione clandestina è alimentato dalle navi di quelle associazioni che aspettano solo di recuperare esseri umani per continuare a giustificare la loro esistenza in vita. Mentre la Marina Militare Italiana e la Guardia costiera libica sono quelle che veramente aiutano, salvano e si propongono di bloccare partenze, diminuire il numero dei morti. Nonostante le operazioni di danno delle navi di Ong straniere. Solo nell’ultima settimana hanno salvato più di 2 mila persone”.

Seguendo il filo di questo “ragionamento” possiamo dunque dire che, siccome le partenze dei migranti sono state bloccate grazie all’accordo tra il governo italiano e i tagliagole “militarizzati” teoricamente al servizio di Al Serraj (da settimane sull’orlo del crollo e della fuga), scafisti e trafficanti di uomini si sono ritrovati senza business.

E hanno dovuto ripiegare sulle sigarette, trovando alcuni complici tra i militari italiani che li stavano “istruendo”.

A onore del comandante della Caprera, va sottolineato che l’inchiesta su questo contrabbando da poveretti è partita da una sua denuncia.

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15/10/2016

I signori degli appalti militari


Così nella più grande base navale italiana sul Mediterraneo si ingrassano gli appetiti degli imprenditori e si soddisfano i desideri degli alti ufficiali della Marina

Lui ha pagato il catering per la festa, poi altre cose, i computer, i telefoni, insomma, le cose che già si sapevano” racconta il Capitano di Vascello della Marina Militare, Giovanni di Guardo, alla sua compagna Elena Corina Boicea. Quindi, “praticamente tutto”? chiede la donna. E lui risponde: “si, l'unica cosa che non ha pagato, ma che ha pagato quell'altro, l'altro amico di Marcello che si occupa delle pulizie - Antonio Bruno - è il dentista”. La coppia ora si trova rinchiusa nel carcere di Taranto dopo che un’inchiesta del nucleo locale di polizia tributaria della Guardia di Finanza (diretto dal colonnello Renato Turco) coordinata dal Pubblico ministero Maurizio Carbone sta squarciando il velo sull’ennesima storia di tangenti, imprenditoria di rapina, saccheggio delle casse pubbliche “ambientata” nella città di Taranto.
 
Telefonate compromettenti. Sono centinaia le conversazioni telefoniche già depositate agli atti che inchiodano decine di persone. È svelato così il sipario, il “retroscena in cui si muovono ufficiali e dipendenti civili della Marina Militare, insieme con imprenditori, locali e non, per accaparrarsi commesse a discapito del buon andamento della pubblica amministrazione”; tutto ciò è messo nero su bianco nell’ordinanza di custodia cautelare di centodiciannove pagine firmata due giorni fa dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Taranto, Valeria Ingenito. In carcere stavolta ci sono finiti in otto, e un carabiniere è ai domiciliari. I primi sono tutti accusati di aver costituito e partecipato ad una associazione a delinquere promossa dal capitano Giovanni Di Guardo, che, nella sua qualità di direttore dell’ufficio Maricommi di Taranto (si tratta dell’ente che bandisce le gare d’appalto per le forniture) insieme alla sua compagna e a un dipendente civile dell’Arsenale Militare: “custodivano e raccoglievano il denaro consegnato dagli imprenditori titolari o gestori di fatto delle imprese affidatarie di appalti di beni e servizi per conto della Marina Militare”. Non solo. C’era un vero e proprio cartello di imprese tra loro collegate – secondo gli inquirenti “per pilotare l'assegnazione a loro favore di tutti gli appalti gestiti dalla Direzione Maricommi Taranto, con l'estromissione delle altre ditte concorrenti”.

Le condotte contestate sono la corruzione aggravata e la turbativa d’asta, l’aver ricavato profitti illeciti per un ammontare pari a quattro milioni di euro, da gennaio fino al quattordici settembre di quest’anno. Quando scatta la prima tranche dell’operazione di polizia tributaria. Perché è alle 17.30 di quello stesso giorno che la vita del capitano Di Guardo muta improvvisamente. Una cimice nascosta nel suo iphone 6 lo localizza all’interno di un appartamento di proprietà dell’imprenditore e sindaco del comune di Roccaforzata, Vincenzo Pastore “ras delle pulizie” con le sue cooperative in molte basi militari italiane; che a Taranto gestisce, tra proroghe e affidamenti diretti da trent’anni e più diversi appalti per le pulizie degli uffici comunali e ovviamente delle basi militari. I finanzieri erano sulle loro tracce da mesi. Così si appostano e all’uscita dalla casa perquisiscono i due. In tasca al Capitano di Guardo i militari trovano una busta gialla contenente duemila e cinquecento euro in contanti. Nel borsello di Enzo Pastore, invece, la Finanza di Taranto scopre tre cd rom, all’interno il progetto tecnico con cui una delle cooperative da lui controllate, la Teoma Srl mirava ad aggiudicarsi l’appalto per il Servizio di pulizia e sanificazione presso Enti, Distaccamenti e Reparti vari della giurisdizione di Marina Sud Taranto (Puglia e Campania).

Per dare l’idea del tenore dei lavori da fare, dei profitti da conseguire per chi se la sarebbe aggiudicata, la gara è suddivisa in quattro lotti. Comprende la pulizia delle basi militari di Grottaglie, Brindisi e Taranto e quelle della provincia di Napoli. Il quantitativo totale dell’appalto aggiudicato è pari a oltre undici milioni di euro. È un fatto che il bando di gara in questione, pubblicato il 20 Maggio è firmato dal direttore di Maricommi. Punto di contatto si legge sul sito del ministero della difesa, dove il bando di gara è reperibile la tenente di vascello Francesca Mola, 31 anni, “una a cui piacciono i soldi” la definisce così il Comandante di Guardo in una intercettazione telefonica. Quattro giorni dopo l’arresto del suo Capo, il 18 settembre la tenente Mola consegna alla città di Taranto un altro dei suoi tanti record negativi. È la prima donna militare ad essere arrestata in Italia. Ma non è questo il punto.

Francesca Mola è soprattutto una pedina importante del presunto piano corruttivo. È la stessa donna che incontra più volte l’imprenditore Pastore dandogli istruzioni su come modificare l’offerta tecnica, a buste già chiuse. “È lei che detiene tutte le offerte tecniche presentate dalle imprese partecipanti alla gara” scrive il gip Valeria Ingenito nell'ordinanza che ha portato in cella la tenente di vascello della Marina. Già allora (all’atto del suo arresto) invece, l’indagine della Finanza sembrava tutt’altro che chiusa, anzi, lasciava intendere l’esistenza di “una struttura associativa in grado di pilotare diversi appalti”. Circa un mese dopo se ne ha conferma, a giudicare dai nove arresti di qualche giorno fa. E a leggere le carte dell’inchiesta ancora zeppi di omissis in tantissime pagine, dunque, i signori degli appalti militari sembrano ancora molti da stanare. Tuttavia, la carne già messa al fuoco dagli inquirenti è davvero tanta. Una parte di questa, però, è già cotta in abbondanza. Come dimostrano proprio i dodici arresti, in quella che appare una tangentopoli con le stellette, in continua evoluzione.
 
Truffe, imposizioni e il 10 per cento. Un sistema collaudato, ed è proprio da una fornitura di carne, per la nave Cavour, registrata e mai avvenuta, che è partita un’altra indagine su un altro signore degli appalti militari. L’imprenditore Antonio Bruno (quello che ha pagato il dentista) viene arrestato il 26 settembre insieme a tutta la famiglia. Padre, moglie e sorella. Accusati a diverso titolo di bancarotta fraudolenta e false fatturazioni, di operazioni finanziarie truffaldine, in pratica, avvenute con la complicità di un commercialista molto noto in città. È la truffa aggravata che viene contestata, tuttavia, a riportarci nel dorato mondo degli appalti made in Taranto. Infatti, la famiglia Bruno, “attraverso false attestazioni per prestazioni mai rese o eseguite in misura inferiore di quanto dichiarato avrebbero truffato il Comune di Taranto, la Marina Militare (sedi di Taranto, Brindisi e Napoli) e l’Aeronautica Militare tutti enti per i quali gestivano servizi di sanificazione ” scrive il giudice per le indagini preliminari Vilma Gilli motivando gli arresti dei Bruno e i sequestri per equivalente richiesti. Pari a un milione e duecentocinquantamila euro. Ma c’è di più. Perché Antonio Bruno è un nome che ritorna spesso in molti appalti che riguardano servizi per enti pubblici, come la ristorazione, appunto. La denominazione di una delle società a lui riconducibili, l’ItalPulizie srl, la rintracciamo nella relazione predisposta dagli ispettori della Ragioneria generale dello Stato a margine della verifica amministrativo-contabile presso il Comune di Taranto eseguita dal 14 al 15 settembre 2015, la quale ha proiettato ombre funeste sul bilancio del Comune di cui appena dieci anni orsono fu già dichiarato il dissesto finanziario. Sotto la scure degli ispettori ministeriali sono finiti: i compensi dei vigili urbani, le premialità indebite corrisposte ai dirigenti, alcuni affidamenti avvenuti contra legem a professionisti esterni all’amministrazione, i valzer di bilancio nella gestione di municipalizzate e partecipate. Ma soprattutto ancora qui – la fornitura di beni e servizi. In particolare, “le proroghe reiterate negli appalti disposti dalla Direzione Patrimonio del Comune in favore della società ItalPulizie srl, relativamente al servizio di pulizia di aree demaniali e di manutenzione del patrimonio edilizio comunale sono illegittime” scrivono gli ispettori ministeriali.

Un mago della truffa, dell’imposizione, Antonio Bruno. Perfettamente inserito pare anche nel sistema del 10 per cento. Cioè, nel meccanismo delle premiali corrisposte dagli imprenditori fornitori agli alti ufficiali della Marina. Anche per lui è arrivato il secondo arresto in pochi giorni. È uno degli otto indagati a cui è contestato il vincolo associativo. Ed è uno di quegli imprenditori ad aver fatto più affari nell’ultimo anno con l’ente militare tarantino. Si era già aggiudicato il 22 aprile 2016 l’appalto per il servizio di ristorazione del Circolo Sottoufficiali della Marina. Un’altra sua società si è aggiudicata la scorsa estate la gestione della spiaggia sottufficiali, a San Vito. L’imprenditore, inoltre, è coinvolto, anche nella vicenda dell’appalto per il Servizio di pulizia e sanificazione presso Enti, Distaccamenti e Reparti vari della giurisdizione di Marina Sud Taranto (Puglia e Campania) per cui sono stati arrestati, il 14 settembre, Pastore e Di Guardo. Infatti, nel corso degli interrogatori di convalida degli arresti, entrambi hanno ammesso che la somma rinvenuta addosso a quest’ultimo rappresentava un acconto versato dal Bruno attraverso il sindaco imprenditore di una maxi tangente, che avrebbe poi permesso l’aggiudicazione della gara alla cooperativa Teoma Srl e consentito all’Italpulizie Srl di Bruno di subentrare nei lavori. Partite di giro, insomma. Al centro sempre loro, i signori degli appalti militari.

Sono almeno cinque, dal 2014 ad oggi, le inchieste giudiziarie che hanno riguardato episodi di corruzione o concussione avvenuti nella Direzione Maricommi di Taranto. Due indagini sono già chiuse e tra meno di un mese comincerà il processo. Alla sbarra ci saranno una decina di alti ufficiali. I due comandanti che hanno preceduto Di Guardo, nell’incarico, e anche nella stessa sorte giudiziaria. Anzi, in verità, le accuse per l’ultimo comandante della base sono ben più gravi. È come se si assistesse, come se fossimo di fronte, cioè, ad un miglioramento, un avanzamento del quadro corruttivo, cioè del sistema già abbondantemente collaudato del dieci per cento. In effetti, rispetto alle prime inchieste condotte dallo stesso magistrato Maurizio Carbone, risalenti al 2014, che avevano già rivelato all’interno della Base navale militare di Taranto, la più importante postazione italiana nel Mediterraneo, “l’esistenza nell’ambito di un collaudato e stabile accordo criminoso, di un vero e proprio sistema, che andava avanti da anni”; per dirlo ancora con le parole dei magistrati: “fatti di concussione continuata posti in essere nel corso degli anni in modo sistematico e diffuso, con ferrea determinazione a delinquere, invariabilmente, nei confronti di tutti gli imprenditori assegnatari di appalti di servizi e forniture da parte del V Reparto Maricommi di Taranto”. Di pubblici ufficiali che avrebbero agito “sostanzialmente alla stregua dell’agire della malavita organizzata”. Chiedendo il pizzo agli imprenditori.
 
Ora, rispetto a quei fatti, c’è un cambio di paradigma. Gli imprenditori e gli alti ufficiali appaiono un tutt’uno. Concordano prezzi, quantità. Lo fanno in incontri segreti in cui ci si pone l’obiettivo di porsi al riparo da eventuali possibili contestazioni da parte di altri imprenditori esclusi, “talvolta fruendo delle informazioni di compiacenti rappresentanti delle forze dell'ordine”. Cercando di conoscere in anteprima l’esistenza di eventuali indagini nei loro confronti o di evitare rapporti con imprenditori "inaffidabili", quelli che “se la sono cantata l’altra volta”. Si, “perchè con i Carabinieri siamo coperti” (un carabiniere, Paolo Cesari è ai domiciliari). “Con quell’altro siamo coperti” ( nelle carte compare il nome di poliziotto, ma che non risulta indagato) “Gli unici... coperti fino a un certo punto con la Guardia di Finanza” ammette uno degli indagati, considerato il collante tra gli ufficiali e gli imprenditori e rivolgendosi al capo del gruppo, il capitano di vascello Giovanni Di Guardo che era stato mandato dall’allora Capo di Stato Maggiore, (ora in pensione) generale De Giorgi, da Roma, per moralizzare la base militare di Taranto! Ed è proprio verso Roma che è puntata ora l’attenzione degli investigatori. Verso gli uffici dove Di Guardo avrebbe incontrato alcuni imprenditori, prima del suo arrivo nella città pugliese, chiamato a mettere ordine dopo gli arresti dei suoi precedessori. Dunque dalle basi militari della Puglia agli uffici romani dei ministeri della Difesa sono in tanti ora a tremare. Si lamentava, invece, il Capitano, di un imprenditore “infedele” al cospetto di un altro, invece, amico, Valeriano Agliata, destinatario nell’ultimo anno con le sue cinque società di commesse pari a quasi due milioni di euro: “quando io vengo fisicamente con i mobili, con le valigie da Roma, ti dovresti far trovare al casello, a Massafra, prima ancora che apro la bocca dovresti dire: scusa questo è quello che ti devo dare". È questo il modo di entrare nel giro, secondo il Sultano di Maricommi: “per cui c’è Valeriano, c'è Gianni e c'è pure Piero". E Agliata risponde: “certo.
 
Così Taranto, dunque, la terza città meridionale per estensione ed abitanti (isole escluse) è continuamente ferita dall’operato di un blocco granitico, politico, militare, imprenditoriale e sociale, rappresentativo di interessi e affari spesso inconfessabili, tutti a danno della collettività. In questo modo, da circa trent’anni è una città laboratorio dei crimini commessi dai colletti bianchi. È un altro fatto che a valle di una cruenta e fratricida guerra di mala che a cavallo tra gli anni’80 e ’90 provoca centosessanta morti, emerge un ceto, una classe dirigente che elegge prima Giancarlo Cito (poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa) sindaco e parlamentare. Poi, quella stessa classe saccheggia le casse del Comune provocando il dissesto finanziario più imponente nella storia della Repubblica. Sono parte di uno stesso agire politico imprenditoriale criminale, inoltre, le arcinote vicende che hanno portato al gravissimo disastro sanitario e al sequestro della fabbrica più grande in Europa; in cui, nonostante ciò, sono morti sette operai negli ultimi quattro anni. Così come è la stessa tendenza politica a “fottere il Pubblico, ciò che è Comune” che ha portato i magistrati a scoprire la più pervasiva tangentopoli con le stellette degli ultimi venti anni.
 
È il sistema Taranto. E forse non c’è nessun altra classe dirigente locale, oggi, in Italia, capace di eguagliare questi record.

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18/04/2016

La 'fregata' per gli italiani

In un’ipotetica lista dei ministeri piagnoni, ossia quei ministeri che chiedono in continuazioni quattrini per i loro bilanci, non si potrebbero che annoverare tra i capolista i ministeri della Difesa e degli Interni.

Le motivazioni per cui questi due enti chiedano sempre più miliardi per le proprie spese sono sempre le solite: rinnovo dei mezzi e delle tecnologie, aumento di personale e stipendi, ecc. ecc.

Ogni ministro che si sia alternato a codeste poltrone ha più volte utilizzato motivazioni di “contingenza” interna prima di tutto ed esterna nel chiaro caso del Ministero della Difesa. Proprio quest’ultimo ha potuto contare su temi come terrorismo e immigrazione, che innescano, come la storia ci insegna, nascite di galline dalle uova d’oro o vacche grasse, da mungere fin che ce ne sia la possibilità.

Saltato agli onori della cronaca nell’affare con il marito, il più semplice esempio di corruzione, nonostante non si vedano scene alla mafia “Capitale”, la Pinotti ha saputo regalare perle di spesa pubblica per quel Ministero sempre in rosso come quello dell’Economia.

A piangere soldi e finanziamenti è l’ammiraglio Di Giorgi, quello che pare abbia avuto la possibilità di rendere una vita in Marina decisamente “pittoresca” qualora il dossier anonimo di trecento pagine redatto nei suoi confronti dovesse trovare conferma. Se non ora quando? Si sarà detto l’Ammiraglio, proprio alla luce della situazione libica e di un mediterraneo in tempesta, questione migranti e nuovi sbarchi compresi. Ecco, quindi, farsi avanti l’Ammiraglio chiedendo il rinnovo di una parte della flotta Militare italiana, spesa: 5,4 miliardi di euro.

Detto fatto, approvato dai parlamentari nell’inverno del 2014/2015, il piatto è servito. Peccato che quest’operazione sia stata fatta dipingendo il restyling proposto dall’ammiraglio con una pennellata di umanitarismo. Finanziamenti riguardanti unità navali che potessero essere di soccorso umanitario e protezione civile. I costi dell’operazione erano stati definiti acronisticamente “bassi”. Come sempre accade un gioco al ribasso fatto per non destare troppi sospetti, ma non appena si è avuto il parere favorevole da parte del parlamento ecco che i costi sono lievitati. Il menù parla di: Pattugliatori Polivalenti di Altura (PPA) euro 2.620.000.000, Unità anfibia multiruolo (LHD) euro 844.000.000, Unità d’Altura di Supporto Logistico (LSS) euro 325.000.000, mezzi navali polifunzionali ad altissima velocità euro 40.000.000.

A circa un anno di distanza i conti e i progetti di questo piano vengono a galla, quello che colpisce non è tanto la distrazione dei politici (coscientemente voluta) nel votare un piano del tutto offuscato da documenti incompleti e palesemente in contrasto tra loro, ma il fatto che gli attori in gioco siano riusciti a utilizzare per l’ennesima volta quelle che sono le tasche del Ministero dell’Economia, in due parole: soldi nostri.

I documenti che allora furono presentati in Parlamento parlavano dell’acquisto di un’unità anfibia multiruolo per il concorso della difesa ad attività di soccorso umanitario da 844 milioni di euro (supporto alla Protezione Civile in operazioni di disaster relief o nel concorso in operazioni di evacuazione e/o assistenza umanitaria/calamità naturali e ricerca/soccorso) e di sei pattugliatori polivalenti di altura per la sorveglianza marittima tridimensionale del costo medio di 437 milioni (controllo flussi migratori, soccorsi in mare, tutela ambientale). Chiaramente il caso ha iniziato a emergere quando Fincantieri e Finmeccanica hanno iniziato a presentare i documenti con le iniziali cifre dettagliate, dove i costi avevano subito un iniziale e considerevole aumento. La nave anfibia umanitaria era diventata una portaerei per F-35B, quindi di dimensioni importanti (245 metri), nessun rimpiazzo o evoluzione delle navi San Giorgio, San Marco e San Giusto o rimpiazzo della portaerei Garibaldi, come appunto fu raccontato al Parlamento, ma di nuova portaerei pare denominata “Trieste”. Nonostante che nel 2009 fosse stata acquistata una portaerei del valore di 1,5 miliardi di euro ecco pronta un’altra “fregata” per i cosiddetti contribuenti. Tra l’altro la portaerei acquistata 7 anni fa’ non ha potuto fare molta “strada” visti i costi di mantenimento, ben 1,5 milioni di euro per una settimana di navigazione, venne infatti utilizzata solo per un paio di tour in America Latina, Medioriente e Africa, inizialmente si era anche detto che sarebbe stata utilizzata in Libia nel 2011, cose che non avvenne. Per quanto abbia potuto solcare i mari, non ha fatto altro che promuovere nei suoi pochi viaggi una sorta di fiera galleggiante delle armi made in Italy (spesata dai privati), venne anche utilizzata nel 2015 per alcuni mesi all’operazione Eunavfor Med (contrasto al traffico di esseri umani in Mediterraneo centro-meridionale).

Anche per i pattugliatori “umanitari”, le documentazioni provano un’inversione di costi e utilizzo: aumentati da sei a sette, i pattugliatori diventarono fregate/caccia torpedinieri lanciamissili da prima linea (decisamente superiori in dimensioni e portata), i costi di partenza inizialmente furono di 437 milioni per poi arrivare inevitabilmente a 560 (dati Fincantieri 2015).

Sovradimensioni di mezzi e di conseguenza di costi non fermarono l’allora Parlamento neanche per un momento dall’approvare tali spese, aldilà dei dati imprecisi forniti alle aule di Camera e Senato per la richiesta di finanziamenti di tale portata, una volta scoperto l’arcano non si può certo dire che i politici si siano disperati per la presa in giro servita dall’allora Ministro della Difesa Pinotti e dall’ammiraglio De Giorgi. Tanto i costi di questi accordi come sempre sono scaricati sulla collettività che non comprende certo i responsabili di tali spese. Com’è provato che quello che arriva in parlamento non è niente di più che il frutto di accordi presi in tutt’altre sedi. Così che lo stesso ammiraglio De Giorgi, vista la possibilità di contare sulle maglie larghe del sistema, era pronto a chiedere un ulteriore legge che gli avrebbe permesso di accedere ad altri 5 miliardi di euro.

Sicuramente l’accantonamento di quest’ultimo progetto, viste le vicende giudiziarie che hanno coinvolto gli attori in campo (Poletti-De Giorgi), sarà riproposto non appena le acque si calmeranno. Le lacrime di coccodrillo che questi individui sono pronti a far scorrere per i loro interessi dovranno solo trovare altre facce presentabili e il gioco sarà fatto. Sempre che non si arrivi a una partecipazione dal basso per impedire tali sperperi di denaro pubblico sulla pelle di un Paese sempre più alla deriva, dove i poveri continuano ad aumentare segnando quota sette milioni. Persone costrette a rinunciare persino alle cure sanitarie, impossibilitate a sostenere una spesa inaspettata, permettersi un pasto a base di carne ogni tre giorni o mantenere una casa. Una situazione che chiederà il conto presto o tardi.

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02/04/2016

Lo Stato al soldo dei petrolieri. Indagato anche il capo della Marina Militare

Mentre l’ex ministro dello sviluppo economico, l’imprenditrice Federica Guidi, protesta sui giornali di “non aver voluto favorire mio marito” (facendo passare l’emendamento che gli avrebbe procurato un subappalto con la Total), l’inchiesta della Procura di Potenza si rivela molto più consistente del previsto.

Con l’iscrizione nel registro degli indagati di Giuseppe De Giorgi, capo di Stato maggiore della Marina, e di Valter Pastena, dirigente della Ragioneria dello Stato, altri pezzi consistentissimi della struttura istituzionale e di potere finiscono sotto inchiesta. Anche per loro l’accusa è di associazione per delinquere, abuso d’ufficio e traffico di influenze. Per inciso, è la stessa imputazione rivolta a carico di  Gianluca Gemelli, convivente della Guidi.

Per capire il clima di questo disgraziato paese, però, andrebbero letti attentamente alcuni tweet “populisti” e “anticasta” che lo stesso Gemelli aveva messo in rete, e che mostrano come l’attuale “classe imprenditoriale” italica sia capace di giocare tutte le parti in commedia:
A tutti i politici… il governo ha carta bianca per tartassare i cittadini, ma non può abbassare gli stipendi dei parlamentari… BUFFONI!!!

Ai politici... Se non adeguate i vs stipendi a quelli europei non potete permettervi di chiedere sacrifici. La gente è stanca di voi!!!

Perché Francia e Germania hanno fatto l’accordo con la Svizzera e da noi tartassano sempre gli stessi???

E’ avvilente dover constatare che non abbiamo offerta politica credibile, l’Italia ha perso l’occasione Renzi!!!
Un vero campionario di frasi fatte apposta per la rete e che dimostra quanto questo imprenditore – che pure aveva un ministro in casa, da cui avrebbe preteso emendamenti a suo favore, e che quindi era, insieme alla ministra-imprenditrice, a tutti gli effetti un membro della “casta” – sia pronto a cavalcare qualsiasi cavallo. Oggi (qualche giorno fa; l’ultimo di questi tweet è di febbraio, poche settimane dopo aver incassato l’emendamento petrolifero che ha inchiodato sua “moglie”) a palazzo Chigi c’è ancora Renzi, ma se domani dovessero arrivare fascio-leghisti o grillini, lui sarebbe prontissimo ad esibire un curriculum “anticasta”. E a chiedere altri emendamenti, ovvio…

Inutile dire che, con queste nuove conferme, la tempesta che Renzi aveva provato ad arginare non potrà che crescere di potenza. Anche perché uno dei pilastri della “comunicazione” filorenziana – la corazzata Repubblica – sembra non voler fare più troppi sconti a un governicchio partito per “innovare” e in via di decomposizione per vicende da salumieri… Vedi qui.

Col passare delle ore, del resto, la pressione dell’inchiesta sul governo si fa più diretta. I pubblici ministeri di Potenza, infatti, hanno deciso di “ascoltare” il ministro per i Rapporti con il Parlamento, miss Maria Elena Boschi, e l’ormai ex dello Sviluppo economico, Federica Guidi. Naturalmente, come avviene spesso in questi casi, saranno i magistrati ad andare a Roma e non viceversa. Se non altro per non sentirsi rinviare all’infinito l’appuntamento per “sopravvenuti impegni istituzionali” (che la Guidi, comunque, non ha più...).

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15/12/2014

Roma. Inchiesta Mafia-Capitale. Altri sei arresti, tre sono militari


Questa mattina ci sono stati altri 6 arresti nell'ambito dell'inchiesta su Mafia Capitale. La Guardia di Finanza ha effettuato 6 ordinanze di custodia cautelare e tre dei destinatari risultano appartenenti alla Marina Militare. L'ambito dell'inchiesta per il quale sono state eseguite le ordinanze, riguarda un presunto commercio nero di carburante che avrebbe rifornito le pompe di benzina legate al clan di Carminati e Buzzi. Gli arrestati sono Mario Leto (capitano di Corvetta della Marina Militare), Sebastiano Distefano (primo maresciallo Marina Militare) e Salvatore Mazzone (maresciallo Marina Militare). In manette anche Lars P. Bohn, Massimo Perazza e Andrea D'Aloja, titolari di società per le forniture del carburante. Gli indagati risultano essere dieci. Inoltre i pm della Procura di Roma che indagano su Mafia Capitale fanno sapere di aver avviato accertamenti relativi ad un pestaggio, nell'aprile scorso, contro un sottufficiale della Guardia di Finanza di Cisterna di Latina che stava svolgendo indagini su una società pontina che aveva avuto rapporti con la cooperativa di Salvatore Buzzi.

Intanto aumentano i segnali di crisi della giunta del sindaco Marino. Anche l'assessore alle Politiche sociali del Comune di Roma, Rita Cutini, ha rassegnato le dimissioni. Da quanto si apprende, sarà sostituita da Francesca Danese, presidente del Cesv (Centro di servizio per il volontariato del Lazio) e vice presidente di Csv.net, il coordinamento nazionale di Centri di servizio.

Le dimissioni della Cutini, erano nell’aria da tempo anche per pressioni all'interno della giunta, ma la bufera scatenata dall'inchiesta su mafia capitale ne aveva rafforzato la posizione in giunta dal momento che, nelle intercettazioni, veniva descritta come una figura di ostacolo alle manovre di Massimo Carminati e Salvatore Buzzi. E invece è accaduto l'esatto contrario: le dimissioni le ha date chi contrastava il mondo di mezzo. Con le dimissioni della Cutini è salito a cinque il numero di assessori che, in un anno e mezzo, ha lasciato la giunta Marino. La prima fu Daniela Morgante (Bilancio), rimpiazzata da Silvia Scozzese. Poi Flavia Barca (Cultura), al cui posto entrò Giovanna Marinelli. Infine Luca Pancalli (Sport e Stili di vita) e Daniele Ozzimo (Casa), che ha lasciato l’incarico dopo l’indagine a suo carico nella vicenda Mondo di mezzo.

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22/09/2014

Maxi unità da guerra Fincantieri all’Algeria


Entro la fine dell’anno la Marina militare della Repubblica d’Algeria potrà estendere il suo raggio d’azione a tutto il bacino mediterraneo e all’Africa occidentale. Nei giorni scorsi, presso lo stabilimento Fincantieri di Muggiano (La Spezia), si è svolta la cerimonia di consegna di una grande unità da guerra anfibia, la “Kalaat Beni-Abbes” che farà da nuova ammiraglia della flotta della Marina algerina. L’imbarcazione è nata dall’evoluzione tecnologica delle unità da sbarco e supporto logistico della classe “San Giusto”, in dotazione della Marina militare italiana; ha una lunghezza di 143 metri, una larghezza di 21,5 metri e un dislocamento a pieno carico di 8.800 tonnellate. A una velocità di crociera superiore ai 20 nodi, la nuova nave ammiraglia potrà trasportare oltre 600 persone (152 membri d’equipaggio, 12 addetti al servizio volo e 430 marines), 15 carri armati o 30 tank blindati leggeri e 5 elicotteri da combattimento di medie dimensioni. La “Kalaat Beni-Abbes” dispone di un ponte di volo con due punti di atterraggio per elicotteri, a prua e a poppa, ed è attrezzata con un ospedale da 60 posti letto e diverse sale operatorie, per operare come supporto sanitario alle truppe. All’interno dell’unità è presente un bacino allagabile che può alloggiare un mezzo da sbarco di pronto intervento lungo 20 metri e pesante 30 tonnellate, su cui possono essere imbarcati 140 uomini o un carro armato pesante; altre due imbarcazioni di pari dimensioni possono viaggiare fissate sul ponte garage, ed essere movimentate attraverso un carroponte. Il sistema d’armamento, prodotto anch’esso in Italia da aziende del gruppo Finmeccanica, include i missili antiaerei a corto raggio Aster 15 (MBDA-Thales-Finmeccanica) e i cannoni OTO Melara da 25 e 76 mm. Le apparecchiature elettroniche includono il radar EMPAR prodotto da Selex ES (altra impresa italiana del gruppo Finmeccanica), il sistema di rilevamento e guerra elettronica SCLAR-H (OTO Melara) e il sistema di gestione combattimento “Athena-C” (Selex ES).

L’unità da guerra è stata commissionata nel 2011 dal Ministero della difesa algerino a Orizzonte Sistemi Navali (società controllata da Fincantieri e partecipata da Selex ES) ed è stata realizzata per un buon 90% negli stabilimenti Fincantieri di Muggiano e Riva Trigoso (Sestri Levante). Responsabile dell’integrazione dei sistemi di bordo è stata la Seastema SpA, società con sede a Genova operante nella progettazione, sviluppo e realizzazione di sistemi di automazione integrata in ambito navale, creata nell’ambito di una joint venture paritetica tra Fincantieri e la holding svizzera ABB. Oltre alla costruzione della “Kalaat Beni-Abbes”, Fincantieri ha coordinato la produzione nel cantiere navale algerino di Mers El Kebir (città del nord-ovest nei pressi di Orano) delle tre unità da sbarco minori Landing Craft Vehicle Personnel – LCVP, trasportabili dalla nave ammiraglia. Il valore della commessa è stato stimato in 400 milioni di euro circa, più il costo dei cinque elicotteri AW101 che la Marina militare algerina ha ordinato ad AgustaWestland  (Finmeccanica).

La decisione algerina di commissionare all’Italia la costruzione della grande unità da guerra è il frutto di un sapiente e spregiudicato pressing promozionale orchestrato congiuntamente dai manager di Fincantieri, dal governo italiano guidato al tempo da Romano Prodi e dai massimi vertici della Marina militare. Nel novembre del 2007, il complesso militare-politico-industriale italiano organizzò una trasferta in Algeria della nave da sbarco “San Giusto”, con a bordo assetti anfibi del Reggimento San Marco ed elicotteri da guerra antisommergibile “Sikorsky SH-3D”; in tale occasione fu organizzata, a favore degli osservatori delle forze armate algerine, una dimostrazione delle capacità anfibie dell’unità navale, degli elicotteri e dei veicoli dei marò imbarcati. A guidare la delegazione italiana ad Algeri, c’era il sottosegretario alla Difesa, Lorenzo Forcieri, senatore ligure eletto nelle liste dei Democratici di sinistra-Ulivo, poi presidente Pd dell’Autorità portuale di La Spezia.

La Marina militare ha offerto il suo importante contribuito all’affaire, fornendo il supporto logistico e l’addestramento dell’equipaggio algerino. “Questo progetto ha visto la luce nell’ambito di un ampio e innovativo  programma di cooperazione italo-algerina che attribuisce, alla Marina Militare Italiana, un pieno e diretto coinvolgimento nell’addestramento del primo equipaggio”, riporta il comunicato stampa emesso dal Ministero della Difesa il 17 gennaio 2014, in occasione del varo dell’unità da sbarco, evento che era stato posticipato di un mese a causa di un incidente mortale accaduto nello stabilimento Fincantieri di Riva Trigoso a un ufficiale della società di rimorchiatori incaricata di assistere la “Kalaat Beni-Abbes”.

Dall’ottobre 2013 ad oggi, la Marina italiana ha gestito intensi cicli addestrativi a favore di 190 militari algerini. Le attività sono state svolte presso il Centro di Addestramento Aeronavale della Marina Militare (MARICENTADD) di Taranto e presso l’Ufficio Allestimento e Collaudo Nuove Navi (MARINALLES) di La Spezia. A fine novembre, l’unità da guerra algerina sarà trasferita a sud di Taranto per svolgere una prima missione in mare aperto e le esercitazioni a fuoco con i cannoni OTO Melara da 76 mm. Nel primo semestre 2015 alcuni ufficiali algerini saranno ospiti a Taranto del Centro di simulazione al combattimento della Marina militare, mentre un altro gruppo di militari algerini sarà addestrato presso la base navale di La Spezia. Nella città ligure ci si avvarrà inoltre delle strutture disponibili presso la “Fincantieri Training Academy”, un progetto nato per iniziativa della holding italiana della cantieristica e della Marina militare, destinato alla formazione del personale di bordo delle unità in via di consegna. “Il crescente impegno nell’assistenza tecnica ed addestrativa alla Marina Algerina presso l’industria nazionale si aggiunge alle attività già supportate da MARINALLES La Spezia nell’ambito delle cooperazioni internazionali (Iraq, Kenya, Russia, India, Finlandia, Emirati Arabi Uniti)”, spiega il Ministero della Difesa. “L’impegno della Marina Militare ha per molti aspetti un carattere innovativo nel mondo delle costruzioni navali, rappresentando un esempio prima unico e vincente delle sinergie che Industria e amministrazione della Difesa possono mettere a disposizione del Sistema Paese italiano. Il settore addestramento marine estere costituisce una preziosa risorsa, poiché l’aggiunta di un pacchetto addestrativo rende l’offerta di costruzioni di nuove navi molto più appetibile, accrescendo notevolmente la competitività della cantieristica nazionale”.

Le autorità militari algerine hanno fatto sapere di voler ordinare anche un’unità cacciamine ai cantieri Intermarine di Sarzana (La Spezia), affidando ancora una volta l’addestramento dell’equipaggio alla Marina italiana. Algeri si conferma un ottimo cliente anche per Finmeccanica. Oltre agli AW101 che saranno imbarcati sulla “Kalaat Beni-Abbes”, nell’agosto 2012 la Marina algerina ha ordinato ad AgustaWestland sei elicotteri Super Lynx 300 da destinare alle due fregate lanciamissili della classe “Meko A200” acquistate in Germania. I Super Lynx non saranno però prodotti in Italia, bensì a Yeovil (Gran Bretagna). Altri quattro elicotteri Super Lynx Mk 130 e sei AW101 Mk 610 Merlin sono stati consegnati alle forze armate algerine tra la fine del 2010 e l’inizio 2011. Secondo quanto pubblicato recentemente dal periodico Air Forces Monthly, le autorità algerine sarebbero intenzionate ad affidare ad AgustaWestland la produzione di un’ottantina di elicotteri AW101 e AW109 da destinare ai reparti militari, di polizia e della Gendarmeria nazionale.

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11/03/2014

Anonymous svela segreti della Marina Militare


Colpo grosso di Anonymous, che è riuscito ad accedere ad un bel po' di documenti "classificati" della Marima Militare Italiana. Oltre un migliaio di file e quasi 260 mega di dati. Una massa notevole che, proprio per questo, è stata letta e analizzata soltanto in minima parte.

Quel che è stato letto, però, sembra già sufficiente a qualificare l'azione come una delle più importanti del "nodo" nazionale di Anonymous. Come riferisce anche Carola Frediani su Wired, "Tra i file messi online molti riguardano il progetto Fremm, cioè le Fregate europee multi-missione, nate da un progetto congiunto tra Francia e Italia – quest’ultima tramite Orizzonte sistemi navali, società di ingegneria navale costituita da Fincantieri e da Finmeccanica. Secondo gli hacktivisti, dalle mail trafugate emergerebbero commenti poco lusinghieri sulla tecnologia complessivamente implementata nel progetto, e in particolare nei confronti del loro radar che non funzionerebbe a dovere".

Soltanto il programma Fremm, viene sottolineato, comporta spese per 11 miliardi di euro. Particolare divertente: l'acquisto delle fregate avviene in tandem, insieme alla Francia; ma all'Italia costeranno di più. Siamo più professionali, in queste cose...

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12/06/2013

Difesa, nuove navi da guerra per la Marina (e l'Eni). Chi paga? I ministeri “civili”

De Giorgi lancia l'allarme: "La flotta si sta pericolosamente assottigliando e a breve non sarà più in grado di tutelare gli interessi nazionali". In realtà la sfida per un piano di riarmo navale è tutta "interna" per ristabilire l'equilibrio con esercito ed aeronautica. E i nuovi acquisti serviranno anche a proteggere i nuovi giacimenti di gas naturale in Mozambico

“E’ necessario e urgente avviare nuovi programmi di investimento per rinnovare la flotta della marina militare che si sta pericolosamente assottigliando nei numeri e nelle capacità e a breve non sarà più in grado di tutelare gli interessi nazionali: solo così si salva la marina militare, che altrimenti nel 2025 cesserà di esistere come forza operativa”. In occasione della festa della Marina istituita da Mussolini nel 1939 in ricordo dell’impresa di Premuda (l’affondamento in Adriatico, durante la prima guerra mondiale, della corazzata austro-ungarica Santo Stefano ad opera dei Mas della regia marina, costato la vita di 89 persone), il nuovo capo di Stato maggiore delle forze navali, ammiraglio Giuseppe De Giorgi, ha usato toni drammatici per pressare il governo Letta affinché allarghi i cordoni della borsa per finanziare l’acquisizione di nuove navi da guerra.

De Giorgi vuole che la sua forza armata non sia più “la cenerentola in termini di budget rispetto ad esercito e aeronautica”, come ha detto qualche settimana fa, e per questo oggi chiede per la Marina “rinnovate attenzioni da parte della nazione”. Come a dire: basta parlare solo dei cacciabombardieri F-35 perché anche la Marina ha le sue esigenze. Che non si limitano alle dieci famose fregate multi-missione Fremm da 5,68 miliardi, per le quali il nuovo sottosegretario alla Difesa, Roberta Pinotti, ha appena sbloccato un nuovo finanziamento da 749 milioni di euro promettendone un altro entro fine anno.

L’ammiraglio si riferisce infatti a un nuovo programma di riarmo navale del quale, fino a poche settimane fa, nessuno aveva mai sentito parlare: quello per l’acquisizione di dodici unità multiruolo di tipo Lcs (Litoral Combat Ship, ovvero navi da combattimento costiero) che dovrebbero rimpiazzare i 12 pattugliatori classe Soldati, Cassiopea e Comandanti (questi ultimi entrati in servizio solo nel 2001-2002), le 4 fregate classe Maestrale non ammodernate e 6 delle 8 corvette classe Minerva – le unità in dismissione nei prossimi anni sono una trentina, e secondo De Giorgi arriveranno a 51 nell’arco di 10 anni.

Ma quanto costeranno queste nuove navi? In una recente intervista alla rivista specializzata americana Defense News, De Giorgi ha spiegato: “La nave che ho in mente per affiancare le Fremm è una nave dual-use, veloce e modulare, lunga 125 metri e larga 15, con una stazza da 4 tonnellate e una velocità di almeno 35 nodi, armata con un cannone da 127 mm a prua e uno da 76 mm a poppa e dotata di una ponte d’atterraggio per elicotteri. Saranno una versione semplificata delle Fremm e rispetto a queste costeranno circa due terzi”. Poiché ogni Fremm costa in media mezzo miliardo di euro, le nuovi navi verranno almeno 300 milioni l’una. Il che significa 3,6 miliardi per l’intero programma.  In questa stessa intervista De Giorgi ha dichiarato che, pur essendo il programma ancora in fase iniziale, “lo Stato maggiore ha già dato l’autorizzazione preliminare per l’acquisizione di sei navi”. Buono a sapersi. Ma chi sarà a pagare per queste mini-Fremm?

Vista l’insistenza dell’ammiraglio nel porre l’accento sulla natura “dual-use” militare e civile di queste nuove navi (“utili in pace e in guerra”, utilizzabili anche per interventi umanitari e di protezione civile o per scopi di ricerca scientifica da parte “del Cnr e di altre istituzioni della ricerca nazionale”), si intuisce che questo ennesimo investimento, descritto come utile “non solo per salvare la Marina, ma per lo sviluppo del sistema Paese”, sarà sostenuto ancora una volta da quelli che sono ormai divenuti i nuovi finanziatori civili delle spese militari italiane: il ministero dello Sviluppo Economico (che già finanzia, tra le altre cose, le Fremm) e magari anche il ministero dell’Istruzione (che attraverso il Cnr paga la nuova unità navale di supporto a forze speciali e sommergibili).

A rigor di logica De Giorgi farebbe meglio ad andare a battere cassa da Paolo Scaroni, visto e considerato che – come accennato dallo stesso capo di Stato maggiore della Marina in una recente intervista a Milano Finanza – queste nuove navi potranno tornare utili per proteggere dai pirati i nuovi giacimenti di gas naturale offshore scoperti dall’Eni in Mozambico e per scortare le petroliere del cane a sei zampe che solcano le rischiose acque dell’Oceano Indiano.

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24/05/2013

Spese militari, avanti tutta

La Marina annuncia il piano per costruire altre dodici navi da un miliardo e mezzo. Un programma non previsto dai bilanci. Con la scusa delle calamità e della disoccupazione.

* (20 maggio 2013) http://espresso.repubblica.it/dettaglio/spese-militari-avanti-tutta/2207338/25

Dodici nuove navi per la Marina Militare. Ma poiché siamo in tempi di crisi, si tratterà di navi innovative che «un giorno potranno essere ospedali galleggianti in caso di calamità e il giorno successivo combattere una guerra ad alta intensità»: parole dell'ammiraglio Giuseppe De Giorgi, comandante in capo della flotta.

Il progetto irrompe nel dibattito sulle spese della Difesa, senza che fosse mai stato citato finora nei programmi dei governi. «E' un concetto in fase iniziale, ma lo Stato maggiore ha già dato l'approvazione preliminare per costruirne sei», ha dichiarato De Giorgi in un'intervista al sito specializzato Defensenews. Il costo? «Sarebbe due terzi di quello delle fregate Fremm». Il prezzo di una Fremm è di circa 350 milioni di euro, si tratterebbe quindi di un cifra vicina ai 250 milioni. E dove si pensa di trovare i fondi per finanziarne ben sei? Si può in questo momento, senza risorse nemmeno per la cassa integrazione, lanciare un'operazione da un miliardo e mezzo di euro?

L'ammiraglio ha fornito una spiegazione chiara delle esigenze della Marina. Nei prossimi anni trenta unità andranno in pensione, mentre è previsto l'ingresso in linea di sole dieci fregate Fremm. Ecco quindi l'idea di far partire questo progetto, con dodici navi che avranno una stazza tra le 3500 e le 4000 tonnellate, lunghe 125 metri e larghe quindici. Ma «le unità che ho in mente dovrebbero essere concepite sin dall'inizio come dual use», ossia convertibili «in modo rapido e modulare» da scopi bellici a umanitari.

Cosa significa? Le "mini-fregate" avranno due cannoni e una stiva modulare. Lì si potranno inserire centrali di controllo e armamenti, come missili di vario tipo e siluri. Oppure in caso di disastri naturali «potrà ospitare 230 letti, fornire acqua potabile ed elettricità per una comunità di 6000 persone. L'alta velocità gli permetterà di intervenire rapidamente nei luoghi dei disastri. Se guardate la mappa dell'Italia, potete vedere che queste navi con i loro elicotteri potranno raggiungere qualunque zona del Paese».

Una previsione forse ottimistica. Gli ultimi terremoti sono stati a l'Aquila, nelle montagne tra Marche e Umbria e ancora prima in Irpinia e Friuli: tutte aree parecchio lontane dalla costa. E, come ha scritto "l'Espresso" in un'inchiesta di Fabrizio Gatti nel numero in edicola, oggi anche la Protezione Civile ha altri problemi: una disperata carenza di fondi per la prevenzione, in un territorio fragile dove case e capannoni si sbriciolano alla prima scossa, come è accaduto in Emilia.

Pure le forze armate stanno vivendo lo stesso problema. La spending review comporta tagli massicci, che influiscono sull'addestramento dei reparti in missione in Libano e Afghanistan. Mentre altri progetti ad alto costo sottoscritti dai governi di destra e sinistra, come il supercaccia F35, impegnano risorse colossali. Tanto che, come ha annunciato tre giorni fa il neo sottosegretario alla Difesa Roberta Pinotti, persino il finanziamento delle ulteriori fregate Fremm è stato rinviato di almeno sei mesi. E allora come si fa a pagare le nuove navi?

Il piano dell'ammiraglio De Giorgi cerca alleati nell'industria. «Per il Paese investire nella Marina in maniera più incisiva significherebbe dare una forte spinta all'economia e all'occupazione, non solo alla sicurezza», ha spiegato al quotidiano Mf. «Pensiamo a un'eccellenza come Fincantieri e al fatto che nei suoi cantieri viene utilizzato per il 90 certo l'acciaio proveniente dall'Ilva, per capire cosa si può mettere in moto con una commessa. L'indotto è enorme, va dai sistemi d'arma agli arredi».

Considerazioni fondate, indubbiamente. Che sosterrebbero tante aziende in difficoltà come Ilva, Fincantieri, Finmeccanica, spesso nell'ultima stagione protagoniste della cronaca giudiziaria per i comportamenti dei loro amministratori. Certo, ci sono tanti operai e tecnici d'eccellenza che rischiano il posto, come accade però in tutte le aziende italiane. Ricadute tecnologiche e occupazionali si possono avere anche investendo nelle università, nelle biotecnologie, negli ospedali, nelle start up. Mentre l'equazione industria bellica-crescita economica viene accolta con scetticismo crescente in tutto il mondo. Dieci anni fa il Sud Africa di Nelson Mandela, ad esempio, ne fece il fulcro del suo rilancio industriale: ora caccia supersonici e sottomarini costruiti a caro prezzo stanno arrugginendo, perché non ci sono soldi per farli funzionare.

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Delirio guerrafondaio parte due, deve essere la primavera che stenta a manifestarsi a fare questi effetti su cervelli giù evidentemente ai limiti delle proprie capacità...