L’interventismo militare europeo in Africa sta crescendo di mese in mese. Dopo i contingenti militari francesi, italiani, tedeschi e di altri stati europei nei paesi del Sahel e nel Corno d’Africa, da ieri è cominciata la missione militare dell’Unione Europea in Mozambico.
L’obiettivo dichiarato ufficialmente è quello di addestrare le Forze di difesa e sicurezza mozambicane per far fronte all’insurrezione jihadista nella regione di Cabo Delgado.
La missione militare europea è stata inaugurata con una cerimonia ufficiale a Maputo con la partecipazione dei ministri della Difesa del Mozambico, Jaime Neto, e del Portogallo, João Gomes Cravinho.
La sua durata sarà di due anni e il contingente sarà composto – per ora – da 140 militari, inviati in Mozambico a seguito della richiesta di aiuto del governo di Maputo nell’addestramento delle proprie truppe.
I 140 militari europei saranno suddivisi tra due centri di addestramento: uno per i commandos al campo militare di Dongo, a Chimoio, e l’altro per i marines a Katembe.
È stato lo stesso Consiglio dell’Unione Europea a dichiarare il 15 ottobre che “Il mandato della missione dovrebbe durare due anni. In questo periodo, il suo obiettivo strategico è sostenere il rafforzamento della capacità delle unità delle forze armate, che faranno parte di una futura forza di reazione rapida”.
La missione militare è stata denominata EUTM (European Union Training Mission) Mozambico e sarà guidata dal viceammiraglio Hervé Blejean, direttore della capacità di pianificazione e condotta militare, mentre la direzione operativa sarà affidata al generale di brigata Nuno Lemos Pires, ufficiale dell’esercito portoghese. Quest’ultimo è un “dettaglio” importante, sia perchè il Portogallo è l’ex potenza coloniale che dominava il Mozambico fino alla liberazione del 1974, sia perchè da giugno è proprio un alto ufficiale portoghese ad aver assunto il comando della EuroGendFor (la cosiddetta Gendarmeria Europea, ndr).
La provincia mozambicana di Cabo Delgado negli ultimi anni è stata oggetto di ripetuti attacchi armati di milizie jihadiste fino a pochi anni inesistenti nel paese, attacchi che nel marzo scorso hanno portato alla sospensione di importanti progetti relativi al gas.
L’insurrezione ha causato una crisi umanitaria che ha provocato lo sfollamento di 817 mila persone, secondo le stime del governo, e circa 3.100 morti.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/11/2021
21/10/2020
Può l’Occidente sconfiggere il “terrorismo islamico”?
L’Occidente sembra accorgersi dell’incendio che ha provocato ai quattro angoli del pianeta solo quando le fiamme lo lambiscono e ne avverte il calore.
Non importa che le sofferenze provocate da alcuni eventi di cui è corresponsabile siano state inflitte in maniera molto più ampio alla “periferia”, prima ancora che ci sia un qualche feedback nel “centro”. In sintesi: cioè che quello che succede qui è solo una frazione di ciò che accade là.
Per ciò che concerne il “terrorismo islamico” questa dinamica raggiunge il parossismo: non è stato forse l’Occidente – in combutta con le monarchie petrolifere del Golfo – ad utilizzarlo e diffonderlo per raggiungere i suoi scopi geopolitici?
Dall’Afghanistan, ai tempi della guerra ingaggiata dall’URSS, passando per i Balcani durante il processo (indotto) di disgregazione della Jugoslavia e l’aggressione alla Serbia poi, per giungere in Africa ed in “Medio Oriente” con la guerra alla Libia prima e alla Siria – fallita – e prima ancora in Iraq.
Operazioni miranti al “Caos Creativo”, con effetti collaterali incontrollati, come è tipico delle devastazioni causate da ogni apprendista stregone...
Ma questi non sono gli unici territori dove questo “cancro” – come definirlo altrimenti? – si è riprodotto. Basti pensare al Caucaso, alla Cina dello Xinjiang od ad altri parti dell’Asia, con le rispettive popolazioni a farne le spese nell’indifferenza internazionale. Ricordiamo soltanto gli effetti del terrorismo islamista ceceno in Russia...
Certamente però la percezione del fenomeno – complice degli apparati informativo-culturali “con l’elmetto”, assoldati dalle classi dirigenti – comincia a manifestarsi solo quando quella lunga scia di morte e distruzione torna fino a noi.
Magari nella forma di un efferato omicidio ai danni di un comune cittadino, perpetrato da un “estremista islamico”, com’è stato il caso dell’insegnate francese decapitato nella periferia parigina per opera di un francese di origine cecena qualche giorno fa. La cui famiglia, legata alla guerriglia islamica cecena, era “fuggita” dalla Russia ottenendo asilo politico in Francia.
È difficile incontrare una analisi che metta in correlazione gli effetti del neo-colonialismo e la diffusione dello jihadismo nel quadro degli Stati post-coloniali, dove sono fallite in parte, o totalmente, le politiche di indipendenza promosse da vecchi e nuovi padrini, così come nella costruzione di solide entità statali in grado di soddisfare con uno sviluppo autocentrato i bisogni delle proprie popolazioni, come nel caso di alcuni Paesi dell’Africa.
Abbiamo qui tradotto una inchiesta a più mani, pubblicata su Le Monde, che fa il punto sullo sviluppo dello jihadismo nel continente africano, a partire da dove si stanno articolando gli interessi neo-coloniali francesi e non solo, minacciati oggi dall’insorgenza islamica, come avviene per esempio intorno ai giacimenti di gas in Mozambico.
Sfruttamento delle risorse senza una contropartita (a parte le briciole che vanno ad ingrassare compiacenti élite locali), sradicamento della popolazione, inserimento degli jihadisti in questa contraddizione e quindi militarizzazione dei territori; sia da parte degli eserciti “regolari” sia con milizie private profumatamente pagate.
È questo il copione che si ripete sempre più spesso, in un circolo vizioso in cui alla dinamica estrattivismo/sradicamento/militarizzazione si è unito il “fattore islamico”, che con ogni probabilità agisce “conto terzi” per contrastare i tentativi di penetrazione di altri attori globali.
Non vorremmo fare un torto agli autori, ma sembra che il motore principale delle loro preoccupazioni, al di là della validità dello studio, sia la minaccia al più grande progetto africano di estrazione del gas in cui è coinvolta la francese Total, in Mozambico (la nona maggiore risorsa stimata del pianeta), più che la sofferenza dei 1300 morti e dei più di 210.000 sfollati, in una vera e propria guerra che non viene nemmeno chiamata così e che non fa, ovviamente, alcun clamore.
Un approccio “euro-centrico”, in fondo interessato più agli interessi materiali del proprio imperialismo e praticamente indifferente alle sofferenze arrecate alle popolazioni locali.
Sia detto per inciso ma nell’estrazione del gas off-shore in Mozambico è coinvolta anche l’ENI.
Se si fa l’elenco delle varie agenzie private della sicurezza coinvolte in fasi successive, si troveranno le maggiori compagnie mercenarie mondiali: Blackwater, Wagner, Dyck Advisory Group, ecc.
In un altro articolo di Le Monde su questa piccola guerra dimenticata, Total ammette di essersi avvalsa di 5 di queste agenzie e che era in corso una gara per affidare il contratto ad altre 7!
Non è l’unico nuovo progetto della multinazionale francese con effetti devastanti. Si pensi alla East Africa Crude Oil Pipeline, una conduttura di 1.445 km che dal Lago Alberta, in Uganda, giunge alla Costa Nord-Est della Tanzania, nell’Oceano Indiano.
Alla faccia del “capitalismo green”, dei 400 pozzi d’estrazione previsti a Tilenga, in Uganda, ben 132 sono in un parco nazionale protetto, con un progetto che impatta in maniera negativa circa 100 mila persone, negando loro le più elementari attività di sussistenza attraverso l’agricoltura.
Per le oligarchie europee la “transizione ecologica” si ferma ai propri confini.
Tornando all’articolo tradotto, abbiamo un quadro abbastanza realistico di come le maggiori “holding” del terrorismo islamico stiano anche loro “investendo in Africa”, divenuta in questi anni uno dei teatri principali della Jihad globale, con buona pace di coloro che credevano che l’ISIS fosse stato sconfitto perché battuto militarmente in “Medio Oriente”. I “tagliagole islamici” li stiamo vedendo anche al soldo della Turchia agire in Libia o nel conflitto armeno-azero.
Come dice un ricercatore citato nell’inchiesta: finché lo Stato Islamico continua a progredire in Africa, il sogno del ‘califfato’ globale non è morto. Aggiungiamo noi: finché le condizioni di esistenza a cui vengono costrette milioni di persone in Africa saranno quelle dettate dalle logiche coloniali, quel “sogno” o incubo continuerà ad avere uno spazio sociale reale.
Cambiano le strategie di radicamento – talvolta i guerriglieri islamici si sostituiscono ad una amministrazione statale assente – e le modalità operative, che fanno tesoro proprio delle sconfitte subite. Ma la condizione principale per cui prosperano è la distruzione che l’Occidente ha portato e continua a portare in quei territori anche tramite proprie truppe di occupazione – come è il caso del Sahel – o con l’uso dei soldati di ventura del XXI secolo.
L’Occidente capitalista può conseguire vittorie limitate contro lo jihadismo ma non certo vincere la guerra né all’interno dei propri confini – per quanto imponga politiche repressive – o fuori da questi – per quanto appronti coalizioni internazionali – perché è una delle prime cause del male che vorrebbe curare.
Buona lettura!
Non importa che le sofferenze provocate da alcuni eventi di cui è corresponsabile siano state inflitte in maniera molto più ampio alla “periferia”, prima ancora che ci sia un qualche feedback nel “centro”. In sintesi: cioè che quello che succede qui è solo una frazione di ciò che accade là.
Per ciò che concerne il “terrorismo islamico” questa dinamica raggiunge il parossismo: non è stato forse l’Occidente – in combutta con le monarchie petrolifere del Golfo – ad utilizzarlo e diffonderlo per raggiungere i suoi scopi geopolitici?
Dall’Afghanistan, ai tempi della guerra ingaggiata dall’URSS, passando per i Balcani durante il processo (indotto) di disgregazione della Jugoslavia e l’aggressione alla Serbia poi, per giungere in Africa ed in “Medio Oriente” con la guerra alla Libia prima e alla Siria – fallita – e prima ancora in Iraq.
Operazioni miranti al “Caos Creativo”, con effetti collaterali incontrollati, come è tipico delle devastazioni causate da ogni apprendista stregone...
Ma questi non sono gli unici territori dove questo “cancro” – come definirlo altrimenti? – si è riprodotto. Basti pensare al Caucaso, alla Cina dello Xinjiang od ad altri parti dell’Asia, con le rispettive popolazioni a farne le spese nell’indifferenza internazionale. Ricordiamo soltanto gli effetti del terrorismo islamista ceceno in Russia...
Certamente però la percezione del fenomeno – complice degli apparati informativo-culturali “con l’elmetto”, assoldati dalle classi dirigenti – comincia a manifestarsi solo quando quella lunga scia di morte e distruzione torna fino a noi.
Magari nella forma di un efferato omicidio ai danni di un comune cittadino, perpetrato da un “estremista islamico”, com’è stato il caso dell’insegnate francese decapitato nella periferia parigina per opera di un francese di origine cecena qualche giorno fa. La cui famiglia, legata alla guerriglia islamica cecena, era “fuggita” dalla Russia ottenendo asilo politico in Francia.
È difficile incontrare una analisi che metta in correlazione gli effetti del neo-colonialismo e la diffusione dello jihadismo nel quadro degli Stati post-coloniali, dove sono fallite in parte, o totalmente, le politiche di indipendenza promosse da vecchi e nuovi padrini, così come nella costruzione di solide entità statali in grado di soddisfare con uno sviluppo autocentrato i bisogni delle proprie popolazioni, come nel caso di alcuni Paesi dell’Africa.
Abbiamo qui tradotto una inchiesta a più mani, pubblicata su Le Monde, che fa il punto sullo sviluppo dello jihadismo nel continente africano, a partire da dove si stanno articolando gli interessi neo-coloniali francesi e non solo, minacciati oggi dall’insorgenza islamica, come avviene per esempio intorno ai giacimenti di gas in Mozambico.
Sfruttamento delle risorse senza una contropartita (a parte le briciole che vanno ad ingrassare compiacenti élite locali), sradicamento della popolazione, inserimento degli jihadisti in questa contraddizione e quindi militarizzazione dei territori; sia da parte degli eserciti “regolari” sia con milizie private profumatamente pagate.
È questo il copione che si ripete sempre più spesso, in un circolo vizioso in cui alla dinamica estrattivismo/sradicamento/militarizzazione si è unito il “fattore islamico”, che con ogni probabilità agisce “conto terzi” per contrastare i tentativi di penetrazione di altri attori globali.
Non vorremmo fare un torto agli autori, ma sembra che il motore principale delle loro preoccupazioni, al di là della validità dello studio, sia la minaccia al più grande progetto africano di estrazione del gas in cui è coinvolta la francese Total, in Mozambico (la nona maggiore risorsa stimata del pianeta), più che la sofferenza dei 1300 morti e dei più di 210.000 sfollati, in una vera e propria guerra che non viene nemmeno chiamata così e che non fa, ovviamente, alcun clamore.
Un approccio “euro-centrico”, in fondo interessato più agli interessi materiali del proprio imperialismo e praticamente indifferente alle sofferenze arrecate alle popolazioni locali.
Sia detto per inciso ma nell’estrazione del gas off-shore in Mozambico è coinvolta anche l’ENI.
Se si fa l’elenco delle varie agenzie private della sicurezza coinvolte in fasi successive, si troveranno le maggiori compagnie mercenarie mondiali: Blackwater, Wagner, Dyck Advisory Group, ecc.
In un altro articolo di Le Monde su questa piccola guerra dimenticata, Total ammette di essersi avvalsa di 5 di queste agenzie e che era in corso una gara per affidare il contratto ad altre 7!
Non è l’unico nuovo progetto della multinazionale francese con effetti devastanti. Si pensi alla East Africa Crude Oil Pipeline, una conduttura di 1.445 km che dal Lago Alberta, in Uganda, giunge alla Costa Nord-Est della Tanzania, nell’Oceano Indiano.
Alla faccia del “capitalismo green”, dei 400 pozzi d’estrazione previsti a Tilenga, in Uganda, ben 132 sono in un parco nazionale protetto, con un progetto che impatta in maniera negativa circa 100 mila persone, negando loro le più elementari attività di sussistenza attraverso l’agricoltura.
Per le oligarchie europee la “transizione ecologica” si ferma ai propri confini.
Tornando all’articolo tradotto, abbiamo un quadro abbastanza realistico di come le maggiori “holding” del terrorismo islamico stiano anche loro “investendo in Africa”, divenuta in questi anni uno dei teatri principali della Jihad globale, con buona pace di coloro che credevano che l’ISIS fosse stato sconfitto perché battuto militarmente in “Medio Oriente”. I “tagliagole islamici” li stiamo vedendo anche al soldo della Turchia agire in Libia o nel conflitto armeno-azero.
Come dice un ricercatore citato nell’inchiesta: finché lo Stato Islamico continua a progredire in Africa, il sogno del ‘califfato’ globale non è morto. Aggiungiamo noi: finché le condizioni di esistenza a cui vengono costrette milioni di persone in Africa saranno quelle dettate dalle logiche coloniali, quel “sogno” o incubo continuerà ad avere uno spazio sociale reale.
Cambiano le strategie di radicamento – talvolta i guerriglieri islamici si sostituiscono ad una amministrazione statale assente – e le modalità operative, che fanno tesoro proprio delle sconfitte subite. Ma la condizione principale per cui prosperano è la distruzione che l’Occidente ha portato e continua a portare in quei territori anche tramite proprie truppe di occupazione – come è il caso del Sahel – o con l’uso dei soldati di ventura del XXI secolo.
L’Occidente capitalista può conseguire vittorie limitate contro lo jihadismo ma non certo vincere la guerra né all’interno dei propri confini – per quanto imponga politiche repressive – o fuori da questi – per quanto appronti coalizioni internazionali – perché è una delle prime cause del male che vorrebbe curare.
Buona lettura!
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Mozambico, Sahel, Lago Ciad, Nigeria... Africa, il teatro di una nuova jihad
Mozambico, Sahel, Lago Ciad, Nigeria... Africa, il teatro di una nuova jihad
Jean-Philippe Rémy e Madjid Zerrouky – Le Monde
Intere parti del continente africano stanno conoscendo i “progressi” di circa 15.000 insorti islamisti. Gruppi come quello che ha sequestrato l’operatrice umanitaria francese Sophie Pétronin prima di scambiarla con una lunga lista di jihadisti imprigionati nel Sahel.
Si è ad un tavolo in un ristorante per carnivori preso in consegna nel quartiere degli affari di Sandton a Johannesburg, la capitale economica sudafricana. Una sera, all’inizio di ottobre, il cibo è buono. Il vino è generoso, le parole allegre.
Sembra quasi il “mondo prima” della pandemia di Covid-19, nonostante i tavoli lontani e le mascherine dei camerieri che portano bistecche spesse a piacimento, dopo mesi di chiusura di tutti gli stabilimenti. In Sudafrica, il picco della pandemia non è stato superato fino a settembre... Ma non è per questo che l’umore dei camerieri è così allegro.
Quest’ultimo, una forza della natura con un leggero accento afrikaner, è un ex capo dell’intelligence militare sudafricana che ora lavora per un operatore privato. Questo ex soldato è ora uno degli attori chiave delle società di sicurezza sudafricane.
Un uomo che, come tutti i suoi colleghi, sta affrontando una giornata di prosperità a causa di una crisi a poche centinaia di chilometri di distanza nella regione di Cabo Delgado in Mozambico. Analisti, manager di “gestione delle crisi”, fornitori di attrezzature e uomini, naturalmente... l’intero settore è in fibrillazione e ha in mente solo il nome di questo paese.
Lì, al nord, si sta diffondendo un’insurrezione islamista, iniziata quasi dal nulla tre anni fa. Gli insorti, conosciuti localmente come Chebab (giovani), sono apparsi in pieno giorno il 5 ottobre 2017. Lì, con mezzi molto limitati – non tutti i combattenti allora avevano armi da fuoco – il loro gruppo ha effettuato una prima incursione nel porto di Mocimboa da Praia, a quasi 3.000 chilometri da Maputo, la capitale, vicino al confine con la Tanzania.
Una regione che è anche, e soprattutto, in prospettiva un Eldorado ricco di gas. Un consorzio guidato dalla francese Total si sta preparando a costruire impianti di liquefazione del gas offshore nella penisola di Afungi, che è stata trasformata in un accampamento. In tre anni, gli Chabab, che hanno messo via i machete dei primi tempi, sono riusciti a lasciare il segno.
Pensavamo che fosse molto locale, e ora vediamo gruppi organizzarsi al punto di minacciare l’industria del gas”, dice l’ex soldato, “Diversi fattori si sono combinati tra il malcontento delle persone che si sentono abbandonate e le azioni dei servizi di sicurezza mozambicani, che non sempre distinguono tra gli insorti e la popolazione.
I jihadisti, invece, conoscono il terreno, organizzano agguati e ampliano il loro campo d’azione. Hanno un futuro brillante davanti a loro”, dice l’uomo che ha “i suoi uomini a terra per trasmettere informazioni”. Per quanto riguarda le forze mozambicane, ha molti aneddoti preoccupanti che spiegano, almeno in parte, l’avanzata dello Chabab.
“Dei bei giorni davanti a loro”
Da diversi anni, in questa regione si stanno formando in silenzio piccoli gruppi islamici, sullo sfondo di tensioni locali tra le tendenze religiose, in un contesto in cui le prospettive di sfruttamento del gas offshore e le sue ricadute economiche sono stuzzicanti. La provincia di Cabo Delgado è stata finora un “paradiso” per le ONG a causa della sua povertà. È stato anche il luogo di concentrazione di molte risorse che non hanno giovato alla popolazione, a cominciare dalle miniere di rubini, a cui si sono aggiunti l’eroina e il traffico di migranti.
La situazione promette di essere fruttuosa per le società di sicurezza, soprattutto per quelle sudafricane, naturalmente, ma ogni giorno un’insurrezione di questa natura è anche come un microdramma nelle prove, circondato a Cabo Delgado da una fitta nube di segretezza – i nomi dei leader dei vari gruppi di insorti sono oggetto di congetture.
Come si legge nell’ultimo rapporto del gruppo ONG Cabo Ligado (un gruppo che fornisce informazioni sulla situazione a Cabo Delgado, tra cui Acled e l’International Crisis Group), uno degli ultimi attacchi ha preso di mira un camion della compagnia elettrica nazionale, i cui tecnici stavano arrivando per riparare una linea “tagliata dagli insorti”.
Gli uomini (compreso un uomo ferito) sono stati rilasciati a condizione che trasmettessero il messaggio: “D’ora in poi, non riparate le linee tagliate”. Senza elettricità, senza acqua corrente, senza telefono, a volte senza banche. Mantenendo il caos in Mozambico, gli insorti organizzano metodicamente il proprio ordine.
Nel luglio 2019, gli insorti hanno promesso la loro fedeltà all’Organizzazione dello Stato islamico (ISO) nella wilaya (provincia) dell’Africa centrale: nota con l’acronimo Iscap, questa emanazione regionale dell’ISO era finora composta principalmente da un gruppo proveniente dall’est della Repubblica Democratica del Congo (RDC), frutto di una vecchia ribellione locale (originariamente installata nei Monti Rwenzori al confine con l’Uganda, e di cui il Sudan islamista era uno degli sponsor).
Questo sembra molto lontano, nel tempo e nello spazio – in effetti, parlare di Africa centrale per il Mozambico è un’aberrazione geografica. Eppure piccoli legami collegano i due gruppi. Dal combattente arrestato in Mozambico che afferma di essere stato addestrato in un campo di Iscap nella RDC, alle fonti che temono che il Congo orientale e la sua profusione di gruppi armati si trasformi in una piattaforma per il jihadismo nella regione.
“Obbedienze varie”
Da poco più di un anno l’Africa ha visto aumentare l’attività di molteplici gruppi di varie obbedienze in quasi tutte le parti di un continente che è diventato centrale per la comunicazione dell’Organizzazione dello Stato Islamico.
Lo Stato Islamico si sta concentrando sui suoi franchise africani o sui gruppi che le hanno promesso fedeltà, da parte di nuovi arrivati dall’Africa centrale o orientale, dove l’organizzazione jihadista sta cercando di radicarsi sui gruppi jihadisti locali. Ma anche in Africa occidentale (l’organizzazione Islamic State in West Africa o Iswap), o facendo affidamento su gruppi tradizionalmente attivi nel Sinai.
Ucciso nell’ottobre 2019 durante un raid delle forze speciali statunitensi in Siria, l’ex capo dell’organizzazione, l’iracheno Abu Bakr Al-Baghdadi, nella sua ultima apparizione video sei mesi prima, si era preoccupato di ringraziare i nuovi gruppi che avevano promesso fedeltà allo Stato Islamico in Africa, in particolare in Mali e Burkina Faso.
Ha persino menzionato il nome di Abou Walid Al-Sahraoui, poi Emiro dello Stato Islamico per il Grande Sahara (EIGS) prima della “riunificazione” – almeno nel campo della propaganda e della comunicazione – di tutti i gruppi che operano nel Grande Sahel e nell’Africa occidentale, sotto lo stesso vessillo: Iswap.
Il 31 ottobre, il nuovo portavoce dello Stato Islamico aveva menzionato “l’Africa centrale” tra i nuovi territori della jihad nella sua prima registrazione audio. All’inizio del mese, riferendo di un anno di operazioni, il settimanale online Al-Naba, l’organo di propaganda dello Stato Islamico, ha rivendicato 118 operazioni in Mozambico, Tanzania e RDC, dove un Peace-Keeper indonesiano è stato ucciso in un’imboscata vicino alla città di Beni il 22 giugno.
“Finché lo Stato Islamico continua a progredire in Africa, il sogno del califfato globale non è morto”, ha detto Jacob Zenn, ricercatore dell’Università di Nairobi, Kenya.
Che ci sia un effetto di opportunità tra i gruppi locali e i lontani responsabili dello Stato Islamico è evidente. Jacob Zenn, ricercatore della Jamestown Foundation di Washington, D.C., che da anni studia i legami tra i gruppi jihadisti in tutto il continente, lo ha riassunto a maggio nell’introduzione a una serie di articoli pubblicati dal think tank Center for Global Policy (Africa, the Caliphate Next Frontier, “Africa, la prossima zona di espansione del ‘califfato'”): “Finché lo Stato Islamico continua a progredire in Africa, il sogno del ‘califfato’ globale non è morto.”
Sulla carta, il continente ha diversi vantaggi, nonostante la grande diversità delle situazioni, a partire da una sovrabbondanza di piccoli gruppi armati che, sommati insieme, possono dare l’illusione di una grande scena jihadista. Un recente rapporto dell’Unione Africana (UA) stima il loro numero a 15.000; se il loro comando fosse centralizzato, ne farebbe la più grande forza jihadista del mondo. Non è così, perché i gruppi sono frammentati. Ma molte situazioni locali sono favorevoli all’espansione di questi gruppi.
Gli autori dello stesso rapporto dell’Ua – che da diversi anni mette in guardia sulla moltiplicazione di cellule e piccoli gruppi – ritengono “improbabile che questi gruppi stiano per dichiarare un califfato nelle aree sotto il loro controllo, perché ciò non sarebbe sostenibile a breve termine e attirerebbe una nuova campagna militare internazionale contro di loro, mentre stanno consolidando le loro posizioni e si stanno espandendo geograficamente”.
Ha aggiunto che “Hanno ovviamente imparato dai loro territori perduti nel nord del Mali, come in Iraq e in Siria. Stanno adottando un approccio più complesso con l’obiettivo di prendere il potere, distruggere le infrastrutture e assassinare i leader locali.”
Nell’ultimo anno e mezzo, quasi la metà della copertura online di Al-Naba è stata dedicata alle operazioni delle filiali africane. Il numero dei video è in aumento, così come la loro qualità e la raffinatezza della loro messa in scena. Per imitazione, o grazie a consigli diretti, la propaganda visiva di Iswap porta ora l’artiglio dell’EI “Iraq-Siria” dei grandi anni del “Califfato” (2014-2017). Questo può essere aneddotico, ma in questa fase fa la differenza.
I collegamenti tra Boko Haram e Al-Qaeda
Come dice Vincent Foucher, del laboratorio del CNRS Les Afriques dans le monde, “Con pochissimo, qualche consigliere, un po’ di Internet, è possibile fare la differenza.” Egli sottolinea l’evoluzione dei combattenti del cosiddetto movimento Boko Haram in Nigeria (parte del quale è affiliato allo Stato Islamico attraverso Iswap).
“Abbiamo visto l’influenza dello Stato Islamico centrale cambiare nel tempo. Ci sono stati periodi in cui le loro richieste sono rimaste inascoltate, come mi è stato detto da fonti dirette del movimento”, spiega. C’è stato un tempo in cui i legami tra Boko Haram e Al-Qaeda permettevano ad alcuni elementi di andare ad allenarsi in Mali. Qualche anno più tardi – dopo cambi di alleanza e divisioni – furono inviati dalla Libia consiglieri nella macchia mediterranea in Nigeria per diversi mesi. Hanno migliorato la tattica degli attacchi, hanno spinto per la creazione di una sorta di uniforme, hanno chiesto la fine dell’uso dei bambini soldato, hanno spinto per un regime di imposizione fiscale piuttosto che vivere di saccheggi. Questo investimento minimo ha dato i suoi frutti: il gruppo è diventato più efficace”, conclude Vincent Foucher.
Questa “efficienza” si basa su altre pratiche, come l’avvicinamento ad almeno una parte della popolazione nelle aree da conquistare. Secondo una fonte che segue questi movimenti da due decenni: “C’è una chiara rottura con il modello qaedista del dopo 11 settembre, dove i gruppi cercavano di essere ospitati localmente con l’idea di affrontare i colpi dei loro attacchi altrove".
D’ora in poi, l’obiettivo è quello di controllare le aree con il minor numero possibile di apparizioni, ma con l’idea di amministrarle a lungo termine. “Questa fase può iniziare in maniera discreta, anche segreta. Potrebbe essere già al lavoro in diverse parti del continente. Alcune persone sono preoccupate per l’organizzazione di cellule nelle Comore, o in Madagascar, quando fonti corroboranti cercano di misurare ciò che è all’opera in Malawi, un paese che è stato giudicato finora “fuori dal radar”, ma che potrebbe benissimo essere un’estensione della zona dello Chabab mozambicano, o una staffetta verso l’est della RDC.
Il responsabile della sicurezza di una grande ONG internazionale ha espresso preoccupazione per il numero crescente di situazioni di questo tipo in tutto il continente. “C’è ora una crescente necessità di tener conto del fatto che gli attori umanitari sono potenziali bersagli, come dimostra l’attacco che ha portato all’assassinio del gruppo di Acted nel parco Kouré del Niger [il 9 agosto].”
Osservando una serie di aree in cui le sue squadre operano in Nigeria, ha osservato come “su una strada che tutti stavano usando fino a poco tempo fa, sono apparsi dei falsi check-point. Gli insorti sono alla ricerca di obiettivi interessanti, come i nostri dipendenti, sia locali sia internazionali. Questo può portare ad un assassinio o ad un rapimento.”
Lo scambio all’inizio di ottobre tra l’umanitaria francese Sophie Pétronin e la politica maliano Soumaïla Cissé per diverse centinaia di jihadisti illustra il “valore di mercato” degli europei come figure emblematiche locali.
“Dare forma all’ambiente”
Il nostro addetto alla sicurezza sottolinea che il lavoro di influenzare e combattere le autorità si svolge “in modo insidioso, silenzioso, con una sorta di assoluta discrezione nei confronti del resto del mondo”. Queste aree non sono presidiate da un gruppo armato, ma vi possono comparire uomini, soprattutto lungo le strade o nei centri abitati, per realizzare ciò che una fonte specializzata chiama “modellamento dell’ambiente”.
“A volte è molto poco. Un cadi [magistrato musulmano] per dispensare la giustizia di cui la popolazione locale ha tanto bisogno. Un leader religioso che consiglia, ma anche fa raccomandazioni sugli stili di vita. Oltre a questo, vengono organizzati assassinii di leader locali, tutto ciò che può incarnare lo stato, dai funzionari amministrativi agli operatori sanitari o agli insegnanti”, aggiunge un’altra fonte che segue l’evoluzione dei movimenti.
Nessuno ritiene che questo sforzo sia il risultato di un lavoro centralizzato e coordinato, con squadre sparse in diverse aree. È piuttosto un metodo che si sta diffondendo, e la sua ricetta si estende a macchia d’olio – a volte lenta, a volte rapida – per “rompere” i segni e i pilastri della presenza dello Stato. Così, in Burkina Faso, Mali e Niger, “centinaia di istituti scolastici sono stati bruciati, saccheggiati e distrutti” nel giro di poco più di un anno, secondo l’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch.
Nel solo Burkina Faso, dal gennaio 2019 all’aprile 2020, i suoi ricercatori hanno stabilito (nel rapporto “La loro lotta contro l’istruzione”, maggio 2020), che “il numero di persone sfollate dalle proprie comunità è esploso da 87.000 a più di 830.000, secondo le Nazioni Unite".
Tra di loro ci sono centinaia di insegnanti. Da parte sua, Vincent Foucher nota: “Non è un caso che circolino ricette, anche le più violente, perché la gente della jihad passa molto tempo a pensare. E scrivere, trasferire la conoscenza.“
“Questo non significa che ci sia un grande maestro che tira i fili. Piuttosto, ci sono tutta una serie di piccoli maestri che lavorano nella loro zona, osservando gli altri, imparando lezioni e applicano ciò che funziona”, riassume una delle fonti specializzate. I metodi sono ormai collaudati, applicati laddove si verificano conflitti locali, a volte esacerbati dai cambiamenti politici o climatici. Dove lo Stato non era già presente in modo imparziale; dove il terrore può avere un ruolo, come pure, al contrario, l’attrazione di una forma alternativa di amministrazione.
La nostra fonte umanitaria è d’accordo, “nelle vicinanze del lago Ciad, la gente può non amare tanto i jihadisti, ma riconosce che spesso forniscono loro una forma soddisfacente di amministrazione che va a beneficio delle loro attività. Quindi non sono riluttanti a pagare loro le tasse, perché ne vedono l’utilità.”
Per farlo, non c’è bisogno di “tenere” un terreno con delle città, accampamenti e basi, che sono sempre più prese di mira dalle operazioni militari aeree delle forze internazionali, sia nel Sahel, sia nella regione del lago Ciad o nel Corno d’Africa. I casi di costituzione di gruppi che si rivolgono ai paesi costieri dell’Africa occidentale, del Togo, del Benin, della Costa d’Avorio e del Ghana, sono già fonte di preoccupazione.
Una fonte africana ben informata lo vede come una “corsa al mare”, il cui scopo sarebbe quello di creare corridoi per la logistica e i traffici, piuttosto che un’espansione territoriale.
Allo stesso tempo, altri gruppi stanno emergendo, non ancora nella fase in cui le azioni stanno attirando l’attenzione. Ma “in Guinea, o in Sierra Leone, siamo preoccupati per i piccoli gruppi. Ci sono elementi radicalizzati, per esempio nella regione di Kailahun nella Sierra Leone orientale [vicino alla Liberia e alla Guinea], che lavorano con le comunità locali; non sappiamo cosa ne verrà fuori”, osserva lo stesso umanitario.
Situazioni locali con un pizzico di globale. Da un lato, lo Stato Islamico sta cercando di recuperare le situazioni a scopo propagandistico; dall’altro, i gruppi locali intendono costruire il prestigio della loro affiliazione attraverso la comparsa dei loro video nella comunicazione centrale dello Stato Islamico, o attraverso i propri canali, come le filiali affiliate ad Al-Qaeda. A volte anche i lottatori vanno altrove per allenarsi. Oppure ricevere i visitatori.
Gli unici viaggi conosciuti in Africa dal Medio Oriente da parte di inviati di alto rango dello Stato Islamico in questa fase sono quelli di uno dei luogotenenti di Al-Baghdadi, l’iracheno Abu Nabil Al-Anbari, morto in Libia nel novembre 2015, e quello di Abdul-Qader al-Najdi, uno dei capi delle comunicazioni del gruppo, anch’egli proveniente dall’Iraq.
Alcuni combattenti di rango inferiore hanno viaggiato avanti e indietro (Libia o Tunisia-Medio Oriente) e altri, quando il califfato è crollato dopo la caduta di Baghouz nel marzo 2019, si sono rifugiati nei loro Paesi d’origine – dalla Tunisia al Sudafrica e al Sudan.
Dei “recenti successi” elogiati
Nel suo ultimo messaggio di maggio, il portavoce dell’EI Abu Hamza Al-Qurayshi della regione iracheno-siriana, Abu Hamza Al-Qurayshi, ha dedicato un tempo significativo al continente, congratulandosi con i combattenti di Iswap per i loro “recenti successi” e “l’estensione delle loro operazioni”, riferendosi a due settimane di lotta contro le forze armate regolari tra Niger e Nigeria.
Un’area in cui può essere in atto un nuovo sviluppo locale, con la cooptazione di gruppi di “banditi” locali, di solito piccoli trafficanti di benzina, di elettrodomestici o di esseri umani, ai quali vengono offerte strutture per l’utilizzo di determinate strade, beneficiano di protezione, anche se poi vengono incorporati nelle file dei gruppi armati, in un misto di generi.
Nella zona del Sahel, dove una serie di scontri tra i gruppi affiliati ad Al-Qaeda (all’interno del Gruppo a sostegno dell’Islam e dei musulmani, JNIM) e lo Stato Islamico (all’interno dello Stato islamico del Grande Sahara, incluso nell’ISWAP) sono iniziati diversi mesi fa, le famiglie hanno membri in ogni campo.
Gli Chahab mozambicani hanno a cuore, come stimano diverse fonti, di creare per se stessi anche una “zona grigia” destinata ad aprire l’accesso al mare? Il tempo lo dirà. Ma per il momento, l’estensione dell’influenza dei jihadisti a Cabo Delgado non sembra in grado di fermare i progetti sul gas.
Secondo l’analista Benjamin Augé, ricercatore associato presso l’Istituto francese di relazioni internazionali, “la costruzione di due treni di liquefazione da parte di Total non è in alcun modo messa in discussione dagli attacchi dei gruppi islamisti. Tuttavia, il progetto potrebbe essere ritardato a causa della situazione della sicurezza e delle conseguenze del Covid-19”.
La lezione è senza dubbio anche lì, e ci impone di guardare con attenzione ai rischi della vita quotidiana, piuttosto che temere una confluenza di gruppi jihadisti in tutta l’Africa. Come riassume Vincent Foucher, “in sostanza, la formula della destabilizzazione funziona molto bene, e ha un futuro brillante davanti a sé. Ma alla fine, l’idea di un califfato gigante mi sembra irrealistica. Forse il confronto va fatto semplicemente con l’Internazionale comunista: alla fine, sono sempre i nazionalismi a prevalere”.
Fonte
12/06/2013
Difesa, nuove navi da guerra per la Marina (e l'Eni). Chi paga? I ministeri “civili”
De Giorgi lancia l'allarme: "La flotta si sta pericolosamente assottigliando e a breve non sarà più in grado di tutelare gli interessi nazionali". In realtà la sfida per un piano di riarmo navale è tutta "interna" per ristabilire l'equilibrio con esercito ed aeronautica. E i nuovi acquisti serviranno anche a proteggere i nuovi giacimenti di gas naturale in Mozambico
“E’ necessario e urgente avviare nuovi programmi di investimento per rinnovare la flotta della marina militare che si sta pericolosamente assottigliando nei numeri e nelle capacità e a breve non sarà più in grado di tutelare gli interessi nazionali: solo così si salva la marina militare, che altrimenti nel 2025 cesserà di esistere come forza operativa”. In occasione della festa della Marina istituita da Mussolini nel 1939 in ricordo dell’impresa di Premuda (l’affondamento in Adriatico, durante la prima guerra mondiale, della corazzata austro-ungarica Santo Stefano ad opera dei Mas della regia marina, costato la vita di 89 persone), il nuovo capo di Stato maggiore delle forze navali, ammiraglio Giuseppe De Giorgi, ha usato toni drammatici per pressare il governo Letta affinché allarghi i cordoni della borsa per finanziare l’acquisizione di nuove navi da guerra.
De Giorgi vuole che la sua forza armata non sia più “la cenerentola in termini di budget rispetto ad esercito e aeronautica”, come ha detto qualche settimana fa, e per questo oggi chiede per la Marina “rinnovate attenzioni da parte della nazione”. Come a dire: basta parlare solo dei cacciabombardieri F-35 perché anche la Marina ha le sue esigenze. Che non si limitano alle dieci famose fregate multi-missione Fremm da 5,68 miliardi, per le quali il nuovo sottosegretario alla Difesa, Roberta Pinotti, ha appena sbloccato un nuovo finanziamento da 749 milioni di euro promettendone un altro entro fine anno.
L’ammiraglio si riferisce infatti a un nuovo programma di riarmo navale del quale, fino a poche settimane fa, nessuno aveva mai sentito parlare: quello per l’acquisizione di dodici unità multiruolo di tipo Lcs (Litoral Combat Ship, ovvero navi da combattimento costiero) che dovrebbero rimpiazzare i 12 pattugliatori classe Soldati, Cassiopea e Comandanti (questi ultimi entrati in servizio solo nel 2001-2002), le 4 fregate classe Maestrale non ammodernate e 6 delle 8 corvette classe Minerva – le unità in dismissione nei prossimi anni sono una trentina, e secondo De Giorgi arriveranno a 51 nell’arco di 10 anni.
Ma quanto costeranno queste nuove navi? In una recente intervista alla rivista specializzata americana Defense News, De Giorgi ha spiegato: “La nave che ho in mente per affiancare le Fremm è una nave dual-use, veloce e modulare, lunga 125 metri e larga 15, con una stazza da 4 tonnellate e una velocità di almeno 35 nodi, armata con un cannone da 127 mm a prua e uno da 76 mm a poppa e dotata di una ponte d’atterraggio per elicotteri. Saranno una versione semplificata delle Fremm e rispetto a queste costeranno circa due terzi”. Poiché ogni Fremm costa in media mezzo miliardo di euro, le nuovi navi verranno almeno 300 milioni l’una. Il che significa 3,6 miliardi per l’intero programma. In questa stessa intervista De Giorgi ha dichiarato che, pur essendo il programma ancora in fase iniziale, “lo Stato maggiore ha già dato l’autorizzazione preliminare per l’acquisizione di sei navi”. Buono a sapersi. Ma chi sarà a pagare per queste mini-Fremm?
Vista l’insistenza dell’ammiraglio nel porre l’accento sulla natura “dual-use” militare e civile di queste nuove navi (“utili in pace e in guerra”, utilizzabili anche per interventi umanitari e di protezione civile o per scopi di ricerca scientifica da parte “del Cnr e di altre istituzioni della ricerca nazionale”), si intuisce che questo ennesimo investimento, descritto come utile “non solo per salvare la Marina, ma per lo sviluppo del sistema Paese”, sarà sostenuto ancora una volta da quelli che sono ormai divenuti i nuovi finanziatori civili delle spese militari italiane: il ministero dello Sviluppo Economico (che già finanzia, tra le altre cose, le Fremm) e magari anche il ministero dell’Istruzione (che attraverso il Cnr paga la nuova unità navale di supporto a forze speciali e sommergibili).
A rigor di logica De Giorgi farebbe meglio ad andare a battere cassa da Paolo Scaroni, visto e considerato che – come accennato dallo stesso capo di Stato maggiore della Marina in una recente intervista a Milano Finanza – queste nuove navi potranno tornare utili per proteggere dai pirati i nuovi giacimenti di gas naturale offshore scoperti dall’Eni in Mozambico e per scortare le petroliere del cane a sei zampe che solcano le rischiose acque dell’Oceano Indiano.
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“E’ necessario e urgente avviare nuovi programmi di investimento per rinnovare la flotta della marina militare che si sta pericolosamente assottigliando nei numeri e nelle capacità e a breve non sarà più in grado di tutelare gli interessi nazionali: solo così si salva la marina militare, che altrimenti nel 2025 cesserà di esistere come forza operativa”. In occasione della festa della Marina istituita da Mussolini nel 1939 in ricordo dell’impresa di Premuda (l’affondamento in Adriatico, durante la prima guerra mondiale, della corazzata austro-ungarica Santo Stefano ad opera dei Mas della regia marina, costato la vita di 89 persone), il nuovo capo di Stato maggiore delle forze navali, ammiraglio Giuseppe De Giorgi, ha usato toni drammatici per pressare il governo Letta affinché allarghi i cordoni della borsa per finanziare l’acquisizione di nuove navi da guerra.
De Giorgi vuole che la sua forza armata non sia più “la cenerentola in termini di budget rispetto ad esercito e aeronautica”, come ha detto qualche settimana fa, e per questo oggi chiede per la Marina “rinnovate attenzioni da parte della nazione”. Come a dire: basta parlare solo dei cacciabombardieri F-35 perché anche la Marina ha le sue esigenze. Che non si limitano alle dieci famose fregate multi-missione Fremm da 5,68 miliardi, per le quali il nuovo sottosegretario alla Difesa, Roberta Pinotti, ha appena sbloccato un nuovo finanziamento da 749 milioni di euro promettendone un altro entro fine anno.
L’ammiraglio si riferisce infatti a un nuovo programma di riarmo navale del quale, fino a poche settimane fa, nessuno aveva mai sentito parlare: quello per l’acquisizione di dodici unità multiruolo di tipo Lcs (Litoral Combat Ship, ovvero navi da combattimento costiero) che dovrebbero rimpiazzare i 12 pattugliatori classe Soldati, Cassiopea e Comandanti (questi ultimi entrati in servizio solo nel 2001-2002), le 4 fregate classe Maestrale non ammodernate e 6 delle 8 corvette classe Minerva – le unità in dismissione nei prossimi anni sono una trentina, e secondo De Giorgi arriveranno a 51 nell’arco di 10 anni.
Ma quanto costeranno queste nuove navi? In una recente intervista alla rivista specializzata americana Defense News, De Giorgi ha spiegato: “La nave che ho in mente per affiancare le Fremm è una nave dual-use, veloce e modulare, lunga 125 metri e larga 15, con una stazza da 4 tonnellate e una velocità di almeno 35 nodi, armata con un cannone da 127 mm a prua e uno da 76 mm a poppa e dotata di una ponte d’atterraggio per elicotteri. Saranno una versione semplificata delle Fremm e rispetto a queste costeranno circa due terzi”. Poiché ogni Fremm costa in media mezzo miliardo di euro, le nuovi navi verranno almeno 300 milioni l’una. Il che significa 3,6 miliardi per l’intero programma. In questa stessa intervista De Giorgi ha dichiarato che, pur essendo il programma ancora in fase iniziale, “lo Stato maggiore ha già dato l’autorizzazione preliminare per l’acquisizione di sei navi”. Buono a sapersi. Ma chi sarà a pagare per queste mini-Fremm?
Vista l’insistenza dell’ammiraglio nel porre l’accento sulla natura “dual-use” militare e civile di queste nuove navi (“utili in pace e in guerra”, utilizzabili anche per interventi umanitari e di protezione civile o per scopi di ricerca scientifica da parte “del Cnr e di altre istituzioni della ricerca nazionale”), si intuisce che questo ennesimo investimento, descritto come utile “non solo per salvare la Marina, ma per lo sviluppo del sistema Paese”, sarà sostenuto ancora una volta da quelli che sono ormai divenuti i nuovi finanziatori civili delle spese militari italiane: il ministero dello Sviluppo Economico (che già finanzia, tra le altre cose, le Fremm) e magari anche il ministero dell’Istruzione (che attraverso il Cnr paga la nuova unità navale di supporto a forze speciali e sommergibili).
A rigor di logica De Giorgi farebbe meglio ad andare a battere cassa da Paolo Scaroni, visto e considerato che – come accennato dallo stesso capo di Stato maggiore della Marina in una recente intervista a Milano Finanza – queste nuove navi potranno tornare utili per proteggere dai pirati i nuovi giacimenti di gas naturale offshore scoperti dall’Eni in Mozambico e per scortare le petroliere del cane a sei zampe che solcano le rischiose acque dell’Oceano Indiano.
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