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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/02/2024

La Nigeria vuole fermare lo sfruttamento neocoloniale del proprio petrolio

La Nigeria sta cercando di sviluppare il proprio settore petrolifero scrollandosi di dosso lo strapotere delle compagnie petrolifere straniere che, da decenni, fanno il bello e soprattutto il cattivo tempo nel Paese. Una serie di riforme nel settore cercano di attivare l’intera filiera del settore petrolifero all’interno del Paese, iniziando anche la raffinazione, così da non dover essere solo esportatore di greggio grezzo. La Nigeria, che ha fatto richiesta di adesione ai BRICS, sta inoltre progettando di cessare l’utilizzo del dollaro statunitense come valuta per commerciare il proprio petrolio, per sostituirlo con la propria valuta nazionale. E le grandi compagnie petrolifere, a cominciare da Shell e Total, hanno già avviato la ritirata dalla terraferma nigeriana.

La Nigeria aveva presentato domanda di adesione ai BRICS – l’alleanza internazionale guidata da Brasile, Cina, India, Russia e Sudafrica – nel 2023, ma è stata respinta al vertice di Johannesburg, dove sono stati annunciati i Paesi che avrebbero ingrandito l’organizzazione. Nonostante il rifiuto, la Nigeria sta cercando di operare politicamente affinché la sua candidatura sia in futuro accettata e per questo tenta di operare riforme che consentano un significativo sviluppo economico dopo decenni di depauperamento delle risorse ed esternalizzazione dei costi economici e sociali da parte delle multinazionali del petrolio. Il Paese africano vuole rafforzare la sua valuta locale, la Naira, e per questo motivo l’avvocato di Stato della Nigeria, Femi Falana, ha esortato il governo nigeriano a fare meno affidamento sul dollaro USA e iniziare ad utilizzare la Naira per il commercio del petrolio nigeriano. Questo, come spiegato da Falana, nella duplice intenzione di rafforzare la moneta nigeriana e di legarsi alla volontà dei BRICS di de-dollarizzazione dell’economia mondiale. Falana ha invitato il governo a ignorare le previsioni fatte dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dalla Banca Mondiale, quanto piuttosto di iniziare a lavorare a fianco dei BRICS per rafforzare l’economia della Nigeria. «Lascia che chi vuole acquistare i nostri prodotti cerchi Naira. Questo è il modo in cui promuovere la tua valuta», ha detto l’avvocato di Stato.

Dopo anni e anni di conflitti, e forse anche per la legge varata lo scorso mese che prevedeva di trattenere dalle compagnie straniere una parte del petrolio estratto, Shell e altre aziende stanno lasciando la terraferma nigeriana. La multinazionale fossile britannica ha annunciato la volontà di lasciare tutte le operazioni di estrazione onshore, quindi sulla terraferma, dopo quasi un secolo di attività in Nigeria, oltre che di degrado ecologico e sociale causato dal suo operato e per cui ha dovuto affrontare decine di processi. Un accordo che oscilla tra i 2,4 e i 2,8 miliardi di dollari, tra Shell e il governo nigeriano, farà sì che tutte le attività di Shell sulla terraferma passeranno ad un consorzio di cinque aziende petrolifere, quattro nigeriane e una svizzera. Shell si concentrerà sulle operazioni di estrazione in mare aperto, in profondità, ancora appannaggio esclusivo delle mega compagnie, le uniche che possono permettersi investimenti così grandi. Così sta facendo anche la francese Total come anche altre compagnie petrolifere straniere che concentreranno i loro sforzi di profitto nell’estrazione offshore in acque profonde.

Dopo anni di lavoro e riforme politiche, la Nigeria ha avviato adesso un’industria petrolifera completa, dall’estrazione onshore alla raffinazione, necessaria per il fabbisogno interno e per aumentare i ricavi delle esportazioni. Lo scorso mese, dopo sette mesi dalla sua inaugurazione ufficiale, è entrata in funzione la Dangote Refinery and Petrochemical Company, da 18,5 miliardi di dollari. La Banca Centrale della Nigeria ha previsto che la raffineria farà risparmiare alla Nigeria tra i 25 e i 30 miliardi di dollari all’anno in valuta estera, facendo aumentare le riserve della Nigeria e riducendo la pressione sulla bilancia dei pagamenti del Paese. L’impianto, che sarà in grado di generare anche 12.000 MW di elettricità, ha una capacità di lavorazione di 650.000 barili al giorno, potendo dunque soddisfare tutto l’attuale consumo interno di carburante della Nigeria, che è di circa 450.000 barili al giorno. La produzione di petrolio raffinato in eccesso sarà destinata all’esportazione.

Con la possibilità di raffinazione del petrolio, la Nigeria potrebbe presto diminuire o cessare l’importazione di fertilizzanti e prodotti petrolchimici che, nel 2022, hanno pesato sulle casse del Paese per circa 26 miliardi di dollari. Infatti, i prodotti derivati dalla raffinazione del petrolio apriranno adesso nuove possibilità di sviluppo economico per interi settori: produzione di plastica, di prodotti farmaceutici, così come nell’edilizia e altro ancora. Inoltre, si prevede che entro la fine dell’anno entrerà in funzione anche la raffineria di Port Harcourt. Queste due grandi raffinerie, insieme alle tre piccole raffinerie modulari situate a Edo, Rivers e Bayelsa, potrebbero dare un grande impulso all’economia nigeriana. E se la Nigeria inizierà a commerciare il suo petrolio con la propria moneta, potrà rafforzare la sua valuta e dare maggiore beneficio all’economia.

La Nigeria è un Paese potenzialmente ricco ma che invece ha una popolazione, oltre che numerosa, molto povera. La Nigeria è crocevia di traffico di esseri umani e di droga, ha potenti organizzazioni criminali che operano in loco e all’estero e vede la presenza di organizzazioni terroristiche e conflitti che puntualmente si verificano in alcune regioni del Paese. La possibilità di avere un’industria di trasformazione, oltre che di semplice estrazione, da grandi possibilità di sviluppo economico ad un Paese che ne ha fortemente bisogno, dopo decenni di depauperamento delle risorse ed esternalizzazione dei costi ecologici e sociali da parte delle multinazionali. Queste ultime non spariranno, se ne staranno in mare, al largo, sulle loro grandi piattaforme.

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07/12/2023

Il Venezuela dà tre mesi di tempo alle multinazionali per andarsene dall’Essequibo

Il governo del Venezuela ha espresso mercoledì la propria condanna verso le recenti dichiarazioni del presidente della Guyana, Irfaan Ali, che ha espresso la sua approvazione per la presenza del Comando Sud degli Stati Uniti (USA) nell’Essequibo.

Caracas ha condannato “l’atteggiamento sconsiderato della Guyana, la quale agendo sotto il mandato della transnazionale statunitense Exxon Mobil, sta aprendo la possibilità di installare basi militari a una potenza imperiale, minacciando la Zona di Pace che è stata delineata in questa regione“, si legge nella nota.

Di conseguenza, la dichiarazione afferma che la Guyana viola “incautamente” il diritto internazionale con “azioni che aggravano la disputa territoriale e che si aggiungono alla sua condotta illegale di concessione dei diritti di sfruttamento petrolifero alla Exxon Mobil su un mare in attesa di delimitazione con il Venezuela“.

Il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro ha concesso “tre mesi” alla statunitense Exxon Monbil, alla francese TotalEnergies e alle altre imprese petrolifere straniere per interrompere le attività di esplorazione e sfruttamento degli idrocarburi concesse dal governo della Guyana e “abbandonare” la regione di Essequibo.

Solo dopo che se ne saranno andate, ha precisato il capo dello Stato venezuelano, Caracas potrà tornare a dialogare sulla contesa internazionale aperta con la Guyana.

Forte del mandato ricevuto dal risultato del referendum consultivo di domenica scorsa – con cui il governo ha visto riconosciute ad ampia maggioranza le rivendicazioni storiche sulla regione – Maduro ha presentato un piano per rendere il il territorio di Essequibo uno nuovo Stato del Venezuela, dando anche ordine di stampare e diffondere una nuova mappa geografica aggiornata.

La Guyana ha già fatto sapere che chiederà “azioni concrete” al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, mentre il confinante Brasile – peraltro pubblicamente non ostile al governo Maduro – non intende essere coinvolto in un eventuale controversia ed aveva inviato ancora prima del referendum 16 carri blindati al confine settentrionale, a ridosso del Territorio Essequibo.

“Ciò che non possiamo permettere è che il Venezuela, volendo entrare in Guyana, utilizzi il nostro territorio”, ha detto il ministro della Difesa, José Mucio, intervistato nei giorni scorsi dalla Cnn.

La contesa sul Territorio Essequibo ha una storia che risale alla fine dell’Ottocento. La Guyana rivendica un confine territoriale stabilito nel 1899 da un tribunale arbitrale a Parigi, quando la Guyana era ancora una colonia britannica.

Caracas rivendica invece l’Accordo di Ginevra, firmato nel 1966 con la Gran Bretagna prima dell’indipendenza della Guyana, che pose le basi per una soluzione negoziata e annullò il trattato del 1899.

La questione della sovranità del territorio Essequibo è tornata ad alimentare tensioni quando nel 2015, la multinazionale statunitense Exxon Mobil ha annunciato la scoperta di giacimenti di petrolio nella zona marittima. Un braccio di ferro che si è fatto più pesante dopo il recente annuncio della Guyana d’indire una nuova serie di aste petrolifere.

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04/06/2023

Con la prima gigafactory per batterie la UE rilancia i campioni europei

A fine maggio Stellantis ha inaugurato la prima gigafactory europea per la produzione di batterie elettriche. Il sito è quello di Douvrin, dove si punta alla riconversione dello storico stabilimento che produce motori Peugeot e Renault.

La linea di produzione del comune dell’Altra Francia, inaugurata nel 1969, nel 2021 sfornava ancora 570 mila motori a benzina e gasolio. L’intesa trovata coi sindacati lo scorso autunno, valida per il triennio 2022-24, ha permesso il passaggio di 400 dei 1000 dipendenti di Stellantis alla nuova gigafactory.

La CGT e la CFDT non hanno firmato l’accordo, reputando insufficiente l’impegno per il ricollocamento di soli 400 lavoratori. Le previsioni parlano dell’impiego tra le 1400 e le 2000 persone entro il 2030, con l’obiettivo di produzione di 800 mila batterie elettriche per una capacità di 24 gigawattora.

Questo di Douvrin è il primo di tre stabilimenti previsti dalla joint venture Automotive Cells Company (ACC), che unisce Stellantis, Mercedes-Benz e TotalEnergies, la vecchia Total francese che opera nel settore degli idrocarburi. In totale, si parla di un investimento pari a 7 miliardi di euro.

Il secondo è previsto in Germania, a Kaiserslautern, con finanziamenti del governo tedesco e l’inaugurazione prevista per l’inizio del 2025. In questo caso la capacità a regime della linea produttiva dovrebbe arrivare ai 48 gigawattora.

Il terzo e ultimo stabilimento dovrebbe essere in Italia, con la riconversione dell’impianto di Termoli tramite un sostegno governativo di 370 milioni di euro. L’inizio dei lavori per il sito, con una produzione che dovrebbe arrivare a 40 gigawattora e rioccupare 2000 dei 2470 dipendenti, è posto indicativamente nel 2026, ma sono tanti i dubbi sul luogo scelto.

In molti, infatti, credono che il Molise sia eccessivamente a sud, decentrato rispetto agli altri stabilimenti, e che la gigafactory italiana sconterebbe l’arretramento della rete infrastrutturale del paese. Anche questa volta si può notare, persino nell’ordine di insediamento delle linee di produzione, la gerarchia della costruzione unitaria europea.

Così come si nota il tentativo di tornare al passo della competizione internazionale nel settore dell’automotive elettrico. L’Europa punta a essere la regione a più rapida crescita per la capacità di fabbricazione delle batterie per veicoli elettrici, tolta la Cina.

Questo progetto strategico si fonda, appunto, su una joint venture di tre delle più grandi compagnie su base continentale, riunite in ACC. Un evidente esempio di come la prospettiva di sviluppo di campioni europei che possano competere con Washington e Pechino rimanga salda nelle menti della classe dominante europea.

E non siamo noi a dirlo, ma lo stesso ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire. A margine dell’inaugurazione dello stabilimento di Douvrin, ha infatti affermato in maniera netta come “l’Euro7 sia inutile”, con il nostro ministro del made in Italy Adolfo Urso che lo ha seguito in questa valutazione.

Per il politico francese sono soldi ed energie sprecati quelli messi su una normativa per gli standard dei motori endotermici, che i produttori statunitensi e cinesi non hanno e che comunque vedranno lo stop nel 2035. Tutti gli investimenti devono andare all’elettrico.

Le Maire ha persino detto che la UE “deve mostrare i muscoli” attraverso dazi per proteggere la propria industria. “Dobbiamo affrontare la sfida cinese che non ci farà nessun regalo soprattutto su auto, aerei e razzi spaziali. Dobbiamo reindustrializzare l’Europa e difendere i nostri campioni, le nostre competenze e i nostri posti di lavoro”.

“Per la prima volta dopo Airbus, l’Europa crea una nuova filiera”. Non è un caso che il ministro d’Oltralpe abbia citato il colosso continentale degli aeromobili, «prototipo» del campione europeo appunto.

In queste parole si legge chiaramente la volontà di legittimare la spinta sull’acceleratore della competizione internazionale attraverso la promessa della crescita dell’occupazione e dei redditi. È la trasposizione di oggi della logica dell’imperialismo, che irretisce alcuni strati dei lavoratori del centro imperialista con condizioni di vita nettamente migliori delle periferie.

Ma oltre al fatto che già nei numeri esposti vediamo che non sarà facile invertire la rotta della deindustrializzazione, il capitale va dove gli conviene. Il numero uno di Stellantis, Carlos Tavares, ha sì detto che si vuole produrre in Europa quasi un quarto delle celle per batterie, ma anche che si prospetta la creazione di altre quattro gigafactory tra Canada e Stati Uniti.

Un intreccio di interessi economici e di contrasti strategici tra cui il Blocco Euroatlantico dovrà giostrarsi per tenere la barra dritta di fronte al – per noi auspicabile – prender piede del mondo multipolare.

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15/10/2022

Francia - Contro Macron e le multinazionali “Sarà la guerra!”

“Sarà la guerra!”. Con queste parole Emmanuel Lépine, segretario della Federazione Nazionale delle Industrie Chimiche (FNIC) della CGT, ha commentato l’intensificarsi degli scioperi nel settore petrolchimico in Francia che da circa tre settimane paralizzano le raffinerie di Total e ExxonMobil.

Nello scorso fine settimana, numerosi distributori di benzina sono rimasti a secco a causa dei mancati rifornimenti, causando file anche chilometriche di automobilisti, in molti casi “intimoriti” dai toni drammatici dell’informazione mainstream sul rischio di una prolungata penuria di carburante.

Ancor più vergognose sono state le dichiarazioni del Presidente Macron che, in un’intervista su France 2, ha fatto appello “affinché la CGT permetta al paese di funzionare”, facendo eco alle parole della prima ministra Elisabeth Borne secondo la quale “un disaccordo salariale non giustifica il fatto di bloccare la Francia”.

Nessuna parola né tantomeno una misura concreta sull’inflazione che, attraverso i rincari dei prezzi al consumo e delle fatture energetiche, sta distruggendo il potere d’acquisto delle classi popolari già impoverite da anni di massacro e smantellamento dello Stato sociale e di liberalizzazione del mercato del lavoro.

I miseri tentativi di vincere la “battaglia delle opinioni” da parte del governo si arenano di fronte alla presa di coscienza da parte delle classi popolari sulla realtà economica e sociale dei profitti stellari e dei dividendi stratosferici delle multinazionali in questione, fatti sulla schiena e sulla pelle dei lavoratori grazie anche agli incondizionati aiuti pubblici ricevuti durante e dopo la pandemia.

Total ha battuto il record del miglior “risultato netto” mai realizzato da una azienda francese: 19 miliardi di profitti conseguiti in soli 6 mesi. Il suo amministratore delegato, Patrick Pouyanné, ha visto la sua busta paga aumentare del 52% nel 2021, raggiungendo i 500mila euro al mese. Gli azionisti della compagnia hanno beneficiato di oltre 2,6 miliardi di dividendi nel mese di settembre. Per i lavoratori e le lavoratrici nulla... è la lotta di classe dall’alto!

La FNIC-CGT, affiliata alla FSM-WFTU, rivendica l’aumento generale dei salari e la loro piena indicizzazione all’inflazione, tutela dei diritti sindacali e miglioramento delle condizioni di lavoro, un vero cambiamento della politica energetica francese con l’uscita delle logiche speculative del mercato e la nazionalizzazione del settore energetico (gas, petrolio, elettricità) sotto il controllo operaio e popolare.

Nei giorni scorsi, la premier Elisabeth Borne è passata dalle parole ai fatti, autorizzando i prefetti a “precettare i lavoratori” per rimpiazzare gli scioperanti nelle raffinerie Exxon e garantire il funzionamento dei suoi depositi. Ieri è stato pubblicato il decreto da parte della Prefettura del dipartimento Nord per costringere gli scioperanti a tornare al lavoro nel deposito di Dunkerque di Total Energies.

Macron e il suo governo decidono di schierarsi, senza sorpresa alcuna, al servizio del padronato e delle multinazionali. Si tratta di un attacco durissimo al diritto di sciopero, dai nauseabondi tratti ottocenteschi di disprezzo e odio di classe dall’alto.

Una misura nei fatti “illegale” che la FNIC ha rinviato al mittente decidendo di intensificare lo sciopero anche nelle raffinerie della Loira-Atlantica, oltre a quelle già bloccate nel Nord, nella Normandia e nel Bouches du Rhone.

Inoltre, non possiamo che condividere la denuncia delle complicità dei tradizionali sindacati gialli francesi, in particolare la CFDT e la CFE-CGC, che hanno deciso di siglare un pre-accordo (fintamente maggioritario) con la direzione Exxon. Un pre-accordo che, oltre ad andare contro le rivendicazioni dei lavoratori e delle lavoratrici in sciopero, presta il fianco alla repressione sindacale e all’intimidazione da parte del governo di far tornare al lavoro gli scioperanti “costi quel che costi”.

Se il governo francese sta tendendo in tutti i modi di indebolire lo sciopero nelle industrie del petrolchimico, d’altro lato le federazioni della CGT non intendono arretrare e, attraverso l’annuncio di uno “sciopero ricondotto a tempo indeterminato” hanno deciso di alzare il livello di scontro.

I lavoratori e le lavoratrici del petrolchimico hanno creato un rapporto di forza in grado di fare da vettore per una mobilitazione sindacale e sociale generale, cosi come avevano fatto gli cheminots (i ferrovieri) con lo sciopero di qualche anno fa alla SNCF e, in maniera più estesa e differente, i Gilets Jaunes.

Lo sciopero delle raffinerie non lascerà di certo indifferenti i lavoratori degli altri settori. Uno sciopero a tutto tondo per i salari, il lavoro e l’industria che non può che convergere con l’insieme delle altre lotte che si stanno dando in altri settori economici e sociali in Francia, dalla sanità all’istruzione pubblica, contro la riforma dell’indennizzo di disoccupazione e quella delle pensioni che il governo sembra intenzionato a ritirare fuori dal cassetto (dove era stata riposta solo a causa della pandemia di Covid-19) e far passare di forza, applicando il famigerato “articolo 49.3”, ovvero la tagliola parlamentare.

Ma non solo: se è vero che questa lotta riguarda un settore chiave e portante dell’economia nazionale, al tempo stesso è in grado di toccare un punto nevralgico del sistema di produzione capitalista e di metterne in evidenza le contraddizioni in una fase di sempre più acuta crisi economica ed energica, sotto la speculazione e l’impennata dei prezzi, al di là del “greenwashing”, della transizione ecologica fatta con il nucleare e il carbon-fossile.

Proprio mentre Macron e il suo governo – retto da una debole “maggioranza” parlamentare garantita dal sostegno del Rassemblement Nationale di Marine Le Pen – si trovano a dover affrontare il portato dirompente dello sciopero delle raffinerie e la rabbia sociale crescente nel paese, ieri notte è stato battuto all’Assemblée Nationale, la quale ha votato l’introduzione di una tassa sui super-dividendi.

Una breccia è stata aperta, mentre si estende a macchia d’olio la solidarietà e la lotta con numerosi settori che hanno deciso di entrare in sciopero, dai dockers ai conducenti nei trasporti pubblici ai lavoratori delle centrali nucleari. Intensificare il rapporto di forza, generalizzare lo sciopero ed organizzare il conflitto sono le chiavi per poter avanzare nella lotta, non solo nelle raffinerie e nelle industrie petrolchimiche, ma in tutti i settori e per tutti i lavoratori.

La “Manifestazione contro il carovita e l’inazione climatica”, convocata dalla NUPES per questa domenica a Parigi, potrebbe rappresentare una tappa di convergenza politica, sociale e sindacale indispensabile per estendere la mobilitazione sociale contro Macron e il sistema che rappresenta.

Per il 18 ottobre è convocato uno sciopero nazionale interprofessionale dai sindacati CGT, Solidaires, FSU e Force Ouvrière e dalle organizzazioni sindacali studentesche, per l’aumento dei salari e la tutela del diritto di sciopero.

Rompere con questo sistema di produzione in crisi sistemica, con le politiche di massacro sociale dell’UE e con l’escalation bellica della NATO devono essere le parole d’ordine da declinare e far avanzare nei diversi ambiti di lotta, un’esigenza fondamentale per resistere e contro-attaccare: “Sarà la guerra!”.

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30/08/2022

Yemen - La Legione Straniera a presidiare il GNL francese

La battaglia dei paesi europei per l’accaparramento del gas naturale e contro le bollette stratosferiche vede Parigi in prima linea, al punto da inviare la famigerata Legione straniera in Yemen per proteggere l’impianto di gas liquefatto di Balhaf, nella provincia di Shabwa, che è di proprietà della multinazionale francese TotalEnergies SE. Secondo Abubaker Alqirbi, ex ministro degli esteri del governo yemenita riconosciuto dalle monarchie arabe e dall’Occidente, i soldati che compongono la forza militare simbolo del colonialismo francese, si troverebbero già a Shabwa. Il loro compito, ha aggiunto, è quello di garantire il proseguimento dei preparativi per esportare il gas di Balhaf verso la Francia e gli altri paesi europei intenzionati a sottrarsi alla dipendenza dall’energia russa.

Il passo conferma le difficoltà in cui manovra il presidente Macron, sostenitore accanito della produzione di energia nucleare ma che in questi ultimi mesi ha visto le centrali atomiche del suo paese rallentare per il calo del livello delle acque dei fiumi francesi, dovuto alla siccità. La Francia, nota potenza nucleare, già in passato, durante la calda e secca estate del 2003, ha dovuto frenare la produzione di energia elettrica delle proprie centrali per la scarsità di acqua. L’accademico Jeremy Rifkin, in una intervista di qualche tempo fa, spiegò che in Francia il 40% di tutta l’acqua consumata è usata nelle centrali atomiche. E calcoli fatti da specialisti rivelano che un reattore da 1000 Megawatt ha bisogno di 2 milioni e mezzo di acqua al giorno per raffreddarsi.

Senza acqua abbondante per le sue centrali, messo sotto pressione dal gas insufficiente a coprire la domanda interna, Macron ha mandato la forza mercenaria che combatte sotto il tricolore francese, a garantire che l’impianto di Balhaf ritorni pienamente operativo. Lo Yemen non è un grande esportatore di gas in tempo di pace ma ora non esporta nulla a causa della guerra civile che vede i ribelli sciiti Houthi in controllo della capitale Sanaa e di altre ampie porzioni del paese scontrarsi con le forze yemenite governative appoggiate dall’Arabia saudita, dagli Emirati e altri paesi arabi. Parigi, scrive qualche giornale arabo, appare intenzionata a rilanciare l’esportazione del gas yemenita per riportarla per lo meno al livello anteguerra, premurandosi di negoziare con le varie fazioni nemiche e i paesi della regione coinvolti in vario modo nel conflitto (ad eccezione dell’Iran).

Ostacoli ai disegni di Macron non ne mancano. L’impianto di Balhaf è stato trasformato in una base delle milizie pagate dagli Emirati che nei mesi scorsi hanno tenuto a distanza i combattenti Houthi. E le esortazioni lanciate da Mohammed Saleh bin Adyo, l’ex governatore di Shabwa, per esortare i miliziani a lasciare il sito, sono caduti tutti nel vuoto. Abu Dhabi pur essendo alleata di Riyadh (e di Parigi) persegue anche la sua agenda in Yemen e sponsorizza il Consiglio di transizione meridionale e altri gruppi separatisti che cercano di stabilire uno Stato indipendente nel sud del paese. Separatisti che si sono scontrati di recente con le truppe governative non lontano dall’impianto di Balhaf, provocando decine di vittime.

Perciò, anche per la ben addestrata Legione straniera non sarà facile tenere il controllo di una regione tanto instabile nonostante l’accordo per la cooperazione energetica firmato il mese scorso da Parigi e Abu Dhabi che prevede la produzione congiunta di gas liquefatto. Intanto va avanti in un tribunale di Parigi la causa intentata lo scorso 2 giugno da una serie di gruppi per i diritti umani contro tre industrie militari francesi. Sono accusate di complicità in crimini di guerra avendo venduto armi all’Arabia Saudita e agli Emirati, usate poi, assieme a quelle di altri paesi, per bombardare nello Yemen dove hanno fatto numerose vittime civili.

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20/11/2020

L’ingordigia della Francia mette a rischio l’accordo di pace in Libia

Non c’è niente da fare. Le ingerenze della Francia in Libia producono sempre effetti tragici. La Libyan National Oil Corporation (Noc) ha annunciato di acconsentire all’espansione degli investimenti della multinazionale francese Total in Libia. In secondo luogo sono state fatte circolare non meglio precisate “intese di sicurezza” raggiunte a Parigi da esponenti del governo di Tripoli. Queste due notizie hanno suscitate immediate reazioni e proteste in Libia che da poco ha raggiunto un fragilissimo accordo di pace tra i due governi di Tripoli e Tobruk, ma che proprio sugli introiti petroliferi e la sicurezza regge gran parte dei suoi equilibri. L’agenzia Nova, sempre molto attenta e informata su quanto avviene in Libia, riferisce che l’azienda petrolifera statale libica ha spiegato di aver discusso con Total degli sforzi per “aumentare la capacità di produzione e aumentare i tassi di produzione ai massimi livelli”. La produzione petrolifera libica è effettivamente tornata a circa 1,25 milioni di barili al giorno, riferisce la Noc, quasi la stessa quantità che la Libia produceva prima che precipitasse nella guerra civile quasi un decennio fa. La rapida ripresa dei flussi petroliferi libici – dove la produzione all’inizio di settembre era inferiore ai 100.000 barili al giorno – ha sorpreso gli esperti, superato le previsioni degli analisti e attirato l’interesse delle multinazionali del petrolio.

È in questo contesto, che la Noc ha reso noto che la Total “ha espresso il desiderio di espandere la propria base di investimenti in Libia”, si legge nella nota.

La agenzia Nova inoltre fa sapere che proprio ieri, il ministro dell’Interno del Governo di accordo nazionale libico (Gna), Fathi Bashagha, ha firmato in Francia un memorandum d’intesa per rafforzare la cooperazione tra il suo dicastero e una società di sicurezza. L’accordo include la cooperazione tra le due parti nel campo dello sviluppo di sistemi biometrici i requisiti elettorali e “altri scopi di sicurezza”.

Fonti vicine a Bashagha avevano detto che il ministro si era recato in Francia per discutere degli sforzi per una soluzione politica in Libia ma anche per chiedere il sostegno di Parigi alla sua candidatura a primo ministro del prossimo governo di unità nazionale in Libia.

Da qui le irate reazioni di altri esponenti politici libici. Ahmed Sewehli, figlio dell’ex presidente dell’Alto Consiglio di Stato, Abdulrahman Sewehli, ritiene scandaloso stringere accordi con la Francia, un Paese che “ha aiutato un signore della guerra (il generale Khalifa Gaftar) a uccidere migliaia di persone e distruggere le città, garantendo armi, supporto logistico e diplomatico”.

In una serie di messaggi su Twitter, ha espresso indignazione e perplessità per gli accordi con Total. “Il governo libico di Tripoli può concludere accordi commerciali con paesi come Turchia, Italia, Regno Unito, Spagna, Giappone e persino con la Germania. Paesi che non hanno attaccato la Libia. La Turchia infatti ha fermato un attacco e salvato vite. E invece il governo si occupa di Francia e Russia”, ha aggiunto Sewehli.

In una dichiarazione rilasciata ad “Agenzia Nova”, Suleiman al Sharif, attivista del comune di Sebha nel Fezzan, ha affermato che l’annuncio da parte della Noc di voler espandere la partnership con la Total costituisce “una minaccia per gli interessi economici libici, poiché gli sforzi di Total non sono altro che un tentativo della Francia di controllare le articolazioni più vitali dell’economia libica, e quindi controllare le decisioni politiche in Libia”. Al Sharif ha aggiunto che il popolo libico “non accetterà l’espansione dell’influenza di Total e Francia in Libia” e ha invitato i partiti politici del Paese “a fermare la penetrazione economica e politica della Francia in Libia, che danneggia gli interessi strategici del paese in questi tempi difficili che la Libia sta attraversando”.

Infine l’economista libico, Walid Hmaidan, ha affermato che la scommessa sulla partnership con Total è una scommessa persa, “visti gli ostacoli che la compagnia francese trova nei suoi progetti negli altri paesi, e questi possano incidere negativamente sui progetti dell’azienda in Libia con danni a medio e lungo termine”.

Hmaidan ha aggiunto in una dichiarazione ad “Agenzia Nova” che Total non è riuscita ad acquisire le attività di Anadarko in Algeria e non è stata in grado di penetrare in Mozambico, Ghana e Sud Africa, dopo che le autorità algerine si sono opposte all’accordo, costringendo la Sonatrach a bloccare l’affare in quanto aveva causato una crisi politica. “Questo è un grosso problema in Algeria, dove la maggior parte dei partiti, parlamentari e politici hanno rifiutato l’accordo, considerandolo un tentativo della Francia di minacciare la sicurezza nazionale algerina”, ha aggiunto.

Hmaidan ha concluso dicendo che la National Oil Corporation dovrebbe seguire l’esempio della vicina Algeria e “fermare l’espansione francese in Libia rafforzando le sue partnership con altre società che hanno esperienza e competenza nel mercato libico, e hanno già ottenuto successi a livello regionali e internazionali, simili alla società italiana Eni, i cui progetti sono in forte espansione in Egitto, Oman e altrove”.

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21/10/2020

Può l’Occidente sconfiggere il “terrorismo islamico”?

L’Occidente sembra accorgersi dell’incendio che ha provocato ai quattro angoli del pianeta solo quando le fiamme lo lambiscono e ne avverte il calore.

Non importa che le sofferenze provocate da alcuni eventi di cui è corresponsabile siano state inflitte in maniera molto più ampio alla “periferia”, prima ancora che ci sia un qualche feedback nel “centro”. In sintesi: cioè che quello che succede qui è solo una frazione di ciò che accade là.

Per ciò che concerne il “terrorismo islamico” questa dinamica raggiunge il parossismo: non è stato forse l’Occidente – in combutta con le monarchie petrolifere del Golfo – ad utilizzarlo e diffonderlo per raggiungere i suoi scopi geopolitici?

Dall’Afghanistan, ai tempi della guerra ingaggiata dall’URSS, passando per i Balcani durante il processo (indotto) di disgregazione della Jugoslavia e l’aggressione alla Serbia poi, per giungere in Africa ed in “Medio Oriente” con la guerra alla Libia prima e alla Siria – fallita – e prima ancora in Iraq.

Operazioni miranti al “Caos Creativo”, con effetti collaterali incontrollati, come è tipico delle devastazioni causate da ogni apprendista stregone...

Ma questi non sono gli unici territori dove questo “cancro” – come definirlo altrimenti? – si è riprodotto. Basti pensare al Caucaso, alla Cina dello Xinjiang od ad altri parti dell’Asia, con le rispettive popolazioni a farne le spese nell’indifferenza internazionale. Ricordiamo soltanto gli effetti del terrorismo islamista ceceno in Russia...

Certamente però la percezione del fenomeno – complice degli apparati informativo-culturali “con l’elmetto”, assoldati dalle classi dirigenti – comincia a manifestarsi solo quando quella lunga scia di morte e distruzione torna fino a noi.

Magari nella forma di un efferato omicidio ai danni di un comune cittadino, perpetrato da un “estremista islamico”, com’è stato il caso dell’insegnate francese decapitato nella periferia parigina per opera di un francese di origine cecena qualche giorno fa. La cui famiglia, legata alla guerriglia islamica cecena, era “fuggita” dalla Russia ottenendo asilo politico in Francia.

È difficile incontrare una analisi che metta in correlazione gli effetti del neo-colonialismo e la diffusione dello jihadismo nel quadro degli Stati post-coloniali, dove sono fallite in parte, o totalmente, le politiche di indipendenza promosse da vecchi e nuovi padrini, così come nella costruzione di solide entità statali in grado di soddisfare con uno sviluppo autocentrato i bisogni delle proprie popolazioni, come nel caso di alcuni Paesi dell’Africa.

Abbiamo qui tradotto una inchiesta a più mani, pubblicata su Le Monde, che fa il punto sullo sviluppo dello jihadismo nel continente africano, a partire da dove si stanno articolando gli interessi neo-coloniali francesi e non solo, minacciati oggi dall’insorgenza islamica, come avviene per esempio intorno ai giacimenti di gas in Mozambico.

Sfruttamento delle risorse senza una contropartita (a parte le briciole che vanno ad ingrassare compiacenti élite locali), sradicamento della popolazione, inserimento degli jihadisti in questa contraddizione e quindi militarizzazione dei territori; sia da parte degli eserciti “regolari” sia con milizie private profumatamente pagate.

È questo il copione che si ripete sempre più spesso, in un circolo vizioso in cui alla dinamica estrattivismo/sradicamento/militarizzazione si è unito il “fattore islamico”, che con ogni probabilità agisce “conto terzi” per contrastare i tentativi di penetrazione di altri attori globali.

Non vorremmo fare un torto agli autori, ma sembra che il motore principale delle loro preoccupazioni, al di là della validità dello studio, sia la minaccia al più grande progetto africano di estrazione del gas in cui è coinvolta la francese Total, in Mozambico (la nona maggiore risorsa stimata del pianeta), più che la sofferenza dei 1300 morti e dei più di 210.000 sfollati, in una vera e propria guerra che non viene nemmeno chiamata così e che non fa, ovviamente, alcun clamore.

Un approccio “euro-centrico”, in fondo interessato più agli interessi materiali del proprio imperialismo e praticamente indifferente alle sofferenze arrecate alle popolazioni locali.

Sia detto per inciso ma nell’estrazione del gas off-shore in Mozambico è coinvolta anche l’ENI.

Se si fa l’elenco delle varie agenzie private della sicurezza coinvolte in fasi successive, si troveranno le maggiori compagnie mercenarie mondiali: Blackwater, Wagner, Dyck Advisory Group, ecc.

In un altro articolo di Le Monde su questa piccola guerra dimenticata, Total ammette di essersi avvalsa di 5 di queste agenzie e che era in corso una gara per affidare il contratto ad altre 7!

Non è l’unico nuovo progetto della multinazionale francese con effetti devastanti. Si pensi alla East Africa Crude Oil Pipeline, una conduttura di 1.445 km che dal Lago Alberta, in Uganda, giunge alla Costa Nord-Est della Tanzania, nell’Oceano Indiano.

Alla faccia del “capitalismo green”, dei 400 pozzi d’estrazione previsti a Tilenga, in Uganda, ben 132 sono in un parco nazionale protetto, con un progetto che impatta in maniera negativa circa 100 mila persone, negando loro le più elementari attività di sussistenza attraverso l’agricoltura.

Per le oligarchie europee la “transizione ecologica” si ferma ai propri confini.

Tornando all’articolo tradotto, abbiamo un quadro abbastanza realistico di come le maggiori “holding” del terrorismo islamico stiano anche loro “investendo in Africa”, divenuta in questi anni uno dei teatri principali della Jihad globale, con buona pace di coloro che credevano che l’ISIS fosse stato sconfitto perché battuto militarmente in “Medio Oriente”. I “tagliagole islamici” li stiamo vedendo anche al soldo della Turchia agire in Libia o nel conflitto armeno-azero.

Come dice un ricercatore citato nell’inchiesta: finché lo Stato Islamico continua a progredire in Africa, il sogno del ‘califfato’ globale non è morto. Aggiungiamo noi: finché le condizioni di esistenza a cui vengono costrette milioni di persone in Africa saranno quelle dettate dalle logiche coloniali, quel “sogno” o incubo continuerà ad avere uno spazio sociale reale.

Cambiano le strategie di radicamento – talvolta i guerriglieri islamici si sostituiscono ad una amministrazione statale assente – e le modalità operative, che fanno tesoro proprio delle sconfitte subite. Ma la condizione principale per cui prosperano è la distruzione che l’Occidente ha portato e continua a portare in quei territori anche tramite proprie truppe di occupazione – come è il caso del Sahel – o con l’uso dei soldati di ventura del XXI secolo.

L’Occidente capitalista può conseguire vittorie limitate contro lo jihadismo ma non certo vincere la guerra né all’interno dei propri confini – per quanto imponga politiche repressive – o fuori da questi – per quanto appronti coalizioni internazionali – perché è una delle prime cause del male che vorrebbe curare.

Buona lettura!

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Mozambico, Sahel, Lago Ciad, Nigeria... Africa, il teatro di una nuova jihad

Jean-Philippe Rémy e Madjid Zerrouky – Le Monde

Intere parti del continente africano stanno conoscendo i “progressi” di circa 15.000 insorti islamisti. Gruppi come quello che ha sequestrato l’operatrice umanitaria francese Sophie Pétronin prima di scambiarla con una lunga lista di jihadisti imprigionati nel Sahel.

Si è ad un tavolo in un ristorante per carnivori preso in consegna nel quartiere degli affari di Sandton a Johannesburg, la capitale economica sudafricana. Una sera, all’inizio di ottobre, il cibo è buono. Il vino è generoso, le parole allegre.

Sembra quasi il “mondo prima” della pandemia di Covid-19, nonostante i tavoli lontani e le mascherine dei camerieri che portano bistecche spesse a piacimento, dopo mesi di chiusura di tutti gli stabilimenti. In Sudafrica, il picco della pandemia non è stato superato fino a settembre... Ma non è per questo che l’umore dei camerieri è così allegro.

Quest’ultimo, una forza della natura con un leggero accento afrikaner, è un ex capo dell’intelligence militare sudafricana che ora lavora per un operatore privato. Questo ex soldato è ora uno degli attori chiave delle società di sicurezza sudafricane.

Un uomo che, come tutti i suoi colleghi, sta affrontando una giornata di prosperità a causa di una crisi a poche centinaia di chilometri di distanza nella regione di Cabo Delgado in Mozambico. Analisti, manager di “gestione delle crisi”, fornitori di attrezzature e uomini, naturalmente... l’intero settore è in fibrillazione e ha in mente solo il nome di questo paese.

Lì, al nord, si sta diffondendo un’insurrezione islamista, iniziata quasi dal nulla tre anni fa. Gli insorti, conosciuti localmente come Chebab (giovani), sono apparsi in pieno giorno il 5 ottobre 2017. Lì, con mezzi molto limitati – non tutti i combattenti allora avevano armi da fuoco – il loro gruppo ha effettuato una prima incursione nel porto di Mocimboa da Praia, a quasi 3.000 chilometri da Maputo, la capitale, vicino al confine con la Tanzania.

Una regione che è anche, e soprattutto, in prospettiva un Eldorado ricco di gas. Un consorzio guidato dalla francese Total si sta preparando a costruire impianti di liquefazione del gas offshore nella penisola di Afungi, che è stata trasformata in un accampamento. In tre anni, gli Chabab, che hanno messo via i machete dei primi tempi, sono riusciti a lasciare il segno.

Pensavamo che fosse molto locale, e ora vediamo gruppi organizzarsi al punto di minacciare l’industria del gas”, dice l’ex soldato, “Diversi fattori si sono combinati tra il malcontento delle persone che si sentono abbandonate e le azioni dei servizi di sicurezza mozambicani, che non sempre distinguono tra gli insorti e la popolazione.

I jihadisti, invece, conoscono il terreno, organizzano agguati e ampliano il loro campo d’azione. Hanno un futuro brillante davanti a loro”, dice l’uomo che ha “i suoi uomini a terra per trasmettere informazioni”. Per quanto riguarda le forze mozambicane, ha molti aneddoti preoccupanti che spiegano, almeno in parte, l’avanzata dello Chabab.

“Dei bei giorni davanti a loro”

Da diversi anni, in questa regione si stanno formando in silenzio piccoli gruppi islamici, sullo sfondo di tensioni locali tra le tendenze religiose, in un contesto in cui le prospettive di sfruttamento del gas offshore e le sue ricadute economiche sono stuzzicanti. La provincia di Cabo Delgado è stata finora un “paradiso” per le ONG a causa della sua povertà. È stato anche il luogo di concentrazione di molte risorse che non hanno giovato alla popolazione, a cominciare dalle miniere di rubini, a cui si sono aggiunti l’eroina e il traffico di migranti.

La situazione promette di essere fruttuosa per le società di sicurezza, soprattutto per quelle sudafricane, naturalmente, ma ogni giorno un’insurrezione di questa natura è anche come un microdramma nelle prove, circondato a Cabo Delgado da una fitta nube di segretezza – i nomi dei leader dei vari gruppi di insorti sono oggetto di congetture.

Come si legge nell’ultimo rapporto del gruppo ONG Cabo Ligado (un gruppo che fornisce informazioni sulla situazione a Cabo Delgado, tra cui Acled e l’International Crisis Group), uno degli ultimi attacchi ha preso di mira un camion della compagnia elettrica nazionale, i cui tecnici stavano arrivando per riparare una linea “tagliata dagli insorti”.

Gli uomini (compreso un uomo ferito) sono stati rilasciati a condizione che trasmettessero il messaggio: “D’ora in poi, non riparate le linee tagliate”. Senza elettricità, senza acqua corrente, senza telefono, a volte senza banche. Mantenendo il caos in Mozambico, gli insorti organizzano metodicamente il proprio ordine.

Nel luglio 2019, gli insorti hanno promesso la loro fedeltà all’Organizzazione dello Stato islamico (ISO) nella wilaya (provincia) dell’Africa centrale: nota con l’acronimo Iscap, questa emanazione regionale dell’ISO era finora composta principalmente da un gruppo proveniente dall’est della Repubblica Democratica del Congo (RDC), frutto di una vecchia ribellione locale (originariamente installata nei Monti Rwenzori al confine con l’Uganda, e di cui il Sudan islamista era uno degli sponsor).

Questo sembra molto lontano, nel tempo e nello spazio – in effetti, parlare di Africa centrale per il Mozambico è un’aberrazione geografica. Eppure piccoli legami collegano i due gruppi. Dal combattente arrestato in Mozambico che afferma di essere stato addestrato in un campo di Iscap nella RDC, alle fonti che temono che il Congo orientale e la sua profusione di gruppi armati si trasformi in una piattaforma per il jihadismo nella regione.

“Obbedienze varie”

Da poco più di un anno l’Africa ha visto aumentare l’attività di molteplici gruppi di varie obbedienze in quasi tutte le parti di un continente che è diventato centrale per la comunicazione dell’Organizzazione dello Stato Islamico.

Lo Stato Islamico si sta concentrando sui suoi franchise africani o sui gruppi che le hanno promesso fedeltà, da parte di nuovi arrivati dall’Africa centrale o orientale, dove l’organizzazione jihadista sta cercando di radicarsi sui gruppi jihadisti locali. Ma anche in Africa occidentale (l’organizzazione Islamic State in West Africa o Iswap), o facendo affidamento su gruppi tradizionalmente attivi nel Sinai.

Ucciso nell’ottobre 2019 durante un raid delle forze speciali statunitensi in Siria, l’ex capo dell’organizzazione, l’iracheno Abu Bakr Al-Baghdadi, nella sua ultima apparizione video sei mesi prima, si era preoccupato di ringraziare i nuovi gruppi che avevano promesso fedeltà allo Stato Islamico in Africa, in particolare in Mali e Burkina Faso.

Ha persino menzionato il nome di Abou Walid Al-Sahraoui, poi Emiro dello Stato Islamico per il Grande Sahara (EIGS) prima della “riunificazione” – almeno nel campo della propaganda e della comunicazione – di tutti i gruppi che operano nel Grande Sahel e nell’Africa occidentale, sotto lo stesso vessillo: Iswap.

Il 31 ottobre, il nuovo portavoce dello Stato Islamico aveva menzionato “l’Africa centrale” tra i nuovi territori della jihad nella sua prima registrazione audio. All’inizio del mese, riferendo di un anno di operazioni, il settimanale online Al-Naba, l’organo di propaganda dello Stato Islamico, ha rivendicato 118 operazioni in Mozambico, Tanzania e RDC, dove un Peace-Keeper indonesiano è stato ucciso in un’imboscata vicino alla città di Beni il 22 giugno.

“Finché lo Stato Islamico continua a progredire in Africa, il sogno del califfato globale non è morto”, ha detto Jacob Zenn, ricercatore dell’Università di Nairobi, Kenya.

Che ci sia un effetto di opportunità tra i gruppi locali e i lontani responsabili dello Stato Islamico è evidente. Jacob Zenn, ricercatore della Jamestown Foundation di Washington, D.C., che da anni studia i legami tra i gruppi jihadisti in tutto il continente, lo ha riassunto a maggio nell’introduzione a una serie di articoli pubblicati dal think tank Center for Global Policy (Africa, the Caliphate Next Frontier, “Africa, la prossima zona di espansione del ‘califfato'”): “Finché lo Stato Islamico continua a progredire in Africa, il sogno del ‘califfato’ globale non è morto.”

Sulla carta, il continente ha diversi vantaggi, nonostante la grande diversità delle situazioni, a partire da una sovrabbondanza di piccoli gruppi armati che, sommati insieme, possono dare l’illusione di una grande scena jihadista. Un recente rapporto dell’Unione Africana (UA) stima il loro numero a 15.000; se il loro comando fosse centralizzato, ne farebbe la più grande forza jihadista del mondo. Non è così, perché i gruppi sono frammentati. Ma molte situazioni locali sono favorevoli all’espansione di questi gruppi.

Gli autori dello stesso rapporto dell’Ua – che da diversi anni mette in guardia sulla moltiplicazione di cellule e piccoli gruppi – ritengono “improbabile che questi gruppi stiano per dichiarare un califfato nelle aree sotto il loro controllo, perché ciò non sarebbe sostenibile a breve termine e attirerebbe una nuova campagna militare internazionale contro di loro, mentre stanno consolidando le loro posizioni e si stanno espandendo geograficamente”.

Ha aggiunto che “Hanno ovviamente imparato dai loro territori perduti nel nord del Mali, come in Iraq e in Siria. Stanno adottando un approccio più complesso con l’obiettivo di prendere il potere, distruggere le infrastrutture e assassinare i leader locali.”

Nell’ultimo anno e mezzo, quasi la metà della copertura online di Al-Naba è stata dedicata alle operazioni delle filiali africane. Il numero dei video è in aumento, così come la loro qualità e la raffinatezza della loro messa in scena. Per imitazione, o grazie a consigli diretti, la propaganda visiva di Iswap porta ora l’artiglio dell’EI “Iraq-Siria” dei grandi anni del “Califfato” (2014-2017). Questo può essere aneddotico, ma in questa fase fa la differenza.

I collegamenti tra Boko Haram e Al-Qaeda

Come dice Vincent Foucher, del laboratorio del CNRS Les Afriques dans le monde, “Con pochissimo, qualche consigliere, un po’ di Internet, è possibile fare la differenza.” Egli sottolinea l’evoluzione dei combattenti del cosiddetto movimento Boko Haram in Nigeria (parte del quale è affiliato allo Stato Islamico attraverso Iswap).

“Abbiamo visto l’influenza dello Stato Islamico centrale cambiare nel tempo. Ci sono stati periodi in cui le loro richieste sono rimaste inascoltate, come mi è stato detto da fonti dirette del movimento”, spiega. C’è stato un tempo in cui i legami tra Boko Haram e Al-Qaeda permettevano ad alcuni elementi di andare ad allenarsi in Mali. Qualche anno più tardi – dopo cambi di alleanza e divisioni – furono inviati dalla Libia consiglieri nella macchia mediterranea in Nigeria per diversi mesi. Hanno migliorato la tattica degli attacchi, hanno spinto per la creazione di una sorta di uniforme, hanno chiesto la fine dell’uso dei bambini soldato, hanno spinto per un regime di imposizione fiscale piuttosto che vivere di saccheggi. Questo investimento minimo ha dato i suoi frutti: il gruppo è diventato più efficace”, conclude Vincent Foucher.

Questa “efficienza” si basa su altre pratiche, come l’avvicinamento ad almeno una parte della popolazione nelle aree da conquistare. Secondo una fonte che segue questi movimenti da due decenni: “C’è una chiara rottura con il modello qaedista del dopo 11 settembre, dove i gruppi cercavano di essere ospitati localmente con l’idea di affrontare i colpi dei loro attacchi altrove".

D’ora in poi, l’obiettivo è quello di controllare le aree con il minor numero possibile di apparizioni, ma con l’idea di amministrarle a lungo termine. “Questa fase può iniziare in maniera discreta, anche segreta. Potrebbe essere già al lavoro in diverse parti del continente. Alcune persone sono preoccupate per l’organizzazione di cellule nelle Comore, o in Madagascar, quando fonti corroboranti cercano di misurare ciò che è all’opera in Malawi, un paese che è stato giudicato finora “fuori dal radar”, ma che potrebbe benissimo essere un’estensione della zona dello Chabab mozambicano, o una staffetta verso l’est della RDC.

Il responsabile della sicurezza di una grande ONG internazionale ha espresso preoccupazione per il numero crescente di situazioni di questo tipo in tutto il continente. “C’è ora una crescente necessità di tener conto del fatto che gli attori umanitari sono potenziali bersagli, come dimostra l’attacco che ha portato all’assassinio del gruppo di Acted nel parco Kouré del Niger [il 9 agosto].”

Osservando una serie di aree in cui le sue squadre operano in Nigeria, ha osservato come “su una strada che tutti stavano usando fino a poco tempo fa, sono apparsi dei falsi check-point. Gli insorti sono alla ricerca di obiettivi interessanti, come i nostri dipendenti, sia locali sia internazionali. Questo può portare ad un assassinio o ad un rapimento.”

Lo scambio all’inizio di ottobre tra l’umanitaria francese Sophie Pétronin e la politica maliano Soumaïla Cissé per diverse centinaia di jihadisti illustra il “valore di mercato” degli europei come figure emblematiche locali.

“Dare forma all’ambiente”

Il nostro addetto alla sicurezza sottolinea che il lavoro di influenzare e combattere le autorità si svolge “in modo insidioso, silenzioso, con una sorta di assoluta discrezione nei confronti del resto del mondo”. Queste aree non sono presidiate da un gruppo armato, ma vi possono comparire uomini, soprattutto lungo le strade o nei centri abitati, per realizzare ciò che una fonte specializzata chiama “modellamento dell’ambiente”.

“A volte è molto poco. Un cadi [magistrato musulmano] per dispensare la giustizia di cui la popolazione locale ha tanto bisogno. Un leader religioso che consiglia, ma anche fa raccomandazioni sugli stili di vita. Oltre a questo, vengono organizzati assassinii di leader locali, tutto ciò che può incarnare lo stato, dai funzionari amministrativi agli operatori sanitari o agli insegnanti”, aggiunge un’altra fonte che segue l’evoluzione dei movimenti.

Nessuno ritiene che questo sforzo sia il risultato di un lavoro centralizzato e coordinato, con squadre sparse in diverse aree. È piuttosto un metodo che si sta diffondendo, e la sua ricetta si estende a macchia d’olio – a volte lenta, a volte rapida – per “rompere” i segni e i pilastri della presenza dello Stato. Così, in Burkina Faso, Mali e Niger, “centinaia di istituti scolastici sono stati bruciati, saccheggiati e distrutti” nel giro di poco più di un anno, secondo l’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch.

Nel solo Burkina Faso, dal gennaio 2019 all’aprile 2020, i suoi ricercatori hanno stabilito (nel rapporto “La loro lotta contro l’istruzione”, maggio 2020), che “il numero di persone sfollate dalle proprie comunità è esploso da 87.000 a più di 830.000, secondo le Nazioni Unite".

Tra di loro ci sono centinaia di insegnanti. Da parte sua, Vincent Foucher nota: “Non è un caso che circolino ricette, anche le più violente, perché la gente della jihad passa molto tempo a pensare. E scrivere, trasferire la conoscenza.“

“Questo non significa che ci sia un grande maestro che tira i fili. Piuttosto, ci sono tutta una serie di piccoli maestri che lavorano nella loro zona, osservando gli altri, imparando lezioni e applicano ciò che funziona”, riassume una delle fonti specializzate. I metodi sono ormai collaudati, applicati laddove si verificano conflitti locali, a volte esacerbati dai cambiamenti politici o climatici. Dove lo Stato non era già presente in modo imparziale; dove il terrore può avere un ruolo, come pure, al contrario, l’attrazione di una forma alternativa di amministrazione.

La nostra fonte umanitaria è d’accordo, “nelle vicinanze del lago Ciad, la gente può non amare tanto i jihadisti, ma riconosce che spesso forniscono loro una forma soddisfacente di amministrazione che va a beneficio delle loro attività. Quindi non sono riluttanti a pagare loro le tasse, perché ne vedono l’utilità.”

Per farlo, non c’è bisogno di “tenere” un terreno con delle città, accampamenti e basi, che sono sempre più prese di mira dalle operazioni militari aeree delle forze internazionali, sia nel Sahel, sia nella regione del lago Ciad o nel Corno d’Africa. I casi di costituzione di gruppi che si rivolgono ai paesi costieri dell’Africa occidentale, del Togo, del Benin, della Costa d’Avorio e del Ghana, sono già fonte di preoccupazione.

Una fonte africana ben informata lo vede come una “corsa al mare”, il cui scopo sarebbe quello di creare corridoi per la logistica e i traffici, piuttosto che un’espansione territoriale.

Allo stesso tempo, altri gruppi stanno emergendo, non ancora nella fase in cui le azioni stanno attirando l’attenzione. Ma “in Guinea, o in Sierra Leone, siamo preoccupati per i piccoli gruppi. Ci sono elementi radicalizzati, per esempio nella regione di Kailahun nella Sierra Leone orientale [vicino alla Liberia e alla Guinea], che lavorano con le comunità locali; non sappiamo cosa ne verrà fuori”, osserva lo stesso umanitario.

Situazioni locali con un pizzico di globale. Da un lato, lo Stato Islamico sta cercando di recuperare le situazioni a scopo propagandistico; dall’altro, i gruppi locali intendono costruire il prestigio della loro affiliazione attraverso la comparsa dei loro video nella comunicazione centrale dello Stato Islamico, o attraverso i propri canali, come le filiali affiliate ad Al-Qaeda. A volte anche i lottatori vanno altrove per allenarsi. Oppure ricevere i visitatori.

Gli unici viaggi conosciuti in Africa dal Medio Oriente da parte di inviati di alto rango dello Stato Islamico in questa fase sono quelli di uno dei luogotenenti di Al-Baghdadi, l’iracheno Abu Nabil Al-Anbari, morto in Libia nel novembre 2015, e quello di Abdul-Qader al-Najdi, uno dei capi delle comunicazioni del gruppo, anch’egli proveniente dall’Iraq.

Alcuni combattenti di rango inferiore hanno viaggiato avanti e indietro (Libia o Tunisia-Medio Oriente) e altri, quando il califfato è crollato dopo la caduta di Baghouz nel marzo 2019, si sono rifugiati nei loro Paesi d’origine – dalla Tunisia al Sudafrica e al Sudan.

Dei “recenti successi” elogiati

Nel suo ultimo messaggio di maggio, il portavoce dell’EI Abu Hamza Al-Qurayshi della regione iracheno-siriana, Abu Hamza Al-Qurayshi, ha dedicato un tempo significativo al continente, congratulandosi con i combattenti di Iswap per i loro “recenti successi” e “l’estensione delle loro operazioni”, riferendosi a due settimane di lotta contro le forze armate regolari tra Niger e Nigeria.

Un’area in cui può essere in atto un nuovo sviluppo locale, con la cooptazione di gruppi di “banditi” locali, di solito piccoli trafficanti di benzina, di elettrodomestici o di esseri umani, ai quali vengono offerte strutture per l’utilizzo di determinate strade, beneficiano di protezione, anche se poi vengono incorporati nelle file dei gruppi armati, in un misto di generi.

Nella zona del Sahel, dove una serie di scontri tra i gruppi affiliati ad Al-Qaeda (all’interno del Gruppo a sostegno dell’Islam e dei musulmani, JNIM) e lo Stato Islamico (all’interno dello Stato islamico del Grande Sahara, incluso nell’ISWAP) sono iniziati diversi mesi fa, le famiglie hanno membri in ogni campo.

Gli Chahab mozambicani hanno a cuore, come stimano diverse fonti, di creare per se stessi anche una “zona grigia” destinata ad aprire l’accesso al mare? Il tempo lo dirà. Ma per il momento, l’estensione dell’influenza dei jihadisti a Cabo Delgado non sembra in grado di fermare i progetti sul gas.

Secondo l’analista Benjamin Augé, ricercatore associato presso l’Istituto francese di relazioni internazionali, “la costruzione di due treni di liquefazione da parte di Total non è in alcun modo messa in discussione dagli attacchi dei gruppi islamisti. Tuttavia, il progetto potrebbe essere ritardato a causa della situazione della sicurezza e delle conseguenze del Covid-19”.

La lezione è senza dubbio anche lì, e ci impone di guardare con attenzione ai rischi della vita quotidiana, piuttosto che temere una confluenza di gruppi jihadisti in tutta l’Africa. Come riassume Vincent Foucher, “in sostanza, la formula della destabilizzazione funziona molto bene, e ha un futuro brillante davanti a sé. Ma alla fine, l’idea di un califfato gigante mi sembra irrealistica. Forse il confronto va fatto semplicemente con l’Internazionale comunista: alla fine, sono sempre i nazionalismi a prevalere”.

Fonte

09/01/2020

Mar Mediterraneo - Scontro sulle Zone Economiche Esclusive



Molti osservatori sono concentrati sulla guerra civile in Libia e le tensioni in Medio Oriente. Ma c’è un aspetto di questa guerra che merita di essere conosciuto e compreso: lo scontro sulle Zone Economiche Esclusive (da adesso in poi ZEE) nel mare Mediterraneo. Il problema si è palesato negli anni più recenti a causa della scoperta di grandi giacimenti di gas nei fondali marini.

Infatti fino alla fine degli anni '90 nessun Paese che si affacciava sul Mar Mediterraneo aveva proclamato ZEE, pur avendone il diritto riconosciuto dal trattato Onu di Montego Bay del 1982.

Ma la competizione sui corridoi e i giacimenti energetici dalla fine degli anni '90 in poi è diventata furiosa. Sui tracciati delle pipelines che portano gli idrocarburi dai giacimenti fino ai mercati di sbocco in Europa, si è combattuta per anni una guerra non dichiarata tesa ostacolarne o definirne i tracciati (ed anche le conseguenti royalty per i diritti di passaggio). Sul come fare arrivare petrolio e gas dai giacimenti dell’Asia ex sovietica e Iran in Europa si sono combattuti sanguinosi conflitti nel Caucaso e in Turchia.

Per anni i corridoi energetici che dovevano sboccare sul porto russo di Novorossik sul Mar Nero o su quello turco di Ceyhan sul Mediterraneo, hanno visto un braccio di ferro tra Russia, Iran, Stati Uniti, Turchia. In parte questo braccio di ferro è stato anche la causa della guerra e dello smembramento della Jugoslavia e delle tensioni nei Balcani, cioè della regione a ridosso del mercato di sbocco in Europa.

Negli anni più recenti, questo scontro si è spostato sul mare. La scoperta di grandi giacimenti di gas sul fondo marino, ha attivato immediatamente gli Stati rivieraschi.

Ha cominciato Israele definendo in modo piuttosto ampio la propria ZEE tagliando fuori i palestinesi (mare davanti a Gaza) e coinvolgendo Cipro. Il progetto ha via via coinvolto anche la Grecia. La cosa ha preoccupato la Turchia che a sua volta ha definito la propria ZEE, la quale risulta però imbrigliata da quelle di Israele, Cipro e Grecia. Se con la prima i rapporti si sono via via fatti più tesi nel tempo, con le prime due le tensioni sono storiche. Cipro è divisa tra zona greca e zona turca, con la Grecia la rivalità risale al tempo della dissoluzione dell’Impero Ottomano dopo la Prima Guerra Mondiale.

A finirne coinvolta è stata però anche l’Italia. Nel febbraio del 2018 le unità della marina militare turca hanno bloccato e fatto allontanare una nave della Saipem (Eni) che doveva perforare ed esplorare un’area marina al largo di Cipro, dove la Turchia aveva dichiarato unilateralmente il blocco delle attività di esplorazione dei fondali.

A ottobre del 2019, la Turchia ha alzato ulteriormente il livello della sfida nel Mediterraneo Orientale, spingendo la propria ricerca di gas in acque cipriote e direttamente in “casa” di Eni e Total all’interno del blocco esplorativo 7, che Nicosia aveva da poco affidato alle società italiane e francesi. Secondo il Sole 24 Ore, alla Total sono andati il 20% dei blocchi 2 e 9 (quota identica a quella già detenuta dalla cipriota Kogas, mentre Eni ora è scesa al 60%); il 30% del blocco 3 (Eni è scesa al 50%, Kogas resta al 20%) e il 40% del blocco 8, che prima era al 100% “italiano”. Eni e Total erano già socie al 50% nel blocco 6 della Zona Economica Esclusiva al largo di Cipro.


L’ultima forzatura è avvenuta da poche settimane con l’accordo tra Turchia e la Libia di Sarraj che hanno di fatto unificato le loro ZEE incuneandosi tra quelle integrate di Israele, Cipro e Grecia. Con l’accordo turco-libico siglato a fine novembre sulla definizione dei nuovi confini marittimi con la Libia, la Turchia ha voluto mettere un pesante ipoteca sulla questione della delimitazione delle contese acque territoriali attorno all’isola di Cipro e soprattutto sullo sfruttamento delle ingenti risorse di gas che in quelle acque si trovano. Il che riguarda un’area marittima che va dalla parte sud-occidentale della penisola anatolica alle coste nord-orientali della Libia.

Non solo. Secondo l’Istituto di Studi di Politica Internazionale, Ankara ha voluto anche dare un segnale forte a tutti gli altri stati – Egitto, Giordania, Israele e Italia – che a inizio 2019 hanno costituito l’Eastern Mediterranean Gas Forum per lo sviluppo congiunto degli idrocarburi, “esplicitando che nella partita del gas del Mediterraneo orientale la Turchia è intenzionata a giocare la sua parte, anche con regole del gioco non condivise, e a non lasciarsi marginalizzare”.

E qui entra in ballo un altro soggetto pienamente coinvolto nella guerra civile libica: l’Egitto, che come noto, sostiene il generale Haftar contro il governo di Tripoli. Già nel 2015 l’Eni aveva effettuato una scoperta di gas di rilevanza mondiale nell’offshore egiziano del Mar Mediterraneo, presso il prospetto esplorativo denominato Zohr. Il giacimento supergiant presenta un potenziale di risorse fino a 850 miliardi di metri cubi di gas in posto e un’estensione di circa 100 chilometri quadrati. Zohr rappresenta la più grande scoperta di gas mai effettuata in Egitto e nel Mar Mediterraneo. “Eni svolgerà nell’immediato le attività di delineazione del giacimento per assicurare lo sviluppo accelerato della scoperta che sfrutti al meglio le infrastrutture già esistenti, a mare e a terra” scriveva il sito dell’Eni.

Ma a giugno del 2018 di fronte alle coste dell’Egitto l’Eni ha scoperto nella ZEE dell’Egitto un altro giacimento di gas, il “Noor”, che avrebbe dimensioni pari a tre volte il gigantesco giacimento di Zohr, individuato appunto nel 2015 e ritenuto all’epoca il più grande del Mediterraneo.

E questo è stato un evento che in prospettiva può cambiare la geopolitica del Mediterraneo. L’Egitto si troverebbe nelle condizioni di diventare un grande esportatore di energia verso l’Europa, a scapito delle analoghe ambizioni israeliane affidate ai giacimenti Tamar e Leviathan, (quest’ultimo in joint-venture con l’americana Noble) e delle ambizioni della Turchia.

Il Mar Mediterraneo, attraverso i confini invisibili di delimitazione delle ZEE, sta diventando così un terreno di contesa né più né meno di quella che si sta combattendo sulla terraferma, in Libia come a Gaza o a Cipro.

Ieri al Cairo si è svolto un vertice straordinario di paesi coinvolti nella guerra civile libica ma anche nella contesa sulle ZEE nel Mediterraneo ovvero Italia, Egitto, Francia, Cipro e Grecia. La partecipazione infatti di Grecia e Cipro conferma che il problema non riguarda solo gli scontri militari sul territorio libico ma anche le tensioni in mare sui giacimenti di gas.

Fonte

12/07/2017

Crisi del Golgo - Lo strano triangolo Usa-Qatar-Iran

Gli Stati Uniti entrano a gamba tesa nella crisi del Golfo: ieri il segretario di Stato Usa, Rex Tillerson a Doha ha stretto con il Qatar un “un memorandum d’intesa in merito ai futuri sforzi che il Qatar può fare per rafforzare la lotta contro il terrorismo e il suo funzionamento”. Così il consigliere Hammond spiegava ieri il contenuto dell’accordo tra Washington e Doha, “passo avanti” nella risoluzione della guerra fredda in corso con i paesi del fronte sunnita, Arabia Saudita, Egitto, Bahrain e Emirati Arabi.

Da settimane il segretario di Stato getta acqua sul fuoco acceso da Trump dopo la visita di fine maggio in Arabia Saudita, ponendosi come mediatore della crisi: prima di raggiungere Doha ha fatto tappa in Kuwait, paese impegnato nel negoziato, e oggi volerà a Gedda per incontrare l’altro fronte, i rappresentanti saudita, egiziano, bahrenita e emiratino. 

L’accordo siglato ieri ha un peso politico importante, una chiara presa di posizione di un’amministrazione che ora, per bocca dello stesso Tillerson, definisce “ragionevole” la richiesta di fine dell’embargo mossa dal Qatar. In aperta opposizione alla posizione del fronte guidato dai sauditi che di nuovo ieri hanno accusato Doha di aver violato gli accordi stretti in sede di Consiglio di Cooperazione del Golfo in merito al sostegno al terrorismo e di finanziamento della Fratellanza Musulmana, arci-nemico saudita.

L’emirato isolato risponde minacciando di uscire dal Ccg, insistendo nel rifiutarsi di accettare le 13 richieste mosse da Riyadh, Manama, Il Cairo e Abu Dhabi (tra cui la chiusura di al Jazeera e la cacciata della rappresentanza diplomatica iraniana, oltre al pagamento di non meglio precisati risarcimenti danni).

La giravolta statunitense ha basi solide: all’iniziale plauso del presidente Trump che con una serie di tweet aveva appoggiato l’isolamento del Qatar da parte dell’alleato di ferro Riyadh, è seguita la solita e ovvia realpolitik Usa, ben rappresentata da Tillerson, ex presidente della Exxon e testa d’ariete della lobby energetica e petrolifera americana.

Se sottobanco a muoversi è proprio la Exxon – insieme a Total e Shell – che ha aderito ufficiosamente al faraonico progetto qatariota di aumento della produzione di gas liquido del 30% entro il 2024, le relazioni economiche tra Washington e Doha sono troppo fiorenti per metterle in serio pericolo. Anche se a premere sull’acceleratore è Riyadh: l’interesse saudita per l’annichilimento del principale avversario interno all’asse sunnita non fa il gioco di Washington, più interessata a costruire una Nato araba in chiave anti-Iran che a veder spezzettato il fronte sunnita.

Gli Stati Uniti sono il principale investitore straniero in Qatar e il primo importatore nell’emirato di beni di ogni genere, macchinari, automobili, strumenti medici, prodotti agricoli: una ricchezza che fa del Qatar il quarto importatore di beni statunitensi al mondo.

Oltre 120 compagnie statunitensi sono attive nel paese, per lo più nel settore energetico ampiamente sviluppato da società americane, sia per quanto riguarda le infrastrutture petrolifere che quelle per il gas liquido (di cui il Qatar è primo fornitore al mondo). Dall’emirato agli Stati Uniti arrivano invece gas naturale, alluminio e fertilizzanti. L’interscambio, dal decennio scorso, si attesta sui 6,3 miliardi di dollari l’anno in prodotti commerciali.

Senza dimenticare gli investimenti che la petromonarchia ha negli Stati Uniti (l’ultimo accordo prevede l’investimento di 45 miliardi di dollari in fondi sovrani Usa entro il 2021, denaro che porta con sé un potenziale enorme in termini di occupazione*) e il ruolo dell’industria bellica (anche qui la più recente intesa è stata siglata a crisi già esplosa, con la vendita di jet F-15 per un totale di 21 miliardi di dollari).

Alla porta dell’emirato, però, sta anche il nemico numero uno della Casa Bianca, l’Iran. Dopo aver offerto – insieme alla Turchia – al Qatar isolato l’invio di beni alimentari e l’utilizzo del proprio spazio aereo, Teheran punta più in alto. E ieri il ministro degli Esteri qatariota, Sheikh Mohammed bin Abdulrahman al Thani, ha espresso l’interesse a sviluppare una maggiore cooperazione con la Repubblica Islamica.

A partire dallo sfruttamento del giacimento di gas South Pars, nel Golfo Persico, su cui ha messo le mani la Total (la stessa che intende sviluppare la produzione qatariota nei prossimi anni): la multinazionale francese, dopo la firma dell’accordo pochi giorni fa, si è assicurata oltre il 50% delle quote, a cui prendono parte anche la cinese Cnpc e l’iraniana Petropars. Un investimento totale di 4,8 miliardi.

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* affermazione opinabilissima... 

04/07/2017

La Total rompe l’isolamento di Teheran. Il “coraggio” delle multinazionali europee

La Francia e l’Iran rompono l’isolamento internazionale sui grandi contratti con l’Occidente. L’accordo da 4,8 miliardi di dollari firmato dalla Total con l’Iran per sfruttare insieme ai cinesi della Cnpc il mega-giacimento di gas a South Pars è la prima vera grande sfida alle sanzioni finanziarie confermate da Donald Trump alla repubblica islamica. Segna anche il ritorno di una grande compagnia occidentale in Iran dopo l’accordo sul nucleare del 2015 e l’annullamento delle sanzioni sugli investimenti in Iran nel settore energetico.

Finora gli accordi con Teheran erano stati frenati dal timore che gli americani potessero punire le aziende e le banche occidentali con sanzioni di tipo finanziario e creditizio: questo è il senso profondo di un’intesa economica che costituisce anche un messaggio politico della Francia di Macron. Si tratta ovviamente di un segnale incoraggiante per l’Italia, che in Iran ha 25 miliardi di dollari di contratti pronti a partire e che sono congelati dai timori di sanzioni americane.

L’intesa per South Pars prevede la costituzione di un consorzio dove la Total avrà una quota di maggioranza del 50% mentre il 30% va alla compagnia cinese Cnpc e un quota del 20% all’iraniana Petropars. La Total in concreto effettuerà un investimento da un miliardo di dollari, consistente ma non eccezionale visto che, per fare un esempio nel campo occidentale, in passato l’Eni aveva già attuato in Iran investimenti di questa taglia. Si tratta però di una mossa assai importante che tra l’altro riguarda i pozzi offshore di South Pars, cioè quei giacimenti che l’Iran condivide con il Qatar, entrato nel mirino dei sauditi e delle altre monarchie del Golfo.

Da sottolineare una coincidenza interessante: nella sua recente visita a Roma il ministro degli Esteri del Qatar Mohammed al Thani ha ribadito il rifiuto di Doha delle 13 richieste poste da Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Bahrain per porre fine all’embargo introdotto a seguito delle accuse di sostegno al terrorismo e di “complicità” con l’Iran. Tra le condizioni vi sono la chiusura della tv al-Jazeera, accusata dall’Egitto di diffondere la dottrina dei Fratelli Musulmani, la fine dei rapporti con l’Iran, con il quale il Qatar condivide proprio lo sfruttamento di South Pars, la chiusura della base turca di Doha e “riparazioni” in denaro da versare ai sauditi e agli altri paesi del blocco.

Certo, i vertici della Total si sono affrettati a sottolineare che l’intesa con l’Iran è stata fatta nel pieno rispetto delle regole internazionali e che il gas estratto andrà ad alimentare il mercato interno, ma è evidente che i francesi hanno colto un’opportunità sfruttando i finanziamenti delle banche cinesi in alternativa a quelle occidentali.

Questo è il punto nevralgico degli affari con Teheran, che è stato sottolineato anche in un colloquio avuto in questi giorni a Roma con il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif: le grandi banche europee temono di essere sanzionate dalle autorità americane. Ma a non rispettare gli accordi sul nucleare sono gli Stati Uniti, non gli europei e per un motivo evidente: con il viaggio di Trump in Arabia Saudita e in Israele l’amministrazione Trump ha abbracciato la visione saudita secondo la quale il vero nemico della guerra in Siria e Iraq non è tanto il Califfato, ormai in rotta, ma la repubblica islamica che ha esteso la sua influenza in Medio Oriente mantenendo in sella con l’intervento decisivo della Russia il regime di Assad.

Per questo l’accordo della Total verrà adesso attentamente monitorato. La società francese fu la prima già negli anni ’90 a sfidare le sanzioni volute contro Teheran dall’amministrazione Clinton, seguita poi dall’Eni. E sarà interessante vedere le prossime mosse del presidente francese Macron: dopo gli attentati a Teheran dell’Isis ha avuto un colloquio telefonico con il presidente iraniano Rohani per convocare un vertice internazionale sul terrorismo. La Germania ha 11 miliardi di dollari di contratti in sospeso con l’Iran, l’Italia 25: con la Total si è mossa la Francia, vedremo cosa faranno gli altri partner europei. Ci lamentiamo spesso che gli europei non sono protagonisti delle crisi in Medio Oriente o che seguono acriticamente le mosse degli americani: ma per diventare davvero grandi servono coraggio e determinazione.

Alberto Negri - Da il Sole 24 Ore del 4 luglio 2017

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12/04/2016

17 aprile: un ‘si’ contro le trivelle e il governo Renzi

Per ammissione degli stessi commentatori, analisti e giornalisti che hanno finora contribuito a tenere in sordina il dibattito sul referendum del 17 aprile, le vicende che hanno visto recentemente protagonista il governo Renzi rendono l’appuntamento di domenica prossima assai più ‘pesante’ e importante dal punto di vista dei possibili riflessi sulla situazione politica generale.

Le dimissioni del ministro Guidi – sacrificata da Renzi per evitare che lo scandalo coinvolgesse anche il resto dell’esecutivo – ha evidenziato per l’ennesima volta le storture di un sistema che fa della corruzione e dell’imposizione degli interessi dei comitati d’affari, delle lobby e delle multinazionali la sua priorità.

Apparentemente, il referendum di domenica prossima affronta un aspetto in qualche maniera secondario. Se dovesse vincere il ‘si’, le trivelle delle società petrolifere – come quella Total che oliava gli ambienti politici ed economici locali e nazionali per poter realizzare il suo business – potrebbero comunque continuare ad estrarre il greggio entro le 12 miglia di mare dalla costa fino alla scadenza della concessione, ma non fino all’esaurimento totale del giacimento come deciso dal governo contro il parere di molto dei suoi stessi amministratori locali. Di fatto il referendum è stato convocato per volontà di quasi metà delle regioni italiane che hanno così voluto contestare il provvedimento dell’esecutivo che con un colpo di mano ha imposto gli interessi della lobby petrolifera.

Ma se la vittoria del ‘si’ avrà formalmente degli effetti limitati sul piano della devastazione ambientale e della limitazione degli appetiti delle imprese energetiche e dei comitati d’affari ad esse connesse, sul piano politico le conseguenze potrebbero essere assai maggiori: la vittoria dei ‘no Triv’ al referendum del 17 aprile potrebbe diventare il primo vero schiaffo al governo Renzi ed alla sua tracotanza da quando l’ex sindaco di Firenze è stato cooptato alla guida dell’esecutivo.

Basta vedere la foga con cui lo stesso premier si è impegnato a sabotare il raggiungimento del quorum, invitando gli elettori ad “andare al mare” come avevano fatto prima di lui Bettino Craxi e Silvio Berlusconi rispettivamente nel 1991 e nel 2011. Contando sulla complicità della grande stampa, di un sistema televisivo sempre a disposizione del blocco di potere e sull’assenza di mobilitazione da parte del mondo politico in generale, Matteo Renzi spera che domenica la consultazione fallisca per ‘rimettersi una costola’ sperando di superare il brutto momento che sta attraversando. La convocazione della consultazione popolare disgiunta dal voto amministrativo di giugno oltre che a provocare un inutile spreco di soldi mira esplicitamente a tenere a casa gli elettori: lo stato maggiore del Pd e gli ambienti economici ad esso connessi sanno bene che se la gente va a votare nella stragrande maggioranza dei casi è per votare contro la distruzione delle nostre coste in nome di uno sviluppo che in realtà significa devastazione ambientale, arricchimento di ristrette lobby e malaffare.

Il meccanismo di boicottaggio sembrava funzionare abbastanza bene, fino a qualche giorno fa. Ma l’emergere dello scandalo sulle pericolose relazioni del ministro Guidi – e, per stessa sua ammissione, del premier Renzi – con la Total, ha costretto i media e il sistema politico a riaccendere i riflettori sulle scorrerie delle multinazionali energetiche nei nostri territori provocando un aumento dell’interesse sul referendum e una politicizzazione dello stesso.

Domenica occorre andare a votare non solo contro le trivellazioni in mare e un sistema che premia le fonti energetiche non rinnovabili e inquinanti a danno della ricerca di fonti alternative e dell’utilizzo nel frattempo di energie rinnovabili. Votare ‘si’ il 17 aprile significherà mandare un chiaro segnale contro le lobby economiche dominanti e le collusioni con un governo corrotto e prono agli interessi dei poteri forti. La vittoria dei ‘si’ costituirebbe un segnale incoraggiante per tutti quei comitati e popolazioni – dalla Val di Susa alla Terra dei Fuochi – che da anni si battono coraggiosamente contro l’imposizione di scelte antieconomiche, inquinanti e autoritarie da parte degli esecutivi nazionali e dell’Unione Europea.

Se domenica dovesse affermarsi il ‘si’ – al di là, come già detto, del carattere specifico del quesito – i movimenti di lotta di questo paese saranno un po’ più forti. Più la partecipazione sarà consistente, più il segnale contro Renzi e il suo comitato d’affari giungerà forte e chiaro.

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11/04/2016

Tempa Rossa, la guerra tra bande prima delle prove vere

La vicenda delle indagini su Tempa rossa, che ha portato all’arresto del compagno della ormai ex ministro Federica Guidi, va ben contestualizzata. Sia per capire l’inchiesta che per comprendere cosa è questo governo e quali sono le sue prospettive.

Il primo filone di indagine riguarda l'impianto Eni di Viggiano (Potenza). Questa parte dell'indagine riguarda la gestione dei rifiuti. Ed è qui che l’ipotesi di reato è quella di disastro ambientale. Quella che Renzi ha liquidato in tv con la battuta “ma quale disastro ambientale qui non è mai stata estratta una goccia di petrolio”. Il problema è che non siamo al Bagaglino: l’accusa al centro oli dell’Eni di Viggiano non è roba da bar è cosa piuttosto precisa. E’ quella di aver smaltito rifiuti speciali pericolosi come se fossero non pericolosi. Per questo sono state sequestrate, dal Noe, migliaia di cartelle cliniche della Basilicata per studiare l’incidenza della mortalità per tumore in quella complessiva del territorio. Nell’ipotesi di disastro ambientale ci sta anche quella di ampio sforamento dei limiti di inquinamento dell’aria e, siamo citando Avvenire, l’accusa di nascondere “la causa dei malori [dei lavoratori] evitando addirittura d’aprire la procedura d’infortunio sul lavoro”. Tutto questo è stato nascosto, per quanto possibile, dall’ombrello mediatico renziano (che ha inondato lo schermo delle battute del premier) e minimizzato dai media amici. Tra l’altro in Italia ci sarebbe anche un ministro dell’ambiente, quello che aspettava la pioggia quando le metropoli soffocavano o l’autodenuncia della Volkswagen i giorni dello scandalo della casa tedesca, che stavolta ha preferito il silenzio.

Il secondo filone di indagine, ha al centro l'iter che ha portato all'autorizzazione del giacimento Tempa Rossa della Total. Gli indagati sono 23, l’ex compagno della Guidi, mentre sono scattate le manette nei confronti dell'ex sindaco di Corleto, Rosaria Vicino, esponente del Pd lucano. Secondo l'accusa, l’ex compagno della Guidi "sfruttando la relazione di convivenza che aveva col ministro allo Sviluppo economico – si legge dalle carte dei magistrati messe a disposizione in rete – indebitamente si faceva promettere e otteneva da Giuseppe Cobianchi, dirigente della Total" le qualifiche necessarie per entrare nella "bidder list delle società di ingegneria" della multinazionale francese, e "partecipare alle gare di progettazione ed esecuzione dei lavori per l'impianto estrattivo di Tempa Rossa". Inoltre amministratori locali chiedevano e ottenevano dalle società che stavano lavorando al progetto Tempa Rossa assunzioni e altri tipi di utilità. Questo è lo scandalo che è finito sui media, più di quello ambientale, e che ha fatto saltare la poltrona della ministro Guidi.

A questi primi due filoni si è poi aggiunto un terzo fronte, che per competenza potrebbe lasciare la procura di Potenza e approdare in Sicilia: si tratta dell'indagine sul porto di Augusta. Qui è indagato anche il capo di Stato maggiore della marina, Giuseppe De Giorgi, e riguarda un sistema "do ut des", silenzio sulle modalità di trasporto di materiali in cambio di uno sblocco di 5,4 miliardi di fondi alla Marina, in grado oltretutto di assicurare, secondo gli inquirenti, "vantaggi convergenti" ai componenti della presunta associazione a delinquere: De Giorgi, il compagno dell'ex ministro Guidi, Gianluca Gemelli, il capo ufficio bilancio della Difesa e consulente del ministero per lo Sviluppo Economico, Valter Pastena, e il facilitatore Nicola Colicchi. E qui siamo ai clan che si incrociano con i clan, in una alleanza per la spoliazione delle risorse. Ad esempio la famiglia dell'ammiraglio Giuseppe De Giorgi, esprime il figlio Gabriele collaboratore del sottosegretario dell'Interno Domenico Manzione e allo stesso tempo finanziatore della Fondazione Big Bang del segretario del Pd nel 2014: (1.050 euro registrati sul sito). E la famiglia de Giorgi si tocca con la famiglia Manzione, perché la sorella Antonella è a capo del dipartimento Affari giuridici e legislativi della presidenza del consiglio, portata da Firenze nel 2014 proprio da Renzi. Il potere renziano, mostra quindi una struttura clanica che non dovrebbe lasciare indifferente chi studia il potere politico o chi vuole contrastarlo. Ma la ricerca e il conflitto hanno spesso modelli di rappresentazione del potere o schematici o troppo romantici. Non è certo la prima volta che il potere politico è in mano a dei clan che si scontrano o si alleano.

Niente male per quello che viene definito il Texas italiano: ipotesi di disastro ambientale, pieno coinvolgimento del ministero dello sviluppo, e di quello dei rapporti col parlamento (già coinvolto nello scandalo Banca Etruria), del capo di stato maggiore della Marina. Abbastanza perchè il premier sia stato costretto a intervenire, assumendosi la responsabilità politica di quanto accaduto, occupando i media, e urlando ai quattro venti che le multinazionali del petrolio se investono “fanno bene all’Italia”. Certo, la retorica dell’energia verde, delle rinnovabili a Renzi piace. Ma la realtà è fatta di inchieste su tangenti, favori alle multinazionali e disastri ambientali. Tra l’altro non è mancata la polemica sulla magistratura. A differenza del periodo aureo berlusconiano, dove si accusavano i giudici “comunisti” (sic) di ogni cosa, dall’esistenza dei buchi neri a quella della jella, Renzi è stato chiassoso nelle forme e sottile nei contenuti. Il punto è che il potere del petrolio, una commodity che ha perso 100 dollari di valore a barile in un anno e mezzo, è ancora in grado di condizionare vicende ed equilibri dei governi. Specie nelle strutture claniche di potere dove gli scandali servono per registrare i rapporti di potere favorendo vecchi o nuovi soggetti rispetto all’equilibrio politico in corso. E qui, con le rivelazioni fatte filtrare attraverso la Guidi, sul tipo di bande presenti nel governo e su come si fronteggiano, di materia per uno scontro tra clan ce n’è quanta se ne vuole.

Ma sarà la vicenda Tempa Rossa a far cadere il governo? Certo, se per Renzi c’è il rischio che il quorum al referendum del 17 aprile (semplicemente mai apparso sui media, e qui si capisce come funziona la democrazia...) venga toccato non è forse quello, per il governo, il problema più grande. Perchè il referendum di ottobre, sulle riforme istituzionali, rischia di essere una Waterloo per Matteo Renzi. Ma il punto vero, quello su cui un governo indebolito dagli scandali rischia sul serio, è legato al tipo di potere che non si esprime tramite elezioni ma tramite moneta. Stiamo parlando delle banche, istituto che oltretutto sta ricevendo ristrutturazioni paragonabili solo a quelle che ha subito la grande fabbrica fordista. La borsa di Milano, per adesso, sta prezzando positivamente l’ipotesi di accordo tra governo e banche private sul futuro del sistema bancario stesso. Se il governo tiene su questo, e sugli sgravi al bilancio ottenuti da Bruxelles, allora per Renzi Tempa Rossa e affini possono passare in secondo piano. Avrebbe ottenuto qualcosa di serio per una parte importante del capitalismo italiano, con la benedizione di Bruxelles e Francoforte. Altrimenti la guerra tra bande nel governo farà da preludio ad un meritato cupio dissolvi di un governo comico dagli effetti tragici. Certo, le parole di Draghi, sul rischio di nuovi choc finanziari, non incoraggiano. Ma in politica, come dire, un problema alla volta.

Redazione, 9 aprile 2016

07/04/2016

Ministri o “sguattere del Guatemala”?

La vicenda di Tempa Rossa, dei rapporti tra il governo Renzi e la multinazionale Total, con l’inevitabile profluvio di intercettazioni e voci melodrammatiche singhiozzanti al telefono, si sviluppa sui media mainstream che ovviamente puntano più al lato gossip che non sul dato strutturale – devastante – per cui questo governo non è altro che un ufficio di smaltimento delle necessità aziendali prevalenti.

C’è da dire che l’ormai ex ministro e speranza di Confindustria, Federica Guidi, oggi davanti ai magistrati di Potenza come “persona informata sui fatti”, si vede ormai imbozzolata nei panni di un personaggio femminile ottocentesco, dai tratti patetici e davvero poco autorevoli. Non c’è commozione possibile, ovviamente, perché questa signora – come tutti gli altri componenti dei governi degli ultimi 25 anni – ha collaborato entusiasticamente a prendere decisioni che stravolgono la vita della maggioranza della popolazione italiana, a cominciare ovviamente dai lavoratori. Basterebbe solo la firma sotto il Jobs Act per far arretrare qualsiasi moto di compassione...

In qualche misura lo sanno anche i cronisti che con qualche cinismo la espongono a una figuraccia memorabile, andando a selezionare i passi più “sentimentali” delle intercettazioni:

La Squadra mobile registra una telefonata, il 18 giugno 2015: «Non fai altro che chiedermi favori, con me ti comporti come un sultano... o mi sono rotta... a quarantasei anni... tu siccome stai con me e hai un figlio con me, mi tratti come una sguattera del Guatemala». E ancora: «Io per te valgo meno di zero... le cose che ho fatto per te non vanno mai bene, non sono sufficienti». Non poteva mancare la gelosia, «per te valgo meno di zero, come tutte», anche nei confronti dell’ex moglie e dei due figli avuti con lei, «stai più con loro che con nostro figlio».

E dire che l’ex ministra sa di possedere qualità superiori: «io non sono cretina... perché tutte le volte Gianluca... tutte le volte... le camicie, le cattiverie, tutto... per te è un diritto, ottenere quello che tu pensi sia possibile». Oltretutto sapendo che dall’altro capo del filo non c’è un genio dell’imprenditoria: «no, quanto ti è costato l’ufficio, dimmi?... Un milione di euro», «Ma quando tu ti sei andato a sputtanare centinaia di milioni di euro, in una situazione che neanche un deficiente...», mentre lei «Io a quarantasei anni, mi alzo domani mattina alle tre e mezza perché vado a lavorare, perché so com’è fatto il mondo, non vivo su Marte. Tu invece....».

Abbiamo ripreso parti da un pezzo “di colore” del torinese La Stampa, organo di casa Fiat-Fca. Ma per uno scopo decisamente diverso. Si può in effetti rimanere basiti nel pensare che, gente così, la si può incontrare in ascensore e sull’autobus, in un ufficio periferico come in un bar... e certo nessuno arriverebbe a pensare che potrebbero un giorno ricoprire incarichi dirigenziali di nessun tipo. Invece “governano”, o almeno trasformano imperativi della Troika (Ue, Fmi e Bce) in “riforme strutturali”, decisioni, leggi, commissari straordinari per l’Expo o Bagnoli, emendamenti che favoriscono Tizio o caio e massacrano milioni di persone.

Ordinary people, senza grandezza, senza illusioni, senza visioni d’insieme. Avidi, certamente, ma che, alle prese con interessi economici più grandi di loro, finiscono per comportarsi come “facilitatori” degli affari del più forte, cercando di spizzicare qualcosa per sé o per i propri familiari. Fino ad esserne stravolti anche sul piano “umano”.

Come spiegava già al tempo il saggio di Treviri: “La borghesia ha strappato il commovente velo sentimentale al rapporto familiare e lo ha ricondotto a un puro rapporto di denaro”. Ascoltare per credere...

Meno gossip e più affari, com’è giusto, nella lettura degli stessi atti giudiziari fatta da IlSole24Ore. Il primo che dice “poverina” pensando all’ex ministro dovrebbe venir schiaffeggiato.

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Il «quartierino romano» di Gemelli e il pressing sulla Guidi

di Ivan Cimmarusti e Marco Ludovico

C’era un «fuoco incrociato» sull’allora ministro allo Sviluppo economico (Mise), Federica Guidi. Vittima di una presunta organizzazione a delinquere denominata «quartierino romano» capeggiata dal compagno della Guidi: l’imprenditore Gianluca Gemelli. È il contenuto di un’informativa investigativa giunta sulla scrivania del procuratore capo di Potenza Luigi Gay, dell’aggiunto Francesco Basentini e del sostituto Laura Triassi, che coordinano l’inchiesta sul petrolio in Val d’Agri.

Partendo dall’oro nero lucano, l’indagine ha portato gli investigatori della squadra mobile di Potenza, al comando di Carlo Pagano, a ipotizzare l’esistenza di una presunta «rete» di rapporti trasversali intessuti da Gemelli per i suoi interessi personali: appalti e commesse per la sua società di servizi, nomine. Con la complicità, ritengono alla squadra mobile, di Nicola Colicchi, ex consulente della Camera di Commercio di Roma; di Valter Pastena, ex dg del ministero dell’Economia e delle finanze; e con l’appoggio, racconta l’informativa, di Paolo Quinto – non risulta indagato – stretto collaboratore di Anna Finocchiaro (Pd). Pastena, Colicchi e Gemelli sono indagati a vario titolo per associazione a delinquere, traffico di influenze e abuso di ufficio.

Un lungo capitolo è dedicato al ruolo di Pastena. L’ex dg del Mef passato con una consulenza al Mise racconta che deve portare un «regalo» a Gemelli. Si tratterebbe, secondo la polizia di Stato, di atti giudiziari avuti «dagli amici carabinieri» legati all’indagine sulla mafia in Emilia Romagna in cui è stato tirato in ballo il nome del ministro alle Infrastrutture Graziano Delrio. L’ipotesi dell’informativa è che si possa trattare di un dossieraggio contro Delrio. «Io ti devo parlare da vicino ma proprio da vicino, molto da vicino (…) tutte cose che addirittura ti puoi togliere pure qualche sfizio (…) ma serio ti puoi togliere qualche sfizio..eh? (…) Tieni conto che i carabinieri prima che tu venissi là, sono venuti a portarmi il regalo in ufficio. Hai visto il caso di Reggio Emilia? Finito sto casino usciranno le foto di Delrio Cutro con i mafiosi… Tu non ti ricordi quello che io ti dissi, che c’era un’indagine, quelli che hanno arrestato a Mantova, a Reggio Emilia, i Cutresi, quelli della ’ndrangheta… (…) … no, te l’ho detto, perché chi ha fatto le indagini è il mio migliore amico, e adesso ci stanno le foto di Delrio con questi».

Ma la Guidi muove pesanti accuse anche contro l’allora viceministro al Mise, Claudio De Vincenti: secondo la ministra, che lo racconta a Gemelli, De Vincenti voleva prendere il suo posto. «Guidi – scrivono gli investigatori – ribadiva che De Vincenti era la sua rovina, che doveva stare molto attenta a lui, perché sapeva tutto». Inoltre, aggiunge l’ex ministro a Gemelli, «però siccome è diciamo amico di quel tuo clan lì, sappi… perché oltre tutto lui lì è uno che sa le cose». La Guidi in questa intercettazione con il compagno insiste su De Vincenti e cita poi la sua «fida amica Finocchiaro, Paolo Quinto, siccome lo portano tutti in palmo di mano». Il nome della Finocchiaro, citata da Gemelli e dalla Guidi, ritorna alcune volte nell’informativa: nelle intercettazioni Colicchi e Gemelli parlano persino della candidatura poi sfumata della parlamentare Pd alla presidenza della Repubblica.

I magistrati stanno vagliando le intercettazioni per chiarire se il contenuto sia reale o, com’è evidente in molti casi, millanterie. Restano palesi le pressioni di Gemelli sulla compagna: «Presentami l’amministratore delegato della Drilling, presentami l’amministratore delegato di Shell, di Total, di Tamoil». Guidi e Gemelli hanno una violenta litigata, annota la squadra mobile, perché, tra l’altro, «lo stesso Gemelli rinfacciava alla Guidi di essersi interessata invece per il presidente degli Aeroporti Toscani (Marco Carrai, ndr) mettendosi a sua completa disposizione». L’informativa contiene anche altri particolari tutti da chiarire e dimostrare.

C’è, per esempio, il capitolo dedicato al tentativo presunto o almeno dichiarato da parte di Gemelli di far nominare Franco Broggi, della società Tecnimont, in una società pubblica come Enel o Eni. La richiesta sarebbe stata fatta alla stessa Guidi. Tuttavia ci sarebbero, secondo Gemelli che è intercettato con Broggi, dei problemi. «Io ti volevo solo dire quello che sto facendo …Allora, Federica l’ho messa in croce, gli ho detto “senti, figlia mia, ma io non…” perché l’hanno fatta incazzare Renzi, poi c’è ’sto testa di c… di questo qua di Luxottica, come si chiama, Andrea Guerra (…) che glielo hanno messo a controllare la cosa dell’acciaieria e l’Ilva! E le stanno rompendo…ho detto “senti tu mollali”». Sempre Gemelli dice che la compagna le avrebbe detto sul fronte nomine che «Gianluca, io c’ho Luca Lotti che mi sta massacrando, su ogni cosa di queste ci mette il becco». Gemelli, inoltre, qualcosa ce l’avrebbe da dire anche sul ministro dell’Interno, Angelino Alfano, accusato di aver «piazzato» una persona in Eni: «Non immagino fosse un bordello di questo genere – dice Gemelli – cioè perché tu (Broggi, ndr) devi figurare ad esempio nel consiglio di amministrazione di Eni, poi dicono che sono tutta gente super forte, cioè c’hanno messo l’avvocato di quello» aggiunge Gemelli «che è agli interni, Alfano, cioè ci mettono i personaggi dei capi partito, capito? Non politici, capi partito»

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