Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/02/2024

La Nigeria vuole fermare lo sfruttamento neocoloniale del proprio petrolio

La Nigeria sta cercando di sviluppare il proprio settore petrolifero scrollandosi di dosso lo strapotere delle compagnie petrolifere straniere che, da decenni, fanno il bello e soprattutto il cattivo tempo nel Paese. Una serie di riforme nel settore cercano di attivare l’intera filiera del settore petrolifero all’interno del Paese, iniziando anche la raffinazione, così da non dover essere solo esportatore di greggio grezzo. La Nigeria, che ha fatto richiesta di adesione ai BRICS, sta inoltre progettando di cessare l’utilizzo del dollaro statunitense come valuta per commerciare il proprio petrolio, per sostituirlo con la propria valuta nazionale. E le grandi compagnie petrolifere, a cominciare da Shell e Total, hanno già avviato la ritirata dalla terraferma nigeriana.

La Nigeria aveva presentato domanda di adesione ai BRICS – l’alleanza internazionale guidata da Brasile, Cina, India, Russia e Sudafrica – nel 2023, ma è stata respinta al vertice di Johannesburg, dove sono stati annunciati i Paesi che avrebbero ingrandito l’organizzazione. Nonostante il rifiuto, la Nigeria sta cercando di operare politicamente affinché la sua candidatura sia in futuro accettata e per questo tenta di operare riforme che consentano un significativo sviluppo economico dopo decenni di depauperamento delle risorse ed esternalizzazione dei costi economici e sociali da parte delle multinazionali del petrolio. Il Paese africano vuole rafforzare la sua valuta locale, la Naira, e per questo motivo l’avvocato di Stato della Nigeria, Femi Falana, ha esortato il governo nigeriano a fare meno affidamento sul dollaro USA e iniziare ad utilizzare la Naira per il commercio del petrolio nigeriano. Questo, come spiegato da Falana, nella duplice intenzione di rafforzare la moneta nigeriana e di legarsi alla volontà dei BRICS di de-dollarizzazione dell’economia mondiale. Falana ha invitato il governo a ignorare le previsioni fatte dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dalla Banca Mondiale, quanto piuttosto di iniziare a lavorare a fianco dei BRICS per rafforzare l’economia della Nigeria. «Lascia che chi vuole acquistare i nostri prodotti cerchi Naira. Questo è il modo in cui promuovere la tua valuta», ha detto l’avvocato di Stato.

Dopo anni e anni di conflitti, e forse anche per la legge varata lo scorso mese che prevedeva di trattenere dalle compagnie straniere una parte del petrolio estratto, Shell e altre aziende stanno lasciando la terraferma nigeriana. La multinazionale fossile britannica ha annunciato la volontà di lasciare tutte le operazioni di estrazione onshore, quindi sulla terraferma, dopo quasi un secolo di attività in Nigeria, oltre che di degrado ecologico e sociale causato dal suo operato e per cui ha dovuto affrontare decine di processi. Un accordo che oscilla tra i 2,4 e i 2,8 miliardi di dollari, tra Shell e il governo nigeriano, farà sì che tutte le attività di Shell sulla terraferma passeranno ad un consorzio di cinque aziende petrolifere, quattro nigeriane e una svizzera. Shell si concentrerà sulle operazioni di estrazione in mare aperto, in profondità, ancora appannaggio esclusivo delle mega compagnie, le uniche che possono permettersi investimenti così grandi. Così sta facendo anche la francese Total come anche altre compagnie petrolifere straniere che concentreranno i loro sforzi di profitto nell’estrazione offshore in acque profonde.

Dopo anni di lavoro e riforme politiche, la Nigeria ha avviato adesso un’industria petrolifera completa, dall’estrazione onshore alla raffinazione, necessaria per il fabbisogno interno e per aumentare i ricavi delle esportazioni. Lo scorso mese, dopo sette mesi dalla sua inaugurazione ufficiale, è entrata in funzione la Dangote Refinery and Petrochemical Company, da 18,5 miliardi di dollari. La Banca Centrale della Nigeria ha previsto che la raffineria farà risparmiare alla Nigeria tra i 25 e i 30 miliardi di dollari all’anno in valuta estera, facendo aumentare le riserve della Nigeria e riducendo la pressione sulla bilancia dei pagamenti del Paese. L’impianto, che sarà in grado di generare anche 12.000 MW di elettricità, ha una capacità di lavorazione di 650.000 barili al giorno, potendo dunque soddisfare tutto l’attuale consumo interno di carburante della Nigeria, che è di circa 450.000 barili al giorno. La produzione di petrolio raffinato in eccesso sarà destinata all’esportazione.

Con la possibilità di raffinazione del petrolio, la Nigeria potrebbe presto diminuire o cessare l’importazione di fertilizzanti e prodotti petrolchimici che, nel 2022, hanno pesato sulle casse del Paese per circa 26 miliardi di dollari. Infatti, i prodotti derivati dalla raffinazione del petrolio apriranno adesso nuove possibilità di sviluppo economico per interi settori: produzione di plastica, di prodotti farmaceutici, così come nell’edilizia e altro ancora. Inoltre, si prevede che entro la fine dell’anno entrerà in funzione anche la raffineria di Port Harcourt. Queste due grandi raffinerie, insieme alle tre piccole raffinerie modulari situate a Edo, Rivers e Bayelsa, potrebbero dare un grande impulso all’economia nigeriana. E se la Nigeria inizierà a commerciare il suo petrolio con la propria moneta, potrà rafforzare la sua valuta e dare maggiore beneficio all’economia.

La Nigeria è un Paese potenzialmente ricco ma che invece ha una popolazione, oltre che numerosa, molto povera. La Nigeria è crocevia di traffico di esseri umani e di droga, ha potenti organizzazioni criminali che operano in loco e all’estero e vede la presenza di organizzazioni terroristiche e conflitti che puntualmente si verificano in alcune regioni del Paese. La possibilità di avere un’industria di trasformazione, oltre che di semplice estrazione, da grandi possibilità di sviluppo economico ad un Paese che ne ha fortemente bisogno, dopo decenni di depauperamento delle risorse ed esternalizzazione dei costi ecologici e sociali da parte delle multinazionali. Queste ultime non spariranno, se ne staranno in mare, al largo, sulle loro grandi piattaforme.

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02/07/2023

Il grande capitale abbandona persino il greenwashing e torna al fossile

Non ci stancheremo mai di ripetere che il problema della crisi ecologica non può essere risolto all’interno del modo di produzione capitalistico. Di fondo rimane infatti la contraddizione tra la continua messa a valore della natura e la finitezza di un mondo sferico e quindi senza risorse infinite.

Non vogliamo convincere nessuno della bontà del Socialismo, ma torniamo spesso sull’argomento solo per mostrare che al Socialismo non esiste alcuna alternativa se vogliamo sopravvivere. Anzi, a rendercelo evidente è poi la semplice esposizione delle scelte su cui si instrada la ricerca del profitto.

Un paio di settimane fa Wael Sawan, da gennaio amministratore delegato della Shell, la più grande compagnia privata del fossile, ha affermato: “investiremo nei modelli che funzionano, quelli con i rendimenti più alti”.

Il sottinteso è che questi sono legati agli idrocarburi, che continuano a mantenersi redditizi e si prevede resteranno tali.

La società ha deciso di stabilizzare la produzione di petrolio fino al 2030, così come la British Petroleum ha rivisto i suoi piani di tagli sull’oro nero, col valore delle azioni aumentato del 17%. La Shell ha confermato l’impegno a raggiungere le zero emissioni nette entro il 2050, ma senza un piano chiaro e dettagliato per raggiungere questo traguardo.

Intanto, ha chiuso il bilancio 2022 con 40 miliardi di profitti e aumenterà il dividendo degli azionisti del 15%, tra l’altro meno di quel che si aspettavano. La Exxon, che non ha mai nemmeno preso in considerazione di privilegiare le rinnovabili agli idrocarburi, ha raggiunto invece 59 miliardi di profitti, i più alti mai registrati da una compagnia del settore.

Nel rapporto che accompagna il bilancio di quest’ultima compagnia leggiamo: “è altamente improbabile che la società accetti il peggioramento degli standard di vita che richiederebbe il raggiungimento delle emissioni nette zero nel 2050”.

Per Exxon la colpa è dello stile di vita, loro si adattano semplicemente al contesto... macinando miliardi senza dispiacere.

Questa è una narrazione tossica come le emissioni, poiché non è il consumo individuale a determinare il paradigma produttivo ed energetico. Vi sono senza dubbio sprechi, ma è la proprietà privata dei mezzi di produzione e il fatto che le scelte di investimento sono in capo ad essa a modellare le forme stesse del consumo (ad esempio, con la centralità data al trasporto privato).

La onlus Amici della Terra ha dichiarato che si continua a “mettere ancora una volta il profitto davanti a tutto da parte degli inquinatori, a danno della gente e della salute del pianeta”. E questo vale per la Shell, per la Exxon, ma anche per ENI.

È notizia di pochi giorni fa che la multinazionale di cui il ministero dell’Economia è il principale azionista ha acquisito Neptune Energy, per ampliare le esplorazioni e le estrazioni di gas. L’amministratore delegato Descalzi ha ribadito che questa è una “fonte energetica ponte cruciale per la transizione energetica”, ma intanto aumenta ancora l’attenzione al fossile.

Del resto, si prevede che la domanda di petrolio andrà rallentando, ma senza fermarsi mai: ad oggi se ne consumano 100 milioni di barili al giorno, ma l’OPEC prevede si arriverà ai 110 entro il 2045. E aumenterà contestualmente anche la domanda di gas naturale.

Ma ci sono parecchi dubbi sulla disponibilità di riserve di petrolio ancora non sfruttate...

Per questo colossi finanziari come Vanguard e BlackRock non hanno intenzione di rivedere i finanziamenti sugli idrocarburi. Come detto dai dirigenti di quest’ultima, il fondo è “obbligato ad agire sempre nel miglior interesse finanziario dei nostri clienti”, e dunque a discapito dell’intera collettività.

La logica del capitale sta tutta qui, e ci sta rubando il futuro. E ormai non viene nascosta più nemmeno dietro il greenwashing, alla ricerca di una legittimazione: la barbarie capitalista si mostra per quello che è.

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14/11/2017

10 novembre 1995 – Non ti ricordi di Ken Saro Wiwa?

“In lontananza una fiammata di gas [...] ci rammentava che questo era un paese ricco di petrolio e che proprio dalle viscere di questa terra proveniva il liquido tanto ambito, che alimentava gli ingranaggi della civiltà moderna. Provai allora quello straziante dolore che la conoscenza riserva a coloro che riescono a distinguere l’abisso tra ciò che è e ciò che potrebbe essere”. Così Ken Saro Wiwa, scrittore e militante nigeriano, assassinato il 10 novembre 1995, riassumeva in uno dei suoi racconti di viaggio la grande contraddizione del suo paese, una povera nazione africana detentrice di una smisurata quantità di petrolio, l’oro nero che pompava l’economia mondiale.

Un paese che nell’aspetto attuale altro non è che una costruzione artificiale delle politiche coloniali, erede di una lunga storia di sfruttamento di tipo predatorio. Riserva di schiavi dopo le “grandi scoperte”, nei secoli a venire la Nigeria fu interessata dalle esigenze della rivoluzione industriale che ne fecero un importante produttore di olio di palma da esportare nei mercati europei. Il processo di industrializzazione stravolse completamente il territorio, “disboscato, sezionato e coperto di strade, città, ferrovie, porti [...] e caserme, carceri e tribunali”.

Colonia britannica dal 1914, la Nigeria ha ottenuto l’indipendenza nel 1960 riunendo in una nuova nazione trecentocinquanta etnie diverse. A devastare completamente il paese è stata l’economia del petrolio, i cui giacimenti sono stati scoperti alla fine degli anni ’50 nel territorio abitato dagli Ogoni, un gruppo etnico di 500.000 persone, stanziato tra le paludi del Delta del Niger.

L’installazione nel territorio delle grandi multinazionali del petrolio, quali Shell, Agip e Chevron, protette dai corrotti governi locali, ha portato al collasso l’ecosistema dell’estuario del Delta interessato da un’attività estrattiva fuori controllo. L’ONU registra costantemente nei suoi rapporti questa attività, classificandola come responsabile di “disastro ecologico”. Così si espresse Ken Saro Wiwa a Ginevra nel 1992: “L’estrazione del petrolio ha trasformato quest’area in una landa desolata. L’inquinamento del suolo, dei fiumi e dei corsi d’acqua è capillare e continuo; l’aria è satura di vapori di idrocarburi, di metano, di monossido di carbonio, di anidride carbonica e della fuliggine tossica provocata dai gas che bruciano ventiquattrore al giorno. Piogge acide, fuoriuscite di petrolio ed esplosioni hanno devastato la regione. Le condutture di petrolio ad alta pressione attraversano pericolosamente le fattorie e i paesi”. In una delle aree più ricche della Nigeria, in cambio di questo tributo, gli “Ogoni non hanno ricevuto NIENTE e versano nella miseria più totale”.

In occasione della costruzione dell’ennesimo oleodotto in superficie in Ogoniland agli inizi degli anni ’90, la repressione militare sponsorizzata dalla Shell per sgomberare il territorio incontrò una forte resistenza nel popolo degli Ogoni. Il MOSOP (Movimento per la Sopravvivenza del Popolo Ogoni) assunse il ruolo di portavoce della lotta del territorio e già nel 1990 aveva presentano una “Costituzione Ogoni” che chiariva i punti nevralgici della rivendicazione: autodeterminazione, riappropriazione delle risorse, cessazione dell’inquinamento, smilitarizzazione della regione.

Ken Saro Wiwa, leader del Mosop si fece promotore di iniziative ispirate alla nonviolenza attiva al quale affiancò una produzione letteraria “d’azione”, impegnata “politicamente” per reagire alla situazione del suo paese, “prima che cali il sipario”. Il vasto coinvolgimento della popolazione e l’eco internazionale della lotta sulle sponde del Niger costrinse la Shell a lasciare l’area, creando un precedente inaccettabile per gli interessi delle multinazionali e per la stabilità del sistema politico nigeriano. Così, in corrispondenza dell’accresciuta fama di Ken Saro Wiwa, si susseguirono una serie di atti repressivi indirizzati a colpire i progetti e il seguito del leader del Mosop, che lavorava a un fronte unito delle minoranze del Delta.

Citato nelle note informative della Shell, più volte arrestato e torturato, sottoposto al divieto di parlare in pubblico, dopo un rilascio, Ken Saro Wiwa organizzò una manifestazione di 300.000 persone. Nel 1994 fu accusato pretestuosamente insieme ad altri otto attivisti dell’omicidio di alcuni presunti oppositori del MOSOP e condannato, con un processo farsa, all’impiccagione, suscitando proteste da parte dell’opinione pubblica internazionale e delle organizzazioni per i diritti umani. Dal carcere redige un diario (“Un mese e un giorno. Storia del mio assassinio”) e compone una poesia che esprime in versi lo stato di prigionia ancor più duro a cui è sottoposto il suo popolo:

Non è il tetto che perde
Non sono nemmeno le zanzare che ronzano
Nella umida, misera cella
Non è il rumore metallico della chiave
Mentre il secondino ti chiude dentro
Non sono le meschine razioni
Insufficienti per uomo o bestia
Neanche il nulla del giorno
Che sprofonda nel vuoto della notte
Non è
Sono le bugie che ti hanno martellato
Le orecchie per un’intera generazione
E’ il poliziotto che corre all’impazzata in un raptus omicida
Mentre esegue a sangue freddo ordini sanguinari
In cambio di un misero pasto al giorno
Il magistrato che scrive sul suo libro
La punizione, lei lo sa, è ingiusta
La decrepitezza morale
L’inettitudine mentale
Che concede alla dittatura una falsa legittimazione
La vigliaccheria travestita da obbedienza
In agguato nelle nostre anime denigrate
È la paura di calzoni inumiditi
Non osiamo eliminare la nostra urina
E’ questo
Amico mio, è questo che trasforma il nostro mondo libero
In una cupa prigione.

Ken Saro Wiwa verrà impiccato il 10 novembre 1995. L’Ogonoland fu invaso, i villaggi bruciati e la popolazione perseguitata e uccisa. La manifesta complicità della Shell nell’esecuzione avviò una campagna di boicottaggio internazionale. Nel giugno del 2009 la Shell ha preferito patteggiare l’accusa di complicità nell’omicidio di Saro Wiwa pagando un importo di 15,5 milioni di dollari (11,1 milioni di euro), “stoppando” così alla prima udienza quello che poteva rivelarsi un imbarazzante processo.

Per Senza Soste, Orlando Santesidra

Riferimenti al tema:

Ken Saro-Wiwa, Un mese e un giorno, storia del mio assassinio, B.C. Dalai Editore, 2010.

Ken Saro-Wiwa, Sozaboy, B.C. Dalai Editore 2010.

Daniele Pepino (a cura di), Delta in rivolta. Suggerimenti da una “insurrezione asimmetrica”, Porfido 2009.

13/02/2015

USA: sciopero delle raffinerie

di Michele Paris

Migliaia di lavoratori delle raffinerie di petrolio americane sono in sciopero da ormai dieci giorni nell’ambito delle trattative per il rinnovo del contratto nazionale, scaduto il primo febbraio scorso. La mobilitazione in questo settore cruciale è la prima negli Stati Uniti dal 1980 e, nonostante i tentativi di contenerla messi in atto dal sindacato del settore siderurgico (United Steelworkers, USW), si sta allargando in maniera relativamente rapida nelle decine di impianti sparsi per il paese.

A tutt’oggi risultano in sciopero più di 5 mila lavoratori in 11 delle 63 raffinerie che operano sul suolo americano. Le trattative sono affidate ai rappresentanti dello USW e della dirigenza di Royal Dutch Shell, a sua volta in rappresentanza dell’intera industria petrolifera che gestisce le raffinerie USA.

Le discussioni erano iniziate il 21 gennaio e non hanno dato finora alcun risultato per i 30 mila lavoratori interessati e costretti a fare i conti non solo con stipendi sempre meno pesanti e costi per pensione e assistenza sanitaria sempre più gravosi, ma anche con rischi estremamente elevati nello svolgimento delle loro mansioni.

Lo USW, nell’avviare lo sciopero, aveva deliberatamente limitato la protesta a nove raffinerie negli stati di California, Kentucky, Texas e Washington. La linea dura mantenuta da Shell ha però determinato la chiusura di altri due impianti nel fine settimana: quelli della BP a Whiting, nell’Indiana, e della stessa BP e di Husky Energy a Toledo, nell’Ohio.

In un altro tentativo di bloccare una mobilitazione generale, il sindacato ha inoltre dichiarato ufficialmente che le richieste avanzate non riguardano l’aspetto economico – per il quale avrebbero di cui lamentarsi praticamente tutti i lavoratori americani – bensì soltanto questioni legate alla sicurezza e alle condizioni di lavoro.

Finora, nonostante le dichiarazioni di disponiblità dell’industria petrolifera, non sembrano esserci state concessioni significative ai lavoratori. Anzi, Shell e le altre compagnie intendono utilizzare il rinnovo del contratto per ottenere ulteriori tagli del costo del lavoro.

Nel 2014, le cinque principali compagnie petrolifere – BP, Chevron, ConocoPhillips, ExxonMobil e Shell – hanno registrato complessivamente quasi 90 miliardi di profitti, di cui la gran parte sono finiti nel pagamento di dividendi agli azionisti o nel riacquisto di azioni proprie. Il crollo del prezzo del greggio non ha inoltre penalizzato le compagnie, visto che la nuova realtà ha permesso di aumentare i loro margini di profitto sulle operazioni di raffinamento.

La mobilitazione dei lavoratori americani in questo settore è stata seguita finora in maniera approssimativa dai principali giornali americani, ma la classe dirigente d’oltreoceano vede lo sciopero in atto con una certa preoccupazione.

Il solo fatto che l’ultima azione dei dipendenti delle raffinerie di petrolio sia stata messa in atto ben 35 anni fa testimonia delle tensioni sociali sempre più difficili da soffocare, sia pure in presenza di sindacati che cercano in tutti i modi di isolare le proteste dei lavoratori.

La stessa decisione dello USW di limitare lo sciopero a pochi impianti è il sintomo di come il sindacato non intenda esercitare particolari pressioni sulle compagnie petrolifere. Infatti, il livello attuale di mobilitazione comporta la perdita di appena il 13% delle capacità di raffinazione degli impianti americani, mentre la chiusura di tutti e 63 gli impianti determinerebbe un calo pari ai due terzi del totale. Nel 1980, lo sciopero in questo settore coinvolse 60 mila lavoratori e durò 14 settimane, prima di chiudersi con l’ottenimento di un aumento delle retribuzioni di oltre il 30%.

Azioni simili sono oggi bloccate principalmente dai sindacati per una ragione che ha a che fare con il ruolo che essi stessi sono ormai chiamati a svolgere, ovvero far digerire ai lavoratori i diktat dei vertici aziendali.

Se gli scioperi, che pure negli ultimi anni sono tornati ad animare la società americana, fossero accompagnati da una mobilitazione generale dei lavoratori dei vari settori industriali per riconquistare i diritti e il potere d’acquisto persi in tre decenni di sconfitte, i sindacati nella loro attuale forma non potrebbero che essere messi totalmente in discussione.

Il sistema preferito dai sindacati USA per soffocare le proteste dei lavoratori è quello di incanalarle in un’azione sterile subordinata al Partito Democratico. Non a caso, perciò, la Casa Bianca qualche giorno fa era intervenuta sullo sciopero nelle raffinerie, facendo appello alle compagnie e allo USW per implementare il “metodo ben testato della contrattazione collettiva” e porre fine alla mobilitazione.

Le compagnie petrolifere, in sostanza, dovrebbero fare alcune trascurabili concessioni ai lavoratori, così che il sindacato possa presentare il negoziato come una vittoria e terminare lo sciopero. Una radicalizzazione della protesta rischierebbe infatti di rinvigorire non solo le altre decine di migliaia di lavoratori delle raffinerie paralizzati dai sindacati, ma anche quelli di altri settori dell’industria, a cominciare da quello automobilistico, visto che la prossima estate scadrà il contratto collettivo di quasi 140 mila lavoratori di Chrysler, Ford e General Motors.

L’appoggio dell’amministrazione Obama allo USW e alla stipula del nuovo contratto nelle raffinerie suona comunque come un avvertimento per i lavoratori americani. Infatti, il presidente democratico ha favorito fin dal 2009 politiche di impoverimento di questi ultimi nell’ambito di una strategia volta a rendere competitiva l’industria USA e a convincere le grandi aziende a investire nuovamente nel settore manifatturiero del paese.

La Casa Bianca ha infine precedenti poco incoraggianti sul fronte dei rapporti con l’industria petrolifera. Ad esempio, solo l’anno scorso il governo americano aveva chiuso senza nessuna incriminazione le indagini sulla gravissima esplosione che nel 2010 costò la vita a 7 operai della raffineria di Anacortes, nello stato di Washington, di proprietà della compagnia texana Tesoro.

Proprio il problema del mancato rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro, fortemente sentito nei pericolosi impianti di raffinazione, si è poi aggravato negli ultimi anni, dopo che i tagli alla spesa pubblica sotto la supervisione di Obama hanno causato la drastica riduzione del personale della Occupational Safety and Health Administration (OSHA), cioè l’agenzia federale incaricata di eseguire gli ormai sempre più sporadici controlli sul campo.

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07/01/2015

Prezzo del petrolio giù, in crisi i produttori africani

Per l’economia di molti paesi africani il crollo dei prezzi del petrolio rischia di trasformarsi in una vera e propria condanna: gli Stati del continente che malgrado una crescita sostenuta devono ancora affrontare problemi come malnutrizione, disuguaglianze economiche e Aids, infatti, sono molto meno attrezzati rispetto ai grandi produttori mediorientali di greggio - fautori del dimezzamento dei prezzi allo scopo di affossare Russia, Venezuela e Iran e di mettere in crisi l'industria dello shale oil - per far fronte ai minori introiti.

A differenziare paesi come Nigeria, Gabon, Angola e Guinea Equatoriale dall’Arabia Saudita o dagli Emirati Arabi Uniti è innanzitutto la minore disponibilità di riserve di valuta straniera, che permetterebbero loro di assorbire meglio lo shock, nel breve periodo.

Secondo gli esperti, a pagare verosimilmente il prezzo più alto per la situazione, in paesi come la Nigeria, che dipende all’80% dalle esportazioni petrolifere saranno gli strati più poveri della popolazione. Meno entrate per il governo significherebbero infatti anche meno fondi per i programmi di sostegno economico e sociale, senza contare le conseguenze indirette come la svalutazione delle monete nazionali. Ne è un esempio ancora la Nigeria, dove il naira - la valuta locale - ha perso circa il 15% del suo valore da quando il prezzo del petrolio è passato da oltre 107 dollari al barile a circa 70 (scendendo ulteriormente nell'ultimo mese).

Alcuni studiosi, come Shenggen Fan, direttore dell’International Food Policy Research Institute (Ifpri) sottolineano però anche possibili conseguenze positive, come il calo dei prezzi delle derrate alimentari, che l’esperienza mostra esser legato a quello del petrolio. Se le popolazioni locali riuscissero a mantenere il potere d’acquisto dei loro salari, ha dunque sostenuto Fan, potrebbero esserci effetti sensibili “sulla sicurezza alimentare”, anche se solo nel medio e lungo termine.

Intanto proprio in queste ore è giunta la notizia che il colosso petrolifero Royal Dutch Shell ha accettato di versare 55 milioni di sterline (circa 70 milioni di euro) agli abitanti di Bodo, città nel Sud della Nigeria, per due casi di fuoriuscita di greggio risalenti al 2008. Stando a quanto riferito dalla Shell e dall'ufficio legale londinese Leigh Day, l'azienda verserà 35 milioni di sterline a 15.600 pescatori del delta del Niger e i restanti 20 al comune di Bodo. Ciascuno dei 15.600 pescatori che hanno fatto richiesta di risarcimento riceverà quindi 2.200 sterline (2.800 euro), pari a circa tre anni di salario minimo in Nigeria.

L'accordo mette fine a tre anni di battaglia legale ed evita alla Shell un processo davanti all'Alta corte di Londra, già fissato per il prossimo mese di maggio. Indipendentemente dall'accordo raggiunto, il colosso petrolifero si è impegnato a ripulire le zone inquinate; le operazioni dovrebbero iniziare tra due, tre mesi. "Ci auguriamo che questo accordo favorisca buoni rapporti con la Shell per il futuro, non solo per la comunità di Bodo, ma per tutte le comunità del delta del Niger, che sono state colpite nello stesso modo - ha dichiarato Sylvester Kogbara, che presiede il consiglio dei leader e degli anziani di Bodo - e speriamo che la pulizia dell'ambiente a Bodo inizi presto".

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21/02/2013

Energia. Assalto alle ultime risorse "quasi petrolifere"

Trivellazioni, corsa all'accaparramento energeticom rischi di conflitti locali e continentali. L'energia resta il grande interrogativo "fisico" sospeso sul prossimo futuro. Poi c'è anche quello "virtuale", della finanza creativa e "derivata".

C'è stato un tempo in cui anche in Italia si era capito – non “saputo”, perché ben pochi media avevano spiegato la situazione – che la produzione di petrolio cominciava a essere deficitaria. Il suo prezzo, alla vigilia della crisi innescata dai mutui subprime, era arrivato a toccare i 147 dollari al barile. Con la feroce recessione 2008-2009 era sceso a 30, per poi risalire e stabilizzarsi intono ai 90-100 dollari (per il tipo Wti, mentre il Brent saliva ancora più su). Stabilizzazione possibile, naturalmente, solo perché l'economia globale non cresce più o quasi, mentre sono entrate in azione numerose tecnologie che tendono a risparmiare energia (sia nelle automobili che nelle costruzioni e soprattutto nell'industria).

Ma il petrolio e il gas non si riproducono. Quel che c'è c'è, e le riserve si vanno lentamente esaurendo.

I petrolieri hanno sempre smentito questa realtà, ma intanto si sono precipitati a cercare altre fonti energetiche, senza trovarle. Si son quindi buttati a capofitto nello sfruttamento industriale delle sorgenti “quasi petrolifere”, fin lì non sfruttate per ragione di costi estrattivi. Ma col petrolio a 100 dollari, sono diventate “competitive”.

Negli Usa hanno cominciato prima, e sono proprio le compagnie Usa e una europea a premere ora per entrare di forza nel mercato europeo. Anzi, nel sottosuolo europeo.

Shell – scrive il Wall Street Journal – è pronta a spendere più di $400 milioni nei progetti in Ucraina. Chevron ha ambizioni simili in Romania. La Bulgaria offre ghiotte prospettive e diverse migliaia di miliardi di metri cubi di risorse. Per abbellire quello che si annuncia come una distruzione di territorio di proporzioni mai viste – per estrarre gas o olio “di scisto” bisogna letteralmente frantumare, tritare, lavare e filtrare miliardi di tonnellate di rocce o sabbie bituminose – si dice ovviamente che in questo modo “il continente è pronto a ridurre drasticamente la sua dipendenza energetica dalla Russia”.

Il Continente? Ma se si parla soltanto di compagnie statunitensi (oltre all'olandese Shell)...

A voi il pezzo del Wsj, gruppo Murdoch, molto “sintonico” con le Sette Sorelle. Il tono pesantemente anri-russo non lascia presagire nulla di buono neppure sotto il profilo geostrategico.



dal WSJ Pubblicato il 19 febbraio 2013 Ora 10:08

ROMA (WSJ) - I paesi dell'Est europeo sono presi d'assalto dalle macchine di trivellazione dei colossi energetici Chevron e Royal Dutch Shell. Gli Stati Uniti stanno lentamente diventando l'attore leader nel mercato del gas di scisto naturale e al contempo le economie europee non hanno intenzione di lasciarsi sfuggire l'occasione di aumentare la loro indipendenza energetica.
Shell, riporta Daniel Graeber su Oil Price, è  pronta a spendere più di 400 milioni di dollari nei progetti in Ucraina, mentre Chevron ha ambizioni di simile portata, ma in Romania. Anche se queste attività non sono paragonabili a quelle in corso negli Stati Uniti, sicuramente sono in grado di indebolire l'ingombrante presenza russa nel settore energetico della regione, esercitata tramite le operazioni di Gazprom.
Il Dipartimento statunitense dell'Energia stima che, nel loro insieme Bulgaria, Ungheria e Romania possiedono molte migliaia di miliardi di metri cubi di gas di scisto. La cifra è stata sufficiente a convincere il gigante del settore Chevron ad avviare le attività di esplorazione nell'Europa orientale. La società petrolifera ha iniziato a chiedere concessioni nel 2010 e da allora ha in mente progetti per operazioni di esplorazione del suolo.
Le stime dell'EIA potrebbero anche sbagliarsi, ma dovrebbe comunque esserci abbastanza gas di scisto nella sola Romania per soddisfare i bisogni energetici del paese per i prossimi 40 anni. Per andare avanti nella campagna di esplorazione l'azienda deve però prima ottenere i permessi ambientali del caso.
Da parte sua Royal Dutch Shell ha annunciato in gennaio che stava investendo 10 miliardi di dollari per tentare di sfruttare il potenziale delle risorse di gas di scisto presenti in Ucraina. Ai margini del summit economico di Davos, in Svizzera, l'a.d. Peter Voser ha ribadito che il suo gruppo vede un enorme potenziale nell'ex paese del blocco sovietico, dove l'agenzia EIA stima che si trovino 42 mila miliardi di metri cubi di gas naturale di scisto. Che vale a dire il terzo maggiore giacimento nell'Est Europa.
Kiev sostiene che le produzione di gas naturale interna dovrebbe da sola essere sufficiente ad eliminare del tutto la necessità di importare. Il titano russo Gazprom ha ribadito che in nessun modo l'Ucraina eviterà di pagare i 7 miliardi di dollari che deve al gruppo per il gas naturale rimasto inutilizzato l'anno scorso, nell'ambito di un'intesa "prendi o paga". Da almeno il 2006 entrambe le parti sono impegnate in un braccio di ferro sui contratti legati al gas e l'anno scorso la Commissione Ue ha avviato una causa anti trust contro le pratiche sospette del gigante russo nella regione.
La produzione di petrolio estratto dai giacimento di scisto potrebbe portare all'economia mondiale altri 2 mila e 700 miliardi l'anno entro il 2035. Le prospettive per il gas sono altrettanto promettenti. In Usa, il Pil potrebbe ottenere risorse fresche per $118 miliardi entro il 2015. Secondo le previsioni, tale cifra è destinata a triplicare a quota 231 miliardi entro il 2035.
In alcune nazioni europee, tuttavia, circa il 70% del consumo di gas deriva dalle risorse importate, il 90% delle quali proviene dalla Russia. Anche per questo motivo, l'obiettivo principale dei paesi dell'Est è quello di diminuire la loro dipendenza da Mosca. Ora, sebbene difficilmente potranno raggiungere il giro d'affari degli Usa, hanno i mezzi e le risorse per farlo.

Fonte