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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/07/2026

Marx e l'economia circolare

Oggi, molti usano il termine "economia circolare" per descrivere un cambiamento nell’utilizzo dei rifiuti industriali senza però mettere in discussione l’attuale modo di produzione. Richiamandosi a Marx, Benjamin Selwyn dimostra che questo uso del termine è concepito per assecondare le esigenze di accumulazione dell'economia capitalista, piuttosto che per indicare un cambiamento radicale nell’utilizzo delle risorse.

Un tempo concetto di nicchia, l'economia circolare è diventata una parola d'ordine, alimentata dall'ansia climatica e da politici e imprenditori desiderosi di rafforzare le proprie credenziali ecologiche. Viene presentata come un new business paradigm.[1] Espressioni come “Riduci, riutilizza, ricicla” sono ormai diffuse ovunque.

Mentre il tradizionale modello di business “lineare” si basa su estrazione → produzione → uso → smaltimento, l’economia circolare promette qualcosa di radicalmente diverso. La Fondazione Ellen MacArthur, la sua più importante sostenitrice, la definisce come: «un sistema in cui i materiali non diventano mai rifiuti e la natura viene rigenerata... I prodotti e i materiali vengono mantenuti in circolazione attraverso processi come la manutenzione, il riutilizzo, il ricondizionamento, la rigenerazione, il riciclaggio e il compostaggio.»[2]

La Fondazione, come molti sostenitori dell’economia circolare, la presenta come un sistema vantaggioso per tutti: un bene per il Pianeta e un bene per i profitti delle aziende. La sua novità è parte del suo fascino: una rottura con il business-as-usual.

Tra queste aziende c’è BASF, multinazionale tedesca e più grande produttore chimico del mondo, che ha lanciato il suo progetto ChemCycling. I rifiuti di plastica vengono riciclati in una materia prima industriale – l'olio di pirolisi – che viene poi riutilizzato per fabbricare nuovi prodotti in plastica. Un altro esempio, dal settore della moda, è il programma di ritiro di Primark, in cui i clienti donano i propri capi di abbigliamento che non usano più e il rivenditore li ricicla in materiali come isolanti e imbottitura.

Come gran parte del pensiero ecomodernista, le concezioni dominanti dell’economia circolare mirano a rilanciare la crescita capitalistica in questo periodo di crisi ecologica. Non menzionano, non discutono né cercano di superare i rapporti sociali costitutivi del capitalismo – l’accumulazione competitiva e lo sfruttamento del lavoro da parte del capitale – che accelerano la sempre maggior appropriazione della natura da parte del sistema. Al contrario, i nuovi modelli di business vengono presentati come strumenti in grado di garantire una rinnovata crescita attraverso la sostenibilità.

Tuttavia, lungi dall’offrire una nuova via di fuga dall’assalto del capitalismo alla natura, Karl Marx – scrivendo oltre 150 anni fa – aveva già individuato strategie di produzione capitalistica che assomigliano in modo sorprendente all’odierna concezione di economia circolare. Tali intuizioni permettono di collocare il discorso e la pratica dell’economia circolare all'interno di un più ampio percorso di innovazioni nell’ambito del capitalismo industriale.

In una sezione del terzo volume del Capitale intitolata “Utilizzazione dei residui della produzione”, Marx descriveva dettagliatamente come «con il modo di produzione capitalistico si allargano le possibilità di utilizzo dei residui della produzione e del consumo». Tra questi residui rientrano i rifiuti industriali e i beni di consumo usurati. «Nell'industria chimica, i prodotti accessori che vanno perduti in un’organizzazione produttiva di mole modesta; le limature che risultano dalla fabbricazione meccanica e nuovamente si immettono nella produzione del ferro».[3]

La concorrenza spinge il capitale alla ricerca di soluzioni innovative per ridurre i costi, ma richiede anche ingenti investimenti e conoscenze scientifiche già consolidate per rendere possibile tale riciclaggio/riutilizzo.

Naturalmente, il rincaro delle materie prime costituisce lo stimolo per l’utilizzo dei residui. In complesso, le condizioni necessarie per una tale riutilizzazione si possono così indicare: presenza dei residui in larghe masse, quali si ricavano solo dall’organizzazione del lavoro su vasta scala; perfezionamento del macchinario, per cui materie inutilizzabili nella loro forma originaria possono essere trasformate utilmente per nuove produzioni; progresso della scienza, specie della chimica, da cui dipende l’accertamento delle proprietà utili dei diversi residui.[4]

Inoltre: «L’esempio più notevole in fatto di utilizzo di residui è offerto dall’industria chimica. La quale consuma non solo i suoi propri avanzi, trovando loro nuove forme d’impiego, ma pure quelli delle altre industrie del più vario genere, e ad esempio trasforma il catrame di gas, prima quasi privo di utilità, in colori d’anilina, in alizarina e di recente perfino in medicinali».[5]

Oltre al riutilizzo dei materiali da parte dell'industria, venivano riutilizzati anche i vecchi indumenti e i vecchi tessuti. Marx cita il rapporto di un ispettore di fabbrica sull'industria laniera britannica: «Un tempo era abitudine considerare con disprezzo e quindi mettere al bando l’approntamento di avanzi e stracci di lana ai fini di una loro ulteriore lavorazione; ma simile pregiudizio è completamente svanito di fronte all’affermarsi dello shoddy trade (industria della lana artificiale)... La richiesta è talmente aumentata che si utilizzano anche tessuti misti di lana e cotone, essendosi trovato il modo di eliminare il cotone, senza danneggiare la lana; e oggi migliaia di operai sono occupati nella fabbricazione di shoddy, con gran vantaggio del consumatore, il quale può ora acquistare del panno di buona qualità media a un prezzo assai mite».[6]

Marx distingueva anche tra l’utilizzo e la riduzione dei rifiuti nella produzione industriale: «da questa economia dei residui della produzione, realizzata con il loro riutilizzo, bisogna distinguere l’economia che si ottiene nella produzione stessa dei residui, ossia la riduzione al minimo degli scarti della produzione e la immediata utilizzazione, in misura massima, di tutte le materie prime e sussidiarie che entrano nella produzione».[7]

Tuttavia, «un tale risultato dipende da ultimo dalla qualità della materia prima medesima... dal perfezionamento dei trattamenti cui la materia prima viene sottoposta prima del suo ingresso nella manifattura».[8]

Marx concludeva la sua analisi sull'utilizzazione dei residui della produzione osservando che «occorre l’esperienza dell’operaio combinato per scoprire e additare come e dove si possa economizzare, quali siano i mezzi più semplici per tradurre in realtà invenzioni già fatte, quali difficoltà pratiche sia necessario superare per realizzare la teoria – per farne cioè applicazione nel processo produttivo».[9]

Qual è il significato dell'individuazione da parte di Marx delle dinamiche dell'economia circolare nell’industria capitalistica delle origini? In primo luogo, ciò smentisce molte delle affermazioni relative alla novità dell’economia circolare. In secondo luogo, evidenzia la relativa flessibilità dell’accumulazione capitalistica dove, attraverso innovazioni competitive, i rifiuti diventano una risorsa produttiva. Marx sottolinea gli ingenti investimenti – da parte dei singoli capitalisti nelle loro fabbriche e da parte dello Stato nel sostegno alla ricerca scientifica – necessari affinché tali dinamiche si verifichino. Infine, evidenzia come, sebbene molte di queste innovazioni nascano dall’ingegnosità dei lavoratori, questi ultimi non ne traggano alcun beneficio.

Più profondamente, Marx ha chiarito che mentre le innovazioni industriali generano dinamiche del tipo "economia circolare", la continua espansione del capitalismo comporta un uso delle risorse sempre maggiore. Nell'ambito dell'accumulazione competitiva, i profitti sono garantiti attraverso lo sfruttamento del lavoro e l’espropriazione della natura come «forza gratuita» del capitale.[10]

L’analisi marxiana di queste dinamiche come parti integranti dell’innovazione e dell’espansione capitalista, ci mette in guardia dal porre le nostre speranze per una vera sostenibilità ambientale nell’economia circolare.

Infatti, se da un lato l’interesse per l’economia circolare è aumentato vertiginosamente nell'ultimo decennio, dall'altro è aumentata – attraverso il crescente utilizzo delle risorse – la distruzione dell’ambiente naturale da parte del capitalismo. L’impronta materiale globale – ovvero le materie prime estratte per il consumo finale – è aumentata del 113%, passando da 43 a 92 miliardi di tonnellate tra il 1990 e il 2017, e si prevede che raggiungerà i 190 miliardi di tonnellate entro il 2060.[11] Secondo il Circularity Gap Report, tra il 2018 e il 2023 la quota di materiali primari [al primo utilizzo] che entra nell’economia mondiale è aumentata, mentre la quota di materiali secondari (riciclati) è scesa dal 9,1% al 7,2%.[12]

Ciò significa forse che tutte le concezioni dell’economia circolare siano miopi (presentandola come qualcosa di nuovo quando non lo è) o apologetiche (promuovendo il perpetuarsi della concorrenza capitalistica)? Non necessariamente.

Sebbene lo sviluppo tecnologico sotto il capitalismo sia progettato per facilitare un'accumulazione espansiva, Andrea Genovese e Mario Pansera individuano un approccio ecosocialista alternativo alle innovazioni tecnologiche.[13]

Le concezioni dominanti dell'economia circolare presuppongono che l'ingegnosità produttiva dei lavoratori diventi proprietà privata dei loro datori di lavoro. Un approccio ecosocialista pone la democrazia economica – le questioni relative a chi possiede cosa, chi fa cosa, e chi ottiene cosa – al centro della propria analisi.

Il concetto di strumenti conviviali indica che lo sviluppo tecnologico dovrebbe essere progettato dai lavoratori e per i lavoratori e dovrebbe essere orientato al miglioramento delle relazioni sociali umane (facilitando il lavoro e riducendo la giornata lavorativa), piuttosto che al sostegno dell'accumulazione competitiva. Dovrebbe essere liberamente accessibile (open source) e costruito per durare (eliminando l'obsolescenza programmata). Dovrebbe basarsi sulla bio-estrazione: sistemi di produzione progettati per facilitare la riproduzione dei cicli riparatori della natura (come un sistema alimentare sempre più a base vegetale).[14]

Riducendo, e infine eliminando, [il processo di] estrazione-produzione-consumo-smaltimento/rifiuti imposto dall’accumulazione competitiva, sarebbe possibile pianificare razionalmente la produzione per soddisfare le esigenze umane e ambientali del nostro Pianeta.

Note

[1] Mattias Lindahl e Carl Dalhammar, The Circular Economy: Towards a New Business Paradigm with Support from Public Policy, Stockholm Environment Institute, maggio 2022, sei.org.

[2] What Is the Meaning of a Circular Economy and What Are the Main Principles?, Ellen MacArthur Foundation, s.d., ellenmacarthurfoundation.org.

[3] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, International Publishers, New York 1975, p. 103; tr. it. di Maria Luisa Boggeri, Karl Marx, Il Capitale, Libro terzo, in Marx Engels, Opere, vol. 32, Edizioni Lotta Comunista, Sesto San Giovanni (MI) 2022, p. 132.

[4] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, op. cit., p. 103; tr. it., Karl Marx, Il Capitale, Libro terzo, op. cit., pp. 132-133.

[5] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, op. cit., vol. 37, p. 104; tr. it., Karl Marx, Il Capitale, Libro terzo, op. cit., pp. 134.

[6] Reports of Insp. of Factories, Oct. 1863, citato in Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, op. cit., vol. 37, p. 104; tr. it., Karl Marx, Il Capitale, Libro terzo, op. cit., pp. 133-134.

[7] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, op. cit., p. 104; tr. it., Karl Marx, Il Capitale, Libro terzo, op. cit., pp. 134.

[8] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, op. cit., pp. 104-105; tr. it., Karl Marx, Il Capitale, Libro terzo, op. cit., pp. 134.

[9] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, op. cit., pp. 106; tr. it., Karl Marx, Il Capitale, Libro terzo, op. cit., pp. 135

[10] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, op. cit., pp. 732-737; tr. it., Karl Marx, Il Capitale, Libro terzo, op. cit., pp. 771-776.

[11] UN Statistics Division, Sustainable Development Goal 12: Responsible Consumption and Production, s.d., unstats.un.org.

[12] The Circularity Gap Report, Circle Economy, 2023, p. 9.

[13] Andrea Genovese e Mario Pansera, The Circular Economy at a Crossroads: Technocratic Eco-Modernism or Convivial Technology for Social Revolution?, in “Capitalism Nature Socialism”, 32, n. 2, 2021, pp. 95-113.

[14] Benjamin Selwyn e Charis Davis, The Case for Socialist Veganism: A Political-Economic Approach, in “Monthly Review”, 75, n. 9, febbraio 2024, pp. 36-51; tr. it., Veganesimo socialista, Antropocene Ecologia Socialismo, 01.08.2024.

Fonte

07/05/2019

Dichiarare la morte del capitalismo, prima che ci trascini tutti con sé

Questo fulminante articolo di George Monbiot, apparso sul Guardian qualche giorno fa, pone il problema del superamento del capitalismo in termini ultimativi. È apparentemente paradossale che sia un pensatore liberal a porre la questione in termini tanto drammatici, ma a noi sembra invece assolutamente normale.

Se “è l’essere sociale a determinare la coscienza, non viceversa”, allora si può arrivare a conclusioni identiche pur partendo da premesse totalmente differenti. Naturalmente bisogna pensare con coerenza ed onestà intellettuale, senza cercare “soluzioni ad hoc” che riducano la difficoltà di far coincidere andamento oggettivo del mondo e desideri individuali o collettivi. Il “princìpio speranza”, insomma, è l’anticamera della disperazione.

Monbiot parte dall’ambiente, mentre noi comunisti siamo storicamente sempre partiti dallo sfruttamento del lavoro. Entrambi i termini – lavoro umano e natura – si pongono allo stesso tempo come risorse e limiti del capitale. Il capitalismo usa questi fattori per crescere, ma arriva oggettivamente al punto in cui un ulteriore salto di qualità nello sfruttamento di queste risorse diventa fisicamente impossibile e quindi si apre la crisi del sistema di produzione capitalistico.

Sul piano dello sfruttamento del lavoro umano – unica fonte da cui è possibile estrarre plusvalore – il limite viene approssimato proprio in questi anni con lo sviluppo dell’automazione. Un robot fa le stesse cose di un operaio o di un impiegato, lo fa in modo più veloce e preciso, non sciopera e non protesta mai (basta fare la manutenzione...), non va retribuito. Peccato che non compri nulla. Il massimo di capacità produttiva coincide dunque con la tendenziale distruzione dei consumatori.

Salta qui una delle contrapposizioni ideologiche che hanno fatto la fortuna del neoliberismo negli ultimi 40 anni, quella tra consumatori e lavoratori; per cui bisogna(va) ridurre al minimo il costo del lavoro (salario, contributi previdenziali, stato sociale, diritti, ecc.) per abbassare al massimo i prezzi, conquistare i consumatori e battere la “concorrenza”.

Sono diventati tutti così bravi a perseguire questo obbiettivo che i lavoratori sono diventati dei pessimi consumatori. Contro la propria volontà, naturalmente. Se ti pagano poco, spendi poco.

Le linee di produzione robotizzate – in espansione geometrica – entrano nei costi di produzione come tutti gli altri macchinari: ammortamento entro un certo numero di anni. Zero salario, zero plusvalore, zero mercato. Zero crescita e dunque zero capitalismo.

Il rimedio pensato è stato altamente immaginifico: ogni capitalista ritiene che siano i lavoratori degli altri produttori i potenziali consumatori delle proprie merci. Ma quando tutti o quasi la pensano in questo modo, la scarsità di consumatori diventa evidente.

Se si parte, come Monbiot, dall’evoluzione della crisi ambientale e climatica, il risultato è assolutamente identico.

Le risorse fisiche del mondo sono limitate, e gran parte di esse non sono riproducibili. Una volta consumate, stop. Petrolio e gas, carbone, terre rare e molti metalli appartengono a questa categoria. Già da qualche anno, per esempio, cresce percentualmente la quota di greggio “lavorato” sbancando sabbie e scisti bituminosi (ultimo tentativo di mantenere in vita l’immane filiera dei derivati del petrolio; dalla plastica in giù) visto che cala l’estrazione del greggio detto “convenzionale” (liquido, insomma, che sprizza in cielo come nei film).

Ma anche le risorse riproducibili (come quelle dell’agricoltura) sono in larga parte limitate. Le terre coltivabili sono date una volta per tutte (i guadagni ulteriori, pur possibili ricorrendo a opere faraoniche, sarebbero comunque una frazione irrilevante); le tecnologie scoperte per incrementare la produzione per ettaro hanno conseguenze a loro volta devastanti (ogm, erbicidi, fertilizzanti, anticrittogamici, insetticidi, ecc.).

Una notizia di questi giorni dà il senso del disastro creato, in larga parte irreversibile. La più grande catena di distribuzione degli Stati Uniti – WalMart – ha depositato un brevetto per api-robot, in forma di droni specializzati. L’uso pluridecennale di tutti quei veleni “iper-produttivi” ha portato alla scomparsa delle api in molte aree agricole di primaria importanza, creando problemi di impollinazione e quindi danni alla produzione agricola. Dunque si cerca di “supplire” tecnologicamente.

Anche dal punto di vista ambientale, insomma, la sostituzione di organismi naturali viventi con prodotti industriali sta diventando reale. Il limite è qui, davanti a noi. E non può essere superato. Quei droni-ape saranno magari anche più efficienti degli insetti vivi (come gli operai umani, anche loro hanno bisogno di riposare...) ma, come nella produzione industriale, quel che si guadagna da un lato lo si perde dall’altro. Intanto come biodiversità – l’efficienza produttiva impone da sempre una “riduzione di variabili”, e il numero di insetti o uccelli impollinatori è ben lungi dall’essere completato – e poi come riproduzione in generale.

La conclusione, come si vede, arriva allo stesso punto: o sopprimiamo il modo di produzione capitalistico, o rimarremo soppressi come umanità (la natura sa difendersi meglio, sui tempi lunghi...).

Come spiega benissimo anche Monbiot, non è necessario avere un’alternativa già pronta per rendersene conto. L’alternativa va cercata e costruita, ma se non la trovi, ciao. Non continuerai a vivere in un mondo che si decompone...

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Il sistema economico è incompatibile con la sopravvivenze della vita sulla Terra. È tempo di disegnarne uno nuovo

Per gran parte della mia vita da adulto ho inveito contro il “capitalismo aziendale”, il “capitalismo dei consumi” e il “capitalismo clientelare”. Mi ci è voluto molto tempo per vedere che il problema non è l’aggettivo, ma il nome. Mentre alcune persone hanno rifiutato il capitalismo con gioia e rapidità, io l’ho fatto con lentezza e riluttanza. Parte del motivo era che non vedevo un’alternativa chiara: a differenza di alcuni anticapitalisti, non sono mai stato un entusiasta del comunismo di Stato.

Sono stato anche inibito dallo “status religioso” del capitalismo. Dire che “il capitalismo sta fallendo” nel XXI secolo è come dire “Dio è morto” nel XIX: è la blasfemia secolare. Richiede un grado di convinzione che non possedevo.
Ma, visto che sono cresciuto, sono arrivato a riconoscere due cose. Primo, è il sistema, piuttosto che una sua specifica variazione, che ci spinge inesorabilmente verso il disastro. Secondo, che non serve produrre un’alternativa definitiva per dire che il capitalismo sta fallendo: è una dichiarazione che sta in piedi da sola. Ma richiede anche un altro, e diverso, sforzo per sviluppare un nuovo sistema.

La crescita infinita su un pianeta finito porta inesorabilmente alla catastrofe ambientale.

I limiti del capitalismo derivano da due degli elementi che lo definiscono. Il primo è la crescita infinita. La crescita economica è l’effetto congiunto della ricerca di accumulare capitale ed estrarre profitto. Il capitalismo collassa senza crescita, eppure la crescita infinita su un pianeta finito conduce inesorabilmente alla catastrofe ambientale.

Coloro che difendono il capitalismo sostengono che, quando il consumo passa dai beni ai servizi, la crescita economica può essere disgiunta dall’uso delle risorse materiali.

La scorsa settimana un articolo sulla rivista New Political Economy, di Jason Hickel e Giorgos Kallis, ha esaminato questa ipotesi. Hanno scoperto che mentre nel XX secolo si è verificato un discostamento relativo (il consumo di risorse materiali è cresciuto, ma non rapidamente quanto la crescita economica), nel XXI secolo c’è stato un riavvicinamento: il crescente consumo di risorse ha finora eguagliato o superato il tasso di crescita economica.

Lo scostamento assoluto necessario per evitare la catastrofe ambientale (una riduzione dell’uso delle risorse materiali) non è mai stato raggiunto e appare impossibile nel contesto di una continuazione della crescita economica. La crescita verde è un’illusione.

Un sistema basato sulla crescita infinita non può funzionare senza periferie ed esternalità. Ci deve sempre essere una zona di estrazione – da cui i materiali vengono prelevati senza pagamento integrale – e una zona di smaltimento, dove i costi vengono scaricati sotto forma di rifiuti e inquinamento.

Come il volume dell’attività economica aumenta fino a quando il capitalismo non influenza tutto, dall’atmosfera al fondo dell’oceano, l’intero pianeta diventa una zona di sacrificio: tutti noi abitiamo alla periferia della macchina che produce profitto.

Questo ci spinge verso un cataclisma di dimensioni tali che la maggior parte delle persone non ha nemmeno modo di immaginarlo. Il minacciato collasso dei nostri sistemi di supporto alla vita è di gran lunga superiore alla guerra, alla carestia, alla pestilenza o alla crisi economica, anche se è probabile che li incorpori tutti e quattro. Le società possono riprendersi da questi eventi apocalittici, ma non dalla perdita di suolo, un’abbondante biosfera e un clima abitabile.

Il secondo elemento che definisce il capitalismo è la bizzarra assunzione che una persona abbia diritto a una quota della ricchezza naturale del mondo tanto grande quanto ne possa comprare il suo denaro.

Questo sequestro di beni comuni provoca tre ulteriori dislocazioni. In primo luogo, la lotta per il controllo esclusivo di attività non riproducibili, che implica violenza o troncamenti legislativi dei diritti di altre persone. Secondo, l’immiserimento di altre persone da parte di un’economia basata sul saccheggio attraverso lo spazio e il tempo. Terzo, la traduzione del potere economico nel potere politico, in quanto il controllo sulle risorse essenziali porta al controllo delle relazioni sociali che le circondano.

Nel New York Times di domenica, l’economista Nobel Joseph Stiglitz ha cercato di distinguere tra il capitalismo buono, che ha definito “creazione di ricchezza”, e il capitalismo cattivo, che ha definito “furto di ricchezza” (che estrae le rendite). Capisco la sua distinzione. Ma dal punto di vista ambientale, la creazione di ricchezza è furto di ricchezza. La crescita economica, intrinsecamente legata al crescente uso di risorse materiali, significa rubare la ricchezza naturale sia dai sistemi viventi sia dalle generazioni future.

Indicare tali problemi equivale ad attirarsi una raffica di accuse, molte delle quali si basano su questa premessa: il capitalismo ha salvato centinaia di milioni di persone dalla povertà – ora si vuole impoverirle di nuovo.

È vero che il capitalismo, e la conseguente crescita economica, ha radicalmente migliorato la vita di un vasto numero di persone, distruggendo contemporaneamente la prosperità di molti altri: quelli la cui terra, lavoro e risorse sono stati rubati per alimentare la crescita altrove. Gran parte della ricchezza delle nazioni ricche era ed è costruita sulla schiavitù e sull’esproprio coloniale.

Come il carbone, il capitalismo ha portato molti benefici. Ma, come il carbone, ora provoca più danni che benefici. Proprio come abbiamo trovato i mezzi per generare energia utile, che è migliore e meno dannosa del carbone, dobbiamo quindi trovare i mezzi per generare benessere umano che siano migliori e meno dannosi del capitalismo.

Non si può tornare indietro: l’alternativa al capitalismo non è né il feudalesimo né il comunismo di Stato. Il comunismo sovietico aveva più in comune con il capitalismo di quanto i difensori di entrambi i sistemi avrebbero voluto ammettere. Entrambi i sistemi sono (o erano) ossessionati dal generare crescita economica. Entrambi sono disposti ad infliggere stupefacenti livelli di danni nel perseguimento di questo ed altri fini. Entrambi hanno promesso un futuro in cui avremmo dovuto lavorare solo per poche ore alla settimana, ma invece chiedono un lavoro infinito e brutale. Entrambi sono disumanizzanti. Entrambi sono assolutisti, insistendo sul fatto che solo il loro è l’unico vero Dio.

Che aspetto ha un sistema migliore? Non ho una risposta completa e non credo che nessuna persona ce l’abbia. Ma penso di starne vedendo emergere uno schema approssimativo. Parte di esso è fornito dalla civiltà ecologica proposta da Jeremy Lent, uno dei più grandi pensatori della nostra epoca. Altri elementi provengono dalla “economia delle ciambelle” di Kate Raworth e dal pensiero ambientale di Naomi Klein, Amitav Ghosh, Angaangaq Angakkorsuaq, Raj Patel e Bill McKibben.

Parte della risposta sta nella nozione di “sufficienza privata, lusso pubblico”. Un’altra parte nasce dalla creazione di una nuova concezione della giustizia basata su questo semplice principio: ogni generazione, ovunque, deve avere lo stesso diritto al godimento della ricchezza naturale.

Credo che il nostro compito sia identificare le migliori proposte di molti pensatori diversi e modellarle in un’alternativa coerente. Poiché nessun sistema economico è solo un sistema economico ma si intromette in ogni aspetto della nostra vita, abbiamo bisogno di molte menti di varie discipline – economiche, ambientali, politiche, culturali, sociali e logistiche – che collaborino per creare un modo migliore di organizzare i nostri bisogni senza distruggere la nostra casa.

La nostra scelta si riduce a questo. Fermiamo la vita per permettere al capitalismo di continuare, o fermiamo il capitalismo per permettere alla vita di continuare?

Fonte

06/09/2015

L’umanità nel 2015: assetata, sull’orlo della follia, in mezzo a un fiume di acqua potabile


Riportiamo questa interessante riflessione reperita in rete, ci siamo solo permessi di aggiungere un paio di link nei passaggi citati, buona lettura:

Riuscite a immaginare un uomo deperito, assetato tanto da essere sull’orlo della follia, che siede in mezzo a un fiume di acqua potabile, circondato da milioni di bicchieri?

Ve lo immaginate l’uomo che mentre muore lentamente di sete, bofonchia sul fatto che afferrare un bicchiere e bere andrebbe contro tradizioni, leggi, mercati?

Ve lo immaginate gridare che non c’è acqua per tutti e usare le ultime energie per difendere i confini dell’acqua che ristagna e lentamente diventa una palude?

Questa è l’umanità in pieno 2015.

Le materie prime affluiscono sul mercato senza essere vendute: 110 milioni di balle di cotone ferme nei depositi, derrate alimentari ferme nei silos, ogni giorno 2 milioni di barili di petrolio affluiscono sul mercato e faticano a trovare compratori. Ristagna il capitale in eccesso perchè non trova investimenti profittevoli:

“Nel 2000, i paesi ricchi dell’Occidente investivano nei loro confini 270 miliardi di dollari più di quanto avessero in cassa con i risparmi. Nel 2013, osserva Bernanke, i termini sono rovesciati: i paesi ricchi hanno risparmiato 157 miliardi in più di quanto abbiano investito. L’Europa è passata da un saldo negativo (più investimenti che risparmi) di 36 miliardi ad uno positivo (più risparmi che investimenti) di 356 miliardi (da Repubblica)”.

E soprattutto ristagnano gli uomini, inattivi, inoperosi: non trovano da fare perché ci sarebbe la possibilità di produrre troppo. 200 milioni di disoccupati secondo le stime ufficiali, già di per sé al ribasso. 200 milioni di persone che potrebbero produrre tutto ciò che manca, dividersi il lavoro, liberare tempo di tutti. E invece ristagnano come soprammobili disperati, si azzuffano, si odiano, si vendono per poco, perchè manca capacità d’acquisto.

Eppure il reddito è aumentato negli ultimi 20 anni. E’ aumentato però solo per i ricchi: 40% del reddito mondiale al 10% più ricco, 2% del reddito al 10% più povero. Inventiamocela, allora, la capacità d’acquisto che non c’è: indebitiamoci, indebitiamoli. Ma anche questo è fatto: “la somma dei debiti dello Stato, delle aziende e dei privati è arrivata al 181 per cento del Pil negli Usa, al 204 per cento in Europa, al 241 per cento in Cina”. E anche il debito ristagna, come gli uomini, le materie prime, le forze produttive, i capitali, come quell’uomo che ha sete e non beve.

Noi scommettiamo sulla nostra capacità futura di afferrare il bicchiere e bere, infrangendo ogni tabù. Confidiamo che la vita vincerà su ciò che è morto e passato. E confidiamo che sia fatto in fretta perché il puzzo della palude è già tra noi e i suoi effluvi iniziano a penetrare tremendamente le nostre narici.

26/08/2015

Gli incubi del passato sono giá il presente

di Jacopo Risdonne

13 Agosto 2015: la Terra è ufficialmente in rosso. In meno di otto mesi abbiamo già esaurito le risorse naturali dell’intero anno. E andremo a saccheggiare quelle del futuro. In pratica, secondo il Global Footprint Network, siamo in debito ecologico e ci sarebbe bisogno di una Terra e mezzo per sostenerci a questi ritmi. Ben fatto. L’Earth Overshoot Day - questo il nome della ricorrenza - segna il giorno in cui la domanda annuale di risorse dell’umanità eccede ciò che la Terra è in grado di rigenerare nello stesso anno.
Proprio come le banche tracciano le uscite e le entrate, il Global Footprint Network (GFN) misura la differenza tra la nostra domanda di risorse naturali e servizi ecologici e quanto il Pianeta possa metterci a disposizione.

Secondo il bollettino emesso dagli esperti, consumiamo più legna di quanto ne producano le foreste, mangiamo più animali di quanto il loro ciclo riproduttivo riesca a farne nascere, emettiamo anidride carbonica nell’atmosfera ad un ritmo tale da ostacolare il suo naturale assorbimento. In soldoni, stiamo vivendo oltre il limite.

E se nulla cambia - avvertono gli scienziati - nell’arco di qualche lustro non avremo più la possibilità di ritornare sui nostri passi, ma solo di voltarci e contemplare ciò che è stato. Pertanto, “non è solo una data simbolo, ma un allarme importante”, sentenzia il climatologo Luca Mercalli. Tuttavia, pochi sembrano preoccuparsene.

Siamo giunti al primo overshoot nel 1970 (il 23 Dicembre), e da allora abbiamo macinato giorni su giorni sul calendario. Negli ultimi 15 anni la data dell’Earth Overshoot Day è avanzata a marce forzate: nel 2000 consumavamo il capitale naturale i primi di Ottobre, mentre l’anno scorso il 19 Agosto eravamo già in debito ecologico. Per soddisfare la domanda umana servirebbero 1.6 Terre. Nel 2030 potremmo arrivare a consumarne due: missione tutt’altro che impossibile, proseguendo alla stessa stregua degli ultimi decenni.

L’Italia, nel suo piccolo, ha fatto peggio della tendenza globale, conquistando un primato invidiabile: mentre l’allarme mondiale è scattato il 13 Agosto, quello per l’Italia non si è lasciato desiderare. Abbiamo esaurito il capitale naturale dello Stivale in soli 4 mesi, il 5 Aprile scorso.

In termini concreti, per soddisfare questi ritmi avremmo bisogno di 3.8 Italie. In Europa non abbiamo rivali in questo campo: anche se Svizzera e Regno Unito sono temibili (con una necessità rispettivamente di 3.5 e 3.0 volte le risorse disponibili entro i propri confini territoriali). Tuttavia, se può consolare, nel resto del mondo spiccano i dati del Giappone, che necessiterebbe di 5.5 Giapponi per supportare i suoi bisogni.

Un altro Giovedì nero, dunque - dopo quello del crollo della borsa di Wall Street - si insedia e si fa spazio tra le folte pagine della storia. Forse la notizia non attrae tanta attenzione quanto quella dei noti fatti del ’29 o di uno stato precipitato in un deficit finanziario, ma il resoconto pubblicato dal Global Footprint Network potrebbe avere effetti ben più duraturi e difficili da rovesciare. “In alcune aree del pianeta - secondo gli scienziati del GFN - le implicazioni dei deficit ecologici possono essere devastanti, condurre alla perdita delle risorse, al collasso degli ecosistemi, all’indebitamento, alla povertà, alla carestia ed alla guerra”.

I governi ignorano che le ripercussioni di decisioni politiche che mettono ai margini l’assioma ‘le risorse naturali sulla Terra sono limitate’ possono riverberarsi sulla performance economica a lungo termine; i governi palesano acute forme di miopia non considerando che la riduzione della loro dipendenza dalle risorse coincide con i loro interessi.

A fronte di tutto ciò, comunque, non mancano casi di stati che, in vari modi, si stanno attivando per rimediare alle scelleratezze del passato. A tal proposito, è calzante il caso delle Filippine, degli Emirati Arabi e del Marocco. Ammirevoli, inoltre, sono i risultati della Danimarca, la quale ha tagliato le proprie emissioni di CO2 del 33% dagli anni ‘90.

Se fosse stata imitata dal resto degli stati questo articolo avrebbe avuto un altro taglio ed un altro spirito; si sarebbe parlato di overshoot solo il 3 di Ottobre (secondo i calcoli del GFN). Ma questa è un’altra storia; la realtà dei fatti, ad oggi, è un’altra. La morale, al di là di tutto, è tanto chiara e limpida da sembrar degna di una delle favole di Esopo: ridurre il calco della nostra impronta ecologica sulla Terra non è un miraggio od un’utopia.

Come un geco che perde la sua coda, dunque, la Terra è in grado di auto-risanarsi e rigenerarsi. Tuttavia, questo processo richiede tempo. E noi, come è noto, non sappiamo attendere. Come in preda ad istinti dionisiaci sembriamo marionette sotto il controllo di impulsi irrazionali. Ci stiamo spingendo oltre i confini della ragione, rinnegando ogni legge non scritta che vede l'uomo come l'essere vivente razionale per antonomasia. Ci ostiniamo a schiacciare con indomabile forza e sordida avarizia il piede sull'acceleratore.

Con insaziabile voracità estraiamo capitale naturale da una miniera dalle ricchezze finite, da un pozzo dalle risorse limitate. Da oggi stiamo chiedendo al nostro Pianeta ciò che non può darci. Non stiamo dando alla coda il tempo di ricrescere.

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04/03/2015

Recensione del libro “I limiti dello sviluppo” (o, meglio, della “crescita”)

Dopo la puntata di sabato scorso del programma “Scala Mercalli” in onda su Rai Tre, pubblichiamo la recensione del libro di Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows, Jorgen Randers, William W. Behrens III

I limiti dello sviluppo, tradotto così in italiano invece de “I limiti della crescita”

Rapporto del System Dynamic Group Massachusetts Intitute of Technology (MIT) per il progetto del Club di Roma sui dilemmi dell’umanità – Mondadori, 1972.

Nonostante siano passati oltre 40 anni dalla sua pubblicazione, I limiti dello sviluppo è sicuramente ancora oggi una lettura interessante. Questo breve testo fu originariamente commissionato nel 1970 dal Club di Roma ad un gruppo di studiosi del Mit, il System Dynamic Group. Due anni dopo furono pubblicati I limiti dello sviluppo, un rapporto generale che compendiava le ricerche svolte e riassumeva i risultati ottenuti dal gruppo: l’intento dello studio era quello di intraprendere un’analisi per “definire chiaramente i limiti fisici e le costrizioni relative alla moltiplicazione del genere umano ed alle sue attività materiali sul nostro pianeta”. Per compiere questo immenso lavoro il System Dynamic Group isolò 5 questioni generali: aumento della popolazione, disponibilità di cibo, consumo di materie prime, sviluppo industriale e inquinamento.

Dopo la formazione di gruppi di studio dedicati ad ogni particolare problema, queste 5 questioni furono interrelate strettamente fra loro e l’analisi completa di ognuna di esse mise in luce in che modo ognuna dovesse necessariamente essere considerata come parte di un’unica macro-questione. Il sistema attraverso cui furono interrelate queste questioni fu il linguaggio di simulazione World 3 inventato dall’informatico Jay Forrester.

Lo stesso Forrester, oltre ad essere docente al Mit fu anche il fondatore della Dinamica dei sistemi – da cui il nome stesso del gruppo di lavoro del Mit – e docente di Donella e Dennis Meadows. Come noto, i dati allora disponibili furono introdotti in un calcolatore che fornì una serie di 12 scenari basati sulle tendenze allora in atto: si trattò del primo caso di elaborazione tramite un modello formale che riuscisse ad essere effettivamente globale per gli scopi che si prefiggeva: fornire una completa simulazione per la dinamica complessiva del sistema mondo considerato nelle 5 componenti suddette. I risultati raggiunti ne I limiti dello sviluppo furono una serie di scenari che indicavano un collasso dello sviluppo durante il corso del XXI° secolo. Questo collasso implicava sempre un calo della popolazione, del prodotto industriale procapite, e delle rese agricole: questo calo era più o meno brutale in funzione di determinate ipotesi sulle capacità di controllo del tasso di natalità, sulla possibilità di aumentare la resa dei terreni agricoli e sull’impiego dell’energia nucleare. In quasi ogni caso – 9 su 12 – il risultato finale dei modelli è comunque il collasso. Questi scenari però avevano una loro consistenza sulla base di un presupposto tacito (esplicitato a pg 117): popolazione e capitale devono essere lasciati crescere liberamente fino al raggiungimento di un qualche “limite naturale”, devono cioè “cercarsi il proprio livello”, senza che vi sia l’interferenza di un’azione che sia intesa a frenarne o modificarne l’ascesa. Date queste condizioni iniziali non è però possibile trovare uno sbocco per le dinamiche studiate che non sfoci in un collasso globale.

Quest’ultimo è evitabile soltanto legando strettamente alcuni indici, come quello di natalità e quello di investimento a dei “controindici” che modifichino sostanzialmente lo sviluppo futuro della società globale, spingendo il mondo verso uno stato di equilibrio.

Questa possibilità è indagata nel sesto ed ultimo capitolo del libro, in cui vengono avanzate delle interessanti riflessioni sul rapporto tra un’ipotetica società in equilibrio e la possibilità di produrre innovazione e di evitare la stagnazione. In ogni caso è da tener presente che questo equilibrio richiede un impegno politico immenso: nelle pagine conclusive de I limiti dello sviluppo le condizioni poste come necessarie per il raggiungimento dello stato stazionario sono piuttosto stringenti ed in ogni caso relative ad anni compresi tra il 1975 ed il 2000. Nell’ultimo caso analizzato nel libro, quello relativo all’anno 2000, le ipotesi utilizzate per ottenere uno stato stazionario non riescono ad invertire il collasso: i giusti provvedimenti presi troppo tardi non riescono a frenare la caduta della produzione alimentare e industriale procapite, anche se adottati integralmente. Tutti questi scenari, che sono stati per lungo tempo aspramente avversati insieme al lavoro complessivo del Club di Roma dovrebbero oggi permettere di osservare alcuni fatti in un’ottica diversa, in un momento in cui sono (quasi) cessate le voci di una imminente uscita dalla crisi.

Un passo ulteriore sarà l’aperta e pubblica ammissione che questa crisi è dovuta anche al raggiungimento dei limiti fisici toccata da quella dinamica complessiva che il Club di Roma aveva a suo tempo indicato come fondamentale. Da segnalare infine anche l’introduzione scritta da Aurelio Peccei, figura poliedrica di dirigente d’azienda, partigiano nelle file di Libertà e Giustizia, saggista e filantropo, che del Club di Roma fu l’ispiratore e la guida fino alla morte, avvenuta nel 1984.

22/06/2014

PUNTO E A CAPO 2 - Usa sceriffi planetari sempre più riluttanti


Declino della potenza americana o neo isolazionismo dopo i disastri Iraq Afghanistan? La voglia popolare di lasciare il mondo a cavarsela da solo coincide le complessità del dopo Guerra Fredda, quasi a rimpiangere la vecchia Unione Sovietica. Obama “Presidente Riluttante” scrive Marsonet.

Di un declino della potenza americana, vero o presunto che sia, si parla ormai da molto tempo. Curiosamente il problema si pone dopo la fine del bipolarismo USA-URSS, e cioè proprio quando, almeno in teoria, l’unica potenza davvero globale rimasta sulla scena dovrebbe trovare il terreno libero da ogni ostacolo.

Tuttavia la “fine della storia” profetizzata da Francis Fukuyama – scopiazzando Hegel – non si è verificata, e gli Stati Uniti devono fare i conti con una realtà assai più complessa del previsto. Si è visto che l’Impero del Male combattuto da Ronald Reagan, vale a dire l’Unione Sovietica, era tutto sommato una realtà con cui si poteva trattare in termini razionali sedendosi al tavolo e parlando.

Assai più difficile l’impresa oggi, con la frammentazione estrema dei conflitti e avversari con i quali la trattativa è impossibile proprio perché, per loro, è l’America a ricoprire il ruolo di Impero del Male. Una nemesi che certo i presidenti USA più decisi a sbarazzarsi dei sovietici non si sarebbero aspettati.


Da questo punto di vista Obama è stato definito il “presidente riluttante” per eccellenza. Attenzione però. La sua posizione è molto meno impopolare di quanto si creda nell’opinione pubblica statunitense. Come ho già avuto modo di rilevare in un precedente articolo, cresce il numero dei cittadini stanchi di vedere le forze armate USA impegnate da tanti anni ovunque nel mondo, e con risultati disastrosi come in Irak e in Afghanistan.

Non è detto, quindi, che un presidente riluttante sia anche impopolare, almeno per quanto riguarda la politica estera. Si può addirittura giungere a rifiutare la leadership mondiale se quest’ultima implica un dispendio ritenuto eccessivo di vite umane e di risorse economiche. Ed è esattamente ciò che molti americani oggi vorrebbero. Una maggiore attenzione per i problemi interni lasciando che “gli altri” se la sbrighino da soli.

Attualmente è su queste posizioni addirittura un ex falco come Edward Luttwak, per il quale l’appoggio americano alle cosiddette “primavere arabe” e la lotta senza tregua ai regimi laici in Medio Oriente è un’ulteriore prova del fallimento totale delle tesi di Fukuyama, tra le quali c’è – o c’era – anche la necessità di esportare la democrazia ovunque nel globo, non importa se gradita o meno alle popolazioni destinatarie del “dono”.

Esistono però due aspetti nell’esercizio della leadership mondiale, sia essa gradita o meno. Il primo ha un carattere tipicamente ideologico, e consiste nel ribadire la “eccezionalità” USA, Paese destinato a imporre sul piano internazionale il rispetto della legalità, l’imposizione dei compromessi e il mantenimento di un apparato militare in grado di garantire la stabilità politica e economica del mondo intero.

Sappiamo che le cose non stanno affatto così, ma è un dato di fatto che per decenni gli americani, dalla classe dirigente ai cittadini più umili, hanno creduto in queste tesi, in seguito alla vittoria sui grandi regimi totalitari nel secondo conflitto mondiale.

Il secondo aspetto della leadership è prettamente economico e, pur essendo collegato al primo, ha caratteri differenti. Qui il discorso diventa molto più banale e meno aulico. Gli USA sono grandi consumatori – i maggiori del mondo – di risorse naturali ed energetiche. Ne possiedono quantità enormi nel loro territorio, ma il consumo è tale che non bastano. Ecco quindi l’esigenza di garantirsi fonti di approvvigionamento esterne, anche usando la forza militare.


A questo punto siamo su un piano diverso. L’ideologia c’entra poco o niente, è una questione di sopravvivenza dal momento che la mentalità americana corrente non prevede il taglio dei consumi. Obama, riluttante o meno, sarà costretto a usare la forza per evitare che i preziosi pozzi di petrolio irakeni vengano occupati in permanenza dagli jihadisti.

Le vecchie potenze coloniali non si comportavano diversamente, utilizzando la potenza militare per garantirsi le materie prime. E se gli USA lasciassero perdere i paraventi ideologici e le sciocchezze di Fukuyama, per ammettere infine che approfittano della loro maggiore forza per sfruttare risorse che appartengono ad altri? Ne guadagneremmo tutti in termini di semplicità e di coerenza.

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14/05/2014

Africa: la presenza militare francese mette radici


“Oggi pensiamo che la sicurezza del paese sia stata raggiunta” ha rivendicato il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian durante la tappa ivoriana della sua visita in Africa occidentale, dal Senegal alla Mauritania. A tre anni dall’inizio di uno scontro politico tramutatosi in una guerra civile conclusasi con almeno 3000 vittime, la Costa d’Avorio ora è relativamente stabile anche se alcuni attacchi sporadici vengono ancora segnalati al confine con la Liberia.

Ma il ritorno di una relativa sicurezza nel paese non si tramuterà in un ridimensionamento della presenza militare di Parigi nella sua ex colonia. Ad Abidjan il ministro Le Drian ha infatti annunciato la trasformazione, dal prossimo gennaio, in “base militare operativa avanzata” della forza militare francese Licorne, dispiegata in Costa d’Avorio ormai dal 1992. La ‘missione’ sarà chiamata Forze francesi in Costa d’Avorio (Ffci) ed è anche previsto che gli effettivi aumentino nei prossimi anni. Lo stato maggiore delle Forze armate francesi intende infatti accrescere la presenza dei militari di stanza al campo di Port Bouet da 450 a 800 uomini, trasformandola in una base militare permanente. “Abbiamo deciso di riorganizzare il nostro dispositivo militare al livello regionale con l’obiettivo principale di consentire la piena attuazione della lotta al terrorismo” ha sostenuto Le Drian.

In base al nuovo accordo militare firmato nel 2012 tra Abidjan e Parigi, che sarà presto sottoposto al voto dei deputati ivoriani (non sono attese particolari sorprese), la missione militare francese nel paese, testa di ponte di una proiezione africana crescente dell'Unione Europea, rappresenterà un serbatoio di truppe convenzionali in grado di intervenire “in modo rapido” nell’intero continente, ma servirà anche da centro di appoggio logistico per le operazioni militari nella fascia del Sahel e del Sahara. Tuttavia le Ffci potranno ancora intervenire, se fosse necessario, anche in Costa d’Avorio, paese che dovrebbe tornare alle urne per le presidenziali nel 2015.

La nuova base militare in Costa d’Avorio si va ad aggiungere a quella installata da tempo a Gibuti, nel Corno d’Africa, forte di quasi 2000 soldati. Ma nel continente vi sono anche altre basi ‘informali’ di Parigi: a Ouagadougou, in Madagascar, che ospita forze speciali e a Niamey, base di droni, caccia e servizi di informazione. Ma altri due nuclei di una rete che si va estendendo sono in via di realizzazione ad Abidjan e N’Djamena. Altre truppe francesi sono di stanza da tempo a Dakar e a Libreville mentre a Bamako la missione Serval sarà trasformata in una presenza permanente e strutturata. Senza dimenticare il Centrafrica, dove da tempo è in corso l’operazione Sangaris, che oggi può contare su ben 2000 uomini.

L’accresciuta presenza militare francese in Africa e la trasformazione delle sue pur lunghe missioni in una vera e propria base militare permanente non sono passate inosservate sicuramente né a Pechino né a Washington, paesi che da tempo competono con la Francia, anche se su piani non sempre coincidenti, per il controllo del continente. Ad esempio il quotidiano del Burkina Faso ‘Le Pays’ denuncia il fatto che “prima di proteggere gli africani, la Francia protegge i suoi interessi: i suoi concittadini, le sue industrie, le sue banche e le risorse naturali”.
D'altronde che Parigi miri al controllo del 'continente nero' è più che evidente, visto che ormai le forze militari francesi impiegate in Africa hanno raggiunto il numero di 10 mila unità, e che il governo Sarkozy fu il primo a lanciare le operazioni militari contro la Libia nel 2011, allo scopo di tutelare i suoi interessi nel paese - in particolare quelli petroliferi - ma anche con l'obiettivo di disarticolare i progetti di unità politica ed economica africana alla quale stava lavorando con successo il leader libico Gheddafi.

D'altronde la Francia produce quasi il 75% del proprio fabbisogno energetico utilizzando uranio importato dall'Africa e sfruttato nelle proprie centrali nucleari. La multinazionale nucleare francese Areva estrae in Niger il 20% dell'uranio che usa, e progetti importanti in questo senso sono in corso nella Repubblica Centrafricana e in Gabon. Un altro gigante energetico francese, la Total, controlla un vasto giacimento a Toudeni, nel nord del Mali, oltre ad avere una forte presenza in Libia.

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15/04/2014

Kurdistan turco, il passo dell’autonomia energetica

Mentre Heval Kewstani, membro del parlamento regionale del Kurdistan, propone la candidatura di Abdullah Öcalan per il Nobel della pace (il Comitato per il prestigioso premio lo inserisce fra le 278 candidature, ma viene poi smentito dalla Fondazione per il Nobel che preferisce glissare), gli amministratori delle province kurde di Hakkari e Şırnak, più il co-direttore del Partito della Pace e della Democrazia Çelik lanciano la proposta d’un piano di utilizzo del 20-25% delle risorse energetiche locali. Si tratta di entrate provenienti dall’estrazione di petrolio, rame, cromo presenti nel sottosuolo del sud-est turco. L’iniziativa può diventare un passo concreto per sbloccare il centralismo dello Stato e rimpolpare le casse delle municipalità dove vive una foltissima comunità kurda che esprime uno schiacciante consenso politico. Nelle recenti amministrative il Bdp ha ottenuto il 63,48 ad Hakkari e il 60,75% Şırnak. Lo stesso dovrebbe valere per le risorse idroelettriche derivate dalla creazione di dighe che compiono uno stravolgimento del territorio lungo la valle del Tigri, in un’area vastissima a sud delle città di Diyarbakır, Bismil, Batman,  senza restituire agli abitanti di quelle terre entrate e servizi.

Il neo eletto sindaco di Diyarbakır Gültan Kışanak (57,18% i consensi) e il co-segretario del Bdp Demirtaş hanno ribadito come i finanziamenti risultano vitali nel processo di autonomia e autodeterminazione dell’intero territorio abitato dai 15 milioni di kurdi di Turchia. Il ministro turco delle Risorse Naturali Taner Yıldız ha alzato la guardia, sostenendo che tale possibilità non è contemplata fra le ipotesi su cui si misura l’Esecutivo rispetto alla questione dell’autonomia perché le risorse energetiche sono controllate dallo Stato. Esso può stabilire rapporti di collaborazione con soggetti privati, ma non può permettere che si crei al proprio interno un altro Stato. La Kışanak però non molla e incalza. In un’intervista rilasciata all’edizione turca di Al-Jazeera chiede espressamente: “Quanto petrolio c’è nel sottosuolo di Diyarbakır? a quanto ammonta la produzione? che via prende la merce? In passato la regione pagava un alto costo che coinvolgeva l’ambiente, stiamo indagando su questo versante. Esiste il serio pericolo che l’estrazione d’idrocarburi causi inquinamento delle acque. Il petrolio è una merce pregiata dell’economia, ma i vantaggi vanno alle aree occidentali”.

All’incirca l’85% dell’estrazione energetica turca proviene dal sud-est, fonti ministeriali sottolineano che gli investimenti in questa zona s’aggirano attorno ai 470 milioni di dollari, occupano almeno tremila addetti e non compiono discriminazioni nei confronti degli abitanti kurdi. A commento dell’intervista rilasciata dal neo sindaco di Diyarbakır alcuni analisti affermano come lei punti a sostenere il modello amministrativo presente nelle province nord irachene, dove la locale comunità kurda, in base a quanto sancito dalla Costituzione, riceve il 17% dei fondi federali. In sostanza si tratta di una posizione ancor più incisiva rispetto al quadro di autonomia dibattuto dallo stesso Öcalan, un vero strumento per rafforzare ulteriormente le municipalità negli affari regionali e trasferire questa forza sul piano politico.

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08/02/2014

I profitti petroliferi vanno a "picco"

Tra i problemi principali della crisi generale che sta attraversando il mondo da quasi sette anni a questa parte – primo segno: l'esplosione dei “mutui subprime” americani, agosto 2007 – c'è l'esaurimento delle risorse non riproducibili.

Di solito il problema viene messo in quota alle “preoccupazioni degli ambientalisti”, e quindi immediatamente derubricato nell'elenco delle “spiacevoli conseguenze” dello sviluppo capitalistico. Al pari, insomma, del lavoro minorile nei paesi “emergenti”, della silicosi dei minatori o degli incidenti sul lavoro.

Al contrario, come spiegano parecchi scienziati da decenni (dal “Rapporto del Club di Roma”, 1972), si tratta del problema principale dell'umanità. Ed anche del “limite esterno” incontrato ormai in modo evidente dallo stesso modo di produzione capitalistico.

L'elemento chiave sta nell'esatta comprensione del termine “risorse non riproducibili”. Nel mondo delle merci in cui (noi “capitalisti saturi”) siamo immersi, ogni singola cosa appare “riproducibile” per via industriale. Anche le risorse scarse, in questa logica, possono sempre essere sostituite da altre, spostando in eterno quel “limite” insopportabile per la mentalità capitalistica. In cui siamo tutti immersi.

Quante volte, sollevando il problema dell'esaurimento del petrolio – per esempio – non viene immediatamente contrapposta l'obiezione annoiata “troveranno certamente qualcos'altro per sostituirlo”? E giù con l'orgia dei possibili ma improbabili o inadeguati “sostituti”. Vi ricordate quei due o tre anni in cui si è parlato dell'idrogeno? Che anni erano?

La fede nel modo di produzione capitalistico è più integralista di qualsiasi religione, perché nutre il “principio speranza” secondo cui si potrà andare avanti così ancora per un tempo infinito, lungo una via di progresso tecnologico travolgente, espandendo la ricchezza prodotta lungo una scala accelerata. I nostri nonni, in fondo, zappavano a mano e viaggiavano quasi tutti a piedi... Come migliaia di anni prima. Noi invece...

“Non riproducibile” è concetto ostico quanto mai, per chi ha questa fede innata e acritica. Dice che c'è qualcosa che non si può fare. Non possiamo produrre un petrolio che non c'è (ci ha pensato la natura nel Paleozoico, centinaia di milioni di anni fa), né gas metano (a parte quelle piccole quote che si formano negli intestini degli esseri viventi...), né acqua, né terra coltivabile. Quel che c'è c'è, una volta per tutte, nel caso degli idrocarburi; oppure segue un ciclo riproduttivo naturale che è pericoloso spezzare (acqua, terra).

Perdonate la lunga premessa, necessaria però per comprendere la dimensione del problema che abbiamo davanti.

Abbiamo parlato più volte del “picco del petrolio” (1, 2, 3, 4), cioè del superamento di quella soglia oltre cui la “produzione” di greggio – in realtà la sua semplice estrazione dal sottosuolo – comincia fisiologicamente a calare, annunciando un esaurimento tanto più rapido quanto più si cerca di mantenere alta la quota estrattiva giornaliera. Non è difficile capire sul piano logico o aritmetico che, se hai un litro d'acqua, puoi berlo in un minuto o un giorno, ma entro quel tempo finisce.

Col petrolio noi (l'umanità capitalisticamente organizzata) abbiamo bevuto a garganella. E molti segnali ci dicono che quel “picco” – corrispondente grosso modo al 50% della disponibilità naturale – è stato superato negli ultimi anni. Avevamo pubblicato diverse volte articoli che davano conto dell'evoluzione del problema, premettendo sempre che si tratta di “dedurre” lo stato delle cose da una serie di dati, spesso falsificati all'origine (dai paesi produttori o dalle multinazionali petrolifere). Insomma: si tratta di applicare una scienza esatta (“il picco di Hubbert” è una teoria fisica verificata empiricamente da decenni) a dati incompleti, imprecisi, falsificati. In questo modo diventa incerta la collocazione temporale esatta del “picco”, ma la sostanza non cambia. Che questo sia avvenuto – come sembra – nel corso degli ultimi anni, o sia alle porte del prossimo ventennio (come dicono i petrolieri), la sostanza non cambia di molto. Per come viviamo – inseguendo la massimizzazione del profitto, non la certezza della riproduzione dell'intera umanità – le due date sono identiche, sul piano storico. Dieci o vent'anni non fanno differenza.

Proponiamo però qui una serie di stralci da articoli di giornali mainstream, tutti molto importanti e assolutamente attendibili, proprio perché “ideologicamente” neutri o interni alla logica capitalistica. Illustrano problemi differenti, ma tutti convergenti verso una conclusione unitaria obbligata: il “picco” c'è già stato.

Vediamo perché, ringraziando Dario Faccini, che li tradotti e pubblicati su AspoItalia, “sezione” italiana dell'associazione di scienziati che si occupa del “picco”.

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Dal The Wall Street Journal, 28/1/2014

Le grandi compagnie petrolifere si sforzano di giustificare l’impennata dei costi di sviluppo dei progetti

La Chevron, l’Exxon Mobil e la Royal Dutch Shell hanno speso più 120 miliardi di dollari nel 2013 per incrementare la loro produzione di petrolio e gas – circa lo stesso costo, in dollari rivalutati, che è stato necessario per portare l’uomo sulla Luna. Ma i tre giganti petroliferi hanno ben poco da mostrare in cambio delle loro spese.


La produzione di petrolio e di gas sono in calo, nonostante le spese combinate di 500 miliardi di dollari negli ultimi cinque anni. Ciascuna compagnia dovrebbe comunicare entro questa settimana un calo di profitto per il 2013 rispetto al 2012, anche se i prezzi del petrolio sono elevati.

Uno dei maggiori problemi è che i costi stanno andando alle stelle per molti dei nuovi “mega-progetti” intesi a sfruttare i giacimenti di petrolio necessari per rimpiazzare i campi in esaurimento.

I piani in corso per estrarre petrolio con isole artificiali nel Mar Caspio potrebbero costare 40 miliardi dollari al consorzio che comprende Exxon e Shell, valore in crescita rispetto al bilancio iniziale di 10 miliardi. Il prezzo da pagare per un progetto d'estrazione di gas naturale in Australia, chiamato “Gorgon”, di proprietà congiunta delle tre società, si è gonfiato del 45% a 54 miliardi dollari. Secondo persone che hanno lavorato al progetto, Shell sta spendendo almeno 10 miliardi di dollari su una tecnologia non testata per costruire un impianto di gas naturale su una grande barca in modo che l’azienda possa sfruttare un giacimento remoto.

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da Bloomberg News, 29/01/2014

I profitti petroliferi crollano con le alte spese che non riescono ad incrementare la produzione

Gli investitori scansano le più grandi compagnie petrolifere mondiali a causa dell’impennata dei costi di perforazione, del ritardo dei progetti più grandi e della stagnazione dei prezzi dell’energia.

[…]

Il problema per le major petrolifere è duplice: i costi sono in aumento e i prezzi del petrolio non lo sono, mentre la complessità di sviluppo delle scoperte più recenti di petrolio e gas impedisce di raggiungere gli obiettivi di produzione.

Assediate dai rendimenti ridotti e dai ritardi nei costosi progetti, sei delle più grandi imprese esploratrici di petrolio del mondo probabilmente freneranno la spesa per l’esplorazione e la produzione (E&P) quest’anno a 148 miliardi dollari dai 149 miliardi dollari, dopo due anni consecutivi con aumenti dell’8 per cento…

“Gli investitori si stanno arrabbiando e non vogliono che le compagnie petrolifere investano”, ha detto Tiscareño. «Ma se non investono, non saranno in grado di pagare i dividendi in futuro.”

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dal Financial Times, 30/01/2014

La Shell si tira fuori dalla perforazione dell’Artico nel 2014

Royal Dutch Shell intende sospendere la sua controversa perforazione nelle acque dell’Artico al largo dell’Alaska come parte di un multimiliardario ridimensionamento della spesa per nuovi progetti intrapreso da Ben Van Beurden, amministratore delegato.

[...]

Van Beurden ha detto che la stretta di cinghia sarebbe stata segnata da “scelte difficili sui nuovi progetti di investimento, crescita ridotta e più vendite di asset».

[....]

Le sue osservazioni sono venute due settimane dopo che Shell, il più grande gruppo petrolifero in Europa per valore di mercato, ha pubblicato il suo primo profit warning in 10 anni.

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da IlSole24Ore, 30/01/2014

L’impennata dei costi mette a rischio i conti dei big del petrolio

A dispetto di tutta la retorica sul miracolo shale negli Usa, espandere la produzione di idrocarburi – o anche solo compensare il declino dei vecchi giacimenti – al giorno d’oggi è in realtà una sfida difficilissima. La tecnologia (e le quotazioni del greggio a lungo elevate) hanno in effetti consentito di estrarre risorse un tempo irrecuperabili. Ma il fracking – così come le trivellazioni in alto mare o l’estrazione di greggio da sabbie bituminose – è un procedimento costoso. Esaurite le risorse “facili”, inoltre, le majors si stanno affidando sempre più spesso a megaprogetti di elevatissima complessità, che presentano difficoltà tecniche inedite e spesso si trovano in aree pericolose, difficili da raggiungere o afflitte da condizioni climatiche estreme. Progetti che tra l’altro richiedono molti anni di lavoro per vedere la luce e che rischiano di arrivare in produzione quando il mercato è in condizioni diverse rispetto a quando si è avviata la pianificazione.

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Conclusione obbligata. Se ci sono costi crescenti, produzione ferma o in calo, “fonti non standard” in posti “estremi”... il gioco del petrolio sta vicinissimo alla fine. E al contrario di quanto assicurato dal “principio speranza”, il sostituto non c'è. E non certo perché non sia stato cercato...

Fonte

30/12/2013

Lesotho, sotto il tetto del continente

L'ampliamento del progetto che disseta il Gauteng avrà un forte impatto ambientale e sociale. Storia di appalti miliardari e tangenti che parla anche italiano.


Un enclave idrico naturale senza sbocco sul mare nel cuore di un Paese arido che soffre siccità periodiche, scarsa disponibilità di acqua e una distribuzione spaziale delle precipitazioni medie annuali non uniforme. È il Regno del Lesotho, una cascata a zig zag di strade su alte montagne che gli valgono il soprannome di tetto dell'Africa quale Paese più alto del continente. Nel più vasto territorio della Repubblica del Sudafrica, interrompendone la superficie di più di un milione e 220 mila chilometri quadrati, quella che così descritta sembrerebbe una gola profonda si erge invece a vedetta da picchi altissimi che arrivano a toccare punte di circa 3000 metri sul livello del mare. Un regno montuoso con una superficie di circa 30.400 chilometri quadrati e in sostanza uno dei Paesi meno sviluppati al mondo, senza grandi risorse naturali fatta eccezione per l'acqua di cui si consuma meno del 6% sul mercato interno - secondo i dati del 2002 della European Investment Bank - che si stende sulla più grande economia dell'Africa, la Rainbow Nation, la quale però dispone di risorse idriche a singhiozzo con una parte considerevole della popolazione ancora senza accesso all'acqua potabile e a servizi igienici adeguati. Proporzioni che non si incontrano e culture lontane che in modo diverso soffrono bisogni e carenze contrastanti con budget milionari di interessi economici locali e internazionali. Secondo i dati forniti da Water Technology, il Lesotho dispone di abbondanti risorse idriche che eccedono rispetto ai requisiti per eventuali futuri progetti di irrigazione e di sviluppo. Su una disponibilità totale infatti di circa 150 metri cubi al secondo, il consumo totale di acqua in Lesotho è di circa 2 metri cubi al secondo.

Un progetto redditizio
Il fiume Senqu, conosciuto anche come Orange River, scorre a circa 2.000 chilometri ad ovest della regione montuosa del Drakensberg del Lesotho attraverso il Sudafrica e verso l'Atlantico. Circa a metà, lungo il suo letto si unisce al fiume Vaal, che scorre da nord-est. Nel 1950 l'Alto Commissario britannico per il Lesotho, Sir Evelyn Baring, individuò in quello che poi divenne il Lesotho Highlands Water Project (Lhwp) il modo più economico per fornire acqua al Sudafrica. A uno studio di fattibilità da parte dei due Paesi nel 1978, ne seguì uno più dettagliato condotto dal MacDonald Lahmeyer Consortium tra il 1983 e il 1986 a conferma che il progetto era economicamente redditizio e avrebbe permesso la produzione di energia idroelettrica. Con un accordo siglato nel 1986 il Sudafrica accettò di pagare i costi di deviazione delle acque e il Lesotho di finanziare i progetti idroelettrici. Il costo totale del progetto ammonta a circa 8 miliardi di dollari e i finanziamenti sono stati emessi dalla Banca Mondiale, la quale coordina anche la mobilitazione di fondi da altri finanziatori tra cui l'African Development Bank, l'European Development Fund, la Development Bank of South Africa, banche commerciali e diverse agenzie di credito europee. Le operazioni della European Investment Bank in Lesotho rientrano in un mandato conferito dagli Stati membri dell'Unione europea nel quadro del secondo protocollo finanziario della IV Convenzione di Lomé - che regolava le relazioni di cooperazione dell'Unione europea (Ue) con i Paesi dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP) - con il pieno sostegno della Commissione europea e gli Stati membri attraverso un comitato di rappresentanti, principalmente dai Ministeri per la Cooperazione allo Sviluppo.

Una rete di gallerie e dighe
Il Lesotho Highlands Water Project è il più grande progetto infrastrutturale tra Lesotho e Sudafrica e prevede la costruzione di una fitta rete di gallerie e dighe per deviare l'acqua dalle montagne del Lesotho in Sudafrica e fornire energia idroelettrica al Lesotho. Responsabili del monitoraggio del progetto sono due istituzioni pubbliche, la Lesotho Highlands Water Commission (Lhwc) - per i lavori complessivi di esecuzione del progetto come dighe, gallerie, centrali elettriche e infrastrutture alle frontiere del Lesotho - e la Trans-Caledon Tunnel Authority (Tcta) responsabile in territorio sudafricano. Prima del Lhwp la carenza cronica di acqua era particolarmente acuta nella ricca provincia del Gauteng, l'hub industriale del Sud Africa di cui fa parte anche la capitale Pretoria e Johannesburg. Con una popolazione di oltre 10 milioni di abitanti il Gauteng genera quasi il 60 % del Pil nazionale ma rimane una delle poche aree metropolitane del mondo lontana da qualunque fonte naturale di acqua. La prima fase del Lhwp è stata completata nel 2004 e secondo quanto riportato a maggio 2013 al giornale locale Business Day dal ministro del Water and Environmental Affairs, Edna Molewa, il Sudafrica ha approvato la seconda fase del progetto per un totale di 1,3 miliardi dollari. La nuova diga, la cui conclusione dei lavori è prevista per il 2020, fornirà un extra di 45,5 metri cubi di acqua al secondo al Sudafrica che sarà destinata alle nuove miniere in Lephalale, il più grande comune della provincia del Limpopo, e a progetti infrastrutturali nello Steelpoort nella stessa provincia, mentre genererà 1.000 megawatt di elettricità per il Lesotho. Ma mentre il South African Federation of Civil Engineering Contractors ha accolto favorevolmente la notizia, agli inizi di dicembre il quotidiano locale del Lesotho Sunday Express riportava testimonianze e preoccupazioni sui contrasti tra la Lesotho Highlands Development Authority e gli abitanti del posto, soprattutto dei villaggi che si trovano alla confluenza tra i fiumi Khubelu e Senqu nella regione Polihali, in merito ai risarcimenti previsti dal progetto come compensazione per gli effetti di impatto ambientale e sociale derivanti dalla costruzione delle dighe, sui disagi delle comunità dei villaggi Ha Matala e Ha Makotoko in Thaba-Bosiu che sono stati reinsediati dalle zone di Katse e Mohale, dove cioè sono state costruite una diga, la Katse Dam sui Monti Maluti e la centrale idroelettrica di 72Mw Muela, la diga Mohale sul fiume Senqunyane, oltre a 32 km di tunnel di collegamento tra i due bacini idrici del Katse e del Mohale. Le comunità denunciano che da quando sono iniziati i lavori nella zona di Polihali, il Lhda ha rifiutato di mostrare le mappe che delineano i nuovi confini dei villaggi colpiti dalla costruzione della diga. La costruzione della diga di Polihali e della stazione idroelettrica di Kobong, parte di un mega progetto siglato nell'agosto 2011, avrà un impatto non indifferente sulle attività delle comunità di Mokhotlong Polihali, sulle loro case, i loro campi, i pascoli, i boschi e le superfici adibite alla coltivazione del thatching con cui nella zona si costruiscono soprattutto i tetti delle abitazioni. Benché il Lhwp preveda sulla carta impegni di consultazione delle parti direttamente e indirettamente interessate e costi di compensazione per coprire tra l'altro le perdite di beni materiali come le abitazioni, delle risorse agricole come alberi e terreni coltivabili, le rendite in denaro, grano e legumi e di risorse comunitarie come scuole e infrastrutture pubbliche, di fatto però, secondo le testimonianze riportate dalla stampa locale e da organizzazioni non governative tutto questo resta solo un miraggio e un impegno disatteso. Stando ai dati forniti dalla ong locale Transformation Resources Centre (Trc), circa 27 mila persone hanno subito danni in seguito alla costruzione della diga di Katse, mentre 325 famiglie sono state forzate a trasferirsi per far posto alla diga di Mohale inaugurata nel marzo 2004 dal re Letsie III e l'allora presidente sudafricano Thabo Mbeki.

Altro che vantaggi e tutele
In uno studio pubblicato nel 2006, On the wrong side of development. Lessons learned from the Lesotho Highland Water Projec t, Trc evidenzia come invece che garantire vantaggi alle comunità locali come posti di lavoro, strade migliori, crescita del turismo, approvvigionamento idrico e tutela ambientale, il progetto ha portato benefici minimi in termini di risarcimenti - ritardati e insufficienti - impoverimento delle aree rurali, condizioni inaccettabili di reinsediamento il quale ha contribuito notevolmente invece a sradicare le comunità locali dal loro habitat sociale e ambientale naturale, stravolgendone ritmi di vita e di lavoro, strutture famigliari e sociali, tradizioni e le già povere attività agricole di sostentamento. E costringendole a un adattamento forzato in nuove comunità di cultura differente con cui l'integrazione non è sempre pacifica. Per etnie che si tramandano l'abitazione di generazione in generazione e fortemente radicate nel contesto ambientale, costituisce un dramma vivere come sfollati e stranieri in case prefabbricate, strappate al proprio vicinato, ai propri campi e senza una fonte di reddito quali sono i pascoli e le terre coltivabili. Una storia non nuova come spesso accade per progetti multimilionari che spesso includono anche vicende di corruzione. Come in questo caso, che vede il diretto coinvolgimento anche di un colosso nazionale italiano delle costruzioni come la Impregilo. Già multata con 1,5 milioni di euro nel 2006 dalla Corte del Lesotho nel processo per corruzione in merito all'aggiudicazione di appalti nell'ambito del Lesotho Highlands Water Project, per aver impedito l'acquisizione di una serie di documenti che avrebbero fatto luce sui pagamenti illeciti eseguiti negli anni novanta dall'intermediario della vecchia Impregilo. Il 14 Dicembre 1990 l'Lhda e la Highlands Water Venture (Hwv) - un consorzio di aziende di cui Impregilo era capofila - avevano concluso un accordo per cui la Lhda ha aggiudicato l'appalto per la costruzione della diga di Katse a Hwv. Successivamente all'aggiudicazione, pagamenti contrattuali della Lhda sono stati effettuati dalla Hwv a Jacobus Michiel du Plooy, consulente sudafricano per Impregilo, che a sua volta ha fatto i pagamenti a Masupha Sole, l'allora direttore generale della Lhda.

Pagamenti ovvero tangenti
I pagamenti fatti da Du Plooy erano in realtà tangenti pagate a Sole al fine di convincerlo a esercitare la sua influenza per far aggiudicare il contratto a Hwv. Stando a quanto riportato dal BusinessReport di Iol, a luglio 2013 Impregilo è stata citata in giudizio da un imprenditore con l'accusa di non aver onorato il suo impegno di pagargli la commissione per aver aiutato il consorzio composto da Impregilo, la Cmc di Ravenna e la società di costruzioni Pv Mavundla ad aggiudicarsi un contratto in una gara d'appalto della Eskom. Appalto per Ingula, che si trova a circa 23 chilometri a nord-est di Van Reenen, effettivamente vinto dal consorzio Impregilo il 31 marzo 2009. Sipho Mahamba avrebbe incontrato due dirigenti di Impregilo a Milano dove sarebbe stato concluso un accordo verbale sul suo pagamento di 6 milioni di euro come commissione per il suo lobbying sulla Eskom. A luglio 2013 la Cassa depositi e prestiti (Cdp), Sace, Bnp Paribas Corporate and Investment Banking e Hsbc Bank plc hanno annunciato la finalizzazione di due finanziamenti per un totale di 300 milioni di euro a favore di Eskom Holdings Soc Limited (Eskom), la public utility sudafricana dell'energia. L'importo è destinato a finanziare il pagamento di una parte del contratto commerciale firmato con Cmc in joint venture con Impregilo e la società locale Mavundla per la realizzazione dei lavori sotterranei connessi alla centrale idroelettrica di Ingula. Nell'ambito dell'operazione, il gruppo assicurativo-finanziario Sace ha interamente garantito un primo finanziamento di 165 milioni di euro messo a disposizione da un pool di banche che coinvolge Kfw Ipex-Bank, Hsbc bank plc, UniCredit Bank Austria e Bnp Paribas, quest'ultima con il ruolo di banca agente e un secondo finanziamento di 135 milioni di euro erogato interamente da Cdp, nell'ambito del sistema Export Banca. La centrale, situata nella catena montuosa del Drakensberg, tra il Kwa Zulu Natal e il Free State, a circa 350 km a sud-est di Johannesburg, ha una capacità di produzione energetica di 1.322 Mw.

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06/11/2013

Petrolio, tensione futura tra Israele e palestinesi

Una indiscrezione girava ieri nell'imminenza dell'arrivo in Israele e nei Territori occupati del segretario di stato Usa John Kerry: Obama presenterebbe a gennaio un proprio piano per un accordo definitivo tra Israele e i palestinesi. Lo dice la presidente del «Meretz» Zahava Galon, aggiungendo che Kerry ne avrebbe informato Netanyahu nell'incontro a Roma. Si tratterebbe di un piano molto simile a quello presentato dall'ex presidente Usa Bill Clinton alla fine del 2000, fondato sulle linee del 1967 e su scambi territoriali. Presto si capirà la fondatezza dell'indiscrezione, intanto tutto allontana la già remota possibilità di accordo tra israeliani e palestinesi. A cominciare dalla corsa sfrenata alla colonizzazione dei Territori occupati fino all'ultimo annuncio del premier israeliano Netanyahu che sarà costruita una nuova barriera lungo il Giordano. La Valle del Giordano per Netanyahu è una «linea rossa» per tutti i futuri accordi.

E si aggiungono i forti interessi economici generati dall'occupazione militare. La Givot Olam, società petrolifera israeliana, ha comunicato che le sue recenti esplorazioni rivelano che il pozzo Meged 5, presso Rosh Hayin, avrebbe riserve di greggio ampiamente superiori a quelle stimate in passato: 3,53 miliardi di barili (circa un settimo delle riserve di petrolio del Qatar, per capirci) contro 2,15. L'euforia ha subito contagiato i responsabili israeliani del settore e gli operatori finanziari che in questi ultimi anni hanno festeggiato anche la scoperta di due ingenti giacimenti sottomarini di gas: Tamar e Leviatano. Tuttavia, proprio come nel caso della disputa in corso con il Libano per lo sfruttamento di quel gas, anche nel caso del Meged 5 è subito sorto un interrogativo: quella ricchezza petrolifera appartiene tutta a Israele o anche ai palestinesi della Cisgiordania occupata?

«Non sono un geologo ma considerando che il Meged 5 è vicinissimo alla "linea verde" (che internazionalmente divide Israele dai Territori occupati, ndr) la riserva nel sottosuolo deve per forza interessare anche il territorio della Cisgiordania. È naturale che sia così», ci ha detto Dror Ektes, un ricercatore sulle attività israeliane nelle terre palestinesi che conosce ogni centimetro della «linea verde». Per al Jazeera, che ha intervistato un funzionario israeliano, il Meged 5 si estenderebbe in un'area tra i 125 e 250 kmq e, inevitabilmente, anche in territorio palestinese.

D'altronde l'anno scorso fu anche un ex ministro, Efraim Sneh, ad ammettere che il petrolio del pozzo interessa un territorio che va dalla città israeliana di Rosh Hayin al villaggio palestinese di Rantis, presso Ramallah.

Sneh in quell'occasione parlò di collaborazione tra Israele e Anp di Abu Mazen, sulla base degli accordi di Oslo, a beneficio delle due parti. Dopo un anno le cose certo non vanno in quella direzione. E ora che il Meged 5 si è rivelato ancora più generoso è difficile immaginare l'inizio di una collaborazione per lo sfruttamento della ricchezza del petrolio. «Israele ci prende anche le risorse naturali, l'occupazione non riguarda solo le colonie e la confisca di terre» dice Ashraf Khatib, un esperto dell'Anp ricordando che i palestinesi hanno giacimenti sottomarini di gas davanti alle coste di Gaza ma non hanno mai potuto sfruttarli.

Qualcuno fa notare che il controllo esclusivo da parte di Israele della cosiddetta «Area C» della Cisgiordania (60% del territorio) non consente ai palestinesi l'accesso alla zona del Meged 5. Ed è molto probabile che il governo Netanyahu insisterà per avere quella porzione di terra in un ipotetico accordo permanente con i palestinesi mentre l'influente ministro del commercio e dell'industria, Nafatli Bennett, invoca l'annessione immediata a Israele dell'area C della Cisgiordania.

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04/11/2013

Libia: lo strappo della Cirenaica

Procede rapido il distacco della Cirenaica dal resto di una Libia ridotta dall’invasione della Nato a un mosaico di instabili bantustan controllati dalle milizie e dai signori della guerra.

Dopo l’annuncio di pochi giorni fa, nelle ultime ore Ibrahim Jadhran, comandante della Guardia alle installazioni petrolifere nell’est del paese e a capo del sedicente Ufficio politico autonomo della Cirenaica, ha annunciato la composizione di un nuovo esecutivo della regione orientale “indipendente” da quello di Tripoli. Nel corso di una cerimonia svoltasi ad Ajdabiya, Jadhran ha nominato 24 ‘ministri’ del nuovo gabinetto, che però deve convivere e rivaleggiare con il “Consiglio di transizione della Cirenaica”, guidato a sua volta da Ahmed Zubair Al-Senussi.
La Cirenaica si è autoproclamata regione autonoma nel marzo scorso, quando un’assemblea di 200 tra capi tribali e miliziani ha dichiarato la nascita della regione di Barqa, corrispondente alla Cirenaica. L’assemblea aveva istituito un Consiglio di transizione cirenaico, con a capo Ahmed al Senussi, nipote di re Idriss – marionetta in mano alle potenze coloniali europee - deposto nel 1969 da Muhammar Gheddafi. Ma poi il processo di autonomizzazione da Tripoli ha subito una forte accelerazione, creando tensioni con le altre regioni e con alcuni rais locali. In ballo c’è il controllo del petrolio nascosto nel sottosuolo, visto che alle nuove istituzioni spetterà anche la gestione delle risorse naturali della regione, circa l’80% delle riserve libiche totali. Il nuovo governo di Barqa – il nome arabo della Cirenaica – rivendica il controllo sui quattro distretti di Bengasi, Montagna verde, Tobruk e Ajdabiya.
Ma le autorità ‘centrali’ di Tripoli – termine più che eufemistico in un paese che non esiste più – hanno definito illegali le decisioni dei separatisti della Cirenaica e minacciano di intervenire con la forza, chiedendo il sostegno dei paesi occidentali.
Presto nel paese gli scontri mai terminati dalla cosiddetta ‘liberazione’ della Libia potrebbero subire una forte impennata.

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La guerra a Gheddaffi è stato un autentico capolavoro di politica internazionale cazzo!

28/10/2013

Svolta in Groenlandia: porte aperte all'estrazione di uranio e terre rare


Dall'Australia alla Cina, le grandi compagnie minerarie probabilmente non aspettavano altro. In Groenlandia è svolta sulla cosiddetta "tolleranza zero", il divieto di estrazione di materiali radioattivi, come l'uranio. Una politica ereditata dalla Danimarca, Regno di cui questa nazione autonoma sull'Artico fa parte, e che ora dovrà dare il proprio assenso.

Ma intanto il Parlamento di Nuuk ha fatto la sua scelta, per quanto sofferta dal momento che la decisione è passata con 15 voti contro 14 ed è promossa da un Governo, affidato dal marzo scorso alla socialdemocratica Aleqa Hammond, che ha vinto le elezioni promettendo una maggiore attenzione all'ambiente. Ma in questa nazione di 57mila abitanti, il premier deve fare anche i conti con le difficoltà dell'economia: «Non possiamo accettare che disoccupazione e costo della vita aumentino - ha detto la signora Hammond durante il dibattito in Parlamento - mentre l'economia è bloccata. È dunque necessario che superiamo la "tolleranza zero" verso l'uranio».
La Groenlandia apre dunque agli investitori stranieri lo sfruttamento dei suoi depositi di uranio e delle terre rare, metalli utilizzati nei cellulari, nei monitor e nelle tecnologie per l'energia pulita di cui finora la Cina detiene un controllo quasi totale (il 90%) sulla produzione mondiale. Ed è proprio la Cina uno dei Paesi più interessati a una regione strategica per le risorse minerarie ma anche per l'apertura di nuove rotte commerciali. Non a caso, nelle stesse ore in cui il Parlamento votava a Nuuk, il ministro dell'Industria Jens-Erik Kirkegaard affidava alla britannica London Mining quello che ha definito il più grosso progetto commerciale avviato in Groenlandia, l'investimento in un gigantesco deposito di minerali di ferro a 150 km da Nuuk, nel quale la compagnia britannica intende coinvolgere altri partner stranieri, probabilmente proprio cinesi.

Il progetto Isua, scrive London Mining nel proprio sito, è destinato «a produrre ogni anno 15 milioni di tonnellate di concentrato di minerale di ferro di altissima qualità per l'industria siderurgica». «Questo è davvero un momento storico per la Groenlandia», ha detto Kirkegaard. Malgrado le perplessità degli ambientalisti e l'attesa di 3.000 lavoratori stranieri: «Spero davvero che il Governo si sia venduto a caro prezzo, in modo che London Mining rispetti requisiti più severi di quanto avesse intenzione di fare», è stato il commento di Gitte Seeberg, segretario generale di Wwf Danimarca.

da Il Sole 24 Ore del 25 ottobre 2013

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La crisi fa crollare gli ultimi inossidabili tabù anche in materia ambientale. Di questo passo nel giro di un decennio vedremo scavi e trivellazioni anche nell'Artico e nell'Antartico.