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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/05/2024

Come si fa a dire che l’estate 2023 è stata la più calda da 2.000 anni

Dopo aver appreso che il 2023 è stato per la Terra l’anno più caldo da quando vengono registrate le temperature, cioè da circa 175 anni, ora sappiamo anche che molto probabilmente l’estate scorsa nell’emisfero settentrionale è stata la più calda degli ultimi 2.000 anni.

A sostenerlo è uno studio pubblicato sulla rivista Nature (condotto da un team guidato da Jan Esper dell’Università Johannes Gutenberg di Magonza, in Germania), in cui attraverso l’analisi degli anelli degli alberi sono state ricostruite le temperature fino all’inizio dell’era cristiana.

Secondo la ricerca il periodo tra giugno e agosto del 2023 ha fatto registrare una temperatura media della superficie terrestre più alta di 2,20°C rispetto alla media del periodo tra l’anno 1 e il 1890. Se si guarda invece all’estate dell’anno 536, che sembra essere stata la più fresca di tutte anche a causa dell’eruzione del vulcano Krakatoa, nell’attuale Indonesia, lo scostamento è di ben 4°C.

Questo dato relativo al VI secolo è però solo una curiosità statistica. Più importante è stabilire che rispetto alla media delle temperature tra il 1850 e il 1900, cioè il periodo di riferimento per valutare l’impatto delle attività umane sul clima, la scorsa estate è risultata più calda di 2,07°. L’accordo raggiunto il 12 dicembre 2015 a Parigi prevede l’impegno a mantenere l’innalzamento della temperatura sotto i 2° e, se possibile, sotto 1,5° rispetto ai livelli preindustriali.

Insomma, negli ultimi 2.000 anni le estati sono state un po’ più fresche rispetto all’attuale fase storica, nella quale a influire sul clima sono in larga parte le emissioni di CO2 prodotte dai combustibili fossili.

In realtà la paleoclimatologia lo aveva già appurato, ipotizzando che i record odierni siano tali anche rispetto a diverse migliaia di anni addietro, ma questa ultima ricerca, che si avvale di un importante lavoro precedente in cui sono state ricostruite le temperature a partire dallo studio dei tronchi di oltre 10.000 alberi, sia vivi che fossili, sembra aggiungere importanti elementi.

La ricostruzione della temperatura negli ultimi 2.000 anni – Nature Communications www.nature.com/articles/s41467-021-23627-6

Ogni anno, infatti, un albero si allarga di due anelli, uno più chiaro in primavera-estate e uno più scuro verso l’autunno, e nei periodi in cui il caldo e l’umidità sono più elevati gli anelli si ampliano.

Anche se la ricerca sui tronchi come fonte di studio per il clima nella storia sta muovendo i primi passi, e non può fornire certezze granitiche sulle ragioni del surriscaldamento attuale, questo tipo di ricerche può aiutare a comprendere qualcosa di più sulla temperatura “naturale” della Terra, considerando che le registrazioni meteorologiche del 19esimo secolo sono abbastanza limitate e tendono a sovrastimare le temperature.

Uno degli aspetti riscontrati dall’analisi dei tronchi riguarda le grandi eruzioni vulcaniche del passato che hanno determinato periodi successivi più freddi, a causa degli aerosol di anidride solforosa immessi nell’atmosfera. Negli ultimi due millenni questo sembra essere avvenuto una ventina o trentina di volte.

Il record di caldo del 2023 invece ha risentito in buona parte dell’influenza di El Niño, il fenomeno climatico ciclico che provoca un forte riscaldamento delle acque superficiali dell’Oceano Pacifico, e che dovrebbe restare attivo fino all’inizio dell’estate 2024, per la quale gli esperti prevedono già nuovi possibili primati.

In attesa di averne conferma, si può ricordare che il riscaldamento globale causato dalle emissioni di gas serra sta provocando un’intensificazione degli eventi climatici, ma a determinare l’estate eccezionalmente calda dello scorso anno ci possono essere stati una serie di fattori che tuttavia non riescono ancora a spiegare per intero la ragione di questo primato.

Gli scienziati hanno segnalato il possibile effetto dell’eruzione del vulcano Hunga Tonga, nel Pacifico, che essendo sotto la superficie del mare ha prodotto enormi quantità di vapore acqueo nell’atmosfera, potenziando l’effetto serra; o anche la riduzione dello zolfo, che nell’atmosfera produce un effetto di raffreddamento, nei nuovi combustibili marini.

A mano a mano che l’umanità compie passi avanti nella comprensione dei fenomeni climatici, cresce la consapevolezza circa l’importanza di coordinare gli sforzi per tutelare chi rischia di pagare il prezzo maggiore del surriscaldamento climatico, le persone più fragili e gli anziani, in particolare nei Paesi più poveri.

L’aumento delle temperature globali, infatti, è motivo di preoccupazione anche alla luce dell’invecchiamento della popolazione mondiale. Secondo uno studio pubblicato su Nature Communications, condotto da un team internazionale di scienziati e coordinato dal Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (Cmcc) e dall’Università Ca’ Foscari Venezia, nei prossimi 25 anni fino a 246 milioni di anziani in più rispetto a oggi in tutto il mondo saranno esposti a livelli pericolosamente alti di calore, e coloro che vivono in Asia e Africa subiranno gli effetti più gravi.

La popolazione mondiale sta infatti invecchiando a un ritmo senza precedenti: le previsioni dicono che il numero di persone di età superiore ai 60 anni raddoppierà fino a raggiungere quasi 2,1 miliardi di individui entro il 2050, ha spiegato il Cmcc, di cui oltre due terzi risiedono in paesi a reddito medio e basso dove gli eventi estremi legati al cambiamento climatico sono particolarmente probabili.

Fonte

11/08/2023

Dite il suo nome: è la Terra (con premessa polemica)

di Massimo Zucchetti

C’è un mio articolo di due anni fa (11/09/2021) sul cambiamento climatico nel quale ho cercato di imitare lo stile di uno dei miei divulgatori scientifici preferiti, Carl Sagan.

Questa ondata recente di negazionismo becero, su un problema che è davvero serio, mi spinge a riproporvelo, con una “brevissima” premessa. Abbiate pazienza, seguitemi.

È ovvio a chiunque abbia non dico un minimo di cultura, ma anche solo un pizzico di sano buon senso, che un conto è il clima, un conto è il meteo. Ovvero: che quest’estate faccia più o meno caldo, non ha nessuna rilevanza sulla “dimostrazione” che i cambiamenti del clima esistano oppure no.

Bisogna avere la stessa visione a lunga distanza di una talpa per associare i due fenomeni. Così come gli appunti sul taccuino di ‘tuo cuggino’, che ha una “stazione meteo” sul balcone da alcuni anni, e si segna le temperature, sono utili, sì: ma il balcone di ‘tuo cuggino’ non è il mondo intero.

Sono utili anche per vedere come negli anni cambia la grafia di ‘tuo cuggino’, come l’effetto della senilità negli anni cambi la sua scrittura.

Ma è ovvio che vi sono migliaia e migliaia di ‘cuggini’ scienziati che da secoli rilevano le temperature e quegli altri cento parametri che servono per poter banfare di clima, no?

Un altro esempio più difficilotto (per Giuliano Ferrara, intendo, non per un individuo normale dotato di un po’ di mancanza di ignoranza): il ‘cuggino’ è andato al Polo Sud a carotare i ghiacciai e rilevare i contenuti di gas serra nelle bollicine del ghiaccio e dedurre quindi i cambiamenti atmosferici e climatici degli ultimi centomila anni? Beh, no, mica è un climatologo, il ‘cuggino’.

I cambiamenti climatici sono una realtà fattuale dimostrata dalla scienza al di là di ogni ragionevole dubbio. Lo so, per parlare di scienza e di ragionevoli dubbi, non serve essere scienziati, ma occorre essere ragionevoli: questo, per alcuni personaggi, è impossibile.

La responsabilità dei cambiamenti climatici è anche qui certa fino a ragionevole prova contraria. “Ragionevole”, aridaje: il complotto delle “lobby delle auto elettriche” non fa parte di questi, per capirci.

Le previsioni su cosa succederà al clima della Terra sono una scienza esatta, che è enormemente migliorata negli ultimi decenni, anche se hanno a che fare con la Terra, un sistema enorme e complesso a migliaia di variabili e quindi governato (non solo per il clima) da fenomeni apparentemente caotici (facciamo solo fatica a comprenderne alcuni nel dettaglio, ma nell’insieme sono chiarissimi).

Le “incertezze” (in senso scientifico) purtroppo si riducono al progredire dei modelli climatici. Purtroppo, dico, perché qualunque persona ragionevole (...) capisce sempre meglio e con crescente certezza come andrà a finire: male. Oppure malissimo. Oppure malino.

Esempio pratico. Siamo come in quelle ore post-elezioni, quando alle prime proiezioni sulla percentuale del nostro partitino di sinistra del cuore – ancora con una “ampia forbice” – si sostituiscono man mano risultati sempre più chiari, che ci dicono come anche stavolta beccheremo l’un per cento.

Ecco: le previsioni attuali non sono più “proiezioni”, per capirci. Allora, come cantava Bobby Solo, “non c’è più niente da fare”?

Beh, no, troppo comodo. La differenza fra “malino” e “malissimo” dipende da noi, e si parla delle generazioni future, se moriranno a miliardi oppure se la cavicchieranno.

Avete figli? Non li avete, ma qualche ragazzino che vi sta simpatico c’è? Allora fatelo per loro: non condannateli. Non fate come Giuliano Ferrara, come Pichetto Fratin, come Trump (mi fermo, perché ho conati di vomito): sbattiamo nel cesso il loro modo di pensare (come da illustrazione qui sotto), cacciamoli via e pretendiamo politiche ambientali serie e ragionevoli, da governanti ragionevoli.

Lo so, lo so, DOVE SONO? Dài, non arrendiamoci, sono sicuro che al mondo ce ne sono tanti. Potenzialmente.

Eccovi l’articolo, ora. Se lo leggete, me fate contento: non è lungo, anche se Massimino qui, come divulgatore, non è certo Carl Sagan.

*****

Questa mattina ho scattato la foto che vedete in questo pezzo: sole un po’ ipertrofico, colori strani ma molto belli, calorino favoloso per metà settembre. Ah, la Terra!

Questo è il piccolo pianeta dove ha avuto origine la nostra specie, dove ha avuto origine la vita, e si è evoluta straordinariamente (almeno fino alla nascita di Bossi, ovviamente).

Una straordinaria concatenazione di eventi e condizioni che, man mano che esploriamo il Cosmo, ci rendiamo conto essere estremamente fortunata e improbabile.

Non ci sono pianeti abitabili, nel nostro sistema e in quelli vicini. Ci sono ipotesi, frutto di speranze, perlopiù, ma poche certezze: tranne mondi fatti di gas, o di sassi, con temperature e radiazioni intollerabili.

La Terra è stata invece un’incubatrice perfetta. Non miracolosa, per intervento di una o più divinità, come abbiamo pensato nei secoli passati, quando ci era ancora impossibile capire l’infinità dei mondi: oggi, si stima il numero di stelle dell’universo osservabile in 300.000 trilioni (3×10^23), in 2000 miliardi (2×10^12) di galassie.

Questi numeri non sono per una mente umana realmente concepibili, tranne forse per quella di Giordano Bruno. Qualcuno ha detto: “anche tu, ateo, puoi chiamare Dio tutto ciò che non conosci o non puoi capire.”

E questo ci può stare: “Dio” è l’universo stesso, infinito e “divino” in quanto inconcepibile per noi abituati a contare con dieci dita (io, poi, toccandomi la punta del naso con i polpastrelli, ma tralascio il racconto della mia infanzia difficile da bimbo disgrafico).

Mi spiego meglio, cerco di spiegarvi “Dio” (ho istintivamente guardato in alto per vedere se mi arrivava un fulmine in testa, ma niente, “Dio” è casuale e quindi misericordioso). Pensiamo di lanciare per aria 70 monete (sorvolo anche qui sulla barzelletta ebraica collegata): qual è la probabilità che tutte e 70 caschino su “testa” (chiamiamolo Magic70 Event)? Praticamente zero, no? Quante volte dovresti provarci? Praticamente infinite volte, vero? Beh, quel “praticamente” infinite è giusto, ma si può calcolare siano 1,2×10^21 volte: se quindi su ogni stella dell’universo si lanciassero per aria 70 monete, in circa 300 posti nell’Universo le 70 monete cadrebbero tutte e 70 su “testa”.

Incredibile? No, solo così improbabile che non possiamo comprenderlo, quindi possiamo chiamarlo miracolo, evento divino, perché no?

Per la vita, per la nostra specie, si è verificato un Magic70 su questo pianeta. La Terra: ripetete il suo nome, perché è questo il pianeta sul quale “Dio”, che notoriamente non gioca a dadi con l’Universo (cit: Albert Einstein), ha però giocato per noi una partita a testa o croce straordinariamente fortunata, con 70 monete, e son tutte venute testa.

In altri 299.000 trilioni di partite che ha giocato, ha perso (fa anche lui quel che può) ma sulla Terra, no: ha vinto, e sono arrivati i cieli azzurri, una temperatura miracolosamente mite, l’atmosfera, l’evoluzione, e una straordinaria incredibile varietà di specie viventi.

Una di queste specie – l’uomo – è in grado, pur fra molte incertezze, di capire perché sia andata così, perché siamo arrivati fin qui: lo abbiamo visto sopra, e possiamo sintetizzarlo con un termine scientifico-cosmogonico-religioso:

“Una straordinaria botta di culo che può capitare poche volte in tutto l’universo mondo!”.

Una fortuna sfacciata davvero: l’incubatrice perfetta, proprio per noi.

Quella stessa specie, però, pur essendo arrivata a capire alcuni meccanismi dell’incubatrice, oltre ad aver coscienza di sé, la sta manomettendo, l’incubatrice.

Il cambiamento climatico sta portando la Terra verso un clima che l’uomo non ha mai affrontato. La concentrazione di CO2 in atmosfera sta rapidamente crescendo verso i livelli di 50 milioni di anni fa, quando la temperatura media era più alta di 14°C rispetto alla media preindustriale.

Invece che l’incubatrice perfetta, la Terra allora era un’instabile fornace, la “Hot-house Earth”, ben lontana dalle condizioni che hanno permesso lo sviluppo della specie e della civiltà umana.

Essendo ormai accertata la causa antropogenica, la responsabilità per la sopravvivenza della civiltà umana come la conosciamo oggi è (probabilmente ancora per poco) nelle nostre mani.

Perché “probabilmente ancora per poco”?

Perché a breve il sistema climatico rischia di superare i cosiddetti “punti di non ritorno” ed evolvere irrimediabilmente verso un nuovo equilibrio climatico, nuovamente una “Hot-house Earth”.

Il Sistema Terra è infatti un sistema complesso, caratterizzato da una serie di elementi interdipendenti che permettono il mantenimento della sua temperatura media e dell’attuale stato climatico.

Uno di questi elementi sono i gas serra, un altro è l’estensione dei ghiacci; poi, la nuvolosità sugli oceani. Poi le grandi foreste, che potrebbero perdere il loro ruolo di assorbitori di anidride carbonica. Poi il permafrost in Artide, lo strato di terreno perennemente (anche in estate) ghiacciato che mantiene “al sicuro” enormi quantità di metano, un gas serra peggiore dell’anidride carbonica.

L’alterazione, controllabile, del primo di questi fattori, può condurre all’alterazione di uno degli altri e così via, innescando una serie di processi a cascata che portano tutti a un’unica conseguenza: una Terra più calda, molto più calda, anche se l’iniziale causa scatenante rimanesse invariata – anche se ad un certo punto smettessimo di emettere gas climalteranti.

È un effetto domino in cui un processo rinforza se stesso: il “punto di non ritorno” è superato quando il fenomeno si autoalimenta e rinforza altri processi finché anch’essi si autoalimentano.

Un punto di non ritorno del clima (climate tipping point) è quando un piccolo cambiamento fa una grande differenza e cambia lo stato o il destino di un sistema: potrebbe non essere possibile mantenere uno stato di equilibrio con temperature medie terrestri costanti e superiori di 2°C: una volta superata la soglia di attivazione dei meccanismi citati, la Terra sarebbe destinata a franare più o meno velocemente verso temperature medie ben superiori anche se smettessimo di emettere gas serra.

Non esisterebbero cioè gli scenari climatici intermedi, caratterizzati da emissioni solo parzialmente ridotte e da un aumento di temperatura proporzionale alle stesse. Superata una certa soglia di temperatura ci ritroveremmo irrimediabilmente negli scenari peggiori.

Negli ultimi vent’anni l’IPCC ha progressivamente corretto la stima della soglia, prima considerata sopra i 5°C di riscaldamento, ma nell’ultimo rapporto del 2018 anche fra gli 1 e i 2°C. Molti dei meccanismi autoalimentanti e interdipendenti, infatti, sono stati “implementati” nei nostri modelli climatici solo di recente.

Un esempio è dato dalla recente osservazione della velocità di fusione dei ghiacciai groenlandesi maggiore di quanto previsto. Questo è il fenomeno che personalmente mi preoccupa maggiormente al breve termine: non è più soltanto uno scenario da film catastrofico quello di compromettere la corrente del Golfo con questo scioglimento, ed allora – prima di lamentarci globalmente per il caldo – potremmo dover trovarci a patire parecchio, localmente, per il freddo.

Parigi è alla stessa latitudine di Stalingrado, Bruxelles di Calgary, Napoli di New York: lasciamo al lettore immaginare.

Potremmo, insomma, stare innescando in questi decenni questo effetto domino e, in sostanza, stare condannando la Terra a procedere verso uno stato climatico ben più caldo e ben diverso da quello attuale.

Sappiamo che la civiltà umana si è da sempre collocata all’interno di una ben definita nicchia climatica. Negli scenari peggiori, luoghi oggi densamente popolati saranno presto caratterizzati da una temperatura annuale media ben al di fuori di questa nicchia, una temperatura che oggi è tipica di alcune aree del deserto del Sahara.

Negli scenari migliori, quelli dove si agisce subito e pesantemente per la decarbonizzazione forzata, tutto questo succede ugualmente, ma più lentamente, lasciandoci più tempo per adattarci.

Pensiamo quindi alla Terra come ad un “miracolo”, del quale anche noi facciamo parte. Qualcosa di estremamente improbabile, e che ora è messo in grave pericolo proprio dal “Re del Creato” (sempre stato repubblicano, anche per questo).

Molti miei amici e amiche fraterni e sorelle che lavorano con me a questi scenari sostengono che forse non ne vale la pena, di salvare questo mondo. Mi citano le recenti manifestazioni di piazza, mi citano Trump, mi citano quelli che insultano Gino Strada (cui dedico questo articolo). Meglio sparire, dicono.

Però. Però pensate al vostro gatto, che un attimo prima è seduto sul pavimento e un attimo dopo – silente e senza rincorsa – è sul termosifone a muro, altezza mt. 1,30, lui che è alto 15 cm.

Pensate a Cecilia Strada e a Emergency, che mentre Gino ci lasciava stavano salvando vite nel Mediterraneo e in Afghanistan. Pensate ai due goal di Maradona contro l’Inghilterra. Alla prima risata di vostro figlio, quando aveva pochi mesi, tutta di gola, irrefrenabile. Alla forma degli stormi di uccelli in volo, e a questi fottutissimi coccodrilli che sono sopravvissuti, incazzati come rettili, per milioni di anni, uguali a se stessi, e adesso potrebbero sparire per sempre.

Non è accettabile non provare a far qualcosa. È per lei, per la Terra: pronunciate il suo nome.

Fonte

01/07/2023

Cosa è di destra o di sinistra nell’era della transizione ecologica?

Pochi giorni fa, con due atti delegati, la Commissione europea ha deciso di estendere la produzione di idrogeno ad altre fonti di energia – oltre le rinnovabili – che non implichino l’uso di combustibili fossili: in pratica al nucleare. Ora toccherà al Parlamento europeo ratificare o meno questa decisione, ma non c’è dubbio che essa si inserisce nel percorso di rilancio dell’energia nucleare in sede europea certificato con l’inserimento nella tassonomia “verde” di nucleare e gas nei primi mesi del 2022 e poi ratificato dal Parlamento europeo.

Dal canto suo il governo italiano, che nel maggio scorso aveva approvato due mozioni favorevoli alla partecipazione e allo sviluppo di progetti in campo nucleare, ha votato a favore di questa ultima decisione della Commissione europea.

Questi avvenimenti si collocano in una fase in cui il programma di avvicinamento alla neutralità climatica (prevista al 2050) incontra una serie di ostacoli sia di carattere realizzativo che politico, riconducibili – secondo alcuni commentatori – a quel negazionismo climatico tanto caro alla cultura conservatrice che nell’avanzata dei partiti di destra in parecchi paesi europei (e non solo), trova la sua naturale espressione.

George Monbiot, impegnato divulgatore di tematiche ambientali nonché apprezzato esponente del giornalismo di denuncia (nel 2022 gli è stato assegnato il premio Orwell), ha scritto un appassionato articolo sul Guardian del 15.06.2023 in cui, senza mezzi termini, attribuisce ai governi di destra la responsabilità dell’impasse nelle politiche ambientali.

Scrive Monbiot: “Mentre milioni di persone vengono cacciate dalle loro case a causa dei disastri climatici, l’estrema destra sfrutta la loro miseria per estendere la propria portata. Man mano che l’estrema destra guadagna potere, i programmi climatici vengono interrotti, il riscaldamento accelera e sempre più persone vengono cacciate dalle loro case.
Se non interrompiamo presto questo ciclo, esso diventerà l’elemento dominante dei nostri tempi”
.

A fare le spese di questo atteggiamento, dice Monbiot, saranno le popolazioni più povere del mondo costrette ad emigrare per non morire perché “gli imprenditori della guerra culturale” contro le politiche ambientali si oppongono a qualsivoglia cambiamento razionale nelle abitudini dei paesi ricchi e ciò significa che “La negazione della scienza del clima, che era quasi svanita qualche anno fa, è ora tornata per vendicarsi. Gli scienziati e gli attivisti ambientali sono bombardati da affermazioni secondo cui sono tirapiedi, truffatori, comunisti, assassini e pedofili”.

Di analoga impostazione, ma più argomentato, è l’intervento di Mario Agostinelli sul Fatto quotidiano del 9.06.2023 in cui l’autore scrive: “Non era certo prevedibile, prima della pandemia e della guerra in Ucraina, che l’Ue rallentasse il suo cammino da apripista dell’abbandono dei fossili. […]
Il percorso della decarbonizzazione sta incontrando ostacoli non previsti. Non tanto per la scontata ostilità delle “Big Oil”, quanto per la presa di distanza di forze di destra emergenti, che si caratterizzano, oltre che per l’arretramento sul fronte sociale, anche per un comportamento negazionista riguardo al cambiamento climatico.
La loro è, in particolare, una dichiarata resistenza contro la mobilità elettrica e la penetrazione inarrestabile delle rinnovabili nel mix energetico di nazioni in cui cresce la loro rappresentanza”
.

Dopo aver sottolineato la natura antiscientifica di queste politiche di destra, Agostinelli scrive che “Gli interessi che collegano grande capitale e orientamento politico anti-ambientalista vengono portati alla luce sotto forme e narrazioni nuove rispetto al passato” la cui sintesi è riassumibile in una visione del mondo in cui “il benessere della popolazione (in ovvia coincidenza con la massimizzazione dei profitti per le imprese), verrebbe assicurato solo con il ricorso ad ulteriore combustione di gas integrata da una disseminazione territoriale di “nucleare pulito”, sotto forma di grandi e piccoli reattori”.

Quest’ultimo richiamo al nucleare si collega, non a caso, all’atteggiamento del governo Meloni che, con le due mozioni parlamentari sopra citate, vorrebbe riaprire la strada ad un ritorno del nucleare in Italia.

Ora, al di là del fatto che Agostinelli è un antinucleare mentre Monbiot non lo è più (nel 2015 è divenuto un convinto filo-nucleare) e di certe frasi imbarazzanti di quest’ultimo, secondo cui gli attivisti ambientali sarebbero etichettati come assassini, pedofili e persino comunisti (absit iniura verbis!), mi sembra che questi due interventi seguano un comune ordine narrativo non scevro da affermazioni apodittiche, a cui cercherò di opporre un po’ del mio disordine.

Il nucleare è di destra; la decarbonizzazione è di sinistra

Credo di aver scritto abbastanza sul plausibile destino del nucleare nel mondo per cui non posso che raccogliere la sollecitazione di Agostinelli a non restare indifferenti di fronte alle “voglie” nucleariste del governo Meloni.

Tuttavia mi colpisce il fatto che in entrambi gli articoli sopra citati, emerga la costruzione di un assioma secondo cui la decarbonizzazione sarebbe di “sinistra”, mentre l’uso del gas sarebbe di “destra” con l’aggiunta del nucleare, secondo le argomentazioni di Agostinelli.

Che il nucleare sia di destra è quantomeno risibile, dato che storicamente il sostegno maggiore a questa tecnologia origina proprio da formazioni di sinistra (comunque non di destra) in tutto il mondo sviluppato: i laburisti in Inghilterra, i socialisti in Francia, i Democratici negli Usa (con l’eccezione di Jimmy Carter) e il PCI in Italia.

Con un’aggravante per quanto riguarda il PCI: quella di accusare di antiscientificità tutti coloro che ne contestavano validità e fondatezza fin dagli anni ‘70 del secolo scorso.

Potrei fare un elenco di nomi (per esperienza diretta e personale) in cui compaiono i maggiori esponenti del PCI, della CGIL e della FIOM.

Nè si può argomentare che questi siano atteggiamenti remoti, di un passato politico che non c’è più, perché nel 2010-2011 – prima e dopo l’incidente di Fukushima – una larga parte dell’intellighentia di sinistra (scienziati, ricercatori e politici) produsse due lettere: una indirizzata al Presidente della Repubblica, l’altra indirizzata a Pier Luigi Bersani (all’epoca segretario del PD) in cui, appellandosi alla “ragione”, si chiedeva di non cedere all’emotività e di “non chiudere le porte al nucleare, di non cedere a tentazioni demagogiche e antiscientifiche”.

Dal secondo referendum antinucleare ad oggi, questi atteggiamenti sono stati sopiti, ma non rimossi definitivamente, né fra la “sinistra” italiana né altrove.

Lo stesso Obama, a cui si attribuisce il merito di una maggiore attenzione alle politiche ambientali, fu convinto sostenitore della necessità di rilanciare l’energia nucleare, scelta consolidata da Trump sotto la cui presidenza fu approvato (2020) il “Restoring America’s Competitive Nuclear Energy Advantage A strategy to assure US national security”, con il voto favorevole di quasi tutti i senatori Democratici.

Dunque il rilancio del nucleare non è attribuile tout court alla “destra” e se oggi esso appare – unitamente all’impasse nelle politiche di decarbonizzazione – come ostacolo alla transizione energetica, c’è da interrogarsi, se mai, sui presupposti e sulle modalità con cui “questa transizione energetica” è stata presentata e sostenuta dall’insieme dei movimenti ambientalisti, al netto di peculiarità o distinguo che ogni singola organizzazione potrà rivendicare, ma che, a mio parere, non intaccano la sostanza del problema.

Il clima, questo sconosciuto

In principio era il verbo, ovvero l’IPCC (International Panel on climate change) che ha fortemente influenzato l’atteggiamento dei movimenti per il clima: alzi la mano chi non ha citato – a fondamento delle sue argomentazioni – gli scienziati del clima o i dati da questi prodotti, peraltro ignorando altre imbarazzanti raccomandazioni contenute nei loro rapporti.

È qui che nasce, dopo il 2013, il mantra del gradiente medio della temperatura terrestre (aumento del 1,5-2 °C rispetto ai livelli pre-industriali) che non deve essere superato pena lo sconvolgimento irreversibile dell’equilibrio nella biosfera.

Fino a quella data le previsioni del IPCC avevano tutt’altro segno: il primo rapporto dell’IPCC, pubblicato nel 1990, descriveva le prospettive di una rapida disintegrazione della calotta glaciale dell’Antartide occidentale come “improbabile nel prossimo secolo”, e fino ai primi anni 2000 le previsioni sui principali indicatori dei cambiamenti in corso sono risultate decisamente sottostimate.

Emissioni – nel 2001, l’IPCC stimava (con elevato livello di confidenza) che nel 2010 le emissioni totali si collocassero tra 7,7 e 9,7 miliardi di tonnellate di carbonio/anno, mentre alla prova dei fatti le emissioni dei soli combustibili fossili ammontarono a 9,1 miliardi di tonnellate di carbonio.

Ciò ha comportato una sottostima del gradiente medio della temperatura terrestre dato che esso è fortemente ancorato alla concentrazione di CO2 nell’atmosfera.

Scioglimento dei ghiacci – l’IPCC riteneva, con una certa sicurezza, che le calotte polari fossero al sicuro almeno fino al 2050, ma poi ha dovuto rivedere queste stime perché il ghiaccio si sta assottigliando più velocemente di quanto previsto, e oggi gli scienziati paventano un Artico libero dai ghiacci tra anni, non decenni.

Conseguentemente anche le stime sull’innalzamento del livello dei mari hanno subito significative variazioni ed oggi ci troviamo a ipotizzare quante e quali città costiere saranno inondate dalle acque entro la fine del secolo.

Acidificazione degli oceani – Questo parametro è stato ignorato dal IPCC fino al 2007, quando ne ha stimato l’aumento tra 0,14 e 0,35 unità di pH entro il 2100.

Oggi, preso finalmente atto che il 30% della CO2 emessa in atmosfera viene assorbita dagli oceani, non si è più in grado di stimare di quanto sarà l’aumento del pH nei prossimi decenni, ma già si sa che dal 1970 ad oggi è aumentato di 0,1 unità di pH.

Tipping point – i tipping point sono i punti di non ritorno, vale a dire quelle manifestazioni critiche, non lineari, in cui il sistema climatico mostra di passare bruscamente da un equilibrio ad un altro.

Tipiche espressioni ne sono gli hot point che si manifestano sul pianeta, specialmente nell’emisfero Nord, con punte di temperatura inusitate. Ancora oggi non si è in grado di stabilire con certezza se una certa soglia climatica è stata superata rendendo il fenomeno irreversibile: un Artico libero dai ghiacci, il rallentamento della circolazione nell’Oceano Atlantico settentrionale o cambiamenti permanenti nei modelli meteorologici su larga scala.

Ovviamente qualsiasi scienziato sosterrà, con ragione, che non non esistono modelli computerizzati perfetti in quanto essi sono tutte rappresentazioni incomplete dei fenomeni naturali, in cui l’incertezza è sempre presente.

Ciò non toglie che l’IPCC abbia sottovalutato le osservazioni fatte sul campo (oggi molto più diffuse di ieri) fornendo una informazione incompleta che alla luce delle ultimissime proiezioni, fa supporre che essa sia stata stata politically oriented.

Come è possibile infatti, che nell’arco di dieci anni (2013 -2023) si sia passati da un pronostico allarmante ma ancora rimediabile (se l’aumento di temperatura non supererà la soglia di 1,5-2 °C, entro la fine del secolo, l’equilibrio potrà essere recuperato), ad uno che dà per molto probabile questo superamento, mettendo in conto che l’aumento della temperatura media terrestre possa raggiungere i 3 °C, come si evince dal IPCC’s Six Assessment Report – AR6, del 2023?

Azzardo due ipotesi.

La prima è che la modellistica usata, nonostante la maggiore disponibilità di dati provenienti da misurazioni sul campo, sia inadeguata e quindi abbia ancora una volta sottostimato i trend delle grandezze in gioco, cosa che metterebbe seriamente in discussione la credibilità del IPCC.

La seconda è che le risultanze oggi esposte nel Six Assessment Report – AR6 fossero già note da tempo, ma che non si vollero presentare nella loro crudezza perché gli assetti globali del sistema mondo (istituzioni, governi, capitali industriali e finanziari) non sarebbero stati in grado di affrontarli.

Probabilmente nessuno ricorda il climategate che, immediatamente prima del vertice di Copenaghen sull’ambiente (2009) e fino al 2011, colpì l’IPCC accusato di assecondare la lobby ambientalista, esasperando le cause e gli effetti dei cambiamenti climatici.

Quello che voglio dire, in buona sostanza, è che l’IPCC in quanto ente inter-governativo, non è un organismo del tutto indipendente, ma decisamente influenzato da indirizzi politici che ne hanno condizionato l’operato, non nel senso di alterare i dati, ma di presentarli nel modo più consono acciocchè gli equilibri internazionali e l’opinione pubblica non ne venissero sconvolti.

E la modalità è stata quella, in una prima fase, di dare un allarme ma nello stesso tempo dire che il peggio si poteva evitare se si adottavano certe misure (riduzione dei combustibili fossili, energie rinnovabili, energia nucleare e sequestro di CO2) con l’obiettivo di mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici.

Oggi che l’insieme dei paesi più industrializzati ha accettato sostanzialmente (sia pure con diversi tempi e approcci) di procedere su questa strada, si dice all’opinione pubblica che gli effetti della mitigazione non saranno comunque in grado di impedire ulteriori peggioramenti del clima per cui bisognerà mettere in atto misure di adattamento al nuovo clima (geoingegneria, ma non solo).

Siamo dunque prossimi alla capitolazione climatica perché alcune soglie critiche sono già state raggiunte e superate (tipping point) e il ritorno ad un equilibrio precedente, anche nell’ipotesi di azzerare repentinamente le emissioni, avverrà con tempi assai maggiori di quelli che hanno portato a questo cambiamento, cosa peraltro già verificatasi 140 mila anni fa, quando la concentrazione di CO2 e la temperatura terrestre avevano raggiunto i valori odierni per cui ci vollero migliaia di anni per ritornare alla situazione precedente (vedi grafico).


Di questo abbiamo scritto ripetutamente Angelo Baracca ed io, non perché appassionati di catastrofismo, ma perché riteniamo che occorra un approccio sistemico all’attuale crisi climatica non limitato al solo uso delle fonti di energia.

E qui risiede il mio dissenso dalle argomentazioni di Monbiot e Agostinelli.

Il rosso vince sull’esperto (o almeno dovrebbe)

Cinquanta anni fa il primo organico rapporto sulla salute del pianeta e sul destino dell’umanità si intitolava “I limiti dello sviluppo” arrivando a delle conclusioni (comunque le si giudichino) che prevedevano uno stop alla crescita della popolazione e al PIL.

Pochi anni dopo il rapporto Nord – Sud (rapporto Brandt) completava l’analisi del primo giungendo alla conclusione che la disuguaglianza sociale tra paesi ricchi e paesi poveri doveva e poteva essere sanata con alcune misure (annullamento del debito dei paesi poveri, devoluzione di una parte del PIL dei paesi ricchi ai paesi poveri, etc.).

Di questi aspetti non c’è traccia alcuna nei rapporti del IPCC. Ammesso e non concesso che non sta agli scienziati occuparsi di queste cose (Heidegger diceva che “la scienza non pensa, perché non è suo compito“), non si capisce perché anche i movimenti ambientalisti vi abbiano rinunciato, interpretando la transizione energetica (che inizialmente si definiva ecologica) come esclusiva surrogazione dei combustibili fossili con fonti di energia rinnovabili.

E la produzione (merci, oggetti, armamenti), il sistema dei trasporti, l’avere e il non avere che affligge l’umanità?

Abbondano le critiche agli stili di vita, si insiste sulla colpevolizzazione del singolo, ma non c’è mai una critica esplicita al capitalismo verso cui ci si limita a rivendicare l’economia circolare e il riciclo.

Quanto alla mobilità elettrica che sarebbe osteggiata dalle destre, se l’alternativa è quella rivendicata nel documento “Alleanza clima lavoro” firmato da Fiom, Lega ambiente, WWF e Green Peace, lo ritengo l’ennesima velleità di insegnare ai padroni il loro mestiere, essendo tutto rivolto a ristrutturare il settore “automotive” all’insegna della imperitura dominanza del mezzo privato (naturalmente elettrico!) ivi compreso il trasporto su gomma, mentre poco o nulla si dice del trasporto ferroviario.

E non che questa della mobilità sia la contraddizione maggiore che io vedo nell’idea di transizione energetica che va per la maggiore, perché non c’è ancora risposta ne attenzione alla questione dell’estrattivismo che essa porta con sè, al fatto che aumenterà la disuguaglianza tra paesi ricchi e paesi poveri (che non hanno fondi per pagare i costi della transizione) e per il fatto che l’Europa, l’apripista dell’abbandono dei fossili, raggiungerà i suoi obiettivi sfruttando l’Africa come una colonia (o magari la stessa Ucraina) per produrre elettricità e idrogeno da importare in casa propria.

Che ne pensano i movimenti ambientalisti di queste contraddizioni?

Si rendono conto che l’Italia sarà l’hub energetico tra l’Europa e l’Africa, non perché lo ha detto Meloni, ma perché serve alle multinazionali europee che investono sul green, serve a Bruxelles per farsi vanto di aver raggiunto gli obiettivi della decarbonizzazione.

Qualcuno sta mettendo i bastoni tra le ruote della transizione?

Certo che sì; e come potrebbe essere diversamente? Forse che l’avvento della macchina a vapore e poi di quella a scoppio non sono stati osteggiati dagli allevatori di cavalli, dai servizi di posta, dagli spalatori di sterco delle grandi città, per non parlare dei luddisti?

Il progresso capitalistico non ha mai un percorso lineare, perché i singoli capitalisti sono sempre in competizione tra loro, ma la parte vincente, storicamente, è sempre stata quella che ha scelto l’innovazione tecnologica e così sarà anche in questa circostanza, anche perché le Big oil stanno tutte investendo nelle tecnologie verdi o nell’industria 4.0.

Perchè dunque correre in soccorso dei vincitori?

Dietro i paraventi del negazionismo climatico, degli attentati alla libertà degli individui e altre “armi di distrazione di massa”, si cela uno scontro di interessi intercapitalistici che non esclude il ricorso al colonialismo e alla guerra pur di accaparrarsi le materie prime necessarie alla transizione energetica, comunque la si voglia intendere.

Se non si può restare indifferenti di fronte alla scelta del governo Meloni di riaprire il dossier nucleare, tanto meno si possono ignorare le contraddizioni e i rischi che questa transizione energetica porta con sé.

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10/08/2021

Catastrofe climatica: colpa dell'”uomo” o del capitalismo?

Il rapporto sul clima dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) stavolta ha presentato un bilancio delle rilevazioni fatte e soprattutto diversi scenari evolutivi che non lasciano spazio a negazionisti del cambiamento climatico, azzeccagarbugli del vediamo-di-far-qualcosa-ma-senza-esagerare e persino alle anime belle dell’ambientalismo beneducato (quello che pretende di tenere insieme la salvaguardia del pianeta e l’attuale organizzazione sociale).

Il messaggio principale è che “il tempo è scaduto”. Anche se venissero prese in tempi rapidi scelte abbastanza radicali per arrestare le emissioni climalteranti – lo “scenario migliore” tra i cinque delineati – in ogni caso i cambiamenti climatici in atto sono irreversibili su scale temporali dell’ordine delle centinaia di anni, specialmente in materia di salute degli oceani, ghiaccio marino artico e livello del mare.

Tradotto: per vedere dei miglioramenti percepibili bisognerà attendere alcune generazioni.

L’IPCC è un organismo dell’Onu e, come recita il suo nome fin dall’inizio, è un ente inter-governativo, formato con scienziati scelti dai vari governi e dunque – presumibilmente – selezionati tra i meno “allarmisti”.

Il risultato è però comunque definitivo.

Ci si attenderebbe, in un’umanità ancora pervasa dall’istinto di sopravvivenza, una reazione all’altezza della sfida, non le solite “chiacchiere e distintivo”.

E invece, a cominciare dall’italico ministro della “transizione ecologica”, vediamo all’opera lo stesso, eterno, schema: mostrarsi preoccupati e non toccare assolutamente nulla negli equilibri sistemici. Anzi, e peggio, l’ennesimo tentativo di “cogliere l’occasione” – l’aumentato allarme ambientale e climatico – per tracciare nuovi orizzonti di business.

Lo stesso schema utilizzato, per esempio, nella gestione della pandemia, dove l’allarme per la diffusione del virus viene utilizzato per schiavizzare intere categorie di lavoratori, per favorire le occasioni di profitto di una classe imprenditoriale miserabile, che guadagna quasi soltanto raschiando il fondo del barile dello sfruttamento.

C’è comunque un’impostazione sistematica che riduce la portata politica di ogni allarme sul cambiamento climatico e ambientale: tutto questo sarebbe infatti “colpa dell’uomo”.

In questa formula retorica viene nascosto l’essenziale, come accade ogni volta che un problema concreto viene descritto facendo ricorso a categorie astratte.

Di certo, si può dire, la catastrofe climatica in corso di aggravamento dipende dalle attività produttive umane, non certo da fenomeni naturali spontanei.

Ma queste attività produttive costituiscono un modo di produzione che ha un nome preciso: capitalismo. Non è solo un problema di tecnologie e fonti energetiche, ma di scopi, obbiettivi, scelte, meccanismi, rapporti di dominio, ecc.

Pensare – e dire – che si può affrontare il cambiamento climatico senza toccare i rapporti di proprietà, le priorità produttive, le finalità generali dominanti in regime capitalistico significa – per l’appunto – far chiacchiere e peggiorare la situazione.

Un esempio concreto lo abbiamo avuto poche settimane fa, quando addirittura Ursula von der Leyen – presidente della Commissione Europea, non certo un nemico dell’industria automobilistica – ha indicato come obbiettivo per il 2035 il divieto di immatricolazione per le auto a benzina o diesel.

Un obbiettivo lontano oltre dieci anni, che non cambierebbe di molto l’equazione climatica (resterebbero in circolazione comunque le auto e i camion immatricolati in precedenza), e che non metterebbe neanche in discussione i profitti delle case produttrici (tranne i costi per la ricerca e messa in produzione di modelli senza motore endotermico).

Ebbene, la risposta dell’associazione delle case produttrici è stata: non se ne parla nemmeno.

Il capitale non sa e non vuole cambiare sistema, neanche parzialmente.

Ora, se è questa la realtà vera, che senso ha parlare di catastrofe ambientale attribuendola genericamente “all’uomo” anziché al modo di produzione e dunque a una parte dell’umanità – quelli che si arricchiscono in questo sistema di produzione?

Un senso semplice, vecchio come il mondo: se è colpa “dell’uomo” è colpa di tutti, dunque di nessuno. E se non c’è un colpevole principale, da inchiodare e bloccare definitivamente, allora le soluzioni possono essere altrettanto vaghe, generiche, inutili, o addirittura occasioni per fare altri tipi di affari, fin qui in secondo piano.

A quel punto diventa facile “incolpare i cittadini” – come per la pandemia – i loro comportamenti individuali, “le cose che non fanno per salvare il pianeta” (dalla raccolta differenziata dei rifiuti all’acquisto di auto meno inquinanti).

Come se si potesse vivere in modo diverso all’interno di un sistema obbligante. Per esempio: dobbiamo certamente fare la raccolta differenziata, ma come si fa a renderla ambientalmente significativa se ogni giorno, uscendo dal supermercato, ci portiamo a casa chili di plastica ed altro usati per confezionare le merci più diverse?

Per quanta attenzione individuale si possa fare, è assolutamente certo che una quota più o meno rilevante di quella roba finirà in circolo, fuori da ogni controllo (l’entropia vale anche in questo caso).

Ogni problema sistemico – dall’ambiente alle pandemie – può essere affrontato e in prospettiva risolto solo con soluzioni sistemiche, non con cerotti individuali sulle piaghe.

E se la fonte dei problemi è il modo di produzione, la fame di profitto, è qui che bisogna affondare il bisturi della Storia e della Scienza. Cioè della Coscienza.

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09/08/2021

“Agire ora o prepariamoci al peggio”. Il Rapporto Onu sul clima parla chiaro

È stato reso pubblico oggi il primo capitolo del Rapporto sul clima del Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC) delle Nazioni Unite. Il rapporto completo verrà reso noto il prossimo anno.

Ma a novembre a Glasgow è prevista la riunione della Cop 26 ossia la conferenza internazionale sui cambiamenti climatici e l’anticipazione del primo capitolo del rapporto serve a mettere sul tavolo le urgenze non più rinviabili sul come intervenire per impedire una catastrofe climatica sul pianeta.

Il comunicato stampa che presenta e accompagna il Rapporto, il contenuto inviato per i lavori alla Cop26 è piuttosto esplicito: “forti e costanti riduzioni di emissioni di anidride carbonica (CO2) e di altri gas serra limiterebbero i cambiamenti climatici. Se, da una parte, grazie a queste riduzioni, benefici per la qualità dell’aria sarebbero rapidamente acquisiti, dall’altra, potrebbero essere necessari 20-30 anni per vedere le temperature globali stabilizzarsi”.

Alla Conferenza di Glasgow il primo punto dell’agenda sarà proprio verificare lo stato di avanzamento delle azioni intraprese dagli stati per rispettare l’impegno di tenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2 ºC e proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5 ºC. Uno sforzo, si legge nel Rapporto dell’Ipcc, che deve essere globale e non più prorogabile.

“Non possiamo permetterci di aspettare due, cinque o 10 anni: questo è il momento, o si agisce ora o non avremo più tempo” ha dichiarato il presidente della Conferenza mondiale dell’Onu (COP26) sul clima, Alok Sharma. Il capo del vertice in programma a novembre a Glasgow, in Scozia, ha avvertito che il rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) in uscita oggi, mostrerà che il mondo è sull’orlo di un potenziale disastro.

La ricetta per riportare il termometro in equilibrio consiste nel dimezzare le emissioni di gas serra entro il 2030 e portarle a uno zero netto entro il 2050. Se non si inverte la rotta, evidenziano gli scienziati, nel 2030 potremmo arrivare a 3 gradi e nel 2.100 fino a 4.

Al Rapporto dell’Ippc hanno lavorato 234 scienziati appartenenti a 195 Paesi che dal 26 luglio sono riuniti a porte chiuse e collegati online per scrivere parola per parola, le previsioni degli esperti Onu sul clima che aggiornano le ultime stilate sette anni fa.

Intanto nel nostro pianeta si susseguono disastri naturali in larghissima parte dovuti ai cambiamenti climatici, dalle inondazioni in Germania e Cina alle anomalie termiche e ai maxi incendi in Europa e Nord America. I fatti, come al solito, hanno la testa dura.

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04/07/2021

I cambiamenti climatici indotti dall’uomo aumentano “i record” migliaia di volte

Sentiamo sempre più frequentemente parlare di “cambiamenti climatici”, tra i quali uno dei più rilevanti è il riscaldamento globale ; uno dei suoi effetti più significativi, l’ondata di calore, è assurta negli ultimi giorni all’onore delle cronache perché ha pesantemente interessato il territorio del Canada occidentale e la parte nord-occidentale degli Stati Uniti.

Infatti un’ondata di caldo eccezionale (temperature diurne di 45 °C e minime notturne superiori alle massime diurne medie di fine giugno), e quindi particolarmente pericolosa si è riversata su quelle regioni del Nord America, battendo di gran lunga ogni record precedente in materia; si consideri che la temperatura media di queste aree per il periodo in esame varia tra i 20 e i 30 °C.

La cittadina di Lytton nella Columbia Britannica ha registrato domenica 27 giugno u.s. la temperatura di 46,6°C, lunedì 28 quella di 47,9°C e il 29 giugno ha raggiunto la temperatura record di 49,6°C. La città di Seattle (745mila abitanti) nello stato di Washington U.S. ha registrato 40 °C domenica e lunedì 41,7 °C. La città di Portland (585mila abitanti) sabato 26 giugno ha registrato due picchi record 42 °C e 44,4 °C.

Questa situazione ovviamente sta manifestando effetti critici importanti quali stress da calore nelle persone, negli animali e nella vegetazione che ne mettono a rischio anche la sopravvivenza (a Vancouver, sulla costa occidentale della British Columbia, il dipartimento di polizia riferisce più di 150 morti per malori improvvisi negli ultimi giorni), aumento degli inquinanti nell’aria, incendi boschivi, probabilità di frane causate dallo scioglimento dei ghiacciai in montagna (in zona si trova la città di Calgary sede delle Olimpiadi invernali 1988), danni e malfunzionamenti di infrastrutture e sistemi di trasporto, e diverse altre criticità sociali ed economiche.

Questa ondata di calore è stata causata da un’anomalia termica (consiste nella differenza tra il valore medio annuo di temperatura in un punto e la relativa media calcolata su un periodo di riferimento) dovuta ad una combinazione di più fattori, ma principalmente ad una vasta area di alta pressione, che raggiungendo tutti i livelli medi e alti della troposfera (la parte di Atmosfera terrestre più vicina alla superficie), si è posizionata sulla parte settentrionale dell’Oceano Pacifico ed è rimasta ferma per un lungo periodo di tempo, bloccando il calore ai bassi strati e facendolo aumentare per compressione (la compressione è generata dalle correnti discendenti tipiche delle alte pressioni); i venti prevalenti si sono poi incaricati di spostare questa massa di aria calda verso est.

Nei prossimi giorni la morsa di calore si attenuerà sulle coste occidentali del Canada ma alta pressione e calore si sposteranno verso est interessando anche verso sud la parte centrale degli Stati Uniti.

Sui Cambiamenti climatici

Queste condizioni climatiche estreme si stanno verificando sempre più frequentemente sullo sfondo del cambiamento climatico indotto dall’uomo, con le temperature globali ormai già oltre il limite di 1,5°C superiori ai livelli preindustriali.

“Le ondate di calore stanno diventando più frequenti e intense poiché le concentrazioni di gas serra portano a un aumento delle temperature globali. Stiamo anche notando che iniziano prima e finiscono più tardi e stanno avendo un impatto crescente sulla salute umana“, ha affermato Omar Baddour, capo della Divisione Monitoraggio e politica del clima del WMO (World Meteorological Organization – Agenzia specializzata delle Nazioni Unite, che si dedica alla cooperazione e al coordinamento internazionali sullo stato e il comportamento dell’atmosfera terrestre, la sua interazione con la terra e gli oceani, il tempo e il clima che produce e la conseguente distribuzione delle risorse idriche).

Secondo il rapporto WMO sullo stato del clima globale nel 2019, nel 2018, le persone vulnerabili di età superiore ai 65 anni hanno subito un record di 220 milioni di esposizioni a ondate di calore in più, rispetto alla media di riferimento del 1986-2005.

Nikos Christidis, scienziato del clima presso il Met Office (Servizio meteorologico del Regno Unito), ha affermato: “Senza il cambiamento climatico indotto dall’uomo, sarebbe stato quasi impossibile raggiungere temperature medie di giugno da record negli Stati Uniti occidentali, poiché le probabilità che si verifichino in natura sono una volta ogni decine di migliaia di anni... Si stima che l’influenza umana abbia aumentato la probabilità di un nuovo record diverse migliaia di volte”.

Inoltre lo stesso climatologo ha affermato: “Si prevede che i rischi legati al clima per la salute, i mezzi di sussistenza, la sicurezza alimentare, l’approvvigionamento idrico, la sicurezza umana e la crescita economica aumenteranno con il riscaldamento globale di 1,5 °C e aumenteranno ulteriormente con 2 °C. Limitare il riscaldamento a 1,5 °C anziché a 2 °C potrebbe comportare l’esposizione di 420 milioni di persone in meno a gravi ondate di calore”.

E le risorse idriche... ah ah ah ah... alla prossima puntata.

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05/12/2020

Africa - La crisi climatica è fuori controllo

A causa dei cambiamenti climatici, ondate di calore, inondazioni e pesanti piogge si fanno più frequenti un po’ ovunque nel mondo, ma è l’Africa a pagarne le conseguenze più severe: l’intensificarsi di eventi meteorologici estremi sta minacciando gravemente la salute umana, la sicurezza alimentare, la pace e la biodiversità del continente africano.

A rivelarlo è il nuovo studio pubblicato da Greenpeace Africa e dall’unità scientifica di Greenpeace “Weathering the Storm: Extreme Weather and Climate Change in Africa“.

Lo studio si basa su diversi scenari climatici: tutti prevedono che le temperature medie future in Africa aumenteranno a un ritmo più veloce della media globale. Se non si interverrà al più presto per ridurre e poi azzerare le emissioni, l’aumento medio della temperatura di gran parte del continente supererà i 2 gradi centigradi, per ricadere nell’intervallo da 3 a 6 gradi centigradi entro la fine del secolo, da due a quattro volte rispetto a quanto consentito dall’Accordo di Parigi.

Questo aumento incontrollato vuol dire purtroppo che ci saranno morti, migrazioni, conflitti climatici, scarsità di acqua potabile, impatti sulla produzione agricola ed estinzione accelerata di specie endemiche africane.

Ondate di calore, inondazioni, siccità e cicloni hanno assunto una scala finora sconosciuta. Questi eventi sono ancora più impattanti per le comunità più povere, meno attrezzate per fronteggiare e adattarsi ai cambiamenti climatici.

C’è ben poco di naturale nei disastri che colpiscono l’Africa. La salute, la sicurezza, la pace e la giustizia non si otterranno solo con le preghiere e i sacchi di riso e mais consegnati all’indomani di un disastro: i leader africani devono dichiarare l’emergenza climatica per preservare il futuro del continente.

Come ha spiegato Hindou Oumarou Ibrahim, direttrice dell’Associazione delle donne e dei popoli indigeni del Ciad (AFPAT), “nel Sahel il cambiamento climatico ha distrutto i nostri raccolti, le nostre case e le nostre famiglie, costringendole a una migrazione forzata. Ma l’Africa non è solo il palcoscenico in cui si verificheranno i peggiori impatti sul clima: è un continente di milioni di persone decise a fermare il cambiamento climatico, ad abbandonare i combustibili fossili, e a lottare per proteggere le nostre foreste e la nostra biodiversità dall’agricoltura industriale”.

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02/09/2019

Road Map per l’emergenza climatica

di Guido Viale

A un anno dall’inizio dello sciopero solitario di Greta Thunberg possiamo misurare l’enorme risultato che una sola persona, priva di ogni potere, è riuscita a produrre:

- un milione e mezzo di giovani in tutto il mondo si sono svegliati, hanno capito che gli stiamo rubando il futuro, e forse anche la vita, sono scesi in piazza per protestare (e lo rifaranno, più numerosi e forti, tra il 20 e il 27 settembre) e stanno moltiplicando le loro iniziative riempiendo di eventi dirompenti il calendario di molti paesi;

- stampa e Tv, mute fino a pochi mesi fa, hanno cominciato a raccontare quello che sta succedendo al pianeta, compreso spiegare (per es. La Stampa del 29.8) che non c’è più posto per politiche di “crescita”, per quanto virtuose: de profondis per le politiche di tutti i paesi;

- tra la popolazione più informata, trasformata, come tutti, in consumatori, cresce la consapevolezza di dover porre fine a uno stile di vita insostenibile (per chi uno “stile di vita” può permetterselo: poche centinaia di milioni di persone). Innanzitutto molta meno carne, ma sotto tiro ci sono anche viaggi aerei, vacanze esotiche, auto private, condizionatori, abbigliamento, moda, case troppo grandi;

- molte imprese corrono ai ripari verniciandosi di verde: i capibastone dell’industria Usa dichiarano che tra i loro fini non c’è più solo il profitto, anche se non si è mai visto che i profitti diminuiscano se non sotto la pressione di lavoratori sfruttati e consumatori imbrogliati.

I più in ritardo di tutti sono i politici: quelli negazionisti, come Trump e Bolsonaro, non si vantano più delle politiche apertamente distruttive che perseguono. Tutti gli altri, che si riempiono la bocca di ambiente da decenni senza fare niente, sono ancora lì a misurare i decimi di punto di PIL che qualsiasi misura ambientale potrebbe sottrargli. La nuova Presidente delle Commissione europea Ursula Von der Leyden annuncia un fondo per fare fronte ai cambiamenti climatici; ma a chi andranno quei soldi? Se tutti i fondi stanziati per la crisi economica sono finiti in bocca alle banche, quelli per il clima, se mai saranno stanziati, rischiano la stessa fine. Per questo è ormai urgente mettere in chiaro alcuni punti.

Non ci si può limitare alla protesta e alla denuncia. Occorre pensare anche alle cose da fare, muovendosi su due piani: pressione sulle istituzioni e sui media, con rivendicazioni da mettere a punto un po’ per volta; e mobilitazione dal basso per cambiare insieme il nostro stile di vita, facendo cose che si possono fare anche in pochi senza chiedere permesso. Vagonomle ingiunzioni promosse da Extinction Rebellion: “dite la verità, agite subito, convocate il pubblico”, ma nell’ordine inverso: senza momenti collettivi non si infrange il muro di omertà che ha nascosto le cose finora né si può intraprendere iniziative che coinvolgano chi non si è ancora mobilitato. Gli interlocutori principali sono due: i lavoratori di fabbriche e aziende, da contattare sia direttamente che con la mediazione dei sindacati, e i “territori”, o “comunità”, facendo leva sul tessuto associativo: comitati di lotta, società sportive, parrocchie, centri sociali. Le scuole, dove sono nati gli scioperi del venerdì, possono diventare sedi e riferimenti per ogni quartiere. I temi più immediati da affrontare sono quattro.

1) Decarbonizzazione, cioè elettrificazione con fonti rinnovabili. Non tutti dispongono di un tetto da solarizzare (e ci sono anche i senzatetto). Ma in tutti i quartieri gli interventi possibili per produrre energia rinnovabile e risparmio energetico sono centinaia: possono venir individuati e progettati, esigendo dalle amministrazioni locali la formazione e la messa a disposizione di squadre interdisciplinari di tecnici (un lavoro interessante per migliaia e migliaia di giovani laureati e diplomati). La ristrutturazione degli edifici offrirà per anni milioni di posti di lavoro a nativi e migranti a tutti i livelli di qualificazione;

2) Mobilità: si tratta – bisogna avere il coraggio di dirlo – di abbandonare per sempre e in pochi anni l’auto privata, sia tradizionale che elettrica, per sostituirla con trasporti pubblici più efficienti, più comodi, più economici, sia di linea (treni, tram e bus) che personalizzati (taxi singoli e collettivi, car sharing, trasporto a domanda per passeggeri e merci). Una transizione che non può essere affidata solo alle autoritá: va organizzata dal basso con la creazione di mobility manager di quartiere e di caseggiato (e non solo quelli, del tutto inefficienti, che esistono già a livello di azienda) individuando e rivendicando le risorse necessarie: affidare al mercato una demotorizzazione discriminatoria, come ha cercato di far Macron con le tasse sul diesel, è il modo migliore per far fallire tutto. E si è visto.

3) Agricoltura e alimentazione: non basta ridurre la carne; ci vuole un’agricoltura ecologica, di prossimità, gestita da piccole aziende, che consenta il “ritorno alla terra” a decine di migliaia di giovani acculturati che non aspirano ad altro e ad altrettanti migranti già occupati, ma da mettere in regola. La transizione può essere facilitata dai gruppi di consumo solidale (gas) con un rapporto diretto tra chi produce o trasforma il cibo e chi lo consuma.

4) Territorio: per metterlo in sicurezza bisogna demolire gli edifici insicuri ma soprattutto piantumare. Nel mondo c’è ancora posto per mille miliardi di nuovi alberi: quanto basta per riassorbire una parte significativa del CO2 emesso negli ultimi due secoli...

Fonte

Testo interessantissimo e completamente condivisibile, l'unico limite che trovo sta nel fatto di sottostimare la questione del modo di produzione.
All'interno di quello capitalista, tutti questi propositi sono sostanzialmente votati al fallimento, oppure alla normalizzazione come lo stesso percorso "politico" di Greta Thunberg almeno in parte dimostra.

15/03/2019

“Distruggiamo il capitalismo, non il pianeta”

Alcune considerazioni sulle mobilitazioni che oggi hanno riempito le piazze contro il cambiamento climatico e sui “Fridays For Future”.

1. La mobilitazione di oggi è impressionante. Accade simultaneamente in 123 paesi diversi, in 2.052 città di tutto il pianeta. Per trovare mobilitazioni analoghe dobbiamo tornare ai tempi del movimento no war del 2003 contro l’attacco USA in Iraq, o del movimento no global. Per noi che siamo internazionalisti, non può che essere un dato positivo il fatto che i cittadini del mondo si mobilitino insieme contro chi ha il potere (governi, multinazionali, industriali, istituzioni sovranazionali) per chiedere un cambiamento.

2. Il punto individuato dalle mobilitazioni è reale, fondamentale: il cambiamento climatico, il disastro ecologico, l’insostenibilità del nostro consumo del pianeta è un tema vero, che tocca in primis le fasce popolari, i paesi più poveri, africani e asiatici, chi non può permettersi di curarsi o di emigrare. Un tema che industriali e governi hanno negato per decenni (ma pensate al delirio che ha fatto Trump su questi temi da quando è stato eletto) per mantenere i loro tassi di crescita, i profitti, continuare il loro sfruttamento dell’ambiente. Quindi non possiamo che essere contenti del fatto che la politica sia portata dal basso a parlare dei temi veri che interessano i cittadini.

3. L’altro aspetto interessante delle mobilitazioni è l’elemento di autorganizzazione e l’età dei partecipanti. Anche di questo non possiamo che essere contenti: che i giovani invece di essere completamente catturati dal consumismo o indifferenti o strumentalizzati dalla politica ufficiale, si facciano un’idea sulle questioni del mondo, prendano parola, si facciano sentire con creatività, inventando i loro linguaggi, anche accusando gli adulti invece di vivere come loro appendici... Queste sono cose che fanno bene.

4. Infine, quanto è benefico tutto questo per l’Italia! Finalmente non si parla solo di stronzate o di caccia al migrante. Finalmente ci sprovincializziamo e assumiamo un dibattito ecologico che nel resto del mondo è ben più avanzato, anche fra le forze comuniste e socialiste (si pensi alla France Insoumise o al Partito del Lavoro Belga e a quanto è significativa la loro riflessione sul tema!). Finalmente i giovani italiani, assolutamente marginalizzati nelle decisioni e nella vita del paese, si fanno sentire!

5. Chiaramente non siamo nati ieri, e quindi non possiamo nemmeno ignorare che queste mobilitazioni sono in parte pompate ad arte, per fare gli interessi di altri settori dell’economia che mirano a profittare della “transizione ecologica”, o che vengono strumentalizzate per fini politici di bassa lega (come Zingaretti che si fa fotografare con i cartelli di Friday for Future per fare l’amico dei giovani e poi va ai cantieri del TAV a spingere perché si faccia un’opera anti-ecologica!). Ogni volta che nella storia dell’umanità si è palesato un problema sentito, le forze costituite hanno provato o a negarlo o a portarlo dove gli conviene. Ed è evidente che i bassi livelli di politicizzazione nelle società attuali facciano sì che le persone possano essere strumentalizzate, andare in piazza per moda, “consumare” la mobilitazione stessa come se fosse un prodotto.

6. Quindi non ci deve sorprendere che la borghesia abbia sviluppato anche una sua visione “ecologica” che può dare parole e soluzioni a un problema sentito e che punta a pompare e “spompare” la partecipazione a seconda di cosa le serve. Ma è veramente da imbecilli abbandonare per questo motivo il campo, dire che allora le mobilitazioni sono pilotate, inventarsi complotti, dire che sono cazzate e che “bisogna parlare di altro”. Così si fa esattamente il gioco di chi vuole pilotare e strumentalizzare. Bisogna invece avere un approccio egemonico: esiste un’ecologia popolare da contrapporre a quella borghese. Esiste un punto di vista alternativo sulla transizione ecologica che fa pagare i costi alla finanza e ai ricchi, come ha spiegato la deputata Ocasio Cortez negli USA. Noi dobbiamo essere dentro a queste mobilitazioni, costruirle, politicizzarle in senso buono, far valere la loro autonomia contro l’ideologia neoliberista e i poteri che cercano di catturarle. Localizzare queste mobilitazioni togliendole dall’astrattismo e facendo i nomi dei responsabili della devastazione sui nostri territori. Sviluppare la pratiche di incontro, la comunità che si crea nella mobilitazione, i punti più alti della lotta (dopo i cortei, perché non andare a bloccare con i nostri corpi qualche centro produttore di morte? Perché non andare a manifestare sotto casa di qualcuno che ha inquinato le nostre acque o il nostro mare e farlo morire di vergogna, in modo che non lo faccia più?).

Da questo punto di vista, ho trovato bellissimi i cartelli degli Studenti Autorganizzati Campani che oggi erano in piazza a Napoli. “Distruggiamo il capitalismo, non il pianeta”, “Non facciamo pagare la transizione ecologico agli ultimi ma ai ricchi”, indicano esattamente il lavoro che dobbiamo fare su questo tema: far capire che lo sfruttamento dell’essere umano e del pianeta sono due facce della stessa medaglia, che finché al centro ci sarà il profitto sarà impossibile evitare la catastrofe, che bisogna cambiare le cose alla radice, nel modo di produrre e distribuire la ricchezza.

Giornate come queste ci permettono di far apparire questa bellissima visione di un altro mondo possibile!

Viola Carofalo - Potere al Popolo!


Fonte

Parigi. Per il clima, contro Macron


Parigi. Impossibile capire quante persone hanno partecipato allo sciopero per il clima nella capitale francese. Il corteo – una vera marea umana di giovani e giovanissimi – ha sfilato dalla piazza del Pantheon fino all’Esplanade des Invalides.

Lo slogan principale che da l’idea dell’atmosfera elettrica che si respirava tra i boulevard di Parigi era: “plus chaud, plus chaud que le climat”. Non si possono contare i cartelli, gli striscioni e la quantità di messaggi che le nuove generazioni bramose di una vera transizione ecologica hanno esposto.

In un clima di fermento sociale montante e ad un giorno dall’ultimatum a Macron, questa mobilitazione è una boccata d’ossigeno e fa ben sperare per il futuro che nessuno vuole vedersi scippato.

Fonte e foto della manifestazione

14/03/2019

Gli inquinatori inquinano anche la lotta contro l’inquinamento

Il 15 marzo studenti di tanti paesi sciopereranno per creare sacrosanto allarme contro il riscaldamento e l’inquinamento globale. Lo faranno rispondendo all’appello Friday for Future, il venerdì per il futuro, lanciato dal movimento svedese della giovane studentessa Greta Thunberg.

È una grande cosa, ma attenti all’ipocrisia degli inquinatori per il “bene del mondo”. Che subito si sono precipitati ad accogliere Greta negli incontri e nelle sedi responsabili dei mali che essa denuncia. Così la studentessa ha parlato al Forum di Davos, dove si riuniscono i padroni del capitalismo mondiale, e davanti alla commissione UE, che con la sua austerità ha avvelenato la Grecia e tante parti d’Europa.

Greta non pare si sia scomposta per questi inviti e ha detto agli ospiti che essi potrebbero fermare il disastro climatico globale e non lo stanno facendo. Ma neppure chi l’aveva chiamata ad intervenire si è particolarmente scomposto. Dopo gli applausi e i sorrisi di circostanza tutti hanno continuato a fare i loro affari e le loro politiche devastanti, esattamente come prima.

In Italia il quotidiano La Repubblica e il nuovo leader sponsorizzato, Zingaretti, sono da giorni impegnati a sostenere il movimento globale contro l’inquinamento.

Ma come... i fanatici del TAV Torino-Lione, la cui costruzione inquinerebbe in maniera irreparabile fino al 2047? I sostenitori delle Grandi Opere che devastano e assorbono i fondi necessari il risanamento ambientale? I veneratori della trinità mercato-profitto-competitività e del capitalismo globale?

Ma come... coloro che quando parlano di economia dimenticano ogni ecologia, oggi che fanno gli ecologisti dimenticando la loro economia? E le spese militari e le guerre dilaganti, dove le mettiamo dal punto di vista del futuro del pianeta?

Fanno bene i giovani a manifestare per la salvezza del pianeta e del genere umano con esso, ma sappiano che ogni lotta ha un avversario. E oggi i primi avversari di chi lotta per il futuro sono il partito del PIL ed il partito della guerra.

Non lasciamo che gli inquinatori inquinino anche la la lotta contro l’inquinamento.

PS: Il 23 marzo a Roma manifesteranno il popolo NOTAV e tutti i movimenti che in Italia lottano contro la devastazione ambientale. Chi manifesta il 15 marzo è invitato, lì Repubblica ed il PD non ci saranno...

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21/11/2018

Salerno diventa la costa del Messico


Quando la costa di Salerno vien aggredita dai tornado come quella del Messico, chi non vuol capire e affrontare ed anzi nega il cambiamento climatico è un ottuso criminale.

Abbiamo poco tempo ci dicono gli scienziati, poi saremo travolti da processi ambientali inarrestabili, che per gli esseri umani diventeranno catastrofi sociali, delle quali un piccolo annuncio è la colonna di migranti che dalla fame dell’Honduras fugge verso il mura degli USA. O quanto accade nei nostri mari.

Bisogna abbattere il dominio sulle nostre vite e sulla natura del profitto, del mercato, del supersfruttamento.

Bisogna abbandonare un modello di sviluppo capitalistico fondato sul mito della crescita infinita. Il pianeta non vuole essere consumato all’infinito e si ribella con i suoi mezzi naturali più feroci. Non è una questione ambientale è una questione umana: o siamo in grado di mettere in discussione il nostro sistema economico, o la nostra società verrà distrutta nel dilagare della ferocia. La terra avrà milioni di anni per ricostruire i suoi equilibri, come ha fatto dopo la catastrofe che eliminò i dinosauri. É la razza umana, la sola unica globale razza umana, che non ha questo tempo, che nel giro di pochi decenni può precipitare nella catastrofe.

Noi abbiamo una scienza che è in grado di affrontare quanto sta avvenendo, una capacità tecnologica adeguata a realizzare ciò che la scienza indica sarebbe necessario fare, ma non abbiamo la politica, perché essa è dominata da quelle leggi folli del mercato che ci hanno portato sulla soglia del disastro globale.

Altro che competitività, produttività, flessibilità, concorrenza estrema. Qui bisogna risanare l’aria e l’acqua, fermare le emissioni, ricostruire il territorio. E tutto questo bisogna farlo per tutte e tutti, non per pochi ricconi privilegiati che già progettano come rifugiarsi in oasi protette con la forza.

Salvaguardia dell’ambiente ed eguaglianza sociale oggi più che mai sono strettamente legate. O si conquistano assieme o assieme vengono negate. E solo il pubblico, contro il mercato, può affermarle.

Il tornado di Salerno dovrebbe fare molta più paura, ed indurre a radicali cambiamenti politici, dello spread.

Anche la natura oggi ci urla: socialismo o barbarie.

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08/09/2018

Capitalismo e diseguaglianze


La complessità di questo periodo storico, soprattutto in Italia, tende a venire troppo spesso sottovalutata e ridotta alla “questione migranti”. Contraddizioni e silenzi portano a oscurare un discorso più ampio, in cui se da un lato è innegabile la crescente intolleranza nei confronti del “diverso”, di fatto “giustificata” dalla forze politiche governative, così come è un abominio permettere che le migrazioni continuino in questo modo (tipicamente viaggi su barche fatiscenti preceduti da reclusioni e torture nei campi libici), è anche vero il bisogno di evitare che il discorso, oggi, si limiti solo a questo.

Alcune considerazioni dovrebbero essere d’aiuto.

Secondo la Banca Mondiale [1] per raggiungere gli SDG 6.1 e 6.2, cioè gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite volti ad assicurare rispettivamente l’accesso all’acqua potabile e a fonti igienico-sanitarie adeguate per tutti in tutto il pianeta entro il 2030, basterebbero 114 miliardi di dollari l’anno. Che possono sembrare tanti, ma in realtà corrispondono più o meno al PIL di un Paese come il Kuwait [2], ricco ma piccolo (ha solo 4 milioni di abitanti); corrispondono anche a meno di quanto spesero nel solo 2007 gli Stati Uniti in armi e sistemi di difesa per la guerra e invasione dell’Iraq [3].

Dovrebbe apparire superfluo ricordare come le migrazioni siano per lo più indotte da fattori quali guerre, fame, ma anche cambiamenti climatici. In proposito uno studio del 2016 [4] ha evidenziato delle forti correlazioni proprio tra migrazioni e cambiamenti climatici soprattutto in quei Paesi poveri molto dipendenti dall’agricoltura. Cioè, l’aumento delle temperature così come il verificarsi di eventi climatici estremi (causati dall’effetto serra, per via dei gas climalteranti come CO2 e metano in particolare), porta la gente a migrare ulteriormente.

Ma ciononostante, e ignorando il fatto che la comunità scientifica evidenzi da decenni come la causa principale dell’effetto serra sia l’uomo, tra automobili, emissioni di metano dagli allevamenti intensivi, industrie, discariche [5], l’opinione pubblica continua a non scandalizzarsi se gli Stati Uniti si oppongono agli accordi sul clima e le emissioni inquinanti per via di altri interessi e delle lobby del petrolio [6].

Anche volendo considerare un ambito meno globale, le risposte alle difficoltà dell’Italia devono comunque essere lucide e ragionate. Continua spesso ad esserci, invece, una forte ipocrisia nel parlare di carenza di posti di lavoro, nel fare la (pur lecita) constatazione sui centri di accoglienza che “in molti casi non vengono gestiti per come dovrebbero e gli interessi sono principalmente in mano ai privati”, dando però una risposta tanto spiazzante quanto sbagliata e cioè “chiudiamo tutti i centri di accoglienza”. Anche perché, banalmente, molti ragazzi “italiani” lavorano in quei centri, che quindi non tolgono posti di lavoro, anzi! Andrebbe semmai cambiata la gestione dell’accoglienza, affidandola al pubblico e permettendo veri percorsi di inserimento ai migranti.

D’altro canto il discorso in Italia non può venire circoscritto a quest’ambito. Andando ad osservare una dimensione più locale, da siciliano (momentaneamente) emigrato al nord, so bene come i problemi della mia terra siano ben altri. A cominciare dalla gestione dei rifiuti. La Sicilia infatti, secondo il rapporto dell’ISPRA del 2017, è l’ultima regione in Italia nella raccolta differenziata [7] e continua ad avere anche una normativa regionale a dir poco datata relativamente alla gestione delle acque di scarico, risalente al 1986 [8]. Molti Comuni, inoltre, sono sotto infrazione perché non depurano adeguatamente le acque di fogna [9]. Già una gestione adeguata di questi comparti porterebbe lavoro togliendolo dalle mani (e tasche) della mafia, migliorando la qualità dell’ambiente e riducendo i rischi per la salute.

La Sicilia è stata inoltre il Porto del Mediterraneo per secoli, adesso pare essere divenuta la “portaerei” degli USA nel Mediterraneo (si pensi al MUOS di Niscemi, tenendo presente che ci sono solo altri 3 impianti militari del genere in tutto il pianeta [10]). Dovrebbe invece ridiventare uno dei principali porti del Mar Mediterraneo, e qualcosa pare si stia anzi muovendo in proposito [11]. Ma anche lì, senza voler apparire disfattisti, vanno anche potenziati i collegamenti interni, le strade e le ferrovie siciliane; altrimenti rischia di crearsi un grande porto a Palermo (o in un’altra città) ma separato dal resto dell’isola.

Non va nemmeno sottovalutato quello che sembra si stia già iniziando ad ottenere a causa dei brutti venti che soffiano per ora in Europa. Un cambio, in peggio, della gestione di lungo termine dei soldi nell’Unione Europea (2021-2027), che sembra un regalo alle destre xenofobe; infatti è stato proposto per la prima volta di assegnare più risorse al controllo delle frontiere e dell’immigrazione che agli aiuti per lo sviluppo dell’Africa [12]. Come dire, invece di favorire progetti di sviluppo locale, si vuole rafforzare la “Fortezza Europa”. I disperati da un lato, i più fortunati dall’altro. (E intanto l’Europa e le sue multinazionali continuano a sfruttare le risorse africane).

È opportuno non dimenticare inoltre il problema dell’iniqua distribuzione della ricchezza, anche all’interno degli stessi Stati. Da un lato c’è l’ultimo rapporto Oxfam sull’argomento [13] che ha evidenziato come l’82% dell’incremento di ricchezza globale registrato nel 2017 sia finito nelle casseforti dell’1% più ricco della popolazione, mentre la metà più povera del mondo (3,7 miliardi di persone) ha avuto lo 0%. E in Italia a metà 2017, il 20% più ricco degli italiani deteneva oltre il 66% della ricchezza nazionale netta. Inoltre una ricerca del 2017 [14] ha sottolineato come i “ricchissimi del pianeta” rappresentino attualmente la classe i cui membri possono interagire più facilmente tra loro e che la composizione di questa élite va divenendo sempre più variegata, con un incremento di “paperoni” prevenienti dalle economie meno avanzate. Fatti che non vanno sottovalutati. Nello stesso studio veniva ricordato inoltre come fossero davvero poche le ragioni per poter ritenere che il passaggio di un individuo nel “club dei ricchissimi” potesse portare giovamento agli altri membri della sua comunità.

L’attuale governo sembra invece essere più interessato alla Flat Tax, a ridurre le tasse dei ricchi rendendole più simili, in termini percentuali, a quelle dei poveri.

Andrebbe piuttosto ricordato che Google da solo, nel luglio 2018, ha raggiunto una capitalizzazione, cioè un valore di mercato, pari a 872 miliardi di dollari, inferiore tra l’altro a Apple o Amazon [15], mentre l’intera Borsa Italiana ha chiuso il 2017 con una capitalizzazione minore, cioè 644 miliardi di euro [16], pari a circa 745 miliardi di dollari.

Ecco, oggi più che mai vanno fatte emergere queste ingiuste contraddizioni, sia locali che globali. Evitando una guerra tra poveri.

Fonti:

[1] World Bank. More Money and Better Service Delivery: A Winning Combination for Achieving Drinking Water and Sanitation Targets. (Disponibile online: http://www.worldbank.org/en/news/press-release/2016/02/12/more-money-and-better-service-delivery-a-winning-combination-for-achieving-drinking-water-and-sanitation-targets)

[2] International Monetary Fund, 2017. (Disponibile online: http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2017/02/weodata/weorept.aspx?pr.x=51&pr.y=15&sy=2015&ey=2022&scsm=1&ssd=1&sort=country&ds=.&br=1&c=443&s=NGDPD%2CPPPGDP%2CNGDPDPC%2CPPPPC&grp=0&a=)

[3] Andrew Feinstein. The shadow world. Inside the global arms trade (pag. 411). Penguin Ed.

[4] Cai et al., 2016. Climate variability and international migration: The importance of the agricultural linkage.

[5] Miller et al., 2013. Anthropogenic emissions of methane in the United States.

[6] Jeffrey Sachs. Siamo tutti migranti del clima. (Disponibile online: http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/commenti-e-idee/2018-08-24/siamo-tutti-migranti-clima-171503.shtml?uuid=AEocH4eF&refresh_ce=1)

[7] ISPRA, 2017. Rapporto rifiuti urbani.

[8] Legge Regionale N. 27 del 15-05-1986. Regione Sicilia.

[9] Niente depurazione: altra multa Ue all’Italia (e su 74 emergenze, 50 sono in Sicilia). (Disponibile online: https://www.lasicilia.it/news/cronaca/164708/niente-depurazione-altra-multa-ue-all-italia-e-su-74-emergenze-50-sono-in-sicilia.html)

[10] Cos’è il MUOS. (Disponibile online: https://www.nomuos.info/cose-il-muos/)

[11] Un nuovo porto del Mediterraneo. Palermo, il progetto Hub. (Disponibile online: https://livesicilia.it/2018/07/24/un-nuovo-porto-del-mediterraneo-palermo-ecco-il-progetto-hub_982624/)

[12] Per la prima volta l’Europa spenderà più soldi per proteggere le frontiere che per aiutare l’Africa. (Disponibile online: https://www.google.it/search?q=proposto+per+la+prima+volta+di+assegnare+pi%C3%B9+risorse+al+controllo+delle+frontiere+e+dell%E2%80%99immigrazione+che+agli+aiuti+per+lo+sviluppo+dell%E2%80%99Africa&rlz=1C1AVNE_enIT723IT728&oq=proposto+per+la+prima+volta+di+assegnare+pi%C3%B9+risorse+al+controllo+delle+frontiere+e+dell%E2%80%99immigrazione+che+agli+aiuti+per+lo+sviluppo+dell%E2%80%99Africa&aqs=chrome..69i57.248j0j7&sourceid=chrome&ie=UTF-8)

[13] Oxfam Italia. La grande disuguaglianza. (Disponibile online: https://www.oxfamitalia.org/la-grande-disuguaglianza/)

[14] Anand and Segal, 2017. Who Are the Global Top 1%?

[15] La società da mille miliardi di dollari: Google rilancia la sfida ad Amazon e Apple. (Disponibile online: http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2018-07-24/i-conti-google-riaccendono-sfida-ad-apple-la-societa-un-trilione-dollari-152216.shtml?uuid=AEvWadRF)

[16] Borsa, 2017 in crescita per Milano: la capitalizzazione aumenta del 23%. (Disponibile online: https://economia.ilmessaggero.it/economia_e_finanza/borsa_milano_capitalizzazione-3454240.html)

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01/03/2018

FS in crisi per la neve? No, è un problema di scelte politiche

Che in Italia eventi naturali inattesi e di natura più o meno eccezionale possano degenerare facilmente in disastro, è ormai statisticamente quasi certo. Poca prevenzione, poca manutenzione, molto sfruttamento dei territori e delle infrastrutture per incrementare i profitti.

Questo è la dinamica che troviamo alla base di quasi tutte le vicende di cronaca che riguardano – appunto – territori, ambiente ed infrastrutture che entrano in crisi e creano problemi: dal torrente che esonda, al treno che deraglia, al cavalcavia che crolla.

Tragedie avvenute negli ultimi tempi, che hanno causato vittime e danni e che sono attribuili esclusivamente all’incuria, allo sfruttamento, ai tagli lineari a personale e investimenti.

Quanto è avvenuto al sistema ferroviario italiano negli ultimi giorni rientra in pieno in questa tipologia di “eventi”: fortunatamente non ci sono state vittime, ma solo tanto disagio per moltissimi passeggeri, molti dei quali lavoratori pendolari.

Questa la cronaca: nella notte tra domenica e lunedì nevica a Roma e in diverse zone d’Italia. Arriva Burian, perturbazione siberiana attesa ed annunciata.

Sulla base dei bollettini, Rete Ferroviaria Italiana e Trenitalia avevano già attivato i rispettivi “piani gelo”: qualcosa, però, è andato storto, ed il traffico ferroviario è andato in tilt.

Ritardi enormi, che hanno coinvolto sia l’alta velocità sia il trasporto regionale. Il caos sembra essere stato innescato a partire dallo snodo ferroviario di Roma, anche se in realtà tutta la rete è andata immediatamente in sofferenza.

Il problema? Pare non funzionassero le scaldiglie: secondo alcune fonti, infatti, tutto è iniziato a causa del malfunzionamento di questi dispositivi che impediscono il congelamento e quindi il blocco degli scambi. Malfunzionamento o numero ridotto rispetto alle necessità: in ogni caso, un problema di gestione della struttura.

Il problema è stato talmente grande ed evidente da richiedere le scuse ufficiali da parte di FS Italiane, arrivate per bocca dell’amministratore delegato Renato Mazzoncini, ed in qualche modo rafforzate dalle parole del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Graziano Del Rio, che ha chiesto un piano straordinario proprio per evitare il ripetere di fatti simili.

Attendersi una reazione un po’ più veemente da parte del governo rispetto ad una clamorosa defaillance di tutto il sistema a partire naturalmente dalla dirigenza e dai vertici sarebbe lecito, ma allo stato attuale è molto difficile: tutto il CdA di FS è infatti stato da poco rinnovato, addirittura con qualche mese di anticipo rispetto alla sua scadenza naturale, che era prevista per aprile.

Una decisione irrituale, se si pensa che a dicembre – al momento del rinnovo – era già noto ovviamente che a marzo ci sarebbero state le elezioni: la nomina dei vertici di un asset così importante, tra l’altro in scadenza, avrebbe dovuto essere di competenza del nuovo governo.

Invece no.

La motivazione addotta fu quella della necessità di inserire nel CdA due rappresentanti di Anas in seguito all’ingresso di quest’ultima nel gruppo FS: discussa operazione perfezionata tra fine dicembre e gennaio sulla quale pesano molti dubbi rispetto alla reale utilità, sopratutto nei confronti della collettività.

Eppure autostrade e ferrovie sono infrastrutture strategiche che dovrebbero essere pensate e gestite con l’esclusiva finalità dell’utilità sociale.

La realtà invece racconta qualcosa di diverso: quanto avvenuto ad inizio settimana è soltanto l’ultimo di una serie di episodi che parlano di scarsa manutenzione, di tagli al personale, di investimenti esclusivamente rivolti all’alta velocità mentre ad esempio i trasporti regionali sono spesso sotto ogni standard minimo di accettabilità.

Certamente non aiuta nemmeno la grande frammentazione del sistema-ferrovie: FS, Trenitalia, RFI, Italferr, Mercitalia rail non sono nemmeno tutte le sigle in cui è stato spacchettato il servizio. Interessante notare come quasi tutte queste società dichiarino attivi di bilancio, a fronte di servizi in alcuni casi quantomeno discutibili: che si sia fermato un paese per la mancanza o il malfunzionamento di qualche centinaio di scaldiglie non depone a favore dei complessi programmi industriali di FS & Co.

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26/10/2017

L’estate sta finendo? Gli incendi che devastano la Val Susa

Siamo a fine ottobre. In questi giorni – complice un caldo e un secco eccezionale – il Piemonte, ed in particolar modo la Val Susa – è stato colpito da incendi devastanti. In Valle di Susa, i danni sono ingenti. Come lo furono in Sicilia quest’estate.

Vorrei riflettere su un aggettivo che ho usato: eccezionale. Certamente, non si può dedurre nulla sui cambiamenti climatici da un singolo episodio. Un conto è il tempo, il meteo, un altro conto è il clima. Fare i soliti discorsi sembra fin troppo facile, e scontato.

Tuttavia. Tuttavia riflettevo, ad una conferenza che ho sentito pochi giorni fa, su questo dato: in Italia abbiamo valori e notizie affidabili sulla temperatura da circa due secoli. Ebbene, la statistica ci dice che nove dei dieci anni più caldi degli ultimi due secoli appartengono all’ultimo ventennio. Nove su dieci: primeggia ancora il terribile 2003 (l’anno della bolla di caldo, per chi lo ricorda), ma – per esempio – al secondo e terzo posto ci sono gli ultimi due anni 2015 e 2016. Questo 2017 ha buone speranze di piazzarsi nelle prime posizioni, visto che appunto raramente si erano viste condizioni di temperatura, assenza di pioggia, insistenza dell’alta pressione come quelle di questi due mesi autunnali di settembre ed ottobre.

Quando da “eccezionale”, lo stesso fenomeno inizia a ripetersi costantemente nell’arco dei decenni, bisogna abbandonare questo aggettivo: occorre parlare diversamente, occorre parlare di tendenza al rialzo della temperatura. E che questo fenomeno, a livello di statistiche pluridecennali e modelli di calcolo – ormai, assai raffinati – sia dovuto alle attività umane, ed in particolare all’immissione in atmosfera di anidride carbonica, a livello scientifico non è più negata praticamente da nessuno. Ci sono sfumature, ci sono valutazioni diverse dell’entità del fenomeno, ma nessuno più lo nega.

Diverso è ovviamente l’ambito politico, ma ritengo questo un puro accidente, che neppure vale la pena di nominare. Il presidente del paese maggiormente responsabile dei cambiamenti climatici, nega la loro esistenza, disimpegna gli Stati Uniti da ogni accordo (come i pur blandi Accordi di Parigi), fa cancellare da tutti i siti governativi la frase “climate change”. Aboliti per decreto i cambiamenti climatici. Non vale la pena commentare.

Allo stesso modo sembra scontato un mero ragionamento economico, che però si riallaccia a quello di prima. Il vasto incendio che stava divampando in Val Susa è stato domato anche grazie a due aerei Canadair. Occorre dire che il grande sforzo è stato quello dei vigili del fuoco arrivate sui luoghi, oltre che dei moltissimi volontari. Ma riflettiamo sui mezzi. Se Due aerei anti-incendio sembrano pochi, consideriamo che in tutta Italia ce ne sono solo 19. Inutile ripetere che il loro costo è una frazione di quello di un cacciabombardiere F35. Nel 2017 lo Stato ha speso 724 milioni per gli F35, che è il programma più costoso, cui possiamo aggiungere 717 milioni per gli Eurofighter. Eccetera. Cose già dette, a suo tempo, inascoltate.

Certamente il vento di caduta (phoen) e la “eccezionale” siccità sono alla base della gravità, del rapido propagarsi degli incendi. Il dolo che può averli originati ha trovato strada facile. Ed era un disastro annunciato da parecchie settimane, viste le condizioni ambientali.

Certamente le forze – quelle disponibili – sono state impiegate con razionalità visti i molti fronti sui quali si sono trovate ad operare. Ma sono abbastanza, visto quanto è successo al Sud questa estate? Prevedere queste emergenze, stante l’evoluzione del clima, non è difficile.

Non sarebbe il momento per le polemiche, ma ricordiamo che la prevenzione costa molto meno dello spegnimento. Ma i danni non finiscono a incendio spento, l’ecosistema li mostrerà, dolorosamente, pian piano. Nel frattempo, dice il meteo, non pioverà almeno fino a fine mese.

Concludo, dopo tanti dati misurati, con una sensazione. Il mese scorso, un caro amico che non nomino – Johnson Righeira – mi ha mandato il video di una sua nota canzone, che è stata riportata al successo da Francesco Guasti, un cantante giovane. L’uscita del pezzo non è stata a giugno, come capitava qualche anno fa, ma a settembre. Tanto, la stagione estiva si è prolungata, ci siamo detti al telefono scherzando fra di noi.

Quando ho messo giù il telefono, ho pensato: speriamo. Era la prima volta in mezzo secolo che speravo che finisse l’estate.

Oltre che sperare occorre agire. Ma è quando piove, però, che “chi di dovere” a livello nazionale e mondiale, dovrebbe pensarci.

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