Gli arrivi di migranti in Italia, che fanno parlare arbitrariamente la destra e gli idioti di “invasione”, sono un sicuramente un dato rilevante sul piano nazionale, ma che diventa relativo sul piano globale.
I migranti e rifugiati arrivati in Italia nel 2023 sono circa 130.000, partiti soprattutto dalle coste della Libia e della Tunisia. In gran parte si tratta di migranti africani e mediorientali, una cifra più o meno pari allo 0,23% della popolazione italiana.
Per avere un termine di paragone, va segnalato che i rifugiati interni alla sola Africa sono circa 36 milioni, in pratica il 44% dei rifugiati a livello mondiale.
Milioni di persone che sono state costrette a spostarsi per le guerre, la siccità, le violenze tribali. I paesi che ospitano il maggior numero di rifugiati sono Turchia Iran, Colombia, Germania e Pakistan.
Le Nazioni Unite calcolano che dal 2014 a oggi più di 2,6 milioni di persone hanno attraversato il Mediterraneo in fuga da guerre, violenze e povertà dirette in Europa. Più di 29.100 sono morti in mare.
In Europa, alla fine di dicembre del 2022, la Germania aveva raggiunto la cifra record di 1,2 milioni di immigrati registrati negli ultimi dodici mesi: il 35% in più rispetto all’ondata degli 890mila siriani arrivati in massa nel 2015 attraverso la “rotta balcanica”.
Ai 200 mila richiedenti-asilo, principalmente provenienti da Afghanistan e Medio Oriente, si è aggiunto quasi un milione di profughi di guerra ucraini, accolti dal febbraio 2022.
Nei primi 8 mesi del 2023, gli arrivi in Germania sono stati più di più di 157.100, di cui oltre 29.000 minori, in fuga da Medioriente e Nord Africa, Africa Sub-Sahariana, Asia Centrale e Meridionale. A questi si aggiungono i rifugiati ucraini.
Cambiando quadrante, negli Stati Uniti i ricercatori dell’Università di Austin hanno stimato che tra il 2018 e il 2021 una media di 377.000 migranti sono entrati in Messico, per la maggior diretta verso gli Stati Uniti per sfuggire alla violenza, siccità, disastri naturali ed estrema povertà.
Oggi circa 300.000 migranti sono rinchiusi nei centri di detenzione messicani – a breve e lungo termine – a ridosso del confine statunitense, dopo essere stati intercettati mentre cercavano di superarlo.
Ma una volta superato il confine con gli USA il calvario non è finito. Secondo il Dipartimento di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, tra il 2000 e il 2020, gli Stati Uniti hanno espulso un totale di 6,4 milioni di immigrati, il 90% dei quali è stato rimandato in America Latina, in America Centrale e nei Caraibi.
Questi dati, alcuni noti altri meno, non servono a consolarci, ma a darci la dimensione epocale dei flussi di spostamento delle popolazioni nel mondo, e dunque a registrarne la relativa dimensione di quanto in Italia viene spacciato come “invasione”.
Siamo evidentemente in presenza di un fenomeno globale che vede la pressione migratoria crescere verso le aree del mondo in qualche modo “pacificate” o ritenute con margini di ricchezza disponibile largamente superiori a quelli dei paesi di provenienza.
Così come nell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento milioni di europei sono migrati verso il miraggio della prosperità delle terre negli Stati Uniti e in America Latina (anche qui spinti dalla miseria o dalle persecuzioni politiche e religiose), oppure a fare da settlers o pied noirs nelle colonie africane e asiatiche dell’Europa, oggi si assiste ad un processo di dimensioni analoghe e superiori dal sud verso il nord.
Oggi come ieri è il sistema delle imprese a vedere oltre la propaganda e a ritenere necessario l’arrivo nella “metropoli” di nuovo proletariato dalla periferia mondiale. In Occidente il proletariato disponibile, non paradossalmente, non “prolifica” più e non rende disponibile la forza lavoro necessaria alla sopravvivenza del sistema capitalista.
Persino in un sistema in cui la popolazione è ormai strutturalmente eccedente rispetto alle possibilità di impiego. E che, in effetti, determina da decenni una riduzione continua del tasso di natalità.
Il combinato disposto tra calo demografico, crisi del modo di produzione, uso capitalistico delle nuove tecnologie (che non “liberano”, ma diminuiscono il lavoro umano), fa si che il sistema si sia inceppato da dentro e reagisca in modo scomposto alle contraddizioni e/o alle opportunità di flussi migratori crescenti.
Di fronte alla migrazione globale diventata fisiologica non esiste “una” soluzione, magari semplice come il cervello di un ubriaco, ma più soluzioni da mettere in campo simultaneamente, in modo coordinato tra paesi differenti, per provare a gestire un processo per sua natura tumultuoso e disordinato.
Allargare e facilitare le possibilità dei visti e della immigrazione regolare nei paesi di partenza è sicuramente una di queste. Accelerare la regolarizzazione di quelli già presenti in Italia e fornire un “visto Shengen” a chi intende raggiungere altri paesi è un altro passo ragionevole. Ma certo richiede una “Europa” ben diversa da quella neoliberista...
Avviare politiche abitative pubbliche ed estensive in grado di rispondere alla crescente emergenza abitativa è un altra misura razionale (meno gente vive “sotto i ponti”, meno problemi si creano...). Ma anche qui occorrerebbe un rovesciamento delle politiche economiche continentali.
Affidare la gestione della protezione e dell’accoglienza allo Stato invece che al verminaio del “privato sociale” è un ulteriore passo ragionevole. Ma quale partito rinuncerà mai a una fetta della sua rete clientelare?
Mirare agli aspetti coercitivi solo lì dove sono necessari e non in modo indiscriminato è una scelta politica doverosa.
Ma il governo italiano e l’Unione Europea sembrano invece privilegiare solo l’aspetto coercitivo e la “deterrenza”, magari tirando fuori finanziamenti per chi fa il “lavoro sporco” sull’altra sponda del Mediterraneo o annunciando investimenti “a casa loro” che non prevedono la reale distribuzione dei benefici in quelle realtà.
E infine, peggio ancora, il governo pensa di rinchiudere fino a un anno e mezzo chi è riuscito a sopravvivere attraversando deserti, violenze inenarrabili e infine il mare, avendo spesso niente da perdere se non una prospettiva diversa dal nulla nel paese di provenienza.
Una lunga detenzione senza crimine che farebbe “sbroccare” qualsiasi essere umano. Innestando e innescando praticamente delle bombe sociali nei territori che dovranno ospitare i centri di detenzione.
La peggiore delle soluzioni.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/09/2023
22/03/2022
La guerra in Ucraina provoca carenze alimentari e instabilità nel “Mediterraneo allargato”
La generalizzazione del conflitto sul territorio ucraino, le sanzioni contro la Federazione russa e l’accelerazione impressa alla regionalizzazione (o de-globalizzazione) delle filiere produttive, commerciali, finanziarie e monetarie mondiali stanno avendo, tra le altre cose, un forte impatto sui prezzi dei beni di prima necessità come il grano, di cui proprio Russia e Ucraina nel 2019 rappresentavano circa il 25% delle esportazioni mondiali (Observatory of Economic Complexity).
Questo approfondimento del Financial Times fotografa come i popoli dell’area MENA – “Middle East and North Africa”, o “Mediterraneo allargato” – saranno quelli maggiormente colpiti dalla prossima carenza di offerta/aumento dei prezzi di questa materia prima sul mercato.
I paesi in questione si caratterizzano infatti per un’alta dipendenza dalle importazioni di grano, fondamentale nella dieta di queste (nostre?) culture, e contemporaneamente per una economia scarsamente competitiva, dunque fragile e molto esposta alle crisi cicliche del sistema capitalista.
Se diminuisce il cibo, le bocche da sfamare aumentano e la necessità di sopravvivere mette in marcia l’essere umano che – coma la storia insegna – si rivolgerà al “vicino più ricco” per trovare soddisfazione ai suoi bisogni primari.
Ricordiamoci allora della sorprendente pietas manifestata dal paese nei confronti dei profughi ucraini, vittime loro malgrado della volontà di potenza di poli in competizione, quando – con un po’ di ritardo temporale – a bussare alle nostre porte torneranno i dannati della (de)globalizzazione, “colpevoli” tuttavia di avere il colore della pelle o di professare una fede religiosa diversi da quelli dominante nella “superiore civiltà occidentale“.
“Porti chiusi alle armi e aperti ai migranti”, affermava il coordinamento dei lavoratori marittimo-portuali dell’Usb nel giugno del 2021, dunque in tempi non sospetti, che il 31 marzo sarà di nuovo in sciopero. Nel bel mezzo della guerra, questo indirizzo politico appare ancora di straordinaria attualità.
Questo approfondimento del Financial Times fotografa come i popoli dell’area MENA – “Middle East and North Africa”, o “Mediterraneo allargato” – saranno quelli maggiormente colpiti dalla prossima carenza di offerta/aumento dei prezzi di questa materia prima sul mercato.
I paesi in questione si caratterizzano infatti per un’alta dipendenza dalle importazioni di grano, fondamentale nella dieta di queste (nostre?) culture, e contemporaneamente per una economia scarsamente competitiva, dunque fragile e molto esposta alle crisi cicliche del sistema capitalista.
Se diminuisce il cibo, le bocche da sfamare aumentano e la necessità di sopravvivere mette in marcia l’essere umano che – coma la storia insegna – si rivolgerà al “vicino più ricco” per trovare soddisfazione ai suoi bisogni primari.
Ricordiamoci allora della sorprendente pietas manifestata dal paese nei confronti dei profughi ucraini, vittime loro malgrado della volontà di potenza di poli in competizione, quando – con un po’ di ritardo temporale – a bussare alle nostre porte torneranno i dannati della (de)globalizzazione, “colpevoli” tuttavia di avere il colore della pelle o di professare una fede religiosa diversi da quelli dominante nella “superiore civiltà occidentale“.
“Porti chiusi alle armi e aperti ai migranti”, affermava il coordinamento dei lavoratori marittimo-portuali dell’Usb nel giugno del 2021, dunque in tempi non sospetti, che il 31 marzo sarà di nuovo in sciopero. Nel bel mezzo della guerra, questo indirizzo politico appare ancora di straordinaria attualità.
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La guerra in Ucraina provoca carenze di cibo nelle nazioni arabe mentre i prezzi del grano salgono alle stelle
L’invasione della Russia in Ucraina ha reso la vita ancora più difficile per Fadia Hamieh, un docente universitario libanese che già stava lottando per sbarcare il lunario in un paese con un’economia in fallimento.
Dall’inizio di marzo, la farina è scomparsa dai negozi e il prezzo del pane è aumentato del 70%. “I supermercati stanno accumulando beni di prima necessità, per poi venderli a prezzi più alti“, ha detto Hamieh.
Anche prima della crisi ucraina, il Libano era nella morsa di un crollo finanziario; la sua moneta ha perso più del 90% del suo valore dal 2019. Con più del 70% delle sue importazioni di grano provenienti dall’Ucraina, i consumatori hanno subito un ulteriore colpo.
Hamieh, il cui stipendio mensile è crollato dall’equivalente di 1.500 dollari a un misero 200 dollari, ora deve affrontare l’onere aggiuntivo dei prezzi elevati del pane e la carenza di alimenti di base. “Ogni volta che vado a comprare cose per la famiglia, mi deprimo. Abbiamo dovuto tagliare su così tante cose“, ha detto.
La situazione in Libano può essere più precaria che altrove nel mondo arabo a causa della paralizzante crisi economica del paese. Ma in tutta la regione, i cereali e l’olio vegetale provenienti da Ucraina e Russia sono cruciali per le diete nazionali, e la guerra ha alimentato le ansie sulla sicurezza alimentare e la stabilità politica.
Anche se i prezzi del grano sono scesi dai massimi storici toccati subito dopo l’attacco russo, l’incertezza che circonda le esportazioni da entrambi i paesi ha mantenuto i prezzi del grano due terzi più alti di un anno fa. Le impennate dei prezzi alimentari sono strettamente legate all’instabilità sociale.
Una crisi alimentare nel 2007-08, causata dalla siccità nei principali paesi produttori di grano e riso e da un’impennata dei prezzi dell’energia, ha portato a rivolte in più di 40 paesi nel mondo.
Il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo delle Nazioni Unite (IFAD, nell’acronimo in inglese) ha detto che l’impatto dell’aumento dei prezzi degli alimenti e della scarsità dei raccolti si sta già facendo sentire in Medio Oriente e in Nord Africa. “Questo potrebbe causare un’escalation di fame e povertà con terribili implicazioni per la stabilità globale“, ha detto Gilbert Houngbo, presidente dell’IFAD.
Con l’eccezione degli Stati del Golfo esportatori di petrolio, la maggior parte dei paesi arabi hanno economie deboli, ampi deficit di bilancio e dipendono da cibo ed energia sovvenzionati.
Oltre al Libano, l’Ucraina è uno dei principali fornitori di grano a Tunisia, Libia e Siria. L’Egitto, il più grande importatore di grano al mondo, dipende dalla Russia e dall’Ucraina per più dell’80% del suo grano acquistato sui mercati internazionali, secondo i dati dell’ONU Comtrade.
I governi di tutta la regione hanno cercato di contenere l’effetto a catena cercando di procurarsi più forniture alimentari da altri produttori in Europa, razionando e imponendo divieti di esportazione su beni di prima necessità tra cui farina, pasta e lenticchie. Il Libano ha destinato tutte le sue forniture di farina alla produzione di pane, e il governo ne ha anche aumentato il prezzo.
Gli importatori di grano e di energia come l’Egitto, la Tunisia e il Marocco troveranno i loro bilanci sotto una maggiore pressione, poiché spenderanno di più per le importazioni e i sussidi, dicono gli economisti.
Kristalina Georgieva, direttore generale del FMI, ha avvertito all’inizio di questo mese che i paesi del Medio Oriente e del Nord Africa che dipendono dalle importazioni di energia e cibo sentiranno gli effetti della guerra “abbastanza gravemente“.
“Mi preoccupo per l’Egitto“, ha detto a proposito dell’impatto degli alti prezzi di cibo ed energia sul paese, quando le è stato chiesto della guerra in Ucraina e della risposta del FMI. “Siamo già impegnati in una discussione con l’Egitto su come tutelare le popolazioni vulnerabili e le imprese vulnerabili“, ha detto.
L’Egitto ha adottato misure drastiche per assicurare che il suo programma di pane sovvenzionato, che nutre 70 milioni di persone, rimanga in corso nonostante la guerra. I funzionari dicono di avere quattro mesi di grano nei loro granai, e il raccolto locale inizierà a metà aprile.
Lunedì, il governo ha svalutato la sua moneta e aumentato i tassi di interesse, mentre la banca centrale si è mossa per contenere l’impatto della guerra in Ucraina sull’economia. Il paese ha anche fissato un limite al prezzo del pane non sovvenzionato, che era salito nelle ultime settimane.
L’Egitto ha cercato di diversificare la fonte delle sue forniture e quest’anno prevede di acquistare 6 milioni di tonnellate di grano locale dagli agricoltori – l’equivalente del 60% del raccolto previsto e un aumento di oltre il 50% rispetto al 2021.
Come incentivo, il governo ha aumentato il prezzo che paga agli agricoltori e ha stabilito un livello minimo di grano che i coltivatori sono tenuti a vendere allo Stato. Avranno anche bisogno di un permesso per trasportare o vendere qualsiasi grano al di sopra di quella quota. L’inosservanza potrebbe comportare una condanna al carcere.
Gli analisti di Goldman Sachs hanno detto che il più grande rischio a breve termine per le prospettive dell’Egitto nei prossimi mesi sarà da “aggiustamenti dei prezzi delle materie prime interne, specialmente qualsiasi aggiustamento dei sussidi per il pane“.
Il programma di pane sovvenzionato è al centro del sistema di protezione sociale dell’Egitto. I regimi successivi sono stati cauti nell’aumentare il prezzo del pane per paura di scatenare disordini sociali.
In Tunisia, l’aspettativa di ulteriori carenze e l’avvicinarsi del mese sacro del Ramadan, quando il consumo di cibo aumenta, hanno spinto gli acquirenti nel panico a svuotare gli scaffali dei supermercati.
Avendo preso il potere otto mesi fa, sospendendo il parlamento e la costituzione, il presidente tunisino Kais Saied deve ancora presentare un piano per affrontare il deterioramento dell’economia. Negli ultimi mesi, il governo è rimasto talvolta indietro nel pagamento dei salari del settore pubblico e le carenze di farina si sono verificate anche prima della guerra.
“Questo è molto pericoloso per il presidente“, ha detto Youssef Cherif, un analista politico che dirige i Columbia Global Centers a Tunisi. “Molti tunisini sentono che la loro vita sta peggiorando e anche se non vediamo molte persone incolpare direttamente il presidente, penso che questo si verificherà presto“.
Fonte
25/02/2020
50 anni dopo, anche il liberismo ha finito il suo tempo
La sensazione insiste da tempo. Lo stallo generale in cui siamo immersi – incrinato parzialmente ora dalla “paura globale” per un virus di limitata pericolosità – dura da anni. Uno scivolamento lento verso una condizione peggiore ma non ancora intollerabile, o forse tollerata solo perché lento e graduale. Una evidente incapacità-impossibilità per le classi dirigenti globali di trovare una “soluzione” alla crisi, per via del suo carattere mondiale e dei limitati strumenti – nazionali, o al più continentali – in mano ai decisori pubblici.
Però ogni stallo è una marcescenza. I problemi si accumulano, per quanto silenziati o rinviati. E le possibili soluzioni diventano sempre meno applicabili, perché si moltiplicano le connessioni tra un problema e l’altro.
Per esempio, chi vede l’immigrazione come un problema gravissimo non vede, in genere, l’emigrazione dei propri connazionali – specie giovani, istruiti, preparati – verso luoghi in teoria più promettenti. E soprattutto non vede le ragioni strutturali che spingono così tante persone ad affrontare l’ignoto in un altro paese o continente, in diversi contesti culturali e linguistici.
Chi vede le ragioni strutturali (economiche o ambientali) spesso non coglie la complessità delle reazioni in popolazioni sottoposte contemporaneamente a uno stress economico-sociale (perdita di salario, status, sicurezza economica, speranza nel futuro) e a uno “epidermico-culturale” (“lo straniero in casa”).
Dovunque ci si giri non si incontra nulla di stabile, se non l’incrudimento delle reazioni repressive da parte di centri di potere che dappertutto sentono salire il malessere sociale.
È quasi paradossale che questa situazione abbia portato in Italia alla dissoluzione della “sinistra”, mentre nel mondo anglosassone, per esempio, c’è una clamorosa ed evidente crisi della destra. Sia davanti al cosa fare per l’economia, sia in merito a quale orizzonte indicare per società allo sbando.
Cinquanta anni di neoliberismo sono un’epoca. E stanno finendo. Le forze che ne hanno beneficiato resistono, ovviamente. Ma non sanno più in quale direzione andare. Le figure sociali che ne sono state annientate fanno una altrettanto ovvia fatica a riprendersi, prive come sono delle istituzioni (partiti politici, organizzazioni sindacali, “intellettuali organici”, ecc.) che in altri tempi ne traducevano i bisogni in progetti di società, rivendicazioni politiche, utopie con i piedi piantati per terra.
Un doppio vuoto che non viene riempito – non può esserlo – da slogan magari fortunati, ma senza contenuto (Lega e M5S abbondano, in questo campo). Ne da una ripetizione stolida delle identiche ricette (se ascoltate Cottarelli, Fornero, Gianni, Pd vari, ne avrete un campionario mostruoso). Ma nemmeno da ideuzze “di sinistra”, che colgono singole storture o infamie, ma non la crisi di sistema che le genera. E che dunque sono l’equivalente dei cerottini sulle ferite di guerra...
Per fare ameno l’occhio alle dimensioni ciclopiche dei problemi che l’umanità ha ora davanti vi consigliamo questo editoriale di Guido Salerno Aletta, su Milano Finanza. Non tocca neppure le tematiche della crisi ambientale… Forse per non spaventare troppo i lettori della sua testata, già shoccati duramente con la dichiarazione di (prossima) morte del liberismo. E da quel tombale “dal ‘non ci sono pasti gratis’” (mantra liberista classico) “al ‘non c’è pasto per nessuno'”.
Quello che verrà dopo sarà il risultato di un conflitto, non la “naturale evoluzione pacifica” del sistema attuale.
Buona lettura.
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza
Esiste uno spirito del tempo. Aleggia irresistibile, talora violento, mentre la narrazione consueta è incapace di opporvisi: non è ai continui record di Wall Street che bisogna guardare, e neppure ai blandi tassi di interesse decisi dalle banche centrali. Non ancora sanati dopo la crisi del 2008, vanno corretti gli squilibri economici, finanziari e soprattutto sociali che si sono accumulati in questi ultimi cinquant’anni.
La distorsione strutturale nei flussi di merci, capitali e persone che riguarda i rapporti degli Usa e della Gran Bretagna con il resto del mondo ha determinato una reazione popolare imprevedibile solo per chi non ha voluto cogliere per tempo la portata ciclopica, via via accumulatasi, di queste tensioni.
Ne sono stati stravolti gli assetti tradizionali dei partiti della destra americana e britannica, con l’abbandono, ancora non appieno compreso, della stagione neoliberista che fu inaugurata da Margareth Thatcher e da Ronald Reagan all’inizio degli anni '80: allora, l’apertura incondizionata delle frontiere sembrava irreversibile.
La “morte dello Stato”, garante dei diritti individuali e collettivi attraverso le leggi ed il potere attribuito agli accordi sindacali, avrebbe finalmente liberato gli animal spirits del mercato, portando benessere e crescita.
Si intravvedono le prime, serie fratture, all’interno di questo modello mercatista, che è stato incapace di contemperare la libertà delle relazioni salariali e degli scambi internazionali con l’esigenza di un equilibrio strutturale: per le merci, si va dai dazi americani sulle importazioni dal resto del mondo alla frammentazione della catena globale del valore indotta dalla competizione geopolitica nei confronti della Cina; per le persone, dalla preannunciata nuova regolamentazione degli ingressi per lavoro in Gran Bretagna ai recenti accordi tra Usa e Messico in materia di controllo dell’immigrazione clandestina e di salari minimi nelle imprese esportatrici.
I movimenti di capitale, di per sé, sono silenziosamente frenati dai rischi sottesi dagli squilibri commerciali e finanziari crescenti. I contratti derivati sono cupe nuvole di tempesta mondiale.
La liberalizzazione dei commerci mediante accordi multilaterali, che era stata messa in moto dagli Usa sin dalla fine della Guerra con il GATT, sembrava un processo irreversibile: dall’Accordo tra Usa e Canada del 1989 al Nafta esteso al Messico nel 1994; dall’ingresso della Cina nel Wto voluto da Bill Clinton nel 2000, fino al Partenariato Trans Pacifico (TPP) progettato da Barak Obama ed addirittura firmato nel febbraio 2016.
Tutto si è bloccato con l’arrivo di Donald Trump alla Presidenza: il 27 gennaio del 2017, appena due settimane dopo essersi insediato, ne annunciò il ritiro da parte degli Usa, prima di partire per un lungo viaggio in Asia per mettere in mora i governi di Corea del Sud, Giappone, Cina, Vietnam e Filippine. Ognuno doveva compiere ogni sforzo per riequilibrare il saldo strutturale commerciale nei confronti degli Usa, che già allora mostrava un rosso sempre più profondo: -490 miliardi di dollari nel 2014, -500 miliardi nel 2015, -505 miliardi nel 2016. La posizione finanziaria internazionale netta peggiorava anch’essa a vista d’occhio, passando dai -1.279 miliardi di dollari nel 2007, ai -5.372 miliardi nel 2013, ai -8.318 miliardi nel 2016.
Da allora, nonostante ogni sforzo, praticamente nulla è cambiato: pur imponendo dazi a destra ed a manca, e minacciandone sempre di nuovi, Trump ha sconvolto un assetto di libero commercio senza riuscire a frenare il baratro commerciale e finanziario statunitense, che si è aperto cinquant’anni fa.
Fra il gennaio del 1981 ed il gennaio del 1989, tanto durò la Presidenza di Ronald Reagan, si verificò il grande ribaltamento nei conti esteri americani: la posizione finanziaria netta, che all’inizio del suo primo mandato segnava un attivo di 297 miliardi di dollari, peggiorò continuamente cambiando di segno nell’89, quando fu di -33 miliardi di dollari.
Sembrava poca cosa, ma da allora il tracollo è stato inarrestabile, trascinato dal passivo strutturale della bilancia dei pagamenti correnti: decennio dopo decennio, è sprofondato, passando dai -9.555 miliardi del 2018 ai -10.979 miliardi di dollari del terzo trimestre 2019.
Gli Usa, da tempo compratori di ultima istanza nel mercato globale nel tripudio degli esportatori, sono diventati anche il primo debitore del resto del mondo, con 39 mila miliardi di asset detenuti da non residenti: di questi, 21 mila miliardi sono investimenti di portafoglio. Il debito a lungo termine verso l’estero ammonta complessivamente a 11,2 trilioni di dollari, di cui 6 trilioni sono titoli del Tesoro. È un debito che costa caro, visto che i tassi americani sono ben più alti di quelli sui titoli europei o giapponesi.
Fra il 2008 ed il 2020, il pil americano è cresciuto in termini nominali di 51,7% ed in termini reali del 22,3%: solo l’alta inflazione ha consentito di tenere a freno l’aumento del rapporto debito/pil che è passato dal 73,6% al 108%, accumulando ben 34,4 punti. In termini nominali, il debito è più che raddoppiato, passando da 10,8 a 24,1 trilioni di dollari. Ancora quest’anno, il deficit federale statunitense sarà pari al 5,5% del pil, mentre il saldo primario continua ad essere negativo per il 3,6% del pil.
Impossibile fare un confronto con le disciplina europea del Fiscal Compact e con la severità cui è costretta da decenni la finanza pubblica italiana. La stabilità americana, che alimenta l’export di mezzo mondo, è una questione di enorme criticità.
La situazione della Gran Bretagna è maggiormente sotto controllo dal punto di vista dei conti pubblici. Il suo deficit pubblico è stato messo tempestivamente sotto controllo, dopo essere arrivato al 10% del pil nel 2009, riducendolo al 5,3% nel 2014 ed all’1,4% nel 2018. Quest’anno dovrebbe essere pari all’1,5% del pil. Il debito è cresciuto di quasi 35 punti tra il 2008 ed il 2020, passando dal 49,7% all’84,4% del pil, ma si è già ridotto rispetto al picco dell’87,9% raggiunto nel 2016.
Rimangono pesantemente squilibrati i conti con l’estero, con un saldo negativo strutturale della bilancia dei pagamenti correnti, da anni sempre superiore al 3% del pil. Negli anni compresi tra il 2008 ed il 2020, il deficit cumulato ha superato il 51% del pil. La posizione netta sull’estero, che risente molto delle transazioni finanziarie, è tornata negativa dopo il riequilibrio raggiunto nel 2017: a settembre scorso segnava -418 miliardi di sterline.
I conti commerciali richiedono dunque una drastica messa a regime: chi si illude che la Gran Bretagna lascerà ancora spalancate le sue frontiere alle merci europee dovrebbe farsi meglio i conti. La stretta ci sarà, e dura.
Se, dunque, Usa e GB sono accomunati da un disavanzo strutturale del commercio con l’estero, dopo aver rispettivamente preferito le tecnologie ICT ed i servizi finanziari ed assicurativi alla tradizionale manifattura, la Gran Bretagna soffre particolarmente per il collasso sociale determinato dalla forte immigrazione.
La questione è stata sottovalutata: il Regno Unito, già a partire dai primi anni Novanta, è stato mèta di un afflusso crescente ed incontrollabile di persone da tutto il mondo, non solo dai cittadini dell’Unione europea, ma soprattutto da quelli del Commonwealth. Il saldo netto complessivo tra immigrati ed emigrati, che era stato positivo per appena 44 mila unità nel 1989, è arrivato a 260 mila persone nel 2018, dopo aver toccato il culmine 332 mila unità nel 2015.
Guarda caso, è l’anno che precede il referendum sulla Brexit, il cui primo esito, ancor prima della definizione dei nuovi rapporti commerciali, è stato l’annuncio di una normativa estremamente severa nei confronti dei nuovi migranti.
Nel periodo 1989-2018, il saldo tra immigrati ed emigrati è stato attivo per 4,9 milioni di persone, con 12,4 milioni di immigrati. Il saldo relativo ai movimenti di cittadini europei, che considera anche l’emigrazione britannica nei Paesi dell’Unione, è stato attivo per 1 milione e 387 mila persone, con un picco di immigrazione dopo la crisi. Tra il 2008 ed il 2018, gli arrivi hanno superato i 2 milioni. Sempre in questo periodo, l’immigrazione netta di persone con cittadinanza non europea è stata altrettanto imponente, superando anche in questo caso i 2 milioni di persone.
Nel solo 2018, i cinque principali flussi di arrivo sono provenuti dall’India con 58 mila persone, dalla Cina con 52 mila, dall’Italia con 27 mila, dagli Usa e dalla Polonia entrambe con 26 mila immigrati.
Per il mercato del lavoro, in Gran Bretagna si starebbe per cambiare pagina, mettendo fine alla concorrenza tra poveri, perché gli inglesi e gli immigrati pari sono, contendendosi i posti di lavoro al salario più basso, salvo poi ricorrere ai sussidi pubblici per non morire di fame.
La competizione e la deflazione salariale hanno comportato una estensione inusitata della insicurezza economica e della stessa povertà, visto che lavora addirittura un terzo di coloro che chiedono di usufruire dell’Universal Credit, le 73 sterline a settimana di cui beneficiano oltre 2,3 milioni di persone.
Si preannuncia ora un sistema di immigrazione “a punti”, che consentirà l’ingresso solo a chi ha già un’offerta di lavoro con un salario minimo di 25.600 sterline: niente più laureati italiani a fare i lavapiatti a Londra.
A casa nostra non va certo meglio, ma almeno si cerca di porre fine ad una mondializzazione di cui avremmo fatto volentieri a meno: siamo partiti dal “There is no free lunch” per arrivare al “No lunch at all”.
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Però ogni stallo è una marcescenza. I problemi si accumulano, per quanto silenziati o rinviati. E le possibili soluzioni diventano sempre meno applicabili, perché si moltiplicano le connessioni tra un problema e l’altro.
Per esempio, chi vede l’immigrazione come un problema gravissimo non vede, in genere, l’emigrazione dei propri connazionali – specie giovani, istruiti, preparati – verso luoghi in teoria più promettenti. E soprattutto non vede le ragioni strutturali che spingono così tante persone ad affrontare l’ignoto in un altro paese o continente, in diversi contesti culturali e linguistici.
Chi vede le ragioni strutturali (economiche o ambientali) spesso non coglie la complessità delle reazioni in popolazioni sottoposte contemporaneamente a uno stress economico-sociale (perdita di salario, status, sicurezza economica, speranza nel futuro) e a uno “epidermico-culturale” (“lo straniero in casa”).
Dovunque ci si giri non si incontra nulla di stabile, se non l’incrudimento delle reazioni repressive da parte di centri di potere che dappertutto sentono salire il malessere sociale.
È quasi paradossale che questa situazione abbia portato in Italia alla dissoluzione della “sinistra”, mentre nel mondo anglosassone, per esempio, c’è una clamorosa ed evidente crisi della destra. Sia davanti al cosa fare per l’economia, sia in merito a quale orizzonte indicare per società allo sbando.
Cinquanta anni di neoliberismo sono un’epoca. E stanno finendo. Le forze che ne hanno beneficiato resistono, ovviamente. Ma non sanno più in quale direzione andare. Le figure sociali che ne sono state annientate fanno una altrettanto ovvia fatica a riprendersi, prive come sono delle istituzioni (partiti politici, organizzazioni sindacali, “intellettuali organici”, ecc.) che in altri tempi ne traducevano i bisogni in progetti di società, rivendicazioni politiche, utopie con i piedi piantati per terra.
Un doppio vuoto che non viene riempito – non può esserlo – da slogan magari fortunati, ma senza contenuto (Lega e M5S abbondano, in questo campo). Ne da una ripetizione stolida delle identiche ricette (se ascoltate Cottarelli, Fornero, Gianni, Pd vari, ne avrete un campionario mostruoso). Ma nemmeno da ideuzze “di sinistra”, che colgono singole storture o infamie, ma non la crisi di sistema che le genera. E che dunque sono l’equivalente dei cerottini sulle ferite di guerra...
Per fare ameno l’occhio alle dimensioni ciclopiche dei problemi che l’umanità ha ora davanti vi consigliamo questo editoriale di Guido Salerno Aletta, su Milano Finanza. Non tocca neppure le tematiche della crisi ambientale… Forse per non spaventare troppo i lettori della sua testata, già shoccati duramente con la dichiarazione di (prossima) morte del liberismo. E da quel tombale “dal ‘non ci sono pasti gratis’” (mantra liberista classico) “al ‘non c’è pasto per nessuno'”.
Quello che verrà dopo sarà il risultato di un conflitto, non la “naturale evoluzione pacifica” del sistema attuale.
Buona lettura.
*****
50 anni dopo, anche il liberismo ha finito il suo tempo
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza
Esiste uno spirito del tempo. Aleggia irresistibile, talora violento, mentre la narrazione consueta è incapace di opporvisi: non è ai continui record di Wall Street che bisogna guardare, e neppure ai blandi tassi di interesse decisi dalle banche centrali. Non ancora sanati dopo la crisi del 2008, vanno corretti gli squilibri economici, finanziari e soprattutto sociali che si sono accumulati in questi ultimi cinquant’anni.
La distorsione strutturale nei flussi di merci, capitali e persone che riguarda i rapporti degli Usa e della Gran Bretagna con il resto del mondo ha determinato una reazione popolare imprevedibile solo per chi non ha voluto cogliere per tempo la portata ciclopica, via via accumulatasi, di queste tensioni.
Ne sono stati stravolti gli assetti tradizionali dei partiti della destra americana e britannica, con l’abbandono, ancora non appieno compreso, della stagione neoliberista che fu inaugurata da Margareth Thatcher e da Ronald Reagan all’inizio degli anni '80: allora, l’apertura incondizionata delle frontiere sembrava irreversibile.
La “morte dello Stato”, garante dei diritti individuali e collettivi attraverso le leggi ed il potere attribuito agli accordi sindacali, avrebbe finalmente liberato gli animal spirits del mercato, portando benessere e crescita.
Si intravvedono le prime, serie fratture, all’interno di questo modello mercatista, che è stato incapace di contemperare la libertà delle relazioni salariali e degli scambi internazionali con l’esigenza di un equilibrio strutturale: per le merci, si va dai dazi americani sulle importazioni dal resto del mondo alla frammentazione della catena globale del valore indotta dalla competizione geopolitica nei confronti della Cina; per le persone, dalla preannunciata nuova regolamentazione degli ingressi per lavoro in Gran Bretagna ai recenti accordi tra Usa e Messico in materia di controllo dell’immigrazione clandestina e di salari minimi nelle imprese esportatrici.
I movimenti di capitale, di per sé, sono silenziosamente frenati dai rischi sottesi dagli squilibri commerciali e finanziari crescenti. I contratti derivati sono cupe nuvole di tempesta mondiale.
La liberalizzazione dei commerci mediante accordi multilaterali, che era stata messa in moto dagli Usa sin dalla fine della Guerra con il GATT, sembrava un processo irreversibile: dall’Accordo tra Usa e Canada del 1989 al Nafta esteso al Messico nel 1994; dall’ingresso della Cina nel Wto voluto da Bill Clinton nel 2000, fino al Partenariato Trans Pacifico (TPP) progettato da Barak Obama ed addirittura firmato nel febbraio 2016.
Tutto si è bloccato con l’arrivo di Donald Trump alla Presidenza: il 27 gennaio del 2017, appena due settimane dopo essersi insediato, ne annunciò il ritiro da parte degli Usa, prima di partire per un lungo viaggio in Asia per mettere in mora i governi di Corea del Sud, Giappone, Cina, Vietnam e Filippine. Ognuno doveva compiere ogni sforzo per riequilibrare il saldo strutturale commerciale nei confronti degli Usa, che già allora mostrava un rosso sempre più profondo: -490 miliardi di dollari nel 2014, -500 miliardi nel 2015, -505 miliardi nel 2016. La posizione finanziaria internazionale netta peggiorava anch’essa a vista d’occhio, passando dai -1.279 miliardi di dollari nel 2007, ai -5.372 miliardi nel 2013, ai -8.318 miliardi nel 2016.
Da allora, nonostante ogni sforzo, praticamente nulla è cambiato: pur imponendo dazi a destra ed a manca, e minacciandone sempre di nuovi, Trump ha sconvolto un assetto di libero commercio senza riuscire a frenare il baratro commerciale e finanziario statunitense, che si è aperto cinquant’anni fa.
Fra il gennaio del 1981 ed il gennaio del 1989, tanto durò la Presidenza di Ronald Reagan, si verificò il grande ribaltamento nei conti esteri americani: la posizione finanziaria netta, che all’inizio del suo primo mandato segnava un attivo di 297 miliardi di dollari, peggiorò continuamente cambiando di segno nell’89, quando fu di -33 miliardi di dollari.
Sembrava poca cosa, ma da allora il tracollo è stato inarrestabile, trascinato dal passivo strutturale della bilancia dei pagamenti correnti: decennio dopo decennio, è sprofondato, passando dai -9.555 miliardi del 2018 ai -10.979 miliardi di dollari del terzo trimestre 2019.
Gli Usa, da tempo compratori di ultima istanza nel mercato globale nel tripudio degli esportatori, sono diventati anche il primo debitore del resto del mondo, con 39 mila miliardi di asset detenuti da non residenti: di questi, 21 mila miliardi sono investimenti di portafoglio. Il debito a lungo termine verso l’estero ammonta complessivamente a 11,2 trilioni di dollari, di cui 6 trilioni sono titoli del Tesoro. È un debito che costa caro, visto che i tassi americani sono ben più alti di quelli sui titoli europei o giapponesi.
Fra il 2008 ed il 2020, il pil americano è cresciuto in termini nominali di 51,7% ed in termini reali del 22,3%: solo l’alta inflazione ha consentito di tenere a freno l’aumento del rapporto debito/pil che è passato dal 73,6% al 108%, accumulando ben 34,4 punti. In termini nominali, il debito è più che raddoppiato, passando da 10,8 a 24,1 trilioni di dollari. Ancora quest’anno, il deficit federale statunitense sarà pari al 5,5% del pil, mentre il saldo primario continua ad essere negativo per il 3,6% del pil.
Impossibile fare un confronto con le disciplina europea del Fiscal Compact e con la severità cui è costretta da decenni la finanza pubblica italiana. La stabilità americana, che alimenta l’export di mezzo mondo, è una questione di enorme criticità.
La situazione della Gran Bretagna è maggiormente sotto controllo dal punto di vista dei conti pubblici. Il suo deficit pubblico è stato messo tempestivamente sotto controllo, dopo essere arrivato al 10% del pil nel 2009, riducendolo al 5,3% nel 2014 ed all’1,4% nel 2018. Quest’anno dovrebbe essere pari all’1,5% del pil. Il debito è cresciuto di quasi 35 punti tra il 2008 ed il 2020, passando dal 49,7% all’84,4% del pil, ma si è già ridotto rispetto al picco dell’87,9% raggiunto nel 2016.
Rimangono pesantemente squilibrati i conti con l’estero, con un saldo negativo strutturale della bilancia dei pagamenti correnti, da anni sempre superiore al 3% del pil. Negli anni compresi tra il 2008 ed il 2020, il deficit cumulato ha superato il 51% del pil. La posizione netta sull’estero, che risente molto delle transazioni finanziarie, è tornata negativa dopo il riequilibrio raggiunto nel 2017: a settembre scorso segnava -418 miliardi di sterline.
I conti commerciali richiedono dunque una drastica messa a regime: chi si illude che la Gran Bretagna lascerà ancora spalancate le sue frontiere alle merci europee dovrebbe farsi meglio i conti. La stretta ci sarà, e dura.
Se, dunque, Usa e GB sono accomunati da un disavanzo strutturale del commercio con l’estero, dopo aver rispettivamente preferito le tecnologie ICT ed i servizi finanziari ed assicurativi alla tradizionale manifattura, la Gran Bretagna soffre particolarmente per il collasso sociale determinato dalla forte immigrazione.
La questione è stata sottovalutata: il Regno Unito, già a partire dai primi anni Novanta, è stato mèta di un afflusso crescente ed incontrollabile di persone da tutto il mondo, non solo dai cittadini dell’Unione europea, ma soprattutto da quelli del Commonwealth. Il saldo netto complessivo tra immigrati ed emigrati, che era stato positivo per appena 44 mila unità nel 1989, è arrivato a 260 mila persone nel 2018, dopo aver toccato il culmine 332 mila unità nel 2015.
Guarda caso, è l’anno che precede il referendum sulla Brexit, il cui primo esito, ancor prima della definizione dei nuovi rapporti commerciali, è stato l’annuncio di una normativa estremamente severa nei confronti dei nuovi migranti.
Nel periodo 1989-2018, il saldo tra immigrati ed emigrati è stato attivo per 4,9 milioni di persone, con 12,4 milioni di immigrati. Il saldo relativo ai movimenti di cittadini europei, che considera anche l’emigrazione britannica nei Paesi dell’Unione, è stato attivo per 1 milione e 387 mila persone, con un picco di immigrazione dopo la crisi. Tra il 2008 ed il 2018, gli arrivi hanno superato i 2 milioni. Sempre in questo periodo, l’immigrazione netta di persone con cittadinanza non europea è stata altrettanto imponente, superando anche in questo caso i 2 milioni di persone.
Nel solo 2018, i cinque principali flussi di arrivo sono provenuti dall’India con 58 mila persone, dalla Cina con 52 mila, dall’Italia con 27 mila, dagli Usa e dalla Polonia entrambe con 26 mila immigrati.
Per il mercato del lavoro, in Gran Bretagna si starebbe per cambiare pagina, mettendo fine alla concorrenza tra poveri, perché gli inglesi e gli immigrati pari sono, contendendosi i posti di lavoro al salario più basso, salvo poi ricorrere ai sussidi pubblici per non morire di fame.
La competizione e la deflazione salariale hanno comportato una estensione inusitata della insicurezza economica e della stessa povertà, visto che lavora addirittura un terzo di coloro che chiedono di usufruire dell’Universal Credit, le 73 sterline a settimana di cui beneficiano oltre 2,3 milioni di persone.
Si preannuncia ora un sistema di immigrazione “a punti”, che consentirà l’ingresso solo a chi ha già un’offerta di lavoro con un salario minimo di 25.600 sterline: niente più laureati italiani a fare i lavapiatti a Londra.
A casa nostra non va certo meglio, ma almeno si cerca di porre fine ad una mondializzazione di cui avremmo fatto volentieri a meno: siamo partiti dal “There is no free lunch” per arrivare al “No lunch at all”.
Fonte
01/07/2019
Urlare dell’immigrazione per tacere dell’emigrazione
La tragica vicenda dei 42 migranti della nave Sea Watch è stato il tema centrale per giorni nel dibattito pubblico, come già avvenuto in passato per casi analoghi. Ma nel corso del 2019 ci sono stati 2500 migranti arrivati in Italia: la speculazione politica su queste vicende è dunque enorme come anche l’incessante copertura mediatica che serve solo a mantenere un alto livello emozionale di coinvolgimento del pubblico su un problema, umanamente drammatico e vergognoso per com’è stato gestito, ma del tutto marginale sul piano strutturale (ma che segna una regressione strutturale sul piano civile). Sembra anzi che l’attenzione sull’immigrazione sia utile solo per coprire l’altra faccia della medaglia, l’emigrazione dall’Italia: e questo è sì un problema strutturale.
Secondo il report dell’Istat sulla mobilità interna e le migrazioni internazionali della popolazione residente, tra il 2013 e il 2017 oltre 244mila connazionali con più di 25 anni sono migrati all’estero, di cui il 64%, 156 mila, laureati e diplomati. La tendenza negli anni è in vertiginoso aumento: i laureati italiani che si sono trasferiti all’estero nel 2017 sono stati il +4% rispetto al 2016 ma +41,8% rispetto a 2013. La migrazione tuttavia non è solo verso l’estero (Regno Unito, Germania e Francia in primis) ma anche interna: negli ultimi 20 anni, dice l’Istat, la perdita netta di popolazione nel Sud, dovuta ai movimenti interni è stata pari a 1 milione 174mila unità. Questo è un sintomo di un problema strutturale del paese che espelle i giovani, soprattutto i più formati – ovvero la prima ricchezza su cui investire – e che è volutamente ignorato o marginalizzato nella discussione pubblica.
Com’è possibile che, invece di accanirsi per mesi sulle sorti di 42 disperati, tale migrazione “biblica” non sia al centro dell’attenzione pubblica e politica? A mio avviso, perché la politica che ha prodotto in maniera consapevole questa situazione non ha alcuna idea o volontà per invertire la rotta. Eppure questo è un problema all’ordine del giorno per milioni di cittadini, per chiunque abbia figli che stanno finendo la scuola o l’università, poiché il fardello delle scelte scellerate del passato ricade innanzitutto sulle spalle delle nuove generazioni. La rimozione del tema è dunque l’altra faccia della medaglia dell’incapacità d’affrontarlo. Anche perché il problema non riguarda solo chi va via, ma purtroppo riguarda anche e soprattutto chi rimane. Il sistema produttivo italiano ha sempre meno bisogno di lavoro qualificato, ma predilige lavoratori con bassa istruzione tra loro intercambiabili e facilmente sostituibili: è lo specchio dell’arretramento tecnologico e produttivo del paese che è stato anche il motore delle oscene riforme della scuola e dell’università effettuate nell’ultimo ventennio con crescente aggressività.
Il concorsone per “navigator” ha da poco fornito uno spaccato inquietante sulla situazione del lavoro giovanile: 70 mila laureati a contendersi un ulteriore percorso lavorativo incerto e precario. Questo concorso è, infatti, la cartina di tornasole che dimostra come chi ha investito tempo, fatica e risorse nella propria istruzione non ha avuto e non ha ancora le opportunità a livello della propria formazione. Se questo è un problema drammatico per i singoli, diventa un’enorme emorragia di competenze e opportunità per il Paese. La “generazione del trolley”, persone che vanno di concorso in concorso e di lavoro precario in lavoro precario con una valigetta dove portare la propria vita, dovrebbe destare un allarme sociale enorme ma, come nel caso dell’emigrazione, non è all’ordine del giorno delle preoccupazioni della politica.
Il taglio alle politiche di formazione avvenuto dal 2008 in poi ha prodotto un calo del 10% degli immatricolati (ma fino al 20% se ci limitiamo al 2013), tanto che il nostro paese ha raggiunto l’ultimo posto in Europa per percentuale di numero di laureati nella fascia d’età 25-34 anni (superati anche dalla Turchia), con un valore del 27% mentre la media UE è poco sotto il 40%; dal 2007 i posti di dottorato banditi si sono ridotti addirittura del 43,4%. Il paradosso italiano consiste nel fatto che, malgrado questa situazione disastrosa e preoccupante, pochissimi riescono a trovare un lavoro che sia adatto al grado d’istruzione acquisito e di qui fenomeni come l’emigrazione di massa e la competizione per lavori precari di basso livello.
Questo è il nodo che una forza politica di sinistra dovrebbe mettere in testa alla sua priorità, imponendolo con forza nel dibattito pubblico e segnando così una forte discontinuità con le politiche fin qui attuate che si sono focalizzate sull’abbassamento del costo del lavoro e dei diritti dei lavoratori, invece che sulla competizione basata sulla specializzazione tecnologica, sul mito delle piccole e medie imprese, o addirittura delle effimere start-up, come motore dell’innovazione, invece che sul ruolo di uno Stato imprenditore che sia creatore di duraturi nuovi settori tecnologici e mercati.
Questo cambiamento di rotta politica deve essere necessariamente accompagnato, come suggerisce, tra gli altri, Varoufakis, dall’apertura di una discussione per cambiare le regole europee: se non si può parlare di rapporto di causalità diretta, certamente c’è stata una correlazione tra l’ingresso dell’Italia nell’euro e, ad esempio, il crollo della produzione industriale del 25% che ha coinciso con lo smantellamento delle grandi industrie a partecipazione statale e con il cambiamento di obiettivo dall’aumento della produttività e della specializzazione tecnologica a quello dell’abbassamento della qualità e del costo del lavoro. Perché è proprio in questo snodo che la paura dell’immigrazione, con il suo conseguente sfruttamento politico e mediatico, e il fenomeno della migrazione e del popolo dei trolley trovano la loro sintesi. Perché essere poco formati e meno garantiti nei loro diritti e opportunità, rende le persone più fragili e più facilmente manipolabili attraverso un’informazione e una politica che giocano sull’emozione anziché sulla riflessione.
Fonte
Secondo il report dell’Istat sulla mobilità interna e le migrazioni internazionali della popolazione residente, tra il 2013 e il 2017 oltre 244mila connazionali con più di 25 anni sono migrati all’estero, di cui il 64%, 156 mila, laureati e diplomati. La tendenza negli anni è in vertiginoso aumento: i laureati italiani che si sono trasferiti all’estero nel 2017 sono stati il +4% rispetto al 2016 ma +41,8% rispetto a 2013. La migrazione tuttavia non è solo verso l’estero (Regno Unito, Germania e Francia in primis) ma anche interna: negli ultimi 20 anni, dice l’Istat, la perdita netta di popolazione nel Sud, dovuta ai movimenti interni è stata pari a 1 milione 174mila unità. Questo è un sintomo di un problema strutturale del paese che espelle i giovani, soprattutto i più formati – ovvero la prima ricchezza su cui investire – e che è volutamente ignorato o marginalizzato nella discussione pubblica.
Com’è possibile che, invece di accanirsi per mesi sulle sorti di 42 disperati, tale migrazione “biblica” non sia al centro dell’attenzione pubblica e politica? A mio avviso, perché la politica che ha prodotto in maniera consapevole questa situazione non ha alcuna idea o volontà per invertire la rotta. Eppure questo è un problema all’ordine del giorno per milioni di cittadini, per chiunque abbia figli che stanno finendo la scuola o l’università, poiché il fardello delle scelte scellerate del passato ricade innanzitutto sulle spalle delle nuove generazioni. La rimozione del tema è dunque l’altra faccia della medaglia dell’incapacità d’affrontarlo. Anche perché il problema non riguarda solo chi va via, ma purtroppo riguarda anche e soprattutto chi rimane. Il sistema produttivo italiano ha sempre meno bisogno di lavoro qualificato, ma predilige lavoratori con bassa istruzione tra loro intercambiabili e facilmente sostituibili: è lo specchio dell’arretramento tecnologico e produttivo del paese che è stato anche il motore delle oscene riforme della scuola e dell’università effettuate nell’ultimo ventennio con crescente aggressività.
Il concorsone per “navigator” ha da poco fornito uno spaccato inquietante sulla situazione del lavoro giovanile: 70 mila laureati a contendersi un ulteriore percorso lavorativo incerto e precario. Questo concorso è, infatti, la cartina di tornasole che dimostra come chi ha investito tempo, fatica e risorse nella propria istruzione non ha avuto e non ha ancora le opportunità a livello della propria formazione. Se questo è un problema drammatico per i singoli, diventa un’enorme emorragia di competenze e opportunità per il Paese. La “generazione del trolley”, persone che vanno di concorso in concorso e di lavoro precario in lavoro precario con una valigetta dove portare la propria vita, dovrebbe destare un allarme sociale enorme ma, come nel caso dell’emigrazione, non è all’ordine del giorno delle preoccupazioni della politica.
Il taglio alle politiche di formazione avvenuto dal 2008 in poi ha prodotto un calo del 10% degli immatricolati (ma fino al 20% se ci limitiamo al 2013), tanto che il nostro paese ha raggiunto l’ultimo posto in Europa per percentuale di numero di laureati nella fascia d’età 25-34 anni (superati anche dalla Turchia), con un valore del 27% mentre la media UE è poco sotto il 40%; dal 2007 i posti di dottorato banditi si sono ridotti addirittura del 43,4%. Il paradosso italiano consiste nel fatto che, malgrado questa situazione disastrosa e preoccupante, pochissimi riescono a trovare un lavoro che sia adatto al grado d’istruzione acquisito e di qui fenomeni come l’emigrazione di massa e la competizione per lavori precari di basso livello.
Questo è il nodo che una forza politica di sinistra dovrebbe mettere in testa alla sua priorità, imponendolo con forza nel dibattito pubblico e segnando così una forte discontinuità con le politiche fin qui attuate che si sono focalizzate sull’abbassamento del costo del lavoro e dei diritti dei lavoratori, invece che sulla competizione basata sulla specializzazione tecnologica, sul mito delle piccole e medie imprese, o addirittura delle effimere start-up, come motore dell’innovazione, invece che sul ruolo di uno Stato imprenditore che sia creatore di duraturi nuovi settori tecnologici e mercati.
Questo cambiamento di rotta politica deve essere necessariamente accompagnato, come suggerisce, tra gli altri, Varoufakis, dall’apertura di una discussione per cambiare le regole europee: se non si può parlare di rapporto di causalità diretta, certamente c’è stata una correlazione tra l’ingresso dell’Italia nell’euro e, ad esempio, il crollo della produzione industriale del 25% che ha coinciso con lo smantellamento delle grandi industrie a partecipazione statale e con il cambiamento di obiettivo dall’aumento della produttività e della specializzazione tecnologica a quello dell’abbassamento della qualità e del costo del lavoro. Perché è proprio in questo snodo che la paura dell’immigrazione, con il suo conseguente sfruttamento politico e mediatico, e il fenomeno della migrazione e del popolo dei trolley trovano la loro sintesi. Perché essere poco formati e meno garantiti nei loro diritti e opportunità, rende le persone più fragili e più facilmente manipolabili attraverso un’informazione e una politica che giocano sull’emozione anziché sulla riflessione.
Fonte
29/06/2019
Emigrazione. Soluzioni complessive e scelte concrete
Circa 7,5 miliardi di persone vivono oggi nel pianeta. Negli anni ’50 eravamo 3 volte di meno. Nel 2050 potremmo raggiungere i 10 miliardi (fonte: Nazioni Unite – World Population Prospects 2019).
È chiaro che i flussi migratori, in particolare se continua a mantenersi questo abnorme dislivello tra Paesi del Nord e Sud del mondo, continueranno ed aumenteranno.
È ovvio. Dalla stessa Sicilia migriamo in tanti, non pieni di gioia, verso luoghi in cui si trovano più opportunità. Immaginatevi quindi chi vive in Africa, in luoghi come il Kenya o il Ghana, dove ci sono slum (baraccopoli), difficoltà di ogni tipo nei villaggi rurali, tra malattie, siccità, alluvioni, carestie.
Non è un’esagerazione. Dati alla mano, nel 2017 circa il 9% dei lavoratori del mondo viveva mantenendo la propria famiglia con meno di 2 dollari al giorno (fonte: Nazioni Unite – SDG 1, qui: https://sustainabledevelopment.un.org/sdg1).
Nel 2015 circa 890 milioni di persone nel mondo non avevano un bagno (neppure una latrina) in cui andare, praticando quindi la defecazione all’aperto, con gli annessi rischi igienico-sanitari (fonte: Nazioni Unite, SDG 6, qui: https://sustainabledevelopment.un.org/sdg6).
Vanno anche ricordate le guerre che affliggono Paesi a noi vicini, dalla Libia, alla Siria, all’Iraq, allo Yemen; luoghi in cui i nostri governi sono stati direttamente responsabili di quel caos (in particolare Libia e Iraq), oppure indirettamente (le armi con cui è bombardato lo Yemen le vende anche l’Itala, e per quanto riguarda la Siria beh noi siamo alleati nella NATO con la Turchia e gli Stati Uniti...).
Finché si mantiene tutto questo, anche “solo” concentrandoci su Paesi senza guerra ma con aree fortemente povere, come possiamo pretendere di voler “bloccare” i flussi migratori?!? Quando noi stessi siamo i primi a volerli e poterli fare. (Io dalla Sicilia alla Lombardia ad esempio per ora, così come altri miei amici, emigrati in Lombardia, Piemonte, Francia, Inghilterra, Germania...).
Siamo gli stessi odiati ieri da Salvini, che adesso ci fa le coccole perché vuole i nostri voti senza risolvere nulla. Sfruttando solo la paura verso il “diverso”.
I flussi migratori hanno cercato di bloccarli e ridurli già pochi anni fa. Lo ha fatto il PD durante il governo precedente (ha ridotto davvero i flussi, facendo restare molta gente bloccata in Libia, creando centri di detenzione in quell’inferno). Ma questa non è civiltà. È orrore. È malattia umana.
I flussi migratori devono semmai ricordarci che c’è uno squilibrio nel mondo, tra Nord e Sud, anche in Italia. E non saranno i muri o nuove leggi barbare a bloccare le persone. Va semmai abolita questa disuguaglianza. È un sistema ad essere marcio.
Che soluzione propongo nel breve periodo? Non ho bacchette magiche. Ma di certo muri e leggi ingiuste non fermeranno nulla. Rallenteranno qualcosa che sta già avvenendo. Presto saremo quasi 10 miliardi. Un terzo in più di oggi nel pianeta. E la disperazione, quando inascoltata, alimenta la rabbia. (Penso a Maria Antonietta e alla Rivoluzione Francese, ma più in grande... prima o poi non saremo più in grado di contenere questo ingiusto squilibrio).
Quindi opponiamoci a questo sistema, non accettiamo il gioco delle parti di Salvini-5 Stelle contro il PD. Chi ci governa oggi è più viscido di chi ci ha governato ieri, ma fanno schifo tutti questi giocatori.
Nel frattempo... apriamo i porti alle persone e chiudiamoli alle armi!
Fonte
È chiaro che i flussi migratori, in particolare se continua a mantenersi questo abnorme dislivello tra Paesi del Nord e Sud del mondo, continueranno ed aumenteranno.
È ovvio. Dalla stessa Sicilia migriamo in tanti, non pieni di gioia, verso luoghi in cui si trovano più opportunità. Immaginatevi quindi chi vive in Africa, in luoghi come il Kenya o il Ghana, dove ci sono slum (baraccopoli), difficoltà di ogni tipo nei villaggi rurali, tra malattie, siccità, alluvioni, carestie.
Non è un’esagerazione. Dati alla mano, nel 2017 circa il 9% dei lavoratori del mondo viveva mantenendo la propria famiglia con meno di 2 dollari al giorno (fonte: Nazioni Unite – SDG 1, qui: https://sustainabledevelopment.un.org/sdg1).
Nel 2015 circa 890 milioni di persone nel mondo non avevano un bagno (neppure una latrina) in cui andare, praticando quindi la defecazione all’aperto, con gli annessi rischi igienico-sanitari (fonte: Nazioni Unite, SDG 6, qui: https://sustainabledevelopment.un.org/sdg6).
Vanno anche ricordate le guerre che affliggono Paesi a noi vicini, dalla Libia, alla Siria, all’Iraq, allo Yemen; luoghi in cui i nostri governi sono stati direttamente responsabili di quel caos (in particolare Libia e Iraq), oppure indirettamente (le armi con cui è bombardato lo Yemen le vende anche l’Itala, e per quanto riguarda la Siria beh noi siamo alleati nella NATO con la Turchia e gli Stati Uniti...).
Finché si mantiene tutto questo, anche “solo” concentrandoci su Paesi senza guerra ma con aree fortemente povere, come possiamo pretendere di voler “bloccare” i flussi migratori?!? Quando noi stessi siamo i primi a volerli e poterli fare. (Io dalla Sicilia alla Lombardia ad esempio per ora, così come altri miei amici, emigrati in Lombardia, Piemonte, Francia, Inghilterra, Germania...).
Siamo gli stessi odiati ieri da Salvini, che adesso ci fa le coccole perché vuole i nostri voti senza risolvere nulla. Sfruttando solo la paura verso il “diverso”.
I flussi migratori hanno cercato di bloccarli e ridurli già pochi anni fa. Lo ha fatto il PD durante il governo precedente (ha ridotto davvero i flussi, facendo restare molta gente bloccata in Libia, creando centri di detenzione in quell’inferno). Ma questa non è civiltà. È orrore. È malattia umana.
I flussi migratori devono semmai ricordarci che c’è uno squilibrio nel mondo, tra Nord e Sud, anche in Italia. E non saranno i muri o nuove leggi barbare a bloccare le persone. Va semmai abolita questa disuguaglianza. È un sistema ad essere marcio.
Che soluzione propongo nel breve periodo? Non ho bacchette magiche. Ma di certo muri e leggi ingiuste non fermeranno nulla. Rallenteranno qualcosa che sta già avvenendo. Presto saremo quasi 10 miliardi. Un terzo in più di oggi nel pianeta. E la disperazione, quando inascoltata, alimenta la rabbia. (Penso a Maria Antonietta e alla Rivoluzione Francese, ma più in grande... prima o poi non saremo più in grado di contenere questo ingiusto squilibrio).
Quindi opponiamoci a questo sistema, non accettiamo il gioco delle parti di Salvini-5 Stelle contro il PD. Chi ci governa oggi è più viscido di chi ci ha governato ieri, ma fanno schifo tutti questi giocatori.
Nel frattempo... apriamo i porti alle persone e chiudiamoli alle armi!
Fonte
12/03/2019
La rinascita dell’Egitto, grazie ai cinesi
“Aiutiamoli a casa loro”. Lo slogan leghista è brutale e razzista, nella sua versione italiana, perché in realtà – e secondo le regole della comunicazione in mano ad autentici falsari – significa l’opposto. Ossia un volgarissimo fora dai ball e nessun aiuto.
La premessa “culturale” di quello slogan è che noi italiani siamo ricchi, ma non troppo; e dunque non possiamo permetterci di accogliere gente che viene dai paesi più poveri o in guerra, soprattutto africani. Silenzio ovviamente sullo sfruttamento bestiale cui costringiamo quelli che riescono ad arrivare nonostante tutto, dandoli in pasto ai caporali per farli lavorare a due-tre euro l’ora. In quel caso, ci mancherebbe, sono i benvenuti, fino alla fine della stagione. Poi fora dai ball...
La stupidità rende ciechi e quindi gente simile non riesce neppure a vedere – figuriamoci a capire – quel che sta avvenendo dall’altra parte del Mediterraneo. E dire che ci riguarda ormai direttamente...
Abbiamo ripreso e inquadrato un articolo de IlSole24Ore che dava conto dei colossali investimenti cinesi in Algeria e il significato che questi andavano assumendo per il Nordafrica e l’Europa mediterranea.
Adesso vi proponiamo quest’altro articolo, scritto per Class Editori con l’intento di segnalare alle imprese italiane le opportunità di business in Egitto, che però descrive un’altra realtà in rapidissima trasformazione sotto la spinta degli investimenti, dei progetti e delle competenze tecnologiche... di Pechino.
Ancora abituati – da veri razzisti, anche se in veste “democratica” – a pensare i cinesi come produttori di chincaglieria o giocattoli di plastica e gli egiziani come arabi indolenti, dovremmo invece guardare alla quantità e dimensione dei progetti cinesi che stanno mettendo le premesse per un radicale cambiamento del modello di sviluppo di un paese che vanta ben 105 milioni di abitanti, peraltro in rapidissimo aumento.
Solo per elencare quelli principali:
a) una nuova capitale amministrativa (tipo Brasilia) costruita ex novo nel deserto, su 700 chilometri quadrati e in grado di ospitare 5 milioni (milioni!) di persone; con “1.000 moschee, zone industriali, un centro congressi con 5.000 posti, duemila scuole, aeroporto internazionale, centinaia di strutture sanitarie, un distretto diplomatico, un distretto medico, aree ricreative”, oltre ovviamente ai palazzi ministeriali, le ambasciate, gli alberghi, ecc. Nell'immagine d’apertura una “idea” di come dovrebbe diventare.
b) una nuova città portuale vicino ad El Alamein per decongestionare la concentrazione di popolazione nelle aree lungo il Nilo e attirare flussi turistici;
c) una nuova zona economica speciale in cui concentrare, integrare e far sviluppare la miriade di imprese tessili di piccole dimensioni e zero proiezione internazionale.
Si può andare avanti a lungo, ma potere leggere da soli.
L’“occasione” per le imprese italiane, in questa autentica manna, è davvero poca roba: una fornitura di tubi per la costruzione di una rete di gas domestico.
Ma non è questo il punto. La questione è che dall’altra parte del Mediterraneo, dall’Algeria all’Egitto, c’è qualcuno che “aiuta gli africani a casa loro”. Ma sul serio. Investendo in infrastrutture civili, industrie, scuole, ecc. In questo modo, perlomeno in prospettiva, non solo si “trattiene” la popolazione in patria con modi decisamente meno bruschi dei lager libici costruiti dall’Italia (Al Sisi certamente non è un “sincero democratico”) ma, con la crescita dell’occupazione e del reddito, è immaginabile anche un calo del malessere sociale che ha dato fin qui fiato all’islamismo radicale.
C’è poi l’aspetto economico, del tutto svantaggioso per chi dovesse restare fuori della Via della Seta e ammanettato a un sistema di “austerità” che drena risorse dai paesi euromediterranei a favore di quelli nordeuropei.
Se Gheddafi fosse rimasto al potere ancora per qualche anno – e qui appare del tutto suicida l’intervento militare euro-statunitense per eliminarlo – sarebbe stato completato un “anello sud” finalmente fuori dall’alternativa tra sottosviluppo e modello petrolio-dipendente. Una pacchia, per chi non riesce più a crescere sotto l’incubo del Fiscal Compact.
Male che poteva andare, per i nostri concittadini meno fortunati, ci sarebbe stata almeno l’occasione di potersi imbarcare per attraversare il mare e sperare di venir ben accolti. Magari pagando solo il biglietto del traghetto...
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Egitto, l’Italia guarda ai mega progetti all’ombra delle piramidi
L’Ice a Il Cairo ha evidenziato le opportunità che si aprono in questa fase per le imprese italiane dell’oil&gas, del mobile, nelle costruzione, nella lavorazione del cuoio. Intanto partono le gare per realizzare infrastrutture civili. Il paese è uno dei più integrati nella strategia Bri e la Cina progetta ancora di investirvi 2,5 miliardi di dollari da parte di un centinaio di aziende manifatturiere
Pier Paolo Albricci – Class Editori *
La Camera di commercio italiana in Egitto segnala l’apertura di una gara importante per l’industria italiana oil & gas. La Egas, Egyptian Natural Gas holding, ha lanciato un bid internazionale per la fornitura di tubi nell’ambito di un progetto per realizzare una rete di gas domestico, finanziata dalla World bank con 330 milioni di dollari.
La dimensione della gara conferma l’Egitto come uno dei paesi del Medio Oriente più attivi negli investimenti in infrastrutture civili, un mercato importante per le imprese italiane in particolare nella filiera dell’oil & gas, ma non solo. Il paese sta beneficiando in particolare degli effetti positivi dell’allargamento del canale di Suez che negli ultimi tre anni ha moltiplicato i flussi degli scambi marittimi tra Asia e Mediterraneo, dando un forte impulso agli investimenti pubblici e privati.
Nell’area mediterranea l’Egitto è, anche, uno dei paesi più toccati dalle iniziative nell’ambito della Belt&Road Initiative (Bri) che si è concretizzata nel finanziamento di una parte importante dei lavori a Suez e nella partecipazione ai nuovi progetti, tra cui i principali sono la zona economica speciale Teda-Suez, di cui è già stata completata la prima fase, con l’obiettivo di introdurre più di 100 aziende del tessile e abbigliamento, attrezzature petrolifere, motocicli, energia solare, la realizzazione di una monorotaia tra la nuova capitale amministrativa e al-Salam City, finanziata dalla Eximbank cinese, la creazione di un hub tessile nell’Alto Nilo, con un finanziamenti cinese per 324 milioni di dollari.
Inoltre Construction China’s Shanghai Electric Company and Dong Fang realizzeranno con un investimento di 2,3 miliardi di dollari la centrale idroelettrica di Ataka Mountain.
Oltre a quelli che vedono più direttamente in campo capitali cinesi, i lavori in corso d’opera sono molteplici e in diversi settori. Fra i principali emerge la realizzazione della Nuova Capitale Amministrativa, voluto fortemente dal Presidente della Repubblica, e in avanzata fase di realizzazione in una zona desertica a una cinquantina di chilometri a Est del Cairo che si estenderà per 700 chilometri quadrati
Su un’area di quasi 80 mila ettari di cui circa 6 mila a verde, la città ospiterà la nuova sede del governo, alloggi per cinque milioni di persone, 1.000 moschee, zone industriali, un centro congressi con 5.000 posti, duemila scuole, aeroporto internazionale, centinaia di strutture sanitarie, un distretto diplomatico, un distretto medico, aree ricreative. La prima fase dell’enorme progetto, finanziato anche dalla China Fortune Land Development Company, dovrebbe essere completata entro il 2020.
New Alamein City è un altro mega progetto tra il residenziale e il turistico le cui prime realizzazione potrebbero vedere la luce entro l’anno prossimo. Localizzato nella provincia di Marsa Matrouh, la seconda città della costa settentrionale, dopo Alessandria, Al-Alamein City punta a superare la congestione della popolazione in Egitto sfruttando la costa settentrionale come destinazione residenziale e attirando il turismo durante tutto l’anno.
Progettata per ospitare più di 3 milioni di persone, è stata concepita in diverse fasi, la prima fase è divisa in due settori principali con un’area di circa 3.200 ettari per 400 mila persone, prevede centri turistici, un settore archeologico e un settore urbano. Rete idrica, infrastrutture di trasporto, fognature e reti elettriche sono in fase di costruzione mentre The Arab Contractors Company sta portando avanti l’alternativa dell’attuale strada costiera con 38 km di lunghezza e 5 corsie e due cantieri a sud della città.
Un terzo grande progetto Robbiky Leather City, che prevede un investimento di 63 milioni di dollari, è finalizzato alla realizzazione della prima Zona Industriale dell’Egitto specializzata nella produzione di concia delle pelli e di prodotti in pelle e prevede il trasferimento di 70 piccole concerie da Magra El-Oyoun nella vecchia Cairo, alla nuova città. Il 90% delle infrastrutture e delle utilities della nuova città sono state completate e 113 fabbriche sono state già installate.
Un altro progetto interessante per le imprese italiane della filiera del mobile è la Città del Mobile di Damietta sulle coste del Mediterraneo circa 250 chilometri a nord del Cairo, che prevede la realizzazione di un hub internazionale per la produzione e l’esportazione di mobili, con un investimento di 562,8 milioni di dollari.
Su un’area di 133 ettari sorgeranno fabbriche, laboratori di artigianato, piccole e medie imprese del settore. La zona dovrebbe essere realizzata entro un anno, inclusa la consegna delle licenze. Il progetto prevede inoltre la realizzazione di un hotel di classe mondiale che ospiterà gli ospiti delle future esposizioni fieristiche. I lavori delle reti di infrastrutture e strade sono in fase di completamento.
Nell’ambito della creazione di zone economiche speciali dove attirare investimenti esteri, quella del Canale di Suez (SCZone) è la più estesa su un’area di 461 chilometri quadrati, quasi i due terzi delle dimensioni di Singapore.
SCZone è costituita da 2 aree integrate, Ain Sokhna con Ain Sokhna Port, e East Port Said, che comprende 2 aree di sviluppo (Qantara West & Ismailia West) e 4 porti (West Port Said, Port Adabiya, Port Al Tor Port,Al Arish Port).
Ogni area integrata e di sviluppo offre opportunità di investimento in imprese industriali e commerciali, infrastrutture e real estate, logistica, servizi e tecnologia.
L’azienda cinese Jushi ha firmato un contratto per le espansioni pianificate dalla società nella zona di Ain Sokhna con un investimento di 60 milioni di dollari in un’area di 90 mila metri quadrati. Trentadue società cinesi sono pienamente operative in SCZone, dove hanno investito 400 milioni.
Il presidente cinese ha annunciato che il governo investirà fino a 2,5 miliardi di dollari in 100 società in SCZone. Il governo russo ha anche confermato gli investimenti e ha avviato sviluppi per un totale di 107,8 milioni di dollari distribuiti su 398 aziende nei settori dell’ingegneria, delle macchine, della costruzione navale e del cibo nei pressi di East Port Said.
L’espansione industriale prevista lungo il canale sarà alimentata da tre gigantesche centrali elettriche situate a Ain Sokhna, Burullus e nella nuova capitale amministrativa che forniranno una capacità totale di 14.400 megawatt, pari a circa il 50% della rete elettrica del Paese, con un investimento di 7 miliardi di dollari. Elsewedy è l’appaltatore principale della centrale elettrica Beni Suef, mentre Orascom sta lavorando ai progetti Burullus e New Capital. Siemens ha firmato un contratto da 8 miliardi di euro per costruire tre impianti a gas a ciclo combinato da 4.800 MW, ciascuno con otto unità.
Uno dei progetti più interessanti per le imprese italiane della filiera del mobile è la Citta del Mobile di Damietta sulle coste del Mediterraneo circa 250 chilometri a nord del Cairo, che prevede la realizzazione di un hub internazionale per la produzione e l’esportazione di mobili, con un investimento di 562,8 milioni di dollari.
Su un’area di 133 ettari sorgeranno fabbriche, laboratori di artigianato, piccole e medie imprese del settore. La zona dovrebbe essere realizzata entro un anno, inclusa la consegna delle licenze. Il progetto prevede inoltre la realizzazione di un hotel di classe mondiale che ospiterà gli ospiti delle future esposizioni fieristiche. I lavori delle reti di infrastrutture e strade sono in fase di completamento.
Fonte
08/09/2018
Capitalismo e diseguaglianze
La complessità di questo periodo storico, soprattutto in Italia, tende a venire troppo spesso sottovalutata e ridotta alla “questione migranti”. Contraddizioni e silenzi portano a oscurare un discorso più ampio, in cui se da un lato è innegabile la crescente intolleranza nei confronti del “diverso”, di fatto “giustificata” dalla forze politiche governative, così come è un abominio permettere che le migrazioni continuino in questo modo (tipicamente viaggi su barche fatiscenti preceduti da reclusioni e torture nei campi libici), è anche vero il bisogno di evitare che il discorso, oggi, si limiti solo a questo.
Alcune considerazioni dovrebbero essere d’aiuto.
Secondo la Banca Mondiale [1] per raggiungere gli SDG 6.1 e 6.2, cioè gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite volti ad assicurare rispettivamente l’accesso all’acqua potabile e a fonti igienico-sanitarie adeguate per tutti in tutto il pianeta entro il 2030, basterebbero 114 miliardi di dollari l’anno. Che possono sembrare tanti, ma in realtà corrispondono più o meno al PIL di un Paese come il Kuwait [2], ricco ma piccolo (ha solo 4 milioni di abitanti); corrispondono anche a meno di quanto spesero nel solo 2007 gli Stati Uniti in armi e sistemi di difesa per la guerra e invasione dell’Iraq [3].
Dovrebbe apparire superfluo ricordare come le migrazioni siano per lo più indotte da fattori quali guerre, fame, ma anche cambiamenti climatici. In proposito uno studio del 2016 [4] ha evidenziato delle forti correlazioni proprio tra migrazioni e cambiamenti climatici soprattutto in quei Paesi poveri molto dipendenti dall’agricoltura. Cioè, l’aumento delle temperature così come il verificarsi di eventi climatici estremi (causati dall’effetto serra, per via dei gas climalteranti come CO2 e metano in particolare), porta la gente a migrare ulteriormente.
Ma ciononostante, e ignorando il fatto che la comunità scientifica evidenzi da decenni come la causa principale dell’effetto serra sia l’uomo, tra automobili, emissioni di metano dagli allevamenti intensivi, industrie, discariche [5], l’opinione pubblica continua a non scandalizzarsi se gli Stati Uniti si oppongono agli accordi sul clima e le emissioni inquinanti per via di altri interessi e delle lobby del petrolio [6].
Anche volendo considerare un ambito meno globale, le risposte alle difficoltà dell’Italia devono comunque essere lucide e ragionate. Continua spesso ad esserci, invece, una forte ipocrisia nel parlare di carenza di posti di lavoro, nel fare la (pur lecita) constatazione sui centri di accoglienza che “in molti casi non vengono gestiti per come dovrebbero e gli interessi sono principalmente in mano ai privati”, dando però una risposta tanto spiazzante quanto sbagliata e cioè “chiudiamo tutti i centri di accoglienza”. Anche perché, banalmente, molti ragazzi “italiani” lavorano in quei centri, che quindi non tolgono posti di lavoro, anzi! Andrebbe semmai cambiata la gestione dell’accoglienza, affidandola al pubblico e permettendo veri percorsi di inserimento ai migranti.
D’altro canto il discorso in Italia non può venire circoscritto a quest’ambito. Andando ad osservare una dimensione più locale, da siciliano (momentaneamente) emigrato al nord, so bene come i problemi della mia terra siano ben altri. A cominciare dalla gestione dei rifiuti. La Sicilia infatti, secondo il rapporto dell’ISPRA del 2017, è l’ultima regione in Italia nella raccolta differenziata [7] e continua ad avere anche una normativa regionale a dir poco datata relativamente alla gestione delle acque di scarico, risalente al 1986 [8]. Molti Comuni, inoltre, sono sotto infrazione perché non depurano adeguatamente le acque di fogna [9]. Già una gestione adeguata di questi comparti porterebbe lavoro togliendolo dalle mani (e tasche) della mafia, migliorando la qualità dell’ambiente e riducendo i rischi per la salute.
La Sicilia è stata inoltre il Porto del Mediterraneo per secoli, adesso pare essere divenuta la “portaerei” degli USA nel Mediterraneo (si pensi al MUOS di Niscemi, tenendo presente che ci sono solo altri 3 impianti militari del genere in tutto il pianeta [10]). Dovrebbe invece ridiventare uno dei principali porti del Mar Mediterraneo, e qualcosa pare si stia anzi muovendo in proposito [11]. Ma anche lì, senza voler apparire disfattisti, vanno anche potenziati i collegamenti interni, le strade e le ferrovie siciliane; altrimenti rischia di crearsi un grande porto a Palermo (o in un’altra città) ma separato dal resto dell’isola.
Non va nemmeno sottovalutato quello che sembra si stia già iniziando ad ottenere a causa dei brutti venti che soffiano per ora in Europa. Un cambio, in peggio, della gestione di lungo termine dei soldi nell’Unione Europea (2021-2027), che sembra un regalo alle destre xenofobe; infatti è stato proposto per la prima volta di assegnare più risorse al controllo delle frontiere e dell’immigrazione che agli aiuti per lo sviluppo dell’Africa [12]. Come dire, invece di favorire progetti di sviluppo locale, si vuole rafforzare la “Fortezza Europa”. I disperati da un lato, i più fortunati dall’altro. (E intanto l’Europa e le sue multinazionali continuano a sfruttare le risorse africane).
È opportuno non dimenticare inoltre il problema dell’iniqua distribuzione della ricchezza, anche all’interno degli stessi Stati. Da un lato c’è l’ultimo rapporto Oxfam sull’argomento [13] che ha evidenziato come l’82% dell’incremento di ricchezza globale registrato nel 2017 sia finito nelle casseforti dell’1% più ricco della popolazione, mentre la metà più povera del mondo (3,7 miliardi di persone) ha avuto lo 0%. E in Italia a metà 2017, il 20% più ricco degli italiani deteneva oltre il 66% della ricchezza nazionale netta. Inoltre una ricerca del 2017 [14] ha sottolineato come i “ricchissimi del pianeta” rappresentino attualmente la classe i cui membri possono interagire più facilmente tra loro e che la composizione di questa élite va divenendo sempre più variegata, con un incremento di “paperoni” prevenienti dalle economie meno avanzate. Fatti che non vanno sottovalutati. Nello stesso studio veniva ricordato inoltre come fossero davvero poche le ragioni per poter ritenere che il passaggio di un individuo nel “club dei ricchissimi” potesse portare giovamento agli altri membri della sua comunità.
L’attuale governo sembra invece essere più interessato alla Flat Tax, a ridurre le tasse dei ricchi rendendole più simili, in termini percentuali, a quelle dei poveri.
Andrebbe piuttosto ricordato che Google da solo, nel luglio 2018, ha raggiunto una capitalizzazione, cioè un valore di mercato, pari a 872 miliardi di dollari, inferiore tra l’altro a Apple o Amazon [15], mentre l’intera Borsa Italiana ha chiuso il 2017 con una capitalizzazione minore, cioè 644 miliardi di euro [16], pari a circa 745 miliardi di dollari.
Ecco, oggi più che mai vanno fatte emergere queste ingiuste contraddizioni, sia locali che globali. Evitando una guerra tra poveri.
Fonti:
[1] World Bank. More Money and Better Service Delivery: A Winning Combination for Achieving Drinking Water and Sanitation Targets. (Disponibile online: http://www.worldbank.org/en/news/press-release/2016/02/12/more-money-and-better-service-delivery-a-winning-combination-for-achieving-drinking-water-and-sanitation-targets)
[2] International Monetary Fund, 2017. (Disponibile online: http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2017/02/weodata/weorept.aspx?pr.x=51&pr.y=15&sy=2015&ey=2022&scsm=1&ssd=1&sort=country&ds=.&br=1&c=443&s=NGDPD%2CPPPGDP%2CNGDPDPC%2CPPPPC&grp=0&a=)
[3] Andrew Feinstein. The shadow world. Inside the global arms trade (pag. 411). Penguin Ed.
[4] Cai et al., 2016. Climate variability and international migration: The importance of the agricultural linkage.
[5] Miller et al., 2013. Anthropogenic emissions of methane in the United States.
[6] Jeffrey Sachs. Siamo tutti migranti del clima. (Disponibile online: http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/commenti-e-idee/2018-08-24/siamo-tutti-migranti-clima-171503.shtml?uuid=AEocH4eF&refresh_ce=1)
[7] ISPRA, 2017. Rapporto rifiuti urbani.
[8] Legge Regionale N. 27 del 15-05-1986. Regione Sicilia.
[9] Niente depurazione: altra multa Ue all’Italia (e su 74 emergenze, 50 sono in Sicilia). (Disponibile online: https://www.lasicilia.it/news/cronaca/164708/niente-depurazione-altra-multa-ue-all-italia-e-su-74-emergenze-50-sono-in-sicilia.html)
[10] Cos’è il MUOS. (Disponibile online: https://www.nomuos.info/cose-il-muos/)
[11] Un nuovo porto del Mediterraneo. Palermo, il progetto Hub. (Disponibile online: https://livesicilia.it/2018/07/24/un-nuovo-porto-del-mediterraneo-palermo-ecco-il-progetto-hub_982624/)
[12] Per la prima volta l’Europa spenderà più soldi per proteggere le frontiere che per aiutare l’Africa. (Disponibile online: https://www.google.it/search?q=proposto+per+la+prima+volta+di+assegnare+pi%C3%B9+risorse+al+controllo+delle+frontiere+e+dell%E2%80%99immigrazione+che+agli+aiuti+per+lo+sviluppo+dell%E2%80%99Africa&rlz=1C1AVNE_enIT723IT728&oq=proposto+per+la+prima+volta+di+assegnare+pi%C3%B9+risorse+al+controllo+delle+frontiere+e+dell%E2%80%99immigrazione+che+agli+aiuti+per+lo+sviluppo+dell%E2%80%99Africa&aqs=chrome..69i57.248j0j7&sourceid=chrome&ie=UTF-8)
[13] Oxfam Italia. La grande disuguaglianza. (Disponibile online: https://www.oxfamitalia.org/la-grande-disuguaglianza/)
[14] Anand and Segal, 2017. Who Are the Global Top 1%?
[15] La società da mille miliardi di dollari: Google rilancia la sfida ad Amazon e Apple. (Disponibile online: http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2018-07-24/i-conti-google-riaccendono-sfida-ad-apple-la-societa-un-trilione-dollari-152216.shtml?uuid=AEvWadRF)
[16] Borsa, 2017 in crescita per Milano: la capitalizzazione aumenta del 23%. (Disponibile online: https://economia.ilmessaggero.it/economia_e_finanza/borsa_milano_capitalizzazione-3454240.html)
Fonte
20/09/2016
Crisi nella gestione dei flussi migratori. E’ fallita la globalizzazione
I muri e l’ostruzione delle frontiere in Ungheria, Macedonia, Austria, l’uscita della Gran Bretagna dalla UE e l’intento di edificare un muro allo sbocco del tunnel sotto la manica, sono il portato non solo dell’incapacità dell’Europa di gestire in modo ordinato gli arrivi dei migranti, ma anche del cedimento della globalizzazione liberista e della sua ideologia, basata sulla libertà di movimento dei capitali, delle merci e delle persone.
Nel solo 2015, le richieste di asilo ricevute dai paesi aderenti all'OCSE sono state 1,65 milioni, di cui 1,3 nei paesi europei. Purtroppo le (peraltro incolpevoli) persone sono, rispetto ai capitali, l'elemento più facilmente individuabile e più agevolmente additabile quale cagione (in realtà capro espiatorio) dei problemi.
Il fallimento della globalizzazione neoliberista sta creando mostri e intolleranza.
Ovunque avanzano le destre estremiste e xenofobe, ed è persino sorprendente l’abilità di questi movimenti nel farsi portavoce e alfieri dei ceti disagiati (le vittime del liberismo) presentandosi quali protettori di identità nazionali e di posti di lavoro dinanzi alla asserita minaccia di concorrenza portata dai nuovi arrivati o da coloro che chiedono accoglienza, i quali vengono attaccati persino nei loro usi e costumi.
Donald Trump è candidato alla presidenza negli USA, Marine Le Pen e Norbert Hofer sono in lizza per le elezioni presidenziali rispettivamente in Francia e in Austria. In Germania l’estrema destra di Frauke Petry è ormai insediata in dieci dei sedici parlamenti regionali. Dopo il successo relativo in Meclemburgo Pomerania con il sorpasso dell’AFD ai danni della CDU della stessa Merkel, il 18 settembre la stessa formazione è entrata nel parlamento regionale di Berlino con un consenso di oltre il 14%. La cancelliera tedesca si è precipitata ai ripari. Ha già detto che l'afflusso di migranti in Germania non sarà più di entità pari a quello avuto nel 2015.
Se la crepa più evidente del neoliberismo occidentale è oramai particolarmente palese nella reazione all'immigrazione, non meno rilevante è il sintomo della sua decadenza rappresentato dal calo del commercio internazionale, sul quale si va progressivamente innestando una politica protezionistica.
I paesi emergenti non sembrano più in condizione di compensare il deludente tasso di crescita dei paesi di prima industrializazione. Le misure protezionistiche sono ormai la norma. E' la stessa WTO ad aver rilevato nel primo quadrimestre di quest'anno 150 misure protezionistiche, delle quali oltre l'80% varate da paesi facenti parte del G20.
Il fallimento del neoliberismo risulta particolarmente notevole alla luce della linea politica che i leader politici di tutto il mondo hanno scelto (dimostrando una pervicace ottusità ideologica, oltre che cointeressenze più o meno esplicite con i protagonisti della finanza globale) per affrontare la crisi economica del 2008. Essi sono, in sintesi, rimasti abbarbicati agli stessi strumenti e allo stesso armamentario ideologico che avevano dominato la cultura politica nei decenni precedenti la crisi. Il “business as usual”, ovvero continuare a lasciar fare al mercato, non ha funzionato. Nulla è stato fatto per ridurre le scandalose disuguaglianze ereditate dai decenni precedenti, le quali hanno semmai mostrato ovunque un incremento. La politica monetaria ultraespansiva adottata dalle banche centrali (una manna per le borse) si è mostrata insufficiente ai fini del rilancio dell'economia globale. Ha piuttosto innescato una guerra valutaria nella quale ciascun protagonista nazionale, in abbinamento con le sempre raccomandate riforme strutturali (ossia bassi salari), cerca di sottrarre quote di mercato ai concorrenti, il che contribuisce a deprimere la domanda mondiale e, daccapo, ad alimentare tentazioni protezionistiche.
Il “Washington consensus” sembra giunto al capolinea. Il mondo non è più unipolare. Il doppio deficit (interno e estero) americano, che poggiava sulla fiducia nel biglietto verde, ha a lungo consentito agli USA l'assorbimento delle eccedenze commerciali estere, ma non poteva espandersi indefinitamente. Lo scoppio della connessa bolla finanziaria ha fatto il resto. Gli Stati Uniti non possono più permettersi di svolgere il ruolo di “Minotauro globale” (definizione di Yanis Varoufakis).
Anche le guerre dichiaratamente finalizzate all'esportazione della democrazia erano funzionali al mantenimento del “Washington consensus”, ma hanno finito per risultare destabilizzanti e ampliative del solco con parte del mondo arabo.
Intanto i politici di casa nostra, con i loro intenti fuori tempo massimo, pensano e agiscono come se il mondo fosse tuttora quello di dieci anni fa, come se il “business as usual” avesse funzionato e si potessero nutrire speranze, grazie alla libera movimentazione di capitali e di flussi finanziari, di armonici effetti risultanti dalle politiche neoliberiste. Solo così si spiega la miope visione che determina l'atteggiamento del Ministro Calenda, favorevole al TTIP, e l'atteggiamento del Primo Ministro Renzi, promotore della riforma costituzionale perchè grazie a essa si attirerebbero investimenti. Atteggiamenti anacronistici, ormai sorpassati dagli eventi.
L'ordine mondiale che abbiamo conosciuto negli ultimi 25 anni è al tramonto. Il caos e l'incertezza regnano sovrani. Quando un nuovo ordine internazionale emetterà i primi vagiti non è dato sapere. La fine della storia, declamata da Francis Fukuyama all’indomani della caduta del muro di Berlino, è ancora molto al di là da venire.
Fonte
07/09/2016
Piccole anime nel mondo: i numeri dei rifugiati-bambini
Numeri che impressionano, ma che non scaldano quelle mani che i venti “signori e signore G” incontratisi in questi giorni a Hangzhou si sono stretti senz’ardore e soprattutto senza stabilire granché. E tacciamo sui loro cuori. Bambini sparsi per il mondo, come denuncia il documentato rapporto per il 2015 dell’Unicef, redatto in collaborazione con l’Unhcr: 1 su 200 è un rifugiato, come lo è 1 su 3 che vive fuori dal Paese di nascita. Negli ultimi dieci anni i rifugiati-bambini sono raddoppiati (da 4 a 8 milioni) a causa, ovviamente, del moltiplicarsi dei conflitti e delle carenze sociali. Nel mondo minore è 1 migrante su 8, e di questi bambini 28 milioni sono stati forzatamente costretti a lasciare la terra natìa, accanto ad altri 20 milioni di migranti d’età inferiore ai 18 anni. Dall’Africa 1 migrante su 3 è un minore, dall’Asia lo sono 2 su 5, mentre nel primo semestre 2016, 7 su 10 bambini che hanno cercato asilo in Europa provenivano da Siria e Afghanistan. Bambini sono il 49% dei 5 milioni di siriani fuggiti da un Paese diventato un enorme campo di battaglia, come lo sono il 49% dei 2,7 milioni di afghani giunti ormai alla quarta generazione che conosce solo guerra, e poi il 50% del milione di somali, il 65% degli ottocentomila migranti dal Sud Sudan.Certo i flussi migratori esistono da sempre e nel mondo globalizzato raggiungono cifre da Guinness, facendo contare: da Paesi asiatici verso l’Asia 59.4 milioni, da nazioni europee in Europa 39.9 milioni; fra Paesi africani 16.4 milioni. Dall’Asia verso l’Europa 20.2 milioni, dall’Asia al Nord America 15.5 milioni, dall’Africa in Europa 9.2 milioni, dall’Europa in Nord America 7.5 milioni, dall’Europa verso l’Asia 6.9 milioni, fra Stati dell’America latina e caraibica 5.9 milioni. Sommati fanno duecentocinque milioni di anime in viaggio, quanto le genti d’Italia, Francia e Germania riunite, che però non si muovono per ferie o per svago, lo fanno per vivere e cercarsi un futuro, ottenendo spesso solo un’agra sopravvivenza che, comunque, preferiscono allo spettro della fame e della morte. Il fenomeno migratorio, nonostante le idee di chiusura di tanta politica che riceve consensi nelle società stabilizzate da qualche decennio di welfare e che vorrebbe rifugiarsi nelle rassicuranti cantine di casa, è una realtà globale. Guarda oltre confine e negli spazi nazionali, più o meno grandi. Il gigante cinese ha stimato nel 2013 ben 245 milioni di migranti interni, mentre nel 1982 quegli spostamenti non superavano i 6.6 milioni. Sempre la Cina, Paese dei numeri record e dell’ultima esplosione di crescita registrata dagli annali economici, nel 2010 calcolava in 100 milioni i propri bambini che seguivano le famiglie nel corso di migrazioni.
Fra i palestinesi, che incarnano il triste primato d’un modello di rifugiato che coinvolge un intero popolo, ancora una volta ragazzi e adolescenti costituiscono una fetta cospicua: sono il 38% degli oltre 3 milioni di profughi collocati in Giordania (2.2 milioni), Libano (500.000) e Siria (500.000). Ma negli ultimi due anni dei rifugiati in Siria oltre 100.000 hanno lasciato i propri campi, riversandosi in Libano (52.000), Giordania (18.000) oppure vagando in una regione diventata pericolosa per chi ha patria e chi non ce l’ha. Ovviamente in tale precarietà i maggiori pericoli coinvolgono i bambini, bersagli di bombe e malattie. Il vicino e lontano Medio Oriente vede uno sradicamento forzato da case distrutte, città occupate, terre devastate, così solo nel 2015 questi sono i numeri della gente sfollata dispersa nei confini, se ancora si possono definire tali, del proprio Paese: Siria 6.6 milioni, Iraq 3.3, Yemen 2.5, Pakistan 1.5, Afghanistan 1.2. Delle presenze che più ci preoccupano, considerate da tanti europei “ingombri” per il proprio spazio vitale, 35.4 milioni vengono da altri continenti (Asia 20.2 milioni, Africa 9.2, Sud America e Caraibi 4.6, Nord America 1 milione). Mentre 40 milioni di persone girano per la stessa Europa, e circa 20 milioni la lasciano per altri lidi: 6.9 milioni vanno in Asia, 7.5 in Nord America, 3 milioni in Oceania, 1.3 milioni in Sud America e pure 1 milione in Africa.
A dimostrazione che le genti del mondo, comunque si muovono. In testa alla ricezione infantile il documento pone gli Stati Uniti con 6.3 milioni di migranti (1/5 della quota globale e 1/10 dei migranti negli States). Nel vecchio continente, dove l’accoglienza sta diventando una nota dolente finora offerta e forse per il futuro ristretta, i dati dell’Unicef mettono nell’ordine Germania, Russia e Regno Unito quali comunità che nel 2015 hanno ricevuto cospicue quote d’immigrati (oltre i 10 milioni ciascuna le prime due, attorno agli 8 la terza), seguono Francia e Italia. Certo dalla Russia c’è anche un flusso di emigranti che compensa gli ingressi, un po’ meno da Regno Unito, Germania e Italia. E sempre Regno Unito e Russia sono scelti stati scelti nell’anno passato da migranti internazionali sotto i 18 anni: se ne contano rispettivamente 749.000 e 612.000. Poi 599.000 sono andati in Spagna, 540.000 in Francia, 521.000 in Germania, 446.000 in Italia. Invece i rifugiati e richiedenti asilo che nel 2015 hanno guardato all’Europa sono stati 1 milione e 800.000. Le punte più elevate erano rivolte alla Germania (700.000 domande), quindi Russia, Svezia e Francia (300.000), Regno Unito, Italia e Austria (200.000) Svizzera e Norvegia (100.000). Seguono altre realtà. Nei primi sei mesi dell’anno in corso le richieste sono state 560.000, i bambini superavano il 30% Del totale. Tanti di loro sono orfani o non accompagnati. Soli a due e otto anni, nell’immenso mondo.
Fonte
25/12/2015
L’autobus di Stalin
Un estratto dall’articolo di Antonio Pennacchi presente in La Russia in Gioco [Limes 2004]
Worst case – Prologo
L’altra notte sull’Appia – mentre pensavo ad etica e politica e agli «orrori» di Stalin – all’improvviso m’ha attraversato un volpino. Già non era più un cucciolo, ma ancora nemmeno un adulto: era solo una giovane volpe al suo primo viaggio iniziatico.
La strada era deserta. Lui era sul ciglio di sinistra e viaggiava nel mio stesso senso: avesse scartato di lato – verso il fosso – o avesse proseguito tranquillo, non ci saremmo mai incontrati, ognuno avrebbe continuato la sua strada. Ma i fari, o il motore, lo hanno insospettito: ha scartato a destra, poi a sinistra, poi di nuovo a destra, come gli aveva insegnato la madre per sfuggire ai cani. Ma io non ero un cane, ero una macchina. Ho rallentato, ho tentato leggermente di frenare, ma lui s’è spostato verso il centro. L’ho preso.
Ho tenuto duro il volante dello sterzo – dritto – e l’ho preso. M’ha pianto il cuore, ma non ci ho potuto fare niente. Forse non aveva ancora mai catturato la prima sua preda, forse non aveva ancora mai fatto l’amore, e forse sua madre lo piange. Lui non avrà mai dei figli. Una vita – anche se di volpe – per sempre spezzata. Che ci posso fare? A scuola guida – tanti anni fa – erano stati categorici: «Se vi attraversa un animale non sterzate, non provate ad evitarlo: rallentate e se possibile frenate, ma piano, non a secco, e reggete forte il volante, dritto. Se provaste a sterzare potreste andare fuori strada, ed anche se frenaste a secco. Tenete rigido il volante, puntate dritto sull’animale, perché la botta può farvi sterzare e andare fuori strada. Meglio l’animale che voi».
Se ti attraversa un cristiano invece è diverso, la cosa si fa più complicata, a prescindere dal danno alla carrozzeria che è pure più rilevante. Ma chi è più giusto che debba morire, lui o io? Sul piano etico non è assolutamente rimproverabile il comportamento di chi decide di attenersi alla scuola guida: provi a frenare ma tieni dritto il volante, chi s’è visto s’è visto, mors tua vita mea. L’istinto di sopravvivenza, in fin dei conti, non è un optional che hai scelto tu, te l’ha fornito di serie la casa madre. Certo sarebbe più bello se uno dicesse: «Preferisco morire io piuttosto che ammazzare un altro» (io lo dico tutti i giorni, ma a parole, poi bisogna vedere i fatti).
Certo sarebbe più bello, ma proprio perché non è normale, è un’eccezione, una prestazione di tipo ipererogatorio che ascrive automaticamente chi la compie ai ruoli dell’eroismo e della santità. Ma una persona normale non ha dubbi: tra te e un altro adulto – un essere umano equipollente – che abbia attraversato la strada senza tuo duolo, sei pienamente legittimato a scegliere la sopravvivenza tua. E sia pace naturalmente all’anima sua.
Se però t’attraversa la strada un ragazzino è un altro paio di maniche. Se lo ficchi sotto sei un figlio di puttana. Devi fare di tutto per salvarlo, frenare a secco, sterzare di lato, buttarti tu sotto la tua macchina, ma non lo devi prendere. Devi andare fuori strada a rischio di morire tu, ma salvare lui. Non è più un intervento ipererogatorio, è un tuo preciso e primordiale dovere. Più forte dell’istinto di sopravvivenza c’è quello di conservazione della specie. Fra te e tuo figlio non si discute: devi morire prima tu, e ogni bambino è come se fosse il tuo. E questa è etica.
Ma se tu in macchina non stai da solo, se tu anzi sei alla guida di un autobus pieno di gente e magari di ragazzini – se tu guidi uno scuolabus – e all’improvviso t’attraversa la strada un bambino, tu non hai nessunissima scelta. Devi fare come con il volpino. Tenere il volante dritto e non fare una piega, puntare e tirarlo sotto. Ma devi andare dritto. Prenderlo in pieno. Senza pensarci sopra. È un «worst case», ma pure questa è etica.
Appunti per un Elogium
È chiaro che se uno dice «Gli orrori del comunismo» e si mette a pensare ai gulag, ai milioni di morti, alla vita di stenti, ammassati nelle baracche, poco pane e poco vino, a trenta gradi sotto zero, in mezzo alla steppa o alla tundra siberiana, lavori forzati, migliaia di chilometri a piedi, gli aguzzini che ti sparano, le purghe staliniane, la Ceka o la Ghepeù che ti vengono a prendere nel cuore della notte e ti strappano alla moglie e ai figli, in carcere alla Lubianka, le torture, e poi in Siberia, e guai a chi parla, pure i bambini ti fanno la spia, è chiaro che se uno pensa a tutto questo non può che mettersi le mani nei capelli: «E questi volevano costruire un mondo nuovo e di giustizia? Ma questo è il male assoluto».
È chiaro che è così, e pure a me qualche volta mi vengono dei dubbi: se tu vuoi operare il bene, non è con il male che lo puoi realizzare. Però questa è etica, non è politica, e non è nemmeno storia. La storia è prendere ogni cosa e inquadrarla nel tempo suo, con la corretta valutazione di tutti i fatti e di tutte le relazioni che li hanno in qualche modo determinati. Dice: «Vabbe’, ma qui c’è poco da valutare, basta un minimo di coscienza civile per ribellarsi a certe cose». Ecco: la coscienza civile. Anche quella è un fatto storico, storicamente determinato. Non è che c’è in qualche parte dell’universo una cosa che si chiama coscienza civile e che sta là per tutti i secoli dei secoli, basta andarla a prendere e ce l’hai in mano, buona per sempre.
La coscienza civile è una cosa che segue i tempi, si fa nel tempo e nello spazio, è buona qui e soltanto qui, in questo dato periodo storico. Vent’anni prima o vent’anni dopo è già diversa. Tu non puoi prendere la tua coscienza civile di adesso e misurarci, con quella, ciò che è accaduto in un altro tempo, e magari pure in un altro luogo. La coscienza civile che ha una tribù dell’Amazzonia non è la stessa di un condominio di Roma, il quale a sua volta non ha nemmeno la stessa di un vicolo di Cori. […].
Ora io non è che voglio dire che Stalin era uno stinco di santo. Non lo so. Potrebbe pure essere. Certo per tanto tempo tanta gente s’è pensata, in tutto il mondo, che era un vero benefattore dell'umanitaà e milioni di persone – nella seconda guerra mondiale e anche dopo, combattendo per la giustizia e la libertà – sono morte con il suo nome sulle labbra. A Beslan, l’altro giorno, dopo l’eccidio, la prima cosa che hanno fatto i parenti delle vittime è un corteo sotto la sua statua, una delle poche rimaste in Russia. Comunque Stalin, forse, non era un santo e se adesso, una sera, venissero da me per portarmi in un gulag, la cosa non mi farebbe sicuramente piacere. Anzi, ripugnerebbe pure alla mia di coscienza civile.
Ma quello che voglio dire è che ogni storia – intesa come racconto, logo o versione – va presa cum grano salis, va spolverata bene e guardata attentamente contro luce, perché le cose spesso non stanno come te le raccontano. E se tu hai tutto il diritto di fare revisionismo storico sul fascismo o sulla Dc, hai però il dovere di applicare le stesse categorie e lo stesso beneficio d’inventario pure sullo stalinismo. Ergo: se ti presenti con il calumet in mano e dici: «Venite qua, sediamoci intorno al tavolo e vediamo di costruire assieme il futuro», è un paio di maniche. Ma se tu ti presenti dicendo: «Viva noi» – intendendo con quel noi gli squilibri del capitalismo e delle tue presunte democrazie, costruite sulle spalle degli uomini e dei popoli più deboli – io non posso che risponderti: «Viva Stalin».
Ma veniamo al dunque. Innanzitutto un minimo di giudizio storico non può non basarsi che su dati certi, verificati e verificabili. Qua invece ci stanno solo numeri al lotto. Quanti siano con precisione i morti presuntamente causati dai gulag e da Stalin, non lo sa nemmeno Vanna Marchi. Tutti dicono «milioni», indefinito, ma un numero e un elenco preciso non c’è. Beato chi lo trova. […].
Questi storici assai acribici hanno messo nell’elenco dei morti tutti quelli che sono stati trasferiti – compresi i sei milioni di kulaki – dall’Ucraina e dal Volga in Siberia. Magari invece qualcuno campa ancora adesso. E tutti gli altri sono morti nel tempo – perchè prima o dopo tutti quanti muoiono – a buon bisogno l’anno scorso, chi in incidente d’auto e chi di infarto o di vecchiaia. Certo qualcuno sarà pure morto all’epoca, per il viaggio, le pene, gli stenti. Ma 15 milioni no, con quelli ci hanno popolato l’Asia e la Siberia. Tu invece dici: «No, è stato Stalin, li ha ammazzati tutti lui, il comunismo, avendoli deportati».
Allora pure mia madre l’ha ammazzata Mussolini. È morta dieci anni fa, però è come se l’avesse ammazzata Mussolini, perchè lei era del Veneto ma nel ’32 l’hanno «deportata» in Agro Pontino. In fin dei conti è morta qua, mica in Veneto: è colpa del Duce. Ma che ti dice la capoccia? E Agnelli? Ne ha ammazzati pochi allora Agnelli? Pensa ai milioni di siciliani e calabresi che hanno dovuto lasciare il paesello loro per andare a Mirafiori, ma non contare quelli che sono morti proprio in fabbrica – solo in Fulgorcavi ne sono morti sette – sotto le presse o dentro i laminatoi, o giù dalle impalcature dei cantieri. Tu devi contare quelli che sono morti di vecchiaia – in pensione – e anche quelli che moriranno a Torino negli anni a venire. E mica puoi fare due pesi e due misure. Se vale per Stalin deve valere pure per Agnelli, e la Democrazia cristiana (a parte le bombe di Piazza Fontana).
Dice: «Vabbe’, ma tu non puoi paragonare le deportazioni di Stalin coi normali flussi migratori: il siciliano o calabrese andava al Nord di volontà sua, i kulaki ucraini no». E qua ti sbagli. L’unica differenza è tra dirigismo e fenomeni indotti. […].
Tu perché allora impedisci ai curdi e ai sudanesi di venire oggi qua? Il tuo divieto di venire corrisponde esattamente all’obbligo di andare che gli dava Stalin. Dice: «Ma no, che c’entra, questa è casa mia, ci sono i confini, è un problema di Stati». Sono tutte fesserie. Cosa vuoi che contino i confini, gli Stati, casa mia, casa tua, quando si parla di etica e diritto naturale? Se è diritto naturale è naturale. Mo’ contano pure, agli occhi dell’etica e del cosmo, le linee che tu – in una microscopicissima frazione del Tempo – hai arbitrariarissimamente tracciato su questo sasso sperduto in mezzo all’Universo? Ma vaffallippa va’. Se Stalin non aveva il diritto di mandare i kulaki in Siberia, tu non hai quello di impedire agli africani di venire in Europa.
I cosiddetti kulaki, poi, non erano che i contadini ricchi, i grandi proprietari di terra, e quello invece era uno Stato contrario alla proprietà privata: queste erano le sue leggi, questo il suo fundamentum. Uno Stato non ha il diritto di darsi le leggi che gli pare? C’è chi permette l’aborto e chi lo vieta, chi fabbrica e spaccia alcool e chi invece lo bandisce; gli Usa, fino a tutti gli anni Venti, mettevano in galera i trafficanti d’alcool – l’Arabia Saudita ancora oggi – e un certo giorno, all’improvviso, lo hanno reso legale. Chi gli ha detto niente? Era nel loro pieno diritto. E nel mio pieno diritto era essere contro la proprietà privata, perché io ero lo Stato degli operai e dei contadini, degli sfruttati cioè che s’erano stufati d’essere sfruttati. Dice: «Ma questo ripugna alla mia coscienza democratica e civile». Alla tua, non alla loro (e se è per questo neanche alla mia). La coscienza civile dell’Urss era un’altra, ed era che tutto era di tutti.
Dice: «Ma poi non ha funzionato». Questo è un altro paio di maniche. A un certo punto, effettivamente, non ha più funzionato, poiché tra gli anni Settanta ed Ottanta si è verificata la oggettiva mortificazione, da parte del sistema sovietico, delle cosiddette forze della produzione. Non c’è più stato sviluppo. S’è arrestato. E il «socialismo reale» è quindi caduto non per difetto di libertà – più o meno individuali o più o meno pluralistico-democratiche – ma perché non ha saputo dare il benessere, i tv-color, le macchine, i frigoriferi, le discoteche eccetera: è imploso. Il capitalismo invece no. Qui le forze della produzione si sono amplificate, sono esplose al massimo. Ciò non significa che il capitalismo sia pertanto l’aspirazione suprema del genere umano – la realizzazione in terra della città di Dio – poiché mi pare che qualche problema di squilibrio e tenuta planetaria ce l’abbia pure lui.
I conti però si fanno alla fine – e se non proprio alla fine della Storia, si fanno almeno in termini di tempi storici – ma non è questo il punto. Se è comunque vero che nella sua fase finale – anni Settanta-Ottanta del secolo scorso – il sistema sovietico sia imploso a causa della totale mortificazione delle forze della produzione, è altrettanto vero che dal 1917 fino agli anni Settanta il sistema delle collettivizzazioni e della pianificazione aveva fatto di una Russia affamata e semifeudale la seconda potenza industriale, con l’emancipazione di sterminate masse di diseredati. E questo è un fatto, costituito da innalzamento dei tenori di vita, sistema sanitario, standard abitativi, altissima scolarizzazione di massa e totale giustizia sociale.
Resta comunque che ai kulaki, nella fase iniziale, la proprietà delle terre gli era pure stata lasciata, per tutta la Nep – Nuova politica economica – dal 1921 al 1928. Dovevano però consegnare il grano all’ammasso. E l’ammasso obbligatorio, con prezzo imposto, è una misura che è stata adottata anche, per un certo periodo, non solo dall’Italia fascista ma anche da quella democratica. Non la poteva adottare l’Urss? E invece quelli se lo sono nascosto. Non lo hanno consegnato. Hanno fatto aggiotaggio, aspettando che salissero i prezzi. E hanno affamato le città. C’era la carestia – e intanto ai confini, e pure dentro, imperversavano le Guardie Bianche, le armate di Kornilov e di Denikin, le forze della controrivoluzione pagate dalle potenze capitalistiche – e la gente nelle città moriva di fame (sono questi forse i 6 milioni di morti che dice Rumiz, ma affamati dai kulaki quindi, non da Stalin).
E io, Stato socialista e proletario, non ho il diritto di difendermi e far valere le mie leggi? Macchè diritto, ne ho il dovere. E ti mando a lavorare in Siberia, vai. Non è anche dottrina Usa del resto – quella in vigore tuttora a Guantanamo – che «l’integrità del nemico può costare la vita dei nostri»? Dice: «Ma le condizioni di vita erano inumane: fame, stenti, freddo glaciale, lavori forzati, plotoni di esecuzione per chi si ribellava». Non ho difficoltà a credere che ci fosse una certa repressione nei confronti di ogni fenomeno di resistenza o ribellione o repressione, che ripugna naturalmente alla mia coscienza civile di uomo nato e vissuto, per sua fortuna, nell’età e in un paese del benessere acquisito.
Ma le condizioni di vita dell’emigrazione forzata nell’Urss e dell’arcipelago gulag non erano – per quanto estreme – sostanzialmente dissimili dal resto della popolazione sovietica, perlomeno nella stragrande maggior parte. È in tutta la Russia post-zarista che c’era la fame. E c’era da prima. È da lì che parte l’Urss. Dal sottosviluppo. E costruisce lo sviluppo. La seconda potenza industriale ed economica del mondo. Una potenza spaziale. Ma parte dalla fame. Una fame ancora più nera di quella che c’era in Italia nello stesso periodo, dove anche però le condizioni di vita di milioni di persone non sono di molto superiori a quelle del gulag. Basta vedere un qualunque rapporto sulla situazione abitativa: le famiglie ammassate in dieci o più persone in una sola stanza, o capanna, sono la norma in tutte le zone rurali non solo del Centrosud ma anche dell’Altitalia. Pure mio padre nelle Paludi Pontine – dove la gente viveva nelle lestre, capanne di legno, di canne ed arbusti – ha mangiato per anni una sola volta al giorno. E qualche volta nemmeno. Figurati in Russia. Dice: «Ma là faceva freddo». Compa’, l’inverno scorso a Latina è morto un extracomunitario, non si sa se rumeno, polacco o ucraino pure lui. È morto di freddo, assiderato. Lo hanno trovato la mattina in mezzo al parco, tra i cartoni. Ma mica dico che lo ha ammazzato Berlusconi, o il sindaco Zaccheo.
Quello – Stalin – doveva costruire il socialismo «in un solo paese», che era appunto la questione dirimente con Trotzkij, che invece diceva che non si potesse fare, che il socialismo andava costruito in tutto il mondo, che bisognava portare la rivoluzione dappertutto, perchè in un solo paese non te lo avrebbero fatto fare e il capitalismo ti avrebbe massacrato. Certo pure a Stalin sarebbe piaciuto farlo dappertutto, ma intanto s’è messo a farlo lì, «in un solo paese», partendo dalla fame e dal sottosviluppo, accerchiato dal capitalismo e coi bastoni pure fra le ruote dei trotzkisti. E in questa situazione – accerchiamento, fame, vere e proprie carestie e sottosviluppo – si è ritrovato alla guida di un paese che aveva alcune aree assolutamente sovrappopolate, con 15 milioni che gli crescevano, e dall’altra parte interminati spazi, pieni d’ogni ricchezza, ogni ben di Dio, miniere, petrolio, ma assolutamente deserti, senza nessuno che li raccogliesse. Mo’, secondo te, non spostava quei 15 milioni?
Morale
Dice: «Io t’avrei voluto vedere a te, che dicevi nei panni di Solzenicyn». Be’, intanto non so se avrei saputo scrivere Una giornata di Ivan Denisovic – un capolavoro della letteratura mondiale – però certo l’arcipelago gulag non mi sarebbe piaciuto e, nei panni di Solzenicyn, avrei tentato di fare il diavolo a quattro pure io. Ma in quelli dell’autista dell’autobus ti ficcavo sotto senza pensarci sopra. Worst case. (continua)
L’articolo completo è in un numero di Limes del 2004 La Russia in gioco
Fonte
Worst case – Prologo
L’altra notte sull’Appia – mentre pensavo ad etica e politica e agli «orrori» di Stalin – all’improvviso m’ha attraversato un volpino. Già non era più un cucciolo, ma ancora nemmeno un adulto: era solo una giovane volpe al suo primo viaggio iniziatico.
La strada era deserta. Lui era sul ciglio di sinistra e viaggiava nel mio stesso senso: avesse scartato di lato – verso il fosso – o avesse proseguito tranquillo, non ci saremmo mai incontrati, ognuno avrebbe continuato la sua strada. Ma i fari, o il motore, lo hanno insospettito: ha scartato a destra, poi a sinistra, poi di nuovo a destra, come gli aveva insegnato la madre per sfuggire ai cani. Ma io non ero un cane, ero una macchina. Ho rallentato, ho tentato leggermente di frenare, ma lui s’è spostato verso il centro. L’ho preso.
Ho tenuto duro il volante dello sterzo – dritto – e l’ho preso. M’ha pianto il cuore, ma non ci ho potuto fare niente. Forse non aveva ancora mai catturato la prima sua preda, forse non aveva ancora mai fatto l’amore, e forse sua madre lo piange. Lui non avrà mai dei figli. Una vita – anche se di volpe – per sempre spezzata. Che ci posso fare? A scuola guida – tanti anni fa – erano stati categorici: «Se vi attraversa un animale non sterzate, non provate ad evitarlo: rallentate e se possibile frenate, ma piano, non a secco, e reggete forte il volante, dritto. Se provaste a sterzare potreste andare fuori strada, ed anche se frenaste a secco. Tenete rigido il volante, puntate dritto sull’animale, perché la botta può farvi sterzare e andare fuori strada. Meglio l’animale che voi».
Se ti attraversa un cristiano invece è diverso, la cosa si fa più complicata, a prescindere dal danno alla carrozzeria che è pure più rilevante. Ma chi è più giusto che debba morire, lui o io? Sul piano etico non è assolutamente rimproverabile il comportamento di chi decide di attenersi alla scuola guida: provi a frenare ma tieni dritto il volante, chi s’è visto s’è visto, mors tua vita mea. L’istinto di sopravvivenza, in fin dei conti, non è un optional che hai scelto tu, te l’ha fornito di serie la casa madre. Certo sarebbe più bello se uno dicesse: «Preferisco morire io piuttosto che ammazzare un altro» (io lo dico tutti i giorni, ma a parole, poi bisogna vedere i fatti).
Certo sarebbe più bello, ma proprio perché non è normale, è un’eccezione, una prestazione di tipo ipererogatorio che ascrive automaticamente chi la compie ai ruoli dell’eroismo e della santità. Ma una persona normale non ha dubbi: tra te e un altro adulto – un essere umano equipollente – che abbia attraversato la strada senza tuo duolo, sei pienamente legittimato a scegliere la sopravvivenza tua. E sia pace naturalmente all’anima sua.
Se però t’attraversa la strada un ragazzino è un altro paio di maniche. Se lo ficchi sotto sei un figlio di puttana. Devi fare di tutto per salvarlo, frenare a secco, sterzare di lato, buttarti tu sotto la tua macchina, ma non lo devi prendere. Devi andare fuori strada a rischio di morire tu, ma salvare lui. Non è più un intervento ipererogatorio, è un tuo preciso e primordiale dovere. Più forte dell’istinto di sopravvivenza c’è quello di conservazione della specie. Fra te e tuo figlio non si discute: devi morire prima tu, e ogni bambino è come se fosse il tuo. E questa è etica.
Ma se tu in macchina non stai da solo, se tu anzi sei alla guida di un autobus pieno di gente e magari di ragazzini – se tu guidi uno scuolabus – e all’improvviso t’attraversa la strada un bambino, tu non hai nessunissima scelta. Devi fare come con il volpino. Tenere il volante dritto e non fare una piega, puntare e tirarlo sotto. Ma devi andare dritto. Prenderlo in pieno. Senza pensarci sopra. È un «worst case», ma pure questa è etica.
Appunti per un Elogium
È chiaro che se uno dice «Gli orrori del comunismo» e si mette a pensare ai gulag, ai milioni di morti, alla vita di stenti, ammassati nelle baracche, poco pane e poco vino, a trenta gradi sotto zero, in mezzo alla steppa o alla tundra siberiana, lavori forzati, migliaia di chilometri a piedi, gli aguzzini che ti sparano, le purghe staliniane, la Ceka o la Ghepeù che ti vengono a prendere nel cuore della notte e ti strappano alla moglie e ai figli, in carcere alla Lubianka, le torture, e poi in Siberia, e guai a chi parla, pure i bambini ti fanno la spia, è chiaro che se uno pensa a tutto questo non può che mettersi le mani nei capelli: «E questi volevano costruire un mondo nuovo e di giustizia? Ma questo è il male assoluto».
È chiaro che è così, e pure a me qualche volta mi vengono dei dubbi: se tu vuoi operare il bene, non è con il male che lo puoi realizzare. Però questa è etica, non è politica, e non è nemmeno storia. La storia è prendere ogni cosa e inquadrarla nel tempo suo, con la corretta valutazione di tutti i fatti e di tutte le relazioni che li hanno in qualche modo determinati. Dice: «Vabbe’, ma qui c’è poco da valutare, basta un minimo di coscienza civile per ribellarsi a certe cose». Ecco: la coscienza civile. Anche quella è un fatto storico, storicamente determinato. Non è che c’è in qualche parte dell’universo una cosa che si chiama coscienza civile e che sta là per tutti i secoli dei secoli, basta andarla a prendere e ce l’hai in mano, buona per sempre.
La coscienza civile è una cosa che segue i tempi, si fa nel tempo e nello spazio, è buona qui e soltanto qui, in questo dato periodo storico. Vent’anni prima o vent’anni dopo è già diversa. Tu non puoi prendere la tua coscienza civile di adesso e misurarci, con quella, ciò che è accaduto in un altro tempo, e magari pure in un altro luogo. La coscienza civile che ha una tribù dell’Amazzonia non è la stessa di un condominio di Roma, il quale a sua volta non ha nemmeno la stessa di un vicolo di Cori. […].
Ora io non è che voglio dire che Stalin era uno stinco di santo. Non lo so. Potrebbe pure essere. Certo per tanto tempo tanta gente s’è pensata, in tutto il mondo, che era un vero benefattore dell'umanitaà e milioni di persone – nella seconda guerra mondiale e anche dopo, combattendo per la giustizia e la libertà – sono morte con il suo nome sulle labbra. A Beslan, l’altro giorno, dopo l’eccidio, la prima cosa che hanno fatto i parenti delle vittime è un corteo sotto la sua statua, una delle poche rimaste in Russia. Comunque Stalin, forse, non era un santo e se adesso, una sera, venissero da me per portarmi in un gulag, la cosa non mi farebbe sicuramente piacere. Anzi, ripugnerebbe pure alla mia di coscienza civile.
Ma quello che voglio dire è che ogni storia – intesa come racconto, logo o versione – va presa cum grano salis, va spolverata bene e guardata attentamente contro luce, perché le cose spesso non stanno come te le raccontano. E se tu hai tutto il diritto di fare revisionismo storico sul fascismo o sulla Dc, hai però il dovere di applicare le stesse categorie e lo stesso beneficio d’inventario pure sullo stalinismo. Ergo: se ti presenti con il calumet in mano e dici: «Venite qua, sediamoci intorno al tavolo e vediamo di costruire assieme il futuro», è un paio di maniche. Ma se tu ti presenti dicendo: «Viva noi» – intendendo con quel noi gli squilibri del capitalismo e delle tue presunte democrazie, costruite sulle spalle degli uomini e dei popoli più deboli – io non posso che risponderti: «Viva Stalin».
Ma veniamo al dunque. Innanzitutto un minimo di giudizio storico non può non basarsi che su dati certi, verificati e verificabili. Qua invece ci stanno solo numeri al lotto. Quanti siano con precisione i morti presuntamente causati dai gulag e da Stalin, non lo sa nemmeno Vanna Marchi. Tutti dicono «milioni», indefinito, ma un numero e un elenco preciso non c’è. Beato chi lo trova. […].
Questi storici assai acribici hanno messo nell’elenco dei morti tutti quelli che sono stati trasferiti – compresi i sei milioni di kulaki – dall’Ucraina e dal Volga in Siberia. Magari invece qualcuno campa ancora adesso. E tutti gli altri sono morti nel tempo – perchè prima o dopo tutti quanti muoiono – a buon bisogno l’anno scorso, chi in incidente d’auto e chi di infarto o di vecchiaia. Certo qualcuno sarà pure morto all’epoca, per il viaggio, le pene, gli stenti. Ma 15 milioni no, con quelli ci hanno popolato l’Asia e la Siberia. Tu invece dici: «No, è stato Stalin, li ha ammazzati tutti lui, il comunismo, avendoli deportati».
Allora pure mia madre l’ha ammazzata Mussolini. È morta dieci anni fa, però è come se l’avesse ammazzata Mussolini, perchè lei era del Veneto ma nel ’32 l’hanno «deportata» in Agro Pontino. In fin dei conti è morta qua, mica in Veneto: è colpa del Duce. Ma che ti dice la capoccia? E Agnelli? Ne ha ammazzati pochi allora Agnelli? Pensa ai milioni di siciliani e calabresi che hanno dovuto lasciare il paesello loro per andare a Mirafiori, ma non contare quelli che sono morti proprio in fabbrica – solo in Fulgorcavi ne sono morti sette – sotto le presse o dentro i laminatoi, o giù dalle impalcature dei cantieri. Tu devi contare quelli che sono morti di vecchiaia – in pensione – e anche quelli che moriranno a Torino negli anni a venire. E mica puoi fare due pesi e due misure. Se vale per Stalin deve valere pure per Agnelli, e la Democrazia cristiana (a parte le bombe di Piazza Fontana).
Dice: «Vabbe’, ma tu non puoi paragonare le deportazioni di Stalin coi normali flussi migratori: il siciliano o calabrese andava al Nord di volontà sua, i kulaki ucraini no». E qua ti sbagli. L’unica differenza è tra dirigismo e fenomeni indotti. […].
Tu perché allora impedisci ai curdi e ai sudanesi di venire oggi qua? Il tuo divieto di venire corrisponde esattamente all’obbligo di andare che gli dava Stalin. Dice: «Ma no, che c’entra, questa è casa mia, ci sono i confini, è un problema di Stati». Sono tutte fesserie. Cosa vuoi che contino i confini, gli Stati, casa mia, casa tua, quando si parla di etica e diritto naturale? Se è diritto naturale è naturale. Mo’ contano pure, agli occhi dell’etica e del cosmo, le linee che tu – in una microscopicissima frazione del Tempo – hai arbitrariarissimamente tracciato su questo sasso sperduto in mezzo all’Universo? Ma vaffallippa va’. Se Stalin non aveva il diritto di mandare i kulaki in Siberia, tu non hai quello di impedire agli africani di venire in Europa.
I cosiddetti kulaki, poi, non erano che i contadini ricchi, i grandi proprietari di terra, e quello invece era uno Stato contrario alla proprietà privata: queste erano le sue leggi, questo il suo fundamentum. Uno Stato non ha il diritto di darsi le leggi che gli pare? C’è chi permette l’aborto e chi lo vieta, chi fabbrica e spaccia alcool e chi invece lo bandisce; gli Usa, fino a tutti gli anni Venti, mettevano in galera i trafficanti d’alcool – l’Arabia Saudita ancora oggi – e un certo giorno, all’improvviso, lo hanno reso legale. Chi gli ha detto niente? Era nel loro pieno diritto. E nel mio pieno diritto era essere contro la proprietà privata, perché io ero lo Stato degli operai e dei contadini, degli sfruttati cioè che s’erano stufati d’essere sfruttati. Dice: «Ma questo ripugna alla mia coscienza democratica e civile». Alla tua, non alla loro (e se è per questo neanche alla mia). La coscienza civile dell’Urss era un’altra, ed era che tutto era di tutti.
Dice: «Ma poi non ha funzionato». Questo è un altro paio di maniche. A un certo punto, effettivamente, non ha più funzionato, poiché tra gli anni Settanta ed Ottanta si è verificata la oggettiva mortificazione, da parte del sistema sovietico, delle cosiddette forze della produzione. Non c’è più stato sviluppo. S’è arrestato. E il «socialismo reale» è quindi caduto non per difetto di libertà – più o meno individuali o più o meno pluralistico-democratiche – ma perché non ha saputo dare il benessere, i tv-color, le macchine, i frigoriferi, le discoteche eccetera: è imploso. Il capitalismo invece no. Qui le forze della produzione si sono amplificate, sono esplose al massimo. Ciò non significa che il capitalismo sia pertanto l’aspirazione suprema del genere umano – la realizzazione in terra della città di Dio – poiché mi pare che qualche problema di squilibrio e tenuta planetaria ce l’abbia pure lui.
I conti però si fanno alla fine – e se non proprio alla fine della Storia, si fanno almeno in termini di tempi storici – ma non è questo il punto. Se è comunque vero che nella sua fase finale – anni Settanta-Ottanta del secolo scorso – il sistema sovietico sia imploso a causa della totale mortificazione delle forze della produzione, è altrettanto vero che dal 1917 fino agli anni Settanta il sistema delle collettivizzazioni e della pianificazione aveva fatto di una Russia affamata e semifeudale la seconda potenza industriale, con l’emancipazione di sterminate masse di diseredati. E questo è un fatto, costituito da innalzamento dei tenori di vita, sistema sanitario, standard abitativi, altissima scolarizzazione di massa e totale giustizia sociale.
Resta comunque che ai kulaki, nella fase iniziale, la proprietà delle terre gli era pure stata lasciata, per tutta la Nep – Nuova politica economica – dal 1921 al 1928. Dovevano però consegnare il grano all’ammasso. E l’ammasso obbligatorio, con prezzo imposto, è una misura che è stata adottata anche, per un certo periodo, non solo dall’Italia fascista ma anche da quella democratica. Non la poteva adottare l’Urss? E invece quelli se lo sono nascosto. Non lo hanno consegnato. Hanno fatto aggiotaggio, aspettando che salissero i prezzi. E hanno affamato le città. C’era la carestia – e intanto ai confini, e pure dentro, imperversavano le Guardie Bianche, le armate di Kornilov e di Denikin, le forze della controrivoluzione pagate dalle potenze capitalistiche – e la gente nelle città moriva di fame (sono questi forse i 6 milioni di morti che dice Rumiz, ma affamati dai kulaki quindi, non da Stalin).
E io, Stato socialista e proletario, non ho il diritto di difendermi e far valere le mie leggi? Macchè diritto, ne ho il dovere. E ti mando a lavorare in Siberia, vai. Non è anche dottrina Usa del resto – quella in vigore tuttora a Guantanamo – che «l’integrità del nemico può costare la vita dei nostri»? Dice: «Ma le condizioni di vita erano inumane: fame, stenti, freddo glaciale, lavori forzati, plotoni di esecuzione per chi si ribellava». Non ho difficoltà a credere che ci fosse una certa repressione nei confronti di ogni fenomeno di resistenza o ribellione o repressione, che ripugna naturalmente alla mia coscienza civile di uomo nato e vissuto, per sua fortuna, nell’età e in un paese del benessere acquisito.
Ma le condizioni di vita dell’emigrazione forzata nell’Urss e dell’arcipelago gulag non erano – per quanto estreme – sostanzialmente dissimili dal resto della popolazione sovietica, perlomeno nella stragrande maggior parte. È in tutta la Russia post-zarista che c’era la fame. E c’era da prima. È da lì che parte l’Urss. Dal sottosviluppo. E costruisce lo sviluppo. La seconda potenza industriale ed economica del mondo. Una potenza spaziale. Ma parte dalla fame. Una fame ancora più nera di quella che c’era in Italia nello stesso periodo, dove anche però le condizioni di vita di milioni di persone non sono di molto superiori a quelle del gulag. Basta vedere un qualunque rapporto sulla situazione abitativa: le famiglie ammassate in dieci o più persone in una sola stanza, o capanna, sono la norma in tutte le zone rurali non solo del Centrosud ma anche dell’Altitalia. Pure mio padre nelle Paludi Pontine – dove la gente viveva nelle lestre, capanne di legno, di canne ed arbusti – ha mangiato per anni una sola volta al giorno. E qualche volta nemmeno. Figurati in Russia. Dice: «Ma là faceva freddo». Compa’, l’inverno scorso a Latina è morto un extracomunitario, non si sa se rumeno, polacco o ucraino pure lui. È morto di freddo, assiderato. Lo hanno trovato la mattina in mezzo al parco, tra i cartoni. Ma mica dico che lo ha ammazzato Berlusconi, o il sindaco Zaccheo.
Quello – Stalin – doveva costruire il socialismo «in un solo paese», che era appunto la questione dirimente con Trotzkij, che invece diceva che non si potesse fare, che il socialismo andava costruito in tutto il mondo, che bisognava portare la rivoluzione dappertutto, perchè in un solo paese non te lo avrebbero fatto fare e il capitalismo ti avrebbe massacrato. Certo pure a Stalin sarebbe piaciuto farlo dappertutto, ma intanto s’è messo a farlo lì, «in un solo paese», partendo dalla fame e dal sottosviluppo, accerchiato dal capitalismo e coi bastoni pure fra le ruote dei trotzkisti. E in questa situazione – accerchiamento, fame, vere e proprie carestie e sottosviluppo – si è ritrovato alla guida di un paese che aveva alcune aree assolutamente sovrappopolate, con 15 milioni che gli crescevano, e dall’altra parte interminati spazi, pieni d’ogni ricchezza, ogni ben di Dio, miniere, petrolio, ma assolutamente deserti, senza nessuno che li raccogliesse. Mo’, secondo te, non spostava quei 15 milioni?
Morale
Dice: «Io t’avrei voluto vedere a te, che dicevi nei panni di Solzenicyn». Be’, intanto non so se avrei saputo scrivere Una giornata di Ivan Denisovic – un capolavoro della letteratura mondiale – però certo l’arcipelago gulag non mi sarebbe piaciuto e, nei panni di Solzenicyn, avrei tentato di fare il diavolo a quattro pure io. Ma in quelli dell’autista dell’autobus ti ficcavo sotto senza pensarci sopra. Worst case. (continua)
L’articolo completo è in un numero di Limes del 2004 La Russia in gioco
Fonte
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