Il report dell’Istat sulle migrazioni interna e internazionale, pubblicato il 3 agosto, conferma un dato di fatto ormai acclarato da oltre un decennio: l’Italia paga per formare giovani altamente qualificati per poi farseli “rubare” dai grandi centri del capitalismo europeo. È il fallimento della classe dirigente nostrana e insieme la vittoria del progetto unioneuropeista.
Va giustamente segnalato il ridimensionamento degli espatri, dopo i picchi registrati negli anni precedenti. Nel 2025 le cancellazioni anagrafiche a favore dell’estero sono scese a 144 mila unità, rispetto alle 189 mila del 2024 (-23,7%). Gli espatri dei cittadini italiani sono passati da 141 mila a 109 mila (-22,7%).
I paesi europei si confermano come la destinazione privilegiata dagli emigranti italiani. La prima meta è la Spagna, seguita da Germania, Svizzera, Regno Unito e Francia. Al di là del Vecchio Continente, il paese che accoglie più italiani sono gli Stati Uniti, con il 5,8% dei flussi.
Su varie testate giornalistiche si è riportata in maniera trionfalistica la contrazione degli italiani che lasciano il Belpaese, ma la realtà è che il saldo migratorio rimane negativo in maniera significativa: nel 2025 se ne sono andate “solo” 53 mila persone che, certo, sono comunque meno delle 83 mila del 2024.
I dati evidenziano come siano gli ingressi dall’estero a garantire la tenuta dei numeri della popolazione residente, con gli arrivi che sono quasi riusciti a pareggiare il divario tra il numero di nascite e quello dei decessi, anche se, a dire il vero, gli ingressi dall’estero nel 2025 si sono attestati in leggera flessione (-2,6%), a 440 mila unità. L’87% del totale è composto da cittadini stranieri.
Altro che la propaganda sulla natalità del governo para-fascista della “donna, madre, cristiana” Giorgia Meloni. Del resto, la natalità è un problema di “riproduzione della forza lavoro”, di salario, insomma. E su quel fronte, si sa, l’esecutivo difende gli interessi dei padroni e non mette un centesimo, a differenza di armi e armamenti.
È certamente questo uno dei motivi principali che contribuiscono al “furto” di cervelli italiani, accanto alla mancanza di qualsiasi politica industriale e la trasformazione del paese in un enorme parco turistico, con lavori precari e pagati una miseria. Ma proprio andando più a fondo sul nodo dei giovani – laureati – che fuggono in cerca di opportunità all’estero, c’è molto altro da evidenziare.
Nel periodo compreso tra il 2019 e il 2024, l’Italia ha subito una perdita netta di 161 mila giovani tra 25 e 34 anni. Tuttavia, il saldo dei giovani di cittadinanza straniera nello stesso periodo è risultato fortemente positivo (+454mila), garantendo al Belpaese un guadagno netto complessivo di 293 mila giovani.
Ma se si focalizza l’attenzione sui laureati, all’interno di questi insiemi, emerge un elemento di assoluta importanza. L’Italia ha perso 78 mila giovani laureati tra il 2019 e il 2024, emigrati all’estero. Allo stesso tempo, però, l’ingresso di 88 mila laureati stranieri non ha solo compensato la perdita, ma ha permesso di tenere un saldo positivo in questo settore, per quanto ammonti a solo 10 mila unità.
Il processo a cui si assiste è il seguente: le nostre università sfornano un (basso) numero di laureati, che a causa di imprenditori parassitari e l’abbandono di qualsiasi pianificazione economica pubblica sono spinti all’estero, mentre tanti laureati che arrivano in Italia in cerca di condizioni di vita migliori vengono messi a fare i lavori meno protetti e peggio pagati, perché l’unico orizzonte è quello dello sfruttamento intensivo.
Detto in altri termini, l’immigrazione straniera ha sostenuto la crescita demografica del paese, ma anche il bilancio della forza lavoro qualificata. Eppure, queste “risorse” intellettuali non vengono messe a sistema in un meccanismo virtuoso che possa permettere la crescita e l’innovazione del paese, che ormai è un’appendice di filiere che fanno capo altrove.
Ovviamente, non in tutta la penisola la situazione è uguale, dato che alcune regioni sono riuscite a integrarsi bene nel modello europeo. Ad approfittare maggiormente dei flussi migratori sono state le aree più dinamiche del paese, quelle del Nord-Ovest. Allo stesso tempo, si conferma la tradizionale direttrice che da Sud muove verso Nord anche gli italiani.
Il bilancio netto per il Mezzogiorno si chiude così con una perdita di circa 45 mila residenti nel 2025. Le regioni meridionali hanno perso 150 mila laureati tra il 2019 e il 2025: -122 mila per trasferimenti interni verso il Centro-Nord, -28 mila diretti all’estero. In questo modo, il Meridione è “rapinato” due volte, di giovani e di lavoratori pronti a immaginare uno sviluppo nuovo e diverso per i propri territori.
Che oggi si senta blaterare su tutti i media della crisi migratoria, intesa come l’arrivo di stranieri nel nostro paese, è davvero assurdo, di fronte a questi numeri. Bisognerebbe parlare del perché anche l’Italia è un paese di emigrati, e come elaborare un futuro per i nostri giovani.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
05/08/2026
Emoraggia di giovani laureati, a coprire il buco ci sono i migranti
Il 62% degli italiani rinuncia a fare figli perchè costa troppo
Nel 2025 sono nati in Italia circa 355mila bambini, il dato più basso dalla fine della Seconda guerra mondiale, e sono morte 652mila persone, con un saldo negativo di -297mila unità, come se fosse sparita l’intera città di Catania[i]. La Fondazione per la Natalità, in collaborazione con Istat e Inps, ha reso pubblico un dossier da cui risulta che il 62% degli italiani fa sempre meno figli perché questi costano troppo. Inoltre, il 49,9% delle donne teme conseguenze negative sul lavoro con l’arrivo di un figlio. Solo il 5,5% dice di non volere figli[ii]. Il problema, quindi, non sono gli immigrati che sono troppi, ma gli italiani che stanno diventando troppo pochi.
In base alle proiezioni di Eurostat, la popolazione italiana, che nel 2026 è di 58,9 milioni, a pari condizioni (stesso tasso di natalità e stessa intensità del flusso migratorio di oggi), passerà nel 2050 a 55,7 milioni o a 49,5 milioni in caso di blocco totale dell’immigrazione (l’ipotesi vannacciana)[iii]. Questi dati dipendono anche dall’emigrazione di cittadini italiani. Nel 2026 oltre 6,5 milioni di questi, spesso giovani con alti titoli di studio, sono all’estero, alla ricerca di migliori salari e condizioni di vita. Visto che fare figli è difficile soprattutto per ragioni economiche, il vero problema è che i salari italiani negli ultimi decenni sono diminuiti e che il welfare per le famiglie e a favore delle donne che lavorano si è ridotto (a partire dagli asili nido e dalla assistenza ai genitori anziani).
Giusto qualche giorno fa l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), riportava che tra 1990 e 2024 il salario reale dei lavoratori italiani del settore privato (ma il settore pubblico non sta meglio) è diminuito del 6,6%, mentre mediamente i salari dei paesi Ocse sono aumentati del 35%[iv]. Le persone nel capitalismo sono considerate come possessori di una merce (sebbene particolare), la forza lavoro. La forza lavoro, come ogni merce, ha un proprio valore, che corrisponde non solo alle merci che servono per il mantenimento in vita giornaliero, ma anche al tempo/costo per farla crescere, istruirla, curarla, ecc. Oggi il tempo di preparazione della forza lavoro si è allungato e, di conseguenza, il costo della sua riproduzione è molto alto e le famiglie non ce la fanno a sostenerlo. Fare figli potrebbe voler dire ridursi in povertà o ritornare alla situazione dei nostri antenati della prima metà del Novecento, che mettevano al mondo tanti figli (oltre che essere dovuto alla più alta mortalità infantile, serviva carne da cannone per le mire imperialistiche di Mussolini e del capitale italiano), senza stare troppo a preoccuparsi di garantirgli un decente standard di vita.
Il valore della forza lavoro è, però, storicamente determinato. Ciò vuol dire che è dato dal livello delle merci (beni e servizi) che in un certo periodo storico, cioè in certe condizioni di produttività, di cultura e di rapporti di forza tra lavoratori e capitale, sono ritenute essenziali al mantenimento della forza lavoro. Quanto al salario, esso è il prezzo della merce forza lavoro e oscilla attorno al suo valore. Infatti, uno degli strumenti maggiormente utilizzati dal capitale per contrastare la caduta del saggio di profitto è proprio quello di ridurre il salario della forza lavoro al di sotto del suo valore[v]. Ciò significa ridurre il consumo del lavoratore al di sotto dello standard a cui si era arrivati, dato un certo sviluppo della società. Quindi, i lavoratori italiani, a fronte di salari diminuiti, resistono all’abbassamento dello standard di vita a cui si sono abituati, scegliendo di non riprodursi. Per tutte queste ragioni, il capitale importa immigrati da paesi più poveri, specie da paesi extra-comunitari, perché lì i salari reali sono più contenuti e il valore della forza lavoro è più basso, specialmente il suo costo di riproduzione. Quindi, stranieri a basso costo, al posto di italiani ad alto costo. Se non vogliamo ridurci a essere un paese di vecchi e garantirci il diritto alla genitorialità, non serve a nulla attaccare gli immigrati e progettare impossibili e costosissime remigrazioni di milioni di persone.
Quello che serve è fare una battaglia a livello nazionale per alzare i salari pubblici e privati sia degli italiani sia degli immigrati e per sviluppare un welfare adeguato per i bambini e i vecchi, in modo che l’attività di cura non pesi solo sulle famiglie, e in particolare sulle donne. La questione salariale è, però, legata al modo di produzione economico. Infatti, l’Upb dice anche che la causa dell’arretramento dei salari italiani risiede nell’aumento del part-time involontario, che in Italia è molto maggiore che negli altri paesi europei (falsando anche le statistiche sul tasso di occupazione, che aumenta con il giubilo della Meloni).
Un’altra causa sta nella deindustrializzazione, a sua volta dovuta alle delocalizzazioni all’estero, dove il costo del lavoro è più basso. Infatti, sono diminuiti i posti di lavoro nell’industria e sono aumentati quelli nei servizi, che in media offrono contratti più deboli e compensi più bassi. Oltre a questo, va ribadito che bisogna lottare contro il caporalato e il lavoro nero e che se un uomo o una donna lavorano precariamente o a tempo parziale, magari fino a 40 o anche a 50 anni, non possono certo pianificare di fare dei figli. Tutto questo dipende soprattutto dalle riforme del mercato del lavoro (dal pacchetto Treu, alla riforma Biagi, a quella Fornero, al Jobs Act), che, votate da centro-destra e centro-sinistra, negli ultimi 40 anni hanno prodotto precarietà e abbassamento dei salari, allo scopo di rendere più competitive le merci italiane sul mercato globale e innalzare i profitti capitalistici. Va aggiunto, inoltre, che tali riforme e la riduzione del welfare sono dovute anche ai vincoli di bilancio dei Trattati europei e all’adozione dell’euro, che, impedendo di usare come leva competitiva sui mercati globali la svalutazione della moneta, favorisce il ricorso alla riduzione salariale.
In definitiva, la causa del calo dei salari sta nel modello economico orientato all’export e improntato al neoliberismo. Quindi, come dicevo in un mio articolo recente sul declino dell’auto europea e l’ascesa di quella cinese, va fatta una battaglia non solo per aumentare i salari, ma anche per superare il modello produttivo attuale e introdurre un sistema misto pubblico-privato, basato sui consumi interni e su di un ruolo maggiore dello Stato nell’economia, ad esempio rinazionalizzando quelle imprese che sono state privatizzate con esiti disastrosi, ad esempio Telecom e, come mostra la cronaca più recente, l’Ilva di Taranto.
Ciò, però, non può essere raggiunto attraverso una guerra fra poveri e meno poveri, tra immigrati e italiani, che ha l’effetto di dividere i lavoratori e deviare l’attenzione verso temi secondari. Ciò può essere fatto solo con una lotta unitaria, come sta già accadendo in alcuni settori lavorativi, malgrado molti italiani non ne siano coscienti, a causa del silenzio dei media. Basti solo pensare allo sciopero, organizzato da alcuni sindacati di base, che per giorni ha bloccato la distribuzione logistica di Bologna, per la protesta di lavoratori immigrati e italiani contro la morte di Farik. La lotta contro il razzismo e la xenofobia non è un vezzo da “sinistra fucsia”, ma un aspetto necessario alla ripresa e al dispiegamento della lotta di classe nel nostro paese.
Il problema, quindi, non è solo il ceto politico, ma il sistema capitalistico, specialmente quello puro, nella forma neoliberista e imperialista. Il ceto politico è subalterno (funzionale, meglio) agli interessi del grande capitale. Per contrastare questa situazione, bisogna darsi da fare e muoversi in prima persona. Votare alle elezioni non basta, bisogna mobilitarsi. E, invece, pare che molti italiani deleghino tutto alla politica. Ma la politica non può che essere il riflesso della società. E se la società oscilla tra pessimismo cosmico, apatia e perseguimento del proprio piccolo tornaconto individuale, c’è poco da meravigliarsi dello stato in cui versano i partiti e il paese.
Note
[i] https://www.statigeneralidellanatalita.it/wp-content/uploads/2026/07/VOLERE-O-POTERE-DOSSIER-2026-light-def.pdf
[ii] Barbara Gobbi, “Il 62% degli italiani rinuncia a fare più figli: costa troppo”, Il Sole24ore, 29 luglio 2026.
[iii] https://ec.europa.eu/eurostat/web/population-demography/population-projections/database
[iv] Gianni Trovati, “Il gelo dei redditi: -1,6% rispetto al ’90, l’Irpef frena la crisi ma non la risolve”, Il Sole24ore, 22 luglio 2026.
[v] K. Marx, Il capitale, Newton Compton editore, Roma, 1996, p.1073.
Fonte
08/12/2025
Mezzo milione di giovani sono emigrati all’estero in tredici anni. Così viene meno il futuro
Solo nel 2024 sono stati 78mila i giovani che hanno lasciato l’Italia. Rispetto agli ingressi di giovani immigrati – provenienti però da altre economie avanzate della fascia d’età 18-34 anni – il saldo è decisamente negativo: -61mila.
Il Rapporto del Cnel allarga poi lo sguardo ad un periodo che va – significativamente – dal 2011 al 2024. Il 2011 è infatti l’anno della crisi del debito. In questi tredici anni sono emigrati dall’Italia in 630mila – di cui il 49% dalle regioni del Nord e il 35% dal Meridione –, il che corrisponde al 7% dei giovani residenti in Italia. Anche in questo caso il saldo migratorio è negativo di 441mila giovani.
Lo studio ha poi quantificato anche il valore del capitale umano emigrato dal nostro Paese nel periodo 2011-2024 e il valore perduto ammonta a 159,5 miliardi di euro, stimato sul saldo migratorio e come costo sostenuto dalle famiglie e, per la sola istruzione, dal settore pubblico, per crescere ed educare i giovani italiani che sono poi emigrati all’estero.
In termini di Pil, il valore del capitale umano uscito nell’arco temporale 2011-2024 è pari al 7,5%. Il paradosso è che con la denatalità – nel 2025 toccheremo un nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia probabilmente scendendo sotto i 350mila neonati – e con il progressivo invecchiamento della popolazione, i giovani sono da considerare una risorsa che rischia di scarseggiare per ogni ipotesi di sviluppo futuro del Paese.
C’è poi il dato del capitale umano e qui, analizzando la platea di chi ha lasciato l’Italia tra i giovani emigrati nel triennio 2022-2024, emerge che il 42,1% è composto da laureati, in aumento rispetto al 33,8% dell’intero periodo 2011-2024. Ragione per cui non è un paradosso che punte più alte di questa emigrazione “di valore” si registrino nelle regioni più ricche come Trentino (50,7%), Lombardia (50,2%), Friuli-Venezia Giulia (49,8%), Emilia-Romagna (48,5%) e Veneto (48,1%).
Nei tredici anni del periodo 2011-2024 ci sono stati solo 55mila arrivi in Italia di giovani dalle prime dieci economie avanzate verso cui invece emigrano i giovani italiani (Austria, Belgio, Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Regno Unito, Spagna, Svizzera e Usa). Nello stesso periodo ben 486mila giovani italiani sono emigrati in quei Paesi.
La prima destinazione rimane il Regno Unito (26,5%), seguito da Germania (21,2%), Svizzera (13%), Francia (10,9%) e Spagna (8,2%).
Per quanto riguarda la migrazione interna al nostro paese, nel 2011-2024 si sono trasferiti dal Meridione al Centro-Nord 484mila giovani italiani. Tra loro 240mila sono andati nelle regioni del Nord Ovest, 163mila nel Nord-Est e 80mila nel Centro. Il deflusso record è quello dalla Campania, pari a 158mila, seguita da Sicilia con 116mila e Puglia con 103mila. L’afflusso maggiore riguarda la Lombardia con 192mila ingressi, alla quale seguono Emilia-Romagna (106mila) e Piemonte (41mila).
Fonte
11/09/2025
Caos Nepal, il neoliberismo gestito “da sinistra”
Le immagini che arrivano dal Paese asiatico mostrano chiaramente da un lato la profonda rabbia sociale delle nuove generazioni, dall’altra l’acerrima violenza poliziesca di fronte a un malcontento che ha radici profonde: i manifestanti hanno dato fuoco al parlamento federale, alla corte suprema, alla residenza del Primo Ministro e a diverse sedi ministeriali a Kathmandu, mentre polizia ed esercito hanno prontamente fatto ricorso a proiettili veri, gas lacrimogeni e cannoni ad acqua per provare a sedare le rivolte, ottenendo tuttavia l’effetto contrario.
Tuttavia, mentre i media mainstream di tutto il mondo concentrano l’attenzione sul recente ban del governo ad alcune piattaforme social come causa principale e innesco del malcontento, è bene sottolineare come i problemi siano strutturali e radicati nel tessuto economico nepalese.
Forse un buon punto di partenza per comprendere le ragioni reali e profonde delle proteste sono le ordinanze economiche approvate quest’anno dal governo come misura urgente, emanate durante la pausa parlamentare senza un vero e proprio iter legislativo e convertite in legge solo in un secondo momento (una modalità che non può non ricordare come in Italia il DDL 1660 sia diventato legge nella scorsa primavera).
Gli obiettivi e i metodi principali di questi provvedimenti possono essere così brevemente riassunti:
- attrarre capitali esteri in settori prioritari (energia, turismo, infrastrutture) attraverso la semplificazione delle procedure di approvazione e rimpatrio dei capitali;
- favorire la crescita delle esportazioni di servizi IT con un obiettivo di tre trilioni di rupie in dieci anni, consentendo alle aziende IT nepalesi di investire all’estero, aprire filiali e rimpatriare legalmente i guadagni;
- accelerare la realizzazione di grandi progetti infrastrutturali e di energia semplificando le procedure per progetti in aree forestali e per l’acquisizione di terreni per progetti di “priorità nazionale”;
- ridurre il peso dello Stato sull’economia e privatizzare vari settori (Privatisation Act);
- incentivare la produzione per l’esportazione e agevolare il trasferimento di macchinari verso le Zone Economiche Speciali.
Com’è evidente, quindi, in Nepal è in corso a una rapida accelerazione dei processi di liberalizzazione e inserimento dell’economia del Paese nelle catene globali del valore attraverso la semplificazione delle normative per le imprese, l’attrazione di investimenti esteri (il cosiddetto Foreign Direct Investement, ovvero un investimento effettuato da un soggetto economico residente in un altro Paese con l’obiettivo di stabilire un interesse duraturo e un’influenza significativa nella gestione di quell’impresa) e la promozione delle esportazioni, con effetti immediati sulla distribuzione interna della ricchezza a vantaggio delle élite (inasprita, come se non bastasse, da una galoppante inflazione e da salari esigui, che arrivano a circa 20.000 NPR mensili (120 euro) per le fasce di reddito più basse).
Si consideri, inoltre, che una larga fetta dell’economia nepalese è di tipo informale, con poche regolamentazioni e bassa produttività, il che frena ulteriormente gli investimenti e mantiene i salari bassi.
Ma sull’ovvia dinamica di classe in gioco in questo contesto si innesta un secondo fattore: quello generazionale. Il Nepal ha un tasso di disoccupazione giovanile del 20,8% e, anche tra coloro che lavorano, le carenze strutturali del sistema educativo presenti nel Paese creano perlopiù manodopera poco qualificata e con scarse competenze informatiche, oggi assolutamente necessarie nel mercato del lavoro, quindi facilmente sfruttabile e ricattabile.
A ciò si aggiunge un altro dato estremamente indicativo della condizione delle fasce giovanili nel Paese asiatico: nell’anno fiscale 2024/2025, il Dipartimento per l’Impiego Estero del Nepal ha rilasciato 839.266 permessi di lavoro per l’estero, un numero enorme per una popolazione di 30 milioni di abitanti e che mette in luce l’emigrazione giovanile come problema endemico, con effetti visibili sulla struttura demografica di interi villaggi e sul tessuto economico del Paese (si pensi solo che il 7% della popolazione è all’estero per lavoro e che le rimesse degli emigrati arrivano a costituire il 33% del PIL nazionale).
A questa generazione affamata, in Nepal come in moli altri casi, per anni è stato venduto il sogno di un futuro roseo grazie al capitalismo neoliberista, in cui un tanto acclamato “sviluppo” avrebbe reso possibile la mobilità sociale e il miglioramento delle condizioni di vita di milioni di nepalesi.
Non solo ciò non è avvenuto, ma anzi oggi la cosiddetta Gen-Z si trova privata di diritti basilari a causa degli ingenti tagli alla spesa pubblica e alla privatizzazione di settori fondamentali come istruzione e sanità.
Le proteste sono quindi diventate il grido di chi non vede un futuro nel proprio Paese, il sintomo più eclatante dello scarto tra aspettative e realtà e la presa di coscienza di una classe politica corrotta, debole e piegata agli interessi dei grandi capitali finanziari mondiali.
Ai giovani nepalesi non basta più indignarsi contro le vite sfarzose dei cosiddetti “nepo kids”, cioè i figli di persone potenti o famose che beneficiano dell’influenza e della posizione dei genitori per ottenere vantaggi nella carriera e nella vita, che i social media rendono sempre più visibili; oggi chiedono un cambiamento radicale del sistema, che vada oltre il singolo esecutivo, per abbattere le dinamiche di potere strutturalmente corrotte e oligarchiche che il fenomeno dei “nepo kids” ha contribuito a smascherare.
Non si tratta, quindi, solo di un movimento contro la limitazione delle libertà di parola – che è la punta dell’iceberg – ma dell’emersione di contraddizioni economiche e sociali finora nascoste dal sogno del progresso. Si tratta di una rabbia profonda e radicata, che apre scenari imprevedibili.
Fonte
22/08/2025
Sud, giovani e ipocrisia
Mentre il Paese si prende una pausa, dalle pagine de Il Mattino arriva l’ennesima dose di retorica di regime. Il direttore Roberto Napoletano, ormai portavoce entusiasta del potere, ha firmato un editoriale imbarazzante: “Ragazzi, tornate a Napoli”. Un’ode zuccherosa alla “nuova Napoli”, che – secondo lui – sarebbe diventata la terra delle opportunità.
A rincarare la dose ci ha pensato Luigi Sbarra, ex segretario generale della CISL e oggi comodamente seduto alla Presidenza del Consiglio, nel governo Meloni. Anche lui con lo stesso mantra trito e ritrito: “Il Sud è baricentro del Mediterraneo, attrattivo per i talenti”.
Peccato che queste parole, pubblicate con toni trionfali, suonino come uno schiaffo a chi è stato costretto a fuggire. A chi ha investito in competenze e studio, per poi essere ignorato da un sistema che premia i raccomandati e umilia i meritevoli. È l’ennesimo insulto all’intelligenza collettiva di chi ha vissuto sulla propria pelle il fallimento sociale, economico e culturale del Mezzogiorno.
Sbarra: da sindacalista a portavoce del governo
Ci sono domande semplici semplici che nessuno gli pone: Sbarra ha rappresentato i lavoratori o il sistema di potere? Da segretario della CISL a uomo di governo, ha fatto carriera ma cosa ha fatto contro il sistema che ha bloccato il Sud? Cosa ha fatto contro le raccomandazioni sistemiche, le parentopoli nelle aziende pubbliche, il familismo sindacale che premia i figli dei dirigenti con incarichi “miracolosi”?
Dov’è la CISL mentre i lavoratori vengono sfruttati nei call center a 3 euro l’ora? E quando giovani professionisti vengono umiliati da stage gratuiti, finte collaborazioni e stipendi da fame?
La verità è che la CISL ha chiuso gli occhi, ha preferito il silenzio e l’equilibrismo politico alla denuncia. È diventato un sindacato funzionale al potere, più attento a non disturbare che a difendere i lavoratori, i precari, i giovani, i disoccupati.
Napoletano e la Napoli da cartolina che non esiste
E poi c’è lui, Roberto Napoletano, che tra una conferenza e un premio, si dedica a raccontare una Napoli immaginaria: piena di eventi, startup, porti, lungomare. Una città da brochure aziendale. Domande semplici semplici anche per il direttore de Il Mattino: dove sono i posti di lavoro? Che tipologia di posti di lavoro? Con quali garanzie per il futuro lavorativo? Quali contratti di lavoro verrebbero applicati? In quali aziende o appalti e subappalti?
Ma la verità è un’altra: Napoli continua a espellere i suoi giovani migliori, che vengono sfruttati, ignorati, costretti ad andare via. Dove, senza “conoscenze”, puoi anche essere un genio ma verrai scavalcato dal mediocre raccomandato. Esempi più recenti? Giovani architetti, 110 e lode, anni di esperienza, costretti a lavorare in nero per 500 euro al mese. E voi, con i vostri editoriali, vorreste cancellare tutto questo?
Tornare, per fare cosa? I camerieri a 600 euro? I progettisti sottopagati? I volontari nei Comuni?
Non è il Sud che manca ai giovani. È la dignità. Chi è andato via, non si è allontanato da Napoli: si è allontanato dal sistema che la opprime. Un sistema fatto di relazioni marce, caste trasversali, sindacati addomesticati e stampa asservita. Chi resta, spesso lo fa resistendo, ogni giorno, contro tutto questo ma non certo grazie alla CISL o a Il Mattino.
Altro che “ritorno dei cervelli”. Servirebbe una rivoluzione culturale
Se davvero volete far tornare i giovani, non servono articoli e convegni. Serve:
– Una guerra vera contro il clientelismo, anche dentro le vostre strutture;
– Un cambio radicale della cultura del lavoro, che metta al centro diritti e competenze, non favori e parentele;
– Una pubblica amministrazione trasparente, non un cimitero di raccomandati;
– Una stampa libera, non un megafono della propaganda di governo.
Fino ad allora, i vostri inviti restano chiacchiere da Ferragosto. E i giovani continueranno ad andarsene, magari in silenzio, magari di notte ma con la testa alta. Perché fuori dal Sud non hanno trovato il paradiso ma almeno hanno trovato il rispetto.
Fonte
05/01/2025
Israele subisce perdite senza precedenti nella guerra in corso contro Gaza e Libano
Nel loro rapporto, gli autori hanno citato i dati dell’Autorità Israeliana per gli Alloggi e l’Immigrazione, secondo cui 600.000 israeliani hanno lasciato il paese dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023, segnando la più grande ondata di emigrazione dalla fondazione di Israele nel 1948.
Le ragioni di questa partenza di massa, sostengono, sono molteplici. Il conflitto militare in corso, l’instabilità economica e le crescenti preoccupazioni per la sicurezza hanno spinto molti, in particolare i professionisti e gli accademici, a trasferirsi all’estero.
Paesi come il Canada e diversi paesi dell’Europa dell’Est sono diventati destinazioni preferite, con il Canada che ha registrato un aumento del 500% dei visti di lavoro temporanei concessi agli israeliani rispetto all’anno precedente.
I ricercatori e gli scienziati, in particolare, sono stati tra i gruppi più numerosi che hanno cercato rifugio all’estero, poiché molti ritengono che l’instabile situazione di sicurezza e l’incertezza economica di Israele rendano impossibile realizzare le loro ambizioni professionali.
Questo esodo di massa non è solo una perdita personale per coloro che se ne vanno, ma rappresenta anche una crisi più profonda per gli obiettivi demografici di Israele.
Helmy Moussa, esperto di questioni israeliane, ha osservato nel rapporto che questa migrazione inversa mina uno degli ideali fondamentali del sionismo: il “raduno degli esuli”. L’aspirazione dello stato ebraico di essere un rifugio globale per gli ebrei è messa a dura prova da questo deflusso dei suoi stessi cittadini.
Le perdite umane e militari aumentano
Il tributo umano del conflitto in corso rimane sconcertante. Mentre la guerra infuria, Israele ha subito perdite significative. Il 7 ottobre 2023, la Resistenza Palestinese ha lanciato un attacco a sorpresa che ha ucciso oltre 1.160 israeliani – sia militari che civili – e ha lasciato più di 1.900 feriti.
Molti dei feriti rimangono in condizioni critiche e la cattura di 251 persone, tra cui soldati, ufficiali e cittadini stranieri, ha aumentato il trauma nazionale.
Anche il tributo in corso dato dalle forze militari israeliane è stato profondo. Secondo i dati ufficiali del Ministero della Difesa israeliano, più di 800 soldati e ufficiali israeliani sono morti nei combattimenti, tra cui 384 uccisi durante le operazioni di terra a Gaza.
Anche il fronte settentrionale con il Libano ha causato la morte di 131 israeliani, mentre il numero complessivo di soldati israeliani feriti ha superato le 5.400 unità. (Si tratta di cifre ufficiali che sono state ripetutamente contestate da fonti palestinesi e indipendenti – PC)
Mentre la guerra continua, l’esercito israeliano sta affrontando sfide operative significative. L’aviazione israeliana, in particolare, sta operando sotto un’intensa pressione. I jet da combattimento, compresi i modelli più vecchi come l’F-15, hanno accumulato migliaia di ore di volo, superando la durata di vita prevista. Questo ha portato a preoccuparsi dell’adeguatezza delle capacità aeree di Israele.
Un rapporto del quotidiano israeliano Maariv ha evidenziato che l’accettazione da parte di Israele di un accordo di cessate il fuoco con Hezbollah il 27 novembre 2024, è stata in parte motivata dalla necessità di rifornire le scorte di equipaggiamento militare e di affrontare le forti pressioni sulla sua forza aerea.
Gli analisti militari, tra cui Avi Ashkenazi di Maariv, suggeriscono che Israele dovrà ora intraprendere acquisizioni massicce di nuovi jet da combattimento, carri armati e altro materiale militare, in particolare dagli Stati Uniti e dalla Germania. Il tributo all’infrastruttura di difesa di Israele avrà probabilmente ripercussioni a lungo termine per sulla sua preparazione militare.
I costi finanziari ed economici aumentano
La guerra ha anche messo a dura prova l’economia israeliana. Secondo il Ministero delle Finanze israeliano, il costo della guerra finora ha raggiunto 106,2 miliardi di shekel (circa 29,1 miliardi di dollari), con spese totali che dovrebbero salire a 250 miliardi di shekel (70 miliardi di dollari) entro il 2025.
Questi costi includono le spese militari, l’acquisto di armi e gli sforzi di ricostruzione che seguiranno la risoluzione finale del conflitto, ha riferito Al-Jazeera.
Oltre agli oneri finanziari diretti, l’economia israeliana in generale è stata colpita dalle interruzioni dei settori chiave. L’industria del turismo è stata particolarmente colpita, con perdite dal turismo in entrata pari a circa 18,7 miliardi di shekel (5,2 miliardi di dollari). Anche il turismo interno ha subito un colpo significativo, contribuendo con ulteriori perdite per 210 milioni di dollari.
La guerra ha ulteriormente interrotto il commercio, con attacchi al porto di Eilat e ad altre infrastrutture che hanno causato problemi logistici.
Inoltre, Israele ha subito danni collaterali sostanziali dai combattimenti in corso. Circa 22.000 ettari di foreste e terreni aperti sono stati distrutti nelle regioni settentrionali e sulle alture del Golan. Queste perdite, pur non essendo direttamente collegate alle operazioni militari, contribuiscono al più ampio tributo economico e dimostrano l’impatto pervasivo della guerra sul paese.
Battute d’arresto strategiche: l’impatto sugli obiettivi a lungo termine di Israele
Sebbene il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu abbia voluto sottolineare i guadagni strategici di Israele nella regione, gli esperti hanno sottolineato che queste vittorie militari possono arrivare a scapito degli interessi nazionali a lungo termine.
Ad esempio, la fuga di talenti, in particolare dalle comunità scientifiche e tecnologiche israeliane, rappresenta una seria sfida per le future prospettive economiche del paese.
Come ha notato il ricercatore Mohammed Al-Bahnasi, molti giovani professionisti e ricercatori stanno lasciando Israele a causa dell’incertezza economica provocata dalla guerra. Queste persone, che spesso sono nel pieno della loro carriera, cercano migliori opportunità in paesi che possono offrire loro stabilità economica e realizzazione professionale.
Questa migrazione inversa del capitale intellettuale di Israele è una seria preoccupazione per il futuro economico del paese, soprattutto nei settori della tecnologia, della scienza e dell’innovazione.
Un Israele che cambia
Il tributo della guerra di Israele a Gaza e al Libano è stato multiforme: umano, militare, finanziario e sociale. Mentre la guerra si protrae, il futuro del paese è sempre più incerto. L’emigrazione di una parte significativa della popolazione israeliana, l’esaurimento delle sue risorse militari e i gravi danni economici indicano una nazione alle prese con una crisi profonda.
I dati e le valutazioni degli esperti citati in questo articolo, come riportato da Al-Ali e Watad, suggeriscono che Israele sta affrontando una profonda resa dei conti.
Mentre Netanyahu può continuare a concentrarsi sui guadagni militari e strategici, il vero costo della guerra – misurato in vite perse, risorse esaurite e cittadini sfollati – potrebbe essere l’eredità più duratura di questo conflitto.
Fonte
22/10/2024
Giovani in crisi di prospettive: gli studi si moltiplicano
Mettiamo in fila un paio dei dati emersi da alcune indagini realizzate negli ultimi mesi. Una ricerca del Dipartimento di Metodi e Modelli per l’Economia, il Territorio e la Finanza de La Sapienza, commissionata dal dipartimento Patrimonio del Comune di Roma, ha evidenziato come siano i più giovani a rischiare la povertà.
In particolare, è la fascia di età tra i 18 e i 34 anni, ma anche quella tra i 35 e i 44 (ovvero coloro che dovrebbero essere nel pieno della propria carriera lavorativa), a trovarsi sul confine dell’indigenza nella Capitale. Uno degli elementi che più pesa sui costi della vita è certamente l’affitto (in media, oltre il 40%), anche se questo problema viene spesso dissimulato sui media.
Pochi giorni fa è stato inaugurato a Milano il primo appartamento di Cohabs, azienda che si occupa di fornire stanze già arredate in grandi complessi abitativi comuni. Per capirci, la struttura meneghina ospiterà 27 persone che godranno anche di alcuni servizi inclusi per un fitto che potrà andare dai 1.196 ai 1.580 euro mensili.
Può sembrare un affare di lusso, ma è un altro modo in cui viene fatta speculazione su un problema reale, dato che i prezzi sono più o meno quelli in tutta la città. La rilevazione di marzo di immobiliare.it aveva calcolato un prezzo medio per un trilocale di 75 metri quadri sui 1.748 euro, con i valori minimi che comunque superavano i 1.300 euro.
La banca online N26, a inizio 2024, ha posizionato l’Italia all’ultimo posto tra i paesi europei per incidenza dei costi per energia elettrica e casa sul reddito mensile: più della metà se ne va solo per quest’ultima voce, prendendo il caso di un bilocale. Chiaramente, ciò amplifica i timori dei più giovani.
Secondo un’indagine Confcommercio-Censis, le nuove generazioni hanno un profondo “senso di insicurezza sul futuro”. Il 56,3% degli intervistati tra i 18 e i 35 anni è preoccupato di non trovare un lavoro con una retribuzione adeguata e di dover rinviare la costruzione di una famiglia.
Le aspettative sono crollate nel giro di 12 mesi. “Il saldo tra ottimisti e pessimisti sulle aspettative future a sei mesi è 10 punti sotto rispetto a un anno fa, e un po’ sotto i valori del 2018”, ha spiegato Mariano Bella, direttore del centro studi di Confcommercio.
La Fondazione Nord Est, legata a Confindustria, ha da poco calcolato che per ogni giovane che arriva nel Bel Paese da 9 paesi avanzati (Regno Unito, Germania, Svizzera, Francia, Spagna, Stati Uniti, Paesi Bassi, Belgio, Australia), se ne vanno 8,5 italiani. Un evidente furto di cervelli in una divisione internazionale del lavoro che ormai penalizza l’Italia.
Il nostro paese è diventato un luogo di formazione per altri centri produttivi, perdendo continuamente quello che con una formula terribile viene chiamato “capitale umano”. Come si pensa di poter rilanciare il paese se i giovani che vi sono formati vengono costretti a emigrare?
Fonte
12/10/2024
La caduta di Israele
Ho scritto in precedenza sull’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023, definendolo “il raid militare di maggior successo di questo secolo“.
Ho descritto l’azione di Hamas come un’operazione militare, mentre Israele e i suoi alleati l’hanno definita un'”azione terroristica” della stessa portata di quanto accaduto contro gli Stati Uniti l’11 settembre 2001.
“La differenza tra i due termini,” ho notato, “è come il giorno e la notte: etichettando gli eventi del 7 ottobre come atti di terrorismo, Israele trasferisce la colpa delle enormi perdite dai suoi servizi militari, di sicurezza e di intelligence ad Hamas. Se Israele, tuttavia, riconoscesse che ciò che Hamas ha fatto è stato in realtà un raid, un’operazione militare, allora la competenza dei servizi militari, di sicurezza e di intelligence israeliani verrebbe messa in discussione, così come la leadership politica responsabile della supervisione e della direzione delle loro operazioni”.
Il terrorismo impiega strategie che cercano la vittoria attraverso l’attrito e l’intimidazione, per logorare un nemico e creare un senso di impotenza da parte del nemico. I terroristi per natura evitano il conflitto esistenziale decisivo, ma piuttosto perseguono una battaglia asimmetrica che contrappone i loro punti di forza alle debolezze dei loro nemici.
La guerra che ha attanagliato il Levante dal 7 ottobre 2023 non è la classica “operazione antiterrorismo”. Il conflitto tra Hamas e Israele si è trasformato in un conflitto tra Israele e il cosiddetto “asse di resistenza” che coinvolge Hamas, Hezbollah, Ansarullah (gli Houthi dello Yemen), Forze di mobilitazione popolari, ovvero le milizie di Iraq, Siria e Iran. È una guerra regionale in ogni modo, forma o aspetto, che deve essere valutata come tale.
Lo stratega prussiano Carl von Claeusewitz ha osservato nella sua classica opera, Sulla guerra, che “la guerra non è semplicemente un atto politico, ma un vero e proprio strumento politico, una continuazione dei rapporti politici, una loro realizzazione con altri mezzi”.
Da una prospettiva puramente militare, il raid di Hamas in Israele del 7 ottobre 2023 è stato un evento relativamente di minore entità, che ha coinvolto alcune migliaia di combattenti da entrambe le parti.
Tuttavia, in quanto evento geopolitico globale, non ha una controparte contemporanea.
Il raid di Hamas ha innescato una serie di risposte diverse, alcune delle quali erano intenzionali, come l’attirare le Forze di Difesa Israeliane a Gaza, dove sarebbero rimaste intrappolate in una guerra senza fine che non avrebbero potuto vincere, innescando le doppie dottrine israeliane che governano la risposta militare alla presa di ostaggi della “Dottrina Annibale” e la pratica israeliana di punizione collettiva, la “Dottrina Dahiya“.
Entrambe queste dottrine espongono l’IDF al mondo come l’antitesi dell'”esercito più morale del mondo“, esponendo l’intento omicida radicato nel Dna dell’IDF, una propensione alla violenza contro gli innocenti che definisce il modo di fare la guerra di Israele e, per estensione, la nazione israeliana.
Prima del 7 ottobre 2023, Israele era riuscito a mascherare il suo vero carattere al mondo esterno, convincendo tutti, tranne una manciata di attivisti, che le sue azioni nel prendere di mira i “terroristi” erano proporzionate e umane.
Oggi il mondo conosce Israele come lo Stato di apartheid genocida che è in realtà.
Le conseguenze di questa nuova illuminazione globale sono evidenti.
Cambiare il “volto del Medio Oriente”
Il presidente Joe Biden, il 9 settembre 2023, durante il vertice del G20 in India, ha annunciato un’importante iniziativa politica, il corridoio economico India-Medio Oriente-Europa, o IMEC, un progetto di corridoio ferroviario, navale, di condotte e via cavo digitale che dovrebbe collegare Europa, Medio Oriente e India.
Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano, commentando l’annuncio di Biden, ha definito l’IMEC “un progetto di cooperazione che è il più grande della nostra storia” che “ci porta verso una nuova era di integrazione e cooperazione regionale e globale, senza precedenti e unica nella sua portata“, aggiungendo che “porterà a compimento una visione pluriennale che cambiare il volto del Medio Oriente e di Israele.“
Ma poiché il mondo ora vede Israele come un’impresa criminale, l’IMEC rischia a tutti gli effetti di non essere più — il più grande progetto di cooperazione nella storia di Israele, che avrebbe potuto cambiare il Medio Oriente – e probabilmente non giungerà mai a compimento.
Da un lato, l’Arabia Saudita, un attore chiave nel progetto, avendo investito 20 miliardi di dollari, afferma che non potrà normalizzare le relazioni con Israele, necessarie per il progetto, finché non finiranno le guerre e non verrà riconosciuto da Israele uno Stato palestinese, cosa che la Knesset ha votato all’inizio di quest’anno come “legge” e che perciò non accadrà mai.
La fine dell’IMEC è solo una parte del danno economico da 67 miliardi di dollari subito da Israele dall’inizio del conflitto a Gaza.
Il turismo è sceso dell’80 percento. Al sud il porto di Eilat non funziona più a causa della campagna anti-trasporto condotta dagli Houthi nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden. La stabilità della forza lavoro è stata interrotta dallo spostamento di decine di migliaia di israeliani dalle loro case a causa degli attacchi di Hamas e Hezbollah, nonché dalla mobilitazione di oltre 300.000 riservisti. Tutto ciò si combina per creare una tempesta perfetta di problemi che uccidono l’economia, e che affliggeranno Israele finché continuerà l’attuale conflitto.
La conclusione è che, se non si interviene, Israele sta andando verso il collasso economico. Gli investimenti sono in calo, l’economia si sta contraendo e la fiducia in un futuro economico è evaporata. In breve, Israele non è più il posto ideale in cui andare in pensione, crescere una famiglia, lavorare… o vivere. La biblica “terra dove scorre latte e miele“, se mai è esistita, non esiste più.
Questo è un problema esistenziale per Israele.
Perché ci sia una “patria ebraica” praticabile, la demografia impone che ci debba essere una maggioranza ebraica distinguibile in Israele. Ci sono poco meno di 10 milioni di persone che vivono in Israele. Circa 7.3 milioni sono ebrei; altri 2.1 milioni sono arabi (i drusi e altre minoranze non arabe costituiscono il promemoria).
Ci sono circa 5.1 milioni di palestinesi sotto occupazione, lasciando una divisione di circa 50-50 se si considerano i totali combinati tra arabi ed ebrei. Si stima che 350.000 israeliani abbiano la doppia cittadinanza con un paese dell’UE, mentre più di 200.000 hanno la doppia cittadinanza con gli Stati Uniti.
Allo stesso modo, molti israeliani di discendenza europea possono facilmente richiedere un passaporto semplicemente dimostrando che loro, i loro genitori o persino i loro nonni risiedevano in un paese europeo. Altri 1.5 milioni di israeliani sono di discendenza russa, e molti di loro sono titolari di passaporti russi ancora validi.
Sebbene le ragioni principali per mantenere questo status di doppia cittadinanza siano la praticità e l’economicità, molti vedono il secondo passaporto come “una polizza assicurativa“, un posto dove rifugiarsi se la vita in Israele diventa insostenibile.
La vita in Israele sta per diventare insostenibile.
Fuga da Israele
Israele aveva già sofferto di un problema crescente di emigrazione derivante dall’insoddisfazione per le politiche del governo Netanyahu: circa 34.000 israeliani hanno lasciato definitivamente il Paese tra luglio e ottobre 2023, principalmente per protestare contro le riforme giudiziarie varate da Netanyahu.
Sebbene si sia registrato un picco nell’emigrazione subito dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 (circa 12.300 israeliani sono emigrati definitivamente nel mese successivo all’attacco di Hamas), il numero di emigranti permanenti nel 2024 è stato di circa 30.000, in calo rispetto all’anno precedente.
Ma ora Israele viene bombardato quasi quotidianamente da droni a lungo raggio, razzi e missili lanciati da Hezbollah, dalle milizie in Iraq e dagli Houthi nello Yemen. L’attacco missilistico balistico iraniano del 1° ottobre ha dimostrato vividamente a tutti gli israeliani la realtà che non esiste una difesa praticabile contro questi attacchi.
Inoltre, se il conflitto tra Israele e Iran continuasse ad aggravarsi (e Israele ha promesso una rappresaglia di proporzioni immense), l’Iran ha indicato che distruggerà le infrastrutture critiche di Israele (centrali elettriche, impianti di desalinizzazione dell’acqua, centri di produzione e distribuzione dell’energia); in breve, Israele cesserebbe di essere in grado di funzionare come uno stato nazionale moderno.
A quel punto, le “polizze assicurative” saranno incassate, mentre centinaia di migliaia di israeliani in possesso di doppi passaporti voteranno con i piedi.
La Russia ha già detto ai suoi cittadini di andarsene. E se milioni di altri israeliani che hanno i requisiti per i passaporti europei sceglieranno di esercitare tale opzione, Israele affronterà il suo incubo definitivo: un crollo vertiginoso della popolazione ebraica che sbilancerà decisamente l’equilibrio demografico a favore dei non ebrei, rendendo irrilevante l’idea di una patria esclusiva per gli ebrei.
Israele sta rapidamente diventando insostenibile, sia come concetto (il mondo si sta rapidamente stancando della realtà genocida del sionismo), sia nella pratica (vale a dire, crollo economico e demografico).
La visione mutevole degli Stati Uniti
Questa è l’attuale realtà di Israele: nel giro di un anno è passato dal “cambiare il volto del Medio Oriente” a essere un paria insostenibile, la cui unica salvezza è il fatto di avere il continuo sostegno degli Stati Uniti che lo sostengono militarmente, economicamente e diplomaticamente.
E qui sta il problema.
Ciò che rendeva Israele attraente per gli Stati Uniti – il vantaggio strategico di un’enclave ebraica filoamericana in un mare di incertezza araba – non è più così saldo come in precedenza. La Guerra Fredda è finita da tempo e i benefici geopolitici maturati nella relazione tra Stati Uniti e Israele non sono più evidenti.
L’era dell’unilateralismo americano sta svanendo, rapidamente sostituita da una multipolarità con un centro di gravità a Mosca, Pechino e Nuova Delhi. Mentre gli Stati Uniti si adattano a questa nuova realtà, si ritrovano impegnati in una lotta per i cuori e le menti del “sud globale” — il resto del mondo al di fuori dell’UE, della NATO e di una manciata di nazioni filo-occidentali del Pacifico.
La “chiarezza morale” che la leadership americana pretendeva di portare sulla scena mondiale è notevolmente offuscata dal suo continuo e indiscusso sostegno a Israele.
Israele, con le sue azioni successive al 7 ottobre 2023, si è autodefinito uno Stato genocida totalmente incompatibile con qualsiasi nozione di diritto internazionale o con i precetti fondamentali dell’umanità.
Perfino alcuni sopravvissuti all’Olocausto riconoscono che l’Israele moderno è diventato la manifestazione vivente di quel male che ha giustificato la sua creazione: l’ideologia brutalmente razzista della Germania nazista.
Israele è un anatema per tutto ciò che la civiltà moderna rappresenta.
Il mondo si sta gradualmente rendendo conto di questa realtà.
Lo stesso vale per gli Stati Uniti.
Per il momento la lobby filo-israeliana sta organizzando un’azione di retroguardia, schierandosi a favore dei candidati politici nel disperato tentativo di comprare il continuo sostegno dei loro benefattori americani.
Ma la realtà geopolitica impone che gli Stati Uniti, alla fine, non si suicideranno in nome di uno Stato israeliano che ha perso ogni legittimità morale agli occhi della maggior parte del mondo.
Il sostegno americano a Israele ha delle conseguenze economiche, soprattutto nell’accresciuta attrazione del forum dei BRICS, il cui crescente elenco di membri e di coloro che aspirano a diventarne membri costituisce un gotha delle nazioni fondamentalmente contrarie allo Stato di Israele.
L’aggravarsi della crisi sociale ed economica che sta colpendo l’America oggi creerà una nuova realtà politica in cui i leader americani saranno costretti dalle realtà elettorali ad affrontare i problemi che si manifestano sul suolo americano.
Il giorno in cui il Congresso potrà stanziare miliardi di dollari senza esitazione per supervisionare le guerre, comprese quelle che coinvolgono Israele, sta per finire.
Il famoso adagio dell’operatore politico James Carville, “È l’economia, stupido“, risuona oggi con la stessa forza di quando lo scrisse nel 1992. Per sopravvivere economicamente, l’America dovrà adattare le sue priorità nazionali e internazionali, richiedendo la conformità non solo con la volontà del popolo americano, ma con un nuovo ordine internazionale basato su una legge che rifiuta ampiamente il genocidio israeliano in corso.
A parte i sionisti convinti, che resisteranno nell’“establishment” non eletto del governo, della pubblica amministrazione, del mondo accademico e dei mass media, gli americani graviteranno verso una nuova realtà politica in cui il sostegno indiscusso a Israele non sarà più accettato.
E questa sarà la goccia che farà traboccare il vaso per Israele.
La tempesta perfetta del rifiuto globale del genocidio, del contrasto sostenuto da parte dell'”asse della resistenza” guidato dall’Iran, del crollo economico e del riallineamento delle priorità americane, porterà all’annullamento di Israele come entità politica praticabile. La tempistica per questo annullamento è dettata dal ritmo del crollo della società israeliana: potrebbe verificarsi in un anno o potrebbe svolgersi nel corso del prossimo decennio.
Ma succederà.
La fine di Israele.
E tutto ebbe inizio il 7 ottobre 2023, il giorno che cambiò il mondo.
Fonte
02/10/2024
L’economia israeliana in seria difficoltà
L’economia israeliana in questo anno di “guerra senza limiti” è peggiorata pesantemente, tanto da ottenere il declassamento da parte di Moody’s del rating sull’economia di Israele da A2 a Baa1 con outlook negativo.
Secondo il report di Moody’s, “a lungo termine, l’economia di Israele sarà indebolita in modo più duraturo dal conflitto militare di quanto previsto in precedenza”. L’agenzia di rating stima che “con maggiori rischi per la sicurezza, potrebbe non esserci più una rapida e forte ripresa economica come nei conflitti precedenti. A sua volta, una ripresa economica ritardata e più lenta in combinazione con una campagna militare più prolungata e più ampia avrà un impatto più persistente sulle finanze pubbliche, allontanando ulteriormente la prospettiva di una stabilizzazione del debito pubblico, rispetto alle nostre precedenti proiezioni”.
Un report dell’Agenzia Nova riporta le valutazioni di Chen Herzog, economista capo presso Bdo Consulting Israel, il quale spiega che il declassamento del rating crea un effetto domino. “I tassi di interesse sul debito pubblico aumentano a causa del basso rating, gonfiando ulteriormente il deficit fiscale. Una maggiore spesa pubblica per il servizio del debito rende necessario aumentare le tasse e tagliare altre spese, peggiorando il rallentamento economico”, ha detto, secondo quanto riferisce il quotidiano d’informazione economica israeliano “Globes”.
Sono dati che rivelano, in modo inequivocabile, come l’aumento del rischio geopolitico per Israele abbia conseguenze negative per l’affidabilità creditizia del Paese sia nel breve che nel lungo termine.
A quasi un anno dall’attacco palestinese del 7 ottobre 2023 in Israele, prima l’operazione militare nella Striscia di Gaza e poi con la più recente escalation in Libano ha provocato un incremento significativo della spesa militare, con circa 200-250 miliardi di shekel (54-68 miliardi di dollari).
Parallelamente, è aumenta la spesa pubblica, sia per finanziare i costi diretti della guerra, che quelli indiretti, come la gestione dei circa 60 mila sfollati che hanno dovuto lasciare le loro abitazioni nel nord di Israele e a spese dello Stato sono ospitati negli alberghi o vivono in abitazioni private. A tutto ciò, si aggiungono l’aumento dei costi dei beni, a causa degli attacchi dei miliziani yemeniti di Ansarallah alle navi container nel Mar Rosso.
In secondo luogo sono diminuiti gli investimenti in assets in Israele, che nel secondo trimestre 2024 sono aumentati di appena lo 0,3 per cento, e si sono quasi azzerati gli introiti derivanti dal settore turistico, che nel 2022 e nel 2023 avevano raggiunto i 5,5 miliardi di dollari.
E poi ci sono le migliaia di riservisti costretti a lasciare la loro occupazione per indossare l’uniforme.
Il 3 settembre, il ministro delle Finanze di Israele, l’estremista messianico Smotrich, ha presentato un piano di bilancio statale per il 2025 con un obiettivo di deficit del 4 per cento del Pil, che richiederà 35 miliardi di shekel (circa 9,5 miliardi di dollari) di aggiustamenti fiscali.
Per quest’anno, il governo israeliano ha dovuto aumentare l’obiettivo di deficit di bilancio del 2024 al 6,6 per cento del Pil da un 2,25 per cento pianificato e approvato prima della guerra. Israele ha registrato un deficit di bilancio del 4,2 per cento nel 2023.
Per soddisfare l’obiettivo di deficit di bilancio fissato per il 2025, Smotrich ha illustrato una serie di misure per gestire il buco fiscale di 35 miliardi di shekel (circa 9,5 miliardi di dollari). Tra le misure previste, vi è l’aumento dell’aliquota minima per i lavoratori a basso reddito dal 10 al 14 per cento. Tra le altre misure proposte vi è il congelamento dei salari del settore pubblico.
Nella valutazione di Moody’s è prevista una crescita del Pil reale israeliano dello 0,5 per cento quest’anno, mentre per il 2025 è prevista all’1,5 per cento, in calo rispetto alla stima precedente del 4 per cento. L’agenzia di rating stima che il debito pubblico salirà verso quasi il 70 per cento del Pil, rispetto alla previsione di un calo verso il 50 per cento prima del 7 ottobre.
Ma a pesare sono anche i privilegi richiesti dai partiti ultrasionisti per i loro elettori. I partiti dell’estrema destra e dei religiosi hanno sostenuto l’esecutivo di Netanyahu in cambio del mantenimento e in taluni casi dell’accrescimento dei loro benefici e sussidi.
Lo scorso 22 settembre, l’Ufficio centrale di statistica ha pubblicato i dati che indicano un’allarmante tendenza al rialzo nel 2023 del numero di israeliani che trascorrono molto tempo all’estero. I numeri mostrano un aumento del numero di persone che lasciano e una diminuzione del numero di rimpatriati, e si prevede che la guerra avviata il 7 ottobre rafforzerà la tendenza alle partenze nel prossimo anno.
Secondo i dati, nel 2023 circa 55.300 israeliani hanno lasciato il Paese per un soggiorno prolungato, con un tasso del 5,7 ogni 1.000 residenti, in leggero aumento rispetto agli anni precedenti. Contestualmente sono solo circa 27.800 gli israeliani tornati in Israele durante l’anno, un tasso del 2,9 per 1.000 residenti – il che costituisce un saldo di immigrazione negativo, con circa 27.500 persone in più in partenza che in ritorno.
La fascia d’età più numerosa che ha lasciato Israele è quella compresa tra i 25 e i 44 anni, che è anche la fascia d’età principale nel mercato del lavoro. Un’elevata percentuale di coloro che lasciano il Paese possiede titoli accademici, soprattutto in settori come la tecnologia e l’economia.
Fonte
24/09/2024
La desertificazione del Meridione, sotto tutti gli aspetti
Sappiamo già che è proprio il Sud Italia ad essere maggiormente interessato da quel fenomeno di desertificazione che risale la penisola insieme alla crisi climatica, messa sempre in secondo piano rispetto ai profitti. Ma quest’area ha vissuto anche altre forme di desertificazione.
Quella industriale e manifatturiera, che ha reso impossibile cercare un futuro nel Mezzogiorno. Il governo ha creato una narrazione tossica sulla volontà di costruire una Zona Economica Speciale nel Sud, che rappresenta solamente una misura complementare dell’autonomia differenziata.
Invece di garantire uno sviluppo equilibrato e attento ai consumi collettivi (il che significherebbe anche un miglioramento delle infrastrutture e dei servizi pubblici), a Palazzo Chigi pensano a come trasformare definitivamente il Sud in un terreno di speculazione per le imprese, millantando che ciò ridarà fiato a quest’area abbandonata da decenni.
Ma il dato che più di tutti è stato sottolineato dallo Svimez e poi da Presadiretta è il numero di laureati che è fuggito dal Mezzogiorno. Sono stati circa un milione coloro che, dopo il titolo accademico, se ne sono definitivamente andati dal Sud negli ultimi venti anni.
Le iscrizioni negli atenei meridionali sono crollate, con i giovani diretti verso le università più rinomate del Nord o verso l’estero. L’anno scorso lo Svimez aveva evidenziato come il Sud perdesse circa 40 mila laureati all’anno.
Una dinamica che non è una casualità, ma un vero e proprio “furto” di cervelli – più che fuga –, con una polarizzazione tra istituti di serie A e di serie B costruita ad arte coi meccanismi premiali del Fondo di Finanziamento Ordinario dell’istruzione accademica. E ovviamente una maggiore attrattività da parte dei paesi core della UE.
In generale, sono poi tutte le aree interne a perdere laureati. Negli ultimi vent’anni, oltre 330 mila laureati tra i 25 e i 39 anni le hanno abbandonate, diretti verso i centri urbani, mentre circa 45 mila si sono diretti verso mete straniere: le aree interne hanno perso in media 8 mila laureati l’anno.
Non solo i laureati, ma i giovani nel complesso decidono di andarsene dall’Italia. Negli ultimi due anni sono state 100 mila le persone tra i 18 e i 35 anni che se ne sono andate all’estero, secondo la Fondazione Nord Est (un forum economico presieduto da Confindustria).
Per la Fondazione, inoltre, poiché molti giovani mantengono la residenza in Italia, pur vivendo in un altro paese, il dato sarebbero nettamente sottodimensionato. Si stima che la sua grandezza possa essere tre volte superiore.
Per dare un futuro alle giovani generazioni non basta più la retorica di una classe politica tutta uguale, che continua da decenni con le stesse politiche e che non è mai messa alle strette di fronte al suo fallimento. Serve un’alternativa che tenga conto dei bisogni dei giovani e dei settori popolari.
Fonte
17/04/2024
Gli ucraini vivono la sconfitta sul campo già da un decennio
Commentando su Komsomol’skaja Pravda l’asserzione del foglio britannico, Evgenij Umerenkov sostiene che in essa sia racchiusa l’intera gamma dei timori occidentali. Dalla situazione ormai senza via di scampo: per Kiev, al fronte, fino all’arrivo, quasi sicuro, di Trump in USA.
E, dato che a Ovest si è puntato tutto sul cavallo ormai azzoppato, ecco che ogni “autorità” occidentale va a farsi benedire e tornano a risuonare le parole dell’ex Segretario NATO George Robertson: «Se l’Ucraina perde, saranno i nostri nemici a definire l’ordine mondiale».
Ma, suggerisce The Economist, le conseguenze della sconfitta ucraina «dipenderanno in questa o quella misura dalla forma dell’accordo di pace». E inoltre, se anche l’Ucraina dovesse vincere, «l’Europa dovrà cambiare».
Ma in cosa dovrebbero consistere le variazioni? Manco a dirlo: aumento delle spese militari a scapito di quelle sociali. Come se già non si andasse da tempo in quella direzione!
In ogni caso, è significativo un certo mutamento di linguaggio del foglio britannico: da «l’Ucraina deve vincere», a «La Russia non deve vincere», fino a «l’Ucraina non deve perdere».
Insomma, l’incubo si fa sempre più ossessivo e sembra di sentire le massime di Sun Tsu: «Morale a terra, armi spuntate, forze esaurite e casse svuotate... nemmeno il più sapiente» sa come rimediare!
Figuriamoci il nazigolpista-capo, Vladimir Zelenskij, che non trova nulla di meglio che lanciare contumelie all’indirizzo del padrino americano, per di più su un canale americano come PBS, accusando Washington per i mancati aiuti che portano alla disfatta ucraina e per gli insuccessi diplomatici della cosiddetta “formula Zelenskij” per la pace, che ovviamente tien fuori la Russia.
Ma, per centinaia di migliaia di diretti interessati, l’incubo evocato da The Economist dura in realtà già da oltre un decennio.
Prendiamo ad esempio, tanto per cominciare, l’accoglienza riservata nella vicina Polonia agli immigrati ucraini.
Si sa che, da quelle parti, i vicini sudorientali sono considerati da sempre, fin dai secoli passati, merce a basso costo, un po’ alla maniera in cui gli schiavisti agricoli del sud d’Italia trattano oggi il bracciantato proveniente da Asia e Africa.
Ma, ecco che ora, con il notevole flusso di chi sfugge alla mobilitazione forzata, fatta in larghissima parte di giovani con discreti titoli di studio, almeno 1/4 dei polacchi intervistati (1/3 tra i giovani di 18-24 anni) dichiara di temere per il posto di lavoro e il 41% ritiene che l’arrivo di quadri ucraini possa abbassare i ritmi di crescita salariale.
Secondo Pracuj.pl, se ancora dieci anni fa la percentuale di stranieri tra i lavoratori assicurati nel ZUS (Zaklad Ubezpieczen Spolecznych: Previdenza sociale) era del 1%, a fine 2023 era del 7% (e si parla solo di lavoratori ufficialmente registrati): 1,13 milioni, di cui l’83% ucraini.
Il lato opposto della medaglia, sostengono per esempio i prenditori edili polacchi: se la guerra finisce, il mercato edilizio polacco si ferma per carenza di manodopera, fatta oggi per la quasi totalità di ucraini e bielorussi.
A livello di società polacca, l’atteggiamento positivo verso gli immigrati ucraini è sceso dal 35 al 25% nel giro dell’ultimo anno, mentre quello negativo è salito dal 14 al 18%. Tutto questo, senza toccare il tema delle importazioni di prodotti agricoli ucraini, che rischia tuttora, nonostante gli interventi UE, di trasformare l’atteggiamento negativo verso l’Ucraina in generale, in aperto conflitto “etnico”.
Del resto, come si è arrivati a ridurre in stato di semi-servaggio i lavoratori ucraini che emigrano per sfuggire alle delizie imposte al paese da Banca Mondiale, FMI, USA, UE, dalle grandi corporation che si sono già inghiottite metà delle risorse ucraine?
Non è che, per caso, qualche decina d’anni di “attenzioni” occidentali su un paese considerato punta di lancia contro l’URSS e, infine, il colpo decisivo portato nel 2013-2014, abbiano fatto sì che l’Ucraina si riducesse in terra di fuggiaschi, lasciata in balia di squadristi neonazisti agli ordini delle oligarchie locali e braccio armato indigeno per la penetrazione militare occidentale?
Vediamo qualche cifra, a partire dalle migliaia di vittime cadute dal majdan a oggi, migliaia di perseguitati politici, milioni di emigrati, debiti per miliardi, prezzi alimentari, tasse e tariffe energetiche cresciute con percentuali a due zeri, con interventi sociali divenuti pressoché nulli.
Su Ukraina.ru, ne traccia un quadro oltremodo tragico Valerija Emel’janova.
Prendiamo il “sacro” dollaro: a novembre 2013 veniva scambiato per 7,99 grivne e a gennaio 2024 per 38,28. Il debito pubblico, che era di 65 miliardi di dollari nel 2014, a fine 2023 era di 145 mld, cioè l’85% del PIL. A fine 2024 potrebbe raggiungere i 220 miliardi di dollari: 104% del PIL.
Con le distruzioni causate dal conflitto, secondo le valutazioni internazionali di fine 2023, la ricostruzione avrebbe un costo di 486 miliardi di dollari, che potrebbe raggiungere il trilione nei prossimi dieci anni.
Dai 603.500 kmq di territorio del 1991 – già solo per l’uscita di D-LNR (il Donbass) – nel 2014 il territorio ucraino si era ridotto a 576.600 kmq e oggi quello controllato da Kiev è di 567mila kmq. Secondo le statistiche ufficiali ucraine, nel 2013 il paese contava 45,5 milioni di abitanti, mentre oggi le valutazioni oscillano tra i 36 e i 29 milioni, con un livello delle nascite che la CIA valuta a 5,8 ogni mille abitanti (228° posizione mondiale) e tasso di mortalità di 19,8 ogni mille (contro, ad esempio, i 4,9 di Uganda, 1,6 di Emirati arabi) e un’età media maschile che Kiev calcola a 57-58 anni, mentre la CIA a 45,3 (per maschi e femmine).
Secondo l’ONU, solo dal febbraio 2022 hanno lasciato il paese 6,5 milioni di persone e si calcola che, a fine conflitto, solo il 50-60% potrebbe rientrare in patria.
Ancora l’ONU, a marzo 2023, calcolava in 1,14 milioni gli emigrati ucraini in Germania, 953mila in Polonia e 386mila nella Repubblica ceca. Ma a marzo 2024 contava anche 1,25 milioni di emigrati in Russia. Mosca calcola che dal 2014 a oggi, 7,5 milioni di ucraini abbiano optato per la cittadinanza russa.
Per chi è rimasto, in dieci anni le tariffe sono cresciute di 8 volte, mentre i salari medi hanno perso circa l’11% e le pensioni il 27%. Nel 2013 il salario medio ufficiale era di circa 410 dollari (3.274 grivne); nel 2015 era di 302, risalendo a 433 nel 2020.
Secondo il Comitato statistico ucraino, nel 2023 lo stipendio medio di un insegnante era di 340 dollari, quello di un medico di 400 e quello di un commesso di negozio di 270. Sarebbe invece cresciuto il salario minimo, passato dai 144 dollari del 2013, ai 161 del 2019, fino agli attuali 203.
I pensionati, che rappresentano 1/3 della popolazione ucraina e che nel 2013 godevano di una pensiona media di 184 dollari, già nel 2015 – causa il crollo della grivna – ricevevano appena 66 dollari. Oggi, stando al Fondo pensioni ucraino, l’assegno medio è di 135; ma oltre la metà arriva appena alla pensione minima, che nel 2023 era di 54 dollari, contro i 112 del 2013
Se nel 2013 la disoccupazione – secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro – era all’8%, oggi sarebbe al 19%, anche se in questa cifra si devono considerare gli uomini in età di richiamo che, per sfuggire alla mobilitazione, evitano di registrarsi ufficialmente al lavoro.
Dal 2013 a oggi le tariffe comunali (luce, gas, acqua, riscaldamento, ecc.) sono cresciute del 150-1200% e i pronostici sono per ulteriori aumenti, in base ai dettami di FMI e USA per la “liberalizzazione del mercato dei servizi locali”, con un indebitamento delle famiglie più povere che era cresciuto di oltre 7-8 volte tra il 2013 e il febbraio 2022 e di 21,5 volte a inizio 2024: questo, in confronto a una crescita nominale media dei salari di circa 4 volte.
Per quanto riguarda i prodotti alimentari, tra 2013 e fine 2023 il pane con farina di prima scelta è aumentato del 809% e un kg di vitello è passato da 54 a quasi 244 grivne; il riso è passato da 7,7 a 51,3 grivne. Il prodotto “nazionale” ucraino, il lardo, è aumentato del 626%, nonostante il maiale sia cresciuto “appena” del 309%. Oltre 5 volte sono aumentati, ortaggi, latticini caseari e uova.
Per tutto questo, gli ucraini devono ringraziare prima di tutto i “liberatori” venuti da Occidente a portare “libertà e democrazia” contro il “dispotismo orientale”.
Fonte
09/11/2022
Italia in spoliazione. Sempre più emigrati all’estero
Da gennaio di quest’anno i cittadini italiani iscritti all’Aire (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) sono saliti a 5.806.068. Si tratta del 9,8% degli oltre 58,9 milioni di italiani residenti in Italia, salita del 5,8% dal 2020.
Il saldo tra chi entra (immigrati dall’estero) e chi esce (emigrati all’estero) per il nostro paese rimane negativo, con conseguenze evidenti sia sul calo demografico che nelle ricadute sulla vita sociale. Insomma se non ci fossero gli immigrati a compensare saremmo già in un inverno demografico.
In moltissimi casi chi lascia il nostro Paese lo fa per necessità e non per libera scelta, non trovando in Italia una occupazione adeguata al proprio percorso di formazione e di studio. Non è inutile rammentare che l’Italia è il paese dei bassi salari e della precarietà diffusa anche in settori ad alta qualificazione. Ragione per cui il capitale umano con maggiori aspettative viene attratto come un magnete dai paesi europei centrali e del nord, sottraendo risorse umane preziose lo sviluppo del nostro paese. Un processo di spoliazione e di polarizzazione che attanaglia tutti i paesi euromediterranei e che sembra destinato a configurarne un mero ruolo di “camerieri” per il turismo di massa europeo.
Dalla XVII edizione del “Rapporto Italiani nel Mondo” della Fondazione Migrantes risultano quasi 154 mila nuove iscrizioni all’estero e oltre 2,7 milioni (il 47%) sono le persone partite dal Meridione (di questi, 936 mila circa, il 16%, dalla Sicilia o dalla Sardegna). Ma più di 2,1 milioni (il 37,2%) sono partiti anche dalla più ricca Italia del Nord, il 15,7% è, invece, originario del Centro Italia.
In modo solo apparentemente paradossale da diversi anni sono la Lombardia (incidenza del 19% sul totale) e il Veneto (11,7%) le regioni da cui si parte di più verso l’estero. Seguono la Sicilia (9,3%), l’Emilia-Romagna (8,3%) e la Campania (7,1%).
Trattandosi spesso di emigrazione di capitale umano qualificato (laureati, specializzati, etc.) non deve sorprendere che molti giovani, ricercatori o tecnici qualificati emigrino negli altri paesi europei dove le condizioni retributive e ambientali sono migliori. Nel rapporto Migrantes emerge anche dei quasi 16 mila lombardi, dei circa 10 mila veneti o dei 7 mila emiliano-romagnoli molti sono, in realtà, i protagonisti di un secondo percorso migratorio che li aveva portati prima ad emigrare dal Meridione al Nord e poi dall’Italia Settentrione all’estero.
Meno della metà (il 48,2%) degli oltre 5,8 milioni di cittadini italiani residenti all’estero sono donne (2,8 milioni circa in valore assoluto). In maggioranza sono giovani celibi/nubili (57,9%) o coniugati/e (35,6%). I divorziati (2,7%) hanno superato i vedovi (2,2%).
Prevalgono, come prevedibile e consolidato da anni, i giovani (il 21,8% ha tra i 18 e i 34 anni) e i giovani adulti (il 23,2% ha tra i 35 e i 49 anni), mentre gli adulti maturi sono meno di uno su cinque (il 19,4% ha tra i 50 e i 64 anni) o anziani (il 21% ha più di 65 anni, ma di questi l’11,4% ha più di 75 anni). I minori sono appena il 14,5%.
Il 78,6% di chi ha lasciato l’Italia per espatrio nel corso del 2021 è andato in altri paesi europei, il 14,7% in America del nord ma soprattutto in America Latina (61,4%), e il restante 6,7% si e’ diviso tra continente asiatico, Africa e Oceania.
13/11/2021
I migranti siamo noi: 5 milioni e mezzo di italiani vivono all’estero
Se nell’ultimo anno, infatti, l’aumento della popolazione dei cittadini italiani iscritti all’AIRE (Anagrafe Italiani residenti all’estero) è stato del 3%, questo dato diventa il 6,9% dal 2019, il 13,6% negli ultimi cinque anni, ben l’82% dal 2006, anno della prima edizione dallo studio dell’organismo pastorale della CEI.
Ma chi sono questi cittadini italiani che hanno scelto di vivere lontano dal proprio paese? Sono, per lo più, giovani – in gran parte laureati – che fuggono da condizioni di lavoro miserabili ed anziani i quali, con la pensione che prendono, in Italia vivrebbero a stento e, comunque, con un tenore di vita molto più basso di quello avuto in età lavorativa.
Se poi confrontiamo questo dato con quello degli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2021 – 5.035.643, ovvero, l’8,5% della popolazione residente con un saldo negativo tra partenze ed arrivi di più di 600 mila unità – risulta evidente che, senza l’arrivo degli immigrati, il collasso demografico del nostro paese si sarebbe già prodotto da un pezzo con conseguenze catastrofiche di tipo socio-economico facilmente intuibili.
Un dato che la dice lunga sulle tanto strampalate quanto pericolose fake news sulla “sostituzione etnica” e/o sul fantomatico “Piano Kalergi” (partorito negli anni '90 dall’austriaco Gerd Honsik, neonazista e negazionista), che compaiono in migliaia di post ogni giorno sui social, in linea con le panzane diffuse dai nostrani imprenditori della paura, Salvini e Meloni.
Tuttavia, se si tiene conto del fatto che negli ultimi 16 anni il numero degli italiani all’estero è cresciuto dell’82% mentre, nell’ultimo biennio, sono crollati, a causa dei blocchi della mobilità internazionale per la pandemia, gli ingressi di stranieri in Italia (177.300 nuove iscrizioni anagrafiche dall’estero, il 33% in meno rispetto all’anno precedente), appare evidente come, senza una robusta inversione di tendenza proprio rispetto a quelle politiche del lavoro e previdenziali messe in atto dai governi nel corso degli ultimi tre decenni, con la complicità organica delle maggiori centrali sindacali, e che hanno trascinato in condizioni di povertà relativa (quando non assoluta) milioni di persone, la tendenza al declino del paese sarà praticamente inarrestabile.
Fonte
30/11/2020
Genova - L'istantanea dell'infinito declino italiano
Sicuramente non è semplice fare paragoni con la realtà nazionale, ma non è peregrina l'ipotesi che questa condizione di declino inesorabile sia quella che caratterizza tutto il Paese.
*****
Genova. Come si vive a Genova? Né benissimo né malissimo, ma comunque con tanti soldi in tasca nonostante una situazione ambientale e demografica estremamente preoccupante.
È quello che emerge dalla classifica sulla qualità della vita elaborata ogni anno dal quotidiano Italia Oggi insieme all’università La Sapienza di Roma. Sul totale dei 107 capoluoghi di provincia passati al setaccio, la Superba si colloca al 52esimo posto, circa metà classifica, comunque meglio dell’anno scorso quando era 66esima. In Liguria è comunque la provincia migliore: al 55esimo posto (invariato) c’è Savona, al 66esimo La Spezia (peggio di prima, era 47esima), al 77esimo Imperia (che ha scalato una posizione).
La classifica, giunta alla sua ventiduesima edizione, è stata stilata in base a un totale di 85 indicatori che prendono in considerazione il lavoro, l’ambiente, i reati, la sicurezza sociale, l’istruzione, l’andamento demografico, la sanità, il tempo libero e la ricchezza. Quest’anno, per la prima volta, è stato inserito un indicatore sulla pandemia di Covid-19. Genova si colloca nel gruppo di città in cui la qualità della vita è considerata “accettabile” in una scala a quattro gradazioni che va da “buona” a “insufficiente”.
Tenendo presente che la classifica ordina le città dalla migliore alla maggiore, l’aspetto più preoccupante a Genova è senz’altro l’ambiente: 92esimo posto in classifica, piazzamento quasi identico all’anno scorso (93esimi). Insieme a Firenze siamo quelli col maggior numero di superamenti del limite giornaliero di biossido di azoto, 60 in tutto il 2020. Molto alto anche il numero di veicoli circolanti (5.706 per chilometro quadrato), dato che ci colloca al 98esimo posto, eppure siamo noni in classifica per offerta di trasporto pubblico. Peggiora il piazzamento sulla raccolta differenziata (dall’84esimo al 94esimo posto), pessimo il rapporto tra verde urbano e abitanti (101esimi in Italia).
Ciò che fa guadagnare posizioni in classifica è il balzo in avanti nel settore “sicurezza sociale”, dall’82esimo al 26esimo posto. Si scoprono dati sorprendenti: Genova è la città col minor numero di suicidi in Italia (2,36 ogni 100mila abitanti) e quella col minor numero di morti e feriti (122) ogni 100 incidenti stradali, dato probabilmente influenzato dall’elevata quantità di sinistri. Nei reati a sfondo sessuale contro i minori passiamo dal 100esimo al 44esimo posto, quindi si assiste a una netta diminuzione.
Nel gruppo “sicurezza sociale”, tuttavia, è inserito anche il dato sul Covid-19. E Genova – al momento della rilevazione – si conferma settima città d’Italia per incidenza con 26,09 casi ogni mille abitanti. Peggio di noi solo Lodi, Cremona, Piacenza, Milano, Monza e Aosta. I dati sono quelli della protezione civile aggiornati all’8 novembre 2020. Fattore negativo che non ha impedito al capoluogo ligure di ottenere un buon piazzamento in questa serie di indicatori.
Ci sono due macro-indicatori che sembrano in contraddizione tra loro: da una parte scendiamo dal 29esimo al 41esimo posto nella categoria “affari e lavoro“, dall’altra ci confermiamo ai primi posti (dal 15esimo al 19esimo) per “reddito e ricchezza“. La differenza si può spiegare in buona parte col fatto che Genova è notoriamente la città più anziana d’Italia.
La classifica ci vede sesti per reddito medio pro capite (23.684 euro) ma soprattutto quinti per pensione media annua (21.181 euro) e ottavi per ricchezza patrimoniale. In compenso siamo 63esimi per tasso di disoccupazione e passiamo dal 49esimo al 69esimo posto per imprese cessate (ricordiamo che in fondo alla classifica c’è chi sta peggio), pur essendo 20esimi per start-up innovative.
La categoria “popolazione” purtroppo non lascia spazio a interpretazioni e ci vede al quartultimo posto in Italia (nel 2019 terzultimo). Genova è al 106esimo posto per numero medio di componenti delle famiglie (1,99, l’ultima è Trieste), prima città del nord per numero di emigrati, quarta città d’Italia per mortalità (14,01 decessi ogni 100 residenti) e 94esima per numero di nati.
Nonostante questo la sanità funziona bene (ottavo posto, l’anno scorso 15esimo) e siamo ben forniti di tecnologie (quinti per apparecchiature diagnostiche, quarti per posti letto in terapia intensiva). Anche l’istruzione è buona (14esimo posto partendo dal 22esimo), come dimostra la quarta posizione per abitanti che hanno almeno un diploma.
Genova è una città piuttosto insicura (dal 92esimo all’87esimo posto), ma in questo non si discosta molto dai grandi centri urbani, compresi quelli del nord. Molto pesante il quadro dei reati legati al traffico di stupefacenti (106esimo posto), alle violenze sessuali (dall’88esimo al 98esimo) e agli scippi e borseggi (100esimo) in compagnia di Roma, Torino, Bologna, Firenze e Milano. Frequenti anche le truffe informatiche (95esimo posto).
Discreta, infine, l’offerta di tempo libero e turismo che ci vede 41esimi in Italia. A Genova ci sono tanti cinema (11esimi per numero di sale in rapporto agli abitanti) e associazioni ricreative, artistiche e culturali (16esimi) mentre sono scarsi – anche se non sembra – i bar e le caffetterie (92esimi) e gli agriturismi (97esimi).
Fonte
12/08/2020
Terremoto in Calabria
Per la precisione il manifesto riportava a caratteri cubitali quanto segue:
«INFERMIERE PROFESSIONALEPoi continuava con i dettagli sul corso, in caratteri più minuti:
MADE IN GERMANY.
A COSTO ZERO!»
«Corso di formazione professionale per infermieri GRATUITO e con RICONOSCIMENTO INTERNAZIONALE con durata triennale svolto nella Scuola Professionale DBZ a Remscheid (Germania).Ho telefonato al numero sul manifesto e un signore molto gentile mi ha detto che è tutto vero, che non si tratta di una bufala, che il corso dura 3 anni, e si tiene in Germania, presso una struttura sanitaria seria, e che, alla fine del tirocinio, verrà rilasciato un diploma di infermiere valido a tutti gli effetti di legge, valido sia in Germania sia Italia; che sarà tutto gratis, vitto e alloggio compreso; che alla fine si verrà anche pagati, con paga tedesca – mica la paga da fame che si prende in Calabria.
Corso di lingua e cultura Tedesca in loco a Cirò Marina.
Immatricolazioni 1 Settembre 1 Marzo.
Cosiform, Agenzia accreditata alla Regione Calabria. Eccetera.»
C’è però il problema della lingua – ha detto. Ma sua figlia è giovane. Imparerà subito, e poi organizzeremo un corso veloce di tedesco a Cirò.
Ho chiamato fingendomi interessato per mia figlia che, diplomata da due anni, non trova lavoro.
E poi – ha aggiunto – bisogna trasferirsi in Germania. Non è facile per una ragazza. Ma qui, che prospettive ci sono per un giovane?
m – ha continuato in lingua, quando si è accorto che sono nativo di una qualche località della Sila Greca.
Voi della montagna sapete bene che cos’è l’emigrazione.
Ho messo giù, dicendo che mi sarei fatto vivo.
È vero che quelli della montagna hanno avuto in eredità le destinazioni dell’emigrante – in Piemonte più che in Calabria. Ma qui non si tratta di gente della montagna che subisce il fascino della metropoli. E non si tratta nemmeno di gente della marina che sale e si arrocca, spaventata dai turchi, dalla malaria o dal Covid.
Non siamo in quel mondo tutto fuffa e chiari di luna messo in scena da Vito Teti. Mondo di stanziali che si scervellano ogni mercoledì alle 21.30 sulla Seinsfrage e sulla relazione tra nostos, saudage, picundria e pipi e patate.
Non siamo alla ricerca di un centro di gravità permanente. Non siamo scrittori con gli acufeni nelle campagne di Gubbio. Non siamo architetti comacini. Non schifiamo un lavoro in banca o all’INPS, perché routinari o alienanti. Non sappiamo nemmeno cosa sia «anni Sessanta e anni Settanta». Non siamo votati alle arti liberali e alla pittura metafisica o alla performance inconcludente. Non siamo impegnati con organizzazioni non governative. Non conosciamo l’uomo o i diritti dell’uomo. Non sappiamo cosa sia la critica teatrale e la terza pagina. Non siamo nipoti di dive del cinema muto. Non amiamo gli animali, ma ci viviamo insieme. Non sappiamo cosa siano le differenze, anche se ce le suchiamo tutti i giorni. Non imballiamo mausolei o reperti di archeologia industriale. Non ci sfiora l’idea del rock e del suicidio rituale. Non siamo non-binary o gender-fluid. Non facciamo il Coast to Coast a piedi, per i sentieri monacali o le mulattiere. Non sappiamo cosa sia il rifiuto della modernità e dei suoi comfort al petrolio raffinato. Non organizziamo Gas.
Allunghiamo le mani, e afferriamo ciò che è nelle nostre possibilità. Siamo lumpen di periferia – ma la periferia non c’è più. Siamo ragazzi di vita – ma la vita non c’è più. Siamo ragazzi di strada – ma la strada non c’è più. Siamo meridionali, ma il meridione è ormai ovunque, a Calopezzati come a Remscheid.
Il corso di infermiere si terrà in una clinica psichiatrica alla Evangelischen Stiftung Tannenhof di Remscheid, vicino a Duisburg, Düsseldorf, Essen, Dortmund.
In effetti, sul sito (stiftung-tannenhof.de) si dice che la clinica sta cercando tirocinanti interessati a prendersi cura di persone con malattie mentali, e che organizza corsi di formazione per infermieri. La formazione inizia il 1 marzo o il 1 settembre di ogni anno, e si svolge nel sistema a blocchi della scuola e nell’ospedale psichiatrico.
In verità la formazione è gestita dal DBZ – Centro di educazione diaconale Bergish Land – e Scuola di Infermieristica e terapia occupazionale (sponsorizzati da Evangelical Foundation Tannenhof e dall’Agaplesion Bethesda Hospital). Le lezioni teoriche si svolgeranno in un bellissimo edificio storico, l’ex casa madre della diaconessa, nel terreno della Fondazione evangelica Tannenhof a Remscheid.
Le lezioni teoriche saranno tele-trasmesse (magari con Zoom o Meet) in aule moderne (in Germania tutto è moderno!). Mentre in altre aule attrezzata si faranno vere e proprie simulazioni.
Infine, ci saranno laboratori speciali dove i tirocinanti saranno preparati all’esame di Stato scritto, orale e pratico.
Fatevi sotto – Eins, zwei drei. Na, es is nix dabei. Na, wenn ich eich erzähl’ die G’schicht’.
Esportiamo infermieri e importiamo badanti. A dirigere il traffico enti accreditati alla Regione. Siamo bravi in Calabria, ma per adesso il saldo è negativo.
Fonte
01/08/2020
Sempre più “Morti di fame” in Calabria
Il turismo aveva favorito un indotto alimentare fatto di salsicce al peperoncino piccante, soppressate, caciocavalli e sardella – il caviale di Cariati. I cosentini e i crotonesi erano di casa, agevolati dalla nuova superstrada che collegava i due importanti centri produttivi alla meta invernale. Li si riconosceva per l’atteggiamento squercione (spaccone) – sopratutto i cosentini, che consideravano la perla della Sila una diretta emanazione della loro eleganza interiore.
Noi della Sila Greca, che vivevamo ai margini della nuova realtà industriale (Crotone) o impiegatizia (Cosenza), frequentavamo Camigliatello nella stagione della semina e della raccolta delle patate, per un totale di 51 o 101 giorni (all’incirca), giorni sufficienti per ottenere 1) un’annualità contributiva inps, 2) il sussidio di disoccupazione, 3) la cassa malattia e 4) la maternità – il premio per il figlio, come impropriamente lo chiamavamo al paese. Premio che veniva ripagato abbondantemente con una emigrazione che non è mai cessata, soprattutto dalle mie parti.
Non si diventava ricchi, ma si tirava a campare, ci si costruiva una casetta, si mandavano i figli a studiare a Rossano Calabro. Soprattutto, ci si assicurava un’indipendenza economica per la vecchiaia.
Anche se i rimasti – i non emigrati – visti sotto la lente di chi era partito, apparivano come dei falliti, degli ignavi, arresisi ad un mondo al tramonto – «Ma qui non avete la Rinascente?», chiedeva con sprezzo mia zia, emigrata a Sesto San Giovanni.
Negli anni '90 quel mondo di lavoro che sorreggeva l’economia di Camigliatello venne azzerato: il polo industriale di Crotone smantellato e mai ristrutturato, idem per il polo industriale di Taranto. Anche gli emigranti non mandavano più rimesse. Le loro paghe erano diventate così piccole da bastare appena per una decente vita metropolitana.
Nel 2011 Monti diede un giro di vite a quel compromesso raggiunto dalla Democrazia Cristiana, che consentiva a molta gente, soprattutto donne, di avere un reddito minimo garantito, a fronte di un numero esiguo di giornate lavorative.
Non era il migliore dei mondi possibili. E strideva vedere uscire di casa alla stessa ora i forestali, che piantavano uno o due pini al giorno, quando andava bene, e i manovali, che costruivano le case agli emigranti, lavorando in nero, da mattina a sera, senza contributi, senza malattia, senza pensione, senza sindacato, senza alcun diritto.
Una mattina un ragazzo cadde da un’impalcatura e morì. Ricordo la madre accorsa di fretta e svenuta per il dolore, ricordo i miei vicini di casa, increduli – avevo 5 anni.
Eppure, quel mondo, con tutte le sue storture e i suoi difetti, difetti e storture che non abbiamo mai smesso di denunciare e combattere, oggi, dalla disgrazia in cui Camigliatello è piombato, si presenta al ricordo con il colore seppia della Picundria – della nostalgia.
Abbiamo grattato il fondo del barile. Abbiamo seguito alla lettera i consigli delle migliori menti passate da Chicago. A raccogliere le patate e le olive non ci sono più le genti autoctone, o, quando ci sono, sono a fianco di oriundi di mezzo mondo, pagati sull’unghia, a pareggio di bilancia tra domanda e offerta – pagati un euro, due euro, tre euro, quando va bene. E Crotone è ultima in quasi tutte le classifiche delle provincie italiane.
Non ci sono più turisti a Camigliatello. Il grande albergo di Croce di Magara, costruito vicino al bosco di pini giganti, cade a pezzi. Il caseificio è abbandonato e diroccato. È tutto in rovina – da anni. Pure la bellissima superstrada dei due mari è chiusa per lavori, impedendo ai cosentini di salire in montagna a ricordare i bei tempi andati, quando sciare sulle piste di Monte scuro e Botte Donato dava un senso di agiatezza.
Quando il mondo che ti circonda viene distrutto – lo dico a tutti quelli che si oppongono a che il Sud imbocchi la nuova Via della Seta – la ricchezza che credevi di avere se ne va con esso.
Fonte