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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/08/2026

Rassvet-3: cos’è (e quanto preoccupa Kiev) la risposta russa a Starlink

Starlink fornisce un supporto fondamentale all’Ucraina sul campo di battaglia nel coordinare artiglieria, droni e comunicazioni di prima linea: un’infrastruttura diventata ancor più strategica dopo che l’azienda di Elon Musk ha deciso, lo scorso febbraio di escludere le forze russe dalla rete di SpaceX. In tutta risposta Mosca ha avviato la costruzione di un proprio sistema satellitare a bassa orbita, chiamato Rassvet – “Alba” – sviluppato dall’azienda aerospaziale privata Bureau 1440.

Ora, secondo quanto riportato da Politico, il vicedirettore dell’intelligence militare ucraina, il generale maggiore Vadym Skibitskiy spiega che Mosca ha impresso un’accelerazione importante al programma Rassvet rispetto ai piani iniziali: tant’è vero che i primi 16 satelliti russi sono stati lanciati a marzo, seguiti da un secondo lotto a luglio, come confermato anche da Bureau 1440 tramite i propri canali social. Secondo Serhii Beskrestnov, collaboratore del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, Mosca conterebbe già una quarantina di satelliti in orbita. Il Cremlino conta di arrivare a 292 satelliti in orbita bassa in grado di sorvolare regolarmente l’Europa dell’Est entro il 2027, per poi salire a 924 entro il 2035.

Un vuoto lasciato da Starlink

Tutto cambia per Mosca quando l’allora ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov convince Musk a interrompere l’accesso russo a Starlink: una mossa che ha dato un vantaggio significativo per Kiev ma che ora la Federazione russa si appresta ad annullare o comunque contenere.

La prima risposta russa è stata l’adozione di reti mesh, basate su modem digitali a spettro diffuso (FHSS) nella banda 1,3–1,5 GHz, integrati direttamente su droni da ricognizione e da attacco. Una soluzione funzionale ma non del tutto stabile: copertura limitata, latenza elevata e un’esposizione costante alle contromisure elettroniche di Kiev.

Rassvet-3: le caratteristiche tecniche

È in questo contesto che nasce Rassvet-3, pensato esplicitamente come alternativa a Starlink. Il sistema opera nelle bande Ka e Ku, sfrutta comunicazioni laser inter-satellitari con velocità di trasferimento dati fino a 10 Gbit/s in fase di test, e supporta lo standard 5G NTN per la connettività diretta satellite-cellulare.

Come spiega Stephen Bryen in un’analisi pubblicata su Weapons & Strategy, «come Starlink, Rassvet-3 (che si trova in un’orbita un po’ più alta) utilizza le bande Ka e Ku, supporta le comunicazioni laser inter-satellitari (con velocità di trasmissione dati dimostrate fino a 10 Gbit/s nei test) e supporta lo standard 5G NTN (Non-Terrestrial Network) per la connettività diretta satellitare-cellulare». Rassvet fornisce inoltre «relay di dati militari crittografati, collegamenti di comando e controllo per droni e backhaul sicuro, colmando il vuoto operativo lasciato dopo che l’accesso russo a Starlink è stato bloccato».

Rassvet è sviluppato dall’azienda privata russa Bureau 1440 (controllata del gruppo tecnologico Yadro) nell’ambito del programma spaziale governativo Sfera, e ha acquisito la priorità strategica massima per Mosca. Yadro, società di punta e principale generatore di ricavi di IKS Holding, finanzia circa 329 miliardi di rubli (circa 4 miliardi di dollari) del budget totale con capitali commerciali propri. Il governo federale russo ha stanziato 102,8-116 miliardi di rubli (1,26-1,3 miliardi di dollari) tramite la roadmap nazionale “Data Economy”.

Fonti:

Stephen Bryen, “New Russian Tech Aimed At Ukraine: The Emergence of Private Sector Defense Companies in Russia,” Weapons and Strategy, 4 agosto 2026, https://weapons.substack.com/p/new-russian-tech-aimed-at-ukraine.

Veronika Melkozerova, “‘Much faster than originally planned’: Ukraine warns of Russian Starlink rival,” POLITICO, 12 agosto 2026, https://www.politico.eu/article/ukraine-warns-russia-starlink-rival/.

Fonte

17/09/2024

La guerra sporca degli apparati israeliani e ucraini in Libano e Siria

Sono nove i morti provocati dall’esplosione dei cercapersone nel pomeriggio di oggi in varie zone del Libano, ma soprattutto nel sud e nella periferia meridionale di Beirut, roccaforte del movimento Hezbollah. Tra i morti risulta esserci anche una bambina di 10 anni. Lo ha dichiarato ad “Al Jazeera” il ministro della Salute libanese, Firas Abiad, secondo cui i feriti hanno riportato escoriazioni al viso e alle mani.

Decine di membri di Hezbollah sono inoltre rimasti feriti a causa delle esplosioni scaturite dall’attacco informatico. Anche l’ambasciatore della Repubblica islamica dell’Iran a Beirut, Mojtaba Amani, è tra le decine di persone rimaste ferite nelle esplosioni. Lo si apprende dall’agenzia di stampa iraniana “Mehr”.

Il quotidiano libanese “L’Orient le Jour” riferisce che dietro l’attacco vi sarebbe l’intelligence di Israele, che avrebbe provocato l’esplosione dei cercapersone usati dai membri del movimento per comunicare tra loro al posto dei smartphone ritenuti più intercettabili dagli isareliani.

I cercapersone sarebbero stati manomessi a distanza, fino a farli surriscaldare e quindi esplodere. Sui social circolano immagini di persone con ferite sanguinanti.

Il Wall Street Journal ha riferito che i cercapersone interessati provenivano da una nuova spedizione ricevuta da Hezbollah nei giorni scorsi, e il giornale ha citato la società di sicurezza Lubeck International secondo cui la causa dell’esplosione dei dispositivi di comunicazione è stato molto probabilmente un malware inserito nei dispositivi,

Hezbollah in una nota ripresa dalla televisione Al Manar ha dichiarato che martedì 17 settembre 2024, alle 15:30 circa, sono esplosi una serie di dispositivi di ricezione di messaggi noti come “cercapersone”, che erano in possesso di un certo numero di lavoratori di varie unità e istituzioni di Hezbollah.

Nella dichiarazione Hezbollah ha osservato che queste esplosioni, le cui cause sono ancora sconosciute, hanno portato alla morte di una ragazza e di due fratelli e al ferimento di un gran numero di persone con varie ferite.

“Le agenzie competenti di Hezbollah stanno attualmente conducendo un’indagine scientifica e di sicurezza ad ampio raggio per determinare le cause di queste esplosioni simultanee. Allo stesso modo, le agenzie mediche e sanitarie stanno curando i feriti in un certo numero di ospedali in varie regioni libanesi”.

Hezbollah ha anche invitato “il nostro onorevole popolo ad essere consapevole delle voci e delle informazioni false e fuorvianti che alcuni partiti stanno diffondendo in un modo che serve alla guerra psicologica del nemico sionista”, “soprattutto perché questo è accompagnato dai discorsi di intimidazione e dalle minacce del nemico sionista in quello che chiama ‘cambiare la situazione nel nord'”.

Il quotidiano israeliano Jerusalem Post commenta che “le esplosioni dei cercapersone di martedì, mostrano che ci sono altri modi non convenzionali per sorprendere il nemico e ottenere un vantaggio tattico. E questo porta a una terza lezione: la prossima guerra non si combatte mai come la precedente”.

Con una coincidenza che appare difficile ritenere come tale, secondo quanto riporta il sito Euromaidan Press (con forti connessioni con le intelligence occidentali) le forze speciali del gruppo Khimik della Direzione principale dell’intelligence ucraina (HUR), avrebbero attaccato una base militare russa dislocata sul territorio siriano. Il raid risale alla mattinata di domenica 15 settembre e ha avuto luogo nella periferia sud-orientale di Aleppo, come dimostrano alcuni video diffusi dai media ucraini come il Kyev Post. La notizia non è stata però confermata né da fonti russe né siriane.

Il quadrante e il contesto rivelano la stretta collaborazione tra gli apparati israeliani e quelli ucraini.

Secondo fonti dei servizi speciali ucraini sentite dalla stessa testata, gli apparati di Kiev avrebbe effettuato altri attacchi contro le forze russe sempre in Siria, alla fine di luglio 2024. In un caso, l’obiettivo dell’attacco era l’equipaggiamento militare russo presso l’aeroporto di Kuweires, situato a est di Aleppo, in un altro una installazione sulle alture del Golan siriano fortemente monitorate da Israele.

È fin troppo evidente che per queste due azioni di sabotaggio contro le forze russe in Siria, l’Ucraina abbia potuto contare sulla collaborazione degli apparati israeliani e statunitensi.

Questa collaborazione è in corso ormai da almeno due anni, secondo quanto riportava il New York Times, il quale riferiva che un alto funzionario ucraino aveva confermato che Israele aveva fornito informazioni di intelligence sui droni iraniani venduti alla Russia. Il presidente ucraino Zelenski parlò di “inizio di una cooperazione con lo Stato di Israele” nonostante la posizione di formale neutralità adottata da Tel Aviv sul conflitto ucraino.

L’azione degli apparati ucraini in Siria contro obiettivi russi arriva dopo quelle già denunciate in Mali e in Sudan. È ormai una guerra sporca che si gioca a tutto campo e in più paesi rispetto a quelli direttamente coinvolti nei conflitti in corso.

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17/04/2024

Gli ucraini vivono la sconfitta sul campo già da un decennio

L’Ucraina non può in alcun modo perdere: è questa la sostanza della “riflessione” apparsa su The Economist. Perché? Perché, in caso di vittoria russa, crollerebbe ogni autorità dell’Occidente.

Commentando su Komsomol’skaja Pravda l’asserzione del foglio britannico, Evgenij Umerenkov sostiene che in essa sia racchiusa l’intera gamma dei timori occidentali. Dalla situazione ormai senza via di scampo: per Kiev, al fronte, fino all’arrivo, quasi sicuro, di Trump in USA.

E, dato che a Ovest si è puntato tutto sul cavallo ormai azzoppato, ecco che ogni “autorità” occidentale va a farsi benedire e tornano a risuonare le parole dell’ex Segretario NATO George Robertson: «Se l’Ucraina perde, saranno i nostri nemici a definire l’ordine mondiale».

Ma, suggerisce The Economist, le conseguenze della sconfitta ucraina «dipenderanno in questa o quella misura dalla forma dell’accordo di pace». E inoltre, se anche l’Ucraina dovesse vincere, «l’Europa dovrà cambiare».

Ma in cosa dovrebbero consistere le variazioni? Manco a dirlo: aumento delle spese militari a scapito di quelle sociali. Come se già non si andasse da tempo in quella direzione!

In ogni caso, è significativo un certo mutamento di linguaggio del foglio britannico: da «l’Ucraina deve vincere», a «La Russia non deve vincere», fino a «l’Ucraina non deve perdere».

Insomma, l’incubo si fa sempre più ossessivo e sembra di sentire le massime di Sun Tsu: «Morale a terra, armi spuntate, forze esaurite e casse svuotate... nemmeno il più sapiente» sa come rimediare!

Figuriamoci il nazigolpista-capo, Vladimir Zelenskij, che non trova nulla di meglio che lanciare contumelie all’indirizzo del padrino americano, per di più su un canale americano come PBS, accusando Washington per i mancati aiuti che portano alla disfatta ucraina e per gli insuccessi diplomatici della cosiddetta “formula Zelenskij” per la pace, che ovviamente tien fuori la Russia.

Ma, per centinaia di migliaia di diretti interessati, l’incubo evocato da The Economist dura in realtà già da oltre un decennio.

Prendiamo ad esempio, tanto per cominciare, l’accoglienza riservata nella vicina Polonia agli immigrati ucraini.

Si sa che, da quelle parti, i vicini sudorientali sono considerati da sempre, fin dai secoli passati, merce a basso costo, un po’ alla maniera in cui gli schiavisti agricoli del sud d’Italia trattano oggi il bracciantato proveniente da Asia e Africa.

Ma, ecco che ora, con il notevole flusso di chi sfugge alla mobilitazione forzata, fatta in larghissima parte di giovani con discreti titoli di studio, almeno 1/4 dei polacchi intervistati (1/3 tra i giovani di 18-24 anni) dichiara di temere per il posto di lavoro e il 41% ritiene che l’arrivo di quadri ucraini possa abbassare i ritmi di crescita salariale.

Secondo Pracuj.pl, se ancora dieci anni fa la percentuale di stranieri tra i lavoratori assicurati nel ZUS (Zaklad Ubezpieczen Spolecznych: Previdenza sociale) era del 1%, a fine 2023 era del 7% (e si parla solo di lavoratori ufficialmente registrati): 1,13 milioni, di cui l’83% ucraini.

Il lato opposto della medaglia, sostengono per esempio i prenditori edili polacchi: se la guerra finisce, il mercato edilizio polacco si ferma per carenza di manodopera, fatta oggi per la quasi totalità di ucraini e bielorussi.

A livello di società polacca, l’atteggiamento positivo verso gli immigrati ucraini è sceso dal 35 al 25% nel giro dell’ultimo anno, mentre quello negativo è salito dal 14 al 18%. Tutto questo, senza toccare il tema delle importazioni di prodotti agricoli ucraini, che rischia tuttora, nonostante gli interventi UE, di trasformare l’atteggiamento negativo verso l’Ucraina in generale, in aperto conflitto “etnico”.

Del resto, come si è arrivati a ridurre in stato di semi-servaggio i lavoratori ucraini che emigrano per sfuggire alle delizie imposte al paese da Banca Mondiale, FMI, USA, UE, dalle grandi corporation che si sono già inghiottite metà delle risorse ucraine?

Non è che, per caso, qualche decina d’anni di “attenzioni” occidentali su un paese considerato punta di lancia contro l’URSS e, infine, il colpo decisivo portato nel 2013-2014, abbiano fatto sì che l’Ucraina si riducesse in terra di fuggiaschi, lasciata in balia di squadristi neonazisti agli ordini delle oligarchie locali e braccio armato indigeno per la penetrazione militare occidentale?

Vediamo qualche cifra, a partire dalle migliaia di vittime cadute dal majdan a oggi, migliaia di perseguitati politici, milioni di emigrati, debiti per miliardi, prezzi alimentari, tasse e tariffe energetiche cresciute con percentuali a due zeri, con interventi sociali divenuti pressoché nulli.

Su Ukraina.ru, ne traccia un quadro oltremodo tragico Valerija Emel’janova.

Prendiamo il “sacro” dollaro: a novembre 2013 veniva scambiato per 7,99 grivne e a gennaio 2024 per 38,28. Il debito pubblico, che era di 65 miliardi di dollari nel 2014, a fine 2023 era di 145 mld, cioè l’85% del PIL. A fine 2024 potrebbe raggiungere i 220 miliardi di dollari: 104% del PIL.

Con le distruzioni causate dal conflitto, secondo le valutazioni internazionali di fine 2023, la ricostruzione avrebbe un costo di 486 miliardi di dollari, che potrebbe raggiungere il trilione nei prossimi dieci anni.

Dai 603.500 kmq di territorio del 1991 – già solo per l’uscita di D-LNR (il Donbass) – nel 2014 il territorio ucraino si era ridotto a 576.600 kmq e oggi quello controllato da Kiev è di 567mila kmq. Secondo le statistiche ufficiali ucraine, nel 2013 il paese contava 45,5 milioni di abitanti, mentre oggi le valutazioni oscillano tra i 36 e i 29 milioni, con un livello delle nascite che la CIA valuta a 5,8 ogni mille abitanti (228° posizione mondiale) e tasso di mortalità di 19,8 ogni mille (contro, ad esempio, i 4,9 di Uganda, 1,6 di Emirati arabi) e un’età media maschile che Kiev calcola a 57-58 anni, mentre la CIA a 45,3 (per maschi e femmine).

Secondo l’ONU, solo dal febbraio 2022 hanno lasciato il paese 6,5 milioni di persone e si calcola che, a fine conflitto, solo il 50-60% potrebbe rientrare in patria.

Ancora l’ONU, a marzo 2023, calcolava in 1,14 milioni gli emigrati ucraini in Germania, 953mila in Polonia e 386mila nella Repubblica ceca. Ma a marzo 2024 contava anche 1,25 milioni di emigrati in Russia. Mosca calcola che dal 2014 a oggi, 7,5 milioni di ucraini abbiano optato per la cittadinanza russa.

Per chi è rimasto, in dieci anni le tariffe sono cresciute di 8 volte, mentre i salari medi hanno perso circa l’11% e le pensioni il 27%. Nel 2013 il salario medio ufficiale era di circa 410 dollari (3.274 grivne); nel 2015 era di 302, risalendo a 433 nel 2020.

Secondo il Comitato statistico ucraino, nel 2023 lo stipendio medio di un insegnante era di 340 dollari, quello di un medico di 400 e quello di un commesso di negozio di 270. Sarebbe invece cresciuto il salario minimo, passato dai 144 dollari del 2013, ai 161 del 2019, fino agli attuali 203.

I pensionati, che rappresentano 1/3 della popolazione ucraina e che nel 2013 godevano di una pensiona media di 184 dollari, già nel 2015 – causa il crollo della grivna – ricevevano appena 66 dollari. Oggi, stando al Fondo pensioni ucraino, l’assegno medio è di 135; ma oltre la metà arriva appena alla pensione minima, che nel 2023 era di 54 dollari, contro i 112 del 2013

Se nel 2013 la disoccupazione – secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro – era all’8%, oggi sarebbe al 19%, anche se in questa cifra si devono considerare gli uomini in età di richiamo che, per sfuggire alla mobilitazione, evitano di registrarsi ufficialmente al lavoro.

Dal 2013 a oggi le tariffe comunali (luce, gas, acqua, riscaldamento, ecc.) sono cresciute del 150-1200% e i pronostici sono per ulteriori aumenti, in base ai dettami di FMI e USA per la “liberalizzazione del mercato dei servizi locali”, con un indebitamento delle famiglie più povere che era cresciuto di oltre 7-8 volte tra il 2013 e il febbraio 2022 e di 21,5 volte a inizio 2024: questo, in confronto a una crescita nominale media dei salari di circa 4 volte.

Per quanto riguarda i prodotti alimentari, tra 2013 e fine 2023 il pane con farina di prima scelta è aumentato del 809% e un kg di vitello è passato da 54 a quasi 244 grivne; il riso è passato da 7,7 a 51,3 grivne. Il prodotto “nazionale” ucraino, il lardo, è aumentato del 626%, nonostante il maiale sia cresciuto “appena” del 309%. Oltre 5 volte sono aumentati, ortaggi, latticini caseari e uova.

Per tutto questo, gli ucraini devono ringraziare prima di tutto i “liberatori” venuti da Occidente a portare “libertà e democrazia” contro il “dispotismo orientale”.

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29/09/2023

Gli “onori” ai nazisti. In Ucraina e nel “mondo libero”

La questione del novantottenne veterano della 14° Waffen-Grenadier-Division der SS “Galicina”, Jaroslav Hunka, omaggiato il 22 settembre dal parlamento canadese quale combattente «contro la Russia per l’indipendenza dell’Ucraina», ha ovviamente risvolti politico-ideologici internazionali che, però, riguardano lo sdoganamento del fascismo nei singoli paesi, anche singolarmente presi.

Perché quella che sta sempre più diventando una “normalità” istituzionale nei diversi consessi europei e mondiali e che vede fascisti, neo-fascisti, liberal-nazisti investiti di “legittimità democratica” e “pari dignità”, come qualsiasi altra forza “politica”, poi, a livello di singoli paesi, si concretizza in formazioni neo-fasciste o “post”-fasciste cui si attribuiscono poteri governativi.

Se a Bruxelles, ormai da almeno due decenni, si adottano “risoluzioni” che equiparano Unione Sovietica socialista e Germania hitleriana e addossano alla prima le maggiori responsabilità nei “crimini più efferati” commessi nella storia mondiale, riducendo la nascita e gli stermini seminati dalla seconda quasi a “naturale reazione” alla semplice esistenza della prima, poi, però, a livelli nazionali, si scende direttamente ai passi concreti nella direzione indicata da quelle “risoluzioni”.

Così, per una Ucraina che almeno dal 1955 torna a dare libero accesso ai veterani delle formazioni banderiste complici dei nazisti e poi, dagli anni ’70, concede ampi spazi alle tendenze del nazionalismo più reazionario, fino ad arrivare alla “indipendenza” del 1991, che apre la strada ai gruppi criminali che costituiranno il braccio armato del golpe nazista del 2014, vediamo altre situazioni in cui ogni accenno al passato sovietico comporta bandi, ammende e arresti.

Altre in cui, col pretesto di “proibire le ideologie totalitarie”, si arresta chiunque si azzardi a mostrare “simboli comunisti” e, al colmo, anche chi “ostenti in pubblico” il colore rosso.

Se in alcuni paesi del Vecchio Continente – in certi casi di fatto, in altri “di diritto” – sono proibiti i partiti che abbiano nel nome l’aggettivo “comunista”, in molti altri la strada da tempo intrapresa è quella della messa al bando della “ideologia comunista” e, neo-fascisti o meno al governo, la direzione è quella di arrivare a proibire ogni formazione politica che, indipendentemente dal nome, si ponga quale obiettivo il raggiungimento di un diverso ordinamento sociale.

Gli omaggi resi a fascisti e nazisti, veterani o meno, vanno nella direzione di una voluta e mirata assuefazione della società, perseguita per ogni dove e con ogni mezzo di persuasione, a una “normalità” che elevi il fascismo a “corrente naturale dell’agone politico”, mentre scomunica quale repellente escrescenza sociale e “crimine assoluto” il solo pensiero alternativo in direzione del socialismo.

Il perenne voto contrario di Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna (va da sé: dell’Ucraina nazigolpista in cui, per dire, nel 2017 l’Istituto per la memoria nazionale dichiarava leciti i simboli della Divisione SS “Galicina”) e spesso anche dei paesi UE, a qualsiasi risoluzione ONU contro la eroicizzazione del nazismo, sono perfettamente in linea con quell’obiettivo di abituare le coscienze alla “normalità” quotidiana del fascismo.

Dopo di che il ricorso alle squadracce (come avviene nei confronti dei picchetti di lavoratori in sciopero) diventa una questione di “naturale” e dovuta reazione contro chi osi “attentare” all’ordine consuetudinario.

Nel caso specifico di Jaroslav Hunka è risultata una novità solo per qualcuno che in Canada sia presente una forte comunità ucraina (e anche russa, che aveva varcato l’Oceano sin dall’epoca zarista, in molti casi per sottrarsi a persecuzioni religiose) e, all’interno di questa, di una buona percentuale di ex appartenenti a OUN-UPA, arresisi nel 1945 a inglesi e americani e da questi non consegnati alle autorità sovietiche.

A essi, sono dedicati vari monumenti commemorativi: proprio come è avvenuto e avviene in alcune regioni dell’Ucraina “indipendente”, da cui ottant’anni fa proveniva il grosso dei volontari filo-nazisti.

Fu proprio a partire dalle squadracce banderiste che gli hitleriani diedero vita, all’inizio, ad alcuni battaglioni di “polizia ausiliaria” (ad esempio: “Nachtigall” e “Roland”, poi sciolti dagli stessi nazisti per le razzie, gli intrighi, la corruzione dei loro comandanti) e, successivamente, alla Divisione SS “Galicina”, poi utilizzata nelle operazioni contro i civili in Polonia, Francia, Jugoslavia e, naturalmente, nella stessa Ucraina, incendiando interi villaggi e trucidandone la popolazione, dopo che al fronte non avevano dato prova di grande “eroismo”.

La “Galicina” fu praticamente annientata nel luglio 1944 nella sacca di Brody, nella regione di L’vov, dai reparti del 1° Fronte ucraino sovietico.

In Canada, dunque, si è reso omaggio attraverso Hunka a tutte quelle migliaia di ex banderisti e scagnozzi dei nazisti che avevano dato manforte agli hitleriani; non tanto nelle battaglie contro l’Esercito Rosso, quanto nelle repressioni e nelle stragi contro civili e partigiani.

Al Canada è toccato tale “onore”. D’altronde, quello di Hunka non è che il caso più recente, in un paese in cui la vice primo ministro, Chrystia Freeland, ha più volte reso omaggio al nonno, Mikhajlo Khomjak, un “eroe” che combattè «per il ritorno dell’Ucraina alla libertà e alla democrazia», così come oggi nazionalisti e neo-nazisti di Kiev “lottano per l’indipendenza” da Mosca.

A suo tempo, Khomjak era stato direttore di Notizie di Cracovia, giornale che plaudeva al regime nazista e all’Olocausto. Fuggito in Austria e poi consegnatosi agli americani in Baviera nel 1945, nel 1948 emigrò in Canada, dove la nipote Chrystia, in anni a noi vicinissimi, prima di accedere ai vertici istituzionali, si è distinta in reportage dall’Ucraina a fianco di Victoria Nuland.

Al Canada, al suo parlamento, è toccato un simile “onore”: lo si è fatto, al parlamento canadese, in nome della “libertà dell’Ucraina”.

Formalmente, essendo presente a Ottawa il nazigolpista-capo, in questua di nuovi aiuti militari; di fatto, perché la guerra all’Unione Sovietica era stata, sin dalla fondazione della NATO, il fine dichiarato dell’Alleanza atlantica, passata quindi ‘fluidamente’ nella lotta alla Russia.

E, come si diceva, ogni singolo paese accede poi alla proprie “particolarità” nazionali. Come, per citarne uno, è il caso della Germania, riportato in questo servizio di Die Junge Welt.

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La fedina ripulita di Bandera

Susann Witt-Stahl – Die Junge Welt

Dove un tempo c’era un frammentario ricordo collettivo, si apre oggi, nel governo federale, un oscuro abisso. Che si tratti della sua posizione a proposito dell’ideologia dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN), intrisa di nazismo, o delle distorsioni storiche dell'Istituto ucraino per la memoria nazionale del governo di Kiev, ha risposto con un bel nulla di fatto a una semplice interrogazione su “Manifestazioni estremiste di destra della politica storica ucraina“, posta dalla deputata del Bundestag Sevim Dagdelen e dal gruppo parlamentare Die Linke.

Quasi tutte le 25 interrogazioni, alcune delle quali basate su ricerche di Die Junge Welt, vengono liquidate dal Ministero degli esteri con la frase retorica «Il Governo federale non ne è a conoscenza al di là di quanto riportato dai media».

In via preliminare, il Governo federale dichiara espressamente di non adottare le «valutazioni giuridiche e le affermazioni fattuali» degli interroganti, che si riferiscono principalmente a OUN e banderismo, «in particolare per quanto riguarda la classificazione generalizzata di determinati gruppi (storici) o persone come estremisti di destra, antisemiti, antizigani o comunque razzisti» – una frase cui si fa riferimento ben sette volte nelle (non) risposte del governo.

In questo modo, il governo tedesco contraddice oggettivamente la storiografia accettata a livello mondiale sul fascismo ucraino e sulla sua collaborazione con la Germania hitleriana.

«L’OUN lottava non semplicemente per l’indipendenza dello Stato. Lottava per quella che definiva una “Ucraina per gli ucraini”, in cui gli ebrei e la maggior parte dei polacchi e dei russi sarebbero stati eliminati», scrive ad esempio lo storico statunitense-canadese John-Paul Himka, uno dei più rinomati esperti di storia dell’OUN e del suo ruolo, sia nella Shoah che nella guerra di sterminio contro l’Unione Sovietica.

«La fattiva negazione delle scoperte scientifiche, a opera della ricerca internazionale, sull’Olocausto per presunta ignoranza», fa il paio con episodi come «l’inqualificabile onore al SS Jaroslav Hunka quale “eroe ucraino”, tributatogli al parlamento del Canada, paese membro della NATO», ha commentato Sevim Dagdelen a Die Junge Welt a proposito del comportamento del governo tedesco.

La “Wiederschlechtmachung” [grosso modo: fare di nuovo del male], come il poeta Erich Fried aveva definito la restaurazione dell’imperialismo tedesco nella RFT post-nazista, a quanto sembra sta raggiungendo un nuovo inquietante culmine con la “Zeitenwende” (svolta epocale).

«È un super-GAU storico-politico [GAU: Größter Anzunehmender Unfall, ossia ‘Massimo disastro ipotizzabile’], il modo in cui la coalizione “Semaforo” sta rompendo il consenso esistente dal 1945», afferma Dagdelen.

Il fatto che il governo tedesco non abbia accolto nemmeno una volta la dichiarazione contenuta nell’interrogazione della frazione della Linke sulla progressiva riabilitazione di Stepan Bandera e di altri fascisti ucraini – «non si può accettare in alcun modo una visione positiva di organizzazioni e personalità storiche che sono state complici dell’Olocausto e dei crimini nazisti» – è alla base di questa accusa.

Lo stesso vale per il fatto disgustoso che il ministero diretto da Annalena Baerbock abbia ricevuto qualche mese fa i rappresentanti del movimento “Azov”, che si rifà alla tradizione dell’OUN.

Dagdelen avverte delle conseguenze pericolose: «Chiunque cerchi, come fa il Ministero degli esteri guidato dai Verdi, di candeggiare i collaborazionisti nazisti dell’Ucraina per mero riflesso antirusso, ha davvero perso ogni bussola politica e stende il tappeto rosso agli estremisti di destra».

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