Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/12/2025

L’emergenza abitativa in Italia è strutturale, serve un cambio di paradigma

Nel 2024, circa il 5,1% della popolazione – più di 3 milioni di individui – viveva in condizioni di sovraccarico dei costi abitativi, ovvero spendendo oltre il 40% del proprio reddito netto per il mantenimento dell’abitazione. Sebbene in calo rispetto all’8,7% del 2019, il dato resta fortemente preoccupante.

Secondo l’Istat le criticità maggiori si osservano tra le persone sole, in particolare quelle con meno di 65 anni, dove la percentuale raggiunge il 19,9%. Anche i nuclei monogenitoriali risultano significativamente colpiti (7,1%), sebbene si registri una diminuzione rispetto al 2019 (meno 4,8 punti percentuali).

In generale, il sovraccarico abitativo è più diffuso tra i giovani: le famiglie in cui il percettore principale di reddito ha meno di 35 anni registrano un’incidenza del 7,6%, mentre tra gli over 65 la quota scende al 4,6%. Questi dati confermano l’esistenza di una correlazione tra disagio abitativo e precarietà economica.

Attualmente (con riferimento ai dati del 2023), circa un decimo della popolazione italiana, pari a quasi 6 milioni di persone, si trova in condizioni di povertà assoluta. Il lavoro intermittente, i salari bassi e la diffusione di contratti atipici rappresentano, infatti, fattori che compromettono gravemente la possibilità di condurre una vita dignitosa, alimentando una spirale di impoverimento che investe soprattutto giovani e famiglie con figli.

Tutti i dati confermano la crisi della condizione abitativa nel paese

Nel Rapporto Caritas 2025 viene ribadito che la questione abitativa coinvolge un numero crescente di famiglie, le quali si trovano in difficoltà sia nel reperire un alloggio dignitoso, sia nel mantenerlo. Le cause della crisi abitativa sono molteplici e interconnesse: tra queste si evidenziano l’aumento dei canoni di locazione, la cronica carenza di Edilizia Residenziale Pubblica (ERP), la diffusione degli affitti brevi a fini turistici – particolarmente impattanti nei grandi centri urbani – e la stagnazione salariale in un contesto occupazionale sempre più frammentato e precario.

Le categorie sociali più colpite dal disagio abitativo si presentano estremamente eterogenee. Si va dai giovani adulti che faticano a emanciparsi dalla famiglia di origine, alle famiglie monoreddito, passando per cittadini stranieri, nuclei in situazione di vulnerabilità economica, persone con disabilità o con fragilità socio-sanitarie. Ciò che accomuna questi gruppi è l’impossibilità di accedere al mercato abitativo tradizionale, caratterizzato da dinamiche sempre meno inclusive.

Un importante riferimento teorico ripreso dal Rapporto Caritas 2025 è la classificazione ETHOS, elaborata dalla Federazione Europea delle Organizzazioni Nazionali che lavorano con i senzatetto (FEANTSA). Tale modello propone una tipologia articolata delle forme di esclusione abitativa, evidenziando come il diritto alla casa debba essere interpretato secondo una triplice dimensione: fisica, sociale e giuridica. L’assenza di uno di questi elementi comporta, secondo ETHOS, una condizione di disagio abitativo rilevante.

La classificazione consente di distinguere tra quattro macro-categorie di grave esclusione abitativa, che vanno dalla mancanza totale di un tetto alla condizione di insicurezza e inadeguatezza abitativa. L’adozione di tale paradigma rappresenta oggi il principale punto di riferimento a livello europeo per l’analisi della questione abitativa in termini di diritti fondamentali e inclusione sociale.

Un importante contributo istituzionale al tema è rappresentato dalla Delibera n. 59 della Corte dei Conti, approvata il 5 dicembre 2024. La relazione, che analizza lo stato di attuazione del PNRR con dati aggiornati al 31 ottobre 2024, dedica un’intera sezione – oltre 40 pagine – al disagio abitativo e alle politiche di edilizia pubblica.

Nel documento si evidenzia come, negli ultimi decenni, in Italia si sia assistito a un progressivo arretramento delle politiche abitative. Si registra un disinvestimento sostanziale nell’edilizia sociale, accompagnato da una distribuzione disomogenea delle risorse a favore delle famiglie a basso reddito. Il Rapporto Caritas viene citato per confermare non solo la scarsità dei fondi pubblici destinati alla casa, ma anche la frammentarietà della normativa in materia.

Pur riconoscendo che il PNRR e il Piano Nazionale Complementare abbiano introdotto alcune misure significative, la Corte osserva che queste si sono concentrate prevalentemente sulla riqualificazione degli spazi esistenti e sulla manutenzione del patrimonio di Edilizia Residenziale Pubblica (ERP). La costruzione di nuovi alloggi è prevista in misura limitata e solo nell’ambito dell’edilizia sociale, che, seppur utile, non può sostituire la funzione strategica dell’ERP nella risposta strutturale alla domanda abitativa.

Le conclusioni della Corte sono inequivocabili: la questione abitativa, pur essendo entrata nella programmazione del PNRR, difficilmente potrà conoscere una vera inversione di tendenza se non verrà affrontata con un approccio più sistemico e incisivo.

Il 17° Rapporto sull’Abitare, pubblicato da Nomisma nel 2024 in collaborazione con CRIF e Confindustria, fornisce un ulteriore approfondimento sulle condizioni del mercato immobiliare italiano. Il report evidenzia che la domanda sostenuta nel mercato della locazione ha determinato una nuova crescita dei canoni (+3,4% nell’ultimo anno). Tuttavia, tale incremento è inevitabilmente condizionato dalla capacità di spesa delle famiglie, che negli ultimi anni è stata messa a dura prova.

L’inflazione ha eroso il reddito disponibile, rendendo sempre più difficile per le famiglie italiane – in particolare per quelle unipersonali e numerose – far fronte ai costi abitativi. Tre famiglie su cinque dichiarano che il proprio reddito è insufficiente o appena adeguato a coprire le spese primarie. Di conseguenza, l’acquisto della casa diventa un obiettivo sempre più irraggiungibile, e anche il mantenimento della locazione rappresenta un impegno economico gravoso.

Il quadro tracciato da Nomisma è coerente con quanto riportato dalle fonti precedenti: la casa si configura come un bene “impossibile” per una quota crescente della popolazione, e il disagio abitativo, in assenza di interventi pubblici efficaci, rischia di cronicizzarsi.

La riduzione dei fondi statali per il sostegno alla condizione abitativa

Fondo per la morosità incolpevole, istituito con l’art. 6, comma 5, del decreto-legge n. 102 del 2013. Il fondo, destinato agli inquilini impossibilitati a pagare l’affitto per cause indipendenti dalla propria volontà, ha ricevuto risorse pari a 9,5 milioni di euro nel 2020 e 50 milioni nel 2021. Tuttavia, a partire dal 2022, non ha più beneficiato di stanziamenti nel bilancio statale, fino al rifinanziamento previsto dalla legge di bilancio 2025 (L. n. 207/2024), che ha destinato 10 milioni per il 2025 e 20 milioni per il 2026.

Fondo per il contrasto al disagio abitativo, istituito dalla legge di bilancio 2024. Tale fondo prevede una dotazione di 50 milioni di euro per ciascuno degli anni 2027 e 2028 e contempla l’adozione di un Piano Nazionale – denominato “Piano Casa Italia” – volto alla sperimentazione di modelli innovativi di edilizia residenziale pubblica, da attuarsi mediante un decreto ministeriale adottato in accordo con la Conferenza Unificata.

Fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione, istituito con l’art. 11 della legge 431/1998. Per gli anni 2020–2022, il fondo ha beneficiato di significativi incrementi: da 50 milioni iniziali si è passati a 160 milioni (2020–2021) e 180 milioni (2022), per un totale di oltre 4 miliardi di euro spesi dalla sua istituzione. Tuttavia, a partire dal 2023, anche questo fondo è stato escluso dal bilancio statale, generando un evidente vuoto nella continuità degli interventi.

L’emergenza abitativa nelle aree metropolitane

Da un lato, si assiste allo spopolamento progressivo dei piccoli centri, in particolare delle aree montane e rurali; dall’altro, si registra un forte incremento della pressione abitativa nelle grandi metropoli, dove si concentrano le opportunità occupazionali, educative e sanitarie.

Questa polarizzazione ha prodotto un’emergenza abitativa che si è aggravata nel tempo anche a causa di precise scelte politiche. Dopo il grande piano casa Fanfani degli anni ’50 e ’60, l’Italia ha abbandonato una visione strategica sull’edilizia pubblica, privilegiando la liberalizzazione del mercato e la privatizzazione del patrimonio. L’abrogazione dell’equo canone, l’indebolimento degli enti previdenziali pubblici – che storicamente svolgevano una funzione calmieratrice – e l’incentivazione della rendita immobiliare privata hanno determinato un progressivo smantellamento della funzione pubblica dell’abitare.

Oggi, oltre 650.000 famiglie risultano in graduatoria per un alloggio popolare, mentre si contano circa 2,5 milioni di sfratti negli ultimi vent’anni. Le città sono sempre più trasformate in poli attrattivi per il turismo, con un’offerta residenziale ridotta e rincarata, costringendo i residenti in condizioni economiche svantaggiate a spostarsi in periferie sempre più marginalizzate.

Non c’è soluzione alla crisi abitativa senza l’intervento pubblico

Il quadro che emerge da questa analisi è chiaro: il diritto all’abitare in Italia è sotto pressione, minacciato da anni di disinvestimento pubblico, da politiche frammentarie e da un mercato sempre più escludente. La crisi abitativa non è soltanto una questione di povertà, ma un indicatore della fragilità del patto sociale e della debolezza dell’intervento pubblico in settori essenziali.

È necessario avviare una nuova stagione di politiche strutturali per l’abitare, capaci di ricostruire una visione organica del rapporto tra cittadino e territorio. Tra le priorità si impongono:
- un piano nazionale pluriennale per l’ampliamento dell’ERP;
- una riforma della legge sugli affitti che leghi il canone alla capacità economica dell’inquilino;
- la riattivazione di strumenti finanziari permanenti come un fondo Gescal moderno;
- una regolamentazione degli affitti brevi nelle aree urbane in tensione abitativa;
- una strategia di rigenerazione urbana che coniughi riuso, sostenibilità e accessibilità.

In assenza di un impegno sistemico e continuativo, il disagio abitativo rischia di trasformarsi in un fattore strutturale di esclusione sociale. Garantire a tutte e tutti il diritto a una casa adeguata, accessibile e sicura è condizione necessaria per il rafforzamento della democrazia e della coesione nazionale. Come ammonito anche dalle Nazioni Unite, non si tratta più di una questione tecnica o amministrativa, ma di un diritto umano fondamentale.

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08/12/2025

Mezzo milione di giovani sono emigrati all’estero in tredici anni. Così viene meno il futuro

Un Rapporto del Cnel presentato il 4 dicembre scorso descrive in termini estremamente preoccupanti i dati sull’emigrazione giovanile dal nostro paese verso altri paesi europei. Il Rapporto intendeva in realtà analizzare l’attrattività dell’Italia per i giovani di altri paesi ma il riscontro è stato sia negativo che pesante. Tra l’altro i risultati sono impietosi anche analizzando il fattore umano sia in termini di “capitale umano” che di valore perduto vero e proprio.

Solo nel 2024 sono stati 78mila i giovani che hanno lasciato l’Italia. Rispetto agli ingressi di giovani immigrati – provenienti però da altre economie avanzate della fascia d’età 18-34 anni – il saldo è decisamente negativo: -61mila.

Il Rapporto del Cnel allarga poi lo sguardo ad un periodo che va – significativamente – dal 2011 al 2024. Il 2011 è infatti l’anno della crisi del debito. In questi tredici anni sono emigrati dall’Italia in 630mila – di cui il 49% dalle regioni del Nord e il 35% dal Meridione –, il che corrisponde al 7% dei giovani residenti in Italia. Anche in questo caso il saldo migratorio è negativo di 441mila giovani.

Lo studio ha poi quantificato anche il valore del capitale umano emigrato dal nostro Paese nel periodo 2011-2024 e il valore perduto ammonta a 159,5 miliardi di euro, stimato sul saldo migratorio e come costo sostenuto dalle famiglie e, per la sola istruzione, dal settore pubblico, per crescere ed educare i giovani italiani che sono poi emigrati all’estero.

In termini di Pil, il valore del capitale umano uscito nell’arco temporale 2011-2024 è pari al 7,5%. Il paradosso è che con la denatalità – nel 2025 toccheremo un nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia probabilmente scendendo sotto i 350mila neonati – e con il progressivo invecchiamento della popolazione, i giovani sono da considerare una risorsa che rischia di scarseggiare per ogni ipotesi di sviluppo futuro del Paese.

C’è poi il dato del capitale umano e qui, analizzando la platea di chi ha lasciato l’Italia tra i giovani emigrati nel triennio 2022-2024, emerge che il 42,1% è composto da laureati, in aumento rispetto al 33,8% dell’intero periodo 2011-2024. Ragione per cui non è un paradosso che punte più alte di questa emigrazione “di valore” si registrino nelle regioni più ricche come Trentino (50,7%), Lombardia (50,2%), Friuli-Venezia Giulia (49,8%), Emilia-Romagna (48,5%) e Veneto (48,1%).

Nei tredici anni del periodo 2011-2024 ci sono stati solo 55mila arrivi in Italia di giovani dalle prime dieci economie avanzate verso cui invece emigrano i giovani italiani (Austria, Belgio, Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Regno Unito, Spagna, Svizzera e Usa). Nello stesso periodo ben 486mila giovani italiani sono emigrati in quei Paesi.

La prima destinazione rimane il Regno Unito (26,5%), seguito da Germania (21,2%), Svizzera (13%), Francia (10,9%) e Spagna (8,2%).

Per quanto riguarda la migrazione interna al nostro paese, nel 2011-2024 si sono trasferiti dal Meridione al Centro-Nord 484mila giovani italiani. Tra loro 240mila sono andati nelle regioni del Nord Ovest, 163mila nel Nord-Est e 80mila nel Centro. Il deflusso record è quello dalla Campania, pari a 158mila, seguita da Sicilia con 116mila e Puglia con 103mila. L’afflusso maggiore riguarda la Lombardia con 192mila ingressi, alla quale seguono Emilia-Romagna (106mila) e Piemonte (41mila).

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27/07/2025

OCSE: i salari reali italiani sono del 7,5% più bassi rispetto al 2021

Lo scorso 9 luglio, al CNEL, il senior economist dell’OCSE, Andrea Bassanini, ha presentato l’Economic Outlook per l’anno 2025. L’Italia raggiunge un record, ma negativo, tra i paesi facenti parte dell’Organizzazione: i suoi salari reali si sono ridotti del 7,5% rispetto al 2021, e questo nonostante gli aumenti previsti questo e il prossimo anno.

Tramite il rapporto viene evidenziato che l’Italia presenta il calo più significativo tra tutte le principali economie. A dire la verità, in metà dei paesi OCSE i salari reali sono inferiori a quelli del 2021. Se però si osservano i dati a partire dal 1990, il Bel Paese emerge per le criticità.

Infatti, i redditi da lavoro reali in Italia sono scesi del 3,4% tra il 1990 e il 2023. Per fare il confronto con altri paesi, nello stesso periodo negli USA sono cresciuti di circa il 50%, in Germania intorno al 30%. Il recente rinnovo di alcuni contratti nazionali ha permesso di recuperare terreno rispetto all’inflazione accumulata dal 2022, anno in cui si è assistito a un’importante impennata dei prezzi.

Eppure, nel settore privato un dipendente su tre ha ancora il proprio contratto scaduto, mentre le previsioni escludono che vi siano degli aumenti significativi nei prosssimi due anni. Con lo spauracchio dell’inflazione ancora costantemente agitato, è facile capire che la guerra alle retribuzioni continuerà imperterrita.

Questo risulta evidente anche dalla discussione sulla produttività. L’OCSE ha stimato che, se l’Italia riuscisse a raggiungere una crescita della produttività pari all’1% all’anno, in linea con la media che l’Organizzazione aveva negli anni Novanta, il PIL pro capite potrebbe crescere dell’1,34% annuo.

Allo stesso tempo, il presidente del CNEL, Renato Brunetta, ha spiegato che: “senza interventi di politica economica e senza la crescita della produttività, l’Ocse prevede per l’Italia una flessione del PIL pro capite di quasi 0,5 punti percentuali all’anno”. Eppure, sono decine e decine i miliardi regalati alle aziende per i propri ‘piani industriali’.

Se sono le aziende che creano lavoro, come vuole la vulgata che anche Brunetta ripete in continuazione, allora è anche loro responsabilità programmare gli investimenti adatti a migliorare la produttività. La realtà è che, in maniera sistematica, il sistema imprenditoriale ha lucrato sui sussidi e sulla rendita, negando ogni responsabilità sociale.

La produttività, inoltre, anche se con trend deboli, ha continuato a crescere dal 2000. Cosa che, invece, non hanno fatto i salari in termini reali. E in questo quadro, sono persino aumentate le disuguaglianze generazionali. Nel 1995 il reddito disponibile per le famiglie giovani superava dell’1% quello degli over-55, mentre nel 2016 le famiglie con adulti tra i 55 e i 64 anni disponevano di un reddito superiore del 13,8% rispetto ai giovani.

Risulta perciò ancora più assurda una delle soluzione che l’OCSE ha delineato per un altro problema in cui l’Italia eccellerà nei prossimi anni: l’invecchiamento della popolazione, che graverà in maniera più pesante sulle persone in età lavorativa. L’Organizzazione propone, tra le altre cose, di aumentare la durata della vita lavorativa.

Una soluzione che deve essere rifiutata in ogni modo in un paese in cui l’età pensionabile si avvia verso i 68 anni e in cui, dice l’OCSE stessa, il 42% dei lavori è fisicamente impegnativo. Ci sono già 3 morti al giorno sul posto di lavoro, e andare in questa direzione sarebbe una vera e propria dichiarazione di guerra contro i lavoratori.

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15/10/2024

CNEL - I soldi per la sanità arricchiscono quella privata

Nella sanità la spesa pubblica in Italia, benché leggermente in crescita a partire dal 2020, è ancora tra le più basse d’Europa (75,6 per cento del totale), mentre la spesa privata per la salute dei cittadini continua a crescere (+5 per cento solo nell’ultimo anno), a fronte di liste di attesa per l’accesso ai servizi spesso insostenibili e contrarie al principio dell’appropriatezza. È quanto si legge dalla Relazione CNEL sui servizi pubblici 2024 presentata al Governo e al Parlamento.

In pratica molti dei fondi stanziati per la sanità vanno ad ingrassare la sanità privata piuttosto che rafforzare quella pubblica.

La Relazione, che il CNEL, ai sensi della legge 936/1986, è chiamato a inviare annualmente al Parlamento e al Governo quest’anno ha posto l’accento sull’impatto reale dei servizi pubblici, e se questi contribuiscano o meno a migliorare la qualità della vita e a sostenere la crescita economica del Paese.

La conseguenza dei rilievi indicati nella relazione del CNEL è la crescita del fenomeno della rinuncia alle cure necessarie per problemi economici ed organizzativi (che ha raggiunto nel 2023 il valore del 7,6 per cento della popolazione), mentre cresce la realtà dell’impoverimento determinato da cause legate alla salute (che tocca l’1,6 per cento delle famiglie).

Nella sanità si registra inoltre una vera e propria “crisi di anzianità”, alla quale si affiancano la questione della carenza di personale in molti comparti del settore, ed in particolar in ambito di emergenza-urgenza, nella Medicina di base e a livello infermieristico, e quella della fuga dai servizi pubblici e dal paese di molti operatori.

Secondo quanto emerge dalla Relazione, anche la spesa per la scuola in percentuale sul PIL mostra un livello ancora inferiore a quella dei maggiori paesi avanzati, attestandosi sul 3,2% (anno 2020) a fronte di una media rispettivamente del 3,6%. Anche a livello universitario l’Italia investe per l’istruzione terziaria, in proporzione alla popolazione con istruzione terziaria completa, meno della media OCSE (1% vs 1,5%) e di quella UE25 (1,3%). E pure la fre­quenza dei servizi educativi per la prima infanzia risulta inferiore alla media europea: nel 2021 33,4% dei residenti di 0-2 anni contro il 37,9% della media Ue, il 74,2% dei Paesi Bassi ed il 50% della Francia.

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14/10/2023

Il Cnel respinge il salario minimo: USB vota contro il documento della Commissione Informazione

L’Unione Sindacale di Base da sempre sostiene con forza la necessità dell’inserimento di un salario minimo legale: siamo convinti, infatti, che in questo modo si possa dare almeno in parte la soluzione al problema del lavoro povero e sottopagato, una vera e propria piaga del nostro Paese.

Per questo le conclusioni della Commissione Informazione del Cnel, che respingono il salario minimo, non sono per noi assolutamente condivisibili, negando quanto da noi sempre sostenuto: abbiamo votato contro al documento presentato in Plenaria. I voti sono stati 39 favorevoli, 15 contrari e nessun astenuto.

USB è tra le promotrici di una legge di iniziativa popolare che vuole inserire proprio un salario minimo legale di almeno 10 euro l’ora, indicizzato all’inflazione: in questo modo si darebbe dignità a migliaia di lavoratori sottopagati e una risposta reale al carovita.

Proprio nelle stesse ore in cui al Cnel si votava il documento della Commissione USB ha organizzato un convegno sul salario povero cui sono costretti i lavoratori della vigilanza privata e dei servizi fiduciari, il cui contratto nazionale prevede una paga oraria misera di 5 euro l’ora.

USB continuerà la campagna per l’introduzione del salario minimo legale, continuando a raccogliere le firme per la legge di iniziativa popolare e coinvolgendo lavoratrici e lavoratori in questo percorso per una misura che, anche a causa dell’inflazione, riteniamo urgente e non più rimandabile.

Riteniamo comunque apprezzabile l’intento del documento di porre all’attenzione del Parlamento e del Governo alcuni temi su cui aprire un confronto e giungere a necessari interventi: tra questi in particolare ci sembrano rilevanti quello sugli effetti dell’attuale normativa su appalti e sub appalti, quello sul lavoro autonomo fittizio ed infine la necessità di avviare finalmente un confronto su rappresentanza e rappresentatività, temi cui la USB da sempre dedica molta attenzione.

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05/10/2023

La sentenza della Cassazione dà ragione all’USB, che da sempre chiede un salario minimo per legge. Ma al Cnel non l’hanno letta

Solo pochi giorni fa è stata pubblicata una sentenza storica della Corte Suprema di Cassazione con la quale si afferma che la contrattazione collettiva non può mai considerarsi al di sopra dell’articolo 36 della Costituzione e che quindi il salario deve sempre corrispondere ai criteri di proporzionalità e sufficienza indicati dalla Costituzione. La sentenza contesta e contraddice esplicitamente la Corte d’Appello di Torino che invece aveva escluso dalla valutazione di conformità all’articolo 36 tutti quei rapporti di lavoro regolati dai contratti collettivi siglati dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative.

Nel contraddire la Corte di Torino la Cassazione ha affermato un principio molto importante: la contrattazione tra soggetti rappresentativi non è una condizione sufficiente per assicurare che i salari rispettino i principi costituzionali. FINALMENTE, diciamo noi che da anni denunciamo come esista una ampia casistica di CCNL firmati da Cgil, Cisl e Uil che prevedono minimi salariali da fame!

La storica sentenza della Cassazione dà ragione a un lavoratore in appalto che ha vissuto la classica trafila del passaggio da un contratto ad un altro, dal Multiservizi al Terziario al contratto per i Dipendenti di proprietà e fabbricati fino a scivolare in quello dei Servizi fiduciari, vedendosi retribuito con un salario addirittura inferiore alla soglia della povertà assoluta indicata dall’ISTAT. La Corte di Torino aveva respinto il suo ricorso anche contestando il ricorso al parametro della povertà assoluta calcolato dall’ISTAT, che suonava ad avallo che la paga di un lavoratore possa stare “legittimamente” anche sotto quell’indice!

La Cassazione ha invece ribaltato questa lettura, aggiungendo molto di più: la povertà assoluta dell’ISTAT è una soglia minima invalicabile ma il criterio di sufficienza va parametrato più in alto, orientando il trattamento economico non solo verso il soddisfacimento di meri bisogni essenziali – per esempio cibo, vestiario, alloggio – ma anche tenendo conto della necessità di partecipare ad attività culturali, educative e sociali come recita la recente Direttiva UE sui salari adeguati (la 2022/2041).

La sentenza (che riportiamo in allegato) è senz’altro un segnale importante che viene dal mondo giuridico a sostegno dell’idea che, a prescindere dalla contrattazione, sia necessario introdurre una legge che stabilisca una soglia, in materia di salari, al di sotto della quale non si possa scendere.

Il paradosso è che al Cnel, incaricato dal Governo Meloni di esprimere un parere sul salario minimo, la sentenza venga completamente ignorata. Nei documenti che stanno circolando in questi giorni, redatti dall’ufficio di presidenza del Cnel, si insiste sulla grande percentuale di copertura della contrattazione collettiva nel nostro paese, trascurando il dato oggettivo che i salari sono bassi nonostante tutto. E in più, si fa riferimento ai dati contenuti nell’ultimo rapporto INPS, in netta contraddizione con tutti gli ultimi rapporti dello stesso istituto, dell’ISTAT e di diversi altri centri di rilevazione, dove si riduce il fenomeno del lavoro sottopagato (quello che si continua a definire impropriamente povero) a soli 20mila lavoratori!

USB ha già preannunciato da tempo, con un documento scritto inviato alla presidenza del CNEL, la sua totale contrarietà a tale posizione e ha già fatto intendere che quando si arriverà alla votazione il suo voto sarà decisamente contrario. Anche la Cgil ha fatto capire che voterà contro, avendolo già fatto in sede di Commissione (dove l’USB non è presente), pur continuando a concentrarsi sul tema dei contratti pirata e trascurando la rilevanza della recente sentenza della Cassazione di cui sopra. Una sentenza che chiama in causa anni di contrattazione al ribasso fatta da sindacati complici con i padroni e completamente indifferenti alle ragioni di chi lavora.

Unione Sindacale di Base

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10/10/2019

Speculazione contro produzione, le banche italiane non mentono

Martedì 8 ottobre si è svolta la presentazione presso il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) del “Rapporto banche” 2019 del Centro europeo per la ricerca (Cer), presieduto da Vladimiro Giacché, nell’ambito del convegno “L’eccezione e la regola. Conti delle banche italiane, bail-in, national discretion”. Alla discussione hanno partecipato Paolo Peluffo, Segretario generale del Cnel, l’economista Antonio Forte, Alessandro Carretta, ordinario di Economia degli intermediari finanziari dell’Università Tor Vergata, e Nicola Piepoli, presidente dell’omonimo istituto di ricerca.

In un contesto economico e finanziario, come si legge dal documento, mutato rispetto agli ultimi Rapporti – taglio della Fed di 25 punti base, attivazione di nuovi Tltro da parte della Bce, tensioni commerciali tra Usa e Cina, flessione industriale della Germania che si propaga a cascata su tutta l’area – i risultati del rapporto degni di nota sono tre: il sistema bancario italiano, al netto di alcuni casi singoli (come Carige o Mps) aumenta il suo attivo e riduce le sofferenze; questo non produce effetti sulla produzione e quindi sull’economia reale; nel confronto con l’Unione europea, la disparità intra-paesi rimane problematica.

La relazione ha sottolineato come l’attivo per il 2018 sia stato di 12 miliardi di euro, addirittura il doppio rispetto al periodo d’indagine precedente, dovuto per lo più a una riduzione degli accantonamenti (in risposta ai minori rischi percepiti) e dei costi. Proprio quest’ultima voce conferma un processo più che ventennale ben esplicitato nella presentazione di Forte, dove si evidenzia:

1) una riduzione del personale bancario di più di 300 mila unità dal 1997


2) una riduzione del numero di banche attive in generale nell’Area euro


3) la consequenziale concentrazione di risorse all’interno del sistema



Come a dire, la tendenza all’espulsione del lavoro vivo e al monopolio non risparmia, e non potrebbe essere altrimenti, nemmeno le banche. I colletti bianchi non sfuggono al destino a suo tempo già incontrato dai colletti blu.

La maggiore solidità è data invece dalla riduzione dei crediti deteriorati presenti nelle pance degli istituti italiani, al 2018 scesi al di sotto dei 100 miliardi, valore che segna il dimezzamento rispetto al totale del 2016 e giustifica la diminuzione degli accantonamenti già accennata.

Tuttavia, questa “vivacità” non trova nessun riflesso nell’andamento dell’economia reale: il credito erogato al settore produttivo continua a contrarsi (-17,4 mld nonostante una lieve inversione della prima parte del 2018), tanto da far dichiarare che «la relazione tra banche e imprese sembra essersi strutturalmente deteriorata». In altri termini, le imprese continuano a non trovare buone ragioni, ossia profitti in vista, per investire, a dispetto sia dell’aumento del credito erogato alle famiglie, forse più per necessità impellenti rimandate per anni che non per ritrovata fiducia nelle condizioni future, sia dei tassi sugli impieghi in costante diminuzione.


Se questo quadro è dato in consolidamento per il periodo 2019-2021, a preoccupare gli esperti (oltre alla variabile situazione economica) è la disparità di trattamento che ancora vige nell’Unione europea. La denuncia delle “national discretion”, eccezioni attivabili dagli organismi nazionali di vigilanza rispetto a quanto previsto da Regolamenti e Direttive europee in merito all’attività di enti creditizi e finanziari, in realtà si pone sullo stesso principio su cui si basa l’alleanza europea: pesi e misure differenti che garantiscono le iniquità funzionali alla gerarchia interna.

Ad acuire questa contraddizione, spesso celata dagli organi d’informazione e dalle parti sociali più filo-europeiste, un altro dato riportato da uno studio citato durante la giornata: le banche che operano nei paesi con una vigilanza più debole «hanno mostrato una probabilità più elevata di finire in dissesto durante la crisi». Che la deregulation giovi a chi ha i mezzi per poterla fronteggiare, è cioè l’acqua preferita per quei pesci in grado di nuotare nei grandi mari frutto dal processo di globalizzazione, non è certo una novità.

In conclusione, la fotografia del sistema bancario italiano è la cartina di tornasole di quel accade sul versante macroeconomico “occidentale”: accentramento di capitali, espulsione del lavoro (non riassorbito per ora da nuove forme compatibili con il grado di sviluppo tecnologico), finanziarizzazione dell’economia in risposta alla stagnazione della produzione.

La storia ci insegna che da questa condizione si esce o con una guerra (distruzione di capitale), o con l’annessione di nuovi territori alla logica dell’accumulazione (espansione del mercato dove rilanciare i profitti). Dunque, in assenza di una reale alternativa, ancora la barbarie.

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