Le comunità accreditate al SSN e non solo quelle autorizzate, che già svolgono questo servizio, saranno le strutture residenziali e semi residenziali dove potranno scontare la pena detenuti tossicodipendenti e alcol dipendenti. Un proliferare di strutture, difficilmente monitorabili, che svolgerà “a cottimo” questo nuovo servizio che dovrebbe svuotare le carceri e recuperare i tossico dipendenti.
Detenuti poveri e senza domicilio, spesso drogati e alcolizzati, in attesa di strutture di housing dove potranno scontare i domiciliari, potranno usufruire di questa detenzione differita. A certificare la dipendenza sarà una “commissione”, così come un neanche celato “obbligo terapeutico” darà diritto a questo trattamento.
Sintesi maldestra del decreto 94 ter e 94 quater e, più in generale, del sentire del palazzo nei confronti della “emergenza carcere”, che vede nei quasi 70.000 detenuti una percentuale altissima, oltre la metà, di rei per reati connessi o causati dalla droga e, più in generale, dal binomio marginalità/dipendenza. Si crea, si tenderà a creare molto oltre la singola legge, una esecuzione della pena non carceraria, ma altrettanto detentiva, per rei con condanne fino ad 8 anni.
Le micro carceri che, con un costo di oltre 100 euro al giorno a detenuto e una platea sempre più ampia di potenziali pecorelle smarrite, si tratta di decine di migliaia di rei, rappresenteranno l’ennesimo business per gli eserciti della bontà: sono oltre 35.000 euro annui a detenuto, cifra con la quale si potrebbe comprare una casetta dove auto scontare la pena.
L'auto disciplina è, secondo molti studiosi, l'unico strumento per emanciparsi dai cicli infantilizzanti e omologanti sia del carcere che dai limbi esistenziali delle presunte disintossicazioni. Proprio perché, una volta usciti dall’astrazione della comunità, ci si reimmerge nella società e, molto spesso, si ricade negli stessi meccanismi che hanno portato alla dipendenza.
Una specie di ergastolo intermittente che, dentro e fuori strutture e dipendenze, condanna senza sentenza scritta a reclusioni e auto reclusioni infinite, ma determina anche un PIL, una potenzialità eterna di estrarre ricchezza da questi latenti fine pena mai.
Che cosa è la dipendenza? Difficilissimo da sintetizzare senza passare per fesso, ma “il fare sempre le stesse cose, aspettandosi risultati diversi”, ci va molto vicino. Come se ad un bisogno lecito, alla sua domanda legittima, una forza oscura fornisse una risposta sbagliata, eternamente nuova ed eternamente uguale. Istinti naturali deformati, esattamente come il richiamo del cervello che crea un’ansia misteriosa che, ogni ora, ci fa accendere una sigaretta.
L’ansia è legittima, la risposta, attraverso la sigaretta, inutile oltre che dannosa. Una spirale che non si spezza per decreto o per disciplina imposta, altrimenti basterebbe “un ti fa male” per risolvere il 90% dei problemi della Umanità.
Sostanze, alcol, sesso, gioco sono talmente molteplici le strade e i meccanismi che determinano il triangolo “uso, abuso, ossessione” che rimango stupito ad immaginare commissioni burocratiche che determinano il tasso di dipendenza altrui. Anche perché con il crescente fenomeno delle pluridipendenze si tratta più di individuare una “predisposizione emotiva” che rilevare quella o quell’altra sostanza attraverso analisi o colloqui.
Teniamo conto che in Italia si inventa una droga alla settimana e che gli stessi mark delle analisi spesso non intercettano le nuove sostanze. Gli occasionali, che si fanno saltuariamente ma campano in funzione della dose del sabato sera. I latenti, quelli che passando da un’ossessione ad un’altra sommano dipendenze che, singolarmente, non sono diagnosticabili. Gli “omeopatici” quelli che utilizzano quotidianamente sostanze e alcol in una dose minima, ma costante, come un’automedicazione al mal di vivere.
Nelle vite di margine, poi, un po’ come la volpe e l’uva non si capisce dove inizi la dipendenza e dove, invece, la marginalità. I clochard hanno spesso accanto un cartone di vino: sono barboni perché bevono, o bevono perché sono barboni?
Non è un caso che molti detenuti tossici siano anche marginali e che molti detenuti tossici e marginali siano anche portatori di disturbi psichiatrici, più o meno gravi. Una matassa incasinata.
La stessa idea di “volontà” alla base di quasi tutte le ricette dei recuperi, seppur espressa, è dato complicato nel caso dei detenuti, per il semplice fatto che è come estorta. Potrebbe essere frutto della volontà di non stare in cella, piuttosto che dalla voglia di disintossicarsi. Oppure espressione falsata dalla volontà di assecondare i desideri di parenti e amici, ma non propria.
O, ancora, frutto dell’ennesimo sprofondo emotivo che, però, spesso precede e segue ad altri sprofondi emotivi. Fatto sta che il binomio carcere/dipendenza apre talmente tante strade avverse che è inutile avventurarsi.
Uscire da una dipendenza “per obbligo” è una illusione farisea perché, proprio in quanto fenomeno difficilmente comprensibile, non ci sono ricette certe. Trauma fatto, subito; educazione rigida, assenza di educazione; personalità brillante, intellettualmente sotto la media; opulenza o povertà estrema...
Una platea che, come specchio della società, vede tutto e il contrario di tutto. Uscire da una dipendenza diventa possibile solo quando l’interessato è disperatamente, oltre che veritieramente deciso a farlo e, le stesse ricette che funzionano, sembrano a loro volta antitetiche. Entrare in una nuova dimensione esistenziale e tagliare i legami con il proprio passato, per alcuni, ma anche l’esatto contrario per altri.
Insomma: se non esiste un identikit del tossico attivo, non ci sta neanche quello del recuperato. Esistono tantissime strade attraverso le quali un dipendente si allontana dalla sostanza. Ma nessuna di esse è sancita da un vero o sottaciuto “obbligo di cura” che, anzi, può sortire l’effetto opposto di una “sospensione dalla dipendenza” abbinata cronologicamente alla sospensione della pena, per poi tornare sulle giostre di sempre.
Poi, con l’uso massiccio degli psicofarmaci, la stessa sospensione dalla dipendenza è puramente identitaria, nel non frequentare i contesti drogosi, anche perché detenuti, ma non chimica: nella alterazione perenne del proprio equilibrio cerebrale attraverso la pasticca magica.
È il “modello” che, anche se si è forzatamente astinenti, lega l’individuo alla sostanza: un legame assoluto che, alle volte, finisce a sovrapporre l’individuo con quello che si fa. Una volta usciti, così, si va diretti dal pusher e a commettere reati per farsi.
Un recupero coatto, poi, potrebbe incidere negativamente su chi, invece, con enorme fatica sta tentando di tirarsi fuori. Una coabitazione tra motivazioni così diverse non può far altro che annientare entrambe: il detenuto che cerca solo una condizione carceraria meno dura e quello che, invece, cerca il difficile cammino del recupero. Fatto di astinenza, vero, ma anche di un tortuoso iter con sé stessi, a volte contro sé stessi: si è come convalescenti e uno sguardo sbagliato, può aprire voragini dove si annulla ogni sforzo. Due forze che finiscono per azzerarsi o azzannarsi.
Alla fine dei conti questa legge sarà sollievo “narrativo” alla emergenza carcere, prima di tutto perché creerà emergenza micro carcere, dove standard detentivi difficilmente monitorabili e discrezionali potrebbero non migliorare per niente la situazione dei singoli, basti pensare ai CPR che hanno appalti simili.
Poi perché pensare di tirare fuori dalle sabbie mobili un malcapitato, è scienza sperimentata e studiata, non può essere esercizio di bruta forza: il “precipitato” nelle sabbie mobili si vedrebbe la schiena spezzata. Deve essere esercizio dove si assecondano i movimenti dei piedi di chi è caduto. Si ammorbidisce così l’impasto di sabbia, acqua e argilla che imprigiona e con l’ausilio degli altri se ne esce fuori. Una forza dolce e costante fatta di opportunità, oltre che di sostegno professionale.
In tal senso è una politica di housing quella che manca e che, guarda caso, sarebbe meno appetibile per gli eserciti della bontà: la cronicizzazione della marginalità è estrazione di valore dalla sofferenza e, se variabile fissa, diventa business di pecunia e visibilità eterna. Sembra complottismo, ma a risolvere i problemi si guadagna molto meno che a tenerli semplicemente a bada.
Solo con opportunità di decenza e di speranza, aspettando che sia lo stesso tossico a decidere di non esserlo più o di esserlo senza minare la convivenza civile e quella dei suoi ambiti di riferimento si può intervenire con servizi di supporto medico, psicologico o di auto mutuo aiuto, ma mai calati dall’alto.
Kintsugi è un’antica arte giapponese che consiste nel riparare le ceramiche rotte, unendo frammenti di lacca urushi e polvere d’oro, argento o platino. Letteralmente “riparare con l’oro”, ossia dare valore alto alle fratture delle crepe. È strada maestra per aggiustare le vite rotte.
Un iter dove forma e sostanza diventano una sola cosa, donando una luce e un valore ad ogni singolo pezzettino scassato dalla caduta, trasformando la fragilità in altezza e non nell’ennesimo campo di lividi interessi corporativi e cronicizzanti.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
06/06/2026
Micro carceri
20/12/2025
L’emergenza abitativa in Italia è strutturale, serve un cambio di paradigma
Secondo l’Istat le criticità maggiori si osservano tra le persone sole, in particolare quelle con meno di 65 anni, dove la percentuale raggiunge il 19,9%. Anche i nuclei monogenitoriali risultano significativamente colpiti (7,1%), sebbene si registri una diminuzione rispetto al 2019 (meno 4,8 punti percentuali).
In generale, il sovraccarico abitativo è più diffuso tra i giovani: le famiglie in cui il percettore principale di reddito ha meno di 35 anni registrano un’incidenza del 7,6%, mentre tra gli over 65 la quota scende al 4,6%. Questi dati confermano l’esistenza di una correlazione tra disagio abitativo e precarietà economica.
Attualmente (con riferimento ai dati del 2023), circa un decimo della popolazione italiana, pari a quasi 6 milioni di persone, si trova in condizioni di povertà assoluta. Il lavoro intermittente, i salari bassi e la diffusione di contratti atipici rappresentano, infatti, fattori che compromettono gravemente la possibilità di condurre una vita dignitosa, alimentando una spirale di impoverimento che investe soprattutto giovani e famiglie con figli.
Tutti i dati confermano la crisi della condizione abitativa nel paese
Nel Rapporto Caritas 2025 viene ribadito che la questione abitativa coinvolge un numero crescente di famiglie, le quali si trovano in difficoltà sia nel reperire un alloggio dignitoso, sia nel mantenerlo. Le cause della crisi abitativa sono molteplici e interconnesse: tra queste si evidenziano l’aumento dei canoni di locazione, la cronica carenza di Edilizia Residenziale Pubblica (ERP), la diffusione degli affitti brevi a fini turistici – particolarmente impattanti nei grandi centri urbani – e la stagnazione salariale in un contesto occupazionale sempre più frammentato e precario.
Le categorie sociali più colpite dal disagio abitativo si presentano estremamente eterogenee. Si va dai giovani adulti che faticano a emanciparsi dalla famiglia di origine, alle famiglie monoreddito, passando per cittadini stranieri, nuclei in situazione di vulnerabilità economica, persone con disabilità o con fragilità socio-sanitarie. Ciò che accomuna questi gruppi è l’impossibilità di accedere al mercato abitativo tradizionale, caratterizzato da dinamiche sempre meno inclusive.
Un importante riferimento teorico ripreso dal Rapporto Caritas 2025 è la classificazione ETHOS, elaborata dalla Federazione Europea delle Organizzazioni Nazionali che lavorano con i senzatetto (FEANTSA). Tale modello propone una tipologia articolata delle forme di esclusione abitativa, evidenziando come il diritto alla casa debba essere interpretato secondo una triplice dimensione: fisica, sociale e giuridica. L’assenza di uno di questi elementi comporta, secondo ETHOS, una condizione di disagio abitativo rilevante.
La classificazione consente di distinguere tra quattro macro-categorie di grave esclusione abitativa, che vanno dalla mancanza totale di un tetto alla condizione di insicurezza e inadeguatezza abitativa. L’adozione di tale paradigma rappresenta oggi il principale punto di riferimento a livello europeo per l’analisi della questione abitativa in termini di diritti fondamentali e inclusione sociale.
Un importante contributo istituzionale al tema è rappresentato dalla Delibera n. 59 della Corte dei Conti, approvata il 5 dicembre 2024. La relazione, che analizza lo stato di attuazione del PNRR con dati aggiornati al 31 ottobre 2024, dedica un’intera sezione – oltre 40 pagine – al disagio abitativo e alle politiche di edilizia pubblica.
Nel documento si evidenzia come, negli ultimi decenni, in Italia si sia assistito a un progressivo arretramento delle politiche abitative. Si registra un disinvestimento sostanziale nell’edilizia sociale, accompagnato da una distribuzione disomogenea delle risorse a favore delle famiglie a basso reddito. Il Rapporto Caritas viene citato per confermare non solo la scarsità dei fondi pubblici destinati alla casa, ma anche la frammentarietà della normativa in materia.
Pur riconoscendo che il PNRR e il Piano Nazionale Complementare abbiano introdotto alcune misure significative, la Corte osserva che queste si sono concentrate prevalentemente sulla riqualificazione degli spazi esistenti e sulla manutenzione del patrimonio di Edilizia Residenziale Pubblica (ERP). La costruzione di nuovi alloggi è prevista in misura limitata e solo nell’ambito dell’edilizia sociale, che, seppur utile, non può sostituire la funzione strategica dell’ERP nella risposta strutturale alla domanda abitativa.
Le conclusioni della Corte sono inequivocabili: la questione abitativa, pur essendo entrata nella programmazione del PNRR, difficilmente potrà conoscere una vera inversione di tendenza se non verrà affrontata con un approccio più sistemico e incisivo.
Il 17° Rapporto sull’Abitare, pubblicato da Nomisma nel 2024 in collaborazione con CRIF e Confindustria, fornisce un ulteriore approfondimento sulle condizioni del mercato immobiliare italiano. Il report evidenzia che la domanda sostenuta nel mercato della locazione ha determinato una nuova crescita dei canoni (+3,4% nell’ultimo anno). Tuttavia, tale incremento è inevitabilmente condizionato dalla capacità di spesa delle famiglie, che negli ultimi anni è stata messa a dura prova.
L’inflazione ha eroso il reddito disponibile, rendendo sempre più difficile per le famiglie italiane – in particolare per quelle unipersonali e numerose – far fronte ai costi abitativi. Tre famiglie su cinque dichiarano che il proprio reddito è insufficiente o appena adeguato a coprire le spese primarie. Di conseguenza, l’acquisto della casa diventa un obiettivo sempre più irraggiungibile, e anche il mantenimento della locazione rappresenta un impegno economico gravoso.
Il quadro tracciato da Nomisma è coerente con quanto riportato dalle fonti precedenti: la casa si configura come un bene “impossibile” per una quota crescente della popolazione, e il disagio abitativo, in assenza di interventi pubblici efficaci, rischia di cronicizzarsi.
La riduzione dei fondi statali per il sostegno alla condizione abitativa
Fondo per la morosità incolpevole, istituito con l’art. 6, comma 5, del decreto-legge n. 102 del 2013. Il fondo, destinato agli inquilini impossibilitati a pagare l’affitto per cause indipendenti dalla propria volontà, ha ricevuto risorse pari a 9,5 milioni di euro nel 2020 e 50 milioni nel 2021. Tuttavia, a partire dal 2022, non ha più beneficiato di stanziamenti nel bilancio statale, fino al rifinanziamento previsto dalla legge di bilancio 2025 (L. n. 207/2024), che ha destinato 10 milioni per il 2025 e 20 milioni per il 2026.
Fondo per il contrasto al disagio abitativo, istituito dalla legge di bilancio 2024. Tale fondo prevede una dotazione di 50 milioni di euro per ciascuno degli anni 2027 e 2028 e contempla l’adozione di un Piano Nazionale – denominato “Piano Casa Italia” – volto alla sperimentazione di modelli innovativi di edilizia residenziale pubblica, da attuarsi mediante un decreto ministeriale adottato in accordo con la Conferenza Unificata.
Fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione, istituito con l’art. 11 della legge 431/1998. Per gli anni 2020–2022, il fondo ha beneficiato di significativi incrementi: da 50 milioni iniziali si è passati a 160 milioni (2020–2021) e 180 milioni (2022), per un totale di oltre 4 miliardi di euro spesi dalla sua istituzione. Tuttavia, a partire dal 2023, anche questo fondo è stato escluso dal bilancio statale, generando un evidente vuoto nella continuità degli interventi.
L’emergenza abitativa nelle aree metropolitane
Da un lato, si assiste allo spopolamento progressivo dei piccoli centri, in particolare delle aree montane e rurali; dall’altro, si registra un forte incremento della pressione abitativa nelle grandi metropoli, dove si concentrano le opportunità occupazionali, educative e sanitarie.
Questa polarizzazione ha prodotto un’emergenza abitativa che si è aggravata nel tempo anche a causa di precise scelte politiche. Dopo il grande piano casa Fanfani degli anni ’50 e ’60, l’Italia ha abbandonato una visione strategica sull’edilizia pubblica, privilegiando la liberalizzazione del mercato e la privatizzazione del patrimonio. L’abrogazione dell’equo canone, l’indebolimento degli enti previdenziali pubblici – che storicamente svolgevano una funzione calmieratrice – e l’incentivazione della rendita immobiliare privata hanno determinato un progressivo smantellamento della funzione pubblica dell’abitare.
Oggi, oltre 650.000 famiglie risultano in graduatoria per un alloggio popolare, mentre si contano circa 2,5 milioni di sfratti negli ultimi vent’anni. Le città sono sempre più trasformate in poli attrattivi per il turismo, con un’offerta residenziale ridotta e rincarata, costringendo i residenti in condizioni economiche svantaggiate a spostarsi in periferie sempre più marginalizzate.
Non c’è soluzione alla crisi abitativa senza l’intervento pubblico
Il quadro che emerge da questa analisi è chiaro: il diritto all’abitare in Italia è sotto pressione, minacciato da anni di disinvestimento pubblico, da politiche frammentarie e da un mercato sempre più escludente. La crisi abitativa non è soltanto una questione di povertà, ma un indicatore della fragilità del patto sociale e della debolezza dell’intervento pubblico in settori essenziali.
È necessario avviare una nuova stagione di politiche strutturali per l’abitare, capaci di ricostruire una visione organica del rapporto tra cittadino e territorio. Tra le priorità si impongono:
- un piano nazionale pluriennale per l’ampliamento dell’ERP;
- una riforma della legge sugli affitti che leghi il canone alla capacità economica dell’inquilino;
- la riattivazione di strumenti finanziari permanenti come un fondo Gescal moderno;
- una regolamentazione degli affitti brevi nelle aree urbane in tensione abitativa;
- una strategia di rigenerazione urbana che coniughi riuso, sostenibilità e accessibilità.
In assenza di un impegno sistemico e continuativo, il disagio abitativo rischia di trasformarsi in un fattore strutturale di esclusione sociale. Garantire a tutte e tutti il diritto a una casa adeguata, accessibile e sicura è condizione necessaria per il rafforzamento della democrazia e della coesione nazionale. Come ammonito anche dalle Nazioni Unite, non si tratta più di una questione tecnica o amministrativa, ma di un diritto umano fondamentale.
Fonte
19/07/2025
Italia - Più di un minore su quattro è a rischio esclusione sociale. E la povertà viene ereditata
I numeri attestati destano profonda preoccupazione rispetto alle prospettive delle generazioni future. Infatti, nel 2024 il 26,7% dei minori è a rischio povertà o di esclusione sociale, con questa quota che nel Sud e nelle Isole arriva addirittura al 43,6%. Parliamo dunque di più di un minore su quattro in generale, quasi uno su due nel Mezzogiorno.
Ci sono alcune categorie di famiglie che vedono i propri ragazzi a maggior rischio: i nuclei con più figli, quelli in cui i genitori hanno un livello di istruzione basso, e quelle con minori stranieri, per cui il rischio di povertà o esclusione sociale si presenta nel 43,6% dei casi, quasi 20 punti percentuali in più rispetto ai coetanei con cittadinanza italiana.
È interessante notare che le difficoltà economiche delle famiglie con componenti sotto i 16 anni sono spesso legate al pagamento di un mutuo (il 22,7% dei nuclei con minori a rischio esclusione sociale, quota più che doppia rispetto a quella rilevata sul totale delle famiglie) o di un affitto (23,6% contro 18,4%).
Se parliamo di deprivazione materiale e sociale specifica, è più di 1 minore su 10 che si trova in questa condizione (11,7%), presentando almeno tre segnali di deprivazione tra i 17 previsti. C’è poi il 4,9% dei minori che presenta segnali di insicurezza alimentare, con una netta prevalenza al Sud: 3,1% rispetto a Nord, 2,1%; Centro, 8,9% nel Mezzogiorno.
Va sottolineato che sul rischio di povertà che potrebbe vivere il minore una volta raggiunta l'età adulta pesa tantissimo proprio la situazione finanziaria della famiglia in cui vive, “il rischio cioè di vivere in una famiglia con un reddito netto equivalente inferiore a una soglia fissata al 60% della mediana della distribuzione individuale del reddito netto equivalente”.
Anche nei Paesi UE, l’incidenza del rischio di povertà di chi ha un’età compresa tra i 25 e i 59 anni è più elevata per coloro che, a 14 anni, vivevano in famiglie con difficoltà finanziarie: nel 2023 era del 20% rispetto al 12,4% di chi è cresciuto in famiglie con una buona condizione economica.
Ma l’Italia è tra i paesi UE che registrano le maggiori differenze: per il Belpaese i dati rispettivamente segnano 34% e 14,4%, con una differenza di gran lunga maggiore che nel resto dell’Unione. Il che significa che, in Italia, le disuguaglianze sono ereditate più facilmente, con un peso sul futuro dei giovani più pesante che altrove.
Quello italiano è insomma un sistema di cristallizzazione delle disuguaglianze sociali ed economiche, in cui ormai anche l’istruzione sta perdendo, piano piano, il ruolo emancipatorio avuto nei decenni precedenti. La distruzione dello stato sociale e dei diritti dei lavoratori hanno delineato un modello in cui c’è poco o nulla da salvare.
Fonte
07/12/2024
Solo se sei povero sai cos’è veramente la povertà
Fra le sue pieghe si può certamente trovare spiritualità e saggezza (io l’ho trovata), ma occorre esservi predisposti, sin da prima che essa si occupi di te, perché quando lo fa, si prende tutto: casa, possedimenti materiali, salute, orgoglio e dignità, e riconquistarli ha il prezzo della tua stessa vita.
Vi parlo di povertà perché sono povero, ed io la capisco. La povertà è denti rotti e mancanti (a me ne mancano 16), cure negate, malattie endemiche trascurate e lasciate correre. La povertà è l’essere indifesi di fronte all’abuso, il dover chiedere quel che si sa verrà probabilmente negato, il lasciar scorrere su di te la prepotenza del sistema.
La povertà è alienazione, esclusione... a tratti follia e disperazione, un lungo cunicolo senza uscita... un tunnel dove la speranza muore e si azzera, dove le prospettive divengono piatte e inutili, dove il futuro si annulla e diviene paura.
La povertà quindi non è nulla di poetico, ed il trovare poesia deriva dalla compassione che hai già, non quella che troverai intorno a te... perchè nessuno realmente te ne darà, se non formalmente... per il semplice fatto che non capiscono, non sanno davvero con che cosa hanno a che fare.
Non lo sanno i politici, non lo sanno gli ecclesiastici, non lo sanno i finti santoni, non lo sanno gli sbirri, non lo sanno i giudici, non lo sanno i pietosi, pelosi, perbenisti, non lo sanno i caritatevoli piccolo borghesi annoiato-buonisti, ne sanno poco e poco ne comprendono persino gli addetti ai lavori.
Solo i poveri capiscono realmente la povertà, perché bisogna provarla per capire davvero cosa sia, come essa divori morale, etica e dignità, come essa azzeri e annulli tutte le chiacchiere inutili fatte intorno e attorno a lei.
I poveri nessuno li ascolta davvero, fingono i più, i compassionevoli veri sono pochi, pochissimi... quelli che capiscono persino meno, perché un povero... non è credibile, non potrebbe mai essere un intellettuale, un saggio, uno scrittore vero, un poeta, o un artista figlio d’arte come me.
La povertà è legata alla filosofia corrente, all’ignoranza, alla stoltezza, all’alienazione, ed oggi più che mai essa viene vissuta e descritta dai più come una forma di colposa e degenerante auto esclusione, quasi fosse una scelta cosciente.
Non parlate di povertà se non sapete, non irridete con la vostra patetica e distratta attenzione qualcosa di cui non avete intenzione di scrutare la profondità... che non vi interessa, che vi spaventa, che rappresenta un peso inutile nel vostro risiko delle strategie...
Fonte
05/08/2024
Penultimi uomini: le super alienazioni delle nuove povertà
La società civile, quanto i migliori della politica, sostengono che quelli come Lino dovrebbero fare i lavapiatti. Così Lino trascorre le giornate cercando di fare il lavapiatti ma, ogni ristoratore che consulta ripete il suo stesso mantra: “Lino dovresti fare il lavapiatti, ma non nel mio ristorante”.
La perversione di un labirinto del genere, quindi, palesa la sua macelleria non solo nelle dinamiche economiche, ma nelle narrazioni che se ne fanno, corrompendo il cervello di chi cade quanto la fame.
Un blackout di logica che annienta i Penultimi Uomini, togliendo loro anche la capacità di elaborare una progettualità credibile: spingendoli sempre più verso la cronicizzazione. Non è solo il problema dei soldi, ma la stessa percezione ulcerosa della propria condizione.
L’indice di povertà assoluta è superato in questi casi da un nuovo parametro: l’indice di povertà percepita. Il come ci si vede e si viene guardati nelle tortuosità delle sconfitte: uno specchio che ti rimanda una immagine malata, fragile, indigeribile.
I meccanismi aggreganti presenti nel Terzo Mondo rendono fisiologiche, quindi condivisibili, condizioni di miseria. Basti pensare alla casa, che seppur una capanna fatta di lamiera, è certamente più amena di un cartone per strada.
Poi, se la condizione di accampato avviene dentro un accampamento, innesca meccanismi di scambio, di microeconomia, di socialità e di amore. Mentre una società livida e basata sul consumismo crea una pena accessoria all’ergastolo di povertà: alienazione perpetua.
Nella iper-libera e iper-ricca Hong Kong spopolano le case bara: piccole gabbie di un metro quadrato, impilate le une sulle altre, come quelle delle galline.
Lino, nel mezzo del cammin della sua vita, si è ritrovato in una selva oscura... Le selve oscure della contemporaneità hanno molteplici fattori scatenanti.
Aspettative, tranelli finanziari, guai personali ma, in tanti casi come quello di Lino che ho osservato, ci sta una componente comune: l’incapacità, personale e dei propri ambiti, di leggere velocemente i fatti ed elaborare strategie atte a superarli.
Come se sbagliando strada, che può capitare a chiunque, una forza oscura conduca quelli come Lino a continuare a sbagliarla, fino a perdersi del tutto.
Un meccanismo mentale, oltre che economico, che ha a che fare con identità, vere o presunte, più che con solidità economiche, anche esse vere o presunte.
Così nel tentare di salvare le apparenze o di evitare bilanci, si finisce in un frullatore, dove non si apprende ad essere poveri, né si riesce a fingere di essere ricchi.
I fallimenti del 2008, ad esempio, sono nelle quotidianità di molti amici come dei cancri esistenziali. Lino è un po’ così: sospeso tra arroganze e umiliazioni, senza capire più il confine tra le due estremità della sua sconfitta.
Il degrado della piccola borghesia e delle nuove povertà nasce proprio da questa ambiguità del nostro sentire.
Si presuppone, ma solo negli altri, una dinamicità sociale che, oltre a non esistere e a non avere nella nostra cultura imprenditoriale un campo di atterraggio, può essere invalidante o impraticabile per determinate persone.
Lino è laureato, ha superato i cinquanta, ha bruciato un po’ di equilibri economici ed esistenziali: non è detto che la cultura punitiva in circolazione possa aiutarlo. È un disfunzionale, ma non riesce ad accettarlo né, tantomeno, a farlo accettare agli altri.
La disfunzionalità rende persone come Lino incapaci a reggere ritmi e riti delle nuove schiavitù e, in ultima analisi, glieli rende anche impraticabili, proprio perché esclusi dagli stessi mercanti di schiavi.
Però, nel frattempo, il suo degrado aumenta e, con il passare degli anni, diventa sempre più ingarbugliato.
Eppure, i salotti ultra liberisti dei rosa confetto, quanto dei fascio leghisti, inneggiano ad un dinamismo sociale (altrui) che fa a pugni con l’immobilismo reale del presente.
Negli Stati Uniti, ad esempio, la logica degli “sporchi 20 dollari”, ossia di lavori umili e sottopagati ma concentrati come orario e velocità di trovarli, sono un paradigma culturale, oltre ad un paracadute sociale.
Si sbucciano patate nei fast food, ma solo qualche ora e si ricomincia a guardarsi intorno dopo un licenziamento, una caduta o una malattia. Avendo, però, il tempo libero per farlo e le risorse minime per sopravvivere.
Un meccanismo anti welfare che consente di andare avanti in un day by day mesto, ma che lascia porte aperte alla speranza di una ricollocazione nella società o, almeno, alla praticabilità di una esistenza dove per “Pane Quotidiano” si intende qualcosa che vada oltre al pane.
Quell’opportunità di poterci tentare e di avere dei codici comuni in cui lo stesso tentativo si nutre di pratiche comportamentali aperte, anche negli interlocutori, come nei propri ambiti affettivi di riferimento.
Quel non sentirsi fallito che, invece, da noi è stigma incancellabile, anche negli occhi di chi ti ama. Si rimane in un limbo viscido, dove l’attesa assume i contorni di un fine pena mai.
Il nostro schiavismo è onnivoro e pretende il corpo dello schiavo a sua disposizione 24 ore su 24, distruggendo la stessa idea di vita.
In questo senso ogni resistenza residua della propria Identità, diventa ostacolo all’oblio insito nella cancellazione della Umanità, richiesta appunto dal nuovo schiavismo per poter accedere al banchetto degli avanzi.
Un tutto o niente che, dopo aver attraversato deserti di dolore e di indigenza, diventa una resa totale che per alcuni può essere suicidio, per altri puro auto annientamento ma, per quelli come Lino, impraticabile: perché la disfunzionalità lo rende fragilissimo, vero, ma incapace di essere altro che sé stesso.
Si deve diventare macchine, per non diventare rifiuti Umani non riciclabili. Oppure, nell’ostinazione di voler continuare a vivere o nell’incapacità a smettere di farlo, si deve mettere in conto l’ergastolo di marginalità che i cicli produttivi di questo capitalismo cannibale impongono a chi è debole, disfunzionale o diverso.
Il “notte & giorno” degli extracomunitari è incostituzionale, eppure sostituisce un welfare inefficiente, almeno nelle sacche di privilegio borghese. Bambini o anziani, di fatto, restano al mondo o ci arrivano grazie a questa forma di schiavismo.
Così come le varie forme di contratti a somministrazione, proprio nella traslazione del Lavoratore da Uomo in corpo ad ore, non prevedono quelle garanzie fondanti della nostra Costituzione.
Eppure, vengono tollerate da Sindacati e Opinione Pubblica come dazi ad una modernità, dietro cui invece si nasconde l’antichissimo anelito alla schiavitù.
Un mio amico afroamericano era caduto in tutti i tranelli delle nuove povertà. Una oscillazione che improvvisamente aveva cancellato lavoro, credibilità economica, equilibrio psicologico. Era caduto nella marginalità totale, finendo anche senza elettricità in casa, oltre che nella impossibilità di pagare l’affitto.
È tornato a New York dalla sorella benestante, ha trovato subito un lavoretto da due ore, ha rimesso in piedi rapporti e decenze, si è ricollocato nel mondo. Ora ha una casa, un lavoro consono alle sue qualità, degli amici e un centro di gravità permanente.
Lino, invece, pur potendo contare sulla solidarietà della famiglia, non ha trovato nulla e campicchia ai margini del mondo, acuendo ogni distanza da equilibri e compostezze.
Le massonerie finanziarie hanno, in pratica, importato dagli Stati Uniti elementi atti a privilegiare la natura vampiresca delle aristocrazie italiote, senza però immettere nel nostro DNA quelle particolarità insite della cultura nordamericane.
Queste rendono possibile le innumerevoli “seconde chance” fisiologiche in quel tipo di capitalismo e, purtroppo, dopo decenni di Bunga&Bunga e di sinistri rosè thatcheriani, anche nel nostro.
Persino le banche guardano con sospetto i clienti che non sono mai falliti, mentre da noi basta saltare qualche rata per essere condannati da insolventi, cattivi pagatori: sentenze per cui quelli come Lino non possono comprare neanche un'aspirapolvere a rate.
Eppure, è proprio il microcredito che può agevolare forme di auto impiego. Uniche strade, oltre le criminali narrazioni dei nostri mass media, che possono condurre alla emancipazione persone che per età, disfunzioni o altro, non sono appetibili al mercato del Lavoro.
Una commessa ha la stessa carriera, per durata, di un calciatore ma non ha gli stessi contratti o contatti. Così non è detto che, se perde il lavoro a quaranta anni, lo possa ritrovare o campare senza.
Ma, se decide per sopravvivere di vendere qualcosa in strada, viene denunciata dallo stesso commerciante che non vuole assumerla o che l’ha licenziata, viene messa in pericolo dagli agguerriti eserciti dei venditori abusivi extracomunitari, viene infine trattata dalle Forze dell’Ordine come se fosse una seguace sanguinaria di Bin Laden.
Una licenza ambulante, però, in mercati frequentati, costa quanto il fitto di un negozio. Poi la nostra kafkiana burocrazia come uno schiaccia sassi distrugge nella sua ossessiva presenza queste forme di auto impiego.
L’inconsistenza di una Sinistra Antagonista e delle sue venti sfumature di rosso in perenne lotta tra loro, favorisce solo la nascita di auto nominati gruppi dirigenti, ostaggi di Ego deformi e distanti dai tormenti della Esclusione.
Anzi, nel paradosso delle presunte élite nostrane, al mio amico Lino è capitato di svolgere qualche mansione per un cantore delle 10 euro all’ora, uno di quelli che raccoglieva le firme per la proposta di legge, ricevendo però una paghetta di circa 1,20€: forse è il gesuitismo che pervade anche alcune isteriche nicchie Comuniste del paese.
Qui si palesa la cruda differenza tra Umiltà e umiliazione, dove alla necessità di essere umili nelle inevitabili cadute della vita, viene sovrapposto l’istinto ad umiliare degli altri. La pecora assassina che è in noi, sempre pronta a dare un calcetto a chi è steso a terra.
Lino ha attraversato tutti questi disgusti traendone due unici volgarissimi insegnamenti: “Più uno si abbassa e più mostra il c…” e “Anche per fare tenerezza bisogna avere qualcosa di esotico e un piccolo borghese decaduto non fa pena a nessuno, nemmeno a sé stesso”.
In tal senso l’oblio della informazione rispetto alla mattanza della piccola borghesia, al suo precipitare verso un sottoproletariato senza arte o parte, è emblematica di come l’estetica del dolore crei audience solo dove presenta connotati di esoticità. Il bambino del Terzo Mondo sporco di fango vince sul bambino alienato e abboffato di psicofarmaci di periferia.
La nevrosi delle narrazioni in circolazione è criminale, proprio perché oltre a condannare alla povertà fisiologica 20 milioni di italiani, li condanna ad una tristezza, fatta di livore, di sensi di colpa e di una emarginazione solida e invalidante.
Così nella maschera del “fannullone sul divano” viene sminuito il ruolo delle automazioni, delle delocalizzazioni, delle concentrazioni tra grandi aziende che, di fatto, cancellano milioni di posti di lavoro in Occidente.
Viene cancellato il torbido meccanismo degli equilibri finanziari, delle privatizzazioni e dei patti di stabilità che hanno cancellato, nella Pubblica Amministrazione quanto nel suo indotto, altre decine di migliaia di posti di lavoro.
Grande Distribuzione, commercio on line, crisi dei consumi, poi, hanno desertificato interi quartieri che non hanno più una saracinesca aperta. Il lavoro non ci sta e quello che ci sta non è adatto a tutti.
Eppure, nessuno lo racconta, nessuno si assume la responsabilità di paragonare i nostri distretti dell’abbandono ad enormi campi di concentramento, dove tranne i forni crematori, tutto sembra simile a quella alterazione nazi fascista che guerre&pandemie sembrano voler imporre ai nostri orizzonti.
Un cane turbato non si guarda mai indietro, se supera il suo buco nero. Il passato non innesca disgusti, proprio perché superato un trauma non incide sulla quotidianità.
Viceversa, il turbamento umano è qualcosa che porta disgusti continui e mette attorno al corpo di quelli come Lino una commedia meschina: un farsi schifo personale che si somma al fare schifo che trasuda dallo sguardo altrui.
Un po’ perché la stessa caduta, di qualunque natura essa sia, mette in moto meccanismi di difesa negli altri. Un po’ perché si diventa minaccia, estranei, diversi anche negli ambiti dove si era accolti prima della rovina.
Meccanismi che messi in moto rappresentano micro macchine del fango, senza però che questo fango inneschi aureole di santità come per i vip.
Tutto sommato, ad esempio, nelle carriere di scrittore una censura o una critica feroce spesso sortiscono l’effetto opposto: quante stroncature hanno favorito la notorietà di Vannacci? Chi lo conosceva prima?
È come se anche la recita del marginale, per essere vendibile, dovesse assumere contorni pornografici e non tutti sono disposti o in grado di girare film porno.
Risultato: l’allontanamento coatto e progressivo di quelli come Lino dal genere umano. Una scomparsa, meglio una dissolvenza, dove si liquefa ogni praticabilità, dalla seduzione erotica alla credibilità finanziaria.
Certi sprofondi creano in alcuni sprofondati odio nel cuore, in altri quella furbizia atavica che trasforma la fragilità in qualcosa di mostruoso: quel lato oscuro che può rendere eroi o vermi in pochi secondi.
Opporsi a queste forze nere che si hanno dentro spingono, possono spingere, ad opporre una inerzia esistenziale: un lento andarsene via.
Come pescare senza esca e senza amo: nessun confronto con gli altri e con sé stesso, come forma estrema di autodifesa non tanto dal mondo, quanto da sé stessi. Rompere le catene dell’auto isolamento non è facile, richiede attenzione, cura, rispetto per le vite perdute.
La solidarietà è sempre azione, mai pippa mentale: azione circolare e orizzontale, mai giudizio o livida carità. È un prendere parte, farsi carico, sporcarsi le mani nella vita degli altri, senza pretendere che sia uguale alla nostra.
Lavoro non ci sta e l’unica soluzione per sopravvivere come Società, ammesso che vogliamo rimanere in un alveo di pacifica convivenza, è quella di accettarlo e inventare forme di Welfare che partano dal duplice assioma: per vivere bisogna mangiare e per mangiare bisogna vivere.
Le stentate misure di sostegno alla povertà attuali, oltre a favorire eserciti della bontà e formatori di nulla, servono a pochissimo.
Stupisce che magistrature così attente non abbiano ancora posto la giusta attenzione sul dramma delle finte formazioni, atte a dare lauti gettoni di presenza ai presunti formatori, senza portare una minimissima potenzialità professionale o uno straccio di competenza ai finti formati.
Una recita macabra che, a sua volta, contribuisce solo alla umiliazione e alla cronicizzazione di ogni marginalità.
Lezioni fatte di silenzi, saluti, pause, filmati mandati da chissà chi che portano fiumi di danaro a chi ne ha già e portano sconforto e pigrizia a chi, invece, avrebbe bisogno di sentirsi utile, stimolato, oltre che aiutato.
Perlopiù si tratta di collegare un telefono a questi formatori e sonnecchiare o fare le parole incrociate, mentre dall’altra parte si sonnecchia o si fanno le parole incrociate.
Fonte
09/05/2023
Non c’è fondo all’esclusione
Il Reddito di Cittadinanza (RdC), particolare beneficio economico, introdotto per la prima volta nell’ordinamento italiano dal d.l. n. 4/2019, aveva come fini dichiarati quelli di operare un riordino del sistema di assistenza sociale, di razionalizzare i servizi per l’impiego, di rendere più efficace la gestione delle politiche attive per il lavoro. Una misura, dunque, che provava ad andare oltre al contrasto alla povertà.
Con la Legge di conversione n. 26 del 2019, “Disposizioni urgenti in materia di reddito di cittadinanza e di pensioni” sono state apportate alcune modifiche al testo originario tra le quali quelle riguardanti la presenza di un membro del nucleo familiare beneficiario sottoposto a misure di vigilanza cautelare e la conseguente sospensione del beneficio economico (in precedenza solo in caso di detenzione in carcere). In pratica qualora il nucleo familiare beneficiario (o il richiedente in prima persona) fossero stati colpiti da misura cautelare, il reddito di cittadinanza sarebbe stato sospeso. E così è stato e così sarà anche secondo quanto introdotto dal decreto aiuti entrato in vigore il 15 luglio 2022, per il quale «il beneficio non può essere nuovamente richiesto prima che siano decorsi dieci anni dalla condanna.»
Intanto, sulla costituzionalità della norma relativa alla sospensione si è espressa la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 126, depositata il 21 giugno 2021.
Di fatto, fondandosi (anche) sul requisito della onorabilità e non sul solo stato di bisogno, l’erogazione è sospesa al venir meno di quanto necessario alla concessione che, invece, dovrebbe permanere dalla data della domanda e per tutto il periodo in cui il sussidio viene incassato.
Si potrebbe obiettare, come è stato fatto (inutilmente) – motivazioni devolute dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ordinario di Palermo, Claudia Rosini, con ordinanza n. 86 del 2020 – a proposito dell’inosservanza di alcuni disposti costituzionali, tra i quali artt. 2 e 3 ma soprattutto gli artt. 1 e 4 Cost., in quanto il reddito di cittadinanza sarebbe finalizzato anche all’inserimento lavorativo e alla formazione privata del beneficiario, inficiati dal provvedimento di sospensione. Se le misure vecchie e nuove vedono e vedranno un riconoscimento in funzione dei redditi familiari e del sostegno all’intero nucleo familiare, la sospensione o la non concessione potrebbero ledere anche gli artt. 29, 30 e 31 della nostra Carta costituzionale.
La negazione implicita del principio di personalità della responsabilità penale – il richiedente non è l’intero nucleo familiare beneficiario – e di quello della presunzione di non colpevolezza – la sospensione è applicata anche al soggetto non condannato nemmeno in via provvisoria – interesserebbero anche gli artt. 27, comma 1 e 2, art. 117, comma 1 così come alcuni dettami della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) e della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.
Per la sentenza della Corte Costituzionale, invece, l’essere sottoposti a misure cautelari, di prevenzione o essere stati condannati in via definitiva nei 10 anni precedenti alla richiesta e per alcuni reati, implica una violazione degli specifici obblighi di condotta richiesti al precettore.
Ad oggi il Reddito di Cittadinanza sarà ufficialmente sostituito – terminate le poco disinvolte capriole tra tagli e scarsità di risorse – dalla Gal per gli occupabili (350 euro al mese) e Gil per gli altri (massimo 1100 euro per la famiglia). Sono da intendersi occupabili i single e le coppie senza figli minori fino a 59 anni. L’esclusione dal beneficio a causa di condanne riportate nei precedenti 10 anni, dunque, persiste.
Sostegno o inclusione, le vecchie e le nuove misure previste estromettono un cospicuo numero di persone, forse proprio le più bisognose di nuove opportunità, definendo aprioristicamente e con una certa dose di cinismo e di moralismo chi sono gli scartati (o gli scartabili).
Se il sociologo tedesco Ulrich Beck nel 2000[1] predisse un futuro lavorativo per buona parte della popolazione europea in “stile brasiliano”, ossia fatto di lavori occasionali, di breve durata e all’insegna del precariato, è possibile ora ipotizzare che gli schemi “dal welfare al workfare” – ossia dall’assistenza sociale all’inserimento lavorativo – proveranno a rendere lo stato sociale inutile.
Non sembra esserci, infatti, una reale volontà di migliorare le condizioni di vita e le sorti di poveri e svantaggiati ma soltanto l’intento tra l’afflittivo e il punitivo «di cancellarli dal registro dei problemi sociali (anzi etici), tramite l’elementare espediente di una loro riclassificazione» [2] al di là della destra e della sinistra in politica.
Forte della cattiva pubblicità di cui il RdC è stato bersaglio, le nuove misure sembrerebbero voler porre rimedio alla trasformazione subita dall’underclass composta nel percepito dominante da fannulloni dipendenti dai sussidi pubblici. Non piacciono a chi gestisce il potere e la produzione, non piacciono a chi non beneficia di analoghe misure e in più deve fare i conti con l’incertezza e la precarietà del lavoro... «E così, rendere il destino dei poveri ancora peggiore di quanto già non sia fa apparire migliore le sorti di tutti gli altri.» [3]
In compenso a proposito della prima proposta ventilata dall’attuale Governo (MIA), la stessa non è piaciuta a larga parte del Terzo Settore e a quanti si occupano di disagio sociale.
In un documento promosso dalla Caritas Diocesana, redatto da una serie di economisti, sociologi, esperti del settore e consegnato nei giorni scorsi alla Ministra del Lavoro Marina Calderone, si legge che ridurre l’assegno a gli “occupali” – famiglie senza minori, disabili, over 60, ecc. – praticamente un terzo della platea, è un inedito a livello europeo «che potrebbe avere conseguenze negative in termini di equità ed efficienza».
Qualsiasi misura si decida di adottare in sostituzione del RdC, dovrebbe essere accompagnata da iniziative atte ad assicurare stipendi garantiti, misure pre e re-distributive, un salario minimo in grado di rispondere alla morsa di un’inflazione in crescita e a implementare l’attrazione verso il lavoro. Inoltre dovrebbe essere coerentemente capace di rispondere alla domanda: perché una persona che ha scontato il suo debito con la giustizia – si ipotizza per il dettato dell’art.27 della Costituzione che sia stato anche rieducato – non può percepire forme di sostegno come gli altri cittadini, in attesa di riuscire a lavorare?
«La scelta non è fra lotta alla povertà o lotta alla disuguaglianza: entrambe vanno perseguite con urgenza nella consapevolezza che se non si scioglieranno i nodi delle cause, la povertà e la disuguaglianza resteranno un destino ineluttabile per troppe persone nel nostro paese.» [4]
Olive e capperi
Puntuale alle 9:30, come ogni mercoledì P. si affaccia alla porta della mia stanza al secondo piano del Dipartimento Dipendenze Patologiche dell’Azienda Sanitaria Locale di Taranto.
Guardandolo, penso che, forse, sta un po’ meglio rispetto alle ultime settimane o, magari, è solo la mia aspettativa costretta a colori pastello.
– ...Ancora non ho ricevuto risposta dopo l’ultimo colloquio. Essendo ristorazione e bar, credo che tocca aspettare l’estate... Sì, gli ho dato il curriculum... Oggi ho preso i buoni spese e nel pomeriggio provo a sentire l’Associazione che mi aveva proposto di collaborare con loro...
100 euro di buoni spesa per la sua attività nella lavanderia di un centro cittadino per gli ultimi (immigrati, dipendenti patologici, senza fissa dimora), sentirsi penultimi ha i suoi vantaggi.
200 euro per una collaborazione offertagli da un’associazione che si occupa di disagio sociale.
Un uomo solo di 59 anni, una storia famigliare difficile alle spalle, una casa che necessiterebbe di qualche importante lavoro di ristrutturazione (... io faccio ma bisognerebbe intervenire sul terrazzo, c’è umidità dappertutto), qualche precedente per furto, gli anni ’80 e l’uso di eroina.
Ci conosciamo da tanto ma nel gennaio 2020 l’ingiunzione a cui ho creduto e aderito: non voglio più tornare in carcere, non ce la faccio più. Voglio vivere serenamente. Ho qualche euro messo da parte, avendo lavorato durante l’ultima detenzione, devo trovare qualcosa da fare. Aiutami.
Gli ho spiegato come funziona uno smartphone e alcune sue applicazioni.
Poi il sopraggiungere della pandemia da Covid-19 e il primo lockdown.
Qualche messaggio per non sentirsi completamente solo.
I suoi risparmi, qualche aiuto dai Servizi sociali del comune, buoni spesa.
Normalizzatasi la situazione sanitaria, un lavoretto in un progetto di raccolta differenziata, il volontariato vissuto con regolarità e impegno, la frequentazione di un’associazione ecologista con relative raccolte domenicali di rifiuti abbandonati. In una vita che sembrava prendere finalmente una piega diritta la possibilità di beneficiare del reddito di cittadinanza e la simpatia per una donna che se pur non si è concretizzata in una relazione, gli ha ridato la piacevole sensazione di un cuore che batte... è bella, sai, intelligente e simpatica. Ho provato a farle capire... ma non fa niente, va bene anche così. Sono contento se lei è contenta. Comunque posso continuare a saperla amica.
Puntuale alle 9:30, ogni mercoledì P. l’ho rivisto affacciarsi alla porta della mia stanza al secondo piano del Dipartimento Dipendenze Patologiche dell’Azienda Sanitaria Locale di Taranto. Era evidente si stesse finalmente prendo cura di sé.. ho ridipinto casa e cambiato i rubinetti degli accessori del bagno. Ho ripassato tutte le stanze con la candeggina… Ho buttato un sacco di cose vecchie e fatto ordine in casa... Questa settimana ci siamo visti con il gruppo di Giustizia per Taranto. Mi piacciono e mi fanno sentire a casa... Non avevo mai festeggiato il mio compleanno. Mi hanno fatto una torta e regalato un buono che ho utilizzato per comprarmi queste scarpe e questo giaccone. Ho spento le candeline. Mi sono sentito strano e sai che cos’era quella stranezza: la felicità... Questa settimana ho addirittura fatto l’elenco di tutti i “Topolino” collezionati quando ero ragazzo...
E così per qualche anno, ogni settimana, escluse le due che lo hanno visto a casa con il Covid.
Ogni mercoledì.
Circa un mese fa, P. ancora un po’ astenico e indebolito, è arrivato dopo un messaggio che non faceva presagire nulla di buono.
Mi hanno tolto il reddito di cittadinanza...
La conseguente fase depressiva non mi ha stupita.
Il timore di una malattia inguaribile – fortunatamente smentito – la paura di non farcela, il senso della dignità violata.
Sai, io non voglio chissacché, mi basterebbe sapere di poter vivere... di avere quel minimo che mi faccia dormire... Che deve fare un uomo di quasi sessant’anni, secondo loro, per mangiare e pagare una bolletta?
Ho pensato e gli ho suggerito ciò che banalmente sarebbe venuto in mente a chiunque non si sia trovato in frangenti di questo tipo: bisogna trovare un lavoro.
Non posso nascondere di aver temuto il peggio che nella fattispecie poteva tradursi in un ritorno al consumo di eroina o in una scivolata verso quello dell’alcol (legale, pulito, socialmente accettato).
Qualche volta ho pensato cose strane... così sono contenti. Tanto in un modo o nell’altro non esisti... Pensa che bello vivere per stare male.
Abbiamo sfiorato quest’ultima ma la rete sociale di protezione che P. è stato bravo a costruirsi e coltivare ha retto.
Ci siamo messi ad aggiornare il suo vecchio curriculum. Ho scoperto dei titoli e delle competenze che non sapevo avesse.
Considerata l’astenia che non sembrava volergli dare tregua – probabilmente più psicologica che fisica – ha cominciato a cercare l’opportunità di qualche colloquio.
Meglio l’attesa che nulla in cui sperare. Almeno è quello che ho pensato io a cui la sussistenza, però, non manca. Certo, imputando alle scelte sbagliate o alle non scelte, si potrebbe pensare perché... perché... perché...
Peccato che la vita non sia quasi mai un sillogismo perfetto.
Vedi non è solo che mi hanno tolto un po’ di sicurezza, mi hanno tolto la gioia di vivere...
Ho pensato che questa affermazione necessitasse di un approfondimento.
E così è stato.
Voglio dire non è solo una questione di soldi che pure servono eccome. È che mi sembra di non avere più voglia... Voglia di fare, di prendermi cura della casa, di me. Mi trascino. Pensa ad un restringimento. Tutto si è ristretto e pure io. Io non lo vedo più l’orizzonte, sono tornato con lo sguardo basso, a pensare che non mi merito qualcosa di buono... Anche mangiare che per fortuna non mi manca è diverso e comunque non è la sola cosa di cui una persona ha bisogno. Ho spento i fornelli, Qualche volta mi permetto una fettina di carne ma non ne godo, la faccio così, la butto sulla piastra, lascio che cuocia...
È questa la differenza: prima sorridevo davanti ai fornelli mentre mi promettevo qualcosa di buono.
Pensa un po’ sentivo che anche io contavo qualcosa.
Era la stessa fettina ma potevo permettermi di farla alla pizzaiola.
Ora olive e capperi non me li compro più...
Un nuovo mercoledì e poi un altro.
Non ho trovato un modo migliore per significarti P. che anche questa volta, nonostante tutto, ce la farai.
Un dono che è più un simbolo.
Due piccoli barattoli.
Per te, olive e capperi.
Note
[1] U. Beck, Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro. Tramonto delle sicurezze e nuovo impegno civile, Einaudi, 2000
[2] Bauman Z., Homo consumens, Erickson, 2006, p. 90
[3] Ibidem, p. 91
[4] Franzini M. e Raitano M., (2023) Disuguaglianza e povertà in Italia: proviamo a fare il punto, Menabò di Etica ed Economia, 14 gennaio e 23 gennaio 2023
10/01/2020
Novembre, adagio l’occupazione, peggio la produzione industriale
A destare preoccupazione però sono soprattutto:
i) il calo tendenziale (anno su anno) del tasso di occupazione della fascia mediana della popolazione, 35-49 anni, quella più difficilmente ricollocabile per questioni di età (e dunque di formazione su nuovi ambiti) e di specializzazione acquisita (che rende più difficile accettare anche un eventuale contratto “al ribasso”, di per sé deprecabile);
ii) l’assenza di turnover tra giovani e anziani nel mercato del lavoro, fotografata dall’aumento del numero di occupati tra gli over50 (perché si va sempre più tardi in pensione, purtroppo anche con gravi conseguenze) e il tasso di disoccupazione dei giovanissimi, quelli con meno 25 anni eligibili per una posizione lavorativa, stabile al 28,6%, cifra che colloca l’Italia all’ultimo posto nei paesi dell’Eurozona.
Nota positiva è invece l’aumento sia congiunturale che tendenziale dei dipendenti permanenti rispetto a quelli a termine (a cui va aggiunto il calo degli autonomi). Tuttavia, qui giocano un ruolo fondamentale, da una parte, la precarizzazione generale del campo del Lavoro innescata dal Jobs Act e dal contratto a tutele crescenti (che di fatto mette in soffitta il concetto di “stabilità” come asse portante del rapporto lavorativo), e, dall’altra, i massicci bonus messi a disposizione dei “datori di lavoro” per stimolare l’occupazione, spesso sotto forma di sgravi o esoneri dei contributi da versare al lavoratore, o alla lavoratrice.
Se l’occupazione non ride (siamo sempre nelle retrovie nel confronto con tutta l’Ue, con i più alti tassi di “scoraggiati” e “inattivi”, ossia coloro che per un motivo o per l’altro hanno perso le speranze di trovare un lavoro e hanno perciò smesso perfino di cercalo, con gravissime conseguenze per questi soggetti sulle possibilità di integrazione e sviluppo sociale tout court), la produzione industriale piange, facendo registrare, a dispetto di un leggerissimo rimbalzo positivo dello 0,1% sul mese precedente, una flessione dello 0,7% nel trimestre settembre-novembre e di 0,6 punti percentuali su novembre dello scorso anno (calo tendenziale), confermando dunque il trend della deindustrializzazione che da tempo caratterizza il nostro paese (male manifattura per il nono mese consecutivo, tessile e, in maniera minore, beni intermedi e strumentali) con conseguenze pesanti in termini di diseguaglianze e destino del sistema-Italia, soprattutto per le fasce più in difficoltà della popolazione.
Fonte
21/09/2018
Storie di alienazione, false promesse e solitudine
Luigi Capone, Allegri che tra poco si muore, Edizioni Artestampa, Modena, 2018, pp. 168, € 15,00Piccole perle di provincia crescono. La letteratura dei circuiti editoriali “periferici” – tali non per contenuti ma per volumi di fuoco e risorse – rivela spesso sorprese inaspettate. È il caso dell’esordio di Luigi Capone, blogger e insegnante precario originario dell’appennino irpino, che con il suo Allegri che tra poco si muore aggiunge un’altra pennellata al grande affresco narrativo dei derelitti, dei rifiutati, degli sradicati, dei non allineati ai dettami della modernità. Non siamo davanti all’ennesimo aspirante Chinasky – che esibisce la posa di un’estetica decadente. Anzi l’io narrante, l’unico assoluto protagonista delle pagine, pare innocentemente estraneo a qualsiasi autocompiacimento. E non fa che constatare attraverso le sue peripezie – prevalentemente alcoliche e notturne – una semplice verità: qualche riottoso, qualche insubordinato, qualche “irregolare della vita”, è fisiologicamente destinato a rimanere fuori da quella grande festa consumista, farlocca e bugiarda (Žižek la definisce Coazione al Piacere) a cui tutti siamo ogni giorno democraticamente invitati. Appartiene suo malgrado a una minoranza che sceglie di sottrarsi, diserta, non regge il ritmo, forse per una specie di intorpidimento genetico o un testardo principio di non accettazione della realtà. E capitolo dopo capitolo, pagina dopo pagina, questo stralunato protagonista sgrana il rosario delle sue sconfitte – tra patetici tentativi di “integrazione” e sinceri conati di rifiuto. Il mondo com’è è inaccettabile, anche soprattutto per le mille luci colorate con cui cerca di abbellire le sue miserie.
E mi pare ancora di vederli in quel bar dalla puzza di piscio in cui per dimenticare si beveva birra e whisky. Io ero ancora lì con una doppia dose di fatti da dimenticare e di alcool. Erano riusciti a vendersi tutti molto bene, io no. La piccola realtà locale pareva fatta apposta per le bisce, per i camaleonti e per gli animali che si adattavano a qualsiasi circostanza con grande capacità opportunistica. Formavano delle piccole bande e colonizzavano un bar, creavano questo circolo chiuso ed eleggevano uno di loro a capo. Come i Boy-scout. (p. 51).L’Io e gli altri. L’Io e il mondo che in qualche modo riflette e conferma la tua disperazione. Tutto il libro è segnato dall’emozione di questo gioco di rimandi, tra la perplessità sconfitta del protagonista e la sordità ebete del contesto in cui deve vivere.
Così questo antieroe dell’esclusione si trascina di locale in locale – in una Irpinia desolata che sembra Chernobyl, o il Far West, spopolata di vita, di gioventù, di speranze – fino ad arrivare ad un’altra desolazione: il grande slabbrato iperproduttivo Nord Italia, che dalle periferie dormitorio di Torino e Milano si distende giù, verso l’Emilia paranoica.
La vita non ha mai rispetto dei tuoi inferni. In realtà, lo dico a voi lettori, mi chiamarono per sbaglio. Andai ad insegnare per un mese in una gabbia di matti pur di scappare dal lager nazista del call center (…) Mi presentai a scuola la mattina presto cercando di rassicurare gli alunni che il giorno dopo ci sarei stato sempre io a correggere i compiti e intanto non sapevo nemmeno se sarei sopravvissuto fino al giorno dopo, visto che non sempre riuscivo a trovare un posto dove andare a dormire. Mi andavo a riposare al Pronto Soccorso, dicevo che mi sentivo male e mi davano un codice bianco, cioè 12 ore di attesa in sala. Mi mettevo lì e dormivo, poi andavo a spiegare il Risorgimento italiano a dei ragazzini disagiati. (p. 139)Ovunque la medesima sofferenza, la stessa incapacità di “stare al gioco” e ritagliarsi una collocazione, come se questo protagonista così poco sobrio, tra una Peroni e una maledizione, riuscisse a vedere la falsità, la pazzia, l’alienazione che tutti gli altri fingono di non vedere.
Anni prima avevo iniziato a capire chi ero io: quello che sta messo lì e non gli parlano, quello che tutto osserva e mai niente cambia, quello che continua a guidare da solo. Quello che sta lì per sé, quello relegato, quello costretto a guardare, costretto a vagabondare. Due, tre, quattro Campari gin. I soldi erano contati e ben spesi. (p. 43)E dentro questa palude di insensatezza, i due rapporti più dolorosi: quello con le donne e quello con il lavoro:
Nel caso sempre più frequente in cui si restava senza una donna, si era considerati degli essere inutili, delle mezze seghe inette e disadattate. In parole povere la società ti diceva: non è colpa tua ma devi morire perchè non vali. Valevano solo quelli accoppiati, quelli non accoppiati erano fuori dall’Arca di Noè. (p. 47)Naturalmente i figli della Magna Grecia oltre al pessimismo del filosofo, si portano sempre dietro il pharmacos – cura e veleno – dell’autoironia: più ci si crogiola nella miseria e nel dolore, più è facile che la pagina riveli uno squarcio improvviso di comicità.
Lu Postu era un miraggio: dopo una vita di incompetenza, ignoranza, ladrocinii, piccole truffe, raggiri, leccate di culo, smorfie, superstizioni e maledizioni, Lu Postu poteva risolvere la vita dell’abitante della landa, ovvero l’uomo Podolico, l’uomo a guisa di vacca, che pascolava stordito, pigro, silenzioso e quasi felice per le vie del borgo. Una volta che otteneva Lu Postu e realizzava il sogno della sua vita iniziava a tormentare chi non ce l’aveva, in base alla sacra legge Lu Postu logora chi non ce l’ha (p. 84)
Apparentemente quello di Capone può essere scambiata per un’arringa implacabile – di sapore sociologico e antropologico – contro la malamodernizzazione del nostro Sud e in particolare dei luoghi che subirono la devastante violenza del terremoto irpino. O un’invettiva contro il nomadismo coatto a cui è costretto il precariato “cognitivo”, sradicato e sballottato dentro le grandi solitudini metropolitane, con i “trolley cinesi” al posto della valigia di cartone, e meno prospettive davanti a sé, di quelle che toccarono in sorte ai loro padri.
Ma in realtà nella scrittura di Capone, ruvida e potente, c’è di più del dato sociologico. C’è la registrazione di un dolore più profondo, che non riguarda la società o l’urbanistica, il Sud o il Nord: quanto la visione assurda, spoglia e insensata della condizione umana, argomento intorno a cui gira e rigira, come api intorno a un favo, tutti quelli che scrivono sono destinati eternamente a ruotare. E la letteratura aiuta a contemplare questo abisso di consapevolezza come e meglio della filosofia: l’io narrante, nel caso di Capone, è un Virgilio dolente che ci accompagna attraverso i gironi dell’alienazione, delle false promesse, della solitudine estrema – ben simboleggiati dalla teoria di bar e chioschetti scalcagnati lungo le strade vuote delle lande appenniniche deserte. Cosa c’è in fondo alla notte, oltre il pellegrinaggio alcolico, il vomito, i rimpianti della gioventù da poco perduta al giro di boa dei 30 anni? C’è la morte. Ma anche quella, nel libro, non è approdo, non è pace, non è silenzio: è un’altra porta che si apre su ulteriori domande senza risposte.
Fonte
22/12/2017
Le proposte sul reddito perpetuano l’esclusione sociale. Intervista a Giordano Sivini
Due settimane fa, anche l’Eurostat ha certificato che in Italia ci sono ormai 18 milioni di persone a rischio povertà, contemporaneamente il governo ha varato l’ennesimo, risibile, provvedimento contro la povertà con l’introduzione del Rei (Reddito di inclusione). Il M5S continua a parlare di Reddito di Cittadinanza ma i contorni di questa proposta sfumano sempre più al peggio dentro il processo di normalizzazione di questo movimento. Siamo tornati a parlarne con Giordano Sivini, per approfondire le questioni sollevate nel suo libro e soprattutto la loro relazione con una realtà dai costi sociali sempre più pesanti per milioni di persone a crescente rischio povertà ed esclusione sociale. Una spirale che va spezzata, con forza e con urgenza.
Cominciamo da un giudizio sul Rei o Reddito di Inclusione entrato recentemente in vigore. Come giudichi questo provvedimento del governo?
Il Reddito di Inclusione (Rei) è innanzi tutto una misura elettorale, per l’accelerazione del suo avvio dopo la lunga gestazione accompagnata dai ripetuti mirabolanti annunci dell’ineffabile ministro Poletti. Raccontava che con il Rei anche l’Italia attiva un sistema di reddito minimo. Gli altri paesi europei che da tempo ne dispongono, intervengono generalmente sulle persone che si trovano sotto la soglia della povertà relativa. Il Rei invece è rivolto alle famiglie che si trovano in stato di povertà assoluta. Sono un milione 600 mila con 4 milioni 600 mila componenti che non hanno beni e servizi che l’ISTAT considera essenziali. E’ una catastrofe sociale. Ma il governo ha altre priorità di spesa e per il Rei ha stanziato 2 miliardi per il 2018, 2,5 per il 2019 e 2,7 per il 2020, con cui potranno essere alleviate le condizioni di un quarto di esse.
Sono state invitate a mettersi in graduatoria, e dal primo dicembre, gli sportelli dei comuni e quelli dei CAF a cui le funzioni sono state in gran parte delegate, sono intasati. Il sussidio dovrebbe essere erogato dal primo gennaio ma, date le procedure, è improbabile; le elezioni dovrebbero farle accelerare, perché il PD ne fa strumento per acquisire voti. Ne fa una propaganda malaccorta, perché in sede di prima applicazione non tutti possono accedervi, e dal prossimo luglio tutti si accorgeranno del grande bluff.
Nell’immediato, le famiglie oltre ad essere in povertà assoluta devono avere al loro interno bambini, infermi, donne gravide, pensionati con più di 55 anni senza altri sussidi. Le altre famiglie potranno aspirare al reddito a partire dal luglio 2018, quando il Rei assurgerà al rango di miserabile misura di reddito minimo aperta a tutte quelle che sono le condizioni di povertà assoluta. Ma, attenzione,nessuno rileva che per esse a luglio 2018, così come negli anni successivi, la disponibilità finanziaria sarà molto più ridotta. Tenendo conto che il sussidio viene erogato per 18 mesi, quasi metà dei 2,5 miliardi saranno già stati impegnati per coprire le famiglie entrate nel Rei in questa tornata. E’ così di seguito per gli anni successivi. Quindi fino al 2021 non ci sarà alcun sostanziale allargamento dell’intervento.
Il sussidio, poi, è basso, e assorbe eventuali altri sussidi già percepiti (Sia, Asdi); persino la Caritas pensa di ridurre il proprio sostegno. Sono 187 euro al mese per le famiglie con un componente, 294 per due, 383 per tre, 461 per 4, 485 per quelle più numerose. Viene erogato con carta di credito del circuito delle Poste, e per il 50 per cento usato per fare la spesa.
Nel libro sostieni che le misure contro la povertà in realtà cristallizzano nello stato di povertà le persone invece di portarle fuori. Perché?
Mi soffermo ancora sul Ris. Nel caso della proposta del Movimento Cinque Stelle l’effetto di cristallizzazione c’è ma il meccanismo è diverso e mira a realizzare un cambiamento strutturale. Il Ris invece strutturalmente non incide per niente; non è più di una ‘boccata di ossigeno’ come dicono gli operatori sociali.
Il Ris enuncia l’obiettivo di far uscire le famiglie dallo stato di povertà assoluta. Sta scritto nella legge. Ma è un obiettivo che non sta in piedi, anche per quelle famiglie che riescono ad accedere alle graduatorie. Il sussidio viene infatti erogato solo per 18 mesi, rinnovato – forse – per altri 12, ma con un intervallo di 6 mesi durante il quale le famiglie devono arrangiarsi. Non c’è alcuna continuità di prospettiva. Questa tempistica indebolisce l’efficacia degli interventi di accompagnamento, ammesso che possano averla.
Lo strumento centrale del Rei è costituito proprio da questi interventi – se saranno realizzati – non dal sussidio. L’ipotesi implicita è che la povertà è una colpa. Pertanto la colpevolezza va indagata nella multidimensionalità delle carenze e dei bisogni. Il sistema prevede che ogni famiglia sia sottoposta a questa indagine. Letteralmente, come dice la legge, la famiglia viene presa in carico dall’ente locale preposto alla gestione del Ris, e ciascun suo componente viene indagato su questi fronti: 1. condizioni personali e sociali, 2. situazione economica, 3. situazione lavorativa e occupabilità, 4. educazione, istruzione e formazione, 5. condizione abitativa, 6. reti familiari e sociali di prossimità. Conclusa l’indagine viene emesso un giudizio sulla cui base viene formulato un ‘progetto personalizzato’ relativo alla famiglia e ad ogni suo componente, con cui si definisce il loro impegno a realizzare le pratiche di attivazione prescritte. Tutti gli adulti abili devono inoltre impegnarsi con il centro per l’impiego a lavorare.
Per quanto pazzescamente anticostituzionale sia questa pretesa, la normativa prevede che se anche uno solo dei componenti non si attiva nel senso indicato dal progetto personalizzato, il sussidio (che viene interamente erogato a chi ha domandato il Rei a nome dell’intero nucleo familiare) viene ridotto e persino tolto.
Il bisogno del sussidio, insomma, è un’arma di cui ci si appropria tramite il Rei per normalizzare i componenti della famiglia e per rafforzarne la gerarchia.
Cosa ne pensi dell’azione messa in campo dall’Alleanza contro la povertà?
L’Alleanza contro la povertà ha concepito il Ris fin nei particolari. Il governo lo ha fatto proprio in tutta la sua articolazione, salvo il finanziamento. Ma anche per la limitatezza dei fondi stanziati la responsabilità è dell’Alleanza contro la povertà. Al fine di rendere accettabile il progetto da parte del governo, ha proposto che venga realizzato un po’ alla volta e che i 7 miliardi di costo previsti a regime siano scaglionati in un crescendo nel tempo.
Quattro milioni e seicentomila mila persone senza accesso a beni e servizi essenziali è una catastrofe? Si, ma non ci sono i soldi... Allora, i think thank dell’Alleanza hanno pensato di stratificare la povertà adottando il principio di ‘dare prima a chi sta peggio’. “Detto altrimenti si comincia da coloro i quali versano in condizioni economiche più critiche, e cioè i più poveri tra i poveri, e progressivamente si raggiunge anche chi sta ‘un po[1] meno peggio’ sino a rivolgersi dal quarto anno – a chiunque sperimenti la povertà assoluta”. Una soluzione, dopotutto, consustanziale all’assistenza caritatevole, e l’Alleanza contro la povertà comprende una trentina di associazioni cattoliche. Non tutte, perché c’è una parte che fa capo alla Rete dei numeri pari (don Ciotti), a cui il Ris fa vomitare. Quanto a CGIL, CISL e UIL, che si sono accodate nella rete dell’Alleaza, che dire? Non c’è un limite al loro collaborazionismo e alla loro inettitudine.
Nel libro dai un giudizio estremamente severo e negativo della proposta di Reddito di Cittadinanza del M5S. Puoi spiegarne i motivi?
Abbiamo svolto un lavoro attento e senza pregiudiziali per risalire alle fonti del Reddito di Cittadinanza. Di primo acchito non era facile, perché Grillo lo ha presentato come una svolta epocale, un liberazione dalla schiavitù del lavoro. Nella parte illustrativa della proposta, viene addirittura considerato come primo passo per arrivare al reddito universale incondizionato, e si cita in questa prospettiva persino un suo guru, l’economista Andrea Fumagalli. Questa premessa ci ispirava qualche simpatia. Ma, col percorso relativo agli schemi di reddito minimo in Gran Bretagna e in Germania (sono due capitoli del libro estremamente chiarificatori) e all’analisi degli articoli del disegno di legge, siamo arrivati alla conclusione che il Reddito di Cittadinanza è una trappola estremamente pericolosa.
Di Maio preannuncia in caso di vittoria uno shock economico, ma non dice quale. L’attuazione della proposta di Reddito di Cittadinanza potrebbe produrre un effetto analogo all’introduzione di misure comprendenti Hartz 4 in Germania. Un eminente economista tedesco, Hans-Werner Sinn, le ha definite “un vero toccasana” che ha consentito al paese di superare la crisi in cui si trovava all’inizio del secolo.
Nella proposta dei Cinque Stelle, dietro l’erogazione del sussidio per far uscire dalla condizione di povertà relativa dieci milioni di persone, portando il loro reddito complessivo a crescere c’è un meccanismo che realizza il risultato opposto. Non si fa fatica a scoprirlo. Basta leggere gli articoli 11 e 12.
L’articolo 11 è finalizzato a sottomettere l’aspirante al reddito ad un rapporto stretto con il centro per l’impiego, a cui va rivolta la domanda di sussidio. E’ la stessa logica della Gran Bretagna e della Germania dove i sistemi di reddito minimo funzionano con l’assoggettamento dei beneficiari ai centri per l’impiego, che lavorano in modo efficiente ma del tutto discrezionale. Io, Daniel Blake, il film di Ken Loach, nella sua straordinaria efficacia è solo una delle molte denunce in proposito.
Tra le tante prescrizioni dell’articolo 11 c’è l’obbligo di “svolgere con continuità un’azione di ricerca attiva del lavoro, secondo modalità d’intesa con i servizi competenti (...). L’azione documentata di ricerca attiva di lavoro non può essere inferiore a due ore giornaliere“. I senza lavoro sono in via di principio colpevoli di negligenza!
L’articolo 12 costringe, con un giro di parole e rinvio da un comma ad un altro, ad accettare qualsiasi lavoro a qualsiasi salario, pena la perdita del sussidio. Al comma 2 lettera a) si definisce lavoro congruo, “quello attinente alle propensioni agli interessi e alle competenze acquisite dal beneficiario”. Ma è una definizione ‘a tempo’, vale per un anno. Al comma 3 sta infatti scritto: “Il beneficiario al fine di poter mantenere i benefici di cui alla presente legge è tenuto ad accettare proposte di lavoro anche in deroga a quanto stabilito dal comma 2, lettera a) qualora sia trascorso un anno dall’iscrizione al centro per l’impiego e il medesimo beneficiario non abbia accettato nessuna proposta di lavoro”.
Colpa sua, se le proposte non erano congrue. Del resto il comma 7 lo avverte che “è libero di accettare proposte di lavoro non rispondenti ai principi di congruità di cui al comma 2. Tra questi principi c’è al comma b) uno importante dal quale si è esonerati, che il salario non sia inferiore all’80 per cento di quello contrattuale.
Al comma 1 invece si sanziona con la perdita del beneficio chi nel primo anno rifiuta più di tre proposte ritenute congrue (da chi se non dal centro per l’impiego?), e chi nell’arco solare recede senza giusta causa dal contratto di lavoro per due volte.
Insomma, lavoro coatto: chi vuole il reddito deve accettare il lavoro che gli viene assegnato, qualsiasi sia l’attività, qualsiasi sia il salario, qualsiasi sia la durata.
Ne deriva una contraddizione di fondo. L’obiettivo enunciato dai Cinque Stelle è di erogare il reddito per far uscire i beneficiari dalla povertà relativa. Invece li si caccia nel grande pantano del lavoro qualsiasi, configurando una situazione come quella tedesca: “chi entra in Hartz 4 non ne esce più”.
Il Reddito di Cittadinanza è un’operazione gigantesca di disciplinamento di milioni di persone che vivono al di sotto del reddito di povertà relativa. Sconquassa la struttura occupazionale e salariale, attribuisce ai centri per l’impiego la gestione del lavoro senza imporre limiti di garanzia, salvo il salario orario minimo che la proposta prevede. Come avviene con Hartz 4 abbassa il costo del lavoro sotto il livello di sussistenza e fa dipendere dal sussidio il diritto di vivere. Nello stesso tempo immette 15-20 miliardi di euro nell’economia stimolando i consumi e rendendo felici piccoli e medi imprenditori e commercianti fulcro di un blocco sociale che si rianima grazie al lavoro servile.
*Giordano Sivini è anche l’autore del libro “La fine del capitalismo. Dieci scenari” pubblicato nel 2016 sempre per le edizioni Asterios
[1] IL reddito di inclusione sociale (Reis): La proposta dell’Alleanza contro la povertà in Italia, Bologna, Il Mulino, 2016, p. 246.
Fonte
19/12/2017
Lettera a Babbo Natale, un bambino greco chiede da mangiare
di Keep Talking Greece, 15 dicembre 2017
Tutti i bambini a cui è stato chiesto di scrivere una letterina per Babbo Natale hanno chiesto probabilmente la cosa più ovvia: i giocattoli. Ad eccezione di un bambino, Alexis, di 8 anni.
“Caro Babbo Natale, sono Alexis e sto facendo la quarta elementare. Sono stato un bambino bravo. Quest’anno vorrei che mi portassi molto cibo, così la mia mamma non dovrà più piangere. Non ha il lavoro. Se non puoi, vorrei che portassi un giocattolo a mio fratello che sta male. Ti voglio tanto bene“, ha scritto il ragazzino.
La struggente lettera per Babbo Natale è stata scritta da un bambino in una scuola elementare di Patrasso, nella parte occidentale della Grecia.
Secondo tempo24.gr la lettera di Alexis è stata pubblicata dalla ONG [Organizzazione Non-Governativa, NdT] Shining Star (Foteino Asteri) che si occupa del benessere dei bambini, sul suo account Facebook.
Molti greci si sono offerti di aiutare la famiglia di Alexis.
Ma la lettera è solo indicativa della triste situazione in cui si trovano molti bimbi in Grecia, dove il 36,7% dei bambini è a rischio di povertà ed esclusione sociale.
C’è sempre un Alexis nel vostro quartiere, nell’appartamento di fianco al vostro, nella classe o nella scuola di vostro figlio. Aiutate Alexis o fate una donazione a un’organizzazione di volontariato.
Fonte
Il terzo mondo alle porte di casa, e contrariamente all'esortazione alla beneficenza riportata in chiusura, ciò che serve strutturalmente è altro: gettare dalla torre un'intera classe dirigente ed uscire dalla UE.
06/12/2017
Siamo tecnicamente “poveri” uno su tre, grazie alle “politiche europee”
Stamattina l’istituto di statistica ha pubblicato il rapporto sulle Condizioni di vita, reddito e carico fiscale delle famiglie, risultato dell’indagine Eu-Silc del 2016, da cui emerge che “Nel 2016 si stima che il 30,0% delle persone residenti in Italia sia a rischio di povertà o esclusione sociale, registrando un peggioramento rispetto all’anno precedente quando tale quota era pari al 28,7%”.
Un terzo della popolazione è una cifra spaventosa, tanto più che è addirittura in aumento in un periodo di relativa ripresa, tanto che è contemporanea ad “una significativa e diffusa crescita del reddito disponibile e del potere d’acquisto delle famiglie (riferito al 2015)”. Purtroppo “associata a un aumento della disuguaglianza economica e del rischio di povertà o esclusione sociale”.
Riassunto grezzo: gira qualche soldo più di prima, ma finisce nelle tasche già piene, mentre quelle semivuote continuano a svuotarsi.
L’Istat lo dice con altre prole, ovviamente: “Il reddito netto medio annuo per famiglia, esclusi gli affitti figurativi, è pari a 29.988 euro, circa 2.500 euro al mese (+1,8% in termini nominali e +1,7% in termini di potere d’acquisto rispetto al 2014)”.
Ma per l’appunto “La crescita del reddito è più intensa per il quinto più ricco della popolazione, trainata dal sensibile incremento della fascia alta dei redditi da lavoro autonomo, in ripresa ciclica dopo diversi anni di flessione pronunciata. Quindi [...] si stima che il rapporto tra il reddito equivalente totale del 20% più ricco e quello del 20% più povero sia aumentato da 5,8 a 6,3”.
Che le disuguaglianze fossero cresciute, ce n’eravamo accorti tutti, quaggiù. Ma vederle quantificate – sia pure come “media” – fa il suo effetto. Anche perché non c’è sottoinsieme delle famiglie “a rischio povertà” che non sia in aumento, e su tutto il territorio nazionale (sia pure in modo disomogeneo): “Aumentano sia l’incidenza di individui a rischio di povertà (20,6%, dal 19,9%) sia la quota di quanti vivono in famiglie gravemente deprivate (12,1% da 11,5%), così come quella delle persone che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa (12,8%, da 11,7%).
Il Mezzogiorno resta l’area territoriale più esposta al rischio di povertà o esclusione sociale (46,9%, in lieve crescita dal 46,4% del 2015). Il rischio è minore, sebbene in aumento, nel Nord-ovest (21,0% da 18,5%) e nel Nord-est (17,1% da 15,9%). Nel Centro un quarto della popolazione (25,1%) permane in tale condizione.
Le famiglie con cinque o più componenti si confermano le più esposte al rischio di povertà o esclusione sociale (43,7% come nel 2015), ma è per quelle con uno o due componenti che questo indicatore peggiora (per le prime sale al 34,9% dal 31,6%, per le seconde al 25,2% dal 22,4%).”
Questo peggioramento generale di tutti gli indicatori è grave in primo luogo per quel terzo di popolazione che oramai fa la spesa con i centesimi contati, ma anche per la presunta efficacia delle “politiche europee”. E’ la stessa Istat a ricordare che:
Sulla base di tali informazioni, l’Unione europea calcola gli indicatori ufficiali per la definizione e il monitoraggio degli obiettivi di politica economico-sociale perseguiti dalla Strategia Europa 2020, che si propone di ridurre di 20 milioni gli individui esposti al rischio di povertà o esclusione sociale a livello Ue entro il 2020. Per il nostro Paese l’obiettivo è quello di far uscire 2,2 milioni di persone da tale condizione rispetto al valore registrato nel 2008 (ultimo dato disponibile quando l’impianto strategico Europa 2020 fu impostato). In Italia, nel 2008, risultavano a rischio di povertà o esclusione sociale 15.082.000 individui (25,5% della popolazione residente) da ridurre quindi a 12.882.000 unità entro il 2020. Nel 2016 gli obiettivi prefissati sono ancora lontani: la popolazione esposta a rischio di povertà o esclusione sociale è infatti superiore di 5.255.000 unità rispetto al target previsto.
Sarà il caso di dirlo in modo meno accademico: i poveri – oggetto di un apposito programma dell’Unione Europea – dovevano diminuire da poco più di 15 a poco meno di 13 milioni entro il 2020 (domattina, in pratica).
Sta succedendo l’esatto contrario: se, come certifica l’Istat, la popolazione esposta a rischio di povertà o esclusione sociale è infatti superiore di 5.255.000 unità rispetto al target previsto, significa che ora siamo a 18 milioni e 137.000. Anche in percentuale il divario tra “obiettivi” e realtà è decisamente alto: invece del 25,5% atteso, siamo ora al 30%. 3 milioni di persone povere in più, anziché 2 in meno. Un vero successo, non c’è che dire...
E non c’è nulla che possa far pensare che ci sia un’inversione di tendenza alle viste.
Il rapporto completo dell’Istat: Report-Reddito-e-Condizioni-di-vita-Anno-2016.
Fonte
14/02/2017
Lo stato di polizia è un veleno che insidia la nostra repubblica
Con queste misure poliziesche si sottrae la competenza ai giudici perché non vengono affermate sentenze in base a reati o prove di reati che possono essere confutate ma sulla base del sospetto e del giudizio sulle persone. Provvedimenti simili risalgono al 1837, quando il movimento operaio muoveva i primi passi della sua emancipazione e le classi dominanti reagivano con ferocia. Ferraioli afferma che occorre una "sollevazione civile" contro questa violazione dello stato di diritto e la civiltà giuridica. L'avvocatessa Paola Bevere (Antigone) propone di portare queste misure di fronte alla Corte Europea, visto che l'Italia è uno dei pochi paesi a praticarle. Italo Di Sabato (Osservatorio contro la repressione) ritiene che ormai le lotte sociali vengono derubricate a questione di ordine pubblico invece che avanzamento della società: "c'è un abuso di misure restrittive e un arbitrio delle questure nel gestirle".
Sullo sfondo c'è tutta la macchina da guerra scatenata contro il Movimento No Tav con centinaia di arresti, provvedimenti restrittivi, arresti domiciliari (ricostruiti e testimoniati dall'intervento di Nicoletta Dosio) e l'accanimento contro i movimenti di lotta per la casa in alcune aree metropolitane.
A Roma pesa la vicenda di Paolo di Vetta (vedi una sua lettera/intervento in altra parte del giornale) contro il quale la Corte d'Appello non solo ha rigettato il ricorso contro l'obbligo di dimora e le firme quotidiane ma le ha addirittura appesantite con la proposta di allontanamento obbligatorio dalla sua città di residenza (Roma), una sorta di confino. Paolo Di Vetta, annuncia che non accetterà le restrizioni, così come fatto dalla Dosio e da altri attivisti della Val di Susa. Su questo la Corte si pronuncerà in aprile. L'avvocato difensore, Romeo, sottolinea come della Corte faccia parte anche l'ex sottosegretario Mantovano di An, quello che era nella "cabina di regia" della repressione sanguinosa delle giornate di Genova 2001.
Per Guido Lutrario (Usb) questo attacco sta colpendo diversi pezzi della società, ragione per cui occorre una forte iniziativa di risposta. Non ci sono risposte alle esigenze sociali perché il sistema non è in grado di darle, e dunque vuole impedire ogni azione collettiva per conquistarle: "Dobbiamo stabilire una relazione e riconoscere un nemico comune". Di questo occorre investire anche il Parlamento per segnalare la ormai evidente contraddizione tra legalità e legittimità, tra leggi e giustizia sociale.
Molti altri gli interventi segnalano come il clima da stato di polizia si va insinuando nel paese come unica risposta al crescente impoverimento ed esclusione sociale. Le scene viste a Bologna sono li a dimostrarlo. I governi, i sindaci-sceriffi e le classi dominanti lo sanno perfettamente, come sanno che le loro leggi non faranno che appesantire la situazione sociale. E' questa la ragione per cui le autorità di polizia hanno ricevuto carta bianca per adottare ogni misura preventiva di neutralizzazione degli attivisti politici e sociali più attivi. Se non basta, le porte delle carceri sono pronte ad aprirsi e a richiudersi, come lapidi sulle domande sociali disattese da un sistema in crisi e per questo impaurito, isterico e feroce.
Fonte
03/02/2017
Dove cadono le macerie dell’11 settembre del calcio italiano
Mediaset ha annunciato di voler fortemente ridurre la propria presenza nel calcio, Sky ristruttura ferocemente per garantirsi investimenti nel futuro. Insomma, i tempi dei diritti televisivi con incassi stellari per le società di calcio sembrano avviarsi alla fine. Nel calcio rimane un po' di finanza di rischio, come si è visto nelle due trattative sul Milan, rimangono i procuratori che fanno plusvalenze movimentando un po' di cartellini, rimangono le scommesse che paiono la vera infrastruttura economica del calcio di oggi. Poi ci sono Speziale e Micale, rispettivamente condannati a 9 e 11 anni per la morte di Filippo Raciti. I fortissimi dubbi sul loro reale coinvolgimento nella morte di Raciti rimangono. Ma la sinistra istituzionale di allora è come il suo residuo che sopravvive oggi: attenta al presunto ritorno d'immagine dovuto alla repressione, inesistente nella difesa dei diritti civili. Sotto pubblichiamo il nostro articolo di dieci anni fa sulla vicenda.
Il nostro articolo del 2007:
Chiunque ricordi i più recenti fatti riguardanti gli episodi di turbativa dell’ordine pubblico provenienti dal mondo del calcio dagli incidenti di Avellino del 2003, provocati dalla reazione alla morte di un giovane napoletano, non può non rimanere impressionato da alcuni caratteri di guerriglia urbana presenti in questi fenomeni. Aggressioni di massa alle forze dell’ordine, blocchi stradali, ferroviari, navali, cortei notturni con incidenti programmati e questo per parlare solamente degli episodi di rilievo che da Avellino a Catania, passando per Firenze o Genova o Messina, sono circolati impetuosamente sui circuiti delle notizie.
E si tratta di episodi che non hanno riguardato solamente l’area dello stadio, come a Catania ed Avellino, ma si sono diffusi esportando disordini su diversi canali del territorio urbano. Questo fenomeno, legato sia a dinamiche conflittuali tra gruppi, quando esplode allo stadio, che, negli altri casi, alla necessità di far valere il peso simbolico della tifoseria in vicende amministrative e disciplinari della squadra, ha caratteri permanenti. Nel senso che ha fasi culminanti, spettacolari e visibili il cui ritorno nel cono d’ombra prefigura una riemersione: magari con nuovi attori, organizzati diversamente o attorno ad un simbolico nuovo o con altre pratiche ma sempre con la caratteristica della convergenza tra gruppi che trovano un momento fusionale nella rottura dell’ordine pubblico. Se si guarda con occhio storiografico a queste vicende si vede, a partire dal ritrovamento di una bomba allo stadio di Verona nel ’77 e alla morte di Vincenzo Paparelli nel ’79, che fasi culminanti e coni d’ombra hanno di fatto costituito questa trentennale continuità nella produzione di continui momenti di rottura, anche spettacolare, delle dinamiche di ordine pubblico.
E’ un qualcosa al quale si può applicare grosso modo lo schema lotte/ristrutturazione/ lotte che la storiografia operaista applicava sul proprio oggetto di studio: a un periodo di rottura delle dinamiche dell’ordine pubblico corrisponde uno di ristrutturazione sociale e normativa che sfocia in un nuovo periodo di rottura. In questo senso finché lo schema tiene, e fino ad adesso ha tenuto, possiamo parlare di un fenomeno permanente.
Non si deve però avere un’idea del fenomeno come quella di uno sciame che cresce, nonostante le ristrutturazioni, magari fino al collasso di un mondo come avviene per il pulviscolo di alieni in Ghost of Mars di Carpenter. Rispetto alla lunga storia di incidenti legati al mondo del calcio dell’epoca industriale la rottura dell’ordine pubblico nelle nostre società post-industriali del continente avviene su un terreno urbanisticamente contenuto, perimetrato ed in episodi quantitativamente più ridotti nel numero di persone coinvolte e nella tipologia di gravità degli episodi. Con la differenza che la spettacolarizzazione del gesto della rottura dell’ordine pubblico tramite la pluralità di piani mediali pone questi episodi non tanto al centro dell’immaginario delle tifoserie ma di quello del cervello sociale.
Queste affermazioni potranno risuonare strane a chi si trova investito da sequenze di piani immagine riguardanti gli scontri come quelli di Catania, montate con un commento ansiogeno o partecipativo del lutto di chi è rimasto vittima degli incidenti: l’impressione che se ne ricava è che la “violenza” sia dappertutto. Ma tra le modalità di diffusione degli incidenti provocati da tifoserie nell’epoca industriale e quelle del post-industriale la differenza è enorme: nel primo caso sul piano urbanistico veniva investito fisicamente il territorio anche nella sua interezza e in una parte significativa della sua popolazione, nel secondo ad essere investiti sono, anche in caso di incidenti al di fuori dello stadio, settori “specializzati” di popolazione e operatori professionali dell’ordine pubblico, in canali in qualche modo dedicati a queste pratiche in un territorio perimetrato, compartimentato dalle varie funzioni d’uso sociale o da pratiche di controllo. Il rimando ai circuiti delle immagini nel momento degli incidenti è sia l’altra grande differenza rispetto all’epoca industriale che l’aspetto profondamente delegittimatorio del sistema sociale attraverso il quale circolano queste immagini. Infatti, per quanto possa sembrare paradossale gli incidenti tra tifoserie dell’epoca industriale che potevano investire, agli albori del ‘900, intere città ma non l’immaginario di una nazione. Oggi investono, oltre allo stadio, zone “dedicate” del tessuto urbano ma, grazie alla produzione di immagini su una molteplicità di canali ad impatto capillare, finiscono per circolare dritto nel cervello sociale. E questo avviene nel momento in cui la produzione di simbolico a causa questi eventi è quanto mai delegittimante per una società di controllo: là dove il consenso lo si ottiene tramite le politiche securitarie, la diffusione spettacolare dell’impotenza degli operatori dell’ordine pubblico diviene un problema che riguarda la stessa messa in crisi della legittimazione della forza dello stato che altri non è che la fonte in ultima istanza del giuridico e del politico.
Ecco quindi che gruppi di ultras impolitici, o di gruppi politicizzati in modo ideologicamente minoritario rispetto al corpo della società, finiscono per produrre eventi che mettono in discussione la legittimazione stessa degli apparati amministrativi e istituzionali proprio perché oggi questa si dà prevalentemente in quanto capacità di erogazione di “sicurezza” e non di diritti o di servizi sociali.
In questo contesto gli stadi, in quanto zone di produzione di grandi eventi nelle quali convergono quote significative di popolazione, sono zone di massimo controllo e di diffusa elusione del controllo, zone dove si cerca di esercitare le tecnologie della pacificazione e dove si pratica un livello di scontro. E non deve neanche stupire il fatto che l’ottica del potere, che oggi si concretizza nelle tecnologie televisive sia a circuito chiuso (per l’esercizio di pratiche di polizia) che in chiaro o criptato (per la riproduzione delle pratiche mediali di legittimazione) si focalizzi su dettagli microfisici o insignificanti. Quando sulle prime pagine dei giornali e nelle edizioni dei tg finiscono per essere rappresentate come un pericolo anche isolate scritte sui muri, e provenienti da città medio-piccole, riguardanti le vicende di Catania significa che l’ottica del potere si fa microfisica ben oltre la mera necessità del controllo: perché quando un potere non è più in grado di erogare diritti e servizi ma solo “sicurezza” non resta che l’ossessione della vigilanza ben oltre il suo concreto significato.
Stiamo parlando quindi di un contesto dove convergono anche convulsamente le necessità di rappresentazione degli incidenti sui circuiti mediali, gli effetti della messa in discussione simbolica della forza legittimante dello stato, e le esigenze di espansione dell’ottica del potere fino all’inutilmente microfisico. Sono tutti fenomeni che egualmente appartengono alle dinamiche di comportamento dei poteri amministrativi e statuali, quando non dello stato come soggetto politico, di fronte alle dinamiche di rottura dell’ordine pubblico negli stadi o grazie alle tifoserie. L’ansia da parte dello stato nell’erogazione, quasi sempre solo simbolica, di “sicurezza” fa parte sia delle risposte istituzionali a questi fenomeni che dei tentativi di sostituzione di una politica dei diritti e dei servizi di fatto inderogabile in una società neoliberista.
Viene inoltre da dire che se qualcuno in queste dinamiche da stadio di rottura dell’ordine pubblico, vi cerca le banlieue italiane le trova. Le trova sicuramente sul piano della morfologia sociale, ogni periferia è la spina dorsale di una curva in una città italiana, e su un piano della capacità di attrarre nelle proprie pratiche ampi strati “centristi” della società cosa che alla banlieue francese non riesce più di tanto in quanto perimetrata fisicamente nella struttura delle città.
Quello che diversifica le dinamiche da stadio italiane dalla banlieue francese è l’armamentario culturale: innestato nella società dei consumi o spoliticizzato, o politicizzato prevalentemente dentro un vuoto simbolico di destra, quello italiano e pienamente immerso nelle dinamiche della autoproduzione delle culture musicali quello francese. In questo modo la stessa contrapposizione italiana tra periferie e istituzioni, che si gioca negli scontri sul piano concreto come su quello simbolico, non ha la forza di farsi riconoscere né la qualità necessaria per essere ancora effettivamente riconosciuta come tale. Per quando si giochi concretamente la contrapposizione con la polizia, che è ben più di una “banda” sul territorio rappresentando simbolicamente lo stato, per quanto sia evidente l’uso della cultura dello spettacolo, nel caso italiano il calcio in quello francese la musica, come veicolo di un confronto che va oltre lo spettacolo nello specifico italiano i significati di questa contrapposizione con l’autorità non hanno ancora raggiunto quello possibile di “una generazione di esclusi contro il potere” come in Francia.
E questo avviene prima di tutto perché il livello di autoproduzione della cultura calcistica italiana, condizionata dai grandi stili di consumo, non è ancora paragonabile in termini di qualità, che genera intensità di comportamenti e riconoscimento dall’esterno, con la scena musicale francese.
Ma ci sono anche altri due fenomeni che spiegano lo specifico culturale delle curve e introducono al rischio che queste vicende della rottura dell’ordine pubblico da stadio rimangano entro dinamiche esclusivamente repressive con una profonda ricaduta sull’intera società. Questi due fenomeni sono la pluridecennale spoliticizzazione e riduzione ad enclave di consumo delle periferie italiane, quelle complessive non solo quelle da stadio, e il netto spostamento della sinistra italiana verso il linguaggio, i temi culturali e politici dei ceti medi e medio-alti “civilizzati”.
Le profonde mutazioni del politico in Italia, proprio a partire dall’avvento della società post-industriale, hanno talmente allontanato la sinistra, di tutti i generi, dalle periferie che se questa decidesse di penetrarci di nuovo avrebbe di fronte a sé un lavoro politico di mappatura, di acquisizione dei linguaggi, di metabolizzazione dei comportamenti che non potrebbe dare frutti che nel prossimo trentennio. In questo modo pur producendo fenomeni di scontro che riguardano la sfera politica, sul piano della delegittimazione simbolica dello stato, le periferie non solo non sono neanche in grado di capire effettivamente cosa stiano facendo mentre la sinistra, di ogni genere, temendo di perdere contatto con i ceti medi e medio-alti impauriti dal comportamento delle periferie si mantiene ben lontana dal delegittimare le pratiche securitarie.
Insomma, in vicende come quella di Catania si riflette la deriva delle periferie italiane: impoverite economicamente e cognitivamente, lontane da un linguaggio collettivo, anche nello scontro simbolico con lo stato che avviene su terreni generati dallo spettacolo, abbandonate dalla stessa sinistra che ha altri livelli strategici di rappresentanza, l’opinione pubblica come sostituzione del radicamento sociale in epoca mediale, si ritrovano avvolte da dinamiche sempre più securitarie e tecnologiche nel silenzio e nella mancanza di concettualizzazione di questo problema da parte delle sinistre.
Il problema sta tutto nel fatto che la società di controllo, il disciplinamento e la privazione tecnologica delle libertà complessive sul piano universale della norma, alimenta la propria presa sull’intera morfologia sociale proprio a partire da scontri simbolici, e mediatici, come quelli aperti a Catania. E che quindi la sinistra non è attualmente in grado, proprio perché segue le evoluzioni di una opinione pubblica impaurita dall’ossessione dalla “sicurezza” prodotta da un piano mediale che oltretutto non governa, di produrre efficaci anticorpi e zone di resistenza all’evoluzione della società di controllo.
Eppure se la vicenda del poliziotto ucciso a Catania è una sorta di 11 settembre del calcio italiano, di un crollo improvviso di un’architettura dell’organizzazione dello spettacolo e del rapporto sociale, la tifoseria del Catania rappresenta una sorta di Al-Qaeda. Non tanto in una qualche fantascientifica idea di sfida allo stato intrapresa da qualche tifoseria. Ma in quello che vuole la tifoseria catanese in un rapporto contrattuale e di cooperazione con istituzioni e ceti politici del suo territorio. Insomma la tifoseria catanese sarebbe, in questo senso, una sorta di Al-Qaeda sfuggita di mano agli stessi referenti politici ed istituzionali che comunque o l’anno coltivata o ne hanno riconosciuta la presenza. Lontana dall’idea d’essere una scheggia impazzita del mondo giovanile aliena dal territorio e dal rapporto con partiti ed istituzioni la tifoseria catanese, e su questo facciamo fede a numerose fonti empiriche anche di tipo scientifico, sarebbe piuttosto un elemento regolatore dei rapporti di potere in quella città e sul territorio sfuggito nel giorno del derby allo stesso ambiente di regolazione.
Allo stesso tempo non è da sottovalutare il clima politico, e l’idea che il ceto politico ha della società in questo contesto. Le affermazioni del presidente del consiglio sul “paese impazzito”, in quanto refrattario alla ristrutturazione finanziaria, non possono non trovare uno sbocco sul piano delle politiche sociali. E lo sbocco lo trovano nella animalizzazione di alcuni settori di società, praticata nella rappresentazione mediale, alla quale corrisponde l’erogazione di pratiche e di normative d’emergenza.
E si tratta di politiche di emergenza che quanto più provengono da settori amministrativi e politici in crisi, la federcalcio commissariata e il governo sul filo del consenso, tanto più cercano di mostrarsi radicali come strumento di risoluzione della crisi delle istituzioni che le promuovono.
Al momento i tentativi di promozione di politiche di emergenza, che finiscono per valere sul piano normativo e delle politiche concrete su tutta la società, si appoggiano molto sul mito inglese. Sull’idea cioè che una profonda ristrutturazione urbanistica degli stadi e un pacchetto di leggi d’emergenza finisca per stroncare il fenomeno. A parte il rischio per la vita di tutti di una impetuosa crescita delle tecnologie e delle normative di controllo, il caso inglese è differente dall’attuale italiano. Le tifoserie britanniche hanno subito un processo di adattamento di pratiche nate durante l’epoca industriale poi scontratesi con i processi di ristrutturazione securitaria dell’Inghilterra post-industriale della Thatcher. L’Italia, anche per la differente organizzazione interna delle forze securitarie, sembra essere un caso differente molto di più di quanto la retorica sul caso inglese faccia pensare.
In una situazione come questa, ove si chieda che fare, la risposta non può che essere: neutralizzare le funzioni del controllo ovunque ci si trovi e cooperare per questo scopo e lavorare per intrecciare quel tessuto di anticorpi al controllo fatto di intreccio tra culture “alte” sul piano critico e culture underground. Si tratta di produrre dal piano linguistico a quello politico, ogni dispositivo simbolico che non permetta di funzionare ai dispositivi di potere e, soprattutto, alle loro evoluzioni tecnologiche. Chi sa guardare oltre l’apparenza dei fenomeni, senza cedere alle retoriche del dolore e a quelle dei barbari alle porte può intraprendere questa strada. Ne va delle garanzie reali alle nostre libertà collettive.
Mc Silvan 5 febbraio 2007
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