Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/06/2026

Micro carceri

Le comunità accreditate al SSN e non solo quelle autorizzate, che già svolgono questo servizio, saranno le strutture residenziali e semi residenziali dove potranno scontare la pena detenuti tossicodipendenti e alcol dipendenti. Un proliferare di strutture, difficilmente monitorabili, che svolgerà “a cottimo” questo nuovo servizio che dovrebbe svuotare le carceri e recuperare i tossico dipendenti.

Detenuti poveri e senza domicilio, spesso drogati e alcolizzati, in attesa di strutture di housing dove potranno scontare i domiciliari, potranno usufruire di questa detenzione differita. A certificare la dipendenza sarà una “commissione”, così come un neanche celato “obbligo terapeutico” darà diritto a questo trattamento.

Sintesi maldestra del decreto 94 ter e 94 quater e, più in generale, del sentire del palazzo nei confronti della “emergenza carcere”, che vede nei quasi 70.000 detenuti una percentuale altissima, oltre la metà, di rei per reati connessi o causati dalla droga e, più in generale, dal binomio marginalità/dipendenza. Si crea, si tenderà a creare molto oltre la singola legge, una esecuzione della pena non carceraria, ma altrettanto detentiva, per rei con condanne fino ad 8 anni.

Le micro carceri che, con un costo di oltre 100 euro al giorno a detenuto e una platea sempre più ampia di potenziali pecorelle smarrite, si tratta di decine di migliaia di rei, rappresenteranno l’ennesimo business per gli eserciti della bontà: sono oltre 35.000 euro annui a detenuto, cifra con la quale si potrebbe comprare una casetta dove auto scontare la pena.

L'auto disciplina è, secondo molti studiosi, l'unico strumento per emanciparsi dai cicli infantilizzanti e omologanti sia del carcere che dai limbi esistenziali delle presunte disintossicazioni. Proprio perché, una volta usciti dall’astrazione della comunità, ci si reimmerge nella società e, molto spesso, si ricade negli stessi meccanismi che hanno portato alla dipendenza.

Una specie di ergastolo intermittente che, dentro e fuori strutture e dipendenze, condanna senza sentenza scritta a reclusioni e auto reclusioni infinite, ma determina anche un PIL, una potenzialità eterna di estrarre ricchezza da questi latenti fine pena mai.

Che cosa è la dipendenza? Difficilissimo da sintetizzare senza passare per fesso, ma “il fare sempre le stesse cose, aspettandosi risultati diversi”, ci va molto vicino. Come se ad un bisogno lecito, alla sua domanda legittima, una forza oscura fornisse una risposta sbagliata, eternamente nuova ed eternamente uguale. Istinti naturali deformati, esattamente come il richiamo del cervello che crea un’ansia misteriosa che, ogni ora, ci fa accendere una sigaretta.

L’ansia è legittima, la risposta, attraverso la sigaretta, inutile oltre che dannosa. Una spirale che non si spezza per decreto o per disciplina imposta, altrimenti basterebbe “un ti fa male” per risolvere il 90% dei problemi della Umanità.

Sostanze, alcol, sesso, gioco sono talmente molteplici le strade e i meccanismi che determinano il triangolo “uso, abuso, ossessione” che rimango stupito ad immaginare commissioni burocratiche che determinano il tasso di dipendenza altrui. Anche perché con il crescente fenomeno delle pluridipendenze si tratta più di individuare una “predisposizione emotiva” che rilevare quella o quell’altra sostanza attraverso analisi o colloqui.

Teniamo conto che in Italia si inventa una droga alla settimana e che gli stessi mark delle analisi spesso non intercettano le nuove sostanze. Gli occasionali, che si fanno saltuariamente ma campano in funzione della dose del sabato sera. I latenti, quelli che passando da un’ossessione ad un’altra sommano dipendenze che, singolarmente, non sono diagnosticabili. Gli “omeopatici” quelli che utilizzano quotidianamente sostanze e alcol in una dose minima, ma costante, come un’automedicazione al mal di vivere.

Nelle vite di margine, poi, un po’ come la volpe e l’uva non si capisce dove inizi la dipendenza e dove, invece, la marginalità. I clochard hanno spesso accanto un cartone di vino: sono barboni perché bevono, o bevono perché sono barboni?

Non è un caso che molti detenuti tossici siano anche marginali e che molti detenuti tossici e marginali siano anche portatori di disturbi psichiatrici, più o meno gravi. Una matassa incasinata.

La stessa idea di “volontà” alla base di quasi tutte le ricette dei recuperi, seppur espressa, è dato complicato nel caso dei detenuti, per il semplice fatto che è come estorta. Potrebbe essere frutto della volontà di non stare in cella, piuttosto che dalla voglia di disintossicarsi. Oppure espressione falsata dalla volontà di assecondare i desideri di parenti e amici, ma non propria.

O, ancora, frutto dell’ennesimo sprofondo emotivo che, però, spesso precede e segue ad altri sprofondi emotivi. Fatto sta che il binomio carcere/dipendenza apre talmente tante strade avverse che è inutile avventurarsi.

Uscire da una dipendenza “per obbligo” è una illusione farisea perché, proprio in quanto fenomeno difficilmente comprensibile, non ci sono ricette certe. Trauma fatto, subito; educazione rigida, assenza di educazione; personalità brillante, intellettualmente sotto la media; opulenza o povertà estrema...

Una platea che, come specchio della società, vede tutto e il contrario di tutto. Uscire da una dipendenza diventa possibile solo quando l’interessato è disperatamente, oltre che veritieramente deciso a farlo e, le stesse ricette che funzionano, sembrano a loro volta antitetiche. Entrare in una nuova dimensione esistenziale e tagliare i legami con il proprio passato, per alcuni, ma anche l’esatto contrario per altri.

Insomma: se non esiste un identikit del tossico attivo, non ci sta neanche quello del recuperato. Esistono tantissime strade attraverso le quali un dipendente si allontana dalla sostanza. Ma nessuna di esse è sancita da un vero o sottaciuto “obbligo di cura” che, anzi, può sortire l’effetto opposto di una “sospensione dalla dipendenza” abbinata cronologicamente alla sospensione della pena, per poi tornare sulle giostre di sempre.

Poi, con l’uso massiccio degli psicofarmaci, la stessa sospensione dalla dipendenza è puramente identitaria, nel non frequentare i contesti drogosi, anche perché detenuti, ma non chimica: nella alterazione perenne del proprio equilibrio cerebrale attraverso la pasticca magica.

È il “modello” che, anche se si è forzatamente astinenti, lega l’individuo alla sostanza: un legame assoluto che, alle volte, finisce a sovrapporre l’individuo con quello che si fa. Una volta usciti, così, si va diretti dal pusher e a commettere reati per farsi.

Un recupero coatto, poi, potrebbe incidere negativamente su chi, invece, con enorme fatica sta tentando di tirarsi fuori. Una coabitazione tra motivazioni così diverse non può far altro che annientare entrambe: il detenuto che cerca solo una condizione carceraria meno dura e quello che, invece, cerca il difficile cammino del recupero. Fatto di astinenza, vero, ma anche di un tortuoso iter con sé stessi, a volte contro sé stessi: si è come convalescenti e uno sguardo sbagliato, può aprire voragini dove si annulla ogni sforzo. Due forze che finiscono per azzerarsi o azzannarsi.

Alla fine dei conti questa legge sarà sollievo “narrativo” alla emergenza carcere, prima di tutto perché creerà emergenza micro carcere, dove standard detentivi difficilmente monitorabili e discrezionali potrebbero non migliorare per niente la situazione dei singoli, basti pensare ai CPR che hanno appalti simili.

Poi perché pensare di tirare fuori dalle sabbie mobili un malcapitato, è scienza sperimentata e studiata, non può essere esercizio di bruta forza: il “precipitato” nelle sabbie mobili si vedrebbe la schiena spezzata. Deve essere esercizio dove si assecondano i movimenti dei piedi di chi è caduto. Si ammorbidisce così l’impasto di sabbia, acqua e argilla che imprigiona e con l’ausilio degli altri se ne esce fuori. Una forza dolce e costante fatta di opportunità, oltre che di sostegno professionale.

In tal senso è una politica di housing quella che manca e che, guarda caso, sarebbe meno appetibile per gli eserciti della bontà: la cronicizzazione della marginalità è estrazione di valore dalla sofferenza e, se variabile fissa, diventa business di pecunia e visibilità eterna. Sembra complottismo, ma a risolvere i problemi si guadagna molto meno che a tenerli semplicemente a bada.

Solo con opportunità di decenza e di speranza, aspettando che sia lo stesso tossico a decidere di non esserlo più o di esserlo senza minare la convivenza civile e quella dei suoi ambiti di riferimento si può intervenire con servizi di supporto medico, psicologico o di auto mutuo aiuto, ma mai calati dall’alto.

Kintsugi è un’antica arte giapponese che consiste nel riparare le ceramiche rotte, unendo frammenti di lacca urushi e polvere d’oro, argento o platino. Letteralmente “riparare con l’oro”, ossia dare valore alto alle fratture delle crepe. È strada maestra per aggiustare le vite rotte.

Un iter dove forma e sostanza diventano una sola cosa, donando una luce e un valore ad ogni singolo pezzettino scassato dalla caduta, trasformando la fragilità in altezza e non nell’ennesimo campo di lividi interessi corporativi e cronicizzanti.

Fonte

12/04/2026

Immaginari non allineati al tempo di Margaret Thatcher

di Gioacchino Toni

Silvia Albertazzi, TINA. La cultura britannica al tempo di Margaret Thatcher, Machina libro, Bologna, 2026, pp. 243, € 18,00

“When they kick at your front door / How you going to come? / With your hands on your head / Or on the trigger of your gun?” (The Clash, The Guns of Brixton, 1979)

Parlamentare dal 1961, ministro della Pubblica Istruzione nel 1970, a capo del Partito Conservatore dal 1975, Margaret Thatcher si è insediata al numero 10 di Downing Street in veste di Primo Ministro per tre, infiniti, mandati consecutivi, dal maggio 1979 al novembre 1990. Nel corso di quel decennio, la Iron Lady in tailleur ha lavorato alacremente per cambiare il Paese facendo di tutto per smantellare, un pezzo alla volta, tutti quei legami sociali considerati d’impiccio a un sistema di sviluppo intento a spingere sempre più sull’acceleratore del libero mercato più cinico, del monetarismo e dell’individualismo più becero in nome della meritocrazia, della competitività e dell’orgoglio nazionale, riformulando la materialità e l’immaginario del proprio Paese erigendo lo slogan “There is no alternative” (TINA) a luogo comune astorico, indelebile e imprescindibile per tutte le classi sociali.

Per quanto sia innegabile anche in termini di immaginario il successo ottenuto dal thatcherismo all’insegna dell’infame adagio “la società non esiste. Esistono gli individui, gli uomini e le donne, ed esistono le famiglie. [...] È nostro dovere badare prima a noi stessi”, non sono mancate nel panorama culturale britannico forme di sottrazione o di aperta opposizione alla sua colonizzazione dell’immaginario collettivo. A ricordarle provvede il volume TINA (Machina libro, 2026) di Silvia Albertazzi passando in rassegna il panorama culturale che ha dato voce e immagine alle rivolte urbane, agli scioperi, alla vita nelle periferie ed a valori e stili di vita irriducibilmente altri rispetto a quelli thatcheriani.

Proclamando la povertà una colpa e la ricchezza un merito, guardando alle dottrine di Friedrich von Hayek e Milton Friedman, Margaret Thatcher ha finalizzato l’intera sua carriera politica a piegare ogni aspetto della vita sociale al libero mercato ponendo fine a quella politica di ricerca del consenso attraverso il welfare praticata dal suo stesso partito nel dopoguerra per fronteggiare il fronte laburista.

Alla dismissione dei pozzi carboniferi, che prende il via con la chiusura di Cortonwood Colliery nello Yorkshire, i minatori rispondono con uno sciopero di 51 settimane, tra il 1984 e il 1985, fronteggiato da una durissima repressione. Il nuovo corso è tracciato. È uno sporco lavoro, ma la “guerra contro le forze del male”, così la chiama Thatcher, deve essere portata a termine a tutti i costi. Se a testimoniare la brutalità repressiva e la determinazione della comunità dei minatori resta il reportage fotografico di Martin Shakeshaft che documenta, dall’interno, il lungo sciopero dei minatori di metà anni Ottanta, a immortalare le condizioni di vita dei quartieri più poveri di Newcastle di inizio decennio provvede il progetto fotografico Youth Unemployment di Trish Murtha, una giovane fotografa della zona che concentra il suo lavoro su «un’adolescenza disillusa, alienata dal mondo degli adulti, priva di prospettive e abbandonata a sé stessa» (p. 22). Situazione che caratterizza anche l’area di Machester ove, in un contesto di disoccupazione e tessuto sociale lacerato, la musica e le parole dei Joy Division testimoniano il senso di depressione di un’intera generazione che si sente privata di futuro.

Mentre alcuni gruppi musicali di successo dei primi anni Ottanta, come Duran Duran e New Romantic, indipendentemente dall’essere mossi da volontà apologetica o meno, si adeguano all’immaginario edonistico del decennio, a mostrare la superficialità, il cinismo e l’autodistruttività della corsa al successo propagandata dal thatcherismo provvedono il romanzo Money (Money: A Suicide Note, 1984) di Martin Amis e il film L’ambizione di James Penfield (The Ploughman’s Lunch, 1983) di Richard Eyre su scrittura di Ian McEwan.

Il welfare preso di mira dalle politiche thatcheriane non è stato soltanto quello sociale, ma anche quello culturale: il sistema di sostegno statale alle istituzioni culturali adottato a partire dal dopoguerra viene in larga misura dismesso in favore del mercato che, evidentemente, non ha alcuna intenzione di finanziare produzioni economicamente non redditizie o non in linea con i valori del nuovo corso. La cultura anziché elargita deve essere venduta producendo profitto per i privati, le istituzioni educative non devono contribuire a rafforzare consapevolezza critica nei giovani ma creare figure utili al mondo del lavoro, le scuole d’arte non devono formare potenziali artisti, ma professionisti utili all’industria artistica e culturale.

Il cinema inglese riesce a far fronte ai tagli ai finanziamenti pubblici grazie alle produzioni televisive e a piccole produzioni indipendenti che si dimostrano aperte alla realizzazione di film non allineati con l’immaginario thatcheriano. Da parte sua l’editoria, scarsamente sostenuta anche precedentemente, tende sempre più a subordinare le pubblicazioni alle previsioni di vendita, mentre le piccole librerie vengono  inghiottite dalle grandi catene di vendita. Se il nuovo corso lega sempre più la cultura al business, il prodotto culturale è tenuto, sopra ogni altra cosa, a risultare commerciabile a discapito di ogni altro discorso di originalità e sperimentazione: le classifiche di vendita divengono la misura del valore delle opere. Visto che il mercato premia chi vende, spetta soprattutto al mondo della comunicazione creare e dare visibilità a personaggi, eventi e opere spendibili sul mercato. Ad irridere un tale assoggettamento della cultura al mercato, ricorda Albertazzi, provvede il cantautore Billy Bragg con l’album Talking with the Taxman About Poetry (1986), il cui titolo riprende quello di una poesia di Majakovskji.

Che sia indubbiamente difficile sfuggire alle lusinghe dell’immaginario thatcheriano è testimoniato anche dal caso del Groucho Club di Soho fondato dalle editrici Liz Calder e Carmen Calill in risposta ai club per soli uomini, presto trasformatosi in una roccaforte dell’edonismo frequentata da artisti come Damien Hirst e i celebrati, quanto costruiti, Young British Artists, e scrittori come Martin Amis e Salman Rushdie, eletti a star writers dall’industria culturale a sancire come possano essere messi a profitto anche la trasgressione e posizioni politiche non allineate.

Gli anni Ottanta sono stati attraversati dal dibattito sul postmoderno e sull’incidenza di quest’ultimo sulla cultura del decennio. In ambito letterario Albertazzi si sofferma su una serie opere narrative britanniche che fanno ricorso a sperimentazioni metanarrative, a pratiche di revisione della storia e di decostruzione dell’illusione narrativa come: L’albergo bianco (Hotel, 1981) di D. M. Thomas; Il pappagallo di Flaubert (Flaubert’s Parrot, 1984) di Julian Barnes; Il paese dell’acqua (Waterland, 1983) di Graham Swift; Notti al circo (Nights at the Circus, 1984) di Angela Carter; The Great Fire of London (1982), Chatterton (1987), The Last Testament of Oscar Wilde (1983) e Hawksmoor (1985) di Peter Ackroyd.

In ambito cinematografico, invece, la studiosa guarda in particolare a: Brazil (1985) di Terry Gilliam, in cui lo statunitense trasferito in Inghilterra esalta il potere dell’immaginazione; i film di Peter Greenaway, da I misteri del giardino di Compton House (Draughtsman’s Contract, 1982) a Il cuoco, il ladro, sua moglie e il suo amante (The Cook, the Thief, His Wife and Her Lover, 1989), grottesca e dissacratoria allegoria del thatcherismo; l’opera di Derek Jarman che, in The Last of England (1987) mostra il degrado e l’abbandono dei docklands londinesi negli anni in cui la Iron Lady dimorava a Downing Street. Analogamente, lo sconforto, la disperazione, l’indigenza e la tossicodipendenza nelle comunità lacerate del Paese attraversano le canzoni degli scozzesi Waterboys.

Gli status simbol del successo e le prime avvisaglie di gentrificazione dei quartieri dell’Inghilterra thatcheriana non possono nascondere la disoccupazione, la disgregazione sociale, l’individualismo, l’odio, il sessismo, il razzismo e la violenza che attraversano i Paese. Se il cupo scenario post-punk degli anni Ottanta, che si manifesta soprattutto nelle vecchie città industriali in declino come Manchester, Liverpool e Sheffield, testimonia il senso di alienazione, inquietudine e rassegnazione della scena giovanile del Nord del Paese, a cavallo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, dalla scena punk ibridata con le sonorità e l’immaginario reggae della capitale, gruppi come The Clash urlano la rabbia di chi, nei sobborghi, non accetta di essere messo con le spalle al muro: «Quando scalciano alla porta / come rispondi? / Con le mani sul capo / o sul grilletto della pistola?» (The Clash, The Guns of Brixton, 1979). Se i Clash guardano alla conflittualità delle comunità di immigrati come esempio per i giovani proletari e sottoproletari bianchi – «White riot / I wanna riot / White riot / a riot of my own / White riot / I wanna riot / White riot / a riot of my own» (The Clash, White riot, 1977) – la Thatcher propaganda la necessità di smembrare tali comunità trasformandole in individui che devono sapersi inserire nel competitivo mondo produttivo. Le rivendicazioni dei migranti, al pari di quelle dei minatori in sciopero e di chiunque osi contestare il disegno neoliberista, divengono il “nemico interno” da combattere con ogni mezzo.

Con tutte le contraddizioni del personaggio, il successo di Rushdie contribuisce a dare importanza alle letterature delle ex colonie introducendo nel decennio thatcheriano «una serie di revisioni romanzesche della storia imperiale da parte dei colonizzati, narrazioni spesso magiche per rivisitare la storia, raccontando i fatti dalla parte degli emarginati, dei soggetti coloniali, delle donne, dei bambini, degli omosessuali, dei perdenti, in breve, secondo il punto di vista di chi non ha mai voce nei manuali, di chi la storia la subisce soltanto» (p. 104). Su tale lunghezza d’onda è anche l’australiano Peter Carey, autore di Hillywhacker (1985).

Mentre nel 1985 numerosi musicisti si mobilitano con Live Aid per offrire sostengo dell’Etiopia colpita dalla carestia, con tutti i limiti di un’iniziativa che si presta a logiche di immagine e che “perde per strada” una parte non irrilevante di fondi raccolti, nelle sale cinematografiche britanniche esce My Beautiful Laundrette (1985) di Stephen Frears, su sceneggiatura dell’anglo-pakistano Hanif Kureishi, film prodotto inizialmente per il circuito televisivo che porta sul grande schermo la complessità della comunità asiatica britannica. Alcuni anni dopo, con Sammy e Rosie vanno a letto (Sammy and Rosie Get Laid, 1988), Frears e Kureishi affrontano il neoimperialismo interno thatcheriano mettendo in scena una realtà complessa popolata da molteplici figure di emarginati.

A dare testimonianza delle rivolte del 1985, in particolare di Handsworth, provvedono il documentario Handsworth Songs (1986) di John Akomfrah, tra i fondatori del Black Audio Film/Video Collective, e un reportage fotografico di Pogus Ceasar. A prendere di mira la realtà e l’immaginario thatcheriani dal punto di vista migrante è anche il romanzo I Versi satanici (The Satanic Verses, 1988) di Salman Rushdie: «la realizzazione più mirabolante di quello che per Rushdie è il compito dello scrittore migrante, in cui egli si identifica: inventare nuovi modi di rappresentazione del reale, per impedire che i suoi simili siano soffocati dalle descrizioni offerte dal potere dominante» (p. 117).

Nell’era thatcheriana, impregnata di rampantismo e di esaltazione del libero mercato, si assiste al declino della tradizionale narrativa working class britannica; al realismo sociale di matrice operaia le case editrici preferiscono le narrazioni critiche di stampo borghese votate al realismo magico alla Salman Rushdie o alla Graham Swift, oppure il realismo grottesco di Martin Amis. A differenza della narrazione operaia degli anni Sessanta, incentrata su storie di proletari orgogliosamente ostili alle classi abbienti, alle prese con l’alienazione sul lavoro e alla ricerca di vie di fuga nel sesso, nell’alcol o nello sport, quella dell’epoca thatcheriana privilegia vicende legate alla disoccupazione. La perdita del lavoro è al centro di numerosi film degli anni Novanta di Ken Loach, giunto alla fiction dopo aver lavorato in ambito documentaristico per la televisione, occupandosi in particolare della deriva intrapresa dei vertici laburisti. Per quanto la precarietà e il grigiore quotidiano di Lettera a Breznev (A Letter to Brezhnev, 1985) di Chris Bernard richiami l’estetica realista di Loach, a differenza di quest’ultimo, sottolinea Albertazzi, Bernard mette in scena i tentativi individuali di due ragazze dei sobborghi di Liverpool di trovare via d’uscita dalle miserie quotidiane sfruttando ogni occasione per ottenere un effimero momento di svago. Anche Rita, Sue e Bob in più (Rita, Sue and Bob too, 1986) di Alan Clarke celebra la sguaiata vitalità con cui due ragazze della working class cercano momenti di fuga dallo squallore a cui sono destinate.

Giovani disoccupati sono protagonisti di Shakespeare a colazione (Withnail and I, 1987) di Bruce Robinson, spassosa commedia che, sebbene ambientata negli anni Sessanta è ben lontana dalla swinging London del periodo e sembra riflettere la grigia condizione giovanile dell’Inghilterra thatcheriana. Il romanzo Il colore della memoria (The colour of memory, 1989) di Geoff Dyer, pur narrando di giovani disoccupati di fine anni Ottanta, riesce a offrire immedesimazione alle generazioni dei decenni successivi. «L’ufficio di collocamento, il sussidio di disoccupazione, l’ingresso nella schiera dei lavoratori autonomi miserrimi, come ricercatore di mercato freelance, e i lavoretti da imbianchino in nero per arrotondare i magri guadagni, sono altrettante tappe di una vita precaria al tempo della Thatcher, simili, in verità, a quelle del precariato giovanile ai nostri giorni» (p. 140).

A testimonianza di come la disoccupazione rappresenti uno dei problemi maggiori tra i giovani degli anni Ottanta, provvede la scelta di una band musicale, nata nel 1978, di chiamarsi UB40, come il modulo per la richiesta del sussidio di disoccupazione. Nelle sue canzoni, il gruppo prende di mira in maniera tutt’altro che velata Thatcher, chiamata Madam Medusa (1980), “Lady with the marble smile”, contestandola anche per il sostegno al regime dell’apartheid sudafricano in Little by Little (1980). Non sono poche le canzoni che attaccano Margaret Thatcher, tra queste l’autrice ricorda: Tramp the Dirt Down (1989) di Elvis Costello, Black Boys on Moped (1990) di Sinead O’ Connor, Margaret on the Guillotine (1988) di Morrissey e, ovviamente, numerosi pezzi di Billy Bragg, che non manca di prendersela anche con la guerra delle Falkland in Like Soldiers Do (1983) e Islands of No Return (1984). Insieme a Paul Weller e Jimmy Sommerville, Billy Bragg costituisce il collettivo di musicisti Red Wedge che supporta la campagna elettore laburista del 1987 avvalendosi, tra gli altri, del contributo di Madness, Prefab Sprout, The Smiths, Bananarama ed Elvis Costello. Avrebbero, forse, evitato il sostegno se avessero saputo cogliere la deriva a cui si era avviato il Partito Laburista.

La letteratura britannica degli anni Ottanta è caratterizzata anche dall’uscita di numerose opere scritte da donne intente soprattutto ad esplorare le identità sessuali. Con Union Street (1982), suo romanzo d’esordio, e con i successivi Blow Your House Down (1984) e The Century’s Daughter (1986) – ripubblicato nel 1996 con il titolo Liza’s England – la scrittrice Pat Barker, raccontando l’universo delle donne della classe operaia, caratterizzato da povertà, violenza e dal doversi rapportare con uomini incapaci di prendersi responsabilità, evidenzia efficacemente come la classe giochi un ruolo importante nella formazione dell’identità di genere. Il realismo sociale di Pat Barker, e quello magico della scrittrice Angela Carter, autrice di Notti al circo (Nights at the Circus, 1984), «propongono una medesima ideologia femminista, l’una nei modi e nelle tematiche della tradizionale working-class novel (i cui elementi di degrado, brutalità, miseria sono spinti all’estremo), l’altra inserendola in prospettiva fantastica, sempre e comunque non arretrando di fronte alle situazioni estreme» (p. 127).

Riferendosi a un’età vittoriana del tutto idealizzata, la retorica di Margaret Thatcher «sembra voler fare del Regno Unito una grande famiglia del tempo che fu, incardinata in un Vittorianesimo di maniera in cui i figli, grazie all’educazione rigida ricevuta, crescevano educati, onesti e grandi lavoratori; il governo era stabile e affidabile e la criminalità pressoché sconosciuta» (p. 154). Il volgere lo sguardo al passato si rivela funzionale all’evitare di guardare in faccia la realtà del presente. Anche la memoria imperiale viene utile per supportare la follia della guerra delle Falkland che giunge a ottenere grande consenso tra la popolazione sedotta dallo slogan “Make Britain Great Again”. Di fronte al dilagare della nostalgia imperiale, del materialismo thatcheriano e dell’opportunismo capitalista che ne è alla base, lo scrittore Bruce Chatwin decide di lasciare il Paese per intraprendere la via del nomadismo che lo conduce a guardare alle comunità aborigene alla ricerca di modalità di vita alternative derivandone Le vie dei canti (The Songlines, 1987).

In un tale clima nostalgico-patriottico, anche un film di successo come Momenti di gloria (Chariots of Fire, 1982) di Hugh Hudson, incentrato sul vittorioso team di atletica inglese alle olimpiadi parigine del 1924, «pur vituperando l’arroganza e i pregiudizi della classe dirigente britannica, e prendendo apertamente posizione per i diseredati, sembra esaltare ideali thatcheriani: il nazionalismo e l’amor di patria, prima di tutto, ma anche l’individualismo e l’idealismo dei singoli come base per la solidarietà del gruppo vincente» (p. 155). La pellicola di Hudson si inserisce a quel gruppo di heritage films che guardano nostalgicamente al glorioso passato britannico ricorrendo a un’estetica patinata che non permette possibilità di critica sociale fornendo una fantasia compensativa a un presente tutt’altro che idilliaco. Anche nei film in cui lo statunitense James Ivory, tra i maestri di tale filone cinematografico, inserisce questioni spinose e non allineate con la morale thatcheriana, come l’omosessualità, queste finiscono per essere soffocate dall’estetica patinata e dai sontuosi costumi della cara e vecchia Inghilterra.

Anche in Passaggio in India (A Passage to India, 1984) di David Lean, derivato dall’omonimo romanzo del 1924 di Edward Morgan Forster, la spinosa questione dell’impossibile rapporto tra inglesi e indiani sul suolo indiano al tempo dell’impero finisce per essere soffocata dall’estetica sfarzosa e da un adattamento incentrato su una vicenda di repressione sessuale di ambientazione esotica. Albertazzi fa notare come le omissioni delle parti del romanzo in cui gli inglesi sono messi in cattiva luce siano motivate da Lean con l’intento di “equilibrare” le posizioni antimperialiste e lo scarso interesse per le figure femminili che egli ravvisa nello scrittore. Gandhi (1982) di Richard Attenborough trasforma la storia di un personaggio tradizionalmente poco amato dagli inglesi in un film spettacolare capace di soddisfare il desiderio di esotismo con cui gli occidentali guardano l’India, mentre trasforma Gandi in una sorta di santino. Allo spirito heritage appartiene anche Quel che resta del giorno (The Remains of the Day, 1993) di James Ivory, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo del 1989 dello scrittore nippo-britannico Kazuo Ishiguro. In questo caso il regista offusca deliberatamente la narrazione della decadenza del vecchio impero britannico sostituito dal potere statunitense del libro con uno sguardo nostalgico sul glorioso passato inglese.

L’immaginario thatcheriano prevede che la famiglia e la sessualità siano “normalizzate” accusando la liberazione sessuale degli anni Sessanta di avere condotto allo sfaldamento della prima, divenuta spesso monogenitoriale, e alla deriva della seconda, sdoganando l’omosessualità. L’astio conservatore nei confronti di quest’ultima, colpevolizzata per la diffusione dell’Aids, si palesa nella promulgazione nel 1988 della Section 28 (restata in vigore fino al 2003), legge che vieta la “promozione intenzionale” dell’omosessualità o anche solo la sua “accettabilità” nelle scuole.

A mostrare come dietro le visioni idealizzate della destra conservatrice si celino autoritarismo patriarcale, subalternità femminile, incomunicabilità tra genitori e figli, hanno provveduto soprattutto due registi provenienti dal depresso del Nord del Paese come Mike Leigh e Terence Davies. Il primo, con un registro ironico venato di sarcasmo, mostra le ricadute del thatcherismo sulla working class britannica a partire dai drammi familiari in film come Belle speranze (High Hopes, 1988), il secondo, adottando modalità espressive più visionarie e desolate, a partire da La Trilogia di Terence Davies (The Terence Davies Trilogy, 1980), in cui, ricorrendo anche ad elementi autobiografici, mette in scena i traumi familiari provocati dall’autoritarismo paterno e dall’educazione religiosa, tematiche che attraversano anche Voci lontane… sempre presenti (Distant Voices, Still Lives, 1988). Albertazzi sottolinea come, in controtendenza rispetto alla maggior parte dei film britannici del decennio, nelle opere di Davies ad essere centrali siano spesso i personaggi femminili. A palesare la crisi della famiglia propagandata dai conservatori provvede anche il citato Sammy e Rosie vanno a letto di Stephen Frears. In ambito narrativo a denunciare i lati oscuri della famiglia patriarcale è soprattutto lo scrittore Ian McEwan con romanzi come Bambini nel tempo (The Child in Time, 1987).

Una visione malinconica delle modalità con cui i ceti meno abbienti inglesi trovano modo di svagarsi in epoca di austerità viene offerta dal reportage fotografico The Last Resort (1986) realizzato nella spiaggia di New Brighton, nei pressi di Liverpool, da Martin Parr, capace di cogliere «i momenti imbarazzanti che nessuno vuole mostrare, i retroscena grotteschi della vita quotidiana» (p. 187) enfatizzando «la volgarità del mondo del consumismo, utilizzando colori saturi, luce artificiale e prestando attenzione a dettagli, gesti e stereotipi che di solito sono evitati dai suoi colleghi» (p. 188). Una simile attenzione malinconica all’ordinarietà, sostiene Albertazzi, la si ritrova anche nei The Smiths, band musicale che, sin dal nome, palesa la volontà di restare ancorata alla “normalità” della quotidianità in controtendenza rispetto alla ricerca di eccezionalità edonistica a cui si rifanno molti gruppi del momento.

L’ ultimo capitolo del volume è dedicato a quel che resta degli anni Ottanta nei decenni successivi. A tal proposito, vale la pena ricordare almeno la rilettura cruda e feroce dell’Inghilterra a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta che ne mette in luce la disgregazione sociale, la violenza e gli incubi che hanno caratterizzato il periodo, offerta dalla quadrilogia Red Riding Quartet di David Peace – composta dai romanzi Nineteen Seventy-Four, Nineteen Seventy-Seven, Nineteen Eighty e Nineteen Eighty-Three pubblicati tra il 1999 e il 2002 – ispirata ai crimini dello Squartatore dello Yorkshire sullo sfondo delle lotte dei minatori minuziosamente descritte. Le vicende dei minatori stroncati da Margaret Thatcher sono al centro del romanzo GB84 (2004) di Peace in cui, sottolinea Albertazzi, non si ritrova «il romanticismo della sconfitta o l’esaltazione sentimentale della solidarietà che di solito caratterizzano le narrazioni cinematografiche dedicate alle lotte della classe operaia inglese». Quello di Pece è piuttosto «un romanzo duro, scritto in uno stile frenetico, sincopato; un’appassionata e cruda resa narrativa di eventi che hanno portato a un radicale, negativo, cambiamento nel rapporto tra capitale e lavoro» (p. 217). Quello che esce da GB84 e da Red Riding Quartet è un impietoso ritratto dell’epopea thatcheriana, di un Paese che, comunque, ha il merito, rispetto ad altri, di avere scrittori, registi e musicisti che non si vergognano di chiamate le cose con il loro nome. La necessità di fare i conti con gli anni Ottanta la si ritrova anche in La linea della bellezza (The Line of Beauty, 2004) di Alan Hollinghurst, ma mentre il “cronachismo” di Peace mira a mostrare come il crimine sia parte integrante della società thatcheriana, scrive Albertazzi, il “neo-impressionismo” di Hollinghurst mostra la «collusione della bellezza con il potere» (p. 218).

Gli anni Ottanta thatcheriani, insomma, hanno talmente impattato sulla materialità e sull’immaginario britannici che, in un modo o nell’altro, continuano a far parlare di sé. Scevra dal romanticismo della sconfitta, con il suo volume, Silvia Albertazzi ha indubbiamente il merito di tratteggiare come, anche in ambito culturale, pur tra mille contraddizioni, si siano date forme di resistenza e tentativi di sottrazione all’immaginario spacciato da Margaret Thatcher. Lo slogan “There is no alternative” (TINA) fatto luogo comune astorico, indelebile e imprescindibile per tutte le classi sociali, necessita ancora di essere combattuto.

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01/04/2026

Il carcere universale ai tempi della guerra mondiale a rate

La deriva psichiatrica della società si palesa sempre di più ed è un dato inconfutabile che, dietro la recrudescenza dei fenomeni criminali, si celi un disagio mentale virale. Un ragazzino di 13 anni accoltella la sua professoressa per piccoli rancori: è o non è malattia?

I fatti, tutto sommato, dovrebbero essere oggettivi e, solo successivamente, analizzati dalla ideologia o dalla convenienza. Piove, quindi cade acqua dal cielo e, fascisti o comunisti, pacifisti o guerrafondai, bianchi o neri... si dovrebbe essere concordi nel dichiarare che quando piove si bagna la terra.

Il carcere, con i suoi dati di disagio e tossicodipendenza, dove oltre il 70% degli attuali detenuti è recluso per micro reati, per fatti legati all’uso di sostanze o per comportamenti di aggressività privi di movente logico, non è strumento giusto per re-inserire nella società i rei. E neanche per garantire la sicurezza collettiva.

Come può migliorare un fragile da un’esperienza detentiva degradante? Cosa farà una volta fuori? L’idea della “cura”, come trattamento di percorsi di riabilitazione psichiatrica, tramonta mestamente se “stupidiati” di farmaci contenitivi, di avvilimenti non narrabili e del tempo morto della detenzione.

Questo concetto va oltre l’essere o non essere a favore della galera, ma si concentra sulla sua utilità rispetto alla deriva di alienazione collettiva che sta prendendo il paese. Se il carcere diventa strumento contenitivo della marginalità cronica, un lazzaretto, aggiungendo buio ad esistenze già nere, come si può immaginare che funzioni e che non crei, invece, le premesse per recidive e ulteriori sprofondi nella sofferenza oscura?

Il corpo detenuto, proprio perché privato di autonomia e dignità, ha molte possibilità di trasformarsi in cervello detenuto, dove il trauma della camicia di forza si estende tentacolare nella psiche, imprigionando ogni sentire: un dentro/fuori non necessariamente fatto solo di sbarre fisiche.

Nel caso poi dei minori ogni inasprimento delle pene e ogni abuso nella carcerazione, proprio perché in età evolutiva, sortisce l’effetto di una certa e inevitabile cronicizzazione sia della marginalità del bambino, che nella sua discesa definitiva nei meandri delle dipendenze e dei linguaggi dopanti della esclusione e della sofferenza.

Ergastoli, in pratica, sebbene non sanciti da sentenza scritta.

Eppure, anche se basta prendere un tram per comprendere che la deriva della psicosi collettiva è fenomeno di massa, le nostre élite si nascondono dietro la negazione della realtà.

Nasce così l’idea del “più carcere a tutti” che lenisce nella maggioranza silenziosa il senso di paura, ma che nella realtà rende più insicure le nostre città. Proprio perché crea un esercito di fulminati ad oltranza, incontenibile per l’eternità nelle mura delle patrie galere, ma costretti ad un transito senza meta, un perenne dentro/fuori che attraversa i calvari della contemporaneità.

La stessa percezione di carceriere/carcerato si fonde e confonde continuamente nelle detenzioni universali, nelle auto-carcerazioni ergastolane degli oblii chimici o nei bui dei silenzi urbani. Del resto si tratta di 1 italiano su 3 a rischio di questa “cosa”, di potenziali milioni di persone e imprigionarle tutte sarebbe un costo economico e sociale insostenibile.

La stessa idea di trasformare le nostre città in Istituzioni Totali a cielo aperto dimentica che alla lunga porta il paese alla auto estinzione e, già i dati della denatalità, segnalano che nei prossimi anni non nasceranno dieci milioni di italiani.

Nel carcere la sessualità è inibita con la forza, come pena accessoria. Nel carcere diffuso delle città, questa inibizione, non solo a procreare, avviene attraverso strumenti meno cruenti, ma altrettanto efficaci.

La difficoltà anche ad intravedere un futuro potenziale e accessibile che vada oltre la lotta di un presente cannibale, capace di cancellare il tempo in un perenne day by day feroce e meschino.

“Precarietà che punta il dito sulla schiena” che emana quel tanfo di calzino sintetico sudato delle Istituzioni Totali, affossandoci in una tristezza afona e senza grazia.

Ogni giorno leggiamo i fatti, sempre più demenziali, di morte e di devastazione ma non siamo più capaci di sommarli, metterli accanto ed avere la visione di insieme che, poi, ci determina nel sentire, qualsiasi esso sia, ma dotato di nessi di Causa>Effetto: come voler fare la dieta dimagrante e abbuffarsi di dolci e pizze fritte.

Il carcere, sotto certi aspetti, come deterrente al crimine è già stato abolito: diventa mera punta di un iceberg di contenimento della follia, nelle latitanze applicative della Legge 180: sia del disturbo vero e proprio, che di quello determinato dalla ossessione della dipendenza e dal proliferare delle doppie diagnosi di tossico e disturbato.

Si insinua operativamente nella cura delle patologie psichiatriche, assurgendo a nuovo manicomio totale. Oppure si sostituisce alle latitanze del welfare, diventando dormitorio per marginali.

Se su sessanta e passa mila detenuti oltre la metà è tossica e un terzo tossica e sofferente psichiatrica, a cui aggiungere chi per assenza di casa non può usufruire di domiciliari, di criminali veri e propri ne rimangono assai pochi: questo è un fatto, non una opinione.

Se poi si inizia ad individuare, direttamente o indirettamente, un reato di povertà, o un’aggravante di povertà, ogni idea di Uguaglianza davanti alla Legge va a farsi benedire.

Si cancella il welfare, come inclusione, depotenziando strumenti di sostegno, di occupazione, di de burocratizzazione del post pena, del micro credito e di spazi di vita abitativa possibile per un ex detenuto. Creando un iter detentivo/esistenziale, un dentro e fuori, che rende queste esistenze legate per sempre a mamma carcere, nelle sue varie denominazioni.

La droga, non più intesa come polvere sballante, ma come soluzione identitaria circolare, trova fertilità non necessariamente legata soltanto alle sostanze psicotrope, ma nella nuova lingua delle alienazioni, strafatta di ludopatia, di cartoni di vino baratto, di psicofarmaci, di solitudine invalidante e di stigma.

Ieri, ero in un bar gestito da una cooperativa di ex detenute o detenute in permesso lavoro, una di loro è scappata via per andare a firmare. Ho pensato che, per quanto possa sembrare insensato, questo “obbligo di firma”, sebbene non determinato da burocrazie legali, affligge molti di noi che viviamo in periferia: dopo il tramonto si deve correre a casa, altrimenti si rimane in strada per assenza di trasporto pubblico. Un pensiero stupido, eppure maledettamente reale nelle nostre pratiche quotidiane.

La malattia si nutre di sé stessa. Aggroviglia esistenze, nell’isolarle, nel rendere arduo ogni movimento, nell’imbalsamazione del welfare in mera auto-rappresentazione di una bontà tanto inutile, quanto santificata dai salotti rosé.

Così l’oscillazione tra carcere e diversamente carcere crea humus perfetto per il virus della pazzia collettiva e il conseguente invio nelle discariche sociali per pezzi interi di paese, rendendo le patrie galere simboli spettrali della nostra impotenza.

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07/03/2026

Il meno: la sessualità che manca

“Gli acronimi LGBTQIA+, LGBTQQIA+ sono oggi utilizzati per designare sinteticamente l’insieme delle minoranze sessuali...”

Manca il meno: le sessualità negate non tanto e non solo per orientamento, ma per potenzialità, per opportunità, per “contingenze”. Le sessualità della Esclusione, della Sofferenza e della Guerra. Del resto per fare sesso bisogna avere qualcuno consenziente con cui farlo e questa volontà si basa su due fattori: Seduzione e Opportunità. Un carcerato, ad esempio, non può fare l’amore, mentre il suo partner, se libero, può praticarlo, ma a che prezzo in termini di sensi di colpa?

Praticamente una parte molto significativa della pena viene scontata da chi non ha commesso quel reato. Stesso spleen può invadere le sfere emotive di coloro che, pur non essendo direttamente in difficoltà, vivono accanto alla sofferenza. Mi racconta un’amica che lavora in un CAV che molte donne vittime di violenza impiegano anni a recuperare un desiderio sessuale e, spesso, non ci riescono mai del tutto.

Ogni “diversa abilità”, le tante disfunzioni del nostro esistere, vengono tradotte nei meccanismi della cultura del cottimo delle performance, in “nessuna abilità”. Immaginate, ad esempio, di cercare di essere brillanti durante un attacco di diarrea: un malessere, più o meno diffuso, ma che per alcuni è cronico. Trauma che vero o falso, personale o familiare, passato o presente che sia, diventa paralizzante ma anche, specularmente maligno: mostrificante nel come si viene percepiti dagli altri.

Nei labirinti delle Esclusioni occidentali si smarrisce spesso anche la forza seduttiva e diventa arduo fare acchiappanze sentendosi e essendo sentiti trasparenti. Le nuove povertà, proprio perché non vertono su contesti di miseria condivisa, ma alienante e cronicizzante conducono con sé questa pena accessoria della invisibilità, anche sotto le coperte.

La marginalità, dunque, oltre ad essere stigma invalidante diventa anche uno scudo corporale all’incontro con l’altro. Un bambino che va al parco con un pallone prevede o spera di incontrare altri bambini con cui giocare: di per sé il pallone non è sufficiente a fare una partita. Ma, attraverso quel pallone, tutto il contesto interagisce: le mamme prendono un poco di sole o chiacchierano, mentre i papà si fumano una sigaretta.

L’innesco del gioco, quindi, non è mai scelta individuale e non ricade nella responsabilità del singolo. L’isolamento che alcune malattie, come la Sofferenza Oscura, conducono in sé è come un blocco sociale, esattamente come se quel bambino non riuscisse mai a trovare amichetti al parco e, questa forma di solitudine solida, invalida più delle stesse fragilità.

Nei contesti poveri del Terzo Mondo le potenzialità di incontro sussistono nel condividere non solo lo stesso spazio geografico, ma anche lo stesso standard di vita, dove essendo scontato l’essere povero, diventano altri i meccanismi di accoppiamento, rispetto ai riti stanchi delle seduzioni borghesi.

Al tempo stesso, però, il fenomeno della Guerra Mondiale a rate, nei suoi teatri neocolonialisti, pone intere popolazioni in un transito senza meta, nel quale anche la sessualità in molti casi scompare o viene sostituita dai cottimi delle prostituzioni, sia nel praticarla come utente finale che nel farne il proprio mestiere. In quest’ultimo caso, poi, la trasformazione del corpo in merce, stimola a perdere la propria sfera di intimità, diventando algidi/e: un meno, come dire, meno – attivo.

Il meno diventa anche paradigma di auto privazione che si innesca in tanti adolescenti che, dopo aver vissuto una sessualità compulsiva, si trovano completamente abulici rispetto ai temi dell’amore. Vivere il sesso in tenerissima età attraverso gli stereotipi coatti del consumo li annienta, fino a spegnere ogni fiammella di entusiasmo una volta abbuffati di coiti ignoti.

Le categorie del meno, quindi, sono molteplici ed è difficile sintetizzarle tutte, ma è evidente che lo stato cannibale del turbocapitalismo, oltre ad uccidere e depredare l’Umanità, ne cancella per una parte il diritto ad amare e essere amati. Alla sacrosanta rivendicazione per i Diritti LGBTQIA+, manca questa sensibilità, che del resto è afona anche nello sguardo che gran parte della sinistra rosé e di quella antagonista dà ai fenomeni delle alienazioni urbane: un buco narrativo, prima che politico.

L’ossessione per il controllo delle masse delle nostre oligarchie si basa anche su questa castrazione di massa alla quale una parte di umanità è costretta. Sono da sempre le élite immorali e libertine a farsi paladine della famiglia tradizionale. Ma, in questa dolorosa parentesi di morte, non è più la famiglia ad essere sponsorizzata dalle massonerie, ma il legame mono – umano: lo schiavo che, per accettare e tollerare questa depravata deprivazione, deve cancellare il ritmo dell’Amore.

Sono proprio gli zozzoni del 1% che detiene il 99% della ricchezza che impongono la strada di una dolorosa castità a chi vive ai margini: aggiungendo alla sofferenza insita nelle difficoltà, qualunque esse siano, anche la pena accessoria della bruttezza, della irricevibilità, dell’abbandono. Non penso che bisogna immaginare una specie di certificato medico sulla “chiavabilità” degli Ultimi e dei Penultimi, ma è anche vero che è nella tenerezza che si lenisce la fatica di vivere.

Il neo puritanesimo onanistico delle oligarchie si avvale di questo controllo cibernetico che sostituisce, almeno nel brandello di occidente che resta, il puritanesimo del sogno americano che, quello sì, era fatto di bimbi sorridenti e case colorate. Oggi il marginale deve restare solo: perché una camicia di forza che realmente funzioni, impone che ogni volo deve essere spento sul nascere. Dal telefonino, traslando la stessa funzione dell’aggeggio in braccialetto elettronico delle detenzioni universali.

Ma, se non basta, dallo psico farmaco contenitivo o dall’internamento in una delle nuove prigioni della contemporaneità, compresi i lager delle periferie. Se dieci milioni di italiani, statistiche alla mano, non nasceranno un motivo ci deve essere: si tromba meno e si tromba sempre in termini di performance di consumo e, conseguenzialmente, senza stabilire quei legami che portano a mettere su famiglia.

Del resto i 20 milioni di italiani poveri, quasi poveri o a rischio povertà, senza tutto questo bromuro fascioliberale, farebbero la rivoluzione entro fine settimana. Solo gli eletti hanno diritto ad amare e, dispiace dirlo, anche parte dei movimenti di rivendicazione sessuale hanno per riferimento una libertà “parcellizzata” che, senza Uguaglianza, diventa mera espressione corporale di élite.

Esattamente come in temi di “Utero in affitto” o di “diritto alla prostituzione”, laddove è chiaro che è lo squilibrio economico che diventa stupro, anche senza i connotati penali del reato. Perché se “senza consenso è stupro” lo è anche quando questo consenso è estorto dalla fame.

In tal senso al neo schiavo tocca non solo diventare indesiderabile, ma subire lui stesso una torsione nel quale il suo desiderio si astrattizza, diventa indistinto, intraducibile. La fame, il dolore, la violenza creano alterazioni psichiche, quel buio nella mente che standardizza l’Uomo in cosa: un vuoto dove tutto scivola via, perché tutto prende forma di bisogno. La strada verso le crocchette di cane per uso umano diventa, così, molto breve. Mentre quella di appagare gli appetiti sessuali attraverso macchine è già realtà.

Un desiderio indistinto, infatti, paralizza la mente tanto quanto un’assenza di desiderio: entrambi non determinano azioni “sociali”. Un desiderio reale, molto oltre la sua praticabilità, crea immaginazione, quella gioia illogica che è volano di emancipazione. Viceversa il desiderio indistinto crea nevrosi, pornografia isterica e non innesca meccanismi reali per la sua realizzazione.

Si atrofizza la sfera della passione, mano mano che si chiude il sipario delle prigioni universali che impongono: celle/trincee che, naturalmente, devono contenere singoli alienati, ammassati ma non collegati tra loro, se non attraverso l’odio e il fetore. Cancellare il pericolo che un sorriso storto, dentro una folla impaziente e anonima, possa ricordare a noi truppa di essere vivi.

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11/11/2024

Una riflessione dopo i tre giovani morti a Napoli

Pubblichiamo questa nota degli attivisti del Centro “Sgarrupato” del quartiere Montesanto di Napoli. Alcune riflessioni utili per avviare una necessaria controtendenza culturale e sociale per interrompere questa odiosa scia di sangue che sta colpendo Napoli.

*****

Proprio mentre dalle strade di Montesanto, dall’esterno dell’Ospedale Pellegrini, ci arriva l’eco e il dolore di un’ennesima tragedia, alcun* di noi sono andati al presidio indetto in piazza del Gesù. C’eravamo senza aderire formalmente all’appello, per la stima che sentiamo verso diverse delle realtà di base che lo hanno indetto e soprattutto perché quando si parla di ragazzi e di ragazze, di diritti, di marginalità, di violenza tra giovanissimi, di quartieri popolari è un mondo che ci tocca molto da vicino.

Nessuno ha soluzioni preconfezionate, risposte o tanto meno ricette: proprio recentemente un ragazzo che seguiamo da quando era un bambino è stato arrestato in seguito al suo coinvolgimenti in dinamiche di merda e sono ferite con cui fatichi davvero a fare i conti. Perché per te non è un numero o un nome sul giornale e non lo sarà mai. Ti chiedi come, quando, dove hai smesso di capire quel che accadeva dentro e fuori di lui. Oppure prevedere e non sapere come prevenire.

Però crediamo che parlare con chiarezza sia sempre un primo passo. E allora sentiamo l’esigenza di essere più espliciti, meno reticenti di quanto non si riesca ad essere nella nostra città nel chiamare in causa le responsabilità delle Istituzioni pubbliche, il poco, il nulla (in proporzione) che viene fatto sul terreno sociale.

La realtà è che i ragazzi dei quartieri popolari, comprese le periferie interne al centro storico, vengono “visti” dalla politica ufficiale solo quando la tragedia esplode, quando diventano un argomento giornalistico, una questione di ordine pubblico che macchia l’immagine, il “brand” della città. Ci capita spesso di chiederci se ci sia una reale empatia verso questi ragazzi quando vediamo le tante troppe assenze perfino ai loro funerali, il calcolo col bilancino per non essere schedati sui media dal lato dei bambini cattivi. Ci chiediamo se questo dolore e questa angoscia arrivi davvero nei palazzi. Di sicuro dai palazzi è stata tagliata la spesa sociale (di circa il 50% in questi anni sia dal comune che alla regione, per non dire del governo nazionale).

Quante sono le educative territoriali ancora attive, i progetti finanziati contro la dispersione scolastica dilagante, il supporto alle famiglie, l’investimento sociale e pedagogico che ha resistito ai tagli crescenti invece di diventare uno dei principali impegni se si ama questa città e i suoi giovani? Sappiamo per esperienza diretta che bisogna pagare 8-10mila euro alle amministrazioni comunali anche solo per accedere ai campi di calcio e garantire in modo volontario e gratuito il diritto alla socializzazione e allo sport.

E allora le chiacchiere stanno a zero. Chi di dovere magari appurerà finalmente chi mette cosi tante armi in mano a ragazzini e giovanissimi, perché (ancora) non si trovano sulle bancarelle… Ma non sarà certo il profluvio di decreti Caivano, il dilagare del carcere in fasce d’età sempre più basse a risolvere un disastro educativo e sociale. Sono le risposte della paura che non risolvono nemmeno la paura o più semplicemente le risposte a buon mercato per lavarsi le mani dalle proprie responsabilità.

Napoli è una città letteralmente spaccata in due nella sua dimensione economica e socio-culturale. La mappa che alleghiamo è di dieci anni fa, ma la situazione non crediamo sia cambiata di molto. Metà della città ha un numero debordante di giovani che non studiano e non lavorano, abbandonati in una marginalizzazione crescente di povertà educativa e prospettiva sul futuro, che nelle strade trovano solo i codici del ghetto come chiave per essere “visti”, per “affermarsi”.

Di fronte a questa realtà non basta “il poco”, l’intervento spot, la passerella… (oggi era in piazza praticamente tutta l’amministrazione comunale). Non abbiamo ricette, lo abbiamo già detto, ma di sicuro serve costruire un patto, un’alleanza con quella larga fascia di famiglie dei ceti popolari che invece in una piazza come quella di oggi non ci sono ma che vogliono un futuro per i propri figli lontano dalle dinamiche di sopraffazione e autodistruzione, famiglie che magari nel tempo stesso vivono i disagi e i processi di espulsione di un modello di sviluppo molto diseguale della città, costruito sulla rendita immobiliare e su tanto lavoro nero. Questo patto ha bisogno di risorse vere e cospicue, di prospettive concrete, di investimento politico e sociale. In una parola sola di credibilità.

Non abbiamo ricette ma sappiamo che il punto di partenza è amare i ragazzi, restituire il bello che ritroviamo quotidianamente nel rapporto con loro, in esperienze come la nostra e tante altre. Non abbiamo ricette ma crediamo nell’educazione affettiva e anche che non si possa semplicemente negare o rimuovere la rabbia e l’inquietudine che alcuni di loro si portano dentro, figlia di disgregazione e mancanza di riferimenti alternativi. Bisognerebbe trovare insieme a loro la strada per trasformare questa rabbia in lotta comune piuttosto che in competizione disperata o schizofrenica. Raggiungerli, agganciarli, ascoltarli di più e meglio, aiutarli a smontare la mascolinità tossica che opprime se stessi e ancora di più chi ti sta intorno.

Troppi ragazzi nemmeno sanno che sono stati derubati, derubati della possibilità di leggere un libro, derubati dal conoscere un mondo più grande dei vicoli in cui si perdono, più complesso di un tiktok... a partire dal mondo che hanno dentro di sé, del proprio talento esistenziale, della propria unicità che può e deve arricchirci tutte e tutti.

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24/07/2024

Il carcere e il buio

Antonino Marano è entrato in carcere nel 1965 per aver rubato melanzane, peperoni e una moto. Ne è uscito mezzo secolo dopo: in carcere ha commesso due omicidi e due tentati omicidi.

Carcere e marginalità sociale si intersecano nella storia con la sola variante che le super alienazioni della modernità si modificano continuamente.

I territori di confine e gli stati d’animo di confine, come quelli che scaturiscono dal degrado e dalla paura, creano le condizioni ideali per delinquere: quel sottovuoto spinto che, se uno non lo ha attraversato, difficilmente riesce a comprendere.

Saltano i paletti etici e il panorama grigio di queste esistenze può spingere a confondere il bene e il male. I codici, persino linguistici, di queste terre dell’abbandono diventano inafferrabili se si utilizzano e sovrappongono i codici dell’abbondanza, della sicurezza e della solidità.

La fame, come una trincea opaca, quanto la dipendenza, la marginalità e il disturbo sono volano di crimine e non tanto e non solo per la volontà del singolo a delinquere, quanto per la necessità vera o presunta che l’Uomo della sofferenza sente a doverlo fare, a poterlo fare.

Si mette in conto tutto: la prigione, quanto la malattia o la morte. Oggi nella platea dei detenuti spicca la componente “tossica”, ossia coloro che hanno commesso reati di droga e la componente “malata”, ossia coloro che soffrono di disagi o disturbi psichiatrici. Detta così sembra quasi che i criminali in cella siano una esigua minoranza.

“Oltre la meta di chi è rinchiuso qui dentro non ha soldi… Così, una massa di almeno 600 persone, ogni giorno deve trovare il modo per procurarsi il cibo, il sapone per lavarsi, persino la carta igienica. Poi ci sono gli insetti che ti mangiano. Due sezioni sono piene di cimici e scabbia. I topi sono ovunque”.

Riporto un brano della lettera che alcuni detenuti di Regina Coeli hanno inviato il 15 luglio a Radio Ondarossa. Carcere che con 1200 detenuti ha quasi doppiato la sua potenziale capienza. Con il caldo anche respirare diventa impossibile.

Una testimonianza forte e disperata: “Qui con noi c’è un anziano nordafricano. Ha 78 anni, cammina a fatica, gira spaesato. Dopo quasi due mesi ancora si confonde e non ricorda la sua cella”.

Lo slittamento della Istituzione carceraria verso una struttura manicomiale è caratteristico degli ultimi decenni, frutto della proliferazione delle componenti chimiche nella droga e della componente allucinatoria delle marginalità afone di questo tempo.

Passaggio stretto, attraverso il quale si cancella l’appartenenza al genere Umano, proiettando il corpo stesso del reo verso annullamenti inimmaginabili.

Caldo da sauna in estate, freddo polare l’inverno, cibo scadente ma, oltre tutto questo, la assenza di privacy, come vivere in un tram affollato. Persino una scorreggia diventa momento collettivo che cancella la dignità umana.

Spesso si parla della sessualità dei carcerati, nel senso di assenza di sessualità tra le sbarre, immaginando atti di auto erotismo o di natura omosessuale.

In realtà, ho intervistato tanti ex detenuti su questo, l’assenza di privacy cancella in molti di loro persino il desiderio: è che il corpo, la carne del condannato, come se non gli appartenesse più, scivolando verso atarassie così totali che cancellano anche l’erotismo.

Ci si masturba quando si può, ma giusto per ricordare di avere un corpo. Persino da liberi, persino una volta fuori, alcuni ex detenuti hanno difficoltà ad avere rapporti intimi.

A lasciarsi andare. Così noi immaginiamo l’ex detenuto infoiato e affamato di sesso, mentre può capitare che impieghi dei mesi per toccare la moglie, per provare nuovamente desiderio verso di lei.

Uno scivolamento che vede nell’oblio mentale o nella camicia di forza farmacologica, gli unici rimedi per reggere a questo orrore, anche quando è passato.

La strage, con quasi 60 suicidi nei primi mesi del 2024, migliaia di gesti di autolesionismo e una popolazione carceraria che per quasi la metà è scivolata verso forme croniche di disagio o disturbo psichiatrico.

In alcune lingue una seconda chance viene definita “secondo sole”, come lasciarsi alle spalle una scena illuminata e trovarne una nuova, dopo aver attraversato un tunnel.

Ed è questa una delle spinte ai suicidi: la mancanza di entrambe le scene di luce, quelle del proprio disperato esistere e quelle di una potenzialità ad esistere ancora, una volta fuori. La morte, anzi le tante micro morti che i detenuti si auto infliggono, in soccorso all’insostenibile mal di vivere.

Inalare il gas delle bombolette che si usano per cucinare, con il solo scopo di istupidirsi, oppure ferirsi a sangue con qualche oggetto, solo per far passare il tempo sono pratiche che difficilmente il mondo di fuori può percepire come logiche.

Ho ascoltato sull’argomento un esperto, anche perché ha scontato l’ergastolo ed è per questo che evito di citarne il nome. La cosa che mi ha stupito è che, per lui e quelli della sua generazione, il carcere è stato tutt’altro: come se parlassimo di due Istituzioni diverse.

Quella furbizia che si metteva in moto portava ad inventare forme di antagonismo alla vita carceraria. Come trasformare un insignificante taglia unghie in uno specchietto che posto nello spioncino faceva intravedere l’arrivo delle guardie.

Oppure studiare come far diventare una macchinetta del caffè, una bomba. Un guardie & ladri che, in qualche modo, teneva in vita. Oggi è tutto un dolore e, da quello che mi hanno raccontato, anche un dolore che diventa solitudine alienante tra gli stessi detenuti.

Lui ha vissuto solo l’inizio di questa trasformazione della stessa identità carceraria, in struttura ospedaliera/manicomiale di contenimento ed è immune da questi scivolamenti. Ad esempio, non ha mai assunto farmaci in modo compulsivo, che siano generici o calmanti, cosa che adesso è fenomeno di massa.

Non sapeva della “Pillola di Padre Pio”, miracolosa pasticca generica che in alcune carceri viene data indistintamente per ogni tipo di male. Già il nome indica una dimensione poco medica di questo farmaco: dolori indistinti, forse indistinguibili, affidati a un rimedio miracoloso, quanto generico non solo in termini tecnici, quanto di omologazione di un mal di vivere che, invece, è elemento principe alla base della alienazione post umana del condannato.

Una traslazione del dolore verso una indifferenziazione che, a tratti e in modi diversi, cancella la specificità del proprio disperato esistere. La vita. La standardizzazione nei quali l’individuo scompare, diventa mero ingranaggio.

Il detenuto liquido della contemporaneità, in tal senso, scompare ai nostri occhi non perché criminale, ma perché ingranaggio rotto, inutile, disfunzionale.

La stessa idea di “colpa” che scaturisce dal reato, diventa insignificante: perlopiù si punisce la povertà, l'incapacità dello stato di somministrare cure adeguate alle malattie mentali, la marginalità alienante delle droghe chimiche. Si punisce la disfunzionalità, che assume essa stessa il rango di reato.

Non è tanto quindi l’intento punitivo o quello rieducativo a creare le premesse a questi suicidi, quanto il senso di inutilità che lo stesso detenuto percepisce. Il mio amico, invece, aveva una centralità specifica e tutta sua, in quanto ingranaggio “cattivo”, mela marcia.

L’intento punitivo in casi come il suo non era solo l’invio in discarica, quanto la contrapposizione della società al suo credo politico.

L’invio in discarica che viene effettuato oggi sulla massa dei diversi, dei fragili, dei dannati della terra extracomunitari, è un percorso che vede nel carcere, nella cella, solo uno dei cassonetti possibili nei quali annegare queste esistenze.

Così persino l’entità della pena, la sua stessa durata, perdono di valenza, trasformando questa parte di umanità in morti che camminano o in diversamente ergastolani.

Il vecchio ergastolano, invece, ha retto la detenzione proprio nella contrapposizione tra il dentro e il fuori, tra il trauma fatto e quello subito, tra gli amori possibili e quelli del ricordo.

Oggi le poltiglie di male che annientano i detenuti cancellano anche i ricordi: si diventa una cosa inerme, ostaggio delle cimici, delle allucinazioni, delle dipendenze che mordono il cuore, oltre che del penitenziario. Per lui il carcere è stato soprattutto resistenza, non solo alla perdita di libertà ma anche alla potenziale perdita di lucidità.

È il suo fuori, il suo Io politico giusto o sbagliato che sia, che gli ha dato la forza per reggere a ventisette anni di dentro: il fuori che aspetta, ma che per aspettare, deve pur esistere.

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26/04/2024

Perché va sostenuta la resistenza del popolo argentino contro Milei

Bisogna essere grati all’obbrobrioso personaggio che risponde al nome di Javier Milei e che ricopre attualmente, speriamo ancora per poco, il posto di presidente dell’Argentina, per aver dimostrato senza ombra di dubbio che il neoliberismo sfrenato finisce per trasformarsi in fascismo bell’e buono.

Milei, colle sue incontenibili smanie distruttive, che lo hanno spinto a scegliere la motosega come suo strumento iconico, mi ricorda le imprese di Leatherface, il serial killer capo di una famiglia di assassini psicopatici protagonista di Non aprite quella porta, noto film horror cult statunitense del 1974.

Costui fa a pezzi con la motosega d’ordinanza tutti gli sventurati che circolano dalle sue parti per rispondere all’emarginazione sociale e culturale di cui è vittima.

Una vocazione alla violenza e al massacro che pare singolarmente in sintonia coi peggiori e senza dubbio mortiferi spiriti del capitalismo nella sua fase attuale, contrassegnata non solo dalla fase putribonda dell’imperialismo (che Lenin aveva definito a suo tempo fase suprema del capitalismo), ma anche dall’importanza centrale e strategica assunta dal complesso militare-industriale nel quadro del rafforzamento senza precedenti della finanza, dei settori ad alta tecnologia e dei monopoli in genere.

Non a caso il leader prediletto di Milei è quel Netanyahu le cui criminali pulsioni genocide, che si sono tradotte già nella morte di oltre trentacinquemila palestinesi in gran parte bambini e minacciano di trascinare il mondo intero nell’abisso della guerra nucleare, rendono un emulo indiscusso di Leatherface su scala planetaria.

L’altro elemento che ricollega le vicende di Milei a quelle narrate dal film horror di cinquanta anni fa che abbiamo ricordato è poi rappresentata dal ruolo chiave svolto dall’emarginazione sociale che nutre sentimenti distruttivi di rivalsa nei confronti del sistema che paradossalmente alimentano il sistema stesso. Infatti il successo elettorale di Milei è in gran parte dovuto alla sua capacità di intercettare i sentimenti di frustrazione sociale molto diffusi in settori giovanili e popolari che vivono le contraddizioni del capitalismo e sono rimasti delusi dalla sostanziale incapacità del peronismo e di altre forze che hanno governato l’Argentina negli ultimi anni a farsi carico delle loro problematiche, data la loro sostanziale subalternità al sistema.

Forte di questo consenso e dei difetti strategici altrui, Milei si è lanciato a testa bassa nella demolizione di qualsiasi intervento pubblico e di ogni sentimento di solidarietà umana e sociale, tentando addirittura di annientare la cultura dei diritti umani e la memoria dell’immane massacro compiuto negli Anni Settanta dalla dittatura militare, che inaugurò la prassi criminale delle sparizioni di massa, provocando la morte violenta, spesso a seguito di indicibili torture, di oltre trentamila persone.

Ma questa impresa sciagurata potrebbe rivelarsi superiore alle sue possibilità e tutti quanti dobbiamo auspicare che la parte migliore del popolo argentino riesca a porre fine a questa mostruosità antistorica che lo vorrebbe riportare a uno stato di amnesia e di totale assenza di identità.

Per questo è importante oggi sostenere con ogni mezzo la resistenza del popolo argentino a Milei: l’obbligo si impone in primo luogo a noi italiani che coll’Argentina abbiamo un fortissimo legame culturale e di sangue dato che buona parte della sua popolazione è di origine italiana.

Un’importante iniziativa in questo senso è stata il conferimento alla leader delle Madri ora Nonne di Plaza de Mayo, Estela Carlotto, da sempre protagonista della lotta per la verità e giustizia sui desaparecidos, del dottorato ad honorem dell’Università Roma Tre, avvenuta mercoledì scorso 17 aprile, così come la produzione letteraria e memorialistica in merito, che ha visto di recente la pubblicazione di un importante podcast dal titolo Nieto 133 sulla famiglia Santucho che fu vittima della repressione fascista, scritto da Claudia Gatti, Riccardo Cocozza e Florencia Santucho.

La pianta della memoria va coltivata e resa sempre più rigogliosa affinché mai in futuro si possano riproporre atrocità come quelle. Parte fondamentale di un indispensabile processo pedagogico rivolto alle giovani generazioni e alla società nel suo complesso, oggi sottoposte dagli apparati ideologici del capitalismo, dalla scuola all’università, dai giornaloni alle televisioni a un vero e proprio lavaggio del cervello, una tendenziale lobotomizzazione volta a prepararci tutti a vecchi e nuovi orrori.

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04/06/2023

La scuola degli oppressi

L’Aumento della violenza nelle scuole si esprime sia contro le cose, con atti di vandalismo, sia contro le persone con atti di bullismo o di violenza fisica. Tali fatti hanno trovato tempestiva visibilità mediatica e ci spingono a cercare di comprendere cosa si può fare per arginare questo fenomeno.

I motivi che alimentano il ripetersi e l’aumento degli episodi di violenza e di bullismo nella scuola possono essere molti: un’inadeguata e scarsa educazione emotiva, noia, menefreghismo e deresponsabilizzazione genitoriale, insofferenza ai dettami del vivere insieme, solitudine, emarginazione, competitività, meritocrazia ecc. Tante possibili cause e tante altre se ne potrebbero trovare.

C’è da aggiungere che politiche neoliberiste non hanno certamente aiutato la scuola, anzi, hanno accelerato la sua crisi con pesanti tagli alle risorse umane ed economiche per cui oggi diventa molto difficile trasmettere e fare cultura in piena libertà d’insegnamento e di pluralismo culturale, assicurando la tolleranza, l’inclusività, il sostegno e l’integrazione alle persone più deboli e in difficoltà.

Oggi, dobbiamo avere il coraggio, a fronte dei sempre più numerosi episodi di aggressività, di domandare se la scuola stessa non stia diventando, per le cattive politiche scolastiche, uno spazio sociale dove aggressività e violenza si sentano a casa propria.

Sicuramente le classi sovraffollate, la precarietà del personale scolastico, la soffocante struttura burocratica che ha stravolto e ostruito la scuola dell’autonomia, l’aziendalizzazione della comunità educante, creano un clima di forte sofferenza ambientale.
Inoltre la professione di docente ed i servizi scolastici sono, di fatto, appesantiti e soffocati burocraticamente da ipertrofia normativa, da carte da riempire e tempistiche procedurali cui ci si deve attenere, oltre alla cronica mancanza di fondi.

È facile per l’attuale ministro della pubblica istruzione e la sua corte di sapienti che lo circonda, predicare regionalizzazioni o proporre l’introduzione dello psicologo, una goccia nel mare, che aumenterà senz’altro il monte di carte e le procedure da seguire. Tale figura per marciare dovrebbe evitare l’organizzazione a sportello che poco ha funzionato nelle scuole.
Se ci si vuole occupare veramente del disagio giovanile scolastico curando l’aspetto psicologico occorrono ben altri mezzi e risorse. Occorre evitare di calare dall’alto figure professionali per pura propaganda politica e per celare il proprio dilettantismo. Figure che introdotte senza confronto in primis con i relativi organi collegiali, potrebbero anche entrare in conflitto con la libertà d’insegnamento ed essere sgradite a famiglie e studenti.

Sarebbe utile abbassare a quindici il numero di alunni per classe e agire in sinergia con un team di specialisti che affianchino il coordinatore di classe durante il consiglio di classe. Inoltre bisognerebbe relazionarsi immediatamente con le famiglie dei nuovi alunni, specialmente in ingresso, lavorando in tandem con le strutture territoriali, le scuole di provenienza e le altre figure specializzate sul disagio.

Purtroppo, nella scuola per salvaguardare l’integrità e la resa scolastica del gruppo classe e per spegnere le preoccupazioni delle famiglie degli alunni “normali”, perdura l’abitudine di sospendere temporaneamente o di espellere l’alunno aggressivo o difficile. Questa primitiva consuetudine contrasta chiaramente con i principi di inclusività, integrazione e recupero alla socialità che sono a fondamento della scuola. Indubbiamente non è facile agire in solitudine e privi di mezzi e la scuola è un’orfana povera da anni. In tali condizioni tutto diventa più difficile. Il corpo docente e gli altri membri della comunità educante non possono fare molto.

Occorre cambiare registro senza avere l’illusione di poter azzerare la violenza e l’aggressività che è anche conseguenza del nostro modo di produzione e sviluppo. Anche il controllo-sorveglianza esercitato dall’introduzione del registro elettronico non aiuta a instaurare una relazione di fiducia tra chi educa e chi è educato. Dietro queste celebrate tecnologie informatiche c’è una logica dell’ispezione-vigilanza per punire chi trasgredisce alle regole.
Rientrano in tale tipologia e odorano di controllo e di sorveglianza anche i test sempre più frequenti che il ministero della pubblica istruzione e del “merito”, effettua nelle scuole con la scusa di valutare il livello culturale degli studenti.
Tali forme ispettive non hanno prodotto alcun miglioramento nella scuola né tanto meno hanno avuto ricadute positive sul rendimento, sulla dispersione o l’insuccesso scolastico.

Trasformare la scuola in una sorta di panopticon 4.0 con controlli, obblighi e divieti genera risposte di opposizione e accresce la sfiducia rendendo più difficile l’instaurazione di un clima relazionale volto al confronto. Se vogliamo facilitare le relazioni umane tra i partecipanti alla comunità educante e stimolare il confronto e il dialogo occorre creare uno spazio in un certo modo politico che produca la mediazione serena del conflitto ed educhi alla comprensione degli elementi soggettivi e oggettivi del conflitto, invogliando all’apertura verso l’altro e la socialità.

Oltre a tutto la violenza prolifera nei luoghi dove l’indifferenza verso l’altro regna sovrana, dove gli atti di bullismo e di violenza non trovano l’opposizione di chi fa da spettatore e gira la testa da un’altra parte nell’attesa che qualcuno abbia il coraggio di intervenire al suo posto.
È questa miscela d’indifferenza, paura ed egoismo che alimenta il fascismo equivoco nelle nostre società votate al consumo che poi si riproduce in tutti gli ambiti della società compresa, la scuola.
Perciò bisogna destarsi sperimentando anche altri metodi educativi, linguaggi e sensibilità che consideri il corpo e la realtà che c’è fuori dalle aule. Tutti aspetti utili ad abbattere muri e costruire ponti di comunicazione con l’altro per conoscerlo e aiutarlo a opporsi contro chi usa la violenza e la prevaricazione.

Il tema dolente dell’incomunicabilità tra discente e docente e tra minore e la famiglia e il suo ambiente sociale andrebbe maggiormente accudito.
A tale riguardo mi viene in mente un vecchio film del 1967 “La scuola della violenza”. La pellicola tratta da un romanzo di E. R. Braithwaite racconta di un docente di colore che cambia metodo didattico, butta via i libri e parla di amore, sesso ribellione e altro e riesce in questo modo a comunicare con una classe di ribelli portandola con successo alla fine dell’anno scolastico.
Naturalmente queste materie sono ostacolate nella scuola italiana. Come pure sono state snellite fino quasi a scomparire materie come la filosofia, la storia, la geografia, la musica, il teatro.
Per di più sono state unite oscenamente e senza alcun riguardo alla cultura e di docenti, classi di concorso diverse, diminuito il tempo scuola e altre mostruosità.

Credo che a questo punto occorra finire questa serie di ragionamenti con un esempio. Mi riferisco al teatro dell’oppresso di Augusto Boal, elaborato in Brasile durante gli anni '60 con l’obiettivo di aiutare i contadini a rispondere alle situazioni di oppressione. In seguito A. Boal, espulso dalla dittatura brasiliana nel 1971 dopo essere stato incarcerato e torturato, giunge in Europa arricchendo il teatro dell’oppresso di nuove idee, metodi e tecniche più appropriati al contesto europeo.

Tale teatro è utilizzato con successo nelle scuole svedesi e ha caratterizzato positivamente alcune brevi esperienze italiane. Ritengo che una sua riconsiderazione in ambito educativo come strumento di presa di coscienza nei confronti di problematiche sociali possa servire da stimolo a una riflessione partecipata sull’attuale modello educativo e sulla scuola in generale.
Diversamente per la china che da qualche tempo hanno preso le politiche scolastiche di molti paesi compreso il nostro, temo il rischio di scuole con vigilantes e mura perimetrali con docenti androidi “robocop”, infarcita di sistemi di sorveglianza di riconoscimento facciale, ma nel qual caso vorrebbe dire che la violenza ha vinto su tutto facendosi sistema educativo.

In fin dei conti dobbiamo riconoscere nostro malgrado che nella scuola chi per un motivo chi per un altro siamo tutti soggetti oppressi.

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14/03/2020

La scuola perduta, e la didattica emergenziale a distanza

In questi giorni di forzata “sospensione delle attività didattiche” si sono lette molte cose inesatte, o sbagliate, sino al limite dell’assurdo, sulla didattica a distanza.

Anzitutto, se l’attività didattica è sospesa, non si comprende perché il Ministero, a cui hanno fatto subito seguito molti dirigenti, voglia imporne la continuazione in forma telematica. Ogni docente ha il diritto di scegliere quali metodi e strumenti usare per il proprio insegnamento, i momenti d’emergenza non consentono di derogare ai principi fondamentali della Costituzione, tra i quali la libertà della cultura, della ricerca e dell’insegnamento è centrale.

Tuttavia, il grave momento di difficoltà in cui ci troviamo ha comunque motivato la maggior parte degli insegnanti ad accogliere l’invito a proporre dei momenti di lavoro in via telematica ai propri allievi. Si tratta però, nella maggior parte dei casi, di attività che vanno prese nello spirito del “meglio che niente” e che non autorizzano a teorizzazioni sulla didattica a distanza, né per l’oggi né soprattutto per il futuro.

La didattica a distanza ha avuto nell’ultimo decennio un notevole sviluppo nella formazione professionale, anche dei docenti, ma è molto meno, o per nulla, utilizzata nella scuola italiana, soprattutto in quella dell’obbligo. A questa situazione concorrono ragioni ambientali e pedagogiche. Il territorio italiano è oggi organizzato in modo tale che poche sono le situazioni in cui gli allievi non hanno la possibilità di raggiungere la scuola.

Dal punto di vista metodologico, inoltre, la scuola non è più da decenni fondata su metodi depositari e trasmissivi, ma punta sulla relazione dialogica tra docente e studenti, sui laboratori, sul lavoro di gruppo. Questi metodi hanno il loro terreno d’elezione nella scuola e nella didattica in presenza. Il fatto che alcuni docenti, soprattutto nei licei, abbiano aperto dei siti, dei blog, o utilizzino apposite piattaforme per offrire materiali di documentazione o riflessione ai propri allievi non smentisce questa realtà, poiché tali iniziative si pongono come un complemento e un supporto alla didattica in presenza, e non come una sostituzione della stessa.

Resta poi evidente che la didattica a distanza non sembra adatta alla scuola primaria, sia per motivi pedagogici che tecnici, e che anche nella scuola secondaria di primo grado (ma in parte anche in quella superiore) presenta enormi problemi di concentrazione, di comprensione dei messaggi e soprattutto di mancanza di socialità. Gli studenti di questi gradi di scuola non possono e non devono fruire delle tecnologie in solitaria, devono essere assistiti dagli adulti e questo richiede un coinvolgimento dei genitori che non può essere dato per scontato.

Proprio per le ragioni descritte, le scuole italiane sono poco attrezzate per la didattica a distanza e i docenti non sono formati per farla, semplicemente perché ciò non serve, poiché gli studenti sono quotidianamente a scuola. Una vera didattica a distanza non può comunque essere improvvisata a causa di una situazione inattesa, ma deve essere programmata anche tenendo conto delle situazioni della scuola e degli studenti, che devono tutti essere messi in condizione di potervi partecipare.

Oggi si assiste a una gamma diversificata di iniziative. Alcuni istituti propongono praticamente una serie di “compiti a casa”, altri cercano di garantire un contatto via internet tra docenti e studenti, altri ancora si propongono progetti ambiziosi quanto illusori e dannosi. Tra questi ultimi, gli istituti i cui dirigenti vaneggiano di imitare a distanza il normale orario di lezione, senza nemmeno tenere conto che ciò non è possibile né proficuo. Alcune scuole stanno svolgendo o si propongono di svolgere interrogazioni e compiti in classe via internet. Si tratta di iniziative che devono essere respinte.

Le forme di didattica a distanza attualmente in atto non sono in grado di garantire equità nell’esercizio del diritto allo studio. Alcuni studenti non sono in grado di seguire queste iniziative e qualcuno non è nemmeno coinvolto o connesso. Tra questi ultimi, spesso proprio gli alunni più fragili e in difficoltà che rischiano l’abbandono.

È proprio di questi giorni il caso esemplare, a Milano, di molti alunni rom che sono completamente tagliati fuori da questo tipo di didattica. Non si può quindi ipotizzare alcun tipo di valutazione basato sulle iniziative a distanza che si stanno realizzando nelle nostre scuole, realizzate in condizioni emergenziali, non discusse tra i docenti e non concordate con gli studenti e le famiglie all’inizio dell’anno.

Inoltre, si deve anche tenere conto che proprio per la particolare situazione che stiamo vivendo, molti insegnanti affermano di essersi impegnati nelle iniziative a distanza soprattutto per mantenere il contatto tra loro e gli studenti e tra gli studenti stessi, anche per cercare di alleviare lo stress che ha colto molti giovani a causa dell’improvvisa interruzione dell’anno scolastico. La didattica, se si riesce a farla, può essere utilmente indirizzata soprattutto a momenti di riflessione, a colmare lacune pregresse, non certo a voler “tenere il passo” dei programmi e delle scadenze e magari a formulare valutazioni. Nessuna seria valutazione può essere proposta in una situazione come quella odierna.

Una riflessione più ampia, dal punto di vista pedagogico, merita quanto si sta dicendo e scrivendo in questi giorni sulla didattica a distanza. Se ne sente tessere continuamente l’elogio, e va prestata molta attenzione per evitare che ciò diventi, alla fine, una grande trappola per i docenti e per la scuola. Negli ultimi anni il Ministero dell’Istruzione ha sempre più spostato il baricentro del lavoro degli insegnanti verso il ruolo di somministratore di competenze, accompagnato da un’angoscia della valutazione costante ed “oggettiva” che costringe a programmazioni sempre più costrittive in cui trovano sempre meno spazio la riflessione, la criticità e la relazione.

Si deve fare molta attenzione anche alle parole della ministra Azzolina, che ha auspicato che “l’emergenza possa dare la spinta per l’innovazione”. Senza voler far torto alla vera formazione a distanza, che dovrebbe contemplare anche momenti d’interattività, c’è da temere che essa venga usata per una nuova svolta aziendalista e trasmissiva dell’insegnamento.

Non dimentichiamo tra l’altro che alla fine dell’emergenza sanitaria se ne aprirà una economica, che potrebbe essere utilizzata per imporre nuovi piani di austerità. Tali piani potrebbero comportare la sostituzione delle scuole di montagna o di particolari zone a favore della didattica a distanza, oppure vedere i docenti investiti di compiti ancor più gravosi con l’istituzione di classi “virtuali” molto numerose.

Si deve anche considerare che la didattica a distanza si adatta male o per nulla ad alcune discipline scolastiche particolarmente incentrate sulla relazione, come per esempio la musica o l’educazione motoria e anche a tutto quanto concerne l’esperenzialità laboratoriale. Il lavoro di scoperta scientifica, di elaborazione di saperi e concetti a partire dall’esperienza empirica, deve svolgersi in presenza, non attraverso un pc. Un noto esperto d’informatica, Clifford Stoll, osserva:

“È molto facile mostrare simulazioni al computer della crescita delle piante, di rane sezionate e di ecosistemi affollati. Nessuna confusione. Nessun animalista offeso. Ma gli effetti della sostituzione della biologia da laboratorio con la biologia virtuale sono di svuotare di significato la scienza e di eliminare il senso di esplorazione e scoperta che porta infine alla comprensione.

Ma i fisici, i chimici e i biologi professionisti non usano i computer? Certo che si, ma non hanno acquisito le loro competenze professionali grazie a un qualche software, né nelle loro scuole si è mai insegnato attraverso simulazioni. Le simulazioni al computer sono potenti strumenti quando usate all’interno della ricerca scientifica, per trovare risposte a specifiche domande. Ma non forniscono comprensione, non possono spiegare che cosa significhi fare scienza, non sono in grado di ispirare quella curiosità che è così essenziale per diventare scienziati. Essi insegnano scienza simulata“. 1

Non voglio negare che in situazioni specifiche possano essere utili iniziative di docenti o di istituti che rendono disponibili materiali in forma online, ma ciò, come ho accennato, deve costituire un’integrazione a supporto della didattica in presenza e non sostituirla. Peraltro chiunque conosca le modalità dell’e-learning, anche per adulti, sa che la modalità più efficace è quella mista che prevede dei momenti chiave in presenza.

Tanto più assurdo sembra dunque pensare di sostituire integralmente la didattica in classe con la didattica a distanza. In ogni caso, si tratta di iniziative che possono essere prese solo quando si è certi che tutti gli allievi possano egualmente usufruirne e non rischiare l’esclusione dei più poveri, dei più fragili o dei disabili. A questo proposito, appare grave che la circolare ministeriale sull’insegnamento a distanza varata in occasione dell’attuale interruzione delle attività didattiche, citi la “particolare attenzione” da portare ai disabili senza offrire in realtà alcuna concreta indicazione.

Giova anche ricordare che non tutte le scuole hanno una composizione e un contesto sociale uguale. Iniziative “a distanza” che non considerino questo fatto rischiano di aumentare ulteriormente le differenze d’opportunità tra le scuole. Non è un caso che un’indagine condotta in questi giorni dal sito Skuola.net metta in luce il divario nella realizzazione delle attività a distanza tra scuole del Nord e del Sud, dovuto soprattutto all’uso di strumenti tecnologici differenti per qualità ed efficacia.

Inoltre, assistiamo proprio in questi giorni alla proliferazione di offerte di piattaforme e programmi da parte di una quantità di aziende che si sono precipitate sul possibile affare. Alcune case editrici hanno già pubblicizzato corsi sul “vincere la paura” e altro. Si dovrà vigilare in futuro affinché attraverso la didattica a distanza non si finisca con mercantilizzare ulteriormente il mondo della scuola.

Tutte queste considerazioni devono essere tenute presenti sia oggi, di fronte alle pressioni di quei dirigenti che pretendono di non considerare che se l’attività didattica è sospesa non la si può sostituire con iniziative improvvisate, sia al termine dell’anno scolastico quando si potrebbe pretendere che gli insegnanti stilino valutazioni di attività dagli obiettivi confusi e che possono creare discriminazioni tra gli allievi. Ma sono anche da tenere presente nel futuro meno vicino, per impedire che dietro l’esaltazione della didattica a distanza si realizzi l’ennesima stretta aziendalista e mercatista della scuola.

Note:

1 C. Stoll: Confessioni di un eretico high-tech. Perché i computer nelle scuole non servono e altre considerazioni sulle nuove tecnologie, Garzanti. Milano, 2001, pp. 31-32.
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29/10/2018

Sulla mia pelle: un Cristo contemporaneo tra Kafka e Pasolini

La delinquenza – come anche, con essa, la tossicodipendenza – e la marginalità, la miseria, l’indigenza che spesso le determinano, all’interno di una società capitalistica e sviluppata, sono produttive. Producono cioè l’intero sistema legale, il conseguente apparato di sorveglianza e punizione (per rimandare a Foucault), nonché l’indotto complessivo, in termini culturali, sociali e repressivi. Ma, soprattutto, fanno comodo ai padroni.

«I padroni si servono della delinquenza: additando al disprezzo delle masse – servendosi dei loro giornali – i poveracci, i manovali del furto, quegli sbandati che, con la loro dottrina, hanno instradato al crimine. Si rifanno così una verginità, e abituano la gente a pensare che le uniche rapine, estorsioni, furti, omicidi, sono quelli fatti da questi disperati “pistola in pugno”, e non quelli che ogni giorno commettono (lor signori, ndr), con lo sfruttamento. Preparano l’opinione pubblica alla polizia che spara e uccide, condannando a morte senza processo, dietro il comodo paravento della “difesa della tranquillità dei cittadini”».

E ancora: «Il carcere è forse l’aspetto più evidente dello scopo di uccidere che si pone il capitalismo. È sempre stato usato per ricattare, spaventare, tenere sottomesso il popolo, e dove l’intimidazione non bastava, è servito per torturare, ridurre a larve umane, uccidere lentamente e legalmente, tutte le volte che i padroni non avevano la forza o il coraggio di fucilare o massacrare nelle piazze tutti quelli che non accettavano passivamente lo sfruttamento e la miseria».

E infine: «Se c’è una cosa che unisce strettamente gli operai (il proletariato, ndr) e i cosiddetti delinquenti comuni è proprio l’odio per la polizia, “il braccio armato dei padroni”. La polizia sarà sempre usata per reprimerci, anche se è formata da poveri diavoli. E sarà proprio questa violenta lotta in comune, uno dei principali motivi che porteranno a unirsi, nelle piazze e nei quartieri, operai, disoccupati, “sottoproletari”».

Si tratta di tre brani estrapolati da Liberare Tutti i Dannati della Terra, un’edizione, ormai introvabile, di Lotta Continua, datata 1973. Un libro scritto, come può leggersi in epigrafe, «dal proletariato» per il proletariato tenuto prigioniero, vessato, torturato e a volte ammazzato, nelle carceri dei padroni e dai loro servi in divisa. Un libro importante, di quelli che oggi – considerata l’orgia legalista, securitaria, manettara, alla quale partecipano, giocondi, istituzioni, magistratura, polizie, giornalisti e gran parte del popolo – sarebbe inimmaginabile, non dico scrivere, ma addirittura concepire.

Orbene, quel volume e quei passaggi, con le contigue riflessioni scaturitene, mi sono tornati in mente, con tutta la loro rivoluzionaria carica di rabbia, dolore e denuncia, durante la visione di Sulla mia pelle. La pellicola – è proprio il caso di rielaborare tristemente questo semantema – agghiacciante e struggente, intensa e tragica; furente, come uno squarcio su una tela di Brugel; urticante e penetrante, come una spada che buca la carne e rompe le vene; mortificante, essenziale, incazzata, lucida, anti retorica, coraggiosa; ma soprattutto (una pellicola) necessaria, sugli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi. Il trentunenne romano, tossico – uso il termine volutamente, non con valore dispregiativo ma, anzi, con pervicace volontà iconoclastica e orgoglioso senso di appartenenza ai cosiddetti reietti, emarginati, rifiuti sociali, ai quali mi sono sempre pregiato di ascrivermi – torturato e assassinato, a calci e pugni, da tre carabinieri, dopo un banale fermo.

E possiamo gridarlo ad alta voce, ormai, che di infame e brutale assassinio si trattò, visto che risale, ad alcuni giorni or sono, la confessione, depositata da uno dei tre militari dell’Arma, accusati dell’omicidio di Stefano, con cui questi ha chiamato in correità i colleghi. Confessione che, prima ancora di configurare un atto giuridico, costituisce quel cattolico sacramento finalizzato al riconoscimento delle proprie colpe e, dunque, all’espiazione dei propri peccati. Quei peccati, in questo caso, che ci auguriamo invece vivamente, continuino a torturare l’incostante e offuscata coscienza del vile, ma cristiano, rappresentante della Benemerita. Il quale, quell’Io confesso l’ha pronunciato nientepopodimeno che a distanza di ben nove anni! Ma bisogna capirlo: certe decisioni vanno ponderate con la dovuta accuratezza, specie se hai a che fare con oscuri graduati che potrebbero farti il culo.

E dunque, noi vogliamo farli qui, i nomi di quegli ignobili “uomini da niente” che, abusando del loro potere, hanno massacrato un ragazzo inerme, colpevole solo di non rientrare nel loro gretto schema mentale e nel loro pregiudizio esistenziale. In base ai quali, chiunque si macchi di diversità – il reato moralmente più riprovevole e scabroso, nell’ipocrita società italiana, sempre più omologata, perbenista, borghese, “bianca” e cattolicamente atea – va punito e, all’occorrenza, giustiziato. Stuprato, se donna.

Basti ricordare il caso più eclatante e famigerato: quello della compianta Franca Rame. Il cui stupro – la sua indicibile colpa era di essere attrice, anarcocomunista, e soprattutto interprete, con Dario Fo, dello spettacolo che denunciava l’omicidio di Giuseppe Pinelli ad opera della polizia e, nella fattispecie, del commissario Calabresi e dei suoi uomini – fu eseguito da fascisti di Piazza San Babila, a Milano, sempre pronti a prestare la loro criminale opera agli sbirri. L’ordine veniva dai vertici della caserma Pastrengo, nello stesso capoluogo lombardo, nelle persone del Generale Giovanni Battista Palumbo (all’epoca, comandante della piazza di Milano), con il coinvolgimento del futuro capo del Sid, Generale Vito Miceli. Lo stesso Miceli che venne poi accusato, a più riprese, di aver preso parte a tentativi eversivi di stampo autoritario e di aver ordinato e coperto alcune delle stragi che hanno insanguinato il nostro paese. D’altronde, questa è la cultura che permea militari e corpi di polizia italiani, sin dalla risorgimentale “Unità della Patria”. Una cultura imbevuta di violenza, machismo, razzismo e servilismo. Insomma, una cultura fascista!

Francesco Tedesco (il reo confesso), Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro (i due militari accusati dell’omicidio), il maresciallo Roberto Mandolini e Vincenzo Nicolardi (responsabili di aver coperto quanto avvenuto). Questi i nomi dei cinque “signori” in divisa che, la sera del 15 Ottobre 2009, condannano a morte Cucchi, la cui “grave” colpa era di essere tossicodipendente. E che eseguono “la sentenza”.

Per una volta, vogliamo credere che anche un film – e dunque l’Arte e la Cultura, quando divengono linguaggio con cui si aprono al mondo e ci parlano di esso, attraverso la loro forma (per parafrasare Adorno) o ne penetrano la realtà e ne succhiano l’essenza (per dirla con Lukàcs) restituendone, attraverso un esempificatorio smantellamento delle sovrastrutture, quei rapporti economici e perciò stesso di Potere, su cui poggia il dominio della classe dominante – abbia potuto determinare, insieme alle implicite dinamiche psicologiche, inter ed intrasoggettive, e a quelle prodottesi in seguito al reale procedere dei fatti, questo nuovo corso processuale. Ad uno con quello che Ilaria Cucchi, la mai doma e fiera sorella di Stefano, ha definito lo sgretolamento del muro di omertà.

Un film, quindi, necessario, come dicevo più sopra, di cui non mi è facile parlare perché mi è costato non poca fatica e sofferenza, il guardarlo. E per precise ragioni personali.

Pertanto, mi corre l’obbligo, nell’atto di scrivere quella che, più che una recensione potrebbe leggersi come una minuziosa analisi al microscopio dell’intimo tumulto che, Sulla mia pelle, ha scatenato – andando a graffiare i nervi più scoperti nella vita di chi scrive – di fare una precisazione. Vidi la pellicola circa un mese fa, in pratica nei giorni della sua uscita in sala. Tante volte mi sono emozionato di fronte ad un film, ad uno spettacolo, ad un quadro, ad una scultura; leggendo una poesia o un romanzo; mi sono anche commosso, in alcune occasioni: raramente da giovane un po’ di più con il passare degli anni, quando la durezza dello spirito e dell’intelligenza lascia il posto, a tratti, all’indulgenza del sentimento. Ma mai mi era capitato di scoppiare in un pianto quasi disperato.

Alla fine della proiezione di Sulla mia Pelle, infatti, non ho saputo e non ho voluto trattenere le lacrime, sopraffatto dalla continua fibrillazione, affiorante dalle profonde corde del nostro inconscio, che mi aveva scosso durante l’intera durata del film. Una fibrillazione – ci tengo a precisare – mai sentimentalistica, ma sempre schiumante rabbia e odio, contro istituzioni e divise; contro il perverso potere dell’arbitrio e del sopruso. Avviluppata in un viscerale cordone ombelicale di amore, umano e fraterno, per Stefano.

Merito, ovviamente, del film. Che, prodotto da Cinamaundici e Lucky Red, è stato diretto, con la mano ferma e la determinazione intellettuale di chi sa di star raccontando la semplice verità dei fatti, da Alessio Cremonini; e magnificamente interpretato da Alessandro Borghi, cui hanno fatto da corollario le belle interpretazioni di Jasmine Trinca, Max Tortora e Milvia Marigliano.

E allora, considerato l’incandescente magma emotivo e psicologico, e le ferite abissali, che la storia – da me, comunque, già ben conosciuta – ha lasciato tracimare e riemergere alla visione, rompendo gli argini della ragione, nell’occhio distaccato del puro spettatore, e incidendo crepe epidermiche, come quella su evocata spada, il cui ago infierisce sulla mia pelle, trapassando tendini, muscoli e cervello, ho sentito la necessità di lasciar raffreddare quell’incandescente materia pulsionale, fatta di fredda ira, cocente tenerezza, violento desiderio di vendetta, immedesimazione, autocompassione e autoflagellazione, ricordi e memoria tossica, prima di scriverne. E il motivo è semplice.

Conosco bene la tossicodipendenza e cosa voglia dire sentirsi tossici. La sensazione di essere considerati tossici. Lo sguardo di chi ti vuol bene e ti ama. Quegli occhi angosciati ma trepidanti di speranza; scettici eppur certi della loro ormai invariabile percezione; sgomenti, impauriti, atterriti, eppur vibranti della voglia di liberarsi da tanto ingiustificabile e ingiustificato timore; illusi ma immediatamente disillusi, da un troppo lento battito di ciglia; compassionevoli ma incazzati; ormai quasi indifferenti, eppur pieni di raggelata premura; rassegnati seppur aggrappati ad un ultimo, estremo brandello di coraggio, da infonderti. Occhi che ti spiano nella tua strafatta solitudine, nutrita di pace artificiosa e di avvilito bisogno dell’altro. Un altro che non c’è, non può esserci tra le acque lontane di un caotico oceano calmo. Sguardi che ti scrutano nella tua intimità smarrita, tra le stelle roboanti e sfavillanti di un cielo caduto, dipinto dal tuo, personalissimo Van Gogh; mentre tu affetti dolcezze, carezze, ipersensibilità estetiche, prive di quella verità che l’eroina dice per te, che la mano tradisce nello sfiorare e la voce non inganna, nella sua svogliata lontananza. La medesima voce che, insieme alla tua persona, passata al vaglio di una sorta di poligrafo acustico, visuale e intellettivo, diventa l’atto d’accusa contro te stesso. Due dita che tormentano il naso, un prurito, un eccesso di languidezza tradiscono la tua, per loro e per il mondo, incomprensibile, disperata atarassia.

Quegli sguardi, quegli occhi, quelle affannose, tormentate sensazioni li ho ritrovati e rivissuti nel film. Nel volto amareggiato e deluso, arrabbiato e combattivo della sempre brava Jasmine Trinca (Ilaria Cucchi): una certezza, nel deprimente panorama cinematografico nostrano, mai inflazionatasi nel narcisistico gioco delle continue apparizioni, anche se qui impegnata in un ruolo che è poco più di un cameo. Nell’afflizione morale di una Milvia Marigliano (la madre), che si conferma interprete capace di spaziare dal teatro al cinema, senza mai smarrire quella magnifica capacità di attrice (oggi una gemma rara, diciamolo) in grado di restituire al personaggio il suo spessore psicologico e umano, scavandone l’intimo sentire. Nello sgomento, confuso e un po’ vile padre di Max Tortora, che ci racconta di un uomo incapace di ergersi a modello da imitare – divenendo, anzi, con ogni evidenza, un simbolo da distruggere – e inerte quando si tratta di affrontare una situazione, che mai avrebbe immaginato di poter vivere; ma soprattutto debole di fronte ad uno Stato che gli sta togliendo e ammazzando il figlio. Quel figlio drogato di cui vergognarsi, perché è la società ad avergli impresso le stimmate della vergogna, con il suo sguardo grondante disgusto morale e con la sua crudele, “esimia tartuferia”, per dirla con Artaud.

E la vicenda di Stefano – narrata con tutta la lacerazione di un grido senza voce da Cremonini – ci fa senz’altro pensare alle parole, che il poeta e drammaturgo francese dedicò a Vincent Van Gogh ne Il suicidato della società. Come Van Gogh, anche Stefano Cucchi è la vittima designata di una società omologante e omologata, che ci vuole tutti indefettibili, sani, stupidamente felici, possibilmente benestanti, bianchi, e dove la povertà sia emarginata, la problematicità negata e la diversità espulsa.

È per questo che sono state create quelle enormi discariche sociali che sono le galere e gli ospedali psichiatrici: per nascondere, allo sguardo torvo della società benpensante, il malessere, la diversità, l’orrore umano del dolore. Quella società che Artaud, nel già citato libro dedicato a Van Gogh, così descrive: «Un mondo in cui si mangia ogni giorno vagina cotta in salsa verde o sesso di neonato flagellato e aizzato alla rabbia, colto così com’è all’uscita dal sesso materno […] Ed è così, per quanto delirante possa sembrare tale affermazione, che la vita presente si mantiene nella sua vecchia atmosfera di stupro, anarchia, disordine, delirio, sregolatezza, pazzia cronica, inerzia borghese, anomalia psichica…di voluta disonestà…di lurido disprezzo per tutto ciò che mostra di avere razza, di rivendicazione di un ordine fondato interamente sul compiersi di una primitiva ingiustizia, di crimine organizzato…».

È questo il consesso umano che condanna e uccide Stefano Cucchi. Perché Stefano non era un ragazzo capace di rispondere ai canoni morali di quel consesso. Era un ragazzo difficile, problematico, ribelle, non riconducibile allo schema distorto della convenzionalità socio-culturale. Malgrado non lo conoscessi, Stefano era un compagno di strada, che camminava, come me, sul marciapiede opposto a quello dei bravi ragazzi. Stefano era un tossico. E finanche Ilaria, la sorella che tanto si è battuta perché venisse a galla la verità, non ne tollerava più gli atteggiamenti autodistruttivi.

E allora, dove non arriva l’eroina, arriva la violenza repressiva dello Stato borghese, espressione di quella società che, personalmente, considero, essa sì, malata. Malata, oggi più che mai, di narcisistico senso dell’uguale. E ci arriva, kafkianamente, con tutto il suo fardello morale (Nietzsche) il cui peso lascia cadere sull’esile corpo di Stefano. Un corpo già fragile, che nel film, grazie allo strepitoso lavoro di Borghi, diventa scandalosa ostensione del dolore e cristica immagine di Agnello sacrificale. Un sacrificio da compiere sul lurido Altare della Patria, compiuto da barbari sacerdoti in divisa da Carabiniere.

Stefano muore così: di Stato, di Polizia, di Legge. Muore di una Sanità composta da medici apatici e disattenti. Muore di carcere. Muore di sorveglianza e punitiva autorità. Muore di vigliaccheria. Muore di Italianità.

E muore di sé stesso. Muore della sua intolleranza alle regole. Muore del suo stesso carattere introverso e caparbio. Muore della sua incapacità di adattarsi al mondo e agli altri. Specie se questi altri hanno la faccia atroce e violenta dell’autorità poliziesca e giudiziaria.

Infine, muore di Desiderio di Desiderio. Muore del Desiderio di morte. Muore di quell’insopprimibile, fagocitante, insaziabile Desiderio del nulla, che solo chi è tossico conosce. D’altronde, che cos’è la roba? Panacea di ogni male. Balsamo per ogni ferita. Oblio inverecondo di sé. Allucinato teatro espressionista, dove mettere in scena l’inconscio e le sue immagini fluttuanti. Evocazione della Morte in vita. Languido stato dionisiaco. Un lento consumarsi alla fiamma del niente!

Ma Stefano è morto principalmente di indifferenza e di vendetta. E non c’è da meravigliarsi, perché in questo paese, intriso di morale giudaico-cristiana e di ipocrita doppiezza cattolica, il dio violento e vendicativo del Vecchio Testamento non ha mai ceduto il suo Verbo, ancestrale e grondante sangue, al Figlio, portatore della Buona Novella, nel Nuovo. Quel figlio, che andava predicando, nei suoi discorsi, che l’essenza divina sarebbe quella dell’infinito amore per l’Uomo, specie quello più fragile e bisognoso di compassionevole aiuto. Quel figlio, che non faceva distinzioni tra gli esseri umani. Quel Figlio dell’Uomo, ucciso dalla cieca autoreferenzialità del Potere sacerdotale.

Documenti! Comincia così l’incubo di Stefano Cucchi, narrato nel film. Un incubo che, in strada, chiunque abbia fatto uso di droga, ha vissuto. La paura, gli schiaffi degli sbirri, le minacce, le pistole puntate, i calci. La Polizia, davanti ad un tossico, abusa spesso del suo potere. Perché sa che il tossico non reagisce. Non parla. E qualora lo facesse, chi gli crederebbe? Ed è esattamente quanto è successo a Stefano.

Cremonini non nasconde nulla delle responsabilità di Cucchi, che al momento del fermo aveva con sé alcune dosi di hashish e di cocaina. Non nasconde il suo carattere indocile, scontroso, la sua riluttanza ad accettare le cure mediche. Ma, proprio per questo, per contrasto e quasi per un incredibile paradosso, le immagini lasciano risaltare l’assurdità dell’intera vicenda e le macroscopiche colpe del sistema carcerario e giudiziario, in quella che si definisce una democrazia.

Dunque, tra Kafka e Pasolini, Cremonini traccia il Calvario di un Cristo contemporaneo e capovolto, perso nelle lande, ghiacciate e indifferenti, della violenza. Violenza impersonale della Legge. Violenza corporale dello Stato.

Lande abitate da sciacalli assassini, che vestono la divisa terrorizzante dello sbirro. Da Magistrati, la cui sensibilità umana è riconducibile ad un arido regolamento del codice, e la cui onestà intellettuale è assimilabile al libero arbitrio punitivo. Da medici, la cui unica preoccupazione è lavarsi pilatescamente le mani, con buona pace del giuramento d’Ippocrate e di qualunque senso dell’umana pietà. Da Guardie Penitenziarie, il cui unico interesse è non essere coinvolti in un’accusa di sevizie sul detenuto. Perché che Stefano fosse stato fatto oggetto di violenze da parte dei Carabinieri che lo avevano arrestato, e non fosse certo “caduto per le scale”, era evidente.

Una solitudine asfissiante, come quella che prorompe dall’Urlo di Munch, aleggia su tutto il film e pervade ogni luogo, ogni persona, ogni parola. Perfino i muri sono impregnati di solitudine. Una solitudine che strazia il cuore e l‘intelligenza.

Veniamo così risucchiati, per l’intera durata della proiezione, in un vortice inumano di omertà, stupidità, perverso godimento sadico, incomprensione, pregiudizio, abuso di potere, violenza di stato e di classe. Insomma, il nucleo incandescente dell’Italica cultura: pretesca, piccolo-borghese, stagnante. Addirittura pornografica, nel suo culto patriarcale e fallico. Cristianamente senza dio!

A duemila anni di distanza, ancora una volta, i Farisei, colti e borghesi, inchiodano sulla croce della propria stessa colpa, il loro Cristo immacolato. Colpevole solo di non voler accettare le loro regole. La loro fede fatta di dogmi e non di vita.

Seguendo questa traccia ermeneutica, Stefano Cucchi/Alessandro Borghi – che non lavora affatto di immedesimazione – è un corpo eucaristico che si offre in sacrificio al Libro della Legge. Legge di un Dio/Padrone, che, lontano, in un Castello, o rinchiuso nella fredda aula di un Tribunale, non può amarlo, ma soltanto condannarlo per la sua umanità.

Il corpo di Stefano/Alessandro, nella trasfigurazione operata dall’immagine/cinema, diventa, così, il sacrificio in redenzione di tutti i diseredati, i clochard, i tossici, i folli di questo mondo. È il Cristo del Mantegna. È l‘Accattone di Pasolini. È Il cane senza padrone della compagnia teatrale Motus. È il K del Processo, la cui morte è finanche grottesca nella sua straziante tragicità.

Michel Foucault, in Sorvegliare e Punire, sostiene che esiste una correlazione insolubile tra Capitalismo e Potere Disciplinare; mentre ne La Microfisica del Potere afferma: «Nel tempo del libero mercato... le società creano individui coerenti alla nuova società, ordinati, addestrati, utili, separati». Stefano Cucchi non era un individuo coerente, non era ordinato, non era utile. Così, la società lo ha punito, uccidendolo. E ancora continua ad ucciderlo, infangandolo anche dopo morto, nel violento e delirante baccanale dei social. Una società malata e incattivita, che va messa in discussione sin dai suoi presupposti. In nome di una smarrita solidarietà umana e di una dimenticata Giustizia sociale.

Concludo questa riflessione, amara e personalissima, con un ringraziamento, che ritengo doveroso, rivolto a tutti coloro che hanno partecipato a questo progetto coraggioso e di imprescindibile valore etico, in un momento delicatissimo della storia italiana e della sua cultura. Un’Italia che torna ad essere attraversata da inquietanti fantasmi autoritari, da sempre più incalzanti derive repressive e da un vasto e preoccupante sentimento di intolleranza, nei confronti di chiunque non rientri negli angusti paradigmi del pensiero omologante.

Un grazie particolare, poi, mi sia consentito di rivolgerlo a due attori napoletani – Orlando Cinque e Rita Montes – che, pur in piccoli ruoli, hanno dato un importante contribuito artistico alla realizzazione di questa significativa opera cinematografica.

Ciao Stefano. Che la terra ti sia lieve!

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