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lunedì 29 ottobre 2018

Sulla mia pelle: un Cristo contemporaneo tra Kafka e Pasolini

La delinquenza – come anche, con essa, la tossicodipendenza – e la marginalità, la miseria, l’indigenza che spesso le determinano, all’interno di una società capitalistica e sviluppata, sono produttive. Producono cioè l’intero sistema legale, il conseguente apparato di sorveglianza e punizione (per rimandare a Foucault), nonché l’indotto complessivo, in termini culturali, sociali e repressivi. Ma, soprattutto, fanno comodo ai padroni.

«I padroni si servono della delinquenza: additando al disprezzo delle masse – servendosi dei loro giornali – i poveracci, i manovali del furto, quegli sbandati che, con la loro dottrina, hanno instradato al crimine. Si rifanno così una verginità, e abituano la gente a pensare che le uniche rapine, estorsioni, furti, omicidi, sono quelli fatti da questi disperati “pistola in pugno”, e non quelli che ogni giorno commettono (lor signori, ndr), con lo sfruttamento. Preparano l’opinione pubblica alla polizia che spara e uccide, condannando a morte senza processo, dietro il comodo paravento della “difesa della tranquillità dei cittadini”».

E ancora: «Il carcere è forse l’aspetto più evidente dello scopo di uccidere che si pone il capitalismo. È sempre stato usato per ricattare, spaventare, tenere sottomesso il popolo, e dove l’intimidazione non bastava, è servito per torturare, ridurre a larve umane, uccidere lentamente e legalmente, tutte le volte che i padroni non avevano la forza o il coraggio di fucilare o massacrare nelle piazze tutti quelli che non accettavano passivamente lo sfruttamento e la miseria».

E infine: «Se c’è una cosa che unisce strettamente gli operai (il proletariato, ndr) e i cosiddetti delinquenti comuni è proprio l’odio per la polizia, “il braccio armato dei padroni”. La polizia sarà sempre usata per reprimerci, anche se è formata da poveri diavoli. E sarà proprio questa violenta lotta in comune, uno dei principali motivi che porteranno a unirsi, nelle piazze e nei quartieri, operai, disoccupati, “sottoproletari”».

Si tratta di tre brani estrapolati da Liberare Tutti i Dannati della Terra, un’edizione, ormai introvabile, di Lotta Continua, datata 1973. Un libro scritto, come può leggersi in epigrafe, «dal proletariato» per il proletariato tenuto prigioniero, vessato, torturato e a volte ammazzato, nelle carceri dei padroni e dai loro servi in divisa. Un libro importante, di quelli che oggi – considerata l’orgia legalista, securitaria, manettara, alla quale partecipano, giocondi, istituzioni, magistratura, polizie, giornalisti e gran parte del popolo – sarebbe inimmaginabile, non dico scrivere, ma addirittura concepire.

Orbene, quel volume e quei passaggi, con le contigue riflessioni scaturitene, mi sono tornati in mente, con tutta la loro rivoluzionaria carica di rabbia, dolore e denuncia, durante la visione di Sulla mia pelle. La pellicola – è proprio il caso di rielaborare tristemente questo semantema – agghiacciante e struggente, intensa e tragica; furente, come uno squarcio su una tela di Brugel; urticante e penetrante, come una spada che buca la carne e rompe le vene; mortificante, essenziale, incazzata, lucida, anti retorica, coraggiosa; ma soprattutto (una pellicola) necessaria, sugli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi. Il trentunenne romano, tossico – uso il termine volutamente, non con valore dispregiativo ma, anzi, con pervicace volontà iconoclastica e orgoglioso senso di appartenenza ai cosiddetti reietti, emarginati, rifiuti sociali, ai quali mi sono sempre pregiato di ascrivermi – torturato e assassinato, a calci e pugni, da tre carabinieri, dopo un banale fermo.

E possiamo gridarlo ad alta voce, ormai, che di infame e brutale assassinio si trattò, visto che risale, ad alcuni giorni or sono, la confessione, depositata da uno dei tre militari dell’Arma, accusati dell’omicidio di Stefano, con cui questi ha chiamato in correità i colleghi. Confessione che, prima ancora di configurare un atto giuridico, costituisce quel cattolico sacramento finalizzato al riconoscimento delle proprie colpe e, dunque, all’espiazione dei propri peccati. Quei peccati, in questo caso, che ci auguriamo invece vivamente, continuino a torturare l’incostante e offuscata coscienza del vile, ma cristiano, rappresentante della Benemerita. Il quale, quell’Io confesso l’ha pronunciato nientepopodimeno che a distanza di ben nove anni! Ma bisogna capirlo: certe decisioni vanno ponderate con la dovuta accuratezza, specie se hai a che fare con oscuri graduati che potrebbero farti il culo.

E dunque, noi vogliamo farli qui, i nomi di quegli ignobili “uomini da niente” che, abusando del loro potere, hanno massacrato un ragazzo inerme, colpevole solo di non rientrare nel loro gretto schema mentale e nel loro pregiudizio esistenziale. In base ai quali, chiunque si macchi di diversità – il reato moralmente più riprovevole e scabroso, nell’ipocrita società italiana, sempre più omologata, perbenista, borghese, “bianca” e cattolicamente atea – va punito e, all’occorrenza, giustiziato. Stuprato, se donna.

Basti ricordare il caso più eclatante e famigerato: quello della compianta Franca Rame. Il cui stupro – la sua indicibile colpa era di essere attrice, anarcocomunista, e soprattutto interprete, con Dario Fo, dello spettacolo che denunciava l’omicidio di Giuseppe Pinelli ad opera della polizia e, nella fattispecie, del commissario Calabresi e dei suoi uomini – fu eseguito da fascisti di Piazza San Babila, a Milano, sempre pronti a prestare la loro criminale opera agli sbirri. L’ordine veniva dai vertici della caserma Pastrengo, nello stesso capoluogo lombardo, nelle persone del Generale Giovanni Battista Palumbo (all’epoca, comandante della piazza di Milano), con il coinvolgimento del futuro capo del Sid, Generale Vito Miceli. Lo stesso Miceli che venne poi accusato, a più riprese, di aver preso parte a tentativi eversivi di stampo autoritario e di aver ordinato e coperto alcune delle stragi che hanno insanguinato il nostro paese. D’altronde, questa è la cultura che permea militari e corpi di polizia italiani, sin dalla risorgimentale “Unità della Patria”. Una cultura imbevuta di violenza, machismo, razzismo e servilismo. Insomma, una cultura fascista!

Francesco Tedesco (il reo confesso), Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro (i due militari accusati dell’omicidio), il maresciallo Roberto Mandolini e Vincenzo Nicolardi (responsabili di aver coperto quanto avvenuto). Questi i nomi dei cinque “signori” in divisa che, la sera del 15 Ottobre 2009, condannano a morte Cucchi, la cui “grave” colpa era di essere tossicodipendente. E che eseguono “la sentenza”.

Per una volta, vogliamo credere che anche un film – e dunque l’Arte e la Cultura, quando divengono linguaggio con cui si aprono al mondo e ci parlano di esso, attraverso la loro forma (per parafrasare Adorno) o ne penetrano la realtà e ne succhiano l’essenza (per dirla con Lukàcs) restituendone, attraverso un esempificatorio smantellamento delle sovrastrutture, quei rapporti economici e perciò stesso di Potere, su cui poggia il dominio della classe dominante – abbia potuto determinare, insieme alle implicite dinamiche psicologiche, inter ed intrasoggettive, e a quelle prodottesi in seguito al reale procedere dei fatti, questo nuovo corso processuale. Ad uno con quello che Ilaria Cucchi, la mai doma e fiera sorella di Stefano, ha definito lo sgretolamento del muro di omertà.

Un film, quindi, necessario, come dicevo più sopra, di cui non mi è facile parlare perché mi è costato non poca fatica e sofferenza, il guardarlo. E per precise ragioni personali.

Pertanto, mi corre l’obbligo, nell’atto di scrivere quella che, più che una recensione potrebbe leggersi come una minuziosa analisi al microscopio dell’intimo tumulto che, Sulla mia pelle, ha scatenato – andando a graffiare i nervi più scoperti nella vita di chi scrive – di fare una precisazione. Vidi la pellicola circa un mese fa, in pratica nei giorni della sua uscita in sala. Tante volte mi sono emozionato di fronte ad un film, ad uno spettacolo, ad un quadro, ad una scultura; leggendo una poesia o un romanzo; mi sono anche commosso, in alcune occasioni: raramente da giovane un po’ di più con il passare degli anni, quando la durezza dello spirito e dell’intelligenza lascia il posto, a tratti, all’indulgenza del sentimento. Ma mai mi era capitato di scoppiare in un pianto quasi disperato.

Alla fine della proiezione di Sulla mia Pelle, infatti, non ho saputo e non ho voluto trattenere le lacrime, sopraffatto dalla continua fibrillazione, affiorante dalle profonde corde del nostro inconscio, che mi aveva scosso durante l’intera durata del film. Una fibrillazione – ci tengo a precisare – mai sentimentalistica, ma sempre schiumante rabbia e odio, contro istituzioni e divise; contro il perverso potere dell’arbitrio e del sopruso. Avviluppata in un viscerale cordone ombelicale di amore, umano e fraterno, per Stefano.

Merito, ovviamente, del film. Che, prodotto da Cinamaundici e Lucky Red, è stato diretto, con la mano ferma e la determinazione intellettuale di chi sa di star raccontando la semplice verità dei fatti, da Alessio Cremonini; e magnificamente interpretato da Alessandro Borghi, cui hanno fatto da corollario le belle interpretazioni di Jasmine Trinca, Max Tortora e Milvia Marigliano.

E allora, considerato l’incandescente magma emotivo e psicologico, e le ferite abissali, che la storia – da me, comunque, già ben conosciuta – ha lasciato tracimare e riemergere alla visione, rompendo gli argini della ragione, nell’occhio distaccato del puro spettatore, e incidendo crepe epidermiche, come quella su evocata spada, il cui ago infierisce sulla mia pelle, trapassando tendini, muscoli e cervello, ho sentito la necessità di lasciar raffreddare quell’incandescente materia pulsionale, fatta di fredda ira, cocente tenerezza, violento desiderio di vendetta, immedesimazione, autocompassione e autoflagellazione, ricordi e memoria tossica, prima di scriverne. E il motivo è semplice.

Conosco bene la tossicodipendenza e cosa voglia dire sentirsi tossici. La sensazione di essere considerati tossici. Lo sguardo di chi ti vuol bene e ti ama. Quegli occhi angosciati ma trepidanti di speranza; scettici eppur certi della loro ormai invariabile percezione; sgomenti, impauriti, atterriti, eppur vibranti della voglia di liberarsi da tanto ingiustificabile e ingiustificato timore; illusi ma immediatamente disillusi, da un troppo lento battito di ciglia; compassionevoli ma incazzati; ormai quasi indifferenti, eppur pieni di raggelata premura; rassegnati seppur aggrappati ad un ultimo, estremo brandello di coraggio, da infonderti. Occhi che ti spiano nella tua strafatta solitudine, nutrita di pace artificiosa e di avvilito bisogno dell’altro. Un altro che non c’è, non può esserci tra le acque lontane di un caotico oceano calmo. Sguardi che ti scrutano nella tua intimità smarrita, tra le stelle roboanti e sfavillanti di un cielo caduto, dipinto dal tuo, personalissimo Van Gogh; mentre tu affetti dolcezze, carezze, ipersensibilità estetiche, prive di quella verità che l’eroina dice per te, che la mano tradisce nello sfiorare e la voce non inganna, nella sua svogliata lontananza. La medesima voce che, insieme alla tua persona, passata al vaglio di una sorta di poligrafo acustico, visuale e intellettivo, diventa l’atto d’accusa contro te stesso. Due dita che tormentano il naso, un prurito, un eccesso di languidezza tradiscono la tua, per loro e per il mondo, incomprensibile, disperata atarassia.

Quegli sguardi, quegli occhi, quelle affannose, tormentate sensazioni li ho ritrovati e rivissuti nel film. Nel volto amareggiato e deluso, arrabbiato e combattivo della sempre brava Jasmine Trinca (Ilaria Cucchi): una certezza, nel deprimente panorama cinematografico nostrano, mai inflazionatasi nel narcisistico gioco delle continue apparizioni, anche se qui impegnata in un ruolo che è poco più di un cameo. Nell’afflizione morale di una Milvia Marigliano (la madre), che si conferma interprete capace di spaziare dal teatro al cinema, senza mai smarrire quella magnifica capacità di attrice (oggi una gemma rara, diciamolo) in grado di restituire al personaggio il suo spessore psicologico e umano, scavandone l’intimo sentire. Nello sgomento, confuso e un po’ vile padre di Max Tortora, che ci racconta di un uomo incapace di ergersi a modello da imitare – divenendo, anzi, con ogni evidenza, un simbolo da distruggere – e inerte quando si tratta di affrontare una situazione, che mai avrebbe immaginato di poter vivere; ma soprattutto debole di fronte ad uno Stato che gli sta togliendo e ammazzando il figlio. Quel figlio drogato di cui vergognarsi, perché è la società ad avergli impresso le stimmate della vergogna, con il suo sguardo grondante disgusto morale e con la sua crudele, “esimia tartuferia”, per dirla con Artaud.

E la vicenda di Stefano – narrata con tutta la lacerazione di un grido senza voce da Cremonini – ci fa senz’altro pensare alle parole, che il poeta e drammaturgo francese dedicò a Vincent Van Gogh ne Il suicidato della società. Come Van Gogh, anche Stefano Cucchi è la vittima designata di una società omologante e omologata, che ci vuole tutti indefettibili, sani, stupidamente felici, possibilmente benestanti, bianchi, e dove la povertà sia emarginata, la problematicità negata e la diversità espulsa.

È per questo che sono state create quelle enormi discariche sociali che sono le galere e gli ospedali psichiatrici: per nascondere, allo sguardo torvo della società benpensante, il malessere, la diversità, l’orrore umano del dolore. Quella società che Artaud, nel già citato libro dedicato a Van Gogh, così descrive: «Un mondo in cui si mangia ogni giorno vagina cotta in salsa verde o sesso di neonato flagellato e aizzato alla rabbia, colto così com’è all’uscita dal sesso materno […] Ed è così, per quanto delirante possa sembrare tale affermazione, che la vita presente si mantiene nella sua vecchia atmosfera di stupro, anarchia, disordine, delirio, sregolatezza, pazzia cronica, inerzia borghese, anomalia psichica…di voluta disonestà…di lurido disprezzo per tutto ciò che mostra di avere razza, di rivendicazione di un ordine fondato interamente sul compiersi di una primitiva ingiustizia, di crimine organizzato…».

È questo il consesso umano che condanna e uccide Stefano Cucchi. Perché Stefano non era un ragazzo capace di rispondere ai canoni morali di quel consesso. Era un ragazzo difficile, problematico, ribelle, non riconducibile allo schema distorto della convenzionalità socio-culturale. Malgrado non lo conoscessi, Stefano era un compagno di strada, che camminava, come me, sul marciapiede opposto a quello dei bravi ragazzi. Stefano era un tossico. E finanche Ilaria, la sorella che tanto si è battuta perché venisse a galla la verità, non ne tollerava più gli atteggiamenti autodistruttivi.

E allora, dove non arriva l’eroina, arriva la violenza repressiva dello Stato borghese, espressione di quella società che, personalmente, considero, essa sì, malata. Malata, oggi più che mai, di narcisistico senso dell’uguale. E ci arriva, kafkianamente, con tutto il suo fardello morale (Nietzsche) il cui peso lascia cadere sull’esile corpo di Stefano. Un corpo già fragile, che nel film, grazie allo strepitoso lavoro di Borghi, diventa scandalosa ostensione del dolore e cristica immagine di Agnello sacrificale. Un sacrificio da compiere sul lurido Altare della Patria, compiuto da barbari sacerdoti in divisa da Carabiniere.

Stefano muore così: di Stato, di Polizia, di Legge. Muore di una Sanità composta da medici apatici e disattenti. Muore di carcere. Muore di sorveglianza e punitiva autorità. Muore di vigliaccheria. Muore di Italianità.

E muore di sé stesso. Muore della sua intolleranza alle regole. Muore del suo stesso carattere introverso e caparbio. Muore della sua incapacità di adattarsi al mondo e agli altri. Specie se questi altri hanno la faccia atroce e violenta dell’autorità poliziesca e giudiziaria.

Infine, muore di Desiderio di Desiderio. Muore del Desiderio di morte. Muore di quell’insopprimibile, fagocitante, insaziabile Desiderio del nulla, che solo chi è tossico conosce. D’altronde, che cos’è la roba? Panacea di ogni male. Balsamo per ogni ferita. Oblio inverecondo di sé. Allucinato teatro espressionista, dove mettere in scena l’inconscio e le sue immagini fluttuanti. Evocazione della Morte in vita. Languido stato dionisiaco. Un lento consumarsi alla fiamma del niente!

Ma Stefano è morto principalmente di indifferenza e di vendetta. E non c’è da meravigliarsi, perché in questo paese, intriso di morale giudaico-cristiana e di ipocrita doppiezza cattolica, il dio violento e vendicativo del Vecchio Testamento non ha mai ceduto il suo Verbo, ancestrale e grondante sangue, al Figlio, portatore della Buona Novella, nel Nuovo. Quel figlio, che andava predicando, nei suoi discorsi, che l’essenza divina sarebbe quella dell’infinito amore per l’Uomo, specie quello più fragile e bisognoso di compassionevole aiuto. Quel figlio, che non faceva distinzioni tra gli esseri umani. Quel Figlio dell’Uomo, ucciso dalla cieca autoreferenzialità del Potere sacerdotale.

Documenti! Comincia così l’incubo di Stefano Cucchi, narrato nel film. Un incubo che, in strada, chiunque abbia fatto uso di droga, ha vissuto. La paura, gli schiaffi degli sbirri, le minacce, le pistole puntate, i calci. La Polizia, davanti ad un tossico, abusa spesso del suo potere. Perché sa che il tossico non reagisce. Non parla. E qualora lo facesse, chi gli crederebbe? Ed è esattamente quanto è successo a Stefano.

Cremonini non nasconde nulla delle responsabilità di Cucchi, che al momento del fermo aveva con sé alcune dosi di hashish e di cocaina. Non nasconde il suo carattere indocile, scontroso, la sua riluttanza ad accettare le cure mediche. Ma, proprio per questo, per contrasto e quasi per un incredibile paradosso, le immagini lasciano risaltare l’assurdità dell’intera vicenda e le macroscopiche colpe del sistema carcerario e giudiziario, in quella che si definisce una democrazia.

Dunque, tra Kafka e Pasolini, Cremonini traccia il Calvario di un Cristo contemporaneo e capovolto, perso nelle lande, ghiacciate e indifferenti, della violenza. Violenza impersonale della Legge. Violenza corporale dello Stato.

Lande abitate da sciacalli assassini, che vestono la divisa terrorizzante dello sbirro. Da Magistrati, la cui sensibilità umana è riconducibile ad un arido regolamento del codice, e la cui onestà intellettuale è assimilabile al libero arbitrio punitivo. Da medici, la cui unica preoccupazione è lavarsi pilatescamente le mani, con buona pace del giuramento d’Ippocrate e di qualunque senso dell’umana pietà. Da Guardie Penitenziarie, il cui unico interesse è non essere coinvolti in un’accusa di sevizie sul detenuto. Perché che Stefano fosse stato fatto oggetto di violenze da parte dei Carabinieri che lo avevano arrestato, e non fosse certo “caduto per le scale”, era evidente.

Una solitudine asfissiante, come quella che prorompe dall’Urlo di Munch, aleggia su tutto il film e pervade ogni luogo, ogni persona, ogni parola. Perfino i muri sono impregnati di solitudine. Una solitudine che strazia il cuore e l‘intelligenza.

Veniamo così risucchiati, per l’intera durata della proiezione, in un vortice inumano di omertà, stupidità, perverso godimento sadico, incomprensione, pregiudizio, abuso di potere, violenza di stato e di classe. Insomma, il nucleo incandescente dell’Italica cultura: pretesca, piccolo-borghese, stagnante. Addirittura pornografica, nel suo culto patriarcale e fallico. Cristianamente senza dio!

A duemila anni di distanza, ancora una volta, i Farisei, colti e borghesi, inchiodano sulla croce della propria stessa colpa, il loro Cristo immacolato. Colpevole solo di non voler accettare le loro regole. La loro fede fatta di dogmi e non di vita.

Seguendo questa traccia ermeneutica, Stefano Cucchi/Alessandro Borghi – che non lavora affatto di immedesimazione – è un corpo eucaristico che si offre in sacrificio al Libro della Legge. Legge di un Dio/Padrone, che, lontano, in un Castello, o rinchiuso nella fredda aula di un Tribunale, non può amarlo, ma soltanto condannarlo per la sua umanità.

Il corpo di Stefano/Alessandro, nella trasfigurazione operata dall’immagine/cinema, diventa, così, il sacrificio in redenzione di tutti i diseredati, i clochard, i tossici, i folli di questo mondo. È il Cristo del Mantegna. È l‘Accattone di Pasolini. È Il cane senza padrone della compagnia teatrale Motus. È il K del Processo, la cui morte è finanche grottesca nella sua straziante tragicità.

Michel Foucault, in Sorvegliare e Punire, sostiene che esiste una correlazione insolubile tra Capitalismo e Potere Disciplinare; mentre ne La Microfisica del Potere afferma: «Nel tempo del libero mercato... le società creano individui coerenti alla nuova società, ordinati, addestrati, utili, separati». Stefano Cucchi non era un individuo coerente, non era ordinato, non era utile. Così, la società lo ha punito, uccidendolo. E ancora continua ad ucciderlo, infangandolo anche dopo morto, nel violento e delirante baccanale dei social. Una società malata e incattivita, che va messa in discussione sin dai suoi presupposti. In nome di una smarrita solidarietà umana e di una dimenticata Giustizia sociale.

Concludo questa riflessione, amara e personalissima, con un ringraziamento, che ritengo doveroso, rivolto a tutti coloro che hanno partecipato a questo progetto coraggioso e di imprescindibile valore etico, in un momento delicatissimo della storia italiana e della sua cultura. Un’Italia che torna ad essere attraversata da inquietanti fantasmi autoritari, da sempre più incalzanti derive repressive e da un vasto e preoccupante sentimento di intolleranza, nei confronti di chiunque non rientri negli angusti paradigmi del pensiero omologante.

Un grazie particolare, poi, mi sia consentito di rivolgerlo a due attori napoletani – Orlando Cinque e Rita Montes – che, pur in piccoli ruoli, hanno dato un importante contribuito artistico alla realizzazione di questa significativa opera cinematografica.

Ciao Stefano. Che la terra ti sia lieve!

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