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mercoledì 31 ottobre 2018

Scontro con la Ue, più recitato che reale

Come lo scorpione della favola, l’Unione Europea non può cambiare la propria natura. Anche se questo la porterà alla catastrofe.

Lo stesso non si può dire per il governo gialloverde, piegato a ogni compromesso con chiunque e “celodurista” sono nella comunicazione pubblica.

L’ultima lettera arrivata da Bruxelles, ieri, sembra confermare il percorso di scontro frontale che sarebbe stato scelto dalla Commissione per ridurre a più miti consigli l’esecutivo italiano, troppo dirazzante rispetto alle “regole” imposte dai trattati. L’altra conferma viene dalla firma in calce alla nuova lettera, quella di Marco Buti, direttore generale degli Affari economici e finanziari della Ue: nella tecnoburocrazia europea non ci si deve attendere un occhio di riguardo dai propri connazionali (basta pensare a Mario Draghi...), a meno che non si tratti di tedeschi che devono scrivere a Berlino.

La missiva chiede spiegazioni sul perché la diminuzione del debito pubblico prevista dal governo grillin-leghista sia così imitata, ben al di sotto di quanto suggerito dalla Commissione, previsto dai trattati e promesso dal governo precedente. Non che quest’ultimo avesse fatto meglio nell’arco della sua vita, ma uscendo da Palazzo Chigi aveva anche lui largheggiato in promesse (alla Ue, non all’elettorato... e questo spiega qualcosa sui risultati).

Il debito italiano al 131,2% del Pil nel 2017, dovrebbe scendere al al 130,9% entro la fine di quest’anno e calare ancora al 130% nel 2019; troppo poco, per la Ue.

Viste le dimensioni dell’economia italiana, la terza del continente, il debito «è anche una fonte di preoccupazione per l’area euro nel suo complesso», per cui si chiede “di fornire una relazione sui cosiddetti ‘fattori rilevanti’ che possano giustificare un andamento del rapporto Debito/PIL con una riduzione meno marcata di quella richiesta”.

“L’ampia espansione del bilancio 2019 è in contrasto con l’aggiustamento raccomandato dal consiglio” e questo “unito ai rischi al ribasso per la crescita del Pil nominale” è incompatibile con “la necessità di ridurre in maniera risoluta il rapporto debito Pil dell’Italia”.

Emerge con molta chiarezza come alla Commissione non interessi affatto quale sia la congiuntura economica che si sta affrontando, ma solo il rispetto delle proprie indicazioni. E dire che la frenata del Pil (il terzo trimestre si è chiuso con crescita zero, dopo tre anni di timidissimi rialzi) dovrebbe consigliare qualsiasi economista molta prudenza nella riduzione del debito, perché tagliare la spesa pubblica o rinviare gli investimenti potrebbe avere un pessimo effetto “pro ciclico”. Ossia aggravare l'incipiente stagnazione trasformandola velocemente in recessione.

Ma i ragionieri di Bruxelles ragionano con schemini econometrici, psico-matematici, non con i dati dell’economia reale. E dunque il Buti continua imperterrito: “Un debito pubblico così elevato limita lo spazio di manovra del governo per spese più produttive a beneficio dei suoi cittadini. Date le dimensioni dell’economia italiana, è anche una fonte di preoccupazione per l’area euro nel suo complesso”.

Tutto molto giusto, da manuale... Peccato che proprio il percorso cui sono stati costretti tutti i paesi con debito alto (ma anche alcuni con debito relativamente limitato) ha prodotto il risultato opposto: l’incremento del debito (in Italia ha iniziato a correre da quando ci fu la separazione tra Tesoro e Banca d’Italia, che fin lì aveva calmierato gli interessi sul debito acquistando titoli di stato direttamente in asta).

Perentorio, infine, anche il termine indicato per ottenere una risposta: il 13 novembre, giorno in cui dovrebbe essere presentata anche la manovra “rivista” dopo la bocciatura da parte della Commissione.

Ampiamente attesa anche la risposta dell’omni-ministro Salvini, che garantisce “la manovra non cambierà”.

Chiacchiere, naturalmente. Bisogna ricordare che la bozza di legge di stabilità approvata dal consiglio dei ministri si limita ad indicare le cifre postate per i singoli capitoli di spesa (tot miliardi per “quota 100”, tot per il reddito di cittadinanza, ecc.), ma non contiene alcuna indicazione sul modo in cui queste misure verranno concretizzate. Modi che, naturalmente, possono cambiare anche di molto l’entità della spesa.

Il governo grillin-leghista, insomma, si sta tenendo le mani libere per variare in modo anche rilevante la struttura della manovra, ma con una formula che permette di “comunicare” assoluta “fermezza” nei confronti di Bruxelles.

Una verifica empirica di questo modo furbetto di agire la si è avuta nelle ultime settimane su diversi temi (dal Tap all’Ilva, dal condono fiscale alle spese militari, dal decreto su Genova alla Terra dei fuochi, ecc). Non stranamente la maggior parte delle marce indietro ha riguardato i Cinque stelle, che stanno già pagando dazio con divisioni e caduta nei sondaggi.

Ma quando quei capitoli di spesa saranno riempiti – e a seconda di come lo saranno – anche i leghisti potrebbero esser obbligati a spacciare per “realizzazioni” il contrario di quanto promesso. Con effetti sperabilmente tragici per loro.

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