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mercoledì 31 ottobre 2018

Il “disagio” dei senatori M5S sul decreto Salvini. Uno scenario ben fissato nella memoria

Il Senato come è noto è il luogo istituzionale dove gli equilibri sono sempre incerti, tant’è che Renzi e la sua cricca volevano abolirlo. Il problema si sta ripresentando sul voto relativo al liberticida Decreto Salvini sulla sicurezza. Il decreto rappresenta un vero e proprio accanimento contro gli immigrati (che, ad esempio, sta già producendo danni in molte città con la chiusura dei centri di accoglienza pubblici), ma anche contro le possibilità di resistenza da parte di lavoratori, senza casa e attivisti con la criminalizzazione di forme di lotta come i blocchi stradali e le occupazioni di edifici.

Insomma un decreto che puzza di stato poliziesco lontano un chilometro e che presenta diversi aspetti di incostituzionalità su cui stanno lavorando giuristi e comitati in tutta Italia. Questa natura liberticida non sembra sfuggire ad alcuni senatori del M5S che cominciano a manifestare pubblicamente il loro disagio e, in alcuni casi, la loro opposizione.

“Il decreto legge sulla sicurezza è un provvedimento partito male e io voglio votare contro”. La senatrice del M5s Paola Nugnes conferma il suo giudizio complessivamente negativo sul decreto sicurezza “partito male – sottolinea – perchè è mancata una sintesi già in Consiglio dei ministri”. Un provvedimento che produrrà effetti ancora più negativi sulla immigrazione irregolare. Sulla ipotesi di fiducia in Aula, la senatrice aggiunge: “Valuterò, in quel caso probabilmente mi asterrò”. Sulla minaccia di espulsione dal Movimento, la senatrice Nugnes replica: “Non ho avuto minacce e non sono ricattata. Sono in perfetta asse con i miei valori e con i valori della Costituzione”. “Io sono portatrice – prosegue – della visione iniziale del movimento e non condivido questa trasformazione alla quale stiamo assistendo”.

Anche il senatore del M5S Mattia Mantero, annuncia che: “Il decreto sicurezza? Io non lo voterò, se votare contro o non votarlo lo deciderò la notte prima, al momento sono più per non votarlo. Anche se ci fosse la fiducia”.

Infine la senatrice M5S Elena Fattori fa sapere che “Il problema è sicuramente Salvini, a noi non sarebbe mai venuto in mente di fare un testo del genere che di sicurezza ha molto poco. Questo decreto forse porterà più insicurezza, mi fa molta paura”, commenta la Fattori, vicepresidente della Commissione Agricoltura, che figura anche tra i quattro senatori M5S che hanno espresso perplessità sul decreto: “Bisognerebbe lasciare spazio non dico alle idee diverse, ma a quelli che ancora la pensano come prima”, aggiunge Fattori alludendo al nuovo orientamento assunto dal Movimento in materia immigrazione dopo essere salito al governo. “Mi lascia un po’ amareggiata questo voler dire no ai pareri contrari sui temi delicati”, conclude Fattori che però aggiunge: “Di Maio è stato conciliante, mi ha detto che non ha nulla in contrario ai voti in dissenso”.

Ma per bloccare al Senato il Decreto Salvini di voti contrari nella maggioranza ne servono almeno sei.

Si va in qualche modo riproducendo la situazione del secondo governo Prodi sulle missioni militari in Iraq e Afghanistan. Nella prima votazione (luglio 2006), tutti i senatori dei partiti di sinistra, nonostante gli appelli del movimento contro la guerra e una riuscitissima assemblea a sostegno del NO che si tenne al centro Frentani a luglio, votarono si e salvarono il governo del centro-sinistra da poco insediato. L’assemblea del movimento pacifista aveva l’obiettivo di creare proprio un “cordone di protezione politico” verso i senatori che avrebbero deciso di votare No, anche mettendo in sollecitazione il neonato governo Prodi. Ma non fu sufficiente e prevalse una “realpolitik” che annunciava il suicidio politico dei partiti della sinistra in Parlamento.

Occorrerà attendere altri sei mesi e una votazione successiva (febbraio 2007), quando solo due senatori (Turigliatto del Prc e Rossi del PdCI) trovarono il coraggio e la coerenza di votare NO alle missioni militari in Afghanistan e Iraq. Ma il governo Prodi, sostenuto da Prc e PdCI, sopravvisse fino a gennaio del 2008, quando andò sotto nel voto sulla incriminazione della moglie di Clemente Mastella (sic!). Una caduta su una questione certamente meno nobile e lungimirante del No al coinvolgimento dell’Italia nelle guerre volute dagli Stati Uniti. I risultati si sono visti e le loro conseguenze sono arrivate fino all’oggi.

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