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28/10/2018

Perché il fascismo non sia più, oggi come ieri, l’autobiografia della nazione


Il 28 ottobre ricorre l’anniversario della Marcia su Roma: data simbolicamente assurta ad inizio del regime fascista.

A distanza di tanti anni, esattamente novantasei, ci troviamo alle prese con evidenti rigurgiti fascisti nella pratica di vere e proprie provocazioni poste in atto in termini di simbologia e richiamo diretto, come abbiamo potuto notare proprio in questi giorni in alcuni episodi accaduti, per esempio, a Savona.

Ma veri e propri rigurgiti fascisti si avvertono anche a livello di schemi culturali, di comportamenti a livello di massa, di opzioni politiche concrete portate avanti da soggetti che si collocano al governo del Paese e appaiono incontrare apparenti irresistibili fortune elettorali e di consenso da parte dell’opinione pubblica, senza ricevere quel contrasto che meriterebbero.

Ricordando che il fascismo salì al potere pur rappresentando un’esigua minoranza parlamentare sulla base proprio di una mancata opposizione e di un accompagnamento “furbesco” attuato da coloro che pensavano di addomesticarlo anestetizzandolo nella gabbia del potere.

L’attuale situazione, nella quale si stanno riproducendo soprattutto i temi più deteriori del razzismo deve essere affrontata attraverso l’espressione costante della negatività dei principi che il fascismo ha rappresentato realizzandone la costante comparazione con ciò che sta concretamente accadendo.

Per questo motivo la conoscenza assume un valore fondamentale ed è in questo senso che attraverso le note che seguiranno si cercherà di offrire un contributo attraverso un tentativo (certo parziale e appena abbozzato) di ricostruzione storica del peggior fenomeno che ha attraversato la storia d’Italia e d’Europa.

Questa sommaria ricostruzione è destinata anche a tener desta l’attenzione sui rischi che sta correndo in questo momento la nostra democrazia avvolta in un pessimo clima politico, morale e culturale.

Il termine fascismo nasce con i Fasci siciliani (1891 – 1893), ma la prima fortuna politica di questo appellativo si colloca tra il 1914 e il 1919, a partire dai Fasci di azione rivoluzionaria, che propagandavano l’intervento italiano nella prima guerra mondiale, precedendo quindi l’adunata dei Fasci di combattimento di Milano del 23 Marzo 1919, atto di nascita del movimento mussoliniano.

Il fascismo nasce, quindi, come punto di aggregazione di reduci dalla guerra rimasti ai margini nel processo di riorganizzazione della vita pubblica nell’immediato dopoguerra, riorganizzazione fondata sui nuovi grandi partiti di massa e sulla convivenza tra questi e gli antichi ceti notabilari dell’Italia liberale.

I reduci di guerra, in particolare del corpo degli Arditi, si mossero così sulla base di contorni politici piuttosto vaghi, all’insegna di slogan che oggi potremmo riassumere come quelli della “rottamazione” o del “tutti a casa”.

Il fascismo, in questo modo si inserì, nei primordi, in un filone di generico ribellismo, schierandosi tuttavia da subito su di una linea violentemente anti–socialista e anti–democratica, all’insegna di una non meglio precisata “selezione di valori”.

Il fascismo respinse ogni egualitarismo e in tale senso la paternità ideologica del fascismo deve essere attribuita, in larga parte, al nazionalismo.

In tempi come quelli attuali di crisi verticale del quadro internazionale il tema del nazionalismo, dovrebbe fare una qualche impressione in un lavoro comparativo svolto da sinceri democratici.

Non a caso proprio il nazionalista Alfredo Rocco sarà, più tardi, l’autentico “architetto” del fascismo diventato regime.

Nella sua prima formulazione l’ideologia dei fasci apparve debitrice anche verso movimenti come il futurismo e l’arditismo, esaltatori dell’italianità della guerra e della giovinezza, e portatori di un generico rifiuto della “normalità” borghese (in questo senso, sempre riferendoci agli esordi, esiste una possibilità di comparazione sul piano internazionale con l’Action Francais di Maurras).

Dopo il fiasco elettorale del novembre 1919, dall’autunno del 1920, grazie ai massicci finanziamenti di organizzazioni agrarie, soprattutto in Val Padana, il fascismo assunse, sul piano organizzativo, il volto dello squadrismo.

Uno squadrismo tollerato, quando non aiutato dalle istituzioni dello Stato.

Sul piano ideologico il fascismo lasciò cadere le pregiudiziali contro la monarchia e la chiesa cattolica.

L’ambiguità ideologica diventerà, da questo punto in avanti, una costante del pensiero fascista che si articolerà in una complessa varietà di posizioni.

Lo stesso Mussolini, del resto, non nasconderà mai il proprio “relativismo” sul terreno filosofico – politico.

La linea di oggi è quella del “né di destra, né di sinistra”, mentre si punta decisamente verso l’elettorato di destra sia da parte della Lega, sia da parte del M5S: ma non possiamo dimenticare precedenti illustri con la “vocazione maggioritaria” proclamata prima da Veltroni e poi da Renzi.

Tornando alle origini del fascismo, davanti al ripiegare del movimento socialista il fascismo si schierò in modo esplicito all’estrema destra.

I liberali, ormai in pieno disfacimento, credettero di poter compiere un’operazione d’inserimento del fascismo nelle istituzioni attraverso un processo di progressiva integrazione e assorbimento “nella legalità” e ne favorirono, attraverso la presentazione di liste di “Blocco Nazionale”, l’ingresso in Parlamento con le elezioni del maggio 1921.

Un’analisi rivelatasi, alla fine, del tutto fallace.

Con l’ingresso in Parlamento il fascismo si avviò alla trasformazione in partito che venne formato (con la denominazione Partito Nazionale Fascista) nel Novembre del 1921.

Il PNF teorizzò, da subito, quello che sarà definito “doppio binario”, quello legale e quello insurrezionale e l’ascesa al potere avvenne in una forma a metà dei due versanti con la marcia su Roma del 28 ottobre 1922.

Giunto al potere, mentre si dedicava all’edificazione delle strutture istituzionali di un regime poi giudicato a posteriori d’imperfetta vocazione totalitaria, il fascismo affrontò l’elaborazione di un apparato teorico – politico.

Ma l’intellettualità fascista era costituita, in primo luogo, non da ideologi ma da organizzatori.

Lo stesso filosofo Giovanni Gentile, entrato nel primo governo Mussolini e autore di quella che è stata definita la “più fascista delle riforme” quella della scuola, svolse lungo il ventennio un ruolo di straordinario organizzatore culturale.

Un ruolo di organizzatore culturale che gli consentì di egemonizzare gran parte del ceto intellettuale italiano.

Sul piano teorico Gentile fu un convinto sostenitore della continuità tra il liberalismo classico, incarnato nell’Italia della “destra storica”, e il fascismo: la “storicità” del fascismo (cui si contrapponeva il bolscevismo con la sua “antistoricità”) avrebbe dovuto dimostrare, partendo dalla volontà di conciliare le esigenze dell’individuo e quelle dello Stato (in un processo di subordinazione dell’una verso l’altra), la possibilità di realizzazione dello Stato Etico.

La Stato delineato da Alfredo Rocco, invece, fu tratteggiato in termini più marcatamente organicistici.

Lo Stato fu considerato come il “grande tutto”: in esso sarebbe stata superata la lotta di classe per proiettarsi, poi, grazie alla riconquistata solidarietà nazionale, nella competizione internazionale in nome della potenza demografica e del destino della nazione.

Tra Gentile e Rocco, comunque, la differenza – sul piano delle prospettive tendenziali – risultarono, alla fine, sfumate o comunque unificate, in primo luogo, dal punto vero di intersezione delle anime del fascismo: quello relativo al culto del “Duce”.

Il “Duce” rappresentava la guida che tracciava il cammino, il capo assoluto.

Il culto del Capo, è bene ricordarlo, è tornato molto di moda nell’attualità in forma anche diversa da quella che ha caratterizzato il ventennio precedente dalla presenza di un “imprenditore passato alla politica”.

Ai nostri giorni la “cultura dello Stato” è naturalmente affatto diversa, ma egualmente finalizzata alla detenzione del potere in una società massificata e neutralizzata dall’espressione di una cultura dell’individualismo e del consumo: fenomeni favoriti dall’espansione nell’uso dei mezzi di comunicazione di massa in esclusiva funzione di marketing riducendo l’offerta politica altresì come quella culturale a “prodotto”.

Gli intendimenti di fondo però tra il tipo di massificazione sociale imposta negli anni ’30 e quella determinata adesso sono identici: il potere posto al di fuori dalla verifica democratica.

La verifica del consenso riservata all’esercizio di un’autonomia del politico appannaggio esclusivo di un ceto politico provvisto della possibilità esclusiva di usufruire di incentivi selettivi, esattamente come i gerarchi del ventennio.

Torniamo però al filo conduttore del nostro discorso.

Accanto al mussolinismo, lo statalismo fu il dato unificante del fascismo.

Pur rimanendo rilevante il peso del PNF e delle sue gerarchie, fu lo Stato a prevalere, anche sul piano teorico.

Lo stesso dibattito, del resto molto vivace, sul corporativismo, pur mettendo in luce una pluralità di posizioni (dalla rigida gabbia statuale prevista da Rocco, fino alla “corporazione proprietaria” di Ugo Spirito), finì con l’assestarsi nella forma più blanda sostenuta da Bottai rispetto a quella propugnata da Alfredo Rocco.

“Corporazione proprietaria” rappresenta un altro termine che sta trovando pratica applicazione nell’attualità del dibattito politico, specialmente quando si osserva il tentativo di distruzione dei corpi intermedi rappresentativi delle diverse realtà sociali.

Il fascismo tese a presentarsi, inoltre, come squisitamente “italiano” e “romano”: torna qui il tema ricorrente del nazionalismo – bellicista.

L’alleanza con la Germania hitleriana e l’intervento nella seconda guerra mondiale, accentuarono i caratteri ideologici propri del fascismo degli esordi, come il bellicismo e, di converso, fecero emergere tratti ideologici propri di quella successiva fase rimasti in ombra quali il razzismo e l’antisemitismo.

Alcuni di questi caratteri, ma soprattutto il rifiuto della democrazia e la lotta senza quartiere proclamata al bolscevismo, consentirono di identificare un ruolo internazionale del fascismo, attivo in Europa, e felicemente definito da Palmiro Togliatti come “regime reazionario di massa”.

Una definizione che ha consentito, anche dopo la caduta del regime, di leggere il fenomeno del fascismo in senso transpolitico, come una sorta di cesarismo tipico del XX secolo basato su di un capo carismatico.

Un capo carismatico che portava avanti la ricerca del consenso delle masse attraverso una strumentazione di tipo propagandistico e pedagogico, l’adozione di slogan rivoluzionari (intesi per lo più in una direzione aggressivamente nazionalistica) nemica tanto della democrazia quanto del comunismo.

In ogni caso le interpretazioni del fascismo puntano oggi a una articolazione di giudizio (ben oltre la rigida definizione di Dimitrov: “Dittatura terroristica degli elementi reazionari, più sciovinistici e più imperialistici del capitale finanziario”).

Queste interpretazioni si pongono in relazione all’analisi socio – politica del nesso tra fascismo e classi sociali, con particolare riguardo alle classi medie, insistendo molto (anche grazie agli spunti offerti da Adorno e da Horkheimer) sulla tema della personalità autoritaria e su di un presunto ruolo “modernizzatore”.

Nel modello autoritario un rapporto gerarchico di sfruttamento tendendo a tradursi in un atteggiamento orientato verso il potere e di dipendenza portandolo ad un attaccamento disperato a tutto ciò che appare forte (il gruppo, il partito, la legge, lo stato, la razza ecc.) e un rifiuto di tutto ciò che è relegato al fondo.

Quali contro-misure adottare contro l’intera struttura dell’atteggiamento del pregiudizio? Un tema di grande attualità se osserviamo attentamente ciò che accade.

Il nazionalismo che rimane la matrice diretta del fascismo di allora e di oggi, rimane prodotto dell’organizzazione totale della società, che può essere mutato soltanto mutando la società.

In precedenza alle riforme sociali e/o rivoluzioni serve, come già accennato, l’aumento nella capacità culturale della gente.

E’ necessario lavorare per attuare quella presa di coscienza che permetta agli individui di riconoscere che il fascismo è qualcosa di imposto e contrario ai loro interessi.

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