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16/10/2018

Gaza - Netanyahu minaccia Hamas

“Siamo molto vicini ad un altro tipo di azione che comprenderà colpi molti duri. Se Hamas è intelligente, porrà fine alla violenza immediatamente”. A dirlo è stato ieri il premier israeliano Benjamin Netanyahu durante la riunione settimanale del suo governo. Commentando le proteste di venerdì nella Striscia di Gaza durante le quali sono stati uccisi altri 7 palestinesi, il premier ha dichiarato che “apparentemente Hamas non comprende il messaggio: se non ferma gli attacchi, finiranno [con il ricevere] attacchi dolorosi, molto dolorosi”. Ma Hamas non è stato l’unico obiettivo del premier. Più tardi infatti, di fronte ad una platea di 140 giornalisti di 40 paesi stranieri, Netanyahu anche criticato il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas: “Guardate cosa fa: ricompensa i terroristi. Paga per uccidere: più uccidono, più sono pagati. Ha nei libri di legge una regola che dice che se tu vendi terra agli ebrei, verrai giustiziato”.
 
Dopo aver lodato gli Usa per la recente decisione di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, Netanyahu ha poi strizzato l’occhio agli islamofobi occidentali: “Israele è l’unico paese nel Medio Oriente dove la comunità cristiana prospera e cresce. Senza Israele, l’Islam radicale avrebbe invaso facilmente il Medio Oriente. Israele non solo protegge sé stessa, ma protegge anche i [suoi] dintorni”. Scontato è stato poi l’attacco a Teheran: “L’Iran vuole distruggere Israele, lo dicono apertamente, ma noi non lo permetteremo. Sosterremo queste parole con le azioni. Continueremo a fare quello di cui abbiamo bisogno per proteggere e difenderci contro coloro che ci vogliono distruggere”.

Le nuove minacce di Netanyahu su Gaza giungono nelle ore in cui Tel Aviv ha già di fatto aumentato le pressioni sul lembo di terra palestinese che assedia da 11 anni: venerdì, infatti, il ministro della difesa Lieberman ha annunciato “l’immediato” stop ai rifornimenti di carburante per l’unica centrale elettrica presente nella Striscia. Una decisione che, avvertono gli ufficiali israeliani, se dovesse durare per giorni, non farà altro che aumentare le tensioni e peggiorare la situazione umanitaria dei gazawi, già definita dall’Onu “catastrofica”. Sabato Lieberman aveva spiegato che la consegna di gas e carburante riprenderà solo “quando finiranno le violenze e il lancio di palloncini incendiari [da Gaza a Israele] e si smetterà di bruciare i pneumatici di fronte alle località israeliane [al confine]”. Ieri il ministro si è rivolto direttamente ai cittadini di Gaza esortandoli ad “agire contro la leadership estremista [Hamas, ndr] che vi tiene in ostaggio al servizio degli ayatollah [iraniani]”.

Le ultime decisioni di Lieberman peggiorano una situazione già di per sé insostenibile: da mesi ormai gli abitanti di Gaza ricevono solo 4 ore di elettricità al giorno. Sostenuto dalle Nazioni Unite e dagli Usa e pagato (60 milioni per sei mesi) dal Qatar, l’implementazione dell’accordo sul carburante era iniziato lo scorso martedì, ma è stato subito interrotto da Israele venerdì dopo le proteste. Secondo l’esercito israeliano, infatti, tre giorni fa almeno 20 gazawi hanno attraverso il confine in un “attacco organizzato” dopo che un esplosivo aveva distrutto una parte della “barriera di sicurezza”. Il portavoce militare Jonathan Conricus ha spiegato che almeno cinque palestinesi che erano riusciti a oltrepassare la frontiera e che hanno assaltato una postazione militare israeliana sono stati “respinti”.

Se il premier e il titolare del dicastero della difesa minacciano nuovi attacchi sulla Striscia, il Gabinetto di sicurezza israeliano prova a mantenere un profilo più basso: dopo 4 ore di riunione ha ieri stabilito di continuare i suoi sforzi per raggiungere un accordo con Hamas mediato dal capo dell’Intelligence egiziana Abbas Kamel e dall’inviato dell’Onu Nikolay Mladenov. Ufficiali del governo, riporta il portale israeliano Ynet, hanno detto che “le possibilità di raggiungere la calma sono più alte di quelle di arrivare ad una escalation”. “Ma molto dipende da Hamas” hanno poi precisato.

Ma “calma” è una parola sconosciuta a Gaza. Ieri l’aviazione israeliana ha compiuto un raid nel nord della Striscia contro un gruppo di palestinesi che stavano lanciando palloni incendiari verso Israele. Nell’attacco, scrivono i media palestinesi, sarebbe rimasta ferita almeno una persona a Beit Hanoun. Quattro incendi, riferisce dal canto suo la stampa israeliana, sono divampati invece nel sud d’Israele a causa del lancio di materiale incendiario da parte palestinese.

Ieri, intanto, il ministro al turismo israeliano Yariv Levin è tornato sul caso della 48enne palestinese Aisha Mohammad Talal al-Rabi uccisa venerdì sera a colpi di pietre dai coloni in Cisgiordania. Invece di accusare gli assassini della donna, però, Levin si è preoccupato di attaccare gli attivisti di sinistra che hanno osato criticare i settler “per un incidente”. I gruppi di sinistra sono “ipocriti”, ha spiegato il ministro alla radio militare, perché stanno sfruttando quanto accaduto per condannare tout court i coloni ebrei, ignorando però i “frequenti attacchi con pietre compiuti dai palestinesi che hanno provocato in passato morti e feriti”. “Gli incidenti terroristici con il lancio di pietre avvengono tutti i giorni, ma non solo [le organizzazioni di sinistra] non li condannano, ma danno anche la sensazione che vanno bene perché sono [fatti contro] ‘occupanti’”. Ma per un ministro che sminuisce, c’è un intero governo che tace. Eppure non è lo stesso esecutivo che ha imposto pene durissime in carcere per chi (si legga palestinese) è stato trovato a lanciare pietre?

Continua, intanto, l’odissea di Lara al-Qasem, la studentessa americana di origini palestinesi bloccata dal 2 ottobre all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv per via della legge israeliana anti-boicottaggio. Ieri la 22enne ha fatto appello alla Corte Suprema israeliana per ottenere l’ok ad entrare in Israele per studiare alla Università ebraica di Gerusalemme. In attesa di una sentenza sul suo caso, il massimo tribunale israeliano ha sospeso per il momento la sua deportazione.

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