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sabato 27 ottobre 2018

L’UE va alle armi, ancora in ordine sparso. Si profila l’Iniziativa Europea d’Intervento

Si chiama Iniziativa Europea d’Intervento. Il suo scopo è quello di conseguire una capacità operativa congiunta – con risposte rapide ed efficaci – in tutto lo spettro degli scenari di crisi, da quelli ad alta intensità a quelli umanitari, che potrebbero avere ripercussioni per la sicurezza dell’Europa. Il progetto lo aveva messo sul tavolo Macron un anno fa, ma i Ministri della Difesa di nove Paesi europei (Francia, Germania, Olanda, Portogallo, Regno Unito, Belgio, Danimarca, Estonia, e Spagna), ne hanno discusso ampiamente a margine del Consiglio dell’Unione Europea per gli Affari Esteri lo scorso 25 giugno, e hanno firmato una lettera d’intenti per avviarla, anche all’esterno della cornice istituzionale dell’Unione Europea. L’adesione di ogni Stato all’Iniziativa Europea di Intervento è infatti volontaria e riguarda anche paesi extra unione europea.

Per le autorità militari francesi, l’IEI ha l’obiettivo di rafforzare i legami tra le Forze Armate degli Stati aderenti per “agevolare il processo di formazione di una “vera” cultura della difesa comune, in grado di sopperire alle lacune emerse nei precedenti interventi europei, promuovere la credibilità militare dell’Europa, rinforzandone l’autonomia strategica, e contribuire ad una migliore ripartizione degli oneri”.

Secondo il sito specializzato AnalisiDifesa.it, i meccanismi decisionali saranno regolati da un approccio intergovernativo: la decisione rimarrà nelle mani dei singoli governi nazionali. “Ogni Paese potrà valutare caso per caso a quale intervento prendere parte secondo le proprie capacità e le proprie valutazioni strategiche. L’uso della forza militare, infatti, rimane una responsabilità esclusivamente nazionale.

La cooperazione tra i nove Paesi riguarderà quattro settori d’azione: la pianificazione strategica congiunta, gli scenari d’impiego, le lezioni apprese e la condivisione delle dottrine, l’appoggio/supporto alle operazioni”.

Da quanto risulta, fino ad ora l’Italia non avrebbe aderito a questo progetto di integrazione militare e strategico a livello europeo, soprattutto perché gli interessi francesi e quelli italiani in Libia continuano a confliggere.

Curiosamente, la Nato che avevo espresso apertamente le sue preoccupazioni sulla PESCO ( PErmanent Structured Cooperation, firmata da 25 Paesi dell’UE nel dicembre 2017), tramite il suo segretario Stoltemberg ha accolto favorevolmente la decisione di avviare l’Iniziativa Europea d’Intervento, anche perché al suo interno c’è anche la Gran Bretagna che la Brexit aveva posto fuori dagli apparati e dai progetti di integrazione politico/militari dell’Unione Europea, privando la Nato e gli Usa di un “guastatore” nei progetti dell’Unione.

Sul piano politico, se l’Iniziativa Europea d’Intervento vedesse la piena e concreta adesione degli Stati europei più “pesanti”, rischierebbe di precludere qualsiasi progetto finalizzato alla creazione della Difesa Europea. Da qui il benestare della NATO, influenzata apertamente dalla posizione USA. Se le risorse europee per la politica militare vengono dirottate su questa iniziativa, si allontana la realizzazione del progetto di Difesa UE, l’unico capace di minare la sopravvivenza della stessa NATO.

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