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giovedì 25 ottobre 2018

Massa e quadri

Cari compagni,
prendo spunto dall’intervento del compagno Mauro Casadio al riguardo delle vicende di PaP premettendo un punto di condivisione circa il giudizio critico che vi è contenuto, rispetto alla decisione assunta dal PRC nel merito della votazione sullo Statuto dell’organizzazione.

Giudizio di condivisione limitato però alla dinamica del fatto specifico poiché, nel merito della questione, mi permetto di rimanere perplesso al riguardo dell’aver preposto la questione Statuto a una discussione di approfondimento sul piano politico generale di tipo congressuale, attorno – ad esempio – a un documento di tesi, come mi sarebbe parso necessario.

Così come mi pare di dover rimanere critico circa le modalità del voto online e anche rispetto alla formazione dei gruppi dirigenti, con quell’idea dei “curriculum” che davvero sembra inseguire mode che forse sarebbe bene evitare così come l’utilizzo invero troppo frequente del metodo dell’assemblea in una funzione che appare più di “movimento” che di rinsaldamento di una fisionomia identitaria come invece sarebbe necessario.

Non è però questo il punto centrale delle osservazioni che intendevo proporre alla vostra attenzione.

Prendo spunto, infatti, da un passaggio dell’intervento del compagno Casadio che di seguito riporto integralmente:
“Dunque, quello che è stato rimesso in discussione dalla storia degli ultimi venti anni è il modo con cui i comunisti debbono affrontare una fase nuova e inedita, dove la forma organizzata non può che essere, a nostro avviso, quella del partito di quadri militanti con funzione di massa, nel senso di costruire una solida capacità di radicamento sociale ritrovando quella vitale relazione con la classe ormai persa. Tutto ciò con la consapevolezza di avere di fronte una classe passata dentro il “tritacarne” della riorganizzazione produttiva, sociale e ideologica del capitale, che ci si presenta con forme del tutto nuove e da capire nelle dinamiche che ancora stanno producendo ulteriori mutazioni. In altre parole, se un processo di ricomposizione non viene prodotto dalle condizioni oggettive, non può che essere determinato da una soggettività progettuale, strutturata e militante”.
Mi permetto un inciso di carattere personale: tanti anni fa, più o meno 35, mi era capitato partecipando a un seminario sulla forma partito di proporre proprio un “partito di quadri con funzione di massa” attraverso un utilizzo che mi ero permesso di definire ”da sinistra” dell’autonomia del politico.

Debbo confessarvi che rimango più o meno di quell’opinione; del resto si tratta di un punto di discussione che tra noi avevamo già affrontato durante l’esperienza di Ross@ e in altro tipo d’incontri.

Ritengo del resto la proposta coerente con la condizione concreta nella quale ci si trova a dover operare: in piena “rivoluzione passiva” e costretti a una “guerra di posizione” rispetto all’allargarsi del quadro di contraddizioni che schiacciano il blocco sociale in una dimensione di ulteriore peso dello sfruttamento, al punto tale che balza l’esigenza di una rilettura complessiva della “teoria delle fratture” sulla quale fondare la nostra operatività quotidiana di lotta, opposizione e proposta di alternativa di sistema.

Al dunque: attraverso quali strumenti politici si può rendere compatibile e praticabile una proposta come quella contenuta nell’intervento del compagno Casadio con l’evidente vocazione movimentista (semplifico per far presto) che mi pare animi la maggioranza di PaP: vocazione che mi pare davvero in contrasto con un’idea di Partito tutto sommato abbastanza classica (ancorché minoritaria nella storia del movimento operaio) come quella proposta da Casadio?

Oppure (scusatemi l’ingenuità) la definizione di “funzione di massa” è utile a coprire il fianco a questa visione meramente movimentista che si nutre – in sostanza,come mi è capitato di scrivere – di falansteri e streaming.

Un pre-marxismo tecnologicamente evoluto?

Provo allora a definire meglio come a mio avviso potrebbe essere ancora possibile pensare alla necessità di portare avanti un discorso di soggettività politica fondata sulla rappresentanza e l’espressione dei soggetti portatori di contraddizioni sociali concrete:

a) disporre di uno strumento in grado di produrre orientamento generale;

b) elevare il grado di reale rappresentatività del soggetto politico rispetto alla società;

c) proporre un livello di quadri in grado di condurre una vera e propria “kulturkampf”.

In questo senso si pone un interrogativo: da dove può essere possibile far ripartire una prospettiva di riaffermazione d’identità e di autonomia progettuale?

Per chi, come noi, si trova in uno stato di vera e propria “estraneità” rispetto a un sistema politico al riguardo del quale non è neppure più possibile procedere “controcorrente” si tratta davvero di volare alto analizzando quattro punti assolutamente fondamentali:

1) il pressoché definitivo esaurimento delle tradizionali formule politiche;

2) il venir meno, dal punto di vista della sinistra, dei suoi tradizionali punti di riferimento storico – politici;

3) la necessità di ritrovare una riconoscibilità concreta della contraddizione capitale/lavoro intrecciandola all’insieme delle contraddizioni definite post-materialiste, “in primis” quella dell’assalto capitalistico alle condizioni materiali di vivibilità sul pianeta messe in discussione dalla speculazione selvaggia attuata verso territorio e natura e quella del permanere del doppio livello di sfruttamento nella contraddizione di genere;

Rispetto a questi problemi può ancora essere possibile organizzare un’efficace risposta aprendo una ricerca sul tema della riattualizzazione della concezione gramsciana dell’egemonia, articolabile attorno a quattro punti:

1) la necessità di formare, attraverso un articolato lavoro di lotta sociale e politica d’opposizione, un nuovo “blocco storico anticapitalista”;

2) la praticabilità di una mediazione svolta da una forza politica per tentare di smantellare l’apparato egemonico dell’avversario attraverso un lavoro di costante demistificazione e decodificazione;

3) l’operatività di un soggetto in grado di agire non come una semplice avanguardia ma come intellettuale collettivo promotore di una trasformazione intellettuale e morale;

4) l’esigenza, infine, di fare tutto questo attraverso un non breve processo di lotta all’interno delle società capitalistiche, con parole d’ordine intermedie e positive e con una forte attivazione e partecipazione di massa.

Va messa in moto un’ipotesi di “intelligente orizzontalizzazione” che contrasti tutti i fenomeni degenerativi dell’isterilimento della vita politica di base ed è in questo senso che ci si può ritrovare sulla proposta contenuta nell’intervento di Mauro Casadio.

Risulta allora essenziale cercare di risolvere i problemi teorici e strategici di un soggetto che intenda contribuire a costruire insieme l’opposizione e l’alternativa.

Chiudo con una citazione che appartiene alla mia piccola storia quasi fin dal principio:
Serve: “Un partito che non sia coscienza separata, né puro riflesso dell’autonomia del movimento ma teoria, progetto politico, memoria della lotta di classe”
Scusatemi l’ardire, mi auguro si potrà proseguire nella discussione.

Se nel frattempo qualcuno di voi volesse far pervenire questo testo a qualcuno dei dirigenti di Potere al Popolo (che mi appaiono sinceramente un po’ enfatici nell’esaltare l’originalità del loro percorso) gli sarei grato.

Un caro saluto e buon lavoro Franco Astengo

Fonte

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