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domenica 21 ottobre 2018

Una carovana in fuga dall’Honduras

L’Honduras è un piccolo stato di otto milioni e mezzo di abitanti, ubicato nell’America Centrale e confinante con Guatemala, El Salvador e Nicaragua. Come altri paesi dell’area qui la povertà è sempre andata a braccetto con l’instabilità politica, spesso sfociata in violente svolte autoritarie.

Aggiungete la presenza di alcune delle più cruente organizzazioni del narcotraffico continentale e uno dei più alti tassi di omicidio al mondo e capirete il perché siano in molti a paragonare questa terra all’inferno.

Da ultimo il dicembre dello scorso anno, il governo sospendeva le garanzie costituzionali e proclamava lo stato d’emergenza dopo che il Paese era caduto nel caos per le tensioni post elettorali. Già nel corso dello spoglio la situazione era divenuta assai turbolenta: lo scrutinio era poi proseguito, nonostante fosse stato più volte interrotto dal Tribunale Supremo Elettorale (Tse). Al termine, l’opposizione accusando di frode la commissione elettorale, disconosceva l’esito del voto per le presidenziali dalle quali emergeva la conferma di Juan Orlando Hernandez, appoggiato da Washington e ricandidatosi grazie a una deroga rispetto alla norma imposta dalla Costituzione e vincente con uno scarto di 52.447 voti sullo sfidante di sinistra, Salvador Nasralla, giornalista televisivo e uomo d’affari con un passato ai vertici di Pepsi Honduras.

Questa premessa solo per illustrare la cornice sociopolitica da cui ha origine uno dei più grandi esodi degli ultimi anni nell’area. Da San Pedro Sula, città ubicata nella parte nord occidentale del paese, infatti, un gruppo composto inizialmente da poche centinaia di persone, ha dato vita ad una carovana per fuggire e varcare i confini dello stato honduregno. Un viaggio lungo che li ha portati ad attraversare strade dissestate, fiumi e foreste a piedi o con mezzi di fortuna.

L’organizzatore della marcia, Bartolo Fuentes, sostiene che i partecipanti stiano scappando dalla povertà e dalla violenza: ”in passato ci sono stati migliaia di uomini e donne del nostro paese che sono morti in Messico” ha affermato “non vogliamo che muoiano altre persone e non vogliamo che altri vengano attaccati, così abbiamo deciso di andare tutti insieme, per proteggerci l’uno con l’altro. Non vogliamo portare persone senza documenti in Messico, chiediamo quindi al governo messicano di dare rifugio a tutta questa gente che non può più vivere in Honduras e che non può aspettare e sperare che le cose migliorino. Chiediamo, per favore di darci l’opportunità di rifugiarci e di lavorare.”

Fuentes, attivista per i diritti umani ed ex deputato in Honduras, è stato poi arrestato martedì scorso dalla polizia del Guatemala e rispedito nel proprio paese. Alla carovana invece, che si è accresciuta lungo il cammino (si sarebbero aggregati anche centinaia tra salvadoregni e guatemaltechi) e attualmente si stima sia composta da circa 3000-4000 persone, incluso donne e bambini al seguito, è stato successivamente concesso dal governo guatemalteco di attraversare i propri confini.

La Carovana punta verso nord, direzioni Stati Uniti dove i migranti sarebbero intenzionati a richiedere l’asilo politico, ma prima dovrà attraversare il territorio messicano.

Manuel Velasco Coello, governatore del Chiapas, lo stato più meridionale del Messico, ha annunciato che non ostacolerà il cammino alla carovana. “Noi – ha affermato – abbiamo una politica di rispetto per i diritti umani dei migranti e di porte aperte. Sette centri di accoglienza straordinari saranno allestiti nella provincia di Soconusco.”

Di parere opposto sarebbe Enrique Peña Nieto, presidente del Messico in carica fino al prossimo dicembre, intenzionato a evitare noie al suo governo, così da non replicare i momenti di tensione diplomatica già vissuti in passato con l’amministrazione americana per il passaggio di altre carovane di disperati. Nieto ha già inviato centinaia di poliziotti per presidiare la frontiera. Dalle ultime notizie pare che una parte dei “migrantes” si sia staccato dal resto del gruppo e sia comunque riuscito a sfuggire i controlli e ad entrare in territorio messicano. L’emittente Milenio Television ha affermato poi che una moltitudine di persone precedentemente stanziata al confine in ripari di fortuna, avrebbe successivamente fatto pressione sui cancelli riuscendo a forzare il blocco nei pressi di Tecùn Umàn accolta dai lacrimogeni e dalle manganellate della polizia messicana.

Dalla Bolivia a loro sostegno e contro questo intervento di forza sono arrivate le dichiarazione di Evo Morales: “noi condanniamo la repressione in Messico contro i fratelli migranti provenienti dall’Honduras, che dimostra la sottomissione agli ordini del Segretario di Stato (degli Usa, n.d.a.), Mike Pompeo che si è recato nel paese per esportare queste azioni contro i diritti umani e la cittadinanza universale dei popoli”.

Il presidente americano Donald Trump dal canto suo, ha invocato arresti e deportazioni all’arrivo e intimato ai Paesi della regione centroamericana il taglio degli aiuti economici se non cesseranno con queste politiche di apertura delle frontiere per agevolare il transito dei migranti.

Per capire l’entità della minaccia, tra l’altro formalizzata nelle proteste dell’ambasciata statunitense basti pensare che solamente tra il 2016 e il 2017, gli Usa avrebbero inviato più di 175 milioni di dollari di aiuti all’Honduras.

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