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sabato 20 ottobre 2018

Atene ha pianto, Roma non ride. E’ ultimatum

Se il governo italiano entro lunedì non assicurerà, per iscritto, che cambierà la manovra di bilancio e farà scendere il deficit invece di aumentare la spesa, partirà l’offensiva di tutti gli apparati di comando dell’Unione Europea contro l’Italia, esattamente come avvenuto per la Grecia. Praticamente è un ultimatum, il primo.

Con una lettera durissima – assai più di quanto fin qui si era immaginato il governo – la Commissione europea ha indicato nel dettaglio la “deviazione senza precedenti nella storia del Patto di stabilità”. Testualmente è scritto nella lettera che gli scostamenti dell’Italia dai diktat europei sembrerebbero configurare “un’inosservanza particolarmente grave degli obblighi di politica finanziaria definiti nel Patto di Stabilità e Crescita”, di cui all’Articolo 7(2) del Regolamento (UE) n. 473/2013”. Una conferma ulteriore che i problemi di sopravvivenza e autonomia decisionale di un paese sulle priorità di spesa dipendono dai Trattati europei.

La lettera sarà sul tavolo dei commissari martedì prossimo, e i “kommissar” firmeranno la bocciatura formale della manovra di bilancio italiano. Infine l’Eurogruppo il 5 novembre prossimo, avallerà politicamente la decisione dei commissari. Non solo.

Per Bruxelles il bilancio italiano punta a “un non rispetto particolarmente serio degli obblighi del Patto”, a causa di “una espansione vicina all’1% e ad una deviazione dagli obiettivi pari all’1,5%”.

Gli effetti della lettera e dell’ultimatum di Bruxelles si sono già palesati con lo spread, che questa mattina ha superato quota 337, a un passo dai 340 punti base. Tutti gli analisti concordano che lo schizzare in alto di quello che è ormai diventato un paradigma, è dovuto alla bocciatura da parte dell’Unione Europea della manovra di bilancio del governo italiano.

All’ultimatum della Ue ha risposto Di Maio da Figline Valdarno, dove è andato a trovare gli operai della Beckaert che hanno ottenuto la cassa integrazione. E qui ha detto una cosa giusta e una che presuppone coerenza e lungimiranza superiori a quelle fin qui dimostrate. La prima: “Voglio dire a quei signori (Junker e Moscovici, ndr) venite con me nelle fabbriche e nelle piazze e venite a dire a questa agente che non hanno diritto al lavoro e alla pensione”. La seconda: “Un paese come l’Italia, che è la seconda potenza manifatturiera d’Europa e contribuente netto, non può accettare ultimatum, quindi non lo considero un ultimatum”.

Sta in questo la contraddizione e la tragedia con cui Di Maio e il governo devono fare i conti.

Si è palesata anche in Italia, dopo la Grecia, la contraddizione tra i diktat dell’Unione Europea e le condizioni materiali di vita della gente. In Grecia, due governi, uno moderato e uno di sinistra, hanno provato a negoziare con i “kommissar” ma senza aver ottenuto alcun risultato né speranza di negoziato. E allora occorre imparare, e in fretta, dalla storia di questi ultimissimi anni.

O il governo lunedì accetta di piegare la testa, come avvenuto in Grecia anche dopo il coraggioso referendum che disse Oxi (NO) ai diktat di Bruxelles, e quindi si continueranno a praticare esclusivamente le politiche di austerità “lacrime e sangue”, oppure ci si mette apertamente di traverso rendendone consapevole l’intero paese e mandando messaggi nella stessa direzione alle forze popolari e antiausterity negli altri paesi.

Ma la compagnia di giro di questo governo non appare all’altezza. Ha in pancia il fetore della Lega – che abbaia contro Bruxelles ma pensa alla tasca delle imprese – incluse quelle che praticano a tutto spiano l’evasione fiscale – e a scatenare la rabbia popolare solo contro immigrati e poveri. Ha in pancia una nuova classe dirigente pentastellata assolutamente senza visione strategica e inadeguata a fronteggiare un nemico strutturato come gli apparati e la visione dell’Unione Europea. Ha interlocutori in Europa che emanano lo stesso fetore della Lega e sono già pronti ad allinearsi ai desideri della borghesia europea (vedi il “governo amico” dell’Austria o quelli dell’Europa dell’est).

Sul piano oggettivo staremmo meglio della Grecia per metterci di traverso – l’Italia è più grande, più ricca, più condizionante anche nel contesto europeo – ma stiamo peggio della Grecia sul piano della soggettività politica capace di affrontare questa sfida quando se ne è presentata l’occasione. La “sinistra” è completamente fuori gioco. O è allineata con i diktat dell’Unione Europea o si ritrae davanti allo scontro per la paura delle parole, la subalternità ideologica al modello lib/lab europeo e lo scarsa fiducia nella propria indipendenza politica.

L’unico soggetto politico che ha cominciato a porsi il problema è Potere al Popolo. In ritardo sui tempi (le cose vanno ogni giorno maledettamente più veloci), spesso rallentato da resistenze old style e avvitamenti sulle questioni statutarie, ma se l’è posto. Il lavoro per ricomporre e organizzare il nostro “blocco sociale” è immenso, ma solo se capiamo esattamente in che direzione è necessario e possibile andare potremo fare l’indispensabile salto dall’”acquario” dell’ex sinistra radicale al mare tempestoso della lotta per cambiare davvero le cose. E la rottura contro i diktat dell’Unione Europea è un passaggio obbligato di questo percorso.

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