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19/10/2018

Quell’ultimo “ponte”

Il “ponte” fu un’iniziativa del morente fascismo repubblichino di Salò e di alcuni esponenti “moderati” del partigianato, nella tarda primavera del 1945. Ci permettiamo di riassumerlo brevemente, perché – come spiegheremo quasi subito – vediamo ancora una volta molte analogie con una situazione odierna, in particolare la lotta NOTAV.

Pensata da Mussolini e dall’ex comunista Nicola Bombacci (poi fervido sostenitore del neofascismo e autore dell’assurdo guazzabuglio chiamato “Carta di Verona”, base del cosiddetto fascismo sociale) alla fine del 1943, la deriva pseudosociale del fascismo si concretizzò inizialmente con “appelli alla concordia” scritti con aulico linguaggio dal filosofo Giovanni Gentile ed altri intellettuali, giornalisti e politici fascisti minori e sedicenti moderati.

Si trattava in realtà di un’illusione volta a impedire il formarsi della Resistenza, permettendo ai tedeschi di agire indisturbati nella loro politica di spoliazione dell’Italia, di deportazione di oppositori ed ebrei, di repressione mortale della popolazione.

La “piccola democrazia” fu spazzata via da Mussolini stesso, dopo che alcuni giornali avevano addirittura pubblicato blande critiche al regime: una secca circolare del ministro degli interni rimise in riga scriba e schiavi. La fine della farsa culminò con la condanna a morte e l’esecuzione dell’ex filosofo Gentile, le cui auliche parole erano, nel contesto, ripugnanti, da parte dei Gap fiorentini. Lo spazio immaginato non poteva esistere.

Passarono i mesi, e Mussolini ormai disperato tentò l’iniziativa del “ponte” tramite un altro pseudo-filosofo, questa volta di caratura assai inferiore al precedente, certo Edmondo Cione, che fondò un inesistente “Raggruppamento Repubblicano Socialista”, cui venne data di nuovo un po’ di finta libertà e autonomia. Purtroppo, alcuni socialisti dirigenti e membri del CLN (ad esempio Corrado Bonfantini, Comandante delle Brigate Matteotti), si impegolarono in ambigui tentativi di compromesso con Mussolini: egli, spalleggiato dai “moderati” (Cione, i ministri Biggini e Pisenti, il capo della polizia Renzo Montagna, i giornalisti Pini, Manunta, Borsani, il mussoliniano ex-antifascista Carlo Silvestri ed altri) tentò a più riprese di contattare i membri del suo ex-partito di un quarto di secolo prima (il Partito Socialista, appunto) proponendo di cedere loro il potere in maniera “morbida” e senza insurrezione, offrendo loro anche di proseguire nella cosiddetta “socializzazione”, vanamente decretata dalla RSI, in cambio dell’impunità: questo era il folle progetto del “Ponte”.

Che i socialisti avessero nella Resistenza partigiana un ruolo secondario (la quasi totalità delle formazioni partigiane era comunista, azionista di GL o autonoma) rendeva il progetto del “Ponte” del tutto irrealistico, oltre che un meschino tentativo dei capi fascisti ormai spacciati di salvarsi la pelle.

Fra i primi decreti del CLN, comunque, vi fu proprio l’abrogazione del cosiddetto “decreto della RSI sulla socializzazione”, visti i suoi contenuti antinazionali, falsamente sociali e la nulla adesione che esso ebbe tra i lavoratori che avrebbero dovuto esserne i beneficiari. Gli stessi lavoratori che venivano denunciati dai fascisti e deportati nei lager nazisti se scioperavano.

Il fascismo – repubblicano per facciata e dittatoriale fino alla fine – rimase sempre ciò che era: servo dei padroni, industriali e agrari. Se il partito dell’industria, vista l’imminente sua fine, ad un certo punto mollò il fascismo per rivolgersi agli americani e agli alleati, ed i fascisti reagirono con rabbia, questo non fa dei fascisti dei rivoluzionari anticapitalisti, ma solo dei servi messi alla porta perchè ormai imbarazzanti e inutili. Così come non fa degli industriali degli antifascisti.

Le ferme mani di Sandro Pertini e di Lelio Basso mantennero, nella primavera 1945, i socialisti fuori da qualunque ambiguità o compromesso. Un’ultima lettera “ai compagni socialisti” venne vergata da Mussolini dopo la fallita trattativa in Arcivescovado e prima della fuga, il 25 aprile sera. Conteneva ancora le citate profferte “pontiste” di accordo. Recapitata da Bonfantini a Sandro Pertini, ebbe questa risposta: “La lettera non sarà presa in considerazione alcuna”.

Oggi, vi è in Italia un vecchio progetto morente: il TAV Torino-Lione. Ormai da trent’anni si trascina – sopravvissuto a se stesso – attraverso innumerevoli revisioni, che non hanno cambiato la sostanza dei fatti: è un progetto inutile. Costoso, superato, dannoso per l’ambiente e la salute della popolazione, che non risparmia energia e aumenta le emissioni climalteranti, che aumenta l’occupazione in modo trascurabile, compromesso con ditte condannate per mafia, e che drenerebbe risorse che non ci sono per molti decenni, risorse che devono essere impegnate in altri scopi urgenti.

A difenderlo, come allora, alcuni irriducibili, mentre molti altri suoi paladini si sono già defilati: alcuni politici in scadenza, altri reduci da fallimenti e batoste proverbiali, alcuni boiardi scaduti, un partito politico in estinzione, un altro partito politico neofascista, che però è tentato di vendere la sorte ormai segnata del progetto in cambio della mano libera su altri suoi disegni, improntati alla deportazione di chi è razzialmente ritenuto inferiore. Fra questi ultimi seguaci, scoppiano anche furiose liti da tragicommedia, come fra fascisti irriducibili e moderati.

La stragrande maggioranza della popolazione locale e la maggioranza della popolazione italiana è contraria all’opera, così come molti amministratori e politici decenti, oltre a tecnici, scienziati, intellettuali e giornalisti non venduti.

Fra la base e anche fra i politici del partito che attualmente detiene la maggioranza relativa dei seggi in parlamento, l’opposizione al TAV è praticamente unanime, inclusi alcuni ministri. La promessa di fermare le grandi opere inutili e dannose è (era?) uno dei fulcri del loro programma. All’atto pratico, però, vi sono anche in questo caso dei Pertini e dei Bonfantini: alcuni vogliono chiudere subito la pluridecennale vicenda, tenendo fede alla parola data, specie i politici e amministratori più legati al territorio.

L’Unione Europea e la Francia, che dovrebbero in teoria devolvere delle risorse, hanno già manifestato significativi ripensamenti, e attendono soltanto una parola definitiva dell’Italia per tirarsi indietro.

Il Parlamento Europeo ed il Consiglio Regionale del Piemonte, ancora per pochi mesi infarciti di rappresentanti di un partito destinato a diventare residuale, o di berlusconiani screditati, sono per il momento ancora bloccati su una specie di Linea Gotica, che però – come quella di allora – tutti sanno destinata a cadere presto.

Dinanzi a questa situazione, chiarissima per quasi tutti, alcuni temporeggiano: non reagiscono adeguatamente ad ultimi colpi di coda, quali ad esempio l’indizione di gare d’appalto per cantieri improbabili, oppure le condanne ai resistenti valsusini, o ancora le patetiche adunate di fantasmi ridotti a poche decine, proprio come i gerarchi che seguirono Mussolini nella sua ultima fuga, terminata a Dongo.

Allora, però, nel 1945, le fonti di informazione che ci sono oggi non esistevano. Molti di quelli che si rifugiarono nell’ambiguità riuscirono a far dimenticare i loro atteggiamenti nel gran tripudio della Liberazione, e riebbero o conservarono posizioni di potere nel dopoguerra.

Oggi non è più così: esistono fonti di informazione non manovrata disponibili per chiunque, e nella base e nell’elettorato del partito di maggioranza relativa crescono i dubbi e la rabbia: molti di quelli che lo avevano appoggiato – magari rinunciando all’astensione o al voto per altre liste – lo hanno abbandonato o lo faranno nei prossimi mesi, se non verrà fatta chiarezza. I sondaggi mettono in dubbio gli esiti non tanto delle elezioni europee, in fin dei conti di scarso significato, quanto di quelle regionali, dove potrebbe vincere un asse di destra sostanzialmente fascista, razzista e confindustriale, appoggiato anche indirettamente da media e giornali sedicenti neutrali o addirittura di “sinistra”, che dopo un periodo di silenzio in seguito alla batosta del marzo scorso, hanno rialzato la testa privi di vergogna.

L’unica via di uscita per battere questa tendenza è fare chiarezza con scelte coerenti: ad esempio, far uscire al più presto la valutazione costi-benefici del TAV, mettendo in evidenza la realtà di costi astronomici rispetto a benefici trascurabili, come si sa da sempre.

Dopo, nel mese di gennaio 2019, prima delle elezioni, chiudere per sempre la partita già decisa e silurare alcuni personaggi che ancora bene non si sa perché continuino a restare al loro posto.

A questo punto, avremo maggiori probabilità che anche gli altri personaggi ancora al potere siano spazzati via, seguendo il destino dei loro sodali già tornati nell’anonimato. Solo così, forse, chi è rimasto deluso e giustamente li ha abbandonati o protesta, o preannuncia l’astensione, potrà dar loro nuovamente credito.

Senza trascurare tutti gli aspetti, più importanti del NOTAV, sui quali c’è discordanza netta e si attendono “rinsavimenti”. Ma da qualcosa occorre pur partire, no? E questa mossa, liquidare il TAV, è gratis. Anzi, conviene.

Aspettiamo, non più fiduciosi, ma ancora speranzosi che il buon senso, la capacità e la “vision” politica, abbiano – se non il senso di giustizia e la buona fede sui quali a volte dubitiamo – il sopravvento.

Che il 2019 sia finalmente l’ultimo anno della lotta ormai quasi trentennale al TAV: chi scrive non è stato fra i primissimi, essendo diventato NOTAV nel dicembre del 1992, quando aveva poco più di trent’anni. Ora – avvicinandosi ai sessanta – ritiene che sia davvero giunto il momento di poter occuparsi di altro.

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