Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/11/2020
Quando Pertini fece quello che oggi sarebbe chiamato sciacallaggio
Quarant’anni fa, il 23 novembre 1980, ci fu il terremoto dell’Irpinia.
Due giorni dopo il Presidente della Repubblica Sandro Pertini si recò nelle zone del disastro, camminò tra le case distrutte, parlò con le popolazioni colpite e disperate, si rese conto degli immani ritardi e delle enormi responsabilità di tutte le istituzioni. Così la sera del 26 novembre il Presidente parlò in diretta televisiva e in sette minuti espresse una condanna senza precedenti delle colpe dello Stato.
“C’è una legge del 1970 sui disastri naturali, perché non è stata applicata? Il prefetto di Avellino è stato giustamente destituito, tutte le responsabilità vanno colpite. E se c’è chi ha sottratto fondi perché non è in galera?” Queste alcune delle parole del Presidente della Repubblica contro tutto il palazzo, che scossero il paese.
Quel palazzo si ritirò in un vile rancoroso silenzio, ma dopo quel discorso ci fu un enorme moto di solidarietà verso le popolazioni dell’Irpinia; in tanti ci recammo in quelle province per aiutare persone abbandonate che avevano bisogno di tutto.
Ricordo che noi metalmeccanici della FLM di Brescia organizzammo un campo di aiuti presso Conza della Campania, lo stesso fecero i lavoratori di tutta Italia in tutta l’area terremotata. Ovunque in Irpinia per mesi si potevano incontrare le roulotte di migliaia di volontari dei sindacati, dei partiti di sinistra, delle organizzazioni religiose e di quelle laiche, dei comuni, in testa quelli di Emilia e Toscana.
Fu un gigantesco moto nazionale di fratellanza attiva e militante e le parole durissime di Pertini avevano contribuito a promuoverlo.
Il terremoto dell’Irpinia del 1980 provocò 3000 vittime e le parole di Pertini diedero voce ad un paese sconvolto, che voleva giustizia ed era disposto a lottare per essa.
Oggi per il Covid sono già morte 50.000 persone e non c’è nessuna istituzione dello Stato che prenda parola per denunciare le enormi colpe della classe dirigente per questa strage immane. Nessuno che chieda scusa, nessuno che si dimetta o venga accompagnato alla porta.
E anche nella opinione pubblica l’assuefazione al massacro sta dilagando.
L’Italia di oggi, ben più ricca e colpevole di quella di quarant’anni fa, si assolve a partire da tutti i suoi vertici e sparge un complice e mortale ottimismo, che Sandro Pertini oggi contrasterebbe con tutte le sue forze. Guadagnandosi così l’unanime condanna di istituzioni ipocritamente indignate, che oggi bollerebbero di sciacallaggio parole come le sue.
Fonte
19/10/2018
Quell’ultimo “ponte”
Il “ponte” fu un’iniziativa del morente fascismo repubblichino di Salò e di alcuni esponenti “moderati” del partigianato, nella tarda primavera del 1945. Ci permettiamo di riassumerlo brevemente, perché – come spiegheremo quasi subito – vediamo ancora una volta molte analogie con una situazione odierna, in particolare la lotta NOTAV.
Pensata da Mussolini e dall’ex comunista Nicola Bombacci (poi fervido sostenitore del neofascismo e autore dell’assurdo guazzabuglio chiamato “Carta di Verona”, base del cosiddetto fascismo sociale) alla fine del 1943, la deriva pseudosociale del fascismo si concretizzò inizialmente con “appelli alla concordia” scritti con aulico linguaggio dal filosofo Giovanni Gentile ed altri intellettuali, giornalisti e politici fascisti minori e sedicenti moderati.
Si trattava in realtà di un’illusione volta a impedire il formarsi della Resistenza, permettendo ai tedeschi di agire indisturbati nella loro politica di spoliazione dell’Italia, di deportazione di oppositori ed ebrei, di repressione mortale della popolazione.
La “piccola democrazia” fu spazzata via da Mussolini stesso, dopo che alcuni giornali avevano addirittura pubblicato blande critiche al regime: una secca circolare del ministro degli interni rimise in riga scriba e schiavi. La fine della farsa culminò con la condanna a morte e l’esecuzione dell’ex filosofo Gentile, le cui auliche parole erano, nel contesto, ripugnanti, da parte dei Gap fiorentini. Lo spazio immaginato non poteva esistere.
Passarono i mesi, e Mussolini ormai disperato tentò l’iniziativa del “ponte” tramite un altro pseudo-filosofo, questa volta di caratura assai inferiore al precedente, certo Edmondo Cione, che fondò un inesistente “Raggruppamento Repubblicano Socialista”, cui venne data di nuovo un po’ di finta libertà e autonomia. Purtroppo, alcuni socialisti dirigenti e membri del CLN (ad esempio Corrado Bonfantini, Comandante delle Brigate Matteotti), si impegolarono in ambigui tentativi di compromesso con Mussolini: egli, spalleggiato dai “moderati” (Cione, i ministri Biggini e Pisenti, il capo della polizia Renzo Montagna, i giornalisti Pini, Manunta, Borsani, il mussoliniano ex-antifascista Carlo Silvestri ed altri) tentò a più riprese di contattare i membri del suo ex-partito di un quarto di secolo prima (il Partito Socialista, appunto) proponendo di cedere loro il potere in maniera “morbida” e senza insurrezione, offrendo loro anche di proseguire nella cosiddetta “socializzazione”, vanamente decretata dalla RSI, in cambio dell’impunità: questo era il folle progetto del “Ponte”.
Che i socialisti avessero nella Resistenza partigiana un ruolo secondario (la quasi totalità delle formazioni partigiane era comunista, azionista di GL o autonoma) rendeva il progetto del “Ponte” del tutto irrealistico, oltre che un meschino tentativo dei capi fascisti ormai spacciati di salvarsi la pelle.
Fra i primi decreti del CLN, comunque, vi fu proprio l’abrogazione del cosiddetto “decreto della RSI sulla socializzazione”, visti i suoi contenuti antinazionali, falsamente sociali e la nulla adesione che esso ebbe tra i lavoratori che avrebbero dovuto esserne i beneficiari. Gli stessi lavoratori che venivano denunciati dai fascisti e deportati nei lager nazisti se scioperavano.
Il fascismo – repubblicano per facciata e dittatoriale fino alla fine – rimase sempre ciò che era: servo dei padroni, industriali e agrari. Se il partito dell’industria, vista l’imminente sua fine, ad un certo punto mollò il fascismo per rivolgersi agli americani e agli alleati, ed i fascisti reagirono con rabbia, questo non fa dei fascisti dei rivoluzionari anticapitalisti, ma solo dei servi messi alla porta perchè ormai imbarazzanti e inutili. Così come non fa degli industriali degli antifascisti.
Le ferme mani di Sandro Pertini e di Lelio Basso mantennero, nella primavera 1945, i socialisti fuori da qualunque ambiguità o compromesso. Un’ultima lettera “ai compagni socialisti” venne vergata da Mussolini dopo la fallita trattativa in Arcivescovado e prima della fuga, il 25 aprile sera. Conteneva ancora le citate profferte “pontiste” di accordo. Recapitata da Bonfantini a Sandro Pertini, ebbe questa risposta: “La lettera non sarà presa in considerazione alcuna”.
Oggi, vi è in Italia un vecchio progetto morente: il TAV Torino-Lione. Ormai da trent’anni si trascina – sopravvissuto a se stesso – attraverso innumerevoli revisioni, che non hanno cambiato la sostanza dei fatti: è un progetto inutile. Costoso, superato, dannoso per l’ambiente e la salute della popolazione, che non risparmia energia e aumenta le emissioni climalteranti, che aumenta l’occupazione in modo trascurabile, compromesso con ditte condannate per mafia, e che drenerebbe risorse che non ci sono per molti decenni, risorse che devono essere impegnate in altri scopi urgenti.
A difenderlo, come allora, alcuni irriducibili, mentre molti altri suoi paladini si sono già defilati: alcuni politici in scadenza, altri reduci da fallimenti e batoste proverbiali, alcuni boiardi scaduti, un partito politico in estinzione, un altro partito politico neofascista, che però è tentato di vendere la sorte ormai segnata del progetto in cambio della mano libera su altri suoi disegni, improntati alla deportazione di chi è razzialmente ritenuto inferiore. Fra questi ultimi seguaci, scoppiano anche furiose liti da tragicommedia, come fra fascisti irriducibili e moderati.
La stragrande maggioranza della popolazione locale e la maggioranza della popolazione italiana è contraria all’opera, così come molti amministratori e politici decenti, oltre a tecnici, scienziati, intellettuali e giornalisti non venduti.
Fra la base e anche fra i politici del partito che attualmente detiene la maggioranza relativa dei seggi in parlamento, l’opposizione al TAV è praticamente unanime, inclusi alcuni ministri. La promessa di fermare le grandi opere inutili e dannose è (era?) uno dei fulcri del loro programma. All’atto pratico, però, vi sono anche in questo caso dei Pertini e dei Bonfantini: alcuni vogliono chiudere subito la pluridecennale vicenda, tenendo fede alla parola data, specie i politici e amministratori più legati al territorio.
L’Unione Europea e la Francia, che dovrebbero in teoria devolvere delle risorse, hanno già manifestato significativi ripensamenti, e attendono soltanto una parola definitiva dell’Italia per tirarsi indietro.
Il Parlamento Europeo ed il Consiglio Regionale del Piemonte, ancora per pochi mesi infarciti di rappresentanti di un partito destinato a diventare residuale, o di berlusconiani screditati, sono per il momento ancora bloccati su una specie di Linea Gotica, che però – come quella di allora – tutti sanno destinata a cadere presto.
Dinanzi a questa situazione, chiarissima per quasi tutti, alcuni temporeggiano: non reagiscono adeguatamente ad ultimi colpi di coda, quali ad esempio l’indizione di gare d’appalto per cantieri improbabili, oppure le condanne ai resistenti valsusini, o ancora le patetiche adunate di fantasmi ridotti a poche decine, proprio come i gerarchi che seguirono Mussolini nella sua ultima fuga, terminata a Dongo.
Allora, però, nel 1945, le fonti di informazione che ci sono oggi non esistevano. Molti di quelli che si rifugiarono nell’ambiguità riuscirono a far dimenticare i loro atteggiamenti nel gran tripudio della Liberazione, e riebbero o conservarono posizioni di potere nel dopoguerra.
Oggi non è più così: esistono fonti di informazione non manovrata disponibili per chiunque, e nella base e nell’elettorato del partito di maggioranza relativa crescono i dubbi e la rabbia: molti di quelli che lo avevano appoggiato – magari rinunciando all’astensione o al voto per altre liste – lo hanno abbandonato o lo faranno nei prossimi mesi, se non verrà fatta chiarezza. I sondaggi mettono in dubbio gli esiti non tanto delle elezioni europee, in fin dei conti di scarso significato, quanto di quelle regionali, dove potrebbe vincere un asse di destra sostanzialmente fascista, razzista e confindustriale, appoggiato anche indirettamente da media e giornali sedicenti neutrali o addirittura di “sinistra”, che dopo un periodo di silenzio in seguito alla batosta del marzo scorso, hanno rialzato la testa privi di vergogna.
L’unica via di uscita per battere questa tendenza è fare chiarezza con scelte coerenti: ad esempio, far uscire al più presto la valutazione costi-benefici del TAV, mettendo in evidenza la realtà di costi astronomici rispetto a benefici trascurabili, come si sa da sempre.
Dopo, nel mese di gennaio 2019, prima delle elezioni, chiudere per sempre la partita già decisa e silurare alcuni personaggi che ancora bene non si sa perché continuino a restare al loro posto.
A questo punto, avremo maggiori probabilità che anche gli altri personaggi ancora al potere siano spazzati via, seguendo il destino dei loro sodali già tornati nell’anonimato. Solo così, forse, chi è rimasto deluso e giustamente li ha abbandonati o protesta, o preannuncia l’astensione, potrà dar loro nuovamente credito.
Senza trascurare tutti gli aspetti, più importanti del NOTAV, sui quali c’è discordanza netta e si attendono “rinsavimenti”. Ma da qualcosa occorre pur partire, no? E questa mossa, liquidare il TAV, è gratis. Anzi, conviene.
Aspettiamo, non più fiduciosi, ma ancora speranzosi che il buon senso, la capacità e la “vision” politica, abbiano – se non il senso di giustizia e la buona fede sui quali a volte dubitiamo – il sopravvento.
Che il 2019 sia finalmente l’ultimo anno della lotta ormai quasi trentennale al TAV: chi scrive non è stato fra i primissimi, essendo diventato NOTAV nel dicembre del 1992, quando aveva poco più di trent’anni. Ora – avvicinandosi ai sessanta – ritiene che sia davvero giunto il momento di poter occuparsi di altro.
Fonte
Pensata da Mussolini e dall’ex comunista Nicola Bombacci (poi fervido sostenitore del neofascismo e autore dell’assurdo guazzabuglio chiamato “Carta di Verona”, base del cosiddetto fascismo sociale) alla fine del 1943, la deriva pseudosociale del fascismo si concretizzò inizialmente con “appelli alla concordia” scritti con aulico linguaggio dal filosofo Giovanni Gentile ed altri intellettuali, giornalisti e politici fascisti minori e sedicenti moderati.
Si trattava in realtà di un’illusione volta a impedire il formarsi della Resistenza, permettendo ai tedeschi di agire indisturbati nella loro politica di spoliazione dell’Italia, di deportazione di oppositori ed ebrei, di repressione mortale della popolazione.
La “piccola democrazia” fu spazzata via da Mussolini stesso, dopo che alcuni giornali avevano addirittura pubblicato blande critiche al regime: una secca circolare del ministro degli interni rimise in riga scriba e schiavi. La fine della farsa culminò con la condanna a morte e l’esecuzione dell’ex filosofo Gentile, le cui auliche parole erano, nel contesto, ripugnanti, da parte dei Gap fiorentini. Lo spazio immaginato non poteva esistere.
Passarono i mesi, e Mussolini ormai disperato tentò l’iniziativa del “ponte” tramite un altro pseudo-filosofo, questa volta di caratura assai inferiore al precedente, certo Edmondo Cione, che fondò un inesistente “Raggruppamento Repubblicano Socialista”, cui venne data di nuovo un po’ di finta libertà e autonomia. Purtroppo, alcuni socialisti dirigenti e membri del CLN (ad esempio Corrado Bonfantini, Comandante delle Brigate Matteotti), si impegolarono in ambigui tentativi di compromesso con Mussolini: egli, spalleggiato dai “moderati” (Cione, i ministri Biggini e Pisenti, il capo della polizia Renzo Montagna, i giornalisti Pini, Manunta, Borsani, il mussoliniano ex-antifascista Carlo Silvestri ed altri) tentò a più riprese di contattare i membri del suo ex-partito di un quarto di secolo prima (il Partito Socialista, appunto) proponendo di cedere loro il potere in maniera “morbida” e senza insurrezione, offrendo loro anche di proseguire nella cosiddetta “socializzazione”, vanamente decretata dalla RSI, in cambio dell’impunità: questo era il folle progetto del “Ponte”.
Che i socialisti avessero nella Resistenza partigiana un ruolo secondario (la quasi totalità delle formazioni partigiane era comunista, azionista di GL o autonoma) rendeva il progetto del “Ponte” del tutto irrealistico, oltre che un meschino tentativo dei capi fascisti ormai spacciati di salvarsi la pelle.
Fra i primi decreti del CLN, comunque, vi fu proprio l’abrogazione del cosiddetto “decreto della RSI sulla socializzazione”, visti i suoi contenuti antinazionali, falsamente sociali e la nulla adesione che esso ebbe tra i lavoratori che avrebbero dovuto esserne i beneficiari. Gli stessi lavoratori che venivano denunciati dai fascisti e deportati nei lager nazisti se scioperavano.
Il fascismo – repubblicano per facciata e dittatoriale fino alla fine – rimase sempre ciò che era: servo dei padroni, industriali e agrari. Se il partito dell’industria, vista l’imminente sua fine, ad un certo punto mollò il fascismo per rivolgersi agli americani e agli alleati, ed i fascisti reagirono con rabbia, questo non fa dei fascisti dei rivoluzionari anticapitalisti, ma solo dei servi messi alla porta perchè ormai imbarazzanti e inutili. Così come non fa degli industriali degli antifascisti.
Le ferme mani di Sandro Pertini e di Lelio Basso mantennero, nella primavera 1945, i socialisti fuori da qualunque ambiguità o compromesso. Un’ultima lettera “ai compagni socialisti” venne vergata da Mussolini dopo la fallita trattativa in Arcivescovado e prima della fuga, il 25 aprile sera. Conteneva ancora le citate profferte “pontiste” di accordo. Recapitata da Bonfantini a Sandro Pertini, ebbe questa risposta: “La lettera non sarà presa in considerazione alcuna”.
Oggi, vi è in Italia un vecchio progetto morente: il TAV Torino-Lione. Ormai da trent’anni si trascina – sopravvissuto a se stesso – attraverso innumerevoli revisioni, che non hanno cambiato la sostanza dei fatti: è un progetto inutile. Costoso, superato, dannoso per l’ambiente e la salute della popolazione, che non risparmia energia e aumenta le emissioni climalteranti, che aumenta l’occupazione in modo trascurabile, compromesso con ditte condannate per mafia, e che drenerebbe risorse che non ci sono per molti decenni, risorse che devono essere impegnate in altri scopi urgenti.
A difenderlo, come allora, alcuni irriducibili, mentre molti altri suoi paladini si sono già defilati: alcuni politici in scadenza, altri reduci da fallimenti e batoste proverbiali, alcuni boiardi scaduti, un partito politico in estinzione, un altro partito politico neofascista, che però è tentato di vendere la sorte ormai segnata del progetto in cambio della mano libera su altri suoi disegni, improntati alla deportazione di chi è razzialmente ritenuto inferiore. Fra questi ultimi seguaci, scoppiano anche furiose liti da tragicommedia, come fra fascisti irriducibili e moderati.
La stragrande maggioranza della popolazione locale e la maggioranza della popolazione italiana è contraria all’opera, così come molti amministratori e politici decenti, oltre a tecnici, scienziati, intellettuali e giornalisti non venduti.
Fra la base e anche fra i politici del partito che attualmente detiene la maggioranza relativa dei seggi in parlamento, l’opposizione al TAV è praticamente unanime, inclusi alcuni ministri. La promessa di fermare le grandi opere inutili e dannose è (era?) uno dei fulcri del loro programma. All’atto pratico, però, vi sono anche in questo caso dei Pertini e dei Bonfantini: alcuni vogliono chiudere subito la pluridecennale vicenda, tenendo fede alla parola data, specie i politici e amministratori più legati al territorio.
L’Unione Europea e la Francia, che dovrebbero in teoria devolvere delle risorse, hanno già manifestato significativi ripensamenti, e attendono soltanto una parola definitiva dell’Italia per tirarsi indietro.
Il Parlamento Europeo ed il Consiglio Regionale del Piemonte, ancora per pochi mesi infarciti di rappresentanti di un partito destinato a diventare residuale, o di berlusconiani screditati, sono per il momento ancora bloccati su una specie di Linea Gotica, che però – come quella di allora – tutti sanno destinata a cadere presto.
Dinanzi a questa situazione, chiarissima per quasi tutti, alcuni temporeggiano: non reagiscono adeguatamente ad ultimi colpi di coda, quali ad esempio l’indizione di gare d’appalto per cantieri improbabili, oppure le condanne ai resistenti valsusini, o ancora le patetiche adunate di fantasmi ridotti a poche decine, proprio come i gerarchi che seguirono Mussolini nella sua ultima fuga, terminata a Dongo.
Allora, però, nel 1945, le fonti di informazione che ci sono oggi non esistevano. Molti di quelli che si rifugiarono nell’ambiguità riuscirono a far dimenticare i loro atteggiamenti nel gran tripudio della Liberazione, e riebbero o conservarono posizioni di potere nel dopoguerra.
Oggi non è più così: esistono fonti di informazione non manovrata disponibili per chiunque, e nella base e nell’elettorato del partito di maggioranza relativa crescono i dubbi e la rabbia: molti di quelli che lo avevano appoggiato – magari rinunciando all’astensione o al voto per altre liste – lo hanno abbandonato o lo faranno nei prossimi mesi, se non verrà fatta chiarezza. I sondaggi mettono in dubbio gli esiti non tanto delle elezioni europee, in fin dei conti di scarso significato, quanto di quelle regionali, dove potrebbe vincere un asse di destra sostanzialmente fascista, razzista e confindustriale, appoggiato anche indirettamente da media e giornali sedicenti neutrali o addirittura di “sinistra”, che dopo un periodo di silenzio in seguito alla batosta del marzo scorso, hanno rialzato la testa privi di vergogna.
L’unica via di uscita per battere questa tendenza è fare chiarezza con scelte coerenti: ad esempio, far uscire al più presto la valutazione costi-benefici del TAV, mettendo in evidenza la realtà di costi astronomici rispetto a benefici trascurabili, come si sa da sempre.
Dopo, nel mese di gennaio 2019, prima delle elezioni, chiudere per sempre la partita già decisa e silurare alcuni personaggi che ancora bene non si sa perché continuino a restare al loro posto.
A questo punto, avremo maggiori probabilità che anche gli altri personaggi ancora al potere siano spazzati via, seguendo il destino dei loro sodali già tornati nell’anonimato. Solo così, forse, chi è rimasto deluso e giustamente li ha abbandonati o protesta, o preannuncia l’astensione, potrà dar loro nuovamente credito.
Senza trascurare tutti gli aspetti, più importanti del NOTAV, sui quali c’è discordanza netta e si attendono “rinsavimenti”. Ma da qualcosa occorre pur partire, no? E questa mossa, liquidare il TAV, è gratis. Anzi, conviene.
Aspettiamo, non più fiduciosi, ma ancora speranzosi che il buon senso, la capacità e la “vision” politica, abbiano – se non il senso di giustizia e la buona fede sui quali a volte dubitiamo – il sopravvento.
Che il 2019 sia finalmente l’ultimo anno della lotta ormai quasi trentennale al TAV: chi scrive non è stato fra i primissimi, essendo diventato NOTAV nel dicembre del 1992, quando aveva poco più di trent’anni. Ora – avvicinandosi ai sessanta – ritiene che sia davvero giunto il momento di poter occuparsi di altro.
Fonte
27/04/2017
I giorni della Liberazione. 27 Aprile, la cattura /3
Ventisette aprile
Mussolini e i suoi gerarchi (con le famiglie, circa 100 persone) partono da Menaggio (Como), aggregati ad una colonna tedesca di militari in ritirata verso Merano e la Germania. La colonna, lunga circa un chilometro, alle 07:15, appena fuori dall’abitato di Musso, poco più a nord, viene fermata ad un posto di blocco delle Brigate Garibaldi: si tratta di pochi uomini della 52ª Brigata Garibaldi “Luigi Clerici”, comandata da Pier Luigi Bellini delle Stelle, “Pedro”, commissario politico Michele Moretti “Pietro Gatti”, vice commissario politico Urbano Lazzaro “Bill” e capo di stato maggiore Luigi Canali “Capitano Neri”.
| Fig. 10. Pier Luigi Bellini delle Stelle “Pedro”, comandante della 52a Brigata Garibaldi, al centro con barba e baffi. |
Dopo una breve sparatoria, iniziano le trattative, che si protrarranno fino al primo pomeriggio. I tedeschi, in numero e armamento assai maggiore dei partigiani, non si rendono conto di avere innanzi a loro un blocco con un numero assai esiguo di uomini, che potrebbero facilmente sopraffare. Trattano, ed alla fine ottengono il permesso di poter proseguire la ritirata, a condizione che venga effettuata un’ispezione, al posto di blocco partigiano successivo (cioè a Dongo), e siano consegnati tutti gli italiani presenti nel convoglio. L’esito pomeridiano della trattativa, con l’accordo con i tedeschi, non deve apparire strano: il comandante Pedro aveva già avuto informazione, attraverso un prete del luogo, della possibile presenza di Mussolini e degli alti gerarchi fascisti nella colonna, ed acconsente quindi a lasciar proseguire i tedeschi. I quali, d’altro canto, non faranno molta strada. Riportiamo alcuni stralci dell’articolo, già citato per alcune fonti iconografiche.
La colonna tedesca, dopo la perquisizione nel pomeriggio del venerdì 27 sul lungolago di Dongo, fu lasciata sfilare lungo la strada “Regina” verso Nord, passando per Gravedona. I partigiani poi la bloccarono e ne trattarono la resa con la firma finale il 28 aprile 1945 presso l’Albergo Isola Bella di Colico: due giovani Comandanti partigiani, Iach e Sam, firmarono la resa della colonna tedesca.
Torniamo a Musso, ed al 27 pomeriggio. Mussolini, su consiglio del capo della sua scorta SS, il tenente Fritz Birzer, indossa un cappotto e un elmetto da sottufficiale della Wehrmacht, sale sul camion numero 34 (targato WH 529507), occultandosi in fondo al pianale, vicino alla cabina di guida, ricoperto da una coperta militare: finge di dormire, come fosse ubriaco. A nessun altro italiano sarà concesso di tentare di seguire Mussolini nel convoglio nascondendosi come lui.
La pubblicistica revisionista ha tentato di negare il travestimento dell’ex duce, sempre per malintese questioni di “onore”. La già citata intervista di Fritz Birzer chiarisce anche questo punto:
«Su questo episodio nessuno può minimamente smentirmi, perché fui io stesso a ordinare a un sergente della Flak di consegnare a Mussolini il suo cappotto e il suo elmetto. Lo feci perché ritenevo che soltanto in quel modo, confondendosi con i nostri soldati, egli sarebbe forse riuscito a sfuggire ai partigiani. Il capitano Kisnat era presente alla scena, ma non disse nulla, né per opporsi alla mia iniziativa né per approvarla. Claretta Petacci invece supplicò il Duce di ascoltare il mio consiglio. Cosi Mussolini, anche se malvolentieri, indossò il cappotto della Flak e si mise l’elmo d’acciaio sotto il braccio. Salì poi sul camion dalla parte posteriore per non essere visto dai partigiani che si trovavano davanti alla nostra colonna».
Intanto – durante le convulse ore che seguono l’arresto mattutino della colonna a Musso – alcuni gerarchi componenti la colonna (Ruggero Romano con il figlio Costantino, Ferdinando Mezzasoma, Paolo Zerbino, Augusto Liverani, Nicola Bombacci, Luigi Gatti, Ernesto Daquanno, Goffredo Coppola e Mario Nudi) si consegnano al parroco di Musso, don Enea Mainetti, sperando di nascondersi e di scamparla. Essi – tradendo la consegna del silenzio assoluto sulla presenza dell’ex duce – confidano al prete che Mussolini è presente nella colonna. Il prete – però – correttamente consegna i fascisti ai partigiani e avverte il Comandante Pedro di quanto ha da loro saputo: ciò spiega anche – come detto – l’accordo sulla perquisizione con il permesso di proseguire consegnando tutti gli italiani, nonché l’accuratezza della successiva ispezione, fino all’individuazione di Mussolini. In quanto ai gerarchi traditori – essendo tutti condannati a morte per decreto del CLNAI del 25 aprile, articolo 5 (vedi in seguito) – saranno fucilati il giorno seguente, a parte ovviamente il giovane Costantino Romano, che venne rilasciato.
| Fig. 11. L’intervista del 1981 a Fritz Birzer. Fonte: http://www.larchivio.org/xoom/birzer.htm |
| Fig. 12. Uno dei camion della Colonna tedesca a Dongo, 27 aprile 1945 |
Durante l’ispezione della colonna tedesca in piazza a Dongo, – condotta dai partigiani sotto la direzione di un maresciallo della finanza, Francesco Di Paola – Mussolini, nascosto sotto una panca del camion n. 34, viene riconosciuto dal partigiano Giuseppe Negri. Vi è stata su questo punto una certa diversità di versioni, su chi avesse “riconosciuto Mussolini” e “arrestato Mussolini”, tuttavia praticamente risolta, al contrario della questione sull’esecutore materiale della sentenza di morte.
Risale al 2002 un’intervista a Ivo Bitetti, romano, futuro rugbysta e pallanotista nazionale abbastanza noto, che trovandosi a Dongo e conoscendo il tedesco, da civile venne chiamato dai partigiani a fungere da interprete, durante l’ispezione. Nella sua intervista Bitetti sostiene di aver notato per primo il corpulento soldato tedesco steso sul fondo del camion come se dormisse ubriaco. Ma di Bitetti e del suo preteso ruolo non vi è traccia nella relazione del Maresciallo Di Paola, assai accurata e che riporteremo dopo. Appare tranciante, infine, la dichiarazione da parte del Comandante Pedro e del Commissario Urbano Lazzaro “Bill”: fu Giuseppe Negri a scoprire e riconoscere Mussolini (Figura 12a)
| Figura 12a – Dichiarazione del Comandante Pedro e del Commissario Urbano Lazzaro “Bill”: fu Giuseppe Negri a scoprire e riconoscere Mussolini. |
La rivelazione di Bitetti appare quindi non corrispondente a piena verità, sebbene sia accertato da altre fonti la sua effettiva presenza sul posto in quei giorni e la sua collaborazione con la Brigata Garibaldi e al momento della perquisizione. Tuttavia la dichiarazione da parte dei comandanti Pedro e Bill sull’effettivo ruolo di Giuseppe Negri è nota e verificabile da tempo, essendo stata pubblicata sul Diario di un nipote di Giuseppe Negri stesso, e nel volume dell’Anpi e ISSREC di Sondrio a pag.214 dal titolo “Valtellina e Valchiavenna dal fascismo alla democrazia” [vedi: Pierfranco Mastalli, L’arresto di Mussolini a Dongo e la resa della Colonna Tedesca a Morbegno e a Colico (27 e 28 aprile 1945)”, Rivista di Storia e Cultura del Territorio “Archivi di Lecco e della Provincia” n 2 (monografico), aprile/giugno 2011 (Ed.Cattaneo)].
Si confronti anche l’articolo che riproduce la dichiarazione in figura sopra, frutto del lavoro di ricostruzione di Pierfranco Mastalli.
| Figura 12b – Mussolini fu riconosciuto da Giuseppe Negri. Articolo di Marco Luppi per “La Provincia”, 28 maggio 2015. Cortesia di Pierfranco Mastalli. |
Tornando al momento nel quale Negri scopre l’ex duce nascosto, viene subito avvertito il più alto in grado nelle immediate vicinanze, cioè il vicecommissario politico Urbano Lazzaro “Bill”. Bill riconosce Mussolini, lo invita ad alzarsi, lo disarma del mitra e di una pistola, ed arrestatolo e presolo in consegna, lo porta nella sede comunale, dove gli vengono sequestrate due borse di cui era in possesso (v. Appendice, “Carteggio Churchill-Mussolini”). Tutti gli altri componenti italiani al seguito, oltre cinquanta, vengono scoperti ed arrestati. Si tratta di quasi tutti i maggiori gerarchi e ministri della RSI; mancano Buffarini Guidi e Tarchi (già arrestati il giorno precedente), Rodolfo Graziani (ministro della guerra e capo dell’esercito repubblichino), che non aveva seguito Mussolini durante la sua fuga da Milano, il ministro della Giustizia Pisenti (anch’egli rimasto a Milano e salvato grazie all’intervento di Corrado Bonfantini), Colombo (arrestato e giustiziato altrove il 28) e pochi altri. A Dongo, oltre ai gerarchi arrestati, vi sono anche componenti delle famiglie, che non subiscono rappresaglie (eccezion fatta per Marcello Petacci, vedi in seguito).
Un Rapporto dettagliato dell’ispezione è reso dal Maresciallo Capo Francesco Di Paola, comandante della brigata della Guardia di Finanza di Dongo. Nelle giornate dell’insurrezione, Di Paola prestava servizio per il mantenimento dell’ordine pubblico, in collaborazione con la 52a brigata partigiana, e “Bill” lo incaricò di dirigere la ricognizione, effettuata dai partigiani. Riportiamo – letterale – uno stralcio della Relazione:
“Io iniziai la visita per mio conto senza mai stancarmi di raccomandare ai patrioti che mi erano vicino di eseguire le visite minuziosamente, guardando bene tra le valigie e cassette di cui erano cariche le macchine. Nonostante però le raccomandazioni ognuno agiva per proprio conto e non si vide altro che una grande confusione, specialmente quando furono trovati i primi italiani vestiti da tedeschi (come il ministro Romano, Coppola ecc.). Tutti gli armati e borghesi scendevano e salivano sui camion ma senza risultati positivi, appunto perché le visite venivano fatte superficialmente. Visto tale confusione iniziai per mio conto un servizio di osservazione per studiare le mosse dei tedeschi che occupavano gli autocarri. Giunto presso un autocarro già visitato parecchie volte, notai che l’atteggiamento dei militari tedeschi che vi erano a bordo era sospetto fino al punto di farmi pensare con certezza che su quel automezzo si trovava qualche gerarca nascosto. Allora subito ordinai al partigiano Negri Giuseppe da Dongo di salire su quel autocarro ed eseguire una minuziosa perquisizione indicandogli anche di guardare bene sotto i materiali che si trovavano dietro il posto di guida perché vi era qualche cosa che assomigliava alla figura di un uomo. Il Negri obbedì e salito sul camion iniziava la perquisizione mentre io sorvegliavo sempre le mosse dei soldati tedeschi. Quando il Negri si avvicinò al punto dove io precedentemente gli avevo indicato ed alzate le coperte, mi accorsi che i militari suddetti dichiararono qualche cosa al Negri, ma non mi fu possibile capire le vere parole che poi seppi che gli avevano dichiarato che ivi era un loro camerata ubriaco. Il Negri non si convinse delle dichiarazioni dei militari tedeschi e alzata la coperta vide Mussolini. Fingeva di nulla e continuava la perquisizione fino a guardare bene tutto il camion. Terminata la perquisizione scese ed io subito gli chiesi il risultato della visita da me ordinata, ma il Negri era talmente confuso fino al punto di rispondermi balbettando qualche parola e precisamente “c’è su il bello”. Intanto io ancora insistentemente gli chiedevo che cosa aveva visto, insieme ci portammo verso la piazza. In quel momento appariva Bill – Lazzaro Urbano – ex Guardia di Finanza, al quale il Negri si fece incontro gridando “Bill su quel camion c’è Mussolini”. Io, Bill e alcuni uomini ci precipitammo verso il camion. Bill salì sull’automezzo e scorto Mussolini lo invitò a scendere. Mussolini lo seguì e si portò verso la parte posteriore del camion per scendere. I soldati tedeschi rimasero fermi al loro posto, mentre Mussolini li guardava e quasi con lo sguardo li invitava a reagire, come poi si è saputo che Mussolini era convinto che alla sua scoperta i militari tedeschi dovevano fare uso delle armi.”
Alcuni fascisti cercano di fuggire durante le convulse ore del 27 aprile: sperano di nascondersi presso la popolazione locale; a questo scopo tentano di corrompere la popolazione offrendo denaro e gioielli: nessuno accetta di nasconderli.
Pavolini e gli occupanti dell’autoblindo sono gli unici a cercare di resistere: una manovra improvvisa dell’autoblindo, come se cercasse di sganciarsi dal convoglio e fuggire, scatena un breve scontro a fuoco con i partigiani: gli occupanti vengono catturati. Pavolini tenta di fuggire nascondendosi nelle rive del lago, fra la vegetazione, ma viene ripreso e nel tentativo di fuga rimane ferito.
La notizia dell’arresto di Mussolini si sparge rapidamente: inizia una partita a tempo fra coloro che vogliono sia eseguita la sentenza capitale del CLNAI e coloro che invece vogliono consegnare l’ex duce agli alleati, in pratica salvandolo dall’esecuzione.
Il comandante Bellini delle Stelle, dopo l’interrogatorio di Mussolini nel Municipio di Dongo, intorno alle 18.30 del 27 aprile, valuta come poco sicuro il luogo di detenzione di Mussolini: lo trasferisce nella caserma della Guardia di Finanza di Germasino, un paesino sopra Dongo. A fine giornata verrà ivi fatta sottoscrivere da Mussolini una breve dichiarazione autografa, l’ultimo scritto dell’ex duce, su richiesta del finanziere Buffelli [55], dove si attestava l’avvenuto arresto e il trattamento corretto ricevuto dall’ex duce. Altri gerarchi saranno trasferiti a Germasino e trattenuti fino al primo pomeriggio del 28 aprile, per essere poi riportati a Dongo.
Il luogo appare sufficientemente isolato e sicuro, tuttavia “Pedro”, probabilmente contattato nel frattempo dal tenente colonnello Sardagna, rappresentante del CVL a Como, decide di trasferire nuovamente l’ex duce: Sardagna, su richiesta del Comandante del CVL generale Raffaele Cadorna, gli ha chiesto di trasferire Mussolini in un “luogo sicuro”, ma per poterlo consegnare poi agli alleati. In tarda serata e prima nottata, quindi, Mussolini viene spostato in auto in altri luoghi nei dintorni, in particolare al molo di Moltrasio, dove doveva venire traghettato e posto in salvo. Alla fine, sfumato come vedremo il piano, egli giungerà a pernottare, ricongiunto alla Petacci e sorvegliato da due soli giovani partigiani (Guglielmo Cantoni “Sandrino Menefrego” e Giuseppe Frangi “Lino”), in una casa isolata a Bonzanigo, una frazione di Mezzegra, presso la famiglia De Maria, conoscenti di lunga data del “capitano Neri” e di cui il capo partigiano si fida assolutamente. Il Comandante “Pedro” ritorna a Dongo, mentre “Neri” e gli altri partigiani, fra cui Michele Moretti (“Pietro”, il cui ruolo sarà essenziale l’indomani) vanno a Como.
E’ l’ultima notte di Mussolini, mentre a Milano si decide del suo destino.
Ricevuta comunicazione dell’arresto dell’ex duce, in serata, il Comitato insurrezionale del CLNAI di Milano, formato da Sandro Pertini, Leo Valiani, Emilio Sereni e Luigi Longo, si riunisce d’urgenza e decide di agire subito, inviando una missione a Como per procedere all’esecuzione di Mussolini, secondo quanto decretato dal CLNAI il 25 aprile. La rapida decisione fu presa anche in modo da aggirare il comportamento equivoco del generale Cadorna, diviso tra i doveri di comandante del CVL e le pressioni degli Alleati, che volevano Mussolini vivo. Si ricordi che il giorno dopo le truppe alleate iniziarono ad occupare la zona di Como, e che quindi il controllo militare da parte dei partigiani era destinato a svanire nel giro di breve tempo.
Importante da segnalare l’atteggiamento fermo, e privo di ambiguità compromissorie, di Sandro Pertini, rappresentante del Partito Socialista (allora PSIUP, Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria), in totale accordo con gli altri membri Comunisti (Longo, Sereni) ed Azionisti (Valiani).
| Fig. 15. Sandro Pertini parla durante il Comizio della Liberazione a Milano, 28 aprile 1945. |
Con il diffondersi della notizia dell’arresto di Mussolini, intanto, era giunto al comando del CLNAI un telegramma degli Alleati con la richiesta di consegnare loro “tutti i membri di governo della RSI“, ex duce incluso, citando la corrispondente clausola numero 29 dell’armistizio di Cassibile, siglato da Eisenhower e Badoglio nel settembre 1943. Appare evidente la pretestuosità del citare quell’accordo, siglato da un’autorità italiana (il Governo del Regno del Sud con a capo Badoglio) che era aliena alla Resistenza; l’accordo era stato sottoscritto in tempi relativamente recenti (soltanto 20 mesi prima), ma lontanissimi, visto quanto era successo in Italia nel frattempo.
Erano invece da applicarsi a tutti gli effetti i Decreti del CLNAI del 25 aprile 1945, come già citati, e dei quali ribadiamo l'articolo 5: “I membri del governo fascista e i gerarchi fascisti colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, d’aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del paese e di averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e, nei casi meno gravi con l’ergastolo”.
Mussolini e gli alti gerarchi e ministri in fuga con lui erano già stati, perciò, condannati a morte. Non restava che eseguire la sentenza, contro l’attuazione della quale agivano gli alleati e il generale Raffaele Cadorna. Occorreva far presto, se si voleva far Giustizia.
Nella notte fra il 27 e il 28 aprile, alle 3 del mattino, il servizio radio del CLNAI trasmette agli alleati un fonogramma in risposta alla loro richiesta di consegna di Mussolini, giunta al CLNAI qualche ora prima: “Spiacenti non poter soddisfare vostra richiesta consegna Mussolini, in quanto già processato dal Tribunale popolare e fucilato nello stesso luogo ove precedentemente fucilati da nazifascisti quindici patrioti“. Il messaggio anticipava di un giorno quanto poi sarebbe successo e aveva lo scopo di depistare gli alleati. Se ne evince anche che l’idea di portare i fascisti, vivi o cadaveri, a Piazzale Loreto, a Milano (dove appunto nel 1944 vi fu la fucilazione da parte dei nazifascisti di 15 partigiani) era già stata decisa dal Comitato Insurrezionale del CLNAI nella riunione del 27 sera.
| Fig. 16. Prima pagina del “Corriere del Mattino” di Firenze del 28 aprile 1945. L’autorità del CLNAI fu riconosciuta anche dal Consiglio dei Ministri del Regno d’Italia. |
Walter Audisio, “colonnello Valerio”, ufficiale addetto al comando generale del CVL e Aldo Lampredi “Guido”, ex combattente della guerra di Spagna e ispettore del comando generale delle Brigate Garibaldi, uomo di fiducia di Luigi Longo, vengono incaricati dal CLNAI, nella sera del 27 a Milano, di andare a prendere l’ex duce e i suoi complici e di riportarli a Milano, vivi o morti, in modo da eseguire la sentenza di condanna a morte.
| Fig. 17. Walter Audisio, “colonnello Valerio” durante un comizio alla Basilica di Massenzio a Roma nel 1947 (Istituto Luce) |
Il generale Raffaele Cadorna, posto a comando del CVL come figura istituzionale di compromesso fra Alleati, Badoglio e il CLN, ma non un vero partigiano, ha una condotta – in quel frangente – duplice. Da un lato, sotto pressione di Longo, Pertini, Valiani e Sereni, rilascia i salvacondotti necessari ad Audisio e Lampredi per superare i molti posti di blocco fra Milano e Como, e per ottenere collaborazione e eventualmente imporre obbedienza ai partigiani locali, e in particolare la 52a Brigata Garibaldi che aveva catturato e deteneva Mussolini. Salvacondotti che si riveleranno, l’indomani, essenziali per la riuscita della missione di Audisio e Lampredi.
Dall’altro lato, Cadorna contatta il tenente colonnello Sardagna, rappresentante del CVL a Como, chiedendogli di sottrarre Mussolini ai partigiani, trasferirlo in “luogo sicuro” al fine di consegnarlo agli alleati.
Sardagna contatta telefonicamente il comandante “Pedro” e lo convince a tentare di porre in salvo Mussolini consegnandolo agli alleati.
Durante il peregrinare dei trasferimenti notturni dell’ex duce, la notte fra il 27 e il 28, per arrivare infine a casa De Maria, “Pedro” agisce per far riuscire il piano di Cadorna: il comandante del CVL aveva predisposto il traghettamento del prigioniero dal molo di Moltrasio sino alla villa dell’industriale Remo Cademartori a Blevio, sull’altra sponda del Lago di Como. Era questo un luogo sicuro e fortificato, dove l’ex duce sarebbe facilmente stato prelevato dagli alleati. “Pedro”, conducendo il piccolo gruppo di partigiani che sta trasferendo l’ex duce (fra cui Luigi Canali “Capitano Neri”, Michele Moretti “Pietro” e Giuseppina Tuissi “Gianna”), riesce a portare Mussolini e la Petacci sul molo di Moltrasio, ma non viene rinvenuta nessuna imbarcazione e il progetto sfuma.
Intanto, in lontananza, si odono echi di sparatorie: si tratta di una prima avanguardia della 34a Divisione statunitense che sta entrando in Como. Nella notte, una decina di Jeep con soldati alleati perlustreranno la zona di Como per cercare di assicurarsi la consegna di Mussolini.
Fra i partigiani che trasportano Mussolini, nell’allarme e incertezza conseguenti, il capo di stato maggiore della 52a Brigata, Luigi Canali “Capitano Neri” alla fine convince “Pedro” e gli altri a portare Mussolini e Petacci in un rifugio sicuro e segreto: si lascia Moltrasio e Mussolini è nascosto in casa dei fidati De Maria, a Bonzanigo. Solo “Sandrino” e “Lino” restano a custodire i due, e per oltre 12 ore Mussolini sarà nelle loro esclusive mani: non tradiranno la consegna, lo custodiranno senza maltrattamenti, ma senza neppure accettare le sue profferte per essere lasciato andare.
Ai partigiani – che hanno lottato per 20 lunghi mesi contro i nazifascisti – viene, ovunque in Italia, lasciato poco tempo per la caccia ai fascisti e la resa dei conti. In questo caso, poi, vista la massima posta in gioco (Mussolini e i gerarchi) già dal 27 aprile, con ancora gli alleati per strada, si medita di sottrarre loro il controllo, eventualmente anche con l’uso della forza. Si sono ritrasformati – in quelle ore – già da cacciatori nuovamente in cacciati. Da carcerieri possono diventare prigionieri, se non consegnano Mussolini dopo averlo catturato: gli Alleati ed elementi “moderati” della Resistenza si battono per salvare la vita del dittatore, responsabile della rovina d’Italia, dopo averla privata della democrazia, e dell’uccisione di migliaia e migliaia di italiani durante la dittatura e in tempo di guerra. Era il 27 aprile 1945, due giorni dopo la data convenzionale della Liberazione, (25 aprile) già c’erano i prodromi del tradimento.
| Fig. 18. Bonzanigo di Mezzegra (CO) – Vista dell’epoca di Casa De Maria, dove pernottò Mussolini con la Petacci la notte fra il 27 e il 28 aprile 1945. |
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Walter Audisio
25/04/2017
I giorni della Liberazione. 25 Aprile /1
Premessa – Venticinque aprile
Fra il 25 aprile e il primo maggio 2015, lavorandoci poi fino ad ora, ho ricostruito cronologicamente, in sedici puntate e alcune appendici, gli episodi principali della fine di Mussolini, in contemporanea più o meno esatta con quello che era successo – ora per ora – esattamente settant’anni prima. Partendo dalla fuga da Milano del 25 aprile per arrivare all’autopsia del 30.
Non credo ci sia nulla di nuovo, dal punto di vista contenutistico, se non un tentativo di fare chiarezza, specialmente su alcuni episodi controversi.
Questa cronaca “momento per momento” parte allora con il Venticinque aprile.
Alle 8 del mattino del 25 aprile, via radio, il CLNAI, da Milano (presieduto da Luigi Longo, Emilio Sereni, Sandro Pertini e Leo Valiani, presenti anche il presidente designato Rodolfo Morandi, Giustino Arpesani per il Partito Liberale e Achille Marazza per la Democrazia Cristiana), proclamò l’insurrezione in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a tutte le forze partigiane attive nel Nord Italia facenti parte del CVL di attaccare i presidi fascisti e tedeschi imponendo la resa; il proclama diffuso via radio si conclude con la voce – oggi inconfondibile, allora sconosciuta – di Sandro Pertini:
“Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire.”Parallelamente il CLNAI emanò appunto dei decreti legislativi a validità immediata.
Proclama del CLNAI (25/4/45). «Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, oggi 25 aprile, in nome del popolo e dei volontari della libertà e delegato del solo governo legale italiano, ha assunto i poteri di governo. (…) Sono istituiti i Tribunali di Guerra in ogni Provincia dal Comando di zona del Corpo Volontari della Libertà designato dal Comando stesso che presiede, da un magistrato in servizio attivo o a riposo designato dal Comitato di Liberazione Nazionale provinciale e da un Commissario di guerra addetto al Comando di Zona e da due semplici partigiani nominati dal Comando di Zona. I Tribunali di guerra hanno competenza a giudicare dei reati contemplati dal presente decreto: essi siedono in permanenza e le loro sentenze sono emanate in nome del popolo italiano ed eseguibili immediatamente.»
Decreto del CLNAI (25/4/45) per l’amministrazione della giustizia. Art.5: “I membri del governo fascista e i gerarchi fascisti colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, d’aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del paese e di averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e, nei casi meno gravi con l’ergastolo”.
Mussolini e gli alti gerarchi e ministri in fuga con lui erano già stati, perciò, condannati a morte. Non restava che eseguire la sentenza.
Nel tardo pomeriggio del 25, falliscono le trattative intavolate fra alcuni membri del CLN (Cadorna, Lombardi, Marazza e altri) e i capi del fascismo (Mussolini, Graziani, Barracu ed altri), durante un incontro presso l’Arcivescovado di Milano con la mediazione del Cardinale Ildefonso Schuster. Mussolini spera ancora in un qualche inesistente margine di accordo; Marazza gli comunica l’unica offerta possibile: resa incondizionata. Correttamente, secondo quanto già deliberato dal CLNAI, l’ultima volta la mattina stessa del 25, non può esserci trattativa, soltanto “Arrendersi o perire”.
Mussolini fa allora un suo ultimo coup de théatre. Viene informato, appena prima della riunione, di quanto già sa, e di cui tutti sono al corrente da settimane: i tedeschi in Italia stanno trattando la resa con gli Alleati. Ovviamente, senza coinvolgere i collaborazionisti della RSI, entità che d’altra parte gli Alleati stessi non hanno mai riconosciuto, non solo come preteso “stato”, ma neppure come interlocutore. Mussolini reagisce indignandosi platealmente davanti ai perplessi membri del CLN e abbandona teatralmente la riunione, dicendo che entro un’ora avrebbe dato una risposta alla richiesta di resa. La risposta non venne mai.
Se la riunione ebbe una qualche utilità – sebbene a ragione i rappresentanti comunisti nel CLN l’avessero disertata, disapprovandola – fu nel mettere in vigore la condanna a morte dell’ex duce e di quanti – seguendolo nella fuga con le armi in mano – erano passibili di esecuzione immediata.
All’incontro del 25 aprile con i fascisti in Arcivescovado, Sandro Pertini – ignaro della sua organizzazione ed informato all’ultimo – giunse in ritardo: incrociò sulle scale dell’Arcivescovado lo stesso Mussolini:
“Lui scendeva le scale, io le salivo. Era emaciato, la faccia livida, distrutto” (Avanti! del 6 maggio 1945)Quando giunse nella Sala dell’arcivescovado, Pertini ebbe, con la delegazione del CLN che aveva trattato, una discussione accesa, appoggiato da Emilio Sereni, nel frattempo anch’egli sopraggiunto: chiese alla delegazione perché non avessero arrestato subito Mussolini. E se Mussolini si fosse arreso al CLNAI, secondo Pertini andava consegnato ad un tribunale del popolo secondo il decreto del CLNAI, e non agli alleati. Secondo Pertini, il suo intervento fu risolutivo per la decisione di Mussolini di fuggire, anche se secondo altri Mussolini già aveva deciso di non arrendersi. In un articolo sull’Avanti (Resistenza: patrimonio di tutti, Avanti!, 16 aprile 1965) Pertini scrisse:
“Da tutto questo appare chiaro che il mio intervento presso il cardinale (intervento appoggiato solo dal compagno Emilio Sereni, ma con molta energia) spinse Mussolini a non arrendersi. E soprattutto appare chiaro che se la sera del 25 aprile il compagno Sereni ed io non fossimo andati all’arcivescovado e se quindi Mussolini si fosse arreso al CLNAI sarebbe stato consegnato al colonnello inglese Max Salvadori, il che voleva dire consegnarlo di fatto agli alleati (ed oggi sarebbe qui, a Montecitorio...)”Diverso atteggiamento avevano avuto, in quel periodo, alcuni socialisti dirigenti e membri del CLN (ad esempio Corrado Bonfantini, Comandante delle Brigate Matteotti), protagonisti degli ambigui tentativi di compromesso dell’ultimo periodo di Mussolini: egli, spalleggiato dai “moderati” (i ministri Biggini e Pisenti, il filosofo Cione, il capo della polizia Renzo Montagna, i giornalisti Pini, Manunta, Borsani, il mussoliniano antifascista Carlo Silvestri e altri) tentò a più riprese di contattare i membri del suo ex-partito di un quarto di secolo prima (il Partito Socialista, appunto) proponendo di cedere loro il potere in maniera “morbida” e senza insurrezione, offrendo loro anche di proseguire nella cosiddetta “socializzazione”, vanamente decretata dalla RSI, in cambio dell’impunità (il cosiddetto progetto del “Ponte”). Che i socialisti avessero nella Resistenza partigiana un ruolo secondario (la quasi totalità delle formazioni partigiane era comunista, azionista di GL o autonoma) rendeva il progetto del “Ponte” irrealistico, oltre che un meschino tentativo dei capi fascisti di salvarsi la pelle. Fra i primi decreti del CLN, vi fu proprio l’abrogazione del cosiddetto decreto della RSI sulla socializzazione, visti i suoi contenuti antinazionali, falsamente sociali e la nulla adesione che esso ebbe tra i lavoratori. Gli stessi lavoratori che venivano denunciati dai fascisti e deportati nei lager nazisti se scioperavano. Il fascismo – repubblicano per facciata e dittatoriale fino alla fine – rimase sempre ciò che era: servo dei padroni, industriali e agrari. Se il partito dell’industria, vista l’imminente sua fine, ad un certo punto mollò il fascismo per rivolgersi agli americani e agli alleati, ed i fascisti reagirono con rabbia, questo non fa dei fascisti dei rivoluzionari anticapitalisti, ma solo dei servi messi alla porta perché ormai imbarazzanti e inutili. Così come non fa degli industriali degli antifascisti.
Le ferme mani di Sandro Pertini e di Lelio Basso mantennero, nella primavera 1945, i socialisti fuori da qualunque ambiguità o compromesso. Un’ultima lettera “ai compagni socialisti” venne vergata da Mussolini dopo la fallita trattativa in Arcivescovado e prima della fuga, il 25 sera. Conteneva ancora le citate offerte “pontiste” di accordo. Recapitata da Bonfantini a Sandro Pertini, ebbe questa risposta: “La lettera non sarà presa in considerazione alcuna”.
Mussolini rientra in Prefettura e prepara la fuga. Fugge da Milano dove sta per iniziare l’insurrezione, ha tre opzioni davanti a sé:
1) la fuga in Svizzera;
2) trincerarsi in Valtellina (il “Ridotto Alpino Repubblicano” sul quale si fanno piani fumosi già da mesi) con gli ultimi fedeli per un’estrema resistenza;
3) fuggire in Germania.
L’ordine di partenza, in realtà di fuga, impartito da Mussolini col motto “Precampo a Como!“, lascia ancora intendere ad Alessandro Pavolini, segretario del PFR e grande propugnatore/organizzatore del Ridotto in Valtellina, che Mussolini ed i suoi lo attenderanno a Como per poi proseguire per Lecco e la Valtellina. Pavolini infatti non parte con Mussolini la sera del 25, ma la mattina del giorno successivo con una numerosa colonna di militi fascisti.
Nell’ultima drammatica riunione in Prefettura, il 24 aprile, Pavolini ebbe un violento scontro con Rodolfo Graziani, ministro della guerra e comandante dell’esercito repubblichino, che lo accusò di mentire e di illudere Mussolini sulle possibilità di resistenza in Valtellina: Graziani non partì con Mussolini la sera del 25, ma restò a Milano, decisione che gli salvò la vita. Anche Junio Valerio Borghese, comandante della Xª Flottiglia MAS, disse a Pavolini che la “Decima” non sarebbe andata in Valtellina, ma sarebbe rimasta in caserma a Milano per arrendersi al CLN (come avvenne il giorno 26).
Mussolini parte con i gerarchi repubblichini e con la “scorta” nazista, capeggiata dal tenente Fritz Birzer. Un lungo corteo di automobili e un camion con i bagagli più ingombranti, camion che avrà un guasto lungo il percorso e sarà recuperato dai fascisti poche ore dopo, già saccheggiato da squadre partigiane.
Vi è un momento storico, nella foto che apre questo articolo (Figura 1 e 2a). Le ultime foto di Mussolini da vivo, mentre sale in macchina nel cortile della Prefettura, con Fritz Birzer, e mentre lascia la Prefettura fra poche braccia alzate. Gli ultimi fascisti milanesi – fra i quali Carlo Borsani – lo implorano di non abbandonarli: invano.
Tre giorni ancora e lo raggiungerà la Giustizia partigiana.
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| Fig. 1. 25 aprile. Ore 20. Una delle ultime foto di Mussolini da vivo, in fuga da Milano. L’ufficiale tedesco è il capo della sua scorta, tenente Fritz Birzer. |
Fonte
09/02/2014
Bon ton parlamentare antifascista
Un successo imbarazzante. Lo diciamo francamente. Abbiamo pubblicato, due giorni fa, in forma di corsivo, alcuni insulti attribuiti a Sandro Pertini nel confronti di un presidente del Senato d'allora ("carogna", "porco"). Senza riferimenti precisi sul piano temporale.
Una valanga di letture e di commenti ha rischiato di travolgere le nostre "difese informatiche". Lettori schierati in due fronti senza troppe mediazioni, così riassumbiili:
a) "è una bufala, Pertini non si esprimeva in quel modo; è stato un grande presidente della repubblica", e quindi tanto basta.
b) è tutto vero, ed era anche normale.
Col primo schieramento "pertinista" si sono identificati tutti i "perbenisti di sinistra", quelli che "come siamo bravi cittadini noi, signora mia", "noi lottiamo per i diritti, mica ci battiamo con le mani"... Genia triste e votata a ogni sconfitta, ma che non vuole neppure sapere come queste sconfitte si susseguano inarrestabili, una dietro l'altra. Quelli che rimpiangono Berlinguer per la sua indubbia integrità morale, senza farsi domande sulla sua fallimentare strategia politica (il "compromesso storico") da cui è iniziata la frana inarrestabile della presenza comunista in questo paese. Non stiamo naturalmente parlando dei risultati elettorali (imparagonabili con gli anni del nuovo millennio, fondati su decenni di conflitto sociale radicale e diffuso), ma della china valoriale vergognosa praticata a partire dall'accettazione "dell'ombrello Nato", a metà degli anni '70.
Col secondo schieramento si son visti compagni almeno consapevoli della storia di questo paese, nonché mezzi tifosi "grillini", eccitati dal poter ribattere per le rime alle accuse subite dopo la gazzarra in aula, in occasione dell'applicazione della "ghigliottina" da parte della presidente della Camera, Boldrini.
Alcuni libri riportavano quell'episodio, con parole appena diverse. Ma non è bastato ai "perbenisti forever".
Una ricerca sui resoconti parlamentari dell'epoca - il 1953, quando l'opposizione comunista e socialista aveva ostacolato con ogni mezzo la democristiana "legge truffa", quasi un paradiso di democrazia rispetto alla proposta di legge elettorale concordata tra Renzi e Berlusconi - non dava risultati univoci. E anche noi avevamo pensato a una "edulcorazione", se non una censura, operata dagli stenografi. In fondo, a quei tempi, non si sarebbe mai sentita una parolaccia alla radio o sui giornali, nemmeno per sbaglio. Altri tempi - ci siamo detti - mica come quella sarabanda di battute da caserma abituale oggi.
Poi, grazie a un commento apparso sul blog di Stefano Azzarà, docente all'Università di Urbino, abbiamo avuto una "compilation" di insulti pronunciati in quella giornata in Senato. Riuscendo così a risalire al 28 marzo del 1953, un sabato, e all'Unità del 30, lunedì, con l'infuocata cronaca dello scontro in parlamento. Insulti sanguinosi, cori da stadio ("por-co, por-co"), pugni, ferite al volto, sangue che scorre.
Normale cronaca di quei tempi, tra parlamentari che in molti casi erano stati partigiani combattenti, contrapposti ad avanzi di sagrestia o addirittura a fucilatori fascisti (Giorgio Almirante, per esempio, segretario del Msi).
Vi proponiamo dunque la "compilation" e a seguire le immagini de l'Unità, con tanto di link per verificare quanto riportato. Consigliamo vivamente la lettura del "box" che rende noto come quella seduta del Senato non fosse stata riportata a verbale. Buono studio, soprattutto ai perbenisti più ignoranti.
"[...] Tutti i senatori dell'Opposizione sono in piedi e gridano, all'indirizzo di RUINI: Vergogna! Venduto! Servo! Fazioso! Questo non è più il Senato!
[...] il compagno Scocimarro, vicepresidente del'Assemblea, si fa largo fra la confusione e sale sul banco della Presidenza. Lo si vede parlare concitatamente con Ruini, sbattere il pugno sul tavolo della Presidenza e tornare nel settore di sinistra tra gli applausi dei nostri compagni
[...] Numerosi compagni vengono alle mani con i clericali, al centro dell'emiciclo, mentre i commessi stendono un cordone per evitare gli urti.
[...] È il compagno socialista LUSSU che per primo da sfogo alla sua profonda indignazione lanciando in faccia a Ruini il libretto del Regolamento [...] Nell'emiciclo la mischia è ormai furibonda. Sanna Randuccio viene schiaffeggiato e preso a pugni; Canaletti Gaudenti, Tartufoli, De Luca e Gerini ricevono colpi sul viso e sul corpo dai senatori di opposizione.
[...] Nell'emiciclo si agita un groviglio di corpi avvinghiati in una colluttazione violenta. Pacciardi, in piedi davanti al banco del governo, riceve un colpo sulla fronte che gli lascia un graffio insanguinato.
[...] l'Opposizione reagisce con una nuova salve di epiteti contro Ruini: «Canaglia! Venduto! Sudicione! ». Un pugno di monete metalliche viene lanciato contro il giuda Ruini. Si ode nettamente il compagno LI CAUSI scandire con voce tonante: «Por-co! Por-co!». Il compagno Terracini a sua volta grida: «Ella non è più il presidente del Senato! È un brigante!»
[...] NEGARVILLE tenta di salire sul banco della Presidenza aggrappandosi alle sottili colonnine di legno che lo decorano. Ci vogliono una dozzina di commessi per strapparlo a forza dopo una resistenza accanita.
[...] SECCHIA, MOSCATELLI, MINIO, PELLEGRINI, Rita MONTAGNANA, Adele BEI, PALERMO, SCOCIMARRO, LUSSU, LEONE, SPANO, PERTINI, MASSINI, LANZETTA, BOLOGNESI , FEDELI, PASTORE, ALLEGATO, picchiano con tutte le loro forze, insieme con gli altri senatori di opposizione di cui non riusciamo a segnare i nomi, sui banchi. C'è chi riesce a staccare le tavolette e a sbatterle con violenza ancora maggiore.
[…] Il compagno socialista LUSSU, vecchio amico di lotta di La Malfa, quando questi era ancora un antifascista, scende nell'emiciclo, si avvicina al ministro repubblicano e lo schiaffeggia.”
Le immagini, col testo abbastanza leggibile:
Fonte
Una valanga di letture e di commenti ha rischiato di travolgere le nostre "difese informatiche". Lettori schierati in due fronti senza troppe mediazioni, così riassumbiili:
a) "è una bufala, Pertini non si esprimeva in quel modo; è stato un grande presidente della repubblica", e quindi tanto basta.
b) è tutto vero, ed era anche normale.
Col primo schieramento "pertinista" si sono identificati tutti i "perbenisti di sinistra", quelli che "come siamo bravi cittadini noi, signora mia", "noi lottiamo per i diritti, mica ci battiamo con le mani"... Genia triste e votata a ogni sconfitta, ma che non vuole neppure sapere come queste sconfitte si susseguano inarrestabili, una dietro l'altra. Quelli che rimpiangono Berlinguer per la sua indubbia integrità morale, senza farsi domande sulla sua fallimentare strategia politica (il "compromesso storico") da cui è iniziata la frana inarrestabile della presenza comunista in questo paese. Non stiamo naturalmente parlando dei risultati elettorali (imparagonabili con gli anni del nuovo millennio, fondati su decenni di conflitto sociale radicale e diffuso), ma della china valoriale vergognosa praticata a partire dall'accettazione "dell'ombrello Nato", a metà degli anni '70.
Col secondo schieramento si son visti compagni almeno consapevoli della storia di questo paese, nonché mezzi tifosi "grillini", eccitati dal poter ribattere per le rime alle accuse subite dopo la gazzarra in aula, in occasione dell'applicazione della "ghigliottina" da parte della presidente della Camera, Boldrini.
Alcuni libri riportavano quell'episodio, con parole appena diverse. Ma non è bastato ai "perbenisti forever".
Una ricerca sui resoconti parlamentari dell'epoca - il 1953, quando l'opposizione comunista e socialista aveva ostacolato con ogni mezzo la democristiana "legge truffa", quasi un paradiso di democrazia rispetto alla proposta di legge elettorale concordata tra Renzi e Berlusconi - non dava risultati univoci. E anche noi avevamo pensato a una "edulcorazione", se non una censura, operata dagli stenografi. In fondo, a quei tempi, non si sarebbe mai sentita una parolaccia alla radio o sui giornali, nemmeno per sbaglio. Altri tempi - ci siamo detti - mica come quella sarabanda di battute da caserma abituale oggi.
Poi, grazie a un commento apparso sul blog di Stefano Azzarà, docente all'Università di Urbino, abbiamo avuto una "compilation" di insulti pronunciati in quella giornata in Senato. Riuscendo così a risalire al 28 marzo del 1953, un sabato, e all'Unità del 30, lunedì, con l'infuocata cronaca dello scontro in parlamento. Insulti sanguinosi, cori da stadio ("por-co, por-co"), pugni, ferite al volto, sangue che scorre.
Normale cronaca di quei tempi, tra parlamentari che in molti casi erano stati partigiani combattenti, contrapposti ad avanzi di sagrestia o addirittura a fucilatori fascisti (Giorgio Almirante, per esempio, segretario del Msi).
Vi proponiamo dunque la "compilation" e a seguire le immagini de l'Unità, con tanto di link per verificare quanto riportato. Consigliamo vivamente la lettura del "box" che rende noto come quella seduta del Senato non fosse stata riportata a verbale. Buono studio, soprattutto ai perbenisti più ignoranti.
"[...] Tutti i senatori dell'Opposizione sono in piedi e gridano, all'indirizzo di RUINI: Vergogna! Venduto! Servo! Fazioso! Questo non è più il Senato!
[...] il compagno Scocimarro, vicepresidente del'Assemblea, si fa largo fra la confusione e sale sul banco della Presidenza. Lo si vede parlare concitatamente con Ruini, sbattere il pugno sul tavolo della Presidenza e tornare nel settore di sinistra tra gli applausi dei nostri compagni
[...] Numerosi compagni vengono alle mani con i clericali, al centro dell'emiciclo, mentre i commessi stendono un cordone per evitare gli urti.
[...] È il compagno socialista LUSSU che per primo da sfogo alla sua profonda indignazione lanciando in faccia a Ruini il libretto del Regolamento [...] Nell'emiciclo la mischia è ormai furibonda. Sanna Randuccio viene schiaffeggiato e preso a pugni; Canaletti Gaudenti, Tartufoli, De Luca e Gerini ricevono colpi sul viso e sul corpo dai senatori di opposizione.
[...] Nell'emiciclo si agita un groviglio di corpi avvinghiati in una colluttazione violenta. Pacciardi, in piedi davanti al banco del governo, riceve un colpo sulla fronte che gli lascia un graffio insanguinato.
[...] l'Opposizione reagisce con una nuova salve di epiteti contro Ruini: «Canaglia! Venduto! Sudicione! ». Un pugno di monete metalliche viene lanciato contro il giuda Ruini. Si ode nettamente il compagno LI CAUSI scandire con voce tonante: «Por-co! Por-co!». Il compagno Terracini a sua volta grida: «Ella non è più il presidente del Senato! È un brigante!»
[...] NEGARVILLE tenta di salire sul banco della Presidenza aggrappandosi alle sottili colonnine di legno che lo decorano. Ci vogliono una dozzina di commessi per strapparlo a forza dopo una resistenza accanita.
[...] SECCHIA, MOSCATELLI, MINIO, PELLEGRINI, Rita MONTAGNANA, Adele BEI, PALERMO, SCOCIMARRO, LUSSU, LEONE, SPANO, PERTINI, MASSINI, LANZETTA, BOLOGNESI , FEDELI, PASTORE, ALLEGATO, picchiano con tutte le loro forze, insieme con gli altri senatori di opposizione di cui non riusciamo a segnare i nomi, sui banchi. C'è chi riesce a staccare le tavolette e a sbatterle con violenza ancora maggiore.
[…] Il compagno socialista LUSSU, vecchio amico di lotta di La Malfa, quando questi era ancora un antifascista, scende nell'emiciclo, si avvicina al ministro repubblicano e lo schiaffeggia.”
Le immagini, col testo abbastanza leggibile:
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