Il “ponte” fu un’iniziativa del morente fascismo repubblichino di Salò e di alcuni esponenti “moderati” del partigianato, nella tarda primavera del 1945. Ci permettiamo di riassumerlo brevemente, perché – come spiegheremo quasi subito – vediamo ancora una volta molte analogie con una situazione odierna, in particolare la lotta NOTAV.
Pensata da Mussolini e dall’ex comunista Nicola Bombacci (poi fervido sostenitore del neofascismo e autore dell’assurdo guazzabuglio chiamato “Carta di Verona”, base del cosiddetto fascismo sociale) alla fine del 1943, la deriva pseudosociale del fascismo si concretizzò inizialmente con “appelli alla concordia” scritti con aulico linguaggio dal filosofo Giovanni Gentile ed altri intellettuali, giornalisti e politici fascisti minori e sedicenti moderati.
Si trattava in realtà di un’illusione volta a impedire il formarsi della Resistenza, permettendo ai tedeschi di agire indisturbati nella loro politica di spoliazione dell’Italia, di deportazione di oppositori ed ebrei, di repressione mortale della popolazione.
La “piccola democrazia” fu spazzata via da Mussolini stesso, dopo che alcuni giornali avevano addirittura pubblicato blande critiche al regime: una secca circolare del ministro degli interni rimise in riga scriba e schiavi. La fine della farsa culminò con la condanna a morte e l’esecuzione dell’ex filosofo Gentile, le cui auliche parole erano, nel contesto, ripugnanti, da parte dei Gap fiorentini. Lo spazio immaginato non poteva esistere.
Passarono i mesi, e Mussolini ormai disperato tentò l’iniziativa del “ponte” tramite un altro pseudo-filosofo, questa volta di caratura assai inferiore al precedente, certo Edmondo Cione, che fondò un inesistente “Raggruppamento Repubblicano Socialista”, cui venne data di nuovo un po’ di finta libertà e autonomia. Purtroppo, alcuni socialisti dirigenti e membri del CLN (ad esempio Corrado Bonfantini, Comandante delle Brigate Matteotti), si impegolarono in ambigui tentativi di compromesso con Mussolini: egli, spalleggiato dai “moderati” (Cione, i ministri Biggini e Pisenti, il capo della polizia Renzo Montagna, i giornalisti Pini, Manunta, Borsani, il mussoliniano ex-antifascista Carlo Silvestri ed altri) tentò a più riprese di contattare i membri del suo ex-partito di un quarto di secolo prima (il Partito Socialista, appunto) proponendo di cedere loro il potere in maniera “morbida” e senza insurrezione, offrendo loro anche di proseguire nella cosiddetta “socializzazione”, vanamente decretata dalla RSI, in cambio dell’impunità: questo era il folle progetto del “Ponte”.
Che i socialisti avessero nella Resistenza partigiana un ruolo secondario (la quasi totalità delle formazioni partigiane era comunista, azionista di GL o autonoma) rendeva il progetto del “Ponte” del tutto irrealistico, oltre che un meschino tentativo dei capi fascisti ormai spacciati di salvarsi la pelle.
Fra i primi decreti del CLN, comunque, vi fu proprio l’abrogazione del cosiddetto “decreto della RSI sulla socializzazione”, visti i suoi contenuti antinazionali, falsamente sociali e la nulla adesione che esso ebbe tra i lavoratori che avrebbero dovuto esserne i beneficiari. Gli stessi lavoratori che venivano denunciati dai fascisti e deportati nei lager nazisti se scioperavano.
Il fascismo – repubblicano per facciata e dittatoriale fino alla fine – rimase sempre ciò che era: servo dei padroni, industriali e agrari. Se il partito dell’industria, vista l’imminente sua fine, ad un certo punto mollò il fascismo per rivolgersi agli americani e agli alleati, ed i fascisti reagirono con rabbia, questo non fa dei fascisti dei rivoluzionari anticapitalisti, ma solo dei servi messi alla porta perchè ormai imbarazzanti e inutili. Così come non fa degli industriali degli antifascisti.
Le ferme mani di Sandro Pertini e di Lelio Basso mantennero, nella primavera 1945, i socialisti fuori da qualunque ambiguità o compromesso. Un’ultima lettera “ai compagni socialisti” venne vergata da Mussolini dopo la fallita trattativa in Arcivescovado e prima della fuga, il 25 aprile sera. Conteneva ancora le citate profferte “pontiste” di accordo. Recapitata da Bonfantini a Sandro Pertini, ebbe questa risposta: “La lettera non sarà presa in considerazione alcuna”.
Oggi, vi è in Italia un vecchio progetto morente: il TAV Torino-Lione. Ormai da trent’anni si trascina – sopravvissuto a se stesso – attraverso innumerevoli revisioni, che non hanno cambiato la sostanza dei fatti: è un progetto inutile. Costoso, superato, dannoso per l’ambiente e la salute della popolazione, che non risparmia energia e aumenta le emissioni climalteranti, che aumenta l’occupazione in modo trascurabile, compromesso con ditte condannate per mafia, e che drenerebbe risorse che non ci sono per molti decenni, risorse che devono essere impegnate in altri scopi urgenti.
A difenderlo, come allora, alcuni irriducibili, mentre molti altri suoi paladini si sono già defilati: alcuni politici in scadenza, altri reduci da fallimenti e batoste proverbiali, alcuni boiardi scaduti, un partito politico in estinzione, un altro partito politico neofascista, che però è tentato di vendere la sorte ormai segnata del progetto in cambio della mano libera su altri suoi disegni, improntati alla deportazione di chi è razzialmente ritenuto inferiore. Fra questi ultimi seguaci, scoppiano anche furiose liti da tragicommedia, come fra fascisti irriducibili e moderati.
La stragrande maggioranza della popolazione locale e la maggioranza della popolazione italiana è contraria all’opera, così come molti amministratori e politici decenti, oltre a tecnici, scienziati, intellettuali e giornalisti non venduti.
Fra la base e anche fra i politici del partito che attualmente detiene la maggioranza relativa dei seggi in parlamento, l’opposizione al TAV è praticamente unanime, inclusi alcuni ministri. La promessa di fermare le grandi opere inutili e dannose è (era?) uno dei fulcri del loro programma. All’atto pratico, però, vi sono anche in questo caso dei Pertini e dei Bonfantini: alcuni vogliono chiudere subito la pluridecennale vicenda, tenendo fede alla parola data, specie i politici e amministratori più legati al territorio.
L’Unione Europea e la Francia, che dovrebbero in teoria devolvere delle risorse, hanno già manifestato significativi ripensamenti, e attendono soltanto una parola definitiva dell’Italia per tirarsi indietro.
Il Parlamento Europeo ed il Consiglio Regionale del Piemonte, ancora per pochi mesi infarciti di rappresentanti di un partito destinato a diventare residuale, o di berlusconiani screditati, sono per il momento ancora bloccati su una specie di Linea Gotica, che però – come quella di allora – tutti sanno destinata a cadere presto.
Dinanzi a questa situazione, chiarissima per quasi tutti, alcuni temporeggiano: non reagiscono adeguatamente ad ultimi colpi di coda, quali ad esempio l’indizione di gare d’appalto per cantieri improbabili, oppure le condanne ai resistenti valsusini, o ancora le patetiche adunate di fantasmi ridotti a poche decine, proprio come i gerarchi che seguirono Mussolini nella sua ultima fuga, terminata a Dongo.
Allora, però, nel 1945, le fonti di informazione che ci sono oggi non esistevano. Molti di quelli che si rifugiarono nell’ambiguità riuscirono a far dimenticare i loro atteggiamenti nel gran tripudio della Liberazione, e riebbero o conservarono posizioni di potere nel dopoguerra.
Oggi non è più così: esistono fonti di informazione non manovrata disponibili per chiunque, e nella base e nell’elettorato del partito di maggioranza relativa crescono i dubbi e la rabbia: molti di quelli che lo avevano appoggiato – magari rinunciando all’astensione o al voto per altre liste – lo hanno abbandonato o lo faranno nei prossimi mesi, se non verrà fatta chiarezza. I sondaggi mettono in dubbio gli esiti non tanto delle elezioni europee, in fin dei conti di scarso significato, quanto di quelle regionali, dove potrebbe vincere un asse di destra sostanzialmente fascista, razzista e confindustriale, appoggiato anche indirettamente da media e giornali sedicenti neutrali o addirittura di “sinistra”, che dopo un periodo di silenzio in seguito alla batosta del marzo scorso, hanno rialzato la testa privi di vergogna.
L’unica via di uscita per battere questa tendenza è fare chiarezza con scelte coerenti: ad esempio, far uscire al più presto la valutazione costi-benefici del TAV, mettendo in evidenza la realtà di costi astronomici rispetto a benefici trascurabili, come si sa da sempre.
Dopo, nel mese di gennaio 2019, prima delle elezioni, chiudere per sempre la partita già decisa e silurare alcuni personaggi che ancora bene non si sa perché continuino a restare al loro posto.
A questo punto, avremo maggiori probabilità che anche gli altri personaggi ancora al potere siano spazzati via, seguendo il destino dei loro sodali già tornati nell’anonimato. Solo così, forse, chi è rimasto deluso e giustamente li ha abbandonati o protesta, o preannuncia l’astensione, potrà dar loro nuovamente credito.
Senza trascurare tutti gli aspetti, più importanti del NOTAV, sui quali c’è discordanza netta e si attendono “rinsavimenti”. Ma da qualcosa occorre pur partire, no? E questa mossa, liquidare il TAV, è gratis. Anzi, conviene.
Aspettiamo, non più fiduciosi, ma ancora speranzosi che il buon senso, la capacità e la “vision” politica, abbiano – se non il senso di giustizia e la buona fede sui quali a volte dubitiamo – il sopravvento.
Che il 2019 sia finalmente l’ultimo anno della lotta ormai quasi trentennale al TAV: chi scrive non è stato fra i primissimi, essendo diventato NOTAV nel dicembre del 1992, quando aveva poco più di trent’anni. Ora – avvicinandosi ai sessanta – ritiene che sia davvero giunto il momento di poter occuparsi di altro.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/10/2018
16/08/2017
Il Pd celebra il fascista Pino Rauti intitolandogli una via
L’assessore del Comune di Cardinale, Umberto Marra, del Partito democratico, ha deciso di intitolare una via del paese a Pino Rauti. Chi è?, si chiederanno i più giovani... Niente di che, appena il fondatore del Centro studi Ordine Nuovo (da cui originò il gruppo neonazista italiano autore di numerosi attentati, in proprio o in collaborazione con i servizi segreti), rimasto sempre nel Movimento Sociale Italiano, diventandone per un breve periodo anche il segretario generale prima dell’avvento di Gianfranco Fini e della “svolta di Fiuggi”.
Ma come... un assessore del Pd, partito che finge di fare dell’antifascismo da operetta rimproverando Tizio, Caio e Sempronio, salvo intrattenere rapporti intensi con CasaPound quando torna utile (vedi qui, qui e qui)...
Va bene che a Cardinale, quel Pino Rauti lì, ci era nato; ma non sarebbe stato il caso di vergognarsene un po’ e dunque continuare a far finta di nulla (se non addirittura promuovere iniziative antifasciste per ripulire l’immagine del paese)?
A quanto pare, no. Questo paese ha dato i natali a un “puzzone”? Evviva il “puzzone”...
Qui di seguito la breve biografia politica di Rauti nella ricostruzione di Giulio Salierno, pubblicata da Mininum Fax e poi da Carmilla. Può essere utile per fronteggiare, in modo argomentato, qualche imbeccile del Pd che recita la parte dell’antifascista a giorni alterni.
di Giulio Salierno*
Pubblichiamo, ringraziando l’editore Minimum Fax per l’autorizzazione, alcune pagine del fondamentale testo di Giulio Salierno Autobiografia di un picchiatore fascista [Minimum Fax, Roma 2008 (I ed. Einaudi, 1976), cap. 4, pp. 133-37 e 142-45: qui la scheda del libro, nelle quali l’autore, all’epoca dirigente giovanile della sezione Colle Oppio del MSI, racconta quali erano le tesi di Rauti sin dagli anni ’50.
Era ancora il turno delle sparate retoriche e fideistiche. Stavo per tornare di nuovo nel salone degli uffici quando vidi entrare in sezione Pino Rauti, il giovane leader della corrente spiritualista. Rimasi sorpreso. Non speravo che al dibattito potesse prender parte un uomo del suo calibro. Mi misi seduto in prima fila. Non volevo perdere neppure una parola del suo intervento.
Alto, magro, ascetico, Pino Rauti si muoveva con passi lenti, misurati. Sembrava indifferente alla curiosità che destava. Mi ricordava un gesuita.
Si accostò al tavolo della presidenza, chiese la parola e si sedette in attesa che gliela dessero. La sala si riempì di gente. La sua presenza aveva richiamato tutti quelli che prima, per sfuggire alla noia, si erano cacciati negli uffici. L’oratore di turno abbreviò il suo intervento per cedere subito il microfono a Rauti.
Il capo degli evoliani inforcò gli occhiali e cominciò a parlare a voce secca, distinta, e dopo un breve cappello d’obbligo entrò immediatamente nel merito della discussione:
«Presentarci come pecore all’opinione pubblica è un nonsenso. Significa raccogliere gli applausi di una massa di gente che, alle prossime elezioni politiche, preferirà la DC a noi proprio perché ci considererà deboli, inadatti a fronteggiare i comunisti e per di più sospetti per il nostro passato. Io non credo alle elezioni, non credo ai partiti, e non credo che il Parlamento rappresenti la nazione. Sono, quindi, convinto che dobbiamo mutare tattica e strategia se vogliamo contare qualcosa nel nostro paese. Dobbiamo essere lupi e farci conoscere come tali. Fingerci pecore equivale non solo a esserlo, ma – e lo dico per gli ammalati di parlamentarismo – significa anche impossibilità di raggiungere rilevanti risultati elettorali. Crede la direzione, piegando il ginocchio, di trasformare il MSI, agli occhi degli altri partiti, nel figliol prodigo a cui si spalancano le braccia per accoglierlo? Illusione, follia o forse... tradimento».
L’assemblea ascoltava con attenzione. Le tesi di Rauti non erano condivise dalla maggioranza dei presenti. Erano però apprezzate per le critiche radicali che esprimevano nei confronti della direzione e per i suggerimenti tattici e strategici che contenevano.
«Non possiamo sperare», continuava Rauti, «di poter ripetere ciò che Mussolini fece nel 1922. Malgrado i legami esistenti e quelli che si potrebbero incrementare con l’apparato statale, la polizia e l’esercito, non è ugualmente possibile effettuare un colpo di stato o un’insurrezione di destra tout court. Nel paese è in atto una guerra civile scatenata dalla sinistra, una guerra civile che i comunisti conducono in modo nuovo: con la forza della parola, della propaganda, dell’infiltrazione negli organismi dirigenti dello stato. Noi non possiamo e non dobbiamo batterci sul terreno di lotta scelto dall’avversario. Possiamo e dobbiamo, invece, smascherarne il gioco, costringerlo a uscire allo scoperto. Obbligare la sinistra, e in particolare i comunisti, a scegliere tra insurrezione o resa è il nodo di fondo della politica italiana. I comunisti sanno che la via diretta, quella del fucile per intenderci, sarebbe la loro rovina; dobbiamo obbligarli a percorrerla o a emarginarsi nel ghetto politico dell’isolamento e della debolezza. Solo così noi possiamo diventare l’arco di volta della lotta contro il comunismo e, per batterlo, ottenere gli appoggi internazionali necessari per conquistare il potere. Il punto è come arrivarci».
Parlò a lungo della strategia da seguire. Esponeva i concetti in modo suasivo, eppure sfumato, indiretto, mediato. Voleva essere certo che l’assemblea lo capisse, ma temeva anche di prestare il fianco ad accuse precise: una cautela dettata dalla necessità. In parole povere, la strategia da lui sostenuta avrebbe dovuto cominciare ad articolarsi nei seguenti capisaldi fondamentali:
a) Tattica diretta. Dall’aggressione fisica ai militanti della sinistra a uno stillicidio di provocazioni: una bottiglia di benzina qui, un manifesto strappato là, una bomba qui, una scazzottata là. E ciò allo scopo di far saltare i nervi all’avversario, trascinandolo alla rissa. A forza di ricevere provocazioni, in un crescendo sempre più galoppante, i comunisti avrebbero ceduto. Non avrebbero sopportato il disagio: si sarebbero esasperati e avrebbero reagito, o sarebbero riusciti a stare calmi e buoni, perdendo credito di fronte alla classe operaia.
b) Tattica indiretta. Attentati a uffici, magazzini, cinema, linee ferroviarie. L’opinione pubblica, sempre scontenta e avida di tranquillità, si sarebbe indignata e avrebbe invocato l’ordine senza curarsi da quale parte sarebbe venuto.
c) Esercito. Dimostrargli la necessità-indispensabilità di assolvere al proprio ruolo storico di difensore e custode dei destini e dell’avvenire della patria, inducendolo a gettare il peso determinante della propria forza e organizzazione nella lotta politica.
d) Legami internazionali. Creare una rete europea e mondiale di organismi, giornali, gruppi di pressione della destra estrema; entrare in contatto con i governi e i servizi statali stranieri interessati a impedire l’ascesa dei comunisti al potere nel nostro paese.
e) Indirizzo economico. Non suggerire ai potentati capitalistici mirabolanti soluzioni economiche, ma convincerli ad appoggiare un governo di estrema destra come unica e reale, anche se forse poco gradita, soluzione in difesa dei propri interessi.
f) Istituzioni. Stabilire solidi rapporti di amicizia e se possibile di affari con gli uomini chiave di tutte le istituzioni in cui fosse stato possibile infiltrarsi.
g) Chiesa. Farle capire in modo discreto che il suo futuro era legato al consolidamento di un vero regime di destra in Italia, mentre la DC poteva garantirgli solo il presente.
Questi erano i punti che si coglievano, dietro la maschera delle parole, nel discorso di Rauti, e sui quali, si capiva, dovevamo far leva per cementare intorno alla destra le istituzioni e la maggioranza della popolazione e costringere la sinistra a perdere senza battersi o uscire allo scoperto per essere vinta dall’esercito.
«Dobbiamo avere il coraggio di affermare», proseguì poi Rauti, passando dalle proposte politiche alle critiche di principio, «che noi consideriamo l’economia e tutto ciò che a essa è inerente – salari, stipendi, bisogni materiali – come un’appendice priva di valore dell’umanità. Noi dobbiamo porre sullo stesso piano sia la struttura capitalistica che quella socialistica. Al di là e al disopra dell’economia deve porsi un ordine di valori superiori, politici, spirituali, eroici; un ordine che non conosce e non concepisce classi economiche, e solo in funzione dello stesso possono definirsi le cose per le quali vale davvero vivere e morire».
[...]
Qualcuno tirò fuori dalla tasca un gesso e tracciò sull’asfalto un gigantesco fascio littorio. Rauti intervenne invitandolo a disegnare sì un fascio, ma quello della rsi. La differenza formale tra i due fasci è minima. Il littorio ha la scure sporgente a metà delle verghe annodate; in quello della Repubblica di Salò, invece, la scure è sulla cima, sopra alle verghe. A livello politico, però, la diversità è notevole. Per gli evoliani e i «socializzatori» il fascio littorio era, tutto sommato, il simbolo di un regime borghese e buffonesco, giustamente finito nella farsa del 25 luglio 1943. Con il suo richiamo, Rauti intendeva invitare il disegnatore al rispetto della correttezza ideologica.
«Voi “puri” siete peggio dei preti!», replicò l’improvvisato pittore, cui non andava giù di essere colto in fallo.
«Per noi», rispose Rauti, «il nazismo è una religione e la rivoluzione nazionalsocialista l’unico scopo della vita».
Intervennero tutti. Parlarono Aldo, Enzo, Mario e la discussione si fece aspra e accesa. Il dibattito di poco prima in sezione ci servì da stimolo. Fu uno scontro verbale tra attivisti. Niente pistolotti oratori. Il «leader» degli spiritualisti era abilissimo e politicamente lucido. Le sue tesi chiare e affascinanti.
«Dobbiamo metterci in testa», disse a un certo punto, «che siamo in guerra contro questo sistema. E come in guerra, il piano generale delle operazioni deve essere stabilito studiando, conducendo e coordinando le differenti azioni sui singoli fronti, adeguandole e dosandole per le diverse situazioni, alternando le une alle altre nei periodi “caldi” o “freddi”, a seconda della situazione strategica generale».
«Delineata la struttura d’attacco», proseguì Rauti, «occorre preparare gli uomini, gli organismi, i mezzi. Ci sono due settori a cui bisogna porre una cura particolare: quello relativo alla fase di propaganda e infiltrazione, e quello, invece, relativo all’ultima fase, quella dell’azione. Quest’ultima, però, interviene in un tempo successivo e difficile da stabilirsi in anticipo».
L’analisi di Rauti fu minuziosissima: passò dalla validità dei riflessi condizionati come forma di propaganda all’eventuale utilizzo di elementi fuoriusciti opportunamente indottrinati. Costoro possono rientrare in Italia per svolgere i compiti loro affidati, può trattarsi al limite di costituire un partito o di trasformarne uno esistente; oppure di creare organismi camuffati di fiancheggiamento o infiltrazione diretta negli organi dello stato.
Il capo degli «evoliani» parlò ancora dei mezzi di propaganda, sviscerando il concetto di irrazionalità e sostenendo la necessità di azioni che facessero leva su elementi irrazionali e inconsci. Spiegò la necessità di servirsi di slogan, simboli e miti e soprattutto di evocare come mito un’idea-forza. «Non è necessario», affermò, «che il mito sia giusto, bello, morale o vero: basta che colpisca, sia convincente e verosimile. Convincente non sul piano razionale, ma su quello emotivo e inconscio. Deve colpire, e colpire forte: magari allo stomaco. Colpire per la sua incisività, e quando questa venga a mancare, colpire per qualche particolare trovata a effetto».
Non avevo obiezioni da formulare dal punto di vista tecnico. Avevo avuto modo di constatare nella prassi la giustezza delle sue osservazioni. Anche in questioni futili o banali.
«La guerra rivoluzionaria», continuava a spiegare Rauti, «deve estendersi a macchia d’olio, penetrare negli ambienti più consistenti e influenti della vita del paese. Allargandosi, l’infiltrazione s’impadronisce di organi a carattere nazionale. Di solito si inizia con la stampa. Dobbiamo sfruttare l’aiuto diretto o indiretto di certe istituzioni chiave dell’apparato statale e quello di alcuni servizi stranieri per arrecare, col concorso di plurime e diverse attività clandestine e pubbliche, il maggior danno possibile ai nostri avversari, intaccandoli nell’apparato organizzativo, nella capacità di risposta a un’offesa esterna, nel morale e soprattutto nelle alleanze che hanno con gli altri settori della popolazione. Solo così gli attentati, le bombe, acquistano peso politico. La dinamite e la rivoltella devono diventare immagini, pubblicità subliminale. Il loro ruolo effettivo deve essere quello di agire a livello dell’emotività individuale e collettiva. Opporre alla ragione le istanze del profondo della psiche umana».
Aldo e Mario erano quelli che sollevavano le maggiori obiezioni. Aldo soprattutto insisteva sul perché dell’azione. «Sono d’accordo», gli disse, «che il colpo di stato è un piatto che va servito caldo, e io stesso odio l’abito borghese e amo e credo solo nella tuta mimetica, ma voglio sapere a vantaggio di chi e per conto di chi debbo uccidere o farmi uccidere».
La discussione proseguì per molto tempo e la chiuse Rauti, nel momento in cui ci separammo per andarcene a letto, dicendoci: «L’Europa deve riprendere la vocazione di sempre, la vocazione che ispira le grandi idee. Gli europei considerano oggi i loro problemi non in rapporto alle questioni politiche sul tavolo, ma secondo i riflessi del Patto Atlantico e del Patto di Varsavia. Così noi europei stiamo alla finestra di fronte a tutti i grandi problemi, tra cui in Italia, e non solo in Italia, c’è in prima fila quello del comunismo. E dal modo con cui noi lotteremo contro il comunismo si deciderà la sorte non solo del nostro paese, ma del continente. Il marxismo attualmente è in espansione. Ma se noi sapremo finalmente aprire gli occhi sulla guerra rivoluzionaria, se sapremo reagire in misura adeguata, allora e soltanto allora potremo riprenderci e vincere».
* (c) minimum fax 2008, tutti i diritti riservati
Fonte
Ma come... un assessore del Pd, partito che finge di fare dell’antifascismo da operetta rimproverando Tizio, Caio e Sempronio, salvo intrattenere rapporti intensi con CasaPound quando torna utile (vedi qui, qui e qui)...
Va bene che a Cardinale, quel Pino Rauti lì, ci era nato; ma non sarebbe stato il caso di vergognarsene un po’ e dunque continuare a far finta di nulla (se non addirittura promuovere iniziative antifasciste per ripulire l’immagine del paese)?
A quanto pare, no. Questo paese ha dato i natali a un “puzzone”? Evviva il “puzzone”...
Qui di seguito la breve biografia politica di Rauti nella ricostruzione di Giulio Salierno, pubblicata da Mininum Fax e poi da Carmilla. Può essere utile per fronteggiare, in modo argomentato, qualche imbeccile del Pd che recita la parte dell’antifascista a giorni alterni.
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«Attentati a uffici, magazzini, cinema, linee ferroviarie»: chi era davvero Pino Rauti
di Giulio Salierno*
Pubblichiamo, ringraziando l’editore Minimum Fax per l’autorizzazione, alcune pagine del fondamentale testo di Giulio Salierno Autobiografia di un picchiatore fascista [Minimum Fax, Roma 2008 (I ed. Einaudi, 1976), cap. 4, pp. 133-37 e 142-45: qui la scheda del libro, nelle quali l’autore, all’epoca dirigente giovanile della sezione Colle Oppio del MSI, racconta quali erano le tesi di Rauti sin dagli anni ’50.
Era ancora il turno delle sparate retoriche e fideistiche. Stavo per tornare di nuovo nel salone degli uffici quando vidi entrare in sezione Pino Rauti, il giovane leader della corrente spiritualista. Rimasi sorpreso. Non speravo che al dibattito potesse prender parte un uomo del suo calibro. Mi misi seduto in prima fila. Non volevo perdere neppure una parola del suo intervento.
Alto, magro, ascetico, Pino Rauti si muoveva con passi lenti, misurati. Sembrava indifferente alla curiosità che destava. Mi ricordava un gesuita.
Si accostò al tavolo della presidenza, chiese la parola e si sedette in attesa che gliela dessero. La sala si riempì di gente. La sua presenza aveva richiamato tutti quelli che prima, per sfuggire alla noia, si erano cacciati negli uffici. L’oratore di turno abbreviò il suo intervento per cedere subito il microfono a Rauti.
Il capo degli evoliani inforcò gli occhiali e cominciò a parlare a voce secca, distinta, e dopo un breve cappello d’obbligo entrò immediatamente nel merito della discussione:
«Presentarci come pecore all’opinione pubblica è un nonsenso. Significa raccogliere gli applausi di una massa di gente che, alle prossime elezioni politiche, preferirà la DC a noi proprio perché ci considererà deboli, inadatti a fronteggiare i comunisti e per di più sospetti per il nostro passato. Io non credo alle elezioni, non credo ai partiti, e non credo che il Parlamento rappresenti la nazione. Sono, quindi, convinto che dobbiamo mutare tattica e strategia se vogliamo contare qualcosa nel nostro paese. Dobbiamo essere lupi e farci conoscere come tali. Fingerci pecore equivale non solo a esserlo, ma – e lo dico per gli ammalati di parlamentarismo – significa anche impossibilità di raggiungere rilevanti risultati elettorali. Crede la direzione, piegando il ginocchio, di trasformare il MSI, agli occhi degli altri partiti, nel figliol prodigo a cui si spalancano le braccia per accoglierlo? Illusione, follia o forse... tradimento».
L’assemblea ascoltava con attenzione. Le tesi di Rauti non erano condivise dalla maggioranza dei presenti. Erano però apprezzate per le critiche radicali che esprimevano nei confronti della direzione e per i suggerimenti tattici e strategici che contenevano.
«Non possiamo sperare», continuava Rauti, «di poter ripetere ciò che Mussolini fece nel 1922. Malgrado i legami esistenti e quelli che si potrebbero incrementare con l’apparato statale, la polizia e l’esercito, non è ugualmente possibile effettuare un colpo di stato o un’insurrezione di destra tout court. Nel paese è in atto una guerra civile scatenata dalla sinistra, una guerra civile che i comunisti conducono in modo nuovo: con la forza della parola, della propaganda, dell’infiltrazione negli organismi dirigenti dello stato. Noi non possiamo e non dobbiamo batterci sul terreno di lotta scelto dall’avversario. Possiamo e dobbiamo, invece, smascherarne il gioco, costringerlo a uscire allo scoperto. Obbligare la sinistra, e in particolare i comunisti, a scegliere tra insurrezione o resa è il nodo di fondo della politica italiana. I comunisti sanno che la via diretta, quella del fucile per intenderci, sarebbe la loro rovina; dobbiamo obbligarli a percorrerla o a emarginarsi nel ghetto politico dell’isolamento e della debolezza. Solo così noi possiamo diventare l’arco di volta della lotta contro il comunismo e, per batterlo, ottenere gli appoggi internazionali necessari per conquistare il potere. Il punto è come arrivarci».
Parlò a lungo della strategia da seguire. Esponeva i concetti in modo suasivo, eppure sfumato, indiretto, mediato. Voleva essere certo che l’assemblea lo capisse, ma temeva anche di prestare il fianco ad accuse precise: una cautela dettata dalla necessità. In parole povere, la strategia da lui sostenuta avrebbe dovuto cominciare ad articolarsi nei seguenti capisaldi fondamentali:
a) Tattica diretta. Dall’aggressione fisica ai militanti della sinistra a uno stillicidio di provocazioni: una bottiglia di benzina qui, un manifesto strappato là, una bomba qui, una scazzottata là. E ciò allo scopo di far saltare i nervi all’avversario, trascinandolo alla rissa. A forza di ricevere provocazioni, in un crescendo sempre più galoppante, i comunisti avrebbero ceduto. Non avrebbero sopportato il disagio: si sarebbero esasperati e avrebbero reagito, o sarebbero riusciti a stare calmi e buoni, perdendo credito di fronte alla classe operaia.
b) Tattica indiretta. Attentati a uffici, magazzini, cinema, linee ferroviarie. L’opinione pubblica, sempre scontenta e avida di tranquillità, si sarebbe indignata e avrebbe invocato l’ordine senza curarsi da quale parte sarebbe venuto.
c) Esercito. Dimostrargli la necessità-indispensabilità di assolvere al proprio ruolo storico di difensore e custode dei destini e dell’avvenire della patria, inducendolo a gettare il peso determinante della propria forza e organizzazione nella lotta politica.
d) Legami internazionali. Creare una rete europea e mondiale di organismi, giornali, gruppi di pressione della destra estrema; entrare in contatto con i governi e i servizi statali stranieri interessati a impedire l’ascesa dei comunisti al potere nel nostro paese.
e) Indirizzo economico. Non suggerire ai potentati capitalistici mirabolanti soluzioni economiche, ma convincerli ad appoggiare un governo di estrema destra come unica e reale, anche se forse poco gradita, soluzione in difesa dei propri interessi.
f) Istituzioni. Stabilire solidi rapporti di amicizia e se possibile di affari con gli uomini chiave di tutte le istituzioni in cui fosse stato possibile infiltrarsi.
g) Chiesa. Farle capire in modo discreto che il suo futuro era legato al consolidamento di un vero regime di destra in Italia, mentre la DC poteva garantirgli solo il presente.
Questi erano i punti che si coglievano, dietro la maschera delle parole, nel discorso di Rauti, e sui quali, si capiva, dovevamo far leva per cementare intorno alla destra le istituzioni e la maggioranza della popolazione e costringere la sinistra a perdere senza battersi o uscire allo scoperto per essere vinta dall’esercito.
«Dobbiamo avere il coraggio di affermare», proseguì poi Rauti, passando dalle proposte politiche alle critiche di principio, «che noi consideriamo l’economia e tutto ciò che a essa è inerente – salari, stipendi, bisogni materiali – come un’appendice priva di valore dell’umanità. Noi dobbiamo porre sullo stesso piano sia la struttura capitalistica che quella socialistica. Al di là e al disopra dell’economia deve porsi un ordine di valori superiori, politici, spirituali, eroici; un ordine che non conosce e non concepisce classi economiche, e solo in funzione dello stesso possono definirsi le cose per le quali vale davvero vivere e morire».
[...]
Qualcuno tirò fuori dalla tasca un gesso e tracciò sull’asfalto un gigantesco fascio littorio. Rauti intervenne invitandolo a disegnare sì un fascio, ma quello della rsi. La differenza formale tra i due fasci è minima. Il littorio ha la scure sporgente a metà delle verghe annodate; in quello della Repubblica di Salò, invece, la scure è sulla cima, sopra alle verghe. A livello politico, però, la diversità è notevole. Per gli evoliani e i «socializzatori» il fascio littorio era, tutto sommato, il simbolo di un regime borghese e buffonesco, giustamente finito nella farsa del 25 luglio 1943. Con il suo richiamo, Rauti intendeva invitare il disegnatore al rispetto della correttezza ideologica.
«Voi “puri” siete peggio dei preti!», replicò l’improvvisato pittore, cui non andava giù di essere colto in fallo.
«Per noi», rispose Rauti, «il nazismo è una religione e la rivoluzione nazionalsocialista l’unico scopo della vita».
Intervennero tutti. Parlarono Aldo, Enzo, Mario e la discussione si fece aspra e accesa. Il dibattito di poco prima in sezione ci servì da stimolo. Fu uno scontro verbale tra attivisti. Niente pistolotti oratori. Il «leader» degli spiritualisti era abilissimo e politicamente lucido. Le sue tesi chiare e affascinanti.
«Dobbiamo metterci in testa», disse a un certo punto, «che siamo in guerra contro questo sistema. E come in guerra, il piano generale delle operazioni deve essere stabilito studiando, conducendo e coordinando le differenti azioni sui singoli fronti, adeguandole e dosandole per le diverse situazioni, alternando le une alle altre nei periodi “caldi” o “freddi”, a seconda della situazione strategica generale».
«Delineata la struttura d’attacco», proseguì Rauti, «occorre preparare gli uomini, gli organismi, i mezzi. Ci sono due settori a cui bisogna porre una cura particolare: quello relativo alla fase di propaganda e infiltrazione, e quello, invece, relativo all’ultima fase, quella dell’azione. Quest’ultima, però, interviene in un tempo successivo e difficile da stabilirsi in anticipo».
L’analisi di Rauti fu minuziosissima: passò dalla validità dei riflessi condizionati come forma di propaganda all’eventuale utilizzo di elementi fuoriusciti opportunamente indottrinati. Costoro possono rientrare in Italia per svolgere i compiti loro affidati, può trattarsi al limite di costituire un partito o di trasformarne uno esistente; oppure di creare organismi camuffati di fiancheggiamento o infiltrazione diretta negli organi dello stato.
Il capo degli «evoliani» parlò ancora dei mezzi di propaganda, sviscerando il concetto di irrazionalità e sostenendo la necessità di azioni che facessero leva su elementi irrazionali e inconsci. Spiegò la necessità di servirsi di slogan, simboli e miti e soprattutto di evocare come mito un’idea-forza. «Non è necessario», affermò, «che il mito sia giusto, bello, morale o vero: basta che colpisca, sia convincente e verosimile. Convincente non sul piano razionale, ma su quello emotivo e inconscio. Deve colpire, e colpire forte: magari allo stomaco. Colpire per la sua incisività, e quando questa venga a mancare, colpire per qualche particolare trovata a effetto».
Non avevo obiezioni da formulare dal punto di vista tecnico. Avevo avuto modo di constatare nella prassi la giustezza delle sue osservazioni. Anche in questioni futili o banali.
«La guerra rivoluzionaria», continuava a spiegare Rauti, «deve estendersi a macchia d’olio, penetrare negli ambienti più consistenti e influenti della vita del paese. Allargandosi, l’infiltrazione s’impadronisce di organi a carattere nazionale. Di solito si inizia con la stampa. Dobbiamo sfruttare l’aiuto diretto o indiretto di certe istituzioni chiave dell’apparato statale e quello di alcuni servizi stranieri per arrecare, col concorso di plurime e diverse attività clandestine e pubbliche, il maggior danno possibile ai nostri avversari, intaccandoli nell’apparato organizzativo, nella capacità di risposta a un’offesa esterna, nel morale e soprattutto nelle alleanze che hanno con gli altri settori della popolazione. Solo così gli attentati, le bombe, acquistano peso politico. La dinamite e la rivoltella devono diventare immagini, pubblicità subliminale. Il loro ruolo effettivo deve essere quello di agire a livello dell’emotività individuale e collettiva. Opporre alla ragione le istanze del profondo della psiche umana».
Aldo e Mario erano quelli che sollevavano le maggiori obiezioni. Aldo soprattutto insisteva sul perché dell’azione. «Sono d’accordo», gli disse, «che il colpo di stato è un piatto che va servito caldo, e io stesso odio l’abito borghese e amo e credo solo nella tuta mimetica, ma voglio sapere a vantaggio di chi e per conto di chi debbo uccidere o farmi uccidere».
La discussione proseguì per molto tempo e la chiuse Rauti, nel momento in cui ci separammo per andarcene a letto, dicendoci: «L’Europa deve riprendere la vocazione di sempre, la vocazione che ispira le grandi idee. Gli europei considerano oggi i loro problemi non in rapporto alle questioni politiche sul tavolo, ma secondo i riflessi del Patto Atlantico e del Patto di Varsavia. Così noi europei stiamo alla finestra di fronte a tutti i grandi problemi, tra cui in Italia, e non solo in Italia, c’è in prima fila quello del comunismo. E dal modo con cui noi lotteremo contro il comunismo si deciderà la sorte non solo del nostro paese, ma del continente. Il marxismo attualmente è in espansione. Ma se noi sapremo finalmente aprire gli occhi sulla guerra rivoluzionaria, se sapremo reagire in misura adeguata, allora e soltanto allora potremo riprenderci e vincere».
* (c) minimum fax 2008, tutti i diritti riservati
Fonte
30/05/2016
Giorgio Albertazzi, fascista non pentito
Come spesso accade in Italia, la morte di un personaggio famoso, di un personaggio pubblico, viene accolta con un colpo di spugna dal mondo dei media, dai giornali e dalle tv. Ogni volta è una gara a cancellare le vicende oscure della vita appena cessata e a incensare, santificare il personaggio in questione, appena venuto a mancare.
E’ stato il caso anche di Giorgio Albertazzi, deceduto pochi giorni fa. Sono stati davvero in pochi i ‘coccodrilli’ che hanno dato il giusto rilievo al passato fascista del “grande attore teatrale”. “Passato” fino ad un certo punto, visto quanto Albertazzi diceva di se stesso e della sua militanza nella repubblichetta mussoliniana di Salò. L’articolo che segue risale al 6 luglio 2006, e non ci risulta che negli ultimi 10 anni l’attore nato a Fiesole abbia dato segni di ravvedimento...
Notte e nebbia. Più notte che nebbia. «Di che cosa dovrei pentirmi? Non amo il pentimento, un sentimento cattolico che disprezzo», così parla di sè Giorgio Albertazzi nel libro che Aldo Cazzullo ha appena pubblicato (“I grandi vecchi”, Mondadori). A sua discolpa, al massimo, aggiunge: «Un uomo è ciò che ha fatto, ma anche ciò che pensa». Più in là, due pagine dopo, si autoassolve: «Io avevo 18 anni, tiravo di boxe, ero forte e veloce. Partigiani in giro non ce n’erano, e devo dire che non ne ho mai visti, se non nella primavera del ’45».
Invece i partigiani li ha visti e molto molto da vicino. Era lui, infatti – il sottotenente Giorgio Albertazzi, insieme al sottotenente Prezioso e al comandante tenente Giorgio Pucci, responsabile della terza compagnia, 63° battaglione M – a guidare l’“operazione Piave”, il grande rastrellamento antipartigiano del settembra 1944 sul Grappa. I documenti erano lì, infilati in una busta “Tagliamento”, insieme alle carte di un processo intentato dal tribunale di Milano a 13 legionari dopo la Liberazione e sono stati resi noti ieri da una anticipazione della rivista MicroMega al Corriere della Sera. Giorgio Albertazzi c’era.
“I battaglioni del Duce siamo noi, l’elite guerriera della Rsi con la emme (M) rossa”, già. Fu appunto uno di questi battaglioni, il 63°, a collaborare, entusiasticamente, dal 20 al 27 settembre 1944, ad una vasta operazione di rastrellamento messa in atto dai nazisti, che causò gravi perdite alle formazioni partigiane. Il battaglione, appartenente alla Legione Tagliamento, era formato da varie compagnie e una di queste, la terza, aveva per ufficiale proprio il sottotenente Giorgio Albertazzi. Tra il “bottino” di guerra, tre soldati inglesi fucilati e cinque “banditi” uccisi (tra essi il leggendario capitano Giorgi, cioè il comandante della brigata partigiana Italia Libera, Ludovico Todesco).
Albertazzi c’era, ha visto e fatto. Un incontro coi partigiani molto ravvicinato, cruento. I documenti sono autentici, di prima mano. Inconfutabili. Vengono direttamente dal “Diario” militare dello stesso 63° battaglione, Manoscritto firmato di pugno dal medesimo tenente Giorgio Pucci e conservato negli archivi militari, oggi il “Diario” è reperibile su Internet. «8 lunedì, dopo mezz’ora di ostinata e violentissima sparatoria la resistenza viene domata e i banditi lasciano sul terreno 11 morti. 9 martedì. Dopo una ostinata lotta durata circa mezz’ora veniva ucciso un bandito e catturati 8. Venivano pure catturate due donne, una delle quali moglie di un bandito, ed un renitente alla leva. Gli 8 banditi catturati vengono passati per le armi. 17 mercoledì. Alle 4,30 la 3a compagnia attacca in località Mottalciata le cascina Mondova e Caprera nelle quali risultavano asserragliati elementi ribelli»…
Su internet il “Diario” si arresta all’agosto 1944. Il seguito, gli ultimi sette giorni del sanguinoso settembre ’44, è stato appunto rinvenuto nella busta “Tagliamento” con gli atti processuali di Milano
A ritrovarli, cercando altre piste, è stata una studiosa di Vicenza, Sonia Residori, laureata in lettere, ricercatrice dell’Istituto sulla storia della Resistenza (del cui direttivo è membro) della stessa città, autrice di saggi e libri sulla storia delle donne e sulla demografia storica, (nel 2004 è uscito il suo volume, “Il coraggio dell’altruismo”, edizioni CR di Verona, nell’ambito della collaborazione con l’Istituto storico della Resistenza).
«Lavorando con Monica Lanfranco, ho indagato a lungo sul tema guerra e violenza sulle donne, guerra e stupri. Tra i campi di questa ricerca, appunto, l’operato della legione Tagliamento in azione sul Grappa nell’ultima guerra, ivi inclusi le Brigate Nere e i battaglioni M, responsabili del terribile rastrellamento che dal 20 al 27 settembre 1944 ha avuto luogo in quella zona. Il nome di Albertazzi è uscito per caso, lui comandava il 2° plotone della 3° compagnia. Ma io volevo solo documentare quello, di quanto gli italiani si sono sporcate le mani qui sul Grappa». Solo a Bassano del Grappa, dice Sonia Residori, «i deportati sono stati 300-400 e i fucilati o impiccati 170».
La sua ricerca, corredata di allegati e documenti sulle gesta della 3° compagnia Battaglione M del sottotenente Albertazzi, uscirà sotto forma di libro in ottobre con il titolo “L’aristocrazia vicentina di tutte le guerre”, sempre per le edizioni CR di Verona.
Nel libro citato, Aldo Cazzullo scrive che «Albertazzi è molto attento alle sue parole. Anni fa, racconta, è accaduto che fossero strumentalizzate. “Militanti di Rifondazione mi contestarono chiamandomi fucilatore non pentito. Io non mi pento di quanto ho fatto. A maggior ragione non mi pento di quanto non ho fatto. E io non ho fucilato nessuno”».
Il Diario del 63° lo inquadra in una luce diversa. Lui c’era, quando si fucilava. E forse farebbe bene a pentirsi, cristianamente o meno. O almeno a “capire” quel tragico passaggio in cui incorse la sua gioventù (sul quale peraltro nessuno è disposto a fare sconti).
O forse gli fa ombra la memoria, gli fanno velo i fantasmi malamente rimossi del passato, non ricorda o forse mente? Nella intervista a Cazzullo con molta baldanza nega di avere mai visto i cosiddetti partigiani, né da vicino né da lontano. Nella sua autobiografia – “Un perdente di successo” – pubblicata da Rizzoli nel 1988, invece afferma, testuale: «Forse non dovrei dirlo, non sta bene!, ma io i partigiani li ho sempre visti scappare, le poche volte che li ho visti» (brano riportato anche dal “Corriere della sera” di ieri).
Farebbe bene a pentirsi. Farebbe bene a raccontare la realtà nuda e cruda: sono stato un fucilatore (o tra coloro che comandavano i fucilatori). E lui che non ha avuto nemmeno la “bella morte” – quella che, si dice, in nome del duce andavano cercando quelli come lui – ha preferito darsela: «Dopo il 25 aprile, riparai ad Ancona..., dove misi in scena pièce sul Primo maggio e sui repubblicani spagnoli, sotto il falso nome di Glauco G. Albe, per sfuggire alle reti dell’epurazione».
“Battaglioni del duce siamo noi”, già. Giovanni Pesce è francamente indignato. «Si dovrebbe vergognare. E almeno sentire il dovere di tacere. Egregio signor Albertazzi, i partigiani non scappavano, combattevano, morivano con le armi in pugno e non cedevano nemmeno davanti ai plotoni di esecuzione comandati dai “ragazzi di Salò”.
Fonte
E’ stato il caso anche di Giorgio Albertazzi, deceduto pochi giorni fa. Sono stati davvero in pochi i ‘coccodrilli’ che hanno dato il giusto rilievo al passato fascista del “grande attore teatrale”. “Passato” fino ad un certo punto, visto quanto Albertazzi diceva di se stesso e della sua militanza nella repubblichetta mussoliniana di Salò. L’articolo che segue risale al 6 luglio 2006, e non ci risulta che negli ultimi 10 anni l’attore nato a Fiesole abbia dato segni di ravvedimento...
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Notte e nebbia. Più notte che nebbia. «Di che cosa dovrei pentirmi? Non amo il pentimento, un sentimento cattolico che disprezzo», così parla di sè Giorgio Albertazzi nel libro che Aldo Cazzullo ha appena pubblicato (“I grandi vecchi”, Mondadori). A sua discolpa, al massimo, aggiunge: «Un uomo è ciò che ha fatto, ma anche ciò che pensa». Più in là, due pagine dopo, si autoassolve: «Io avevo 18 anni, tiravo di boxe, ero forte e veloce. Partigiani in giro non ce n’erano, e devo dire che non ne ho mai visti, se non nella primavera del ’45».
Invece i partigiani li ha visti e molto molto da vicino. Era lui, infatti – il sottotenente Giorgio Albertazzi, insieme al sottotenente Prezioso e al comandante tenente Giorgio Pucci, responsabile della terza compagnia, 63° battaglione M – a guidare l’“operazione Piave”, il grande rastrellamento antipartigiano del settembra 1944 sul Grappa. I documenti erano lì, infilati in una busta “Tagliamento”, insieme alle carte di un processo intentato dal tribunale di Milano a 13 legionari dopo la Liberazione e sono stati resi noti ieri da una anticipazione della rivista MicroMega al Corriere della Sera. Giorgio Albertazzi c’era.
“I battaglioni del Duce siamo noi, l’elite guerriera della Rsi con la emme (M) rossa”, già. Fu appunto uno di questi battaglioni, il 63°, a collaborare, entusiasticamente, dal 20 al 27 settembre 1944, ad una vasta operazione di rastrellamento messa in atto dai nazisti, che causò gravi perdite alle formazioni partigiane. Il battaglione, appartenente alla Legione Tagliamento, era formato da varie compagnie e una di queste, la terza, aveva per ufficiale proprio il sottotenente Giorgio Albertazzi. Tra il “bottino” di guerra, tre soldati inglesi fucilati e cinque “banditi” uccisi (tra essi il leggendario capitano Giorgi, cioè il comandante della brigata partigiana Italia Libera, Ludovico Todesco).
Albertazzi c’era, ha visto e fatto. Un incontro coi partigiani molto ravvicinato, cruento. I documenti sono autentici, di prima mano. Inconfutabili. Vengono direttamente dal “Diario” militare dello stesso 63° battaglione, Manoscritto firmato di pugno dal medesimo tenente Giorgio Pucci e conservato negli archivi militari, oggi il “Diario” è reperibile su Internet. «8 lunedì, dopo mezz’ora di ostinata e violentissima sparatoria la resistenza viene domata e i banditi lasciano sul terreno 11 morti. 9 martedì. Dopo una ostinata lotta durata circa mezz’ora veniva ucciso un bandito e catturati 8. Venivano pure catturate due donne, una delle quali moglie di un bandito, ed un renitente alla leva. Gli 8 banditi catturati vengono passati per le armi. 17 mercoledì. Alle 4,30 la 3a compagnia attacca in località Mottalciata le cascina Mondova e Caprera nelle quali risultavano asserragliati elementi ribelli»…
Su internet il “Diario” si arresta all’agosto 1944. Il seguito, gli ultimi sette giorni del sanguinoso settembre ’44, è stato appunto rinvenuto nella busta “Tagliamento” con gli atti processuali di Milano
A ritrovarli, cercando altre piste, è stata una studiosa di Vicenza, Sonia Residori, laureata in lettere, ricercatrice dell’Istituto sulla storia della Resistenza (del cui direttivo è membro) della stessa città, autrice di saggi e libri sulla storia delle donne e sulla demografia storica, (nel 2004 è uscito il suo volume, “Il coraggio dell’altruismo”, edizioni CR di Verona, nell’ambito della collaborazione con l’Istituto storico della Resistenza).
«Lavorando con Monica Lanfranco, ho indagato a lungo sul tema guerra e violenza sulle donne, guerra e stupri. Tra i campi di questa ricerca, appunto, l’operato della legione Tagliamento in azione sul Grappa nell’ultima guerra, ivi inclusi le Brigate Nere e i battaglioni M, responsabili del terribile rastrellamento che dal 20 al 27 settembre 1944 ha avuto luogo in quella zona. Il nome di Albertazzi è uscito per caso, lui comandava il 2° plotone della 3° compagnia. Ma io volevo solo documentare quello, di quanto gli italiani si sono sporcate le mani qui sul Grappa». Solo a Bassano del Grappa, dice Sonia Residori, «i deportati sono stati 300-400 e i fucilati o impiccati 170».
La sua ricerca, corredata di allegati e documenti sulle gesta della 3° compagnia Battaglione M del sottotenente Albertazzi, uscirà sotto forma di libro in ottobre con il titolo “L’aristocrazia vicentina di tutte le guerre”, sempre per le edizioni CR di Verona.
Nel libro citato, Aldo Cazzullo scrive che «Albertazzi è molto attento alle sue parole. Anni fa, racconta, è accaduto che fossero strumentalizzate. “Militanti di Rifondazione mi contestarono chiamandomi fucilatore non pentito. Io non mi pento di quanto ho fatto. A maggior ragione non mi pento di quanto non ho fatto. E io non ho fucilato nessuno”».
Il Diario del 63° lo inquadra in una luce diversa. Lui c’era, quando si fucilava. E forse farebbe bene a pentirsi, cristianamente o meno. O almeno a “capire” quel tragico passaggio in cui incorse la sua gioventù (sul quale peraltro nessuno è disposto a fare sconti).
O forse gli fa ombra la memoria, gli fanno velo i fantasmi malamente rimossi del passato, non ricorda o forse mente? Nella intervista a Cazzullo con molta baldanza nega di avere mai visto i cosiddetti partigiani, né da vicino né da lontano. Nella sua autobiografia – “Un perdente di successo” – pubblicata da Rizzoli nel 1988, invece afferma, testuale: «Forse non dovrei dirlo, non sta bene!, ma io i partigiani li ho sempre visti scappare, le poche volte che li ho visti» (brano riportato anche dal “Corriere della sera” di ieri).
Farebbe bene a pentirsi. Farebbe bene a raccontare la realtà nuda e cruda: sono stato un fucilatore (o tra coloro che comandavano i fucilatori). E lui che non ha avuto nemmeno la “bella morte” – quella che, si dice, in nome del duce andavano cercando quelli come lui – ha preferito darsela: «Dopo il 25 aprile, riparai ad Ancona..., dove misi in scena pièce sul Primo maggio e sui repubblicani spagnoli, sotto il falso nome di Glauco G. Albe, per sfuggire alle reti dell’epurazione».
“Battaglioni del duce siamo noi”, già. Giovanni Pesce è francamente indignato. «Si dovrebbe vergognare. E almeno sentire il dovere di tacere. Egregio signor Albertazzi, i partigiani non scappavano, combattevano, morivano con le armi in pugno e non cedevano nemmeno davanti ai plotoni di esecuzione comandati dai “ragazzi di Salò”.
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01/07/2014
Se Napolitano riabilita Almirante. Ripassiamo un po’ di storia
Dice il Presidente della Repubblica che è nata dalla Resistenza e che
ha l’antifascismo come valore fondante, insomma per quanto possa
sembrar strano stiamo parlando di Giorgio Napolitano: «Almirante ha avuto il merito
di contrastare impulsi e comportamenti anti-parlamentari che tendevano
periodicamente a emergere, dimostrando un convinto rispetto per le
istituzioni repubblicane che in Parlamento si esprimeva attraverso uno
stile oratorio efficace e privo di eccessi anche se spesso aspro nei
toni. È stato espressione di una generazione di leader che hanno saputo
confrontarsi mantenendo un reciproco rispetto a dimostrazione di un
superiore senso dello Stato».
Ripassiamo un po’ di storia.
Giorgio Almirante fu tra i firmatari nel 1938 del Manifesto della razza e dal 1938 al 1942 collaborò alla rivista La difesa della razza come segretario di redazione. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale Giorgio Almirante fu arruolato, ed inviato a combattere nella Campagna del Nordafrica.
Dopo l’8 settembre, Almirante aderì alla costituzione della Repubblica Sociale Italiana arruolandosi nella Guardia Nazionale Repubblicana con il grado di capomanipolo. Il 30 aprile 1944 Almirante fu nominato capo gabinetto del ministero della Cultura Popolare presieduto da Fernando Mezzasoma. Divenne poi tenente della brigata nera, dipendente sempre dal Minculpop occupandosi della lotta contro i partigiani, in particolare nella Val d’Ossola e nel grossetano.
Il 10 aprile 1944, apparve un manifesto firmato da Almirante in cui si decretava la pena della fucilazione per tutti i partigiani
che non avessero deposto le armi e non si fossero prontamente arresi.
Rimase in clandestinità dal 25 aprile 1945 fino al settembre 1946, pur
non essendo ufficialmente ricercato.
Partecipò alla fondazione dei Fasci di Azione Rivoluzionaria insieme a Pino Romualdi e Clemente Graziani nell’autunno del 1946.
Il 5 maggio 1958 al termine di un comizio a Trieste, Almirante è denunciato dalla Questura per «Vilipendio degli Organi Costituzionali dello Stato».
Il 16 giugno 1971 il Procuratore della Repubblica di Spoleto Vincenzo De Franco chiede alla Camera dei Deputati l’autorizzazione a procedere contro Giorgio Almirante per i reati di “Pubblica Istigazione ad Attentato contro la Costituzione“ ed “Insurrezione Armata contro i Poteri dello Stato”. L’autorizzazione venne concessa il 3 luglio 1974 dalla Camera dei deputati, con la contrarietà del solo MSI. Il segretario missino aveva infatti affermato durante il congresso del partito, con chiaro riferimento ai regimi di Salazar, Papadopoulos e Franco: «I nostri giovani devono prepararsi all’attacco prima che altri lo facciano. Da esso devono conseguire risultati analoghi a quelli conquistati in altri paesi d’Europa quali il Portogallo, la Grecia e la Spagna».
Così, nel 1974 ne parla la questura di Roma: «Il dr. Giorgio Almirante, segretario della giunta esecutiva del Movimento Sociale italiano, già redattore capo di ‘Il Tevere’ e di ‘Difesa della razza”, capo Gabinetto del ministero della Cultura popolare della pseudo Repubblica di Salò, è stato deferito alla Commissione Provinciale per il confino quale elemento pericoloso all’esercizio delle libertà democratiche, non solo per l’acceso fanatismo fascista dimostrato sotto il passato regime e particolarmente in periodo repubblichino, ma più ancora per le sue recenti manifestazioni politiche di esaltazione dell’infausto ventennio fascista e di propaganda di principi sovvertitori delle istituzioni democratiche ai quali informa la sua attività, tendente a far rivivere istituzioni deleterie alle pubbliche libertà e alla dignità del paese».
Il terrorista neofascista Vincenzo Vinciguerra – reo confesso della strage di Peteano – racconta nel 1982 di un Almirante che procura 35.000 dollari al terrorista Carlo Cicuttini, dirigente del MSI friulano, coautore della strage e autore della telefonata trappola che portò i carabinieri alla autobomba, affinché modificasse la sua voce durante la sua latitanza in Spagna con un intervento alle corde vocali. Nel giugno del 1986, a seguito dell’emersione dei documenti che provavano il passaggio del denaro tramite una banca di Lugano, il Banco di Bilbao e il Banco Atlantico, Giorgio Almirante e l’avvocato goriziano Eno Pascoli vennero rinviati a giudizio per il reato di favoreggiamento aggravato verso i due terroristi neofascisti. Pascoli verrà condannato per il fatto; Almirante invece, dopo un’iniziale condanna, si fece più volte scudo dell’immunità parlamentare anche per sottrarsi agli interrogatori fin quando si avvalse di un’amnistia grazie alla quale uscì definitivamente dal processo.
Ernesto De Marzio, capogruppo del MSI alla Camera ha raccontato di aver presenziato, nel 1970, ad un incontro tra Junio Valerio Borghese ed Almirante nel corso del quale quest’ultimo, alle richieste di adesione all’imminente colpo di stato avanzate da Borghese, avrebbe risposto: «Comandante, se parliamo di politica e tu sei dei nostri devi seguire le mie direttive: ma se il terreno si sposta sul campo militare allora saremo noi ad attenerci alle tue indicazioni».
L’ammiraglio Gino Birindelli, presidente del MSI dal 1972 al 1974 e precedentemente in contatto con Ordine Nero, racconta in un’intervista del 2005,
e l’ex ministro La Russa che a quei tempi frequentava i “sanbabilini”
dovrebbe ricordarselo, l’atteggiamento di copertura tenuto dal partito
di Almirante nei confronti degli assassini dell’agente di polizia Antonio Marino.
Per finire, ricordiamo le felicitazioni di Almirante ad Augusto Pinochet dopo il golpe contro Allende, per le quali fu pubblicamente ringraziato dallo stesso generale.
Forse Napolitano queste cose se le è scordate. Forse è troppo vecchio per fare il presidente di questa nostra Repubblica. Forse è il caso che si dimetta. O che qualcuno ne chieda la rimozione. Prima che se ne esca con la rivalutazione storica di Benito Mussolini: “Che quando c’era lui i treni arrivavano in orario”.
Fonte
Napolitano fa davvero vomitare!
Ripassiamo un po’ di storia.
Giorgio Almirante fu tra i firmatari nel 1938 del Manifesto della razza e dal 1938 al 1942 collaborò alla rivista La difesa della razza come segretario di redazione. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale Giorgio Almirante fu arruolato, ed inviato a combattere nella Campagna del Nordafrica.
Dopo l’8 settembre, Almirante aderì alla costituzione della Repubblica Sociale Italiana arruolandosi nella Guardia Nazionale Repubblicana con il grado di capomanipolo. Il 30 aprile 1944 Almirante fu nominato capo gabinetto del ministero della Cultura Popolare presieduto da Fernando Mezzasoma. Divenne poi tenente della brigata nera, dipendente sempre dal Minculpop occupandosi della lotta contro i partigiani, in particolare nella Val d’Ossola e nel grossetano.
Il 10 aprile 1944, apparve un manifesto firmato da Almirante in cui si decretava la pena della fucilazione per tutti i partigiani
che non avessero deposto le armi e non si fossero prontamente arresi.
Rimase in clandestinità dal 25 aprile 1945 fino al settembre 1946, pur
non essendo ufficialmente ricercato.Partecipò alla fondazione dei Fasci di Azione Rivoluzionaria insieme a Pino Romualdi e Clemente Graziani nell’autunno del 1946.
Il 5 maggio 1958 al termine di un comizio a Trieste, Almirante è denunciato dalla Questura per «Vilipendio degli Organi Costituzionali dello Stato».
Il 16 giugno 1971 il Procuratore della Repubblica di Spoleto Vincenzo De Franco chiede alla Camera dei Deputati l’autorizzazione a procedere contro Giorgio Almirante per i reati di “Pubblica Istigazione ad Attentato contro la Costituzione“ ed “Insurrezione Armata contro i Poteri dello Stato”. L’autorizzazione venne concessa il 3 luglio 1974 dalla Camera dei deputati, con la contrarietà del solo MSI. Il segretario missino aveva infatti affermato durante il congresso del partito, con chiaro riferimento ai regimi di Salazar, Papadopoulos e Franco: «I nostri giovani devono prepararsi all’attacco prima che altri lo facciano. Da esso devono conseguire risultati analoghi a quelli conquistati in altri paesi d’Europa quali il Portogallo, la Grecia e la Spagna».
Così, nel 1974 ne parla la questura di Roma: «Il dr. Giorgio Almirante, segretario della giunta esecutiva del Movimento Sociale italiano, già redattore capo di ‘Il Tevere’ e di ‘Difesa della razza”, capo Gabinetto del ministero della Cultura popolare della pseudo Repubblica di Salò, è stato deferito alla Commissione Provinciale per il confino quale elemento pericoloso all’esercizio delle libertà democratiche, non solo per l’acceso fanatismo fascista dimostrato sotto il passato regime e particolarmente in periodo repubblichino, ma più ancora per le sue recenti manifestazioni politiche di esaltazione dell’infausto ventennio fascista e di propaganda di principi sovvertitori delle istituzioni democratiche ai quali informa la sua attività, tendente a far rivivere istituzioni deleterie alle pubbliche libertà e alla dignità del paese».
Il terrorista neofascista Vincenzo Vinciguerra – reo confesso della strage di Peteano – racconta nel 1982 di un Almirante che procura 35.000 dollari al terrorista Carlo Cicuttini, dirigente del MSI friulano, coautore della strage e autore della telefonata trappola che portò i carabinieri alla autobomba, affinché modificasse la sua voce durante la sua latitanza in Spagna con un intervento alle corde vocali. Nel giugno del 1986, a seguito dell’emersione dei documenti che provavano il passaggio del denaro tramite una banca di Lugano, il Banco di Bilbao e il Banco Atlantico, Giorgio Almirante e l’avvocato goriziano Eno Pascoli vennero rinviati a giudizio per il reato di favoreggiamento aggravato verso i due terroristi neofascisti. Pascoli verrà condannato per il fatto; Almirante invece, dopo un’iniziale condanna, si fece più volte scudo dell’immunità parlamentare anche per sottrarsi agli interrogatori fin quando si avvalse di un’amnistia grazie alla quale uscì definitivamente dal processo.
Ernesto De Marzio, capogruppo del MSI alla Camera ha raccontato di aver presenziato, nel 1970, ad un incontro tra Junio Valerio Borghese ed Almirante nel corso del quale quest’ultimo, alle richieste di adesione all’imminente colpo di stato avanzate da Borghese, avrebbe risposto: «Comandante, se parliamo di politica e tu sei dei nostri devi seguire le mie direttive: ma se il terreno si sposta sul campo militare allora saremo noi ad attenerci alle tue indicazioni».
L’ammiraglio Gino Birindelli, presidente del MSI dal 1972 al 1974 e precedentemente in contatto con Ordine Nero, racconta in un’intervista del 2005,
e l’ex ministro La Russa che a quei tempi frequentava i “sanbabilini”
dovrebbe ricordarselo, l’atteggiamento di copertura tenuto dal partito
di Almirante nei confronti degli assassini dell’agente di polizia Antonio Marino.Per finire, ricordiamo le felicitazioni di Almirante ad Augusto Pinochet dopo il golpe contro Allende, per le quali fu pubblicamente ringraziato dallo stesso generale.
Forse Napolitano queste cose se le è scordate. Forse è troppo vecchio per fare il presidente di questa nostra Repubblica. Forse è il caso che si dimetta. O che qualcuno ne chieda la rimozione. Prima che se ne esca con la rivalutazione storica di Benito Mussolini: “Che quando c’era lui i treni arrivavano in orario”.
Fonte
Napolitano fa davvero vomitare!
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