Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
25/01/2026
Dallo sviluppo al declino: la parabola dell’economia italiana
Come si spiega questa débâcle?
Una possibile risposta è che la nostra crescita era stata drogata dal forte ricorso all’indebitamento, per rimediare al quale, però, abbiamo poi dovuto compiere dei sacrifici che ci hanno penalizzato. Infatti a partire dagli anni Novanta, proprio a causa dell’elevato livello raggiunto dal nostro debito pubblico, abbiamo dovuto porre in essere delle politiche di austerità (elevata tassazione e bassa spesa pubblica) che hanno compresso la domanda interna (sia privata che statale), danneggiando le imprese. Sempre per rimettere in sesto i conti pubblici, abbiamo inoltre dovuto aderire all’euro, la moneta unica europea, che essendo più forte e meno a rischio di svalutazione rispetto alla lira ci avrebbe permesso di offrire titoli di stato dal tasso d’interesse più basso (e quindi di spendere meno per rifinanziare il debito); il venir meno del cambio favorevole tra la lira ed altre valute, però, ha ridotto la competitività di prezzo delle nostre esportazioni, procurando ulteriore danno alle imprese nazionali.
Ragionando in questi termini, dovremmo concludere che nella fase di più forte sviluppo abbiamo “vissuto al di sopra dei nostri mezzi” (per usare un’espressione in voga negli ultimi anni) e che adesso stiamo pagando il prezzo della nostra imprevidenza.
Ma è davvero così? O le cose sono un poco più complesse?
Per capire cos’è andato storto nella vicenda italiana occorre ripercorrerla dall’inizio, sia pure sinteticamente. Il Regno d’Italia fu un regime oligarchico che operava in rispondenza alle élite possidenti e imprenditoriali del paese. La sua evoluzione in senso democratico, in atto dopo la prima guerra mondiale, fu bloccata da quelle stesse classi sociali, che sostennero l’ascesa del fascismo. Fu pertanto solo dopo il 1945 che l’Italia divenne stabilmente una democrazia. Anche in questo nuovo contesto istituzionale, tuttavia, la grande imprenditoria costituitasi nell’ottantennio precedente riuscì a mantenere una notevole influenza sul ceto di governo. In principio, ciò dipese dall’immaturità politica di tanta parte dell’elettorato italiano, che consentì a una dirigenza politica di orientamento conservatore (la DC delle origini) di ottenere il voto popolare in virtù dell’appoggio della Chiesa, che in quel contesto aveva una forte capacità di condizionamento sociale.
In seguito si ebbe tanto una maturazione dell’elettorato quanto un’evoluzione della classe politica, con l’emersione di una fazione progressista in seno alla Democrazia Cristiana e lo stabilirsi di un’alleanza fra DC e PSI; ma a quel punto le lobby imprenditoriali avevano acquisito una salda presa sui partiti di governo tramite la propria capacità di finanziarne l’attività, mentre questi ultimi avevano acquisito a loro volta una forte presa sulla società civile (potendo procacciarsi molti voti tramite attività di mediazione di risorse pubbliche), ragion per cui da una parte gli esecutivi dovettero continuare a tenere in gran conto i voleri della maggiore imprenditoria e dall’altra moltissimi elettori si mantennero fedeli ai partiti di governo, malgrado questi agissero in rispondenza più agli interessi di tale imprenditoria che a quelli dei ceti popolari.
I due fenomeni indicati avevano la stessa ragion d’essere. Sin dall’inizio della fase repubblicana, tutti i partiti italiani avevano puntato a espandere il più possibile i propri apparati, allo scopo di penetrare capillarmente la società civile e di poter così stabilire dei legami molto stretti con l’elettorato (anche dando vita a pratiche assistenziali e clientelari). All’origine di questo atteggiamento dovette esserci la citata immaturità politica degli italiani, che fece apparire necessario ricercare più il voto di appartenenza che quello di opinione. Tale espansione delle strutture partitiche fu favorita dall’arrivo di cospicui finanziamenti da parte americana e sovietica. Nel corso degli anni Sessanta, tuttavia, i contributi americani ai partiti di governo vennero meno. Questi ultimi, pertanto, si trovarono a dipendere fortemente dai finanziamenti imprenditoriali. Si stabilì in tal modo la situazione prima descritta, in cui da una parte i governanti dovevano agire nell’interesse di chi forniva loro risorse e dall’altra potevano servirsi delle medesime per mantenere ugualmente un elevato livello di consensi.
Questo cattivo funzionamento della democrazia italiana si rifletté sull’evoluzione della nostra economia, in quanto fece sì che venissero poste in essere politiche che per tutelare gli interessi immediati delle grandi imprese nazionali sacrificavano non soltanto quelli delle classi lavoratrici, ma anche l’interesse generale e di lungo periodo del paese.
Dopo la Seconda guerra mondiale, la condizione di debolezza dell’apparato manifatturiero nazionale avrebbe reso necessaria, per consentirne la piena affermazione a livello internazionale, un’invasiva presenza dello stato nell’economia quale soggetto imprenditoriale e pianificatore dell’attività dei privati. Una strategia di tal fatta, che in Francia venne seguita con ottimi risultati, in Italia invece non risultò praticabile, in quanto contraria agli interessi dei più influenti gruppi imprenditoriali, che a causa di essa avrebbero sofferto una perdita di spazi e di libertà d’azione. Di conseguenza, la portata e le forme dell’intervento pubblico nell’economia subirono un’autolimitazione tale da conferire ad esso soltanto una funzione di supporto e supplenza delle attività dei grandi operatori privati: lo stato, insomma, si espanse in quei settori che occorreva far progredire per rendere più competitive queste ultime, ma che richiedevano investimenti superiori a quelli che i privati erano in grado di porre in essere (settori quali la siderurgia e le forniture energetiche, che dovevano rendere disponibili a basso costo acciaio e idrocarburi). L’industria privata andò così sviluppandosi nel modo più profittevole per i suoi titolari, ma a scapito del rafforzamento complessivo dell’economia nazionale. La competitività del nostro comparto manifatturiero si trovò pertanto a dipendere in misura determinante da fattori esterni.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, gli imprenditori si avvantaggiarono di un basso costo del lavoro, reso possibile dall’elevata disoccupazione che caratterizzò la società italiana per tutto quel periodo (tranne che nei primi anni Sessanta, quando il “miracolo economico” accelerò l’industrializzazione del Nord). Al mantenimento di tale situazione concorse l’atteggiamento degli stessi imprenditori, i quali impiegarono parte cospicua dei loro profitti in investimenti finanziari all’estero anziché nell’espansione delle loro strutture produttive (ciò si verificò in particolare negli anni 1964-69, quando ebbero la necessità di far risalire la disoccupazione a livelli tali da far venir meno l’inedita combattività operaia che si era manifestata nel periodo precedente). È questo un punto meritevole di sottolineatura, poiché il contenimento degli investimenti ebbe ovviamente l’effetto di limitare ulteriormente le possibilità di sviluppo della nostra struttura industriale. La difesa della competitività di prezzo dei manufatti venne dunque perseguita a scapito dell’espansione della capacità produttiva.
La prolungata compressione delle retribuzioni, tuttavia, finì per determinare un’esplosione delle rivendicazioni operaie, che si ebbe a partire dal tardo 1969. Negli anni Settanta, pertanto, il fattore di vantaggio rappresentato dal basso costo del lavoro venne meno. Le nostre produzioni, comunque, si mantennero competitive anche in questo decennio: ciò perché la forte inflazione dell’epoca, causata dagli aumenti dei prezzi decisi dagli imprenditori per recuperare i margini di guadagno erosi dalla crescita salariale, causò una svalutazione della lira che incise positivamente sul prezzo dei nostri manufatti sui mercati esteri e negativamente su quello dei beni d’importazione sul mercato nazionale.
L’inflazione, però, erodeva redditi e risparmi del ceto medio, che costituiva la base elettorale dei partiti di governo. Questi, pertanto, negli anni Ottanta si decisero a contrastarla. Per vincere l’opposizione del potere economico a tale svolta politica, essi gli offrirono una compensazione, consistente nella possibilità di acquistare titoli di debito pubblico dall’elevato rendimento. Questa strategia ebbe tuttavia l’effetto di incentivare l’imprenditoria a dirottare i propri capitali dagli investimenti produttivi all’acquisizione di rendite finanziarie. Ebbe inizio così il ridimensionamento della grande industria italiana. Paradossalmente questo decennio, che va dunque considerato la fase iniziale del nostro declino economico, è invece ricordato come l’ultimo in cui si ebbe un forte sviluppo; ma ciò dipende dal fatto che nel medesimo tempo si ebbe un’espansione della piccola impresa, espansione che compensò almeno in parte il ridursi della capacità della grande industria di creare occupazione e ricchezza. Fenomeni quali la tendenziale specializzazione di tale impresa in settori tradizionali a bassa tecnologia o il contributo non trascurabile alla sua ascesa che provenne dalle possibilità ad essa concesse di eludere le normative fiscali e di altro genere, tuttavia, fanno comprendere come l’affermazione di questa componente dell’apparato manifatturiero nazionale poggiasse su basi assai fragili.
Giunti a questo punto, possiamo rispondere alla domanda che ci eravamo posti all’inizio: nei decenni di forte sviluppo economico, abbiamo davvero vissuto al di sopra dei nostri mezzi?
La risposta è negativa se ci riferiamo all’insieme della popolazione italiana, ma... diventa affermativa se ci riferiamo alle famiglie e alle cerchie proprietarie che hanno gestito le nostre maggiori aziende private. Queste non avevano i mezzi per competere ad armi pari con i maggiori imprenditori degli altri paesi avanzati, ma hanno voluto ugualmente “giocare a fare i grandi capitani d’industria”, e per riuscirci hanno dovuto imporre ai governanti di orientare il complesso della politica economica nazionale in una direzione ad esse favorevole, anche quando ciò comportava una rinuncia a sviluppare appieno le potenzialità del paese: quindi niente ingerenze dello stato nell’attività dei privati (se non quando si trattava di liberarli dai debiti accumulati da loro aziende in difficoltà: allora persino le nazionalizzazioni erano benviste!), niente controlli sulle esportazioni di capitali, niente tutela dell’attività sindacale (col risultato che la nostra classe operaia, per farsi valere, dovette intraprendere azioni di lotta particolarmente incisive, con effetti destabilizzanti sull’economia)... E quando infine lo stato non ha più avuto la possibilità di sostenere artificialmente la competitività delle loro imprese, hanno preteso di continuare a incassare elevati profitti, col risultato che il primo ha dovuto coprirsi di debiti per garantire loro delle ingenti rendite finanziarie.
A pagare il conto della loro inettitudine e del loro parassitismo, però, sono poi stati i lavoratori.
All’inizio degli anni Novanta la politica d’indebitamento, così com’era avvenuto per quella inflazionistica, parve non più sostenibile. Il ceto di governo, allora, si orientò verso una politica di risanamento fondata sulla partecipazione dell’Italia al progetto della moneta unica comunitaria, che gli avrebbe consentito di emettere debito in una valuta più forte della lira, e quindi di offrirlo a interessi più modesti senza allontanare i potenziali acquirenti. Per i titolari delle grandi aziende si profilò uno scenario catastrofico, contemplante da una parte una riduzione delle possibilità di procurarsi rendite finanziarie e dall’altra il venir meno di una moneta gestita in autonomia dallo stato italiano (e quindi suscettibile di essere svalutata per consentire un recupero di competitività delle produzioni nazionali). La via di salvezza che essi individuarono in questo difficile frangente consistette nell’appropriazione del patrimonio industriale, bancario e infrastrutturale dello stato e, più in generale, nel proprio inserimento nelle attività sino a quel momento condotte da operatori a questo facenti capo: dunque in una politica di privatizzazioni e liberalizzazioni dei pubblici servizi. In tal modo, avrebbero potuto radicarsi in settori (quali finanza, telecomunicazioni, forniture energetiche e gestione di infrastrutture) che garantivano il conseguimento di profitti certi e cospicui. I partiti di governo, però, non erano disposti a rinunciare al controllo di società che contribuivano in misura importante al loro potere (in ragione dei finanziamenti che assicuravano loro e della possibilità di orientarne le strategie d’investimento e l’assunzione di personale secondo logiche di creazione di consenso): si determinò in tal modo un’inusuale situazione di tensione fra questi e i rappresentanti del potere economico.
Di questa situazione approfittarono alcuni magistrati, che con il supporto dei mezzi d’informazione controllati dalle grandi imprese sferrarono un attacco ai suddetti partiti, “scoprendo” la pratica sistematica del finanziamento illecito dei secondi da parte delle prime ed estromettendo per via giudiziaria le dirigenze di tali partiti dalle posizioni di potere che occupavano (mentre i titolari delle aziende vennero prudentemente tenuti fuori dalle inchieste). Tale estromissione risultò definitiva, in quanto comportò la perdita della possibilità di praticare, tramite le leve di comando cui esse avevano avuto accesso sino ad allora, quelle forme di assistenzialismo e di clientelismo che nel tempo avevano assunto un ruolo fondamentale ai fini della conservazione del consenso elettorale, in ragione del fatto che la conduzione di politiche miranti ad assicurare il benessere della collettività tramite il perseguimento dello sviluppo aveva trovato un limite nella necessità di tutelare in via prioritaria gli interessi delle oligarchie imprenditoriali.
Si affermò pertanto un nuovo ceto di governo, costituito dalle seconde file dei partiti colpiti dalle inchieste giudiziarie (molti componenti delle quali si aggregarono intorno alla figura di Silvio Berlusconi, imprenditore fattosi politico per far sì che i propri interessi continuassero ad essere tutelati anche dopo la caduta del leader socialista che sino al 1992 era stato suo protettore), dagli eredi dei vecchi partiti d’opposizione e da una nuova formazione, sedicente antisistema, portatrice di istanze localiste. Prendendo il potere in una fase storica segnata dalla crescente sottomissione della politica alle forze economiche, fu inevitabile che i nuovi governanti (inclusi quelli provenienti dalle formazioni di sinistra) risultassero allineati ai voleri di queste ultime ancor più di quanto lo erano stati i vecchi. Oltretutto, nei decenni passati l’Italia aveva sofferto anche di un cattivo funzionamento della democrazia interna ai partiti, che aveva inciso negativamente sulle modalità di selezione delle nuove generazioni di dirigenti, favorendo l’affermazione di personalità scadenti per qualità intellettuali e morali; e infine va considerato che la carenza di legittimazione popolare di cui soffriva il ceto di governo emerso dalla tempesta giudiziaria (dovuta alle circostanze della sua ascesa al potere) lo rendeva particolarmente dipendente da quella che poteva essergli conferita da altri centri di potere, quali gli Stati Uniti, l’Unione Europea o, per l’appunto, la grande imprenditoria nazionale (la quale era in grado di svolgere un simile ruolo tramite i mezzi d’informazione di cui aveva il controllo).
Nel nostro paese, dunque, a partire dagli anni Novanta il potere politico risultò ancora più sottomesso al potere economico di quanto lo fosse stato in precedenza. Ciò spiega le misure antipopolari che le maggioranze di centro-destra e di centro-sinistra, alternatesi al potere da allora in poi, hanno posto in essere: non soltanto le privatizzazioni e liberalizzazioni di pubblici servizi, ma anche gli alleggerimenti fiscali per i più abbienti, i tagli alla spesa sociale e le politiche di precarizzazione del lavoro.
Da queste misure è scaturita un’accelerazione del nostro declino industriale, sia perché l’impoverimento dei lavoratori da esse causato ha compresso la domanda interna, sia perché l’abbattimento del costo del lavoro, tutelando i profitti imprenditoriali anche in assenza di investimenti volti a sostenere la produttività delle aziende e il valore aggiunto delle loro attività, ha disincentivato il compimento dei medesimi, sia perché l’inserimento nei servizi ex-pubblici ha indotto chi ne ha beneficiato a rarefare – prima ancora che gli investimenti – la propria stessa presenza nelle attività industriali di provenienza, sia infine perché si è avuta una penetrazione di attori stranieri nel nostro sistema economico (figlia delle politiche di privatizzazione e liberalizzazione, nonché delle cessioni da parte di privati delle attività manifatturiere cui i medesimi non erano più interessati) che ne ha ridotto delle componenti di rilievo a rami periferici di società aventi i loro interessi principali al fuori dell’Italia.
Il rallentamento della crescita economica che da tale declino è derivato, impattando sulle entrate fiscali, ha inoltre impedito il riassorbimento del debito pubblico immesso sui mercati finanziari. Si è quindi mantenuto elevato il trasferimento di ricchezza pubblica ai detentori di titoli di stato, però con una differenza importante rispetto al passato: fra di essi hanno assunto un’importanza assai maggiore i soggetti stranieri, in qualità di diretti acquirenti del nostro debito o di azionisti di istituzioni finanziarie italiane. Il pagamento degli interessi sul debito è divenuto, così, un ulteriore veicolo di trasferimento di risorse dall’Italia ad altri paesi (“ulteriore”, poiché si aggiunge all’estrazione di profitti dalle aziende passate in mani straniere).
Un elemento distintivo del nuovo indirizzo politico è stato rappresentato dall’abbondanza di decisioni favorevoli a soggetti economici stranieri. Come detto, si è consentito che investitori esteri beneficiassero delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni e acquisissero ingenti rendite finanziarie. Al riguardo, va inoltre specificato che questa penetrazione del capitale straniero in Italia è stata consentita anche quando i suoi protagonisti appartenevano a paesi non egualmente aperti ad acquisizioni estere, e che si è tollerato che l’Unione Europea facesse pressioni su di noi perché dismettessimo il nostro patrimonio pubblico e aprissimo il nostro mercato, ma non avesse un atteggiamento analogo nei confronti di altri paesi membri. Contrarie all’interesse nazionale sono state anche l’adozione dell’euro, la quale, equivalendo a una rivalutazione della lira e ad una svalutazione delle monete continentali più forti (in particolare del marco), ha penalizzato le nostre esportazioni e reso più convenienti sul mercato interno i beni d’importazione; l’accettazione dell’espansione a Est dell’Unione, che ha fatto accedere i paesi ex-comunisti al mercato europeo e ha procurato loro ingenti aiuti finanziari (pagati anche dall’Italia, dato il nostro ruolo di contributore netto in seno all’UE), ponendoli così in condizione di attrarre imprese dall’Italia (con conseguente distruzione di posti di lavoro nel nostro paese) e da altre nazioni (in particolare dalla Germania, il cui sistema industriale ha ricavato da queste delocalizzazioni in paesi dal basso costo del lavoro una maggiore capacità di fare concorrenza al nostro); e la sottomissione alle regole comunitarie che ci imponevano di perseguire una politica di rigore finanziario, la quale ha penalizzato la nostra economia senza neppure migliorare lo stato dei conti pubblici. Sembra quindi che i nostri politici si siano macchiati di un vero e proprio “tradimento”, scegliendo di porsi al servizio di un progetto di distruzione della potenza economica nazionale concepito dai nostri principali competitori (Francia e Germania, padrone di fatto dell’Unione Europea).
La realtà è tuttavia più complessa. Certamente, il nuovo sistema partitico ha avvertito la necessità di servire centri di potere esteri, per compensare la carenza di legittimazione interna di cui si è detto; ma se le lobby imprenditoriali nazionali hanno tollerato che si sottomettesse alle mire colonialistiche franco-tedesche è stato perché esse, evidentemente, erano interessate alla permanenza dell’Italia nell’Unione Europea anche a fronte di un atteggiamento ostile di quest’ultima nei nostri riguardi. Ciò peraltro risulta del tutto comprensibile qualora si consideri che dall’UE è provenuta una spinta importante in direzione della privatizzazione e della liberalizzazione del settore pubblico. Vero è che la politica comunitaria ha favorito l’inserimento in quest’ultimo non soltanto dell’imprenditoria nostrana, ma anche del capitale straniero; tuttavia, la stessa intraprendenza del secondo è risultata nell’interesse della prima, la quale ha potuto realizzare in partecipazione con esso delle iniziative che da sola non avrebbe avuto i mezzi per effettuare. Non meno importante è il fatto che l’opera normativa dell’Unione abbia contribuito ad alterare i rapporti di forza tra padronato e lavoratori in favore del primo. Essa difatti, tutelando la libera circolazione dei capitali, delle merci e della manodopera entro i confini dell’Unione, gli ha consentito sia di delocalizzare le proprie produzioni manifatturiere in paesi dal più basso costo del lavoro senza perdere la possibilità di commercializzarle in patria, sia di ridurre il costo del lavoro nella stessa Italia (in virtù del potere di ricatto conferitogli proprio dalla possibilità di trasferire altrove i propri impianti, nonché della possibilità di porre una cospicua manodopera immigrata in competizione con quella autoctona). L’Unione Europea ha insomma costituito una fonte di vincoli esterni utili a rendere più agevole la conduzione di politiche favorevoli all’imprenditoria (dal momento che il nostro ceto politico ha potuto scaricare su di essa la responsabilità delle medesime).
Bisogna inoltre tenere presente che i nostri principali operatori economici, una volta divenuti fornitori di servizi, sono divenuti interessati in misura preponderante a tutelare non le proprie attività industriali (oramai oggetto di disinvestimenti e quindi condannate in ogni caso al declino), bensì le rendite garantite da quelle attività terziarie e le possibilità di reinvestimento delle medesime nei circuiti finanziari internazionali. Ciò per un verso ha attenuato l’impatto negativo che avevano per essi le politiche comunitarie tese a deindustrializzare l'Italia, e per l’altro ha esaltato l’importanza dei benefici che ricavavano dall’appartenenza all’Unione in termini di libertà di movimento dei capitali. Questo loro riorientamento dall’industria alla finanza ha avuto anche l’effetto di rendere meno grave la ricaduta negativa dell’adozione dell’euro (consistente nella perdita di competitività di prezzo dei nostri manufatti) e di accrescerne quella positiva (rappresentata dalla possibilità di effettuare investimenti all’estero in una valuta più forte della lira, ossia dotata di un maggiore potere d’acquisto).
In conclusione, possiamo affermare che i detentori del potere economico hanno accettato l’integrazione dell’Italia nell’Unione Europea in una posizione subordinata, comportante quindi l’imposizione di politiche ad essa sfavorevoli, in quanto tale integrazione procurava comunque loro più vantaggi che svantaggi.
In fondo, questo atteggiamento non ha rappresentato altro che l’esasperazione della mentalità che hanno sempre dimostrato di avere: la disponibilità a sacrificare l’interesse nazionale sull’altare del loro sacro interesse particolare. Possiamo dare per certo che tale mentalità continuerà a informare le loro strategie imprenditoriali e le richieste che indirizzeranno al potere politico. Sino alla distruzione totale della nostra struttura industriale, ovvero della nostra prosperità (chi crede che l’Italia possa vivere di turismo si prepari spiritualmente a mantenere i figli con la propria pensione... se gliela lasceranno). Oppure, se vogliamo dare ancora un minimo di credito ai nostri connazionali e a noi stessi, sino al momento in cui questa élite di parassiti e distruttori non verrà posta in condizione di non potere mai più nuocere.
Fonte
21/07/2022
La guerra: una questione divisiva, ma dirimente
di Sandro Moiso
Mirella Mingardo, Cronache rivoluzionarie a Milano (1912-1923). Dalla Sinistra socialista alla Sinistra comunista, Quaderni di pagine marxiste – serie rossa, 2022, pp. 540, 15 euro
Milano dell’Expo, Milano del Leoncavallo, Milano di “mani pulite”, Milano da bere, Milano dell’Autonomia operaia, Milano “nera”, Milano di via Mancini e dei compagni morti ammazzati nella primavera del 1975, Milano del Cub della Pirelli, Milano della strage di piazza Fontana e dell’assassinio di Giuseppe Pinelli, Milano ultima sede delle trattative prima della caduta di Mussolini...
Poi la memoria pubblica e l’immaginario storico-politico sembrano fermarsi, a meno di non risalire alle cannonate del 1898 e a Bava Beccaris, saltando a piè pari, o quasi, una stagione straordinaria di lotte e contraddizioni di classe e nella classe: quella intercorsa nel secondo decennio del ‘900, tra l’avvento di Mussolini alla direzione dell’«Avanti», la Prima guerra mondiale e la formazione del nucleo giovane e intransigente che avrebbe costituito una delle componenti più radicali della Sinistra socialista.
Bene hanno dunque fatto i compagni di «pagine marxiste» a ripubblicare in un unico volume due testi di Mirella Mingardo già precedentemente apparsi in altra edizione (Mussolini, Turati e Fortichiari. La formazione della sinistra socialista a Milano 1912-1918, edizioni Graphos, 1992 e 1919-1923. Comunisti a Milano. La Sinistra comunista milanese di Bruno Fortichiari e Luigi Repossi dalla formazione del Pcd’I all’ascesa del fascismo, pagine marxiste, 2011) rivolti a sottolineare l’importanza che la componente milanese di sinistra del Partito Socialista ebbe nelle lotte e nelle riflessioni che precedettero e accompagnarono lo sviluppo della frazione rivoluzionaria all’interno dello stesso. Fino e oltre la scissione di Livorno nel 1921 che diede vita al Partito Comunista d’Italia. Entrambi i testi erano da tempo esauriti e vengono oggi riproposti in un’edizione riveduta, ampliata, corretta e corredata da un vasto apparato di note biografiche cui hanno contribuito i redattori dell’Associazione Eguaglianza e Solidarietà.
La lettura si rivela immediatamente stimolante non soltanto dal punto di vista storico, ma anche propriamente politico, poiché quelle battaglie e quei fatti, soltanto apparentemente lontani nel tempo, servono ancora a mettere in evidenza carenze, errori e contraddizioni del nostro tempo. Così, anche se in precedenza non sono mancante le opere storiografiche destinate a ricostruire il travaglio politico e i conflitti sociali di quegli anni, i due testi di Mirella Mingardo permettono di ricostruire e collocare gli stessi temi ed avvenimenti in maniera tale da costituire ancora un termine di paragone per quelli attuali.
Prima di procedere nell’analisi dei contenuti, quello che occorre forse sottolineare è che la narrazione dei passaggi che portarono alla scissione del PSI e alla fondazione di un partito comunista rivoluzionario spesso ha privilegiato le tre località “forti” per lo sviluppo della corrente più radicale del socialismo italiano di inizio ‘900 mettendo in risalto Torino, Napoli e Milano spesso nell’ordine qui appena esposto.
Se Napoli, descritta fin dall’Ottocento come la “polveriera d’Italia”1 e successivamente come uno dei principali centri di origine del Comunismo e del Fascismo2, aveva visto la presenza determinante di Amadeo Bordiga tra i giovani militanti che avrebbero intrapreso e guidato la lotta per la rivoluzione e il comunismo, curandone in particolare l’impostazione teorica, Torino, definita in un classico della storiografi del movimento operaio italiano come “operaia e socialista”3, ha fondato il suo primato, oltre che sulla combattività della sua classe operaia e del suo proletariato, sulla presenza di Antonio Gramsci, nonostante i tentennamenti che questi ebbe (insieme a Togliatti, all’epoca decisamente “interventista”) nei confronti dell’opposizione ferma e radicale nei confronti del primo conflitto imperialista.
In entrambi i casi, però, le sezioni locali del partito socialista erano rimaste in mano alle posizioni riformistiche, mentre soltanto a Milano la sezione, fin da prima della guerra era stata diretta dalla frazione di Sinistra dello stesso partito. Il dubbio a cui si perviene, quindi, è che tale spostamento del baricentro della ricostruzione storiografica a favore di Torino sia stato dovuto, in un ambito di ricerca a lungo dominato dalla storiografia e dagli storici legati a doppio filo al PCI, da un lato alla necessità di far crescere a dismisura, dopo la sua morte, la figura e il ruolo svolta da Gramsci, e dall’«Ordine Nuovo», nella nascita e nella formazione del Pcd’I: sia per fornire a Togliatti una copertura autorevole per giustificare le sue infinite giravolte e tradimenti all’ombra della (tutt’altro che amichevole) figura di Gramsci4, sia per sminuire, se non proprio denigrare o rimuovere le figure di Amadeo Bordiga e dell’ancor più odiato, se possibile, Bruno Fortichiari.
Bruno Fortichiari che si rivela essere, nell’ambito della ricerca di Mirella Mingardo, un autentico e intransigente promotore dell’organizzazione non soltanto del lavoro politico della sezione socialista milanese negli anni precedenti la prima guerra mondiale, ma anche dell’opposizione internazionalista alla stessa, una volta scoppiata. Insieme alla sua figura brilla, nell’ambito dell’organizzazione e dell’agitazione svolta in senso internazionalista e antimilitarista, quella di Abigaille Zanetta (1875-1945), maestra socialista e agitatrice temutissima dalla prefettura milanese e dai vertici moderati e parlamentari socialisti dell’epoca.
Non a caso una donna, in una città e in un’epoca in cui, dall’Italia dei campi e delle fabbriche fino agli scioperi delle giovani operaie di Pietroburgo che diedero inizio alla rivoluzione di febbraio in Russia nel 1917, le donne lavoratrici di ogni età, con o senza famiglia, svilupparono azioni di lotta collettiva che pesarono enormemente sulle politiche dei partiti e le scelte, spesso repressive, degli Stati. Soprattutto prima e durante il primo vero macello imperialista che, oltre tutto, qui in Italia era stato già anticipato dalla guerra di Libia e dall’opposizione che nei confronti di questa si sviluppò in ambito socialista e anarchico.
Se tutta la ricerca sulla Sinistra socialista milanese è profondamente interessante nelle due parti che la compongono, per ragion di brevità in questo contesto si è valutato di soffermare maggiormente l’attenzione sulla prima parte, quella che si ferma al 1918 con la fine della guerra.
Periodo burrascoso che vedrà l’ascesa di Benito Mussolini e il suo conseguente allontanamento dal partito, l’affermazione di Fortichiari e dei compagni a lui più vicini alla guida della sezione socialista di Milano e, infine, anche il progressivo attestarsi della componente riformista, guidata da Filippo Turati e Anna Kuliscioff, su posizioni sempre più collaborazioniste con gli interessi del governo e del capitalismo italiano.
Il fatto veramente interessante, nella ricostruzione e analisi di quegli eventi e personaggi, è che fino a quando la battaglia interna e sulle piazze sarà condotta sul piano della lotta economica e dei diritti dei lavoratori oppure della validità del suffragio universale o, ancora, della corruzione dei quadri parlamentari socialisti più orientati alla collaborazione filo-governativa o la loro appartenenza alla Massoneria, tutte le componenti riusciranno comunque a trovare un equilibrio, per quanto conflittuale, che permetterà alla struttura partito di procedere nel suo cammino. Anche se, come afferma l’autrice:
Sin dai primi mesi del 1912 la divisione già presente nell’ala destra del partito si rivelò insanabile, sia nel convegno nazionale contro la guerra organizzato a Milano dai riformisti di sinistra, che nel dibattito avvenuto alla Camera per ratificare il decreto reale di annessione della Libia. In questa sede i contrapposti interventi di Bissolati (che pur criticando l’impresa libica manteneva il suo appoggio al Ministero Giolitti) e di Turati (che espresse l’opposizione della sinistra alla politica governativa) sancirono pubblicamente la scissione fra i due riformismi5.
Di tale situazione poterono approfittare da una parte la Frazione rivoluzionaria, che nel giro di poco tempo riuscì a conquistare la maggioranza delle sezioni di un certo rilievo, anche se, come si afferma ancora nel testo, «l’ascesa dei rivoluzionari fu soprattutto “il frutto di uno sforzo di carattere organizzativo” che non corrispondeva ad un radicale rinnovamento “di idee e di programmi”»6. Dall’altra lo stesso Mussolini che, dopo esser da poco rientrato nelle fila del partito, al successivo XIII congresso del Partito Socialista tenutosi a Reggio Emilia il 7 luglio del 1912 riuscì ad ottenere l’espulsione dal partito dei deputati Bissolati, Bonomi, Cabrini e Podrecca, individuati come rappresentanti della destra riformista.
Episodio che, dopo il tentativo fatto da Bonomi di presentare le scelte parlamentari della destra come sforzo di riconciliazione con lo Stato per «imbeverlo della forza operaia e popolare» in attesa di porre fine al «divorzio tra capitale e lavoro», sancì la prima significativa scissione nella storia del Partito Socialista7.
In tale contesto occorre cogliere l’affermazione delle forze più giovani e intransigenti del partito raccolte in buona parte nella federazione giovanile, ma anche «lo sviluppo di nuove forze sociali che la lunga depressione e la guerra libica avevano contribuito a creare»8.
Mentre già il primo conflitto mondiale andava accumulandosi a livello economico, militare e politico, fu possibile un breve periodo in cui le forze radicali interne al Partito socialista, il sindacalismo rivoluzionario e quello della Confederazione Generale del Lavoro poterono convivere, anche se in maniera spesso conflittuale, con l’ala riformistica del partito stesso.
Ma il colpo di pistola di Sarajevo del 28 giugno 1914 avrebbe significato non solo l’avvio di un conflitto tra imperi non più procrastinabile, ma anche il processo che avrebbe dato inizio al disfacimento della Seconda Internazionale e dello stesso partito socialista italiano.
Ed è proprio nel corso dell’anno che separò l’inizio delle ostilità tra le forze della Triplice Alleanza e della Triplice Intesa e l’entrata in guerra dell’Italia a fianco dell’Intesa, che tutti i nodi vennero al pettine, dimostrando come la questione dell’atteggiamento da tenersi nei confronti della guerra imperialista sia sicuramente estremamente divisiva ma, anche, dirimente più di qualsiasi altra sul piano delle politiche riformistiche, nazionaliste oppure rivoluzionarie.
Fa bene la Mingardo a sottolineare come Mussolini, indicato sempre come unico e vero traditore delle posizioni neutraliste del partito italiano, fosse in realtà in buona compagnia sia all’estero, dove i partiti socialisti tedesco e francese furono prontissimi ad approvare i crediti di guerra, sia in Italia dove sia all’interno del Partito che tra le altre forze di opposizione, sindacali e finanche anarchiche, furono tantissime le “conversioni” alla causa della guerra.
La prime contraddizioni inizieranno a manifestarsi proprio durante la cosiddetta “settimana rossa”, quando nel giugno del 1914, preceduta dagli scioperi dei ferrovieri e delle sigaraie, si sviluppò a partire da Ancora un movimento insurrezionale, che si estese in breve tempo ad altre regioni e che metteva insieme l’antimilitarismo con la protesta sociale per le condizioni salariali e di vita. Come annota la Mingardo:
Gli scontri sanguinosi della città marchigiana e la protesta spontanea che a macchia d’olio si estese in tutta la penisola non furono soltanto la reazione alla lunga serie di eccidi che distinsero l’Italia post-unitaria, ma rappresentarono nuovamente l’esplosione di una latente e disordinata carica rivoluzionaria delle forze proletarie.
Se sorprendente è l’assenza del partito, colto alla sprovvista dalla vastità del moto, ancor più sorprendente è l’assenza di Mussolini […] Il paese si rivolge al partito e al giornale, invoca una parola d’ordine, più volte preannunciata, “ma dietro la carta stampata dell’«Avanti!» non c’è niente”9
Citando Bozzetti, autore di Mussolini direttore dell’«Avanti!», aggiunge poi ancora: «Dopo aver predicato per anni la guerra, dopo aver identificato nel militarismo il nemico numero uno, dopo aver seminato l’odio contro le istituzioni militari […] quando scocca l’ora X Mussolini non è al suo posto»10.
L’ex-rodomonte socialista iniziava così a mostrare di che pasta fossero fatte le sue “radicali” affermazioni e a scivolare lungo il pendio che ben presto lo avrebbe portato tra le braccia dell’interventismo, del nazionalismo patriottardo e del militarismo stesso.
Il contesto in cui finirono col confrontarsi le differenti e irriducibili posizioni sulla guerra si rivela, attraverso le pagine del libro, non molto diverso da quello odierno, soprattutto per quanto riguarda il malessere che ben presto iniziò ad esplodere tra le classi popolari oltre che per il lento scivolamento verso la guerra proprio di quelle posizioni che pur volendosi “neutraliste” presero a mostrare un atteggiamento decisamente anti-teutonico, pur dichiarandosi ancora non favorevoli ad un’entrata in guerra. Insomma un neutralismo che manifestava, nella sostanza una particolare avversione per uno dei contendenti del conflitto: quello austro-ungarico.
Posizione che iniziò a rivelare come le dichiarazioni indipendentiste e patriottiche di irredentisti come Cesare Battisti spingevano, inequivocabilmente, alla guerra nei confronti degli usurpatori delle “terre italiane”. Come afferma in un suo testo Luigi Cortesi, citato dall’autrice:
Questi atteggiamenti (anti-teutonici -NdR) ridimensionano qualitativamente la tradizionale leggenda di un PSI su posizioni coerentemente internazionalistiche. Il PSI – al di là del rigorismo formale di facciata – agì invece sul governo per evitare un possibile intervento a fianco degli Imperi Centrali e fin dall’inizio – esplicitamente o implicitamente – lasciò aperta la possibilità di un orientamento filio-intesista, differenziando in ogni caso subito le due parti belligeranti11
Mussolini nel frattempo, infiammando l’«Avanti!» con titoli come L’orda teutonica scatenata in tutta Europa, spingeva nella stessa direzione, oltre tutto rendendo ancora più evidente la sua tendenziosità nella cronaca bellica in cui, nonostante l’agosto del 1914 si fosse rivelato un mese di disfatte per gli eserciti dell’Intesa, i titoli del giornale socialista davano l’impressione che in realtà stessero vincendo. L’antitriplicismo però non era patrimonio del solo Mussolini poiché
da destra a sinistra il disorientamento percorreva il partito. Accanto alle dichiarazioni di alcuni riformisti (quali Treves12. Turati, Mondolfo, Graziadei) favorevoli alla “neutralità relativa”, emergevano le conversioni dei sindacalisti Alceste De Ambris, Filippo Corridoni, Decio Becchi, Livio Ciardi; dell’anarchica Maria Rygier13.
Mentre i partiti della cosiddetta sinistra finivano con lo schierarsi per un aiuto reale alle democrazie occidentali, l’unica voce a levarsi chiaramente contro la guerra fu quella di Amadeo Bordiga che, in un articolo pubblicato sull’«Avanti!»14, denunciava «le simpatie di “molti compagni” verso l’Intesa e demoliva le artificiose distinzioni tra guerra di offesa e guerra di difesa. La borghesia di tutti i paesi era la vera responsabile del conflitto o, meglio, lo era “il sistema capitalistico, che per le sue esigenze di espansione economica” aveva “ingenerato il sistema dei grandi armamenti”»15.
Bruno Fortichiari, collocandosi su altrettanto chiare posizioni intransigentemente antimilitariste e anti-imperialiste, poneva sullo stesso piano i blocchi contendenti, poiché l’Italia non doveva assolutamente lasciarsi «sedurre dalle sirene della Duplice Alleanza e della Triplice Intesa che indubbiamente prevedeva e attendeva l’aggressione per soffocare la Germania militarista e imperialista sì, ma anche forte concorrente nel campo industriale e coloniale»16.
Ma il testo edito da «pagine marxiste» ci rinvia al presente non soltanto dal punto di vista delle contrapposizioni ideologiche e politiche.
I paesi del vecchio continente non poterono sfuggire alla crisi generale che investì l’Europa allo scoppio della grande guerra. Sin dall’estate del 1914 l’economia italiana si trovò a fare i conti con il blocco navale inglese che impediva l’accesso nel Mediterraneo alla flotta della Triplice. Il provvedimento comportò l’aumento vertiginoso dei noli marittimi e “l’interruzione totale del traffico via mare da e per la Germania e l’Austria-Ungheria, e la più stretta dipendenza dall’Inghilterra per i rifornimenti”.
La mancanza di materie prime o il rallentamento nella loro fornitura, i provvedimenti governativi sulle restrizioni del credito e del commercio con l’estero, ebbero un’immediata ripercussione nell’economia: alle gravi carenze del mercato corrisposero il rialzo del costo della vita e l’aumento preoccupante della disoccupazione […] A peggiorare le condizioni di vita della sempre più numerosa popolazione disoccupata, contribuì la lievitazione del prezzo del pane. L’aumento incontrollato dell’alimento base fece scoppiare ovunque il grido di rivolta17.
Tumulti si ebbero a Bari, Caltanisetta, Napoli, Palermo, Catania, Pisa, Molfetta, Bitonto, Faenza con una forte presenza femminile all’interno delle stesse, spesso violente, manifestazioni affrontate con violenza superiore da parte dello Stato e con la dichiarazione dello stato d’assedio in alcune città coinvolte. Mentre il Governo e le forze di polizia permettevano e giustificavano le manifestazioni interventiste, spesso gonfiate artificialmente nei numeri ad uso della propaganda a favore della guerra.
Milano sia nel 1914 che nell’opposizione alle “radiose giornate di maggio” del 1915 fu spesso in prima linea con i suoi proletari, le lavoratrici e anche le donne della campagna circostante che protestavano sia per il peggioramento delle condizioni di vita che per il fatto che mariti e figli fossero stati richiamati o chiamati per la prima volta alle armi, aggravando così le già difficili condizioni economiche famigliari.
Di fronte all’inevitabile, la direzione del partito indirizzò al proletariato l’ultimo e drammatico manifesto inteso a separare le proprie responsabilità da quella delle correnti che avevano voluto la guerra. La lotta veniva rimandata al dopo, alla fine del conflitto. Il partito intanto si poneva “in disparte” – come scrisse l’«Avanti!» del 24 maggio 1915 – lasciando che la borghesia facesse la sua guerra18.
Fingendo una patina di nobiltà morale la dirigenza socialista nazionale abbandonava definitivamente al suo destino un proletariato ancora combattivo che, però, avrebbe potuto essere indirizzato soltanto da un’organizzazione totalmente dedita al rovesciamento rivoluzionario dell’esistente, cosa che, certamente, il PSI non era e non voleva essere nella maggioranza della sua rappresentanza parlamentare e intellettuale.
Ma a gettare ancora benzina sul fuoco mai spento delle braci insurrezionali e rivoluzionarie giunsero nel 1917 le notizie provenienti dalla Russia e della rivoluzione che si era andata sviluppando colà. Fu così che nel maggio dello steso anno a Milano e poi ad agosto a Torino tornarono a svilupparsi violente azioni di massa contro la guerra, in cui la classe operaia, ancor prima di militanti del partito fu in prima linea e sulle barricate.
E proprio a Milano, durante quelle manifestazioni portate avanti in maniera estremamente dura proprio dalle donne, Turati ebbe modo di osservare quanta fosse la distanza che ormai separava l’ala riformista dalle masse che pretendeva di rappresentare in parlamento.
«Vogliono far la pelle ai signori – scrisse infatti ad Anna Kuliscioff – fra i quali, beninteso, siamo anche noi»19.
Prima della spesso e oggi fin troppo bistratta scissione del 1921 a Livorno, a rompere con il riformismo del PSI fu prima di tutto il proletariato delle grandi città industriali oppure trasferito al fronte e in divisa nel 1917.
Poi, nel novembre dello stesso anno, arrivò anche la risposta di migliaia di soldati italiani che autonomamente, e ancora una volta lasciati soli e privi di qualsiasi indicazione politica, abbandonarono il fronte e le trincee a Caporetto. Mettendo in pratica, senza magari neppure conoscerla, la parola d’ordine che era corsa lungo i fronti di guerra a partire dalla Francia: Facciamo come in Russia!
Ma la direzione nazionale del partito e Turati in particolare avrebbero continuato a procedere sulla linea di una sempre più stretta collaborazione col Governo in carica, sventolando la bandiera della “necessaria solidarietà” nei confronti dei profughi in fuga dal territorio profondo 70 chilometri in cui erano penetrate le truppe della Duplice, occupandolo. Un vero record nello sfondamento delle linee, visto che all’epoca la guerra permetteva di avanzare al massimo di qualche centinaio di metri al giorno.
La mobilitazione governativa e poliziesca affinché lo scontento interno non raggiungesse i soldati delle trincee si era già manifestata precedentemente, mentre i ferrovieri trasportavano verso le truppe al fronte i volantini inneggianti alla protesta e alla rivolta che la Sinistra intransigente cercava di diffondere a tutti i livelli. Nelle fabbriche, d’altra parte, il clima era diventato irrespirabile per le maestranze, poiché anche i lavoratori dovevano ormai rispondere ad un’autentica mobilitazione e militarizzazione del lavoro, in cui anche gli scioperi avrebbero potuto esser trattati come tradimento e diserzione.
Michele Fatica, citato dalla Mingardo, ha scritto in proposito:
Niente poteva essere più ben accetto alla borghesia industriale quanto la riduzione dell’operaio salariato alla condizione di lavoratore forzato. I dipendenti delle aziende dichiarate ausiliarie passano sotto la giurisdizione militare, quindi gli scioperi e le assenze ingiustificate vengono configurati come reati di ammutinamento o di diserzione20.
Dopo Caporetto alla vigilanza poliziesca e militare si aggiunse l’appello dei riformisti e di Turati alla collaborazione per un “governo di unità nazionale” per superare il ”difficile momento”.
In antitesi con le affermazioni di Abigaille Zanetta, che aveva sostenuto che i socialisti dovevano «guardare a tutto ciò che si agita e si muove nelle masse, col proposito di assisterle, solidarizzare con esse, per averle collaboratrici al raggiungimento dei nostri ideali», Turati aveva già precedentemente affermato che «”solo l’isterismo e l’impulsività” potevano consigliare movimenti di folle, mentre l’azione del partito socialista doveva esser guidata “dalla riflessione e dalla ragione”»21.
Nell’estate precedente Caporetto, Lazzari (segretario del PSI dal 1912 al 1919) aveva rivendicato al partito “una tradizione di miglioramento sociale e di bontà” che non permetteva di contestare “il naturale sentimento di preferenza e di amore per il paese natio”, mentre dal fronte della futura frazione comunista la Zanetta
si soffermò sull’annoso dibattito riguardante il rapporto tra socialismo e patria e, negando a quest’ultima la propria “essenza”, sostenne “la necessità di demolirla”. L’oratrice inoltre affermò che la pace non doveva essere il fine ultimo del partito, anzi, a guerra conclusa, questo doveva “approfittare dei momenti di debolezza della classe capitalista per abbatterla” e facilitare l’avvento del socialismo22.
Bordiga già in precedenza aveva negato che compito del partito fosse quello di risolvere i problemi creati dal capitalismo stesso e che questo era impossibilitato, per proprie dinamiche, a risolvere.
Tutte queste affermazioni dimostrano che l’opposizione di sinistra era ormai passata ad una «matura scelta di classe che la guerra aveva contribuito a far emergere»23.
Lo spazio concesso da un articolo e da una recensione impediscono di approfondire maggiormente l’analisi di un testo che si rende indispensabile per chiunque voglia non solo approfondire la storia del movimento operaio e della Sinistra Comunista, ma anche per tutti coloro che, nella confusione oggi imperante sul tema della guerra, vogliano trovare un modello comportamentale e di analisi che superi con un subitaneo colpo d’ala tutte le inutili discussioni su guerra di aggressione o di difesa “dei patri confini”, diritti “umani” e tutte le altre infingardaggini liberal-democratiche che offuscano la reale funzione della guerra nella stagione, non ancora finita, degli imperialismi che già avevano infiammato i fronti europei di inizio ‘900, ottenendo però allora una ben diversa risposta politica e di classe. A Zimmerwald, Kienthal, Pietrogrado, Milano e Caporetto.
Poiché oggi come allora, la guerra tra stati e imperi, a differenza di quanto troppo spesso si afferma o si crede, non costituisce affatto un’eccezionalità in regime capitalistico, l’azione contro la stessa non può essere guidata da un’impossibile unità di intenti tra forze agite da interessi diversi tra di loro, ma soltanto da una chiara visione del suo divenire e del necessario superamento delle contraddizioni insite nel modo di produzione che l’ha prodotta come inevitabile conseguenza della sua sfrenata ricerca di controllo delle ricchezze, dei mercati e delle risorse disponibili a livello planetario (lavoro umano compreso).
Note
Si veda: Giulio De Martino, Vincenza Simeoli, La polveriera d’Italia. Le origini del socialismo anarchico nel Regno di Napoli (1799-1877), Liguori Editore, Napoli 2004
Si veda ancora: Michele Fatica, Origini del fascismo e del comunismo a Napoli (1911-1915), La Nuova Italia Editrice, Firenze 1971
Paolo Spriano, Storia di Torino operaia e socialista. Da De Amicis a Gramsci, Einaudi, Torino 1958
Si vedano: Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Gramsci a Roma, Togliatti a Mosca. Il carteggio del 1926, (a cura di Chiara Daniele), Einaudi, Torino 1999 e Giancarlo Lehner, La famiglia Gramsci in Russia, Mondadori, 2008
M. Mingardo, Cronache rivoluzionarie a Milano (1912-1923). Dalla Sinistra socialista alla Sinistra comunista, Quaderni di pagine marxiste – serie rossa, 2022, pp. 25-26
M. Mingardo, op. cit., p. 26
op. cit., p. 27
Ibidem, p. 26
Ibid., p.99
G. Bozzetti, Mussolini direttore dell’«Avanti!», Feltrinelli 1979, pp. 160-163 cit. in Mingardo, op.cit., p. 99
L. Cortesi, Le origini del PCI. Vol. I Il PSI dalla guerra di Libia alla scissione di Livorno, Laterza 1977, pp. 86-87, cit. in Mingardo, op. cit., p. 108
Che avrebbe dichiarato che la neutralità non era “un dogma, un imperativo categorico” e che “il vantaggio che oggi si conclama domani può non ravvisarsi più”. Non neutralità “passiva” dunque, ma “attiva ed energica” in La nostra neutralità, «Critica Sociale» (rivista teorica del partito diretta da Filippo Turati), 15-31 agosto 1914
M. Mingardo,op. Cit., p.109
A Bordiga, In tema di neutralità. Al nostro posto!, «Avanti!», 13 agosto 1914
M. Mingardo, op. cit., p. 111
B. Fortichiari, Abbasso la guerra!, «La Battaglia Socialista», 12 settembre 1914 cit. in Mingardo, op. cit., p.115
ibidem, pp140-141
ibid., p. 166
F. Turati-a. Kuliscioff, Carteggio, vol.IV. 1915-1918. La grande guerra e la rivoluzione, p. 501, lettera del 3 maggio 1917, cit. in Mingardo, op.cit., p. 206
M. Fatica, Origini del fascismo e del comunismo a Napoli (1911-1915), La Nuova Italia Editrice, Firenze 1971, p.428 cit. in Mingardo, op. cit, p.210
Mingardo, op. cit., p.213
ibidem, p.225
ibid., p.226
29/01/2020
Craxi, il capitalismo italiano e l’elitarismo laico
Craxi fu infatti uomo di partito, sia pur capace di slanci garibaldini (Garibaldi fu almeno a parole il suo eroe[2]) soprattutto in politica estera (in Cile e a Sigonella), e crebbe come giovane uomo di partito allo stesso modo di suoi autorevoli colleghi (Enrico Berlinguer ed Aldo Moro in primis): vicepresidente nazionale dell’Unuri (Unione Nazionale Universitaria Rappresentativa Italiana), membro del Comitato Provinciale del Psi, dirigente della federazione giovanile socialista, consigliere comunale a Sant’Angelo Lodigiano, membro del Comitato Centrale del Psi, membro del Consiglio nazionale dell’Unione Goliardica Italiana, responsabile di organizzazione del Psi a Sesto San Giovanni, Consigliere comunale a Milano, Assessore all’Economato, Segretario provinciale milanese del Psi, assessore alla Beneficenza e Assistenza, Segretario Provinciale del Psu milanese, Deputato, Vicesegretario nazionale del Psi, rappresentante del Psi presso l’Internazionale socialista, Segretario del Psi, Europarlamentare, Presidente del Consiglio, Vicepresidente dell’Internazionale socialista. Insomma non fu sacerdote, ma divenne una sorta di cardinale laico pur non riuscendo a diventare Papa, anche se fu quasi schiaffeggiato come Bonifacio VIII da una sorta di tumulto popolare all’uscita dell’Hotel Raphael il 30 Aprile 1993[3], in piena Tangentopoli.
L’intento politico iniziale
Questa sorta di ascesi incompiuta all’interno di un contesto che si vedeva come unicamente politico è in un certo senso simbolica. Essa riassume la progressiva perdita del potere politico dei partiti a livello nazionale in una fase storica in cui la circolazione dei capitali a livello internazionale tendeva a svuotare di senso la politica economica dello Stato. Craxi è il protagonista di una negoziazione ed al tempo stesso il profeta e la vittima di questo processo in cui si direbbe la politica cede il passo all’economia e dove le democrazie rappresentative perdono il vincolo con i rappresentati e si entra nuovamente nell’epoca di quello che oggi viene chiamato ordoliberismo[4], inteso come teoria dello Stato al servizio del mercato[5].
Per essere profeta di questo processo Craxi (forse incoraggiato dai grandi leader socialdemocratici mondiali, come Brandt, Mitterrand, Allende, Papandreu che lo avevano incontrato quando aveva rappresentato il Psi all’estero) doveva per quanto riguarda il terreno su cui si muoveva tentare di porre fine all’anomalia che il Pci rappresentava in Europa ovvero un partito comunista con un consenso maggiore a quello di un partito socialdemocratico. Questa anomalia rappresentava un punto di debolezza dell’Italia all’interno dello schieramento occidentale ed anche un freno all’alternanza politica nel nostro paese (il famigerato fattore K).
Craxi diventa segretario del Partito Socialista in un momento di grande debolezza di questo partito. La formula del centrosinistra è logora e il Pci si appresta a governare con la DC senza alcuna attenzione ad una più naturale alleanza con il Psi. Craxi, che si contrapponeva al segretario uscente De Martino (che aveva perso da poco la possibilità di diventare Presidente della Repubblica) perché facente parte inizialmente della corrente di Nenni, pensa di riformare radicalmente il Partito Socialista, in primo luogo dal punto di vista ideologico. Successivamente un documento del partito dirà “Nel 1976, nella sua prima intervista da segretario del partito, ad un Giampaolo Pansa che gli chiedeva intenti, spiegazioni e dettagli della traiettoria possibile di un partito appena sconfitto nelle elezioni politiche e marginale nel determinare in quel momento gli equilibri politici, Craxi rispose: “Primum vivere”[6]. Per sopravvivere era necessario avere una posizione meno schiacciata sul mercato politico.
Craxi durante il sequestro Moro
Infatti sin dall’inizio Craxi fu uno dei capi del fronte politico per la trattativa con le BR durante il sequestro Moro. La sua manovra è quasi geniale perché cerca di investire non tanto il governo (un governo fatto di soli democristiani ma che gode del sostegno parlamentare sia del Psi che del Pci) ma la Democrazia cristiana stessa che dovrebbe prendersi la responsabilità di fare un atto di clemenza che però non costituisse un momento di una trattativa di governo[7]. Una proposta piuttosto strana dal punto di vista giuridico-politico con cui Craxi fa la sua prima sortita per fare uscire indenne il Psi dall’abbraccio che si profilava come mortale tra il Pci e la Dc. Inoltre con essa Craxi ammicca alle formazioni politiche alla sinistra del Pci (cosa che ha provocato[8] e provoca verso di lui ancora oggi una specie di simpatia che in realtà non ha alcuna giustificazione dal punto di vista politico) ed isola quest’ultimo, arroccato nel fronte della fermezza (anche perché si dice in ambito democristiano e di destra che il rapimento Moro sia funzionale al compromesso storico[9]) e costretto a seguire per intero tutto il piano inclinato che lo ha portato ottusamente all’inevitabile sconfitta.
Il Vangelo socialista
Infine Craxi con questa sortita prepara la sua svolta ideologica e strategica, fatta nel nome in pratica del liberalsocialismo contro quello che viene considerato il vetero-marxismo del Pci (categoria usata anche da Rossana Rossanda per criticare stavolta però le BR[10]). Infatti nell’Agosto del 1978 esce un suo articolo dal titolo “Il Vangelo Socialista”[11] in cui si contrappongono una tradizione centralistica e autoritaria, di ispirazione giacobina e culminante nel leninismo, e una tradizione pluralista e libertaria che vorrebbe rimanere addirittura nell’alveo della civiltà occidentale. Si cita anche Proudhon quando dice che il comunismo avrebbe “asiatizzato” la civiltà europea e si esorta a non confondere socialismo e comunismo. Ritroviamo qui le categorie dell’imperialismo già usate dai primi ideologi dell’europeismo[12]. Alla fine Craxi cita Norberto Bobbio con cui non a caso polemizzerà qualche anno più tardi[13].
L’operazione, tutta ideologica (data la superficialità delle tesi così esposte), avrà però un ritorno politico perché consentirà ai socialisti di svincolarsi dall’abbraccio del Pci e darà loro l’illusione di poter elaborare una alternativa al marxismo. La rivista “Mondoperaio” sarà il corifeo culturale di questa smobilitazione. Nel frattempo la Falce e Martello verrà relegata nello sfondo mentre in primo piano risalirà il simbolo del Garofano (già esistente e ridiventato attuale grazie alla rivoluzione portoghese[14]).
Il decisionismo
A questa svolta anti-marxista si associa una svolta anti-parlamentare (apparentemente contraddittoria con le lusinghe al socialismo lillipuziano e un po’ anarchico del secolo precedente, ma invece coerente con l’attacco ai comunisti). Si parla del decisionismo craxiano[15], cercando soprattutto di valorizzarlo e di sterilizzarne le componenti antidemocratiche. Lo si fa diventare processo psicologico o lo si contrappone al blocco della diarchia Dc-Pci quasi fosse una manovra strategica e antiburocratica. Lo si associa a Carl Schmitt cercando acrobaticamente di evitare l’irrazionalismo che ne consegue[16]. Per nobilitarlo ancora di più lo si fa diventare filopalestinese come a Sigonella[17]. In realtà questa è la retorica alla fine cortigiana di chi intende rimuovere il fatto che il decisionismo craxiano era la forma latina (e dunque più melliflua) di quel processo che anche in altre nazioni (si pensi a Reagan e alla Thatcher) stava fingendo di parlare al Popolo mentre invece si subordinava al Capitale.
Il fatto che il decisionismo portasse demagogicamente a scelte approvate un po’ dagli uni e un po’ dagli altri era l’esca che serviva a costruire il consenso attorno ad una nuova repubblica con minore partecipazione, minore rappresentanza, minori contrappesi.
Le Ragioni della Grande Riforma
Craxi parla a tal proposito di Grande Riforma (1980): il suo scritto è volutamente vago, mentre per saperne di più bisogna leggere quelli di Giuliano Amato, il suo Dottor Sottile[18]. Amato denuncia che, con la conventio ad escludendum nei confronti del Pci, la Dc ha provocato la proliferazione di enti pubblici su cui esercitava un controllo quasi unico e si è conquistata la burocrazia ministeriale. Poi attraverso questi enti ha aumentato la discrezionalità con cui ripartiva i fondi per l’intervento dello Stato in campo sociale subordinando gli obiettivi politici che andavano esplicitati alla creazione del consenso elettorale intorno al partito. Amato commenta “Ciò che rimaneva «anormale» era soprattutto il fatto che fosse la sola Dc a controllare e a gestire la macchina così congegnata”. Questo passo è rivelativo perché fa emergere dietro il disegno riformista, la volontà più spicciola di cogestire la macchina senza cambiarla sostanzialmente. A proposito del vecchio centrosinistra Amato dice “Non si trattò soltanto della debolezza della carne socialista, coinvolta da una Dc tentatrice nel tradimento del virtuoso programma di partenza”. E aggiunge: “Gli apparati amministrativi, gli enti pubblici, gli istituti di credito, ai quali il centrosinistra promise il primato di una politica più nobile, ma al pari di quella precedente senza confini, ebbero solo la lottizzazione”.
È certo un’ironia della storia che, al suo secondo tentativo, la debolezza della carne socialista si rivelasse molto più drammaticamente che al primo tentativo. E la lottizzazione fosse ancora più intollerabile. Il nuovo Psi che voleva superare in efficienza il vecchio Psi alla fine ricadde su se stesso in modo ancora più pesante. Amato nota: “Gli anni recenti hanno portato due rilevanti novità: il grande rafforzamento del Partito comunista e il maggior ruolo giocato dal Parlamento. Le due novità si connettono sicuramente alle tendenze che sono maturate nel paese e alla accentuata difficoltà del sistema di rispondere in modo soddisfacente alle domande politiche insite in esse”. Questa frase si connette a sua volta con la convergenza craxiana tra antiparlamentarismo e anticomunismo.
Amato aggiunge: “Da una parte si sono sviluppate forme di scrutinio parlamentare sull’Esecutivo, costretto a dar conto delle nomine che fa e chiamato a riferire, non solo con i suoi ministri, ma anche con i suoi dirigenti, sul funzionamento di determinati settori o sull’applicazione data a singole leggi. Dall’altra parte si sono moltiplicate le questioni che vengono decise in Parlamento (o in organi di derivazione parlamentare), ovvero dando peso a orientamenti che ivi si sono manifestati. Entrambi i fenomeni hanno una comune matrice, il maggior peso del Partito comunista, che non consente più alla DC e ai suoi eventuali alleati di gestire gli apparati al riparo da occhi estranei e di regolarne gli interventi con discipline a cui il Parlamento è chiamato soltanto a dire di sì.”
Si comincia a delineare la via d’uscita del nuovo Partito socialista: un elitarismo laico che, schiacciato tra due grandi partiti con grande base popolare, deve ridimensionarli per non esserne schiacciato e per ridimensionarli deve delegittimare la rappresentanza democratica che li tiene in piedi. Liberare l’esecutivo dall’eccessivo controllo parlamentare diventa la strategia giacobina (altra contraddizione per un forte critico del giacobinismo) per circoscrivere il potere e più facilmente afferrarlo. Amato parla di paralisi, di sclerosi operativa e, per contrasto, la mente di chi legge si sente soffocare e anela ad una semplificazione. Nella analisi che fa del progetto ingraiano di riforma istituzionale Amato fa subito intendere quale sia l’idea di società che il craxismo nutre. Egli dice “Ciò che pertanto va messo in discussione è se realmente una tale articolazione frantumante possa essere vista come la patologia rispetto a una fisiologia costituita dalla compattezza del blocco storico: un blocco che la borghesia non è più in grado di ricomporre e che, essenziale oggi non meno di ieri, deve essere ricostituito dalla classe operaia. La proposta delle assemblee elettive parte proprio da quest’ultima premessa. E ciò finisce per farne soltanto una variante aggiornata di una vecchia idea della sinistra, quella del monismo assembleare, secondo cui l’assemblea esprime la volontà del popolo e rispetto ad essa altre istituzioni non meramente strumentali possono essere null’altro che ostacoli. Alla Costituente sia Togliatti sia Nenni si fecero portatori di quest’idea; al fondo della quale c’è appunto l’ipotesi che gli interessi che contano sono tutti aggregabili in modo soddisfacente ed esaustivo nella volontà che si forma in assemblea. Ma la società di oggi non si presta a un tale trattamento. Ci sono in essa voci professionali e tecniche e vocazioni dirigenziali di varia natura che esigono spazi propri, istituzioni che ne riconoscano l’autonomia, la responsabilità, la capacità di mediazione e di sintesi che non hanno tutte bisogno di essere rimesse agli organi politico-partitici”.
No dunque alle assemblee elettive ingraiane (anche se decentrate) e ciò alla faccia del socialismo proudhoniano e no alla sintesi politica degli interessi sociali. Questo si ricollega alla figura di Craxi come negoziatore tra il livello partitico e politico della società e i centri di potere fuori della politica. La rappresentazione di Amato che vorrebbe essere sistemica e non monistica presenta in modo più sofisticato questa necessità che il craxismo ha avvertito e di cui voleva approfittare per compiere la sua lunga marcia politica, il passaggio di un astuto Ulisse tra la Scilla democristiana e la Cariddi comunista. La pars construens a questo punto è ovvia: “Bisogna avere il coraggio di abbandonare schemi interpretativi inadatti, accettando, senza equivoci e senza riserve mentali, che si tratta di aggregare non un blocco storico – come già ho detto – ma un insieme di gruppi sociali, di interessi, di istituzioni presenti nella stessa società, collegabili soltanto in un sistema a tenuta elastica”. E si aggiunge “L’idea che l’unico limite del potere socialista sia la sua strutturale derivazione dagli interessi proletari è del leninismo, non è del socialismo. Fanno invece parte della storia di questo (e non soltanto del pensiero democratico-liberale, come spesso si pensa) il modello del potere articolato e l’intuizione che un tale modello, garantendo una pluralizzazione del potere, assicura anche che questo sia internamente limitato e non si trasformi così in oppressione”. Questo pluralismo sociale è fittizio, è solo l’asta in cui gli interessi generali verranno subordinati agli attori più forti presenti nella società in vista delle sfide internazionali future.
L’ipotesi di circoscrizione del potere si concretizza quando Amato dice “Si può all’apposto pensare a varianti del nostro attuale modello: rafforzamento del Presidente del Consiglio rispetto ai ministri, con riferimento sia alla scelta di questi, sia alla direzione della loro attività; riduzione dei momenti di necessario intervento parlamentare per l’attuazione del programma del governo, che il Parlamento potrebbe affidare a quest’ultimo con autorizzazioni di spesa più larghe e polivalenti di quelle attuali”. Sembra poco rispetto alla situazione attuale, ma il punto importante è che si tratta dell’inizio della slavina istituzionale che abbiamo sopportato ed ha quindi una valenza strategica.
Amato anticipa anche i criteri che poi presiederanno alla riforma federalista dello Stato impulsata dalla Lega ed elaborata da una classe politica molto vicina al Psi. Si veda quando dice “La strada da battere è perciò quella di una rigorosa destinazione della finanza da trasferimenti (che pure dovrà essere consistente) alla realizzazione di standard minimi. Al di là di questi l’ente locale dovrà ricorrere (e dovrà essere facoltizzato a farlo) alla leva fiscale e a quella tariffaria, senza scappatoie ulteriori.”
Per quanto riguarda la democrazia industriale la mano tesa ai sindacati è evidente: “Per la democrazia industriale ciò che serve è rafforzare con legge le capacità delle rappresentanze sindacali e di fabbrica di gestire i rapporti già instauratisi da noi con la contrattazione collettiva. Ciò può senz’altro comportare la costituzione di nuovi organismi espressivi di tali rappresentanze, ma non il trasferimento della materia nell’ambito di competenza delle assemblee elettive (proposta questa emersa da parte comunista), perché ciò svilirebbe il ruolo di controparte sociale assolvibile dal sindacato nell’impresa”. Assieme al principio più generale dell’avversione allo Statalismo (espresso nel “Vangelo”) si tratta di un amo lanciato ai sindacati confederali laddove sono più gelosi delle loro prerogative e sono più uniti su posizioni moderate e di cogestione delle imprese al ribasso con i vertici aziendali. Questo amo, come vedremo, verrà afferrato.
Il culmine del ragionamento di Amato lo troviamo qui: “Un sistema in cui il potere sta tutto da una parte e nel quale si sviluppano forze politiche sempre più competitive, è costretto a procedere per aggregazioni successive e a fermarsi perciò alla democrazia consociativa. L’alternanza diviene tollerabile se si cambiano le regole di un tale sistema e se lo stare al governo non consente un monopolio di potere senza residui. Nell’attuale momento ciò, lungi dall’escludere la consociazione, dà un’indicazione precisa sul modo migliore per utilizzarla. Vale qui quanto ha scritto giustamente Gianfranco Pasquino, secondo il quale la consociazione deve servire per elaborare e concordare le regole che consentiranno in un secondo momento una sua rottura non traumatica. È questo il compito a cui i partiti dovrebbero accingersi oggi. È una pericolosa illusione quella di poter perseguire, grazie al rinnovato «stare insieme», importanti obiettivi di trasformazione sociale”.
Da un lato non possiamo che considerare quanto sia stato foriero di mali il progetto politico del compromesso storico, inteso come interclassismo statico, sia valutato in sé (e Amato ha buon gioco a stigmatizzarlo) sia vedendo retrospettivamente cosa abbia scatenato in termini di pericolo, disperazione e strategia di fuga spregiudicata. Il torto di Ingrao a tal proposito è stato quello di rendere la sua proposta delle assemblee elettive una mera coniugazione (sia pur radicalmente democratica) del compromesso storico stesso. E tuttavia quando Amato parla di un sistema in cui il potere sta tutto da una parte confonde artificialmente il ruolo storico che la Dc sia era costruito e la funzione di governo stessa in modo da confondere potere e contropotere e da iniziare un decadimento dell’istanza rappresentativa mascherandolo come presupposto dell’alternanza. Questa apparentemente (con il rafforzamento dell’esecutivo) sarebbe potuta diventare una tela di Penelope dove chi viene dopo avrebbe dovuto scucire tutto quello che era stato ordito da chi lo aveva preceduto Tuttavia il giogo imperialistico europeo, con il disciplinamento austeritario, ha tolto le gambe a questo movimento trasformandolo nel mero sventolio di una bandiera bianca (quella della politica rispetto all’economia) che ruota attorno ad un centro politico assolutamente svuotato di contenuto.
Il Dottor Sottile pensa con Pasquino che la riforma costituzionale sia necessaria e la rappresenta come un momento in cui tutte le forze politiche possano insieme cambiare le regole. Egli dice: “Da qualunque parte la si guardi, la riforma istituzionale è comunque un prius e non c’è volontarismo politico che possa ormai rimuovere questo imprescindibile dato di fatto. L’occasione dello «stare insieme», utilizzata per affrontare di petto la riforma istituzionale, sarebbe davvero un ritorno allo spirito della Costituente. Si tratta infatti di dar vita a un sistema che, in forme sia pure aggiornate, recuperi l’articolata diversificazione dei ruoli, delle autonomie, delle responsabilità, presente nel disegno costituzionale. E, come allora, si tratta di darsi le regole del gioco in base a cui, domani, ciascuno potrà fare la sua parte”.
La conclusione è illuminante: “Non pensino i comunisti che la loro legittimazione a governare debba ancora a lungo dipendere dal loro stare insieme alla Democrazia cristiana, secondo quanto accadde all’inizio di questa lunga storia. Nella misura in cui sono oggi legittimati a governare, lo sono per l’aspettativa che hanno suscitato di essere alternativi rispetto alla DC. Se ad essi manca ancora qualcosa sul terreno della legittimazione a governare, non è per una scarsa vicinanza alla DC, ma per la scarsa vicinanza alla realtà del nostro tempo di alcuni loro filtri ideologici e, non casualmente, per una perdurante incertezza nella loro collocazione europea. Pensino perciò ad abbandonare quei filtri che ancora li portano a pensare in termini di «blocco storico» e pensino a scegliere in via definitiva fra l’Europa e l’Unione Sovietica. Se lo faranno, non avranno più bisogno di appoggiarsi allo scudo crociato. Potranno uscire all’aperto e dare il loro essenziale contributo alla costruzione in Italia di una schietta alternativa socialista”.
La rete ordita dalla Grande Riforma vorrebbe essere una trappola. La possibilità di riforme costituzionali a partire dal Parlamento è formalmente data dall’articolo 138 e dunque l’aspetto costituente viene mascherato e con esso l’irriducibilità del conflitto che lo fonda. Tale irriducibilità però rimane: lo stare assieme costituente è quello attorno al grande animale morto, ucciso da coloro che stanno assieme. Nella Costituente del 1946 l’animale morto sarebbe dovuto essere il fascismo (forse non tutte le Costituenti riescono col buco). Nella proposta del Psi il morto manca, ma solo in apparenza. Il morto sarebbe dovuto essere il Pci. Lo è stato, ma la storia ha reso la trappola così grande da farci entrare quasi tutti. E a farli sopravvivere, in forme nuove e spettrali, chi più e chi meno.
Alcuni, convertiti sulla via di Damasco, rimpiangono il fatto che Craxi non abbia portato a termine questa “grande riforma”[19]. Si tratta della retorica di ciò che sarebbe potuto essere e non è stato. Spesso però si dà ad un Dottor Sottile il compito di elaborare un complesso arabesco in cui ci si possa rappresentare. Poi si adotta una morale provvisoria da utilizzare nel frattempo. Questa morale provvisoria nella maggior parte dei casi è la storia vera[20] (e noi comunisti dobbiamo ragionare con minore rassegnazione su questo paradosso[21]). La successiva storia del craxismo è la storia di questa condotta costante ma sempre provvisoria.
La Conferenza Programmatica di Rimini
Nel 1982 alla Conferenza Programmatica di Rimini viene licenziato il documento “Per un’alleanza riformista tra il merito e il bisogno”[22] scritto da Claudio Martelli che si domanda (opportunamente) “Chi sono i possibili soggetti sociali del riformismo moderno?” e, analizzando la realtà sociale, si arrende ad essa e dice “La somma di esperienze maturate in una storia secolare hanno fatto evolvere il socialismo da dottrina di emancipazione di una classe a un insieme di tentativi graduali e graduati – non senza arretramenti, errori e contraddizioni – di dar corpo a un programma di governo e di emancipazione dell’intera società”. Dopo aggiunge “In democrazia se si vuole governare l’intera società occorre il consenso della maggioranza e dunque la maggioranza riformista va conquistata guardando al moderno mondo del lavoro ed anche a ciò che sta fuori di esso ma che non gli è ostile, non gli è antagonista. Oltretutto le nostre possibilità, le nostre chanches, non possono decollare a partire dalla rappresentanza della maggioranza della classe operaia, e anche se la maggioranza della classe operaia fosse socialista ciò non basterebbe a costituire una maggioranza nel paese, come del resto sanno benissimo i compagni comunisti”.
È interessante vedere come l’apparente mutamento di prospettiva ratifichi una prospettiva già mutata da tempo. Da un lato Craxi criticava il leninismo perché voleva portare la coscienza di classe dall’esterno, dall’altro Martelli dice “Oltretutto le nostre possibilità, le nostre chanches, non possono decollare a partire dalla rappresentanza della maggioranza della classe operaia”. Le nostre possibilità? Nostre, ma di chi? Vuoi vedere che il Psi era rimasto leninista? Vuoi vedere che il rischio di risultare autoreferenziali non è una conseguenza del leninismo? Vedremo come questa contraddizione acquisterà sempre maggiore rilevanza nella storia del Psi.
Martelli continua “Noi non ci siamo posti il compito di produrre una rivoluzione che non c’è, ma quello di rappresentare politicamente e di governare con l’efficacia della politica democratica la rivoluzione che è in atto, il cambiamento che è in atto”. È in un certo senso il trasformismo insito nel professionismo politico (teso a riprodurre le classi dirigenti all’interno del mercato elettorale) a cavalcare l’onda che c’è e paradossalmente a contrabbandare per rivoluzione la controrivoluzione in atto.
La politica economica per la Grande Competizione
Nella stessa sede il problema economico fondamentale diventa per il Psi quello dell’inflazione, a confermare la deriva in materia di politica economica. Già però nel 1978 autorevoli economisti di area (tra cui Roncaglia, Pedone e Sylos Labini), mentre Berlinguer nella sua regressione politica parlava di austerità, denunciavano la crescita del debito pubblico e accusavano i governi democristiani di lassismo[23]. In realtà l’Italia si stava adeguando alla media degli altri paesi europei e la percentuale dei consumi collettivi sul Pil era aumentata solo dal 12,17% del 1960 al 14,37% del 1978. Se si pensa che il Bangladesh nel 2000 con indicatori sociali ed economici ben più poveri dell’Italia del 1978 aveva una percentuale dei consumi collettivi sul Pil del 14,4% possiamo intuire come fosse drammatica (sic!) in questo senso la situazione. Anche per quanto riguarda gli altri dati, ad es. le spese pubbliche dell’Italia relative al benessere rispetto al reddito nazionale lordo erano poco più della media dei paesi OCSE, ma tenendo conto che tale media era fortemente abbassata dai paesi extraeuropei (Usa, Giappone, Australia, Nuova Zelanda e Canada). La preoccupazione degli economisti di area Psi perciò si rivelava tendente ad assecondare la strategia politica del segretario.
Giuseppe Turani plaude al programma socialista e vede in esso una strategia tesa a “consentire al sistema economico di correre più in fretta e meglio” verso “la Grande Competizione, nella quale entriamo con un carico di disoccupati e di problemi intollerabile”. La Grande Competizione, quello che i compagni chiameranno anni dopo (rielaborandone il concetto alla luce del magistero... di Lenin!) la competizione inter-imperialistica[24]. Nello snellirsi lo Stato si prepara a supportare il capitalismo italiano sulle scena internazionale, anche se è già chiaro che per la Grande Competizione è necessaria l’Unione Europea. Turani apprezza la “richiesta ai lavoratori di essere più ‘mobili’, più flessibili, proprio per non ostacolare gli aggiustamenti oggi indispensabili in tutto il complesso produttivo”. La Grande Competizione si affronta disciplinando militarmente gli operai a combattere in nome del sistema-paese. Presto ad essi verrà chiesto un primo sacrificio, un po’ di oro alla patria, proprio da Craxi.
Il Pentapartito
Nel 1983 alle elezioni politiche il Psi ottiene tra Camera e Senato un aumento in percentuale di voti dell’1,63% alla Camera e dell’1,01% al Senato. Il Pci è stato toccato poco (meno dello 0,5%) mentre c’è stato il crollo della Dc (complessivamente circa -5,5%) i cui voti sono andati a Pri, Psi e Msi[25]. La critica ai comunisti ha fruttato poco, mentre il discorso del rigore politico e soprattutto economico ha avuto più successo. Nel frattempo era nato il Pentapartito (1981) in cui la Dc, dopo aver liquidato il Pci, si appoggiava ai partiti laici. Tuttavia essa viene indebolita dallo scandalo legato alla Loggia P2 ed è costretta a cedere la Presidenza del Consiglio prima a Spadolini del Pri e poi a Craxi. Lo scandalo spiega il cedimento democristiano e la condivisione spiega l’ascesa dei partiti laici che godono del vantaggio di stare al governo con più spazi.
L’ideologia sull’inflazione
Il primo governo Craxi si trova a dover affrontare il problema dell’inflazione, ma l’approccio sarà fondamentalmente ideologico e perciò il Psi si troverà a condurre la lotta di classe del Capitale contro il Lavoro. Infatti l’inflazione degli anni '70 in Italia era legata a due fattori. Il primo più importante era il prezzo del petrolio (e dunque si trattava di un fenomeno esterno alla dinamica economica italiana). Il prezzo del petrolio, grazie alla crisi dei primi anni '70, passò da poco più di 4 dollari al barile del 1974 a più di 11 dollari del 1976 e da qui ai quasi 40 dollari del 1980[26]. In questo periodo l’inflazione in Italia passò dal 17,1% del 1975 al 21% del 1980[27]. Certo nei primi anni '70 l’Italia ebbe un’inflazione galoppante che qualcuno avrebbe voluto attribuire al meccanismo della scala mobile[28] ma il fatto che nel solo 1974 l’inflazione annuale sia schizzata dal 13,17% di Gennaio al 24,5%[29] di Dicembre non si può attribuire a nessuna indicizzazione (istituita tra l’altro senza provocare catastrofid al 1945[30]), ma deve essere attribuita ad altri fattori quali il forte aumento del consumo di energia dal 1963 al 1973[31] e il forse conseguente aumento dei prezzi dell’elettricità e del combustibile nella misura consistente del 62,2%[32]. Del resto l’inflazione aumentò in quegli anni in tutti i paesi del mondo (nel 1974 era del 51,32% in Islanda, del 21,12 in Giappone, del 19,13 in GB, del 18,55% in Portogallo, del 18% in Spagna, del 17% in Finlandia e solo Austria, Germania e Svizzera avevano un inflazione inferiore al 10%)[33]
L’altro fattore che poteva determinare un aumento dell’inflazione era il fatto che con la riforma del mercato dei titoli di Stato nel 1975 la Banca d’Italia si impegnava ad acquistare alle aste tutti i titoli non collocati presso il pubblico, finanziando i disavanzi del Tesoro con emissione di base monetaria. Non a caso nel 1981 Andreatta promosse il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia con il quale la Banca d’Italia non avrebbe più finanziato i disavanzi del Tesoro[34]. Nel frattempo il prezzo del petrolio dai quasi 40 dollari del 1980 scese ai 26 dollari del 1986. E nel periodo da fine 1980 al 1986 l’inflazione italiana scese dal 19,11% al 4,15%[35]. L’apporto del governo Craxi alla riduzione dell’inflazione perciò a tal proposito va sminuito. Piuttosto l’azione del governo assolve principalmente un ruolo ideologico. Del resto l’idea di attaccare la scala mobile (o almeno ad es. gli automatismi pensionistici e quelli degli impiegati pubblici) era una vecchia idea degli economisti di area sin dal 1978 (come abbiamo già visto)[36].
L’attacco alla Scala Mobile
Il governo intavola una trattativa con le associazioni imprenditoriali e sindacali per ridurre il costo del lavoro. L’accordo prevede il “taglio” di tre punti della scala mobile e viene raggiunto con le organizzazioni sindacali CISL, UIL e con la componente socialista della CGIL. Vero è che l’accordo prevede anche il controllo delle tariffe pubbliche, l’indicizzazione degli assegni familiari e il blocco dell’equo canone sugli affitti, ma i lavoratori capiscono subito che questi sono provvedimenti volti ad attenuare il punto fondamentale che era il blocco della contingenza[37]. Viene varato il 14 Febbraio 1984 il cosiddetto “decreto di San Valentino” che trasforma in legge quanto concordato con le parti sociali. Gli innamorati a questa festa sono il governo e la magna pars delle confederazioni sindacali. Queste ultime, invece di utilizzare l’indicizzazione dei prezzi per rivolgere finalmente l’attenzione alla scatola nera dell’organizzazione del lavoro, hanno interesse a far ridiventare l’adeguamento dei prezzi all’inflazione un oggetto di trattativa, in modo da riguadagnare un ruolo che avrebbero perso (questa perdita di ruolo a causa della scala mobile veniva adombrata già sulle pagine di Mondoperaio alcuni anni prima)[38]. Craxi va incontro a queste loro esigenze neocorporative ed in questo modo se ne conquista il favore con conseguenze rilevanti.
Infatti in primo luogo i sindacati confederali si spaccarono con la Cgil che si opponeva mentre Cisl e Uil erano favorevoli[39], ma con conseguenze ancora più gravi ci fu una spaccatura nella stessa Cgil[40], spaccatura che sarà il sintomo di una mancanza di determinazione di tutta l’organizzazione (visto che fino all’ultimo tentò di evitare il referendum[41]), mancanza di determinazione che si trasferì anche al partito[42]. Alla fine il referendum abrogativo che Berlinguer prima di morire aveva promosso e che si tenne l’anno successivo, vide la vittoria di Craxi. A fronte dei tentativi di riportare quest’ultimo nell’alveo del sovranismo[43], fa bene chi dice[44] che Craxi è stato tra i primi a sinistra in Italia a cercare di assecondare l’incipiente globalizzazione ponendo le condizioni perché anche in Italia la quota salari sul Pil venisse progressivamente ridotta[45]. Non a caso negli anni '80 tale quota diminuì già dal 70% al 66%[46]. L’attacco alla scala mobile si concluse con la sua soppressione a seguito della firma del protocollo triangolare di intesa tra il Governo Amato e le parti sociali avvenuta il 31 luglio 1992. Augusto Graziani, che attribuiva l’inflazione alla svalutazione esterna della moneta[47], non mancò di criticare quest’ultimo provvedimento ma anche la logica che lo ispirava[48].
A Craxi hanno attribuito così i successi contro l’inflazione ma anche l’aumento vertiginoso del debito pubblico. Abbiamo visto come la discesa dell’inflazione si possa attribuire al governo italiano solo molto marginalmente. Ciò vale anche per il debito pubblico (naturalmente i socialisti evidenziano solo quest’ultima irrilevanza[49]). La congiunzione di inflazione in discesa e spesa per interessi del debito pubblico in aumento non era semplicemente una contingenza evitabile tramite scelte politiche. Nel momento in cui con il divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro la prima smetteva di finanziare il deficit del secondo, era necessario, per allocare tutti i titoli del debito emessi, aumentare i tassi di interesse[50]. Questo aumento[51] ha determinato negli anni '80 un aumento del debito pubblico nel suo insieme dal 60% del Pil al 120% del Pil[52]. La scelta politica fatta da Andreatta in nome e per conto del capitalismo italiano è stata quella di passare dall’inflazione al debito pubblico esplosivo in modo da far pagare (con l’attacco alla scala mobile) ai lavoratori sia la dipendenza energetica dell’industria italiana sia la progressiva esposizione finanziaria dello Stato al mercato dei capitali (anche internazionali). Craxi fu complice consapevole di tale manovra (attaccando la scala mobile) e la rese più stringente firmando l’Atto Unico Europeo[53] propedeutico agli accordi di Nyborg del Settembre 1987 con i quali la stabilità dei cambi tra monete, divenuta eccessiva,[54] fu preludio[55] per la crisi monetaria disciplinante del 1992. Quest’ultima, evidenziando come fosse difficile esercitare un’autonoma politica monetaria con le regole vigenti, espose la politica economica a vincoli tali da isolare del tutto i lavoratori nella loro lotta per aumentare (o quanto meno conservare) il salario nella sua triplice accezione (diretto, indiretto e differito).
La responsabilità storica di Craxi fu di aderire a questa dinamica, farsi attore di essa e utilizzarla per promuovere il Psi come partito della sinistra moderna contro il Pci che sarebbe stato il partito della sinistra retriva (mentre in realtà quest’ultimo in maniera più esitante aveva accettato anch’esso sia l’adesione dell’Italia allo Sme[56] sia la politica di moderazione salariale[57]).
Da Silvio Berlusconi a Sigonella
Altro lato oscuro della ascesa di Bettino Craxi e delle fortune del Psi è il rapporto con Silvio Berlusconi cui Craxi dà una grande mano[58] con un omonimo decreto che crea una situazione di monopolio[59] (o meglio duopolio pubblico-privato) nel campo della comunicazione (anche in questa situazione il Pci non ne esce immacolato), monopolio che sarà rilevante per il successo politico di Berlusconi a partire dagli anni '90[60]. Non si tratta nemmeno di un’alleanza contingente, quanto piuttosto ideologica. Il Psi fu acuto nel vedere come si dovesse riaffrontare il problema della comunicazione politica ma la strada intrapresa fu culturalmente devastante dal momento che il mezzo diventa compiutamente il messaggio incoraggiando la perdita di spessore del linguaggio e l’accentramento del potere politico nella figura del leader[61].
Per quanto riguarda la politica estera, i governi Craxi, come abbiamo già visto, contrariamente alla vulgata odierna hanno promosso l’integrazione europea[62] e continuato la politica atlantista dei governi democristiani (si pensi all’installazione dei Pershing e Cruise a Comiso[63]). Alcuni, ricordando la vicenda di Abu Abbas[64], dicono che Craxi avesse osato sfidare gli USA nella crisi di Sigonella[65], portando avanti una politica estera più autonoma nell’ambito del Mar Mediterraneo e del Medio Oriente[66]. Tuttavia si tratta in buona parte della continuazione della politica estera democristiana, sempre attenta alle vicende mediterranee e mediorientali (si pensi in particolare ad Andreotti[67]). La vicenda di Sigonella, sembrando in apparenza la manifestazione della grinta decisionista di Craxi, ha comunque un cono d’ombra nel quale si suppone che Craxi abbia in compenso dato agli Usa la base di Sigonella per attaccare la Libia di Gheddafi[68] anche se poi pare abbia avvertito lo stesso Gheddafi dell’attacco[69]: insomma le giravolte di una politica estera italiana tra atlantismo e vocazione mediterranea. All’epoca della divisione del mondo in blocchi era possibile conservare all’interno della Nato una certa capacità di azione in contesti che non fossero direttamente quelli della contrapposizione con il patto di Varsavia. Craxi tra le altre cose appoggiò dittatori come il somalo Siad Barre[70] e gestì il trapasso tunisino da Bourguiba a Zine El-Abidine Ben Ali per proteggere i propri interessi economici, in concorrenza con Francia e Urss[71]. Possiamo dire che tutto ciò rientri in una politica internazionalista? O piuttosto in una sorta di imperialismo che voleva essere nostrano?
Il Pentapartito e il Parlamento
Nel frattempo il conflitto con De Mita logorava la formula del Pentapartito. Quest’ultimo era, come abbiamo detto, un modo con cui la DC, nonostante la grande occasione persa dal Pci, risultava indebolita da quarant’anni di governo sempre più al centro del mirino dell’opinione pubblica e della magistratura e dunque si appoggiava ai partiti laici al centro dello schieramento politico. Craxi, istituendo il Consiglio di Gabinetto che si sovrapponeva come un’ombra al governo, aveva esplicitato la natura di questa formula politica nella quale le istituzioni parlamentari venivano ingabbiate da un ‘patto di ferro tra segreterie di partito nella migliore tradizione del comitato d’affari della borghesia, ma in questo caso di una borghesia italiana divisa (sulla tesi dei conflitti interni al padronato di Augusto Graziani e del suo allievo Roberto Convenevole si rinvia qui[72]). L’arbitraggio politico di questo conflitto andava rigorosamente controllato e il flusso finanziario che ne costituiva il costo riproduceva un ceto politico sempre più avido. Franco Russo, in un suo intervento parlamentare del 1988[73], bene evidenziava, all’interno del discorso sull’abolizione del voto segreto, come il Parlamento stesse diventando ostaggio del sistema dei partiti e come si stessero sommando i difetti del sistema di gabinetto (la primazia del Governo in Parlamento non derivante da confronto elettorale) e i difetti del consociativismo.
La fine
Naturalmente, nonostante qualche parere in parziale dissenso[74], la corruzione politica non è stata certamente il fattore principale dell’innalzamento del debito pubblico[75], né della maggiore pressione fiscale[76]. Tuttavia, quando all’inizio degli anni '90, la nave, che prima andava[77], vede all’orizzonte un iceberg[78], la questione della corruzione, che, quando la nave andava, sembrava tollerabile, diventa invece un fattore che innesca una crisi di legittimazione[79] (del resto la delusione della propria base sociale era iniziata già prima[80]). All’interno di ciò la strategia del Psi, quella cioè di inserirsi come ago della bilancia tra Dc e Pci per crescere elettoralmente ed evitarne l’abbraccio mortale (avvalendosi dell’eccessivo potere di coalizione che l’assetto politico concedeva ad una forza che nel suo momento migliore ha preso solo il 16% dei voti) finì per attirare su Craxi la reazione dell’opinione pubblica contro la partitocrazia[81],tenendo anche conto del fatto che il Psi nel fare la sua manovra politica era costretto a lasciare mano libera ai suoi potentati locali[82] dal momento che il consenso a Craxi era anche fondato su questa libertà di movimento. Non a caso i tentativi di accentramento e di disciplinamento del partito stesso rientreranno rapidamente di fronte a questa contraddizione.
Ovviamente c’è anche un percorso politico che ha portato a questo e tale percorso si collega al crollo dell’Urss, allo scioglimento del Pci e alla sua trasformazione in Partito democratico della Sinistra, all’obsolescenza del fattore K[83]. Questa obsolescenza, che metteva in pericolo sia il potere quarantennale della Dc, sia il ruolo di ago della bilancia del Psi, fu tematizzata da Cossiga (allora Presidente della Repubblica) nel Novembre del 1989[84] e forse fu all’origine di quella fase ambigua che portò poi alla trasformazione[85] di Cossiga nel Picconatore[86]. Ha ragione chi dice che questa obsolescenza era relativa alle esigenze del capitalismo tricolore di superare gli ostacoli derivanti dal vecchio compromesso politico della cosiddetta Prima Repubblica, ormai non più adatto alla globalizzazione di capitali e mercati[87]. Questo non vuol dire però che le vittime di tale svolta fossero grandi statisti o compagni che hanno sbagliato. Craxi che era stato il profeta di questo cambiamento, come tutti i profeti, venne travolto dal cambiamento stesso che aveva anticipato. E del resto, rispetto ai populismi che in questo paese al suo decisionismo debbono qualcosa, Craxi era d’accordo nel dire che lui era figlio del sistema precedente[88]. E con questo sistema è affondato, come il capitano di una nave (quella che andava e ad un certo punto non è andata più).
Il problema della corruzione politica
Resta la questione della corruzione politica. Abbiamo visto che essa non sia decisiva dal punto di vista economico. Possiamo considerarla come secondaria dal punto di vista del materialismo storico? Il punto vero è di declinarla materialisticamente: se cioè il partito è lo strumento ancora attuale della soggettività, è necessario porsi il problema di come il partito si radica nel processo di produzione e riproduzione sociale. C’è un legame tra il Pci di Berlinguer e la sua politica con il finanziamento pubblico dei partiti (l’ultimo finanziamento del Pcus al Pci viene deliberato nel 1979[89], anno della criticata invasione sovietica dell’Afghanistan). Così come c’è un legame tra l’uscita dal Parlamento (e dunque dal finanziamento pubblico) dei partiti della Sinistra e la loro difficoltà a rientrarvici (al di là della loro crisi irreversibile[90]). Possiamo (e comunque dobbiamo), in un’ottica socialista e democratica (ossia normativa) difendere (o meglio promuovere) il finanziamento pubblico dei partiti. E tuttavia, da comunisti, dobbiamo ammettere che quest’ottica è difensiva, è astratta e alla lunga tale da mettere lo strumento a rischio in modo da renderlo un ostacolo e non più uno strumento. Esiste cioè l’esigenza di incorporare nella nostra analisi una critica dell’economia delle organizzazioni politiche (critica che ci permetterebbe di affrontare in senso non moralistico la questione della corruzione e la questione della mancanza di democrazia interna nei corpi intermedi). Se l’imminenza della rivoluzione consentiva in passato di considerare irrilevante un’auto-consapevolezza diffusa e trasparente del radicamento delle organizzazioni rivoluzionarie nella società, ora, in tempi più incerti e lunghi, la questione assume una maggiore pregnanza e diventa l’inizio di un lungo processo di formazione del proletariato e delle sue avanguardie.
Note:
[1]https://radiomaria.it/craxi-e-la-fede-un-rapporto-poco-conosciuto/
[2]https://www.socialismoitaliano1892.it/2018/01/12/la-storia-lavvenire-discorso-bettino-craxi-occasione-della-celebrazione-del-centenario-del-psi/
[3]https://www.youtube.com/watch?v=pjihW2gtDTE
[4]https://orizzonte48.blogspot.com/2014/10/1978-e-1992-parte-ii-1992-tra-favolosi.html
[5]http://clericetti.blogautore.repubblica.it/2016/10/29/amato-lordoliberale/
[6]http://www.mondoperaio.net/archivio-pdf/2009/005%20maggio/009heridicebamus.pdf
[7]https://rep.repubblica.it/pwa/esclusiva/2018/05/03/news/sequestro_moro_1978-194718638/
[8]https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1984/07/03/toni-negri-il-governo-craxi-unico-segno.html
[9]http://www.criticasociale.net/files/2_0003941_file_1.pdf p.51 e 53
[10]https://www.micciacorta.it/2018/03/24276/
[11]https://www.facebook.com/453801831366226/posts/552732131473195
[12]http://contropiano.org/documenti/2018/12/11/gli-antesignani-utopici-dellunione-europea-0110470
[13]http://www.domanisocialista.it/archivioforumsocialista/_disc15/00000091.htm
[14]https://it.wikipedia.org/wiki/Rivoluzione_dei_garofani
[15]https://www.reset.it/caffe-europa/recensione-decisione-e-processo-politico-craxi
[16]https://www.fondazionesocialismo.it/wp-content/uploads/2015/10/Decisione-e-processo-politico.pdfIin particolare il saggio di Cacciari)
[17]https://www.lintellettualedissidente.it/controcultura/esteri-3/craxi-e-la-politica-estera-italiana-parte-seconda/
[18]https://www.fondazionesocialismo.it/wp-content/uploads/2015/10/La-grande-riforma-di-Craxi_tutto.pdf
[19]https://www.democratica.com/opinioni/la-difficile-eredita-di-craxi/
[20]Merkel W., Prima e dopo Craxi. Le trasformazioni del Psi, Padova, Livianaeditrice, 1987, p.226
[21]https://www.youtube.com/watch?v=Lt3IOdDE5iA
[22]http://www.mondoperaio.net/archivio-pdf/2009/005%20maggio/009heridicebamus.pdf
[23]AA:VV, Spesa pubblica, problemi e prospettive, Mondoperaio, Gennaio 1978.
[24]Casadio Mauro, Petras James, Vasapollo Luciano, Clash! scontro tra potenze: la realtà della globalizzazione, Jaca Book, Roma, 2003.
[25]https://it.wikipedia.org/wiki/Elezioni_politiche_italiane_del_1983#Analisi_territoriale_del_voto
[26]https://www.money.it/Prezzo-del-petrolio-storico-WTI
[27] Stato del Mondo 1994, il Saggiatore, Bruno Mondadori, Milano 1993 p.641
[28]https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/collezioni-biblioteca-baffi/2019-3-scritti-baffi/bibliografia/400-499/419.pdf
[29]https://it.inflation.eu/tassi-di-inflazione/italia/inflazione-storica/cpi-inflazione-italia-1974.aspx
[30]http://www.treccani.it/enciclopedia/scala-mobile_%28Enciclopedia-Italiana%29/
[31]https://download.terna.it/terna/0000/0837/47.PDF p.35
[32]http://www.bpp.it/Apulia/html/archivio/1975/I/art/R75I002.html
[33]https://it.global-rates.com/statistiche-economiche/inflazione/1974.aspx
[34]https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-governatore/integov2011/AREL_150211.pdf pp.2-5
[35]https://it.inflation.eu/tassi-di-inflazione/italia/inflazione-storica/cpi-inflazione-italia.aspx
[36]AA:VV, Spesa pubblica, problemi e prospettive, Mondoperaio, Gennaio 1978.
[37] Antoniello Donato, Vasapollo Luciano, Eppure il vento soffia ancora, Roma, Jaca Book, 2006
[38] Torneo Claudio, Sindacati, l’età del malessere, Mondoperaio Settembre 1978, pp.29-32
[39]https://fondazionenenni.blog/2017/02/15/il-libro-e-la-data-quando-la-scala-mobile-cera-e-divideva/
[40]http://files.rassegna.it/userdata/sites/rassegnait/attach/2016/02/16-comitato-direttivo-cgil-roma-13-febbraio-1984_2372.jpg
[41]https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/04/24/referendum-lama-pessimista.html
[42]https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/02/12/il-pci-morbido-sul-referendum.html
[43]http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2020/01/13/martelli-il-socialismo-di-craxi-attuale-e-necessario_ba6f36c5-9d24-4944-a2b3-0b0800428cfb.html
[44]https://www.emilianobrancaccio.it/2020/01/15/la-favola-del-craxi-sovranista/
[45]http://www.asbel-cnl.it/INDEX/rassegna_stampa/cremaschi.htm
[46]https://www.lavoce.info/archives/26457/la-slavina-dei-redditi-da-lavoro-dipendente/
[47]http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=495
[48] Graziani, Augusto, I conti senza l’oste, Bollati Boringhieri, Torino, 1997, pp.37-44
[49]http://www.fondazionecraxi.org/wp-content/uploads/2017/02/opinionepublica—19-gen-2017.pdf
[50] Bagnai, Alberto, Il tramonto dell’euro, Imprimatur Editore, Reggio Emilia, 2012, pp. 182-214
[51] Graziani, Augusto, Perché in Italia è inevitabile una politica dei tassi elevati, Corriere della Sera 13 Marzo 1990
[52]https://www.ilsole24ore.com/art/debito-pubblico-come-quando-e-perche-e-esploso-italia-AEMRbSRG
[53]http://tesi.cab.unipd.it/50786/1/Petrila_Andreea_Roxana.pdf
[54]http://www.treccani.it/enciclopedia/sistema-monetario-europeo_%28Enciclopedia-Italiana%29/
[55]https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/06/16/pier-carlo-padoan-e-la-fine-delleuro-finira-come-lo-sme-nel-1992/2833587/
[56]https://www.facebook.com/notes/paolo-tumolo/andreotti-l-adesione-allo-sme-il-sì-di-berlinguer-e-quella-notte-cruciale-con-ci/10151280664162876/
[57]http://contropiano.org/news/politica-news/2019/01/21/italia-il-paese-piu-ingiusto-e-diseguale-0111640
[58]http://archivio.articolo21.org/499/editoriale/berlusconi-tv-un-impero-nato-per-decretocraxi.html
[59]https://www.peacelink.it/mediawatch/a/24384.html
[60]https://journals.openedition.org/cei/134#tocto1n1
[61]http://www.israt.it/images/abook_file/ATCO000100.pdf p.27
[62]https://tesi.luiss.it/15414/1/070332.pdf
[63]http://www.ilsocialista.com/articolo-20-anni-fa-cadeva-il-muro-di-berlino-loccasione-mancata-della-sinistra-italiana-di-ugo-intini-n-362.html
[64]https://it.wikipedia.org/wiki/Crisi_di_Sigonella
[65]https://www.sinistrainrete.info/estero/11394-alessandro-pascale-la-sovranita-nazionale-e-la-centralita-della-lotta-antimperialista.html?highlight=WyJzaWdvbmVsbGEiXQ==
[66]https://www.lintellettualedissidente.it/controcultura/esteri-3/craxi-e-la-politica-estera-italiana/
[67]https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2018/05/07/news/ricordare-una-politica-la-visione-mediorientale-di-giulio-andreotti-1.34014634
[68]https://www.ilfattoquotidiano.it/2010/01/10/la-grande-bugia-di-sigonella/12781/
[69]https://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/esteri/libia-italia/attaccousa-conferma/attaccousa-conferma.html
[70]http://www.fondazionenigrizia.org/notizia/somalia-la-truffa-quotidiana
[71]https://www.repubblica.it/online/fatti/afri/nigro/nigro.html
[72]https://jacobinitalia.it/gianna-difendeva-il-suo-salario-dallinflanzione/
[73]http://legislature.camera.it/_dati/leg10/lavori/stenografici/sed0179/sed0179.pdf pp. 19534-19539
[74]https://www.lavoce.info/archives/30355/peso-corruzione-debito-pubblico/
[75]https://www.emilianobrancaccio.it/2020/01/10/chi-fece-fuori-craxi/
[76] Bagnai Alberto, L’Italia può farcela, il Saggiatore, Milano,2014 pp. 234-243
[77]https://it.wikiquote.org/wiki/Bettino_Craxi#E_la_nave_va
[78]https://it.wikipedia.org/wiki/Mercoledì_nero
[79]http://www.treccani.it/enciclopedia/la-crisi-della-politica-in-italia_%28XXI-Secolo%29/
[80]http://www.israt.it/images/abook_file/ATCO000100.pdf p.48
[81]http://www.circolorossellimilano.org/MaterialePDF/il_fattore_k_e_il_fattore_craxi.pdf
[82]https://video.repubblica.it/politica/craxi-il-ricordo-del-socialista-achilli-che-si-oppose-al-segretario-psi-che-litigate-in-direzione-i-leghisti-all-epoca-sventolavano-il-cappio-in-parlamento/352313/352887
[83]https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1991/02/16/addio-al-fattore.html
[84]https://archivio.quirinale.it/discorsi-bookreader/discorsi/Cossiga.html#page/1058/mode/2up/search/alternanza
[85]https://www.ansa.it/sito/notizie/speciali/corsa_al_colle/2015/01/12/quirinale-1985-ecco-il-sardomuto-cossiga-il-picconatore_e8e1c68a-59df-4b8b-891d-d0863f128d94.html
[86]https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1991/11/02/tutti-fulmini-di-cossiga.html
[87]http://contropiano.org/interventi/2012/09/29/qualcosa-sta-cambiando-011490
[88]https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2020/01/craxi-fu-un-capro-espiatorio-e-sbagliò-a-fidarsi-di-amato-int-r.-formica-matt.pdf
[89]https://www.jstor.org/stable/20567110?read-now=1&seq=29#page_scan_tab_contents
[90]http://contropiano.org/interventi/2013/09/21/la-crisi-della-politica-e-quella-della-sinistra-019204
Fonte