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25/01/2026

Dallo sviluppo al declino: la parabola dell’economia italiana

È dagli inizi del XXI secolo che si parla insistentemente di declino economico dell’Italia. E con ragione: dal punto di vista del tasso di crescita economica, il nostro paese nell’ultimo trentennio è stato il fanalino di coda dell’UE. Si tratta di un fenomeno straordinario (in negativo), considerato che nel 1991 eravamo arrivati ad essere la quarta potenza economica mondiale, con un PIL secondo in Europa solo a quello tedesco.
Come si spiega questa débâcle?

Una possibile risposta è che la nostra crescita era stata drogata dal forte ricorso all’indebitamento, per rimediare al quale, però, abbiamo poi dovuto compiere dei sacrifici che ci hanno penalizzato. Infatti a partire dagli anni Novanta, proprio a causa dell’elevato livello raggiunto dal nostro debito pubblico, abbiamo dovuto porre in essere delle politiche di austerità (elevata tassazione e bassa spesa pubblica) che hanno compresso la domanda interna (sia privata che statale), danneggiando le imprese. Sempre per rimettere in sesto i conti pubblici, abbiamo inoltre dovuto aderire all’euro, la moneta unica europea, che essendo più forte e meno a rischio di svalutazione rispetto alla lira ci avrebbe permesso di offrire titoli di stato dal tasso d’interesse più basso (e quindi di spendere meno per rifinanziare il debito); il venir meno del cambio favorevole tra la lira ed altre valute, però, ha ridotto la competitività di prezzo delle nostre esportazioni, procurando ulteriore danno alle imprese nazionali.

Ragionando in questi termini, dovremmo concludere che nella fase di più forte sviluppo abbiamo “vissuto al di sopra dei nostri mezzi” (per usare un’espressione in voga negli ultimi anni) e che adesso stiamo pagando il prezzo della nostra imprevidenza.
Ma è davvero così? O le cose sono un poco più complesse?

Per capire cos’è andato storto nella vicenda italiana occorre ripercorrerla dall’inizio, sia pure sinteticamente. Il Regno d’Italia fu un regime oligarchico che operava in rispondenza alle élite possidenti e imprenditoriali del paese. La sua evoluzione in senso democratico, in atto dopo la prima guerra mondiale, fu bloccata da quelle stesse classi sociali, che sostennero l’ascesa del fascismo. Fu pertanto solo dopo il 1945 che l’Italia divenne stabilmente una democrazia. Anche in questo nuovo contesto istituzionale, tuttavia, la grande imprenditoria costituitasi nell’ottantennio precedente riuscì a mantenere una notevole influenza sul ceto di governo. In principio, ciò dipese dall’immaturità politica di tanta parte dell’elettorato italiano, che consentì a una dirigenza politica di orientamento conservatore (la DC delle origini) di ottenere il voto popolare in virtù dell’appoggio della Chiesa, che in quel contesto aveva una forte capacità di condizionamento sociale. 
In seguito si ebbe tanto una maturazione dell’elettorato quanto un’evoluzione della classe politica, con l’emersione di una fazione progressista in seno alla Democrazia Cristiana e lo stabilirsi di un’alleanza fra DC e PSI; ma a quel punto le lobby imprenditoriali avevano acquisito una salda presa sui partiti di governo tramite la propria capacità di finanziarne l’attività, mentre questi ultimi avevano acquisito a loro volta una forte presa sulla società civile (potendo procacciarsi molti voti tramite attività di mediazione di risorse pubbliche), ragion per cui da una parte gli esecutivi dovettero continuare a tenere in gran conto i voleri della maggiore imprenditoria e dall’altra moltissimi elettori si mantennero fedeli ai partiti di governo, malgrado questi agissero in rispondenza più agli interessi di tale imprenditoria che a quelli dei ceti popolari.

I due fenomeni indicati avevano la stessa ragion d’essere. Sin dall’inizio della fase repubblicana, tutti i partiti italiani avevano puntato a espandere il più possibile i propri apparati, allo scopo di penetrare capillarmente la società civile e di poter così stabilire dei legami molto stretti con l’elettorato (anche dando vita a pratiche assistenziali e clientelari). All’origine di questo atteggiamento dovette esserci la citata immaturità politica degli italiani, che fece apparire necessario ricercare più il voto di appartenenza che quello di opinione. Tale espansione delle strutture partitiche fu favorita dall’arrivo di cospicui finanziamenti da parte americana e sovietica. Nel corso degli anni Sessanta, tuttavia, i contributi americani ai partiti di governo vennero meno. Questi ultimi, pertanto, si trovarono a dipendere fortemente dai finanziamenti imprenditoriali. Si stabilì in tal modo la situazione prima descritta, in cui da una parte i governanti dovevano agire nell’interesse di chi forniva loro risorse e dall’altra potevano servirsi delle medesime per mantenere ugualmente un elevato livello di consensi.

Questo cattivo funzionamento della democrazia italiana si rifletté sull’evoluzione della nostra economia, in quanto fece sì che venissero poste in essere politiche che per tutelare gli interessi immediati delle grandi imprese nazionali sacrificavano non soltanto quelli delle classi lavoratrici, ma anche l’interesse generale e di lungo periodo del paese.

Dopo la Seconda guerra mondiale, la condizione di debolezza dell’apparato manifatturiero nazionale avrebbe reso necessaria, per consentirne la piena affermazione a livello internazionale, un’invasiva presenza dello stato nell’economia quale soggetto imprenditoriale e pianificatore dell’attività dei privati. Una strategia di tal fatta, che in Francia venne seguita con ottimi risultati, in Italia invece non risultò praticabile, in quanto contraria agli interessi dei più influenti gruppi imprenditoriali, che a causa di essa avrebbero sofferto una perdita di spazi e di libertà d’azione. Di conseguenza, la portata e le forme dell’intervento pubblico nell’economia subirono un’autolimitazione tale da conferire ad esso soltanto una funzione di supporto e supplenza delle attività dei grandi operatori privati: lo stato, insomma, si espanse in quei settori che occorreva far progredire per rendere più competitive queste ultime, ma che richiedevano investimenti superiori a quelli che i privati erano in grado di porre in essere (settori quali la siderurgia e le forniture energetiche, che dovevano rendere disponibili a basso costo acciaio e idrocarburi). L’industria privata andò così sviluppandosi nel modo più profittevole per i suoi titolari, ma a scapito del rafforzamento complessivo dell’economia nazionale. La competitività del nostro comparto manifatturiero si trovò pertanto a dipendere in misura determinante da fattori esterni.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, gli imprenditori si avvantaggiarono di un basso costo del lavoro, reso possibile dall’elevata disoccupazione che caratterizzò la società italiana per tutto quel periodo (tranne che nei primi anni Sessanta, quando il “miracolo economico” accelerò l’industrializzazione del Nord). Al mantenimento di tale situazione concorse l’atteggiamento degli stessi imprenditori, i quali impiegarono parte cospicua dei loro profitti in investimenti finanziari all’estero anziché nell’espansione delle loro strutture produttive (ciò si verificò in particolare negli anni 1964-69, quando ebbero la necessità di far risalire la disoccupazione a livelli tali da far venir meno l’inedita combattività operaia che si era manifestata nel periodo precedente). È questo un punto meritevole di sottolineatura, poiché il contenimento degli investimenti ebbe ovviamente l’effetto di limitare ulteriormente le possibilità di sviluppo della nostra struttura industriale. La difesa della competitività di prezzo dei manufatti venne dunque perseguita a scapito dell’espansione della capacità produttiva.

La prolungata compressione delle retribuzioni, tuttavia, finì per determinare un’esplosione delle rivendicazioni operaie, che si ebbe a partire dal tardo 1969. Negli anni Settanta, pertanto, il fattore di vantaggio rappresentato dal basso costo del lavoro venne meno. Le nostre produzioni, comunque, si mantennero competitive anche in questo decennio: ciò perché la forte inflazione dell’epoca, causata dagli aumenti dei prezzi decisi dagli imprenditori per recuperare i margini di guadagno erosi dalla crescita salariale, causò una svalutazione della lira che incise positivamente sul prezzo dei nostri manufatti sui mercati esteri e negativamente su quello dei beni d’importazione sul mercato nazionale.

L’inflazione, però, erodeva redditi e risparmi del ceto medio, che costituiva la base elettorale dei partiti di governo. Questi, pertanto, negli anni Ottanta si decisero a contrastarla. Per vincere l’opposizione del potere economico a tale svolta politica, essi gli offrirono una compensazione, consistente nella possibilità di acquistare titoli di debito pubblico dall’elevato rendimento. Questa strategia ebbe tuttavia l’effetto di incentivare l’imprenditoria a dirottare i propri capitali dagli investimenti produttivi all’acquisizione di rendite finanziarie. Ebbe inizio così il ridimensionamento della grande industria italiana. Paradossalmente questo decennio, che va dunque considerato la fase iniziale del nostro declino economico, è invece ricordato come l’ultimo in cui si ebbe un forte sviluppo; ma ciò dipende dal fatto che nel medesimo tempo si ebbe un’espansione della piccola impresa, espansione che compensò almeno in parte il ridursi della capacità della grande industria di creare occupazione e ricchezza. Fenomeni quali la tendenziale specializzazione di tale impresa in settori tradizionali a bassa tecnologia o il contributo non trascurabile alla sua ascesa che provenne dalle possibilità ad essa concesse di eludere le normative fiscali e di altro genere, tuttavia, fanno comprendere come l’affermazione di questa componente dell’apparato manifatturiero nazionale poggiasse su basi assai fragili.

Giunti a questo punto, possiamo rispondere alla domanda che ci eravamo posti all’inizio: nei decenni di forte sviluppo economico, abbiamo davvero vissuto al di sopra dei nostri mezzi?

La risposta è negativa se ci riferiamo all’insieme della popolazione italiana, ma... diventa affermativa se ci riferiamo alle famiglie e alle cerchie proprietarie che hanno gestito le nostre maggiori aziende private. Queste non avevano i mezzi per competere ad armi pari con i maggiori imprenditori degli altri paesi avanzati, ma hanno voluto ugualmente “giocare a fare i grandi capitani d’industria”, e per riuscirci hanno dovuto imporre ai governanti di orientare il complesso della politica economica nazionale in una direzione ad esse favorevole, anche quando ciò comportava una rinuncia a sviluppare appieno le potenzialità del paese: quindi niente ingerenze dello stato nell’attività dei privati (se non quando si trattava di liberarli dai debiti accumulati da loro aziende in difficoltà: allora persino le nazionalizzazioni erano benviste!), niente controlli sulle esportazioni di capitali, niente tutela dell’attività sindacale (col risultato che la nostra classe operaia, per farsi valere, dovette intraprendere azioni di lotta particolarmente incisive, con effetti destabilizzanti sull’economia)... E quando infine lo stato non ha più avuto la possibilità di sostenere artificialmente la competitività delle loro imprese, hanno preteso di continuare a incassare elevati profitti, col risultato che il primo ha dovuto coprirsi di debiti per garantire loro delle ingenti rendite finanziarie.

A pagare il conto della loro inettitudine e del loro parassitismo, però, sono poi stati i lavoratori.

All’inizio degli anni Novanta la politica d’indebitamento, così com’era avvenuto per quella inflazionistica, parve non più sostenibile. Il ceto di governo, allora, si orientò verso una politica di risanamento fondata sulla partecipazione dell’Italia al progetto della moneta unica comunitaria, che gli avrebbe consentito di emettere debito in una valuta più forte della lira, e quindi di offrirlo a interessi più modesti senza allontanare i potenziali acquirenti. Per i titolari delle grandi aziende si profilò uno scenario catastrofico, contemplante da una parte una riduzione delle possibilità di procurarsi rendite finanziarie e dall’altra il venir meno di una moneta gestita in autonomia dallo stato italiano (e quindi suscettibile di essere svalutata per consentire un recupero di competitività delle produzioni nazionali). La via di salvezza che essi individuarono in questo difficile frangente consistette nell’appropriazione del patrimonio industriale, bancario e infrastrutturale dello stato e, più in generale, nel proprio inserimento nelle attività sino a quel momento condotte da operatori a questo facenti capo: dunque in una politica di privatizzazioni e liberalizzazioni dei pubblici servizi. In tal modo, avrebbero potuto radicarsi in settori (quali finanza, telecomunicazioni, forniture energetiche e gestione di infrastrutture) che garantivano il conseguimento di profitti certi e cospicui. I partiti di governo, però, non erano disposti a rinunciare al controllo di società che contribuivano in misura importante al loro potere (in ragione dei finanziamenti che assicuravano loro e della possibilità di orientarne le strategie d’investimento e l’assunzione di personale secondo logiche di creazione di consenso): si determinò in tal modo un’inusuale situazione di tensione fra questi e i rappresentanti del potere economico.

Di questa situazione approfittarono alcuni magistrati, che con il supporto dei mezzi d’informazione controllati dalle grandi imprese sferrarono un attacco ai suddetti partiti, “scoprendo” la pratica sistematica del finanziamento illecito dei secondi da parte delle prime ed estromettendo per via giudiziaria le dirigenze di tali partiti dalle posizioni di potere che occupavano (mentre i titolari delle aziende vennero prudentemente tenuti fuori dalle inchieste). Tale estromissione risultò definitiva, in quanto comportò la perdita della possibilità di praticare, tramite le leve di comando cui esse avevano avuto accesso sino ad allora, quelle forme di assistenzialismo e di clientelismo che nel tempo avevano assunto un ruolo fondamentale ai fini della conservazione del consenso elettorale, in ragione del fatto che la conduzione di politiche miranti ad assicurare il benessere della collettività tramite il perseguimento dello sviluppo aveva trovato un limite nella necessità di tutelare in via prioritaria gli interessi delle oligarchie imprenditoriali.

Si affermò pertanto un nuovo ceto di governo, costituito dalle seconde file dei partiti colpiti dalle inchieste giudiziarie (molti componenti delle quali si aggregarono intorno alla figura di Silvio Berlusconi, imprenditore fattosi politico per far sì che i propri interessi continuassero ad essere tutelati anche dopo la caduta del leader socialista che sino al 1992 era stato suo protettore), dagli eredi dei vecchi partiti d’opposizione e da una nuova formazione, sedicente antisistema, portatrice di istanze localiste. Prendendo il potere in una fase storica segnata dalla crescente sottomissione della politica alle forze economiche, fu inevitabile che i nuovi governanti (inclusi quelli provenienti dalle formazioni di sinistra) risultassero allineati ai voleri di queste ultime ancor più di quanto lo erano stati i vecchi. Oltretutto, nei decenni passati l’Italia aveva sofferto anche di un cattivo funzionamento della democrazia interna ai partiti, che aveva inciso negativamente sulle modalità di selezione delle nuove generazioni di dirigenti, favorendo l’affermazione di personalità scadenti per qualità intellettuali e morali; e infine va considerato che la carenza di legittimazione popolare di cui soffriva il ceto di governo emerso dalla tempesta giudiziaria (dovuta alle circostanze della sua ascesa al potere) lo rendeva particolarmente dipendente da quella che poteva essergli conferita da altri centri di potere, quali gli Stati Uniti, l’Unione Europea o, per l’appunto, la grande imprenditoria nazionale (la quale era in grado di svolgere un simile ruolo tramite i mezzi d’informazione di cui aveva il controllo).

Nel nostro paese, dunque, a partire dagli anni Novanta il potere politico risultò ancora più sottomesso al potere economico di quanto lo fosse stato in precedenza. Ciò spiega le misure antipopolari che le maggioranze di centro-destra e di centro-sinistra, alternatesi al potere da allora in poi, hanno posto in essere: non soltanto le privatizzazioni e liberalizzazioni di pubblici servizi, ma anche gli alleggerimenti fiscali per i più abbienti, i tagli alla spesa sociale e le politiche di precarizzazione del lavoro.

Da queste misure è scaturita un’accelerazione del nostro declino industriale, sia perché l’impoverimento dei lavoratori da esse causato ha compresso la domanda interna, sia perché l’abbattimento del costo del lavoro, tutelando i profitti imprenditoriali anche in assenza di investimenti volti a sostenere la produttività delle aziende e il valore aggiunto delle loro attività, ha disincentivato il compimento dei medesimi, sia perché l’inserimento nei servizi ex-pubblici ha indotto chi ne ha beneficiato a rarefare – prima ancora che gli investimenti – la propria stessa presenza nelle attività industriali di provenienza, sia infine perché si è avuta una penetrazione di attori stranieri nel nostro sistema economico (figlia delle politiche di privatizzazione e liberalizzazione, nonché delle cessioni da parte di privati delle attività manifatturiere cui i medesimi non erano più interessati) che ne ha ridotto delle componenti di rilievo a rami periferici di società aventi i loro interessi principali al fuori dell’Italia.

Il rallentamento della crescita economica che da tale declino è derivato, impattando sulle entrate fiscali, ha inoltre impedito il riassorbimento del debito pubblico immesso sui mercati finanziari. Si è quindi mantenuto elevato il trasferimento di ricchezza pubblica ai detentori di titoli di stato, però con una differenza importante rispetto al passato: fra di essi hanno assunto un’importanza assai maggiore i soggetti stranieri, in qualità di diretti acquirenti del nostro debito o di azionisti di istituzioni finanziarie italiane. Il pagamento degli interessi sul debito è divenuto, così, un ulteriore veicolo di trasferimento di risorse dall’Italia ad altri paesi (“ulteriore”, poiché si aggiunge all’estrazione di profitti dalle aziende passate in mani straniere).

Un elemento distintivo del nuovo indirizzo politico è stato rappresentato dall’abbondanza di decisioni favorevoli a soggetti economici stranieri. Come detto, si è consentito che investitori esteri beneficiassero delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni e acquisissero ingenti rendite finanziarie. Al riguardo, va inoltre specificato che questa penetrazione del capitale straniero in Italia è stata consentita anche quando i suoi protagonisti appartenevano a paesi non egualmente aperti ad acquisizioni estere, e che si è tollerato che l’Unione Europea facesse pressioni su di noi perché dismettessimo il nostro patrimonio pubblico e aprissimo il nostro mercato, ma non avesse un atteggiamento analogo nei confronti di altri paesi membri. Contrarie all’interesse nazionale sono state anche l’adozione dell’euro, la quale, equivalendo a una rivalutazione della lira e ad una svalutazione delle monete continentali più forti (in particolare del marco), ha penalizzato le nostre esportazioni e reso più convenienti sul mercato interno i beni d’importazione; l’accettazione dell’espansione a Est dell’Unione, che ha fatto accedere i paesi ex-comunisti al mercato europeo e ha procurato loro ingenti aiuti finanziari (pagati anche dall’Italia, dato il nostro ruolo di contributore netto in seno all’UE), ponendoli così in condizione di attrarre imprese dall’Italia (con conseguente distruzione di posti di lavoro nel nostro paese) e da altre nazioni (in particolare dalla Germania, il cui sistema industriale ha ricavato da queste delocalizzazioni in paesi dal basso costo del lavoro una maggiore capacità di fare concorrenza al nostro); e la sottomissione alle regole comunitarie che ci imponevano di perseguire una politica di rigore finanziario, la quale ha penalizzato la nostra economia senza neppure migliorare lo stato dei conti pubblici. Sembra quindi che i nostri politici si siano macchiati di un vero e proprio “tradimento”, scegliendo di porsi al servizio di un progetto di distruzione della potenza economica nazionale concepito dai nostri principali competitori (Francia e Germania, padrone di fatto dell’Unione Europea).

La realtà è tuttavia più complessa. Certamente, il nuovo sistema partitico ha avvertito la necessità di servire centri di potere esteri, per compensare la carenza di legittimazione interna di cui si è detto; ma se le lobby imprenditoriali nazionali hanno tollerato che si sottomettesse alle mire colonialistiche franco-tedesche è stato perché esse, evidentemente, erano interessate alla permanenza dell’Italia nell’Unione Europea anche a fronte di un atteggiamento ostile di quest’ultima nei nostri riguardi. Ciò peraltro risulta del tutto comprensibile qualora si consideri che dall’UE è provenuta una spinta importante in direzione della privatizzazione e della liberalizzazione del settore pubblico. Vero è che la politica comunitaria ha favorito l’inserimento in quest’ultimo non soltanto dell’imprenditoria nostrana, ma anche del capitale straniero; tuttavia, la stessa intraprendenza del secondo è risultata nell’interesse della prima, la quale ha potuto realizzare in partecipazione con esso delle iniziative che da sola non avrebbe avuto i mezzi per effettuare. Non meno importante è il fatto che l’opera normativa dell’Unione abbia contribuito ad alterare i rapporti di forza tra padronato e lavoratori in favore del primo. Essa difatti, tutelando la libera circolazione dei capitali, delle merci e della manodopera entro i confini dell’Unione, gli ha consentito sia di delocalizzare le proprie produzioni manifatturiere in paesi dal più basso costo del lavoro senza perdere la possibilità di commercializzarle in patria, sia di ridurre il costo del lavoro nella stessa Italia (in virtù del potere di ricatto conferitogli proprio dalla possibilità di trasferire altrove i propri impianti, nonché della possibilità di porre una cospicua manodopera immigrata in competizione con quella autoctona). L’Unione Europea ha insomma costituito una fonte di vincoli esterni utili a rendere più agevole la conduzione di politiche favorevoli all’imprenditoria (dal momento che il nostro ceto politico ha potuto scaricare su di essa la responsabilità delle medesime).

Bisogna inoltre tenere presente che i nostri principali operatori economici, una volta divenuti fornitori di servizi, sono divenuti interessati in misura preponderante a tutelare non le proprie attività industriali (oramai oggetto di disinvestimenti e quindi condannate in ogni caso al declino), bensì le rendite garantite da quelle attività terziarie e le possibilità di reinvestimento delle medesime nei circuiti finanziari internazionali. Ciò per un verso ha attenuato l’impatto negativo che avevano per essi le politiche comunitarie tese a deindustrializzare l'Italia, e per l’altro ha esaltato l’importanza dei benefici che ricavavano dall’appartenenza all’Unione in termini di libertà di movimento dei capitali. Questo loro riorientamento dall’industria alla finanza ha avuto anche l’effetto di rendere meno grave la ricaduta negativa dell’adozione dell’euro (consistente nella perdita di competitività di prezzo dei nostri manufatti) e di accrescerne quella positiva (rappresentata dalla possibilità di effettuare investimenti all’estero in una valuta più forte della lira, ossia dotata di un maggiore potere d’acquisto).

In conclusione, possiamo affermare che i detentori del potere economico hanno accettato l’integrazione dell’Italia nell’Unione Europea in una posizione subordinata, comportante quindi l’imposizione di politiche ad essa sfavorevoli, in quanto tale integrazione procurava comunque loro più vantaggi che svantaggi.

In fondo, questo atteggiamento non ha rappresentato altro che l’esasperazione della mentalità che hanno sempre dimostrato di avere: la disponibilità a sacrificare l’interesse nazionale sull’altare del loro sacro interesse particolare. Possiamo dare per certo che tale mentalità continuerà a informare le loro strategie imprenditoriali e le richieste che indirizzeranno al potere politico. Sino alla distruzione totale della nostra struttura industriale, ovvero della nostra prosperità (chi crede che l’Italia possa vivere di turismo si prepari spiritualmente a mantenere i figli con la propria pensione... se gliela lasceranno). Oppure, se vogliamo dare ancora un minimo di credito ai nostri connazionali e a noi stessi, sino al momento in cui questa élite di parassiti e distruttori non verrà posta in condizione di non potere mai più nuocere.

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15/12/2024

I miliardari cinesi si stanno estinguendo

La banca svizzera UBS ha pubblicato di recente il Billionaire Ambitions Report 2024. Un report che fornisce dati su quanto è cresciuta la ricchezza dei ricchi e se il numero degli stessi cresce o cala, a seconda del paese. Il report di quest’anno fornisce un quadro chiaro sullo stato del capitalismo, oramai pienamente inserito in una fase vorace di accumulazione di ricchezza e inabissato in una crisi sempre più forte.

Tra il 2015 e il 2024, il numero di miliardari è cresciuto di oltre la metà, passando da 1.757 a 2.682, mentre il patrimonio complessivo è più che raddoppiato, raggiungendo i 14 mila miliardi di dollari. Per fare un paragone: il PIL di un paese industrializzato come la Germania è 4 mila miliardi. In 10 anni i ricchi hanno aumentato la propria ricchezza del 121%, con i big del settore tech a fare il balzo più grande, con una accelerazione a partire dal 2020 con la pandemia.

Crescono in tutti i paesi, anche in India, che si piazza terza per numero di miliardari. C’è solo un paese che vede il numero di ricchi calare costantemente ogni anno dal 2021: la Cina. Difatti dal 2021, anno in cui il numero di ricchi ha raggiunto il suo picco, 1185, è iniziato un calo che sembra inesorabile. In tre anni la Cina ha “perso” il 36% di miliardari e ad oggi sono 753. Di questi 753 solo il 30% ha visto aumentare il proprio patrimonio, per tutti gli altri il calo è stato netto.

La Cina è quindi in piena contro tendenza rispetto al resto del mondo industrializzato, dove la polarizzazione economica si sta sempre più allargando, i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Il motivo di questo calo è da ricercare nelle politiche del Partito Comunista Cinese e del segretario generale Xi Jinping.

Proprio nel 2021 durante una riunione della Commissione Centrale degli Affari Economici del PCC, Xi Jinping ha fatto un discorso, pubblicato in seguito sulla rivista teorica del Partito Comunista Qiushi, sulla implementazione della Prosperità Comune, un termine che viene direttamente da Mao.

Nel suo discorso Xi ha dichiarato che: “il divario di ricchezza e il crollo della classe media hanno aggravato le divisioni sociali, la polarizzazione politica e il populismo, dando una profonda lezione al mondo”, affermando poi che la Cina deve proteggersi da ciò.

Xi ha poi definito la Prosperità Comune come un passaggio fondamentale per la costruzione del socialismo con caratteristiche cinesi, specificando che prosperità per tutti significa ricchezza per tutti e non per pochi. Nel 2023 ribadendo la linea politica ha dichiarato che uno degli obiettivi è quello di sfatare il mito per cui modernizzazione significa occidentalizzazione.

Sul solco della Prosperità Comune il governo cinese ha implementato diverse riforme atte a mettere sotto più stretto controllo le grandi aziende private e per l’inizio di una nuova redistribuzione della ricchezza. Sebbene la Cina con Deng abbia sviluppato un’economia non più prettamente statale ma aperta all’impresa privata, lo Stato continua ad avere un ruolo da protagonista sia nell’economia reale, sia nella regolamentazione del mercato e delle stesse imprese private.

A differenza dell’occidente e delle economie di libero mercato, la Borsa cinese è fortemente limitata e controllata nel suo agire, in più ogni grande impresa ha nel suo cda almeno un componente del Partito Comunista Cinese che ha un ruolo di controllo delle decisioni aziendali. Le conseguenze di questa regolamentazione ferrea del mercato sono evidenti. I CEO e i proprietari delle aziende private cinesi non hanno la libertà di fare quello che vogliono, come invece accade in Occidente.

Una delle componenti del progetto della Prosperità Comune è la restrizione delle leggi anti monopoli. La legge colpisce principalmente le aziende del settore tecnologico e impedisce che esse diventino troppo grandi o che possano comprare e fondersi con aziende concorrenti, impedendo di fatto la costituzione di imprese “too big to fail” e la costruzione di una influenza politica nei confronti del governo. Il lobbismo in Cina è vietato e non a caso.

Una di queste leggi impedisce l’utilizzo di algoritmi per per far spendere di più gli utenti e profilarli raccogliendo i loro dati. Ciò ha portato a multare big come come Alibaba Group, Tencent, Baidu e DiDi per aver infranto la legge portando avanti politiche aziendali che raccoglievano dati sensibili a scopi commerciali e obbligavano i commercianti sulle loro piattaforme a firmare contratti di esclusività sulla vendita dei loro prodotti.

In linea con questo principio, il 20° Congresso del Partito ha sottolineato che l’agenda economica del PCC concentrerà i piani quinquennali futuri sulla qualità della crescita, piuttosto che sulla quantità grezza. Uno dei casi più importanti sull’applicazione reale della Prosperità Comune è stato quello di Jack Ma, il fondatore di Alibaba.

Nel 2020 la società Ant Group, che possiede l’app di pagamenti digitali più usata al mondo, Alipay, ha aperto una IPO, offerta pubblica iniziale, sulle borse di Shanghai e Hong Kong per raccogliere 34 miliardi di dollari di capitalizzazione. Questo ha portato la China Securities Regulatory Commission e la State Administration for Market Regulation ad intervenire per impedire che diventasse una società ancora più grande e che accrescesse il potere economico di Alibaba. Ant Group ha ritirato l’IPO e non si è più quotata nei listini della borsa.

La differenza con l’occidente è gigantesca. Negli USA Jack Ma avrebbe potuto fare come gli pare e raccogliere IPO per la quotazione in borse per qualsiasi sua azienda senza che nessun ente regolatore potesse impedirglielo.

In Cina le leggi anti monopolio e la strettissima regolamentazione del mercato finanziario impediscono di fatto la creazione di corporazioni come nei sistemi capitalisti occidentali e il primato dello stato non è mai messo in discussione, a partire dagli stessi imprenditori.

La linea della Prosperità Comune e la dimostrazione della sua applicazione ha portato le imprese a dare un proprio contributo, sollecitato indirettamente dal governo. Un esempio: a partire dal 2022 ci sono stati grandi tagli salariali per i dirigenti delle banche d’investimento, a volte fino al 60%. Un trend che colpisce tutto il settore privato dell’economia cinese.

A tutto questo va aggiunto il progressivo divieto di estrazione e commercio delle criptovalute, che a causa del loro processo energivoro, collegato direttamente all’estrazione e utilizzo di carbone, contrastavano la linea della rivoluzione verde del governo, che punta alla dismissione progressiva delle centrali a carbone. Per implementare ulteriore pressione e controllo sulle grandi imprese e la loro ricerca del profitto, il governo cinese ha acquisito dal 2021 fette sempre più grandi di quote azionarie delle aziende, incidendo quindi sui compensi di manager e grandi azionisti.

Le riforme hanno anche colpito il famigerato “programma 996” applicato da molte grandi aziende. 996 fa riferimento al numero di ore di lavoro annuali di un lavoratore, con turni quotidiani di 12 ore per un totale di 72 ore a settimana. Il sistema è da sempre illegale in Cina, ma il governo ha dato più poteri ai tribunali e agli organismi di controllo per difendere i lavoratori e punire le aziende che lo applicano.

Xi Jinping ha proiettato al 2035 e al 2050 i vari step del raggiungimento degli obiettivi del programma Prosperità Comune. Entro metà secolo l’obiettivo principale è quello di assottigliare sempre di più le differenze di reddito, eliminando progressivamente il numero di ricchi e aumentando quello della classe media.

Non sorprende quindi il dato per cui sia il numero che il patrimonio dei miliardari cinesi stia diminuendo di anno in anno sensibilmente e allo stesso tempo salari e potere d’acquisto dei lavoratori si trovino al contrario in una fase di forte crescita. In molti, anche tra i comunisti, criticano la Cina per il suo sistema economico socialista e nel paese persistono contraddizioni molto forti.

La differenza la fa però lo stesso governo cinese, che consapevole dei problemi e conscio della transizione al socialismo che sta vivendo, sta apportando politiche molto forti che mai potremmo vedere in Occidente. Vi sembra poco?

Fonte

14/05/2021

L’economia ha bisogno dello Stato. Il rapporto Eurispes

È stato presentato oggi il Rapporto Eurispes sul 2021. Secondo il 51,2%, dei cittadini sarà possibile superare la crisi economica solamente con un ruolo più forte dello Stato. Il 50,4% si dice favorevole nel replicare, per la realizzazione delle opere pubbliche nel nostro Paese, il modello “ponte di Genova”.

Nel presentare il rapporto, il presidente del centro ricerche, Giamaria Fara ha affermato che: “La pandemia ha messo in discussione valori, interessi, scelte, etiche, priorità, prospettive. Ha ridisegnato alleanze, confini politici, rapporti tra Stati. Ha imposto nuovi percorsi economici e sociali. Ha messo in risalto fragilità e ritardi del sistema, inefficienze e incapacità nella gestione della complessità. Ha mostrato il fallimento delle pretese taumaturgiche delle autonomie regionali. Ma, soprattutto – ha aggiunto Fara – ha fatto emergere la necessità di ricostruire una identità statuale compressa negli anni da una devoluzione verso il basso, le Regioni, e verso l’alto, l’Europa. Nello stesso tempo, ha archiviato l’idea che i cittadini possano sostituire efficacemente – e ad un livello etico supposto superiore – le Istituzioni politiche".

Secondo le rilevazioni dell’Eurispes nel 2021, otto italiani su dieci (79,5%) hanno avvertito un peggioramento (netto 54,4% o in parte 25,1%) dell’economia nazionale negli ultimi dodici mesi. L’11,6% ritiene che la situazione sia rimasta stabile, mentre solo il 3,8% indica un leggero (2,9%) o un netto (0,9%) miglioramento. A sottolineare l’eccezionalità della crisi generata dalla pandemia è il confronto con le risposte registrate nei 5 anni precedenti, quando è sempre prevalsa l’idea di una sostanziale stabilità nell’andamento della situazione economica del Paese e le opinioni sul peggioramento coinvolgevano meno della metà degli intervistati.

Rispetto al futuro dell’economia del nostro Paese prevale un sentimento di pessimismo con il 53,4% di chi si dice convinto che nei prossimi dodici mesi la situazione è destinata a peggiorare. Nonostante i giudizi negativi espressi sull’andamento dell’economia del Paese, gli italiani riferiscono, nel 42,4% dei casi, che la propria situazione economica negli ultimi dodici mesi è rimasta invariata.

Rispetto al passato sono diminuite le famiglie che devono utilizzare i risparmi per arrivare a fine mese (37,1%, il massimo era stato raggiunto proprio lo scorso anno con il 47,7%) e sono aumentate quelle che dichiarano di arrivare senza grandi difficoltà a fine mese (44,3%, superato solo nel 2017 con il 51,7%) e di riuscire a risparmiare (27,6%). Tutti segnali positivi – secondo l’Eurispes – se non ci fosse la tendenza opposta per quanto riguarda l’incremento delle famiglie che hanno difficoltà a pagare la rata del mutuo (38,2%) e l’affitto (47,7%). Aumentano di poco le percentuali di quanti faticano a pagare le spese mediche (24,1%; +1,8%) e a pagare le utenze domestiche (27%; +1,1%).

Il 28,5% dei cittadini afferma di essere dovuto ricorrere al sostegno economico della famiglia di origine, ma solo il 14,8% ha chiesto aiuto ad amici, colleghi o altri parenti. Il 15,1% ha fatto richiesta di un prestito bancario e quasi il doppio ha effettuato acquisti rateizzando il pagamento (28,7%). Circa un decimo del campione ha messo in atto i seguenti comportamenti: chiedere soldi in prestito a privati (non amici/parenti) non potendo accedere a prestiti bancari (9,4%); tornare a vivere nella casa della famiglia d’origine o dai suoceri (10%); vendere/perdere dei beni (11,4%); ritardi nel saldo del conto presso commercianti/artigiani (11,8%). Sono di più invece gli intervistati che hanno pagato le bollette con forte ritardo (22,4%) e che sono stati in arretrato con le rate del condominio (18%). Per quanto riguarda particolari situazioni lavorative, sono molto simili tra loro le percentuali di quanti hanno accettato di lavorare senza contratto (15,4%) e hanno svolto più di un lavoro contemporaneamente (15,1%).

Sul fronte dei servizi alla persona, fra chi ha figli in età scolare ha rinunciato all’istruzione privata il 41,1%; e nelle situazioni familiari in cui c’era la necessità di una badante ne ha fatto a meno un italiano su tre (33,4%), mentre in poco più di un caso su cinque sono state rimandate le visite mediche specialistiche (22,4%). Per quanto riguarda i consumi, gli italiani hanno rinunciato più spesso all’acquisto di una nuova automobile (37,3%), ma anche alle spese sulla casa (sostituzione di arredi/elettrodomestici 34,5% e riparazioni/ristrutturazioni 34,2%); meno frequente il caso in cui è stata rimandata la riparazione del proprio auto/motoveicolo (23,9%).

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27/04/2021

Socialismo, mercato o altro?

Recensione di ENTERPRISES, INDUSTRY AND INNOVATION IN THE PEOPLE’S REPUBLIC OF CHINA Questioning Socialism from Deng to the Trade and Tech War di Alberto Gabriele

Negli ultimi mesi la Cina è sempre più spesso oggetto del dibattito pubblico e delle discussioni private. La ragione è tristemente legata alla pandemia mondiale di Covid-19. Questo paese sembra infatti essere il luogo dove si è sviluppato il virus e dove questo ha mietuto le sue prime vittime. Subito dopo, però, la Cina è diventata il primo paese a bloccare la pandemia con un drastico e rigoroso lock-down, è riuscita a costruire un ospedale in dieci giorni per aiutare i malati di Wuhan, è stata uno dei primi paesi a sviluppare vaccini efficaci. In occidente tutto ciò ha creato molta curiosità, ammirazione e timore. Oggi in Cina i casi ufficiali di Covid-19 sono circa 90.000; in Italia, Francia, Spagna e Germania i numeri oscillano tra i 3 e i 5 milioni; negli USA oltre 31,5 milioni; in Russia più di 4,5 milioni; in India quasi 13 milioni. Inutile dire che la Cina è il paese più popoloso al mondo con circa 1,5 miliardi di abitanti e che il contagio per abitante è infinitamente minore rispetto a quello dei paesi occidentali[1].

Come spiegare questo successo? ENTERPRISES, INDUSTRY AND INNOVATION IN THE PEOPLE’S REPUBLIC OF CHINA Questioning Socialism from Deng to the Trade and Tech War, Springer 2020, di Alberto Gabriele, risponde in maniera quasi profetica a questa domanda. Infatti, malgrado il libro non tratti la pandemia di Covid, essendo stato scritto precedentemente, spiega la struttura produttiva e sociale della Cina, che si è rivelata più resiliente di quella di molti altri paesi di fronte all’attuale crisi.

L’autore individua nella sua opera due colonne portanti del successo economico cinese. Il primo di questi due pilastri è costituito dal sistema industriale, mentre il secondo dal sistema nazionale di innovazione. La struttura stessa del libro ricalca questa suddivisione, con una prima parte che evidenzia il ruolo cruciale svolto dalla presenza statale nelle industrie del paese, all’interno, però, di un mercato in cui esistono diversi tipi di proprietà, e una seconda che pone l’enfasi sull’importanza dell’innovazione tecnologica, che ha il preciso scopo di ridurre la dipendenza tecnica della Cina da altri paesi.

Per Gabriele, infatti, benché la Cina sia aperta al mercato e molte industrie siano private, lo stato ha un ruolo egemone nella produzione tramite il controllo di varie forme di impresa non direttamente riconducibili alla proprietà privata, le Non-Capitalist Market Oriented Enterprises (NCMOE) o imprese non capitaliste orientate al mercato, all’interno delle quali trova lavoro un’amplissima quota della forza lavoro cinese. Tra queste imprese alcune sono interamente pubbliche, altre a capitale misto, ma con controllo preponderante dello stato, altre ancora sono di tipo cooperativo. A ciò si aggiunga che la proprietà della terra è stabilmente in mano pubblica, portando così la proprietà statale dei mezzi di produzione ad essere la forma nettamente prevalente in Cina (Giacché, 2020).

È interessante notare che molte imprese private sembrano ottenere rendimenti e profitti maggiori delle imprese pubbliche o a controllo pubblico, aumentando le disuguaglianze e facendo apparire il privato come più efficiente. Tuttavia, bisogna valutare le performance del pubblico in base agli obiettivi che il pubblico si prefigge, che non sono il mero raggiungimento del profitto, ma anche molti altri come la redistribuzione delle risorse, l’occupazione e lo sviluppo.

Gabriele espone sette criteri euristici per interpretare quanto un paese possa essere definito socialista: 1) quale quota dei mezzi di produzione è socializzata? 2) che potere economico ha lo stato nei confronti del cittadino? 3) qual è il rapporto tra pianificazione e libero mercato? 4) che successo ha il sistema nel promuovere lo sviluppo della forza produttiva e del progresso tecnico? 5) quanto è efficace nel combattere la povertà? 6) quanto è vicino a realizzare una distribuzione del reddito ugualitaria (seguendo il principio a ciascuno secondo il suo lavoro)? 7) quanto rispetta l’ambiente?

L’autore prosegue poi affermando che la Cina può essere considerata socialista secondo i primi quattro criteri e che quindi nel complesso può essere considerata socialista, benché in uno stadio primitivo di socialismo[2]. Proprio la gestione socialista dell’economia (nei termini indicati) permette alla Cina una maggiore versatilità e capacità di affrontare situazioni di emergenza. La ricerca del profitto privato non è infatti la molla dell’economia cinese, ma solamente un incentivo. In caso d’emergenza, l’apparato statale cinese può decidere di riorganizzare la produzione e destinare risorse a obiettivi specifici con più rapidità ed efficienza dei paesi occidentali. Come spiega Gabriele (2020), p. 259, infatti: “the economic power of the Chinese state, its ability to strategically steer the country’s development trajectory, and the overall degree of socialization of production are quite high, much more so than what is commonly acknowledged by most international observers.[3].

Per l’autore il ruolo trainante del pubblico nella ricerca e nell’innovazione tecnologica, unito alla capacità di pianificazione e assegnazione delle risorse a questo scopo da parte dello stato, costituiscono un modello quasi unico al mondo (Gabriele (2016) ritiene che il Vietnam abbia un modello economico simile) e di stampo sostanzialmente socialista. L’innovazione, la ricerca scientifica e il progresso tecnologico, fondamentali per lo sviluppo del paese, sono infatti perseguiti in maniera predominante dalle NCMOE, dalle aziende statali in particolare e dalle università pubbliche; inoltre, il governo cinese investe stabilmente una quota rilevante del surplus nazionale proprio a questo scopo. Il risultato è una crescita del settore più rapida del resto dell’economia cinese (che com’è ben noto già cresce a livelli molto considerevoli).

Nel suo recente libro Non sarà un pranzo di gala (2020), p. 195, Emiliano Brancaccio rileva che in assenza del “pungolo del pericolo socialista” difficilmente potrà svilupparsi un percorso di tipo keynesiano nei paesi capitalisti e che oggi la Cina non costituisce un pungolo paragonabile a quello rappresentato nell’immaginario collettivo dei paesi occidentali dall’URSS. Tuttavia, la Cina è vicina e sta conquistando sempre più posizioni e prestigio nello scacchiere internazionale, sebbene questo non sia ancora del tutto avvertito nel senso comune. Ultimamente, infatti, molti cominciano a guardare con curiosità alla gestione cinese della pandemia rispetto a quella disastrosa di molti paesi capitalisti.

Il successo del modello economico cinese pone ogni osservatore di fronte a un quesito riguardo al capitalismo occidentale come unica forma economica valida[4]. Nel caso in cui il modello economico proposto dalla Cina continuasse a percorrere tale sentiero di successo, si potrebbe assistere ad un crescente interesse nei suoi riguardi, interesse che potrebbe non riguardare esclusivamente paesi in via di sviluppo, “scontenti” della tradizionale proposta liberista dei paesi ex colonialisti.

Una riflessione politica ed economica sul sistema cinese, sia a livello accademico sia politico e di dibattito pubblico, potrebbe dunque essere fondamentale per ricreare l’immaginario di un’alternativa possibile al sistema capitalista liberista dominante in occidente (contrapponendosi così al mantra thatcheriano “there is no alternative”). La programmazione economica e la pianificazione nell’uso delle risorse devono tornare al centro dell’impostazione politico-economica delle forze progressiste, senza ricadere negli errori di idolatria del passato. Particolarmente importante e necessaria è oggi la pianificazione dell’utilizzo delle risorse al fine di perseguire uno sviluppo sostenibile che ponga un freno all’emergenza climatica e ambientale e alla minaccia agli ecosistemi del pianeta Terra (terreno su cui la Cina è ancora decisamente indietro).

Un esempio funzionante, dinamico e in continua evoluzione di programmazione e pianificazione dell’economia con rilevanti componenti di libero mercato è costituito dall’ “economia socialista di mercato” cinese, come definita da Gabriele. Comprendere questo sistema, criticarlo, migliorarlo e adattarlo alle diverse condizioni dei paesi occidentali potrebbe essere la sfida politica di questo secolo.

Il libro di Alberto Gabriele sarà presentato nell’ambito della tavola rotonda CHINA 2021: STATE, SOCIALISM AND MARKET INSTITUTIONS organizzata dall’Italian Post-Keynesian Network (IPKN) sabato 8 maggio alle ore 16:00. Oltre all’autore, Alberto Gabriele, parteciperanno Jean-Paul Guichard (autore del libro L’Etat-Parti chinois et les multinationales) e Vladimiro Giacché (autore del saggio L’economia e la proprietà. Stato e mercato nella Cina contemporanea); modera Massimo Cingolani. L’evento sarà trasmesso in diretta Facebook alla pagina:

https://www.facebook.com/IPKNetwork

Bibliografia

Brancaccio E. (2020), NON SARÀ UN PRANZO DI GALA Crisi, catastrofe, rivoluzione, MELTEMI LINEE, Milano.

Gabriele A. (2016), “Lessons from Enterprise Reforms in China and Vietnam”, Journal of Economic and Social Thought, vol. 3, n. 2.

Gabriele A. (2020), ENTERPRISES, INDUSTRY AND INNOVATION IN THE PEOPLE’S REPUBLIC OF CHINA Questioning Socialism from Deng to the Trade and Tech War, Springer, Singapore.

Giacché V. (2020), L’ECONOMIA E LA PROPRIETÀ. STATO E MERCATO NELLA CINA CONTEMPORANEA in Aa.Vv., Più vicina. La Cina del XXI secolo, a cura di P. Ciofi, Roma, pp. 11-71.

Note

[1] Qualcuno potrebbe affermare che le statistiche cinesi siano false. Questo è senz’altro possibile, ma per discutere la questione sarebbe necessaria una qualche dimostrazione. Inoltre, da quanto riportato da molti media, problemi di misurazione e vuoti nelle statistiche si hanno a livello globale: si pensi per esempio al fatto che negli USA per molto tempo la sanità privata comportava costi proibitivi per i tamponi per i cittadini. Senza individuazione dei casi è impossibile avere delle statistiche affidabili. Si veda in merito: https://www.agi.it/estero/news/2020-03-06/coronavirus-usa-costo-tampone-7338462/ . Si ricorda inoltre il recente triste caso di falsificazione delle statistiche sui casi di Covid-19 che ha visto protagonista l’Italia e la Sicilia in particolare: https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/03/30/sicilia-dati-covid-falsi-comunicati-alliss-per-evitare-restrizioni-tre-arresti-indagato-anche-lassessore-regionale-ruggero-razza/6149687/ .

[2] Gabriele afferma inoltre che anche nei campi individuati dagli altri tre criteri sono stati comunque fatti dei passi avanti, specialmente negli ultimi anni.

[3] In italiano: “il potere economico dello stato cinese, la sua capacità di guidare strategicamente la traiettoria di sviluppo del paese e il grado complessivo di socializzazione della produzione sono piuttosto elevati, molto più di quanto comunemente riconosciuto dalla maggior parte degli osservatori internazionali.”; traduzione propria.

[4] Si noti che esula dagli scopi di questa recensione, nonché del libro recensito (si veda Alberto (2020), p. 3), addentrarsi in temi non prettamente economici, e molto difficili da discutere, come il “grado di democrazia” o il “livello di libertà” della Repubblica Popolare Cinese. Oggetto dello studio di Gabriele è infatti il solo sistema economico – produttivo cinese.

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09/04/2021

I padroni ci indicano la via: più Stato è meglio

Quale ruolo debba avere il settore pubblico nell’economia e, dunque, quali debbano essere le dimensioni dello Stato sono questioni tornate al centro del dibattito politico internazionale in seguito alla doppia crisi sistemica che ha colpito l’economia internazionale, prima con la Grande crisi finanziaria (2007-2009) e poi con lo scoppio della attuale crisi pandemica da Covid-19. Dopo decenni di sbronza neoliberista, caratterizzati da una riduzione delle prerogative economiche assegnate all’attore pubblico, in un contesto globale votato al libero commercio, la crisi pandemica ha reso drammaticamente evidente come l’ideologia prevalente serva unicamente a portare acqua agli interessi della classe dominante e non a quelli generali. 

Di fronte a questo disastro, però, i cantori del neoliberismo non mollano la presa e, senza vergogna, continuano a professare la loro fede. Recentemente, sulle pagine del Corriere della Sera è stato pubblicato un articolo con un titolo esplicito: “Uno Stato troppo pesante può bloccare l’economia”. Una frase ripetuta continuamente nei salotti liberal quasi fosse una preghiera. L’autore inizia la sua orazione mistificando il nesso causale e temporale tra crisi e allargamento dello Stato. Se, infatti, per l’autore “le crisi coincidono con l’allargamento”, la verità è che l’allargamento del perimetro dello Stato è conseguenza della crisi. Una necessità che viene invocata, tra l’altro, dagli stessi esponenti del pensiero liberale: la caduta della componente privata della domanda, se non fosse compensata da una crescita della domanda proveniente dal settore pubblico, causerebbe perdite di profitto della classe imprenditrice. Insomma, i conti non tornano. Così, lo stesso autore confessa che “il problema è quello che succede dopo”, dal momento che “è difficile tornare indietro” e “ogni intervento ha conseguenze che vanno oltre le intenzioni di chi lo ha promosso”. Quest’ultima frase rivela esattamente qual è il pensiero liberale in economia: lo Stato deve intervenire il tempo necessario a coprrie le perdite degli imprenditori e poi togliersi in fretta dai piedi quando questi ultimi sono pronti ad approfittare delle opportunità che si aprono a seguito della crisi. Dunque, l’autore è preoccupato che il “pubblico impiego diventi pressoché l’unico serbatoio di opportunità” e che la pandemia lasci in eredità all’economia italiana una forte presenza dallo Stato in un contesto di crescita stagnante in cui il settore privato arranca.

Rispetto alla prima ipotesi si possono fare due considerazioni. In primis, la stagnazione dell’economia italiana ed europea negli ultimi decenni è stata accompagnata da una crescita significativa della precarietà lavorativa, specialmente nel settore privato. Non si può dunque negare il ritorno in auge dell’impiego pubblico tra coloro che sono alla ricerca di un lavoro, essendo questo maggiormente in grado di garantire quella stabilità indispensabile in certe fasi della vita lavorativa (e non) delle persone. Tuttavia, come abbiamo più volte sottolineato, questo stato di cose è costantemente utilizzato per mettere i lavoratori gli uni contro gli altri e per avanzare proposte finalizzate ad appianare queste disparità, non aumentando diritti e stabilità per i lavoratori del settore privato, ma impartendo maggiore precarietà ai dipendenti pubblici. Esattamente quello che tale Mingardi, l’autore dell’articolo che abbiamo preso come riferimento, auspica in quanto la richiesta del ridimensionamento dello Stato si inserisce proprio in questo solco di attacco e svilimento del pubblico impiego.

C’è un’ulteriore ragione per cui i Mingardi di questo mondo mettono nel mirino il settore pubblico. Infatti, l’occupazione pubblica di prima istanza – ossia l’impiego pubblico diretto alla produzione e alla fornitura di beni e servizi ritenuti essenziali dalla collettività, i quali non possono conseguentemente essere abbandonati alla logica del profitto – costituisce lo strumento fondamentale attraverso cui lo Stato interviene sulla struttura dei salari. Di conseguenza, il continuo ridimensionamento del settore pubblico italiano – secondo dati ISTAT, una riduzione di 315 mila addetti tra 2007 e 2019 – non provoca esclusivamente una perenne scarsità negli organici della PA e dunque una riduzione nell’efficacia della macchina pubblica, ma rappresenta anche il motore della costante erosione dei salari reali. In altre parole, il Mingardi non sta attaccando soltanto il settore pubblico ma tutta la classe lavoratrice, per soddisfare l’insaziabile fame di profitto della classe dominante.

Per quanto riguarda la seconda ipotesi ventilata da Mingardi, ossia il passaggio strutturale a un’economia trainata dallo Stato, l’articolo in sé è davvero poca cosa, soprattutto se consideriamo che esponenti ben più influenti dell’establishment europeo hanno riconosciuto che la pandemia ha soltanto accelerato questa tendenza internazionale, provando a delinearne le conseguenze politiche per l’Unione europea. Qualche settimana fa, per esempio, Romano Prodi evidenziava il legame tra il ripensamento a livello internazionale delle politiche commerciali e il ruolo dello Stato. Secondo il nostro, il superamento da parte degli Stati Uniti della dottrina del libero commercio assegnerà carattere sistemico a “scelte protezionistiche che erano da molti ritenute un’estemporanea decisione del presidente Trump” con conseguenze epocali non solo sul commercio internazionale, ma sul funzionamento di tutti i sistemi economiciRicordiamo però che negli Stati Uniti le circostanze eccezionali fanno sì che la classe dominante possa abbandonare il regime di austerità fiscale, ancora necessario ai loro corrispettivi europei, senza temere alcun rischio di modificare i rapporti di forza con la classe lavoratrice.

Anche i più strenui difensori dell’austerità si sono fatti promotori di politiche fiscali espansive e dell’intervento pubblico poiché, come abbiamo scritto in principio dell’articolo, la crisi pandemica minaccia i profitti d’impresa e il sistema stesso. Mingardi, nel suo appello, finge di non sapere che l’intervento pubblico, di per sé, non rappresenta alcuna garanzia di un socialismo prossimo o, quanto meno, un miglioramento delle condizioni dei lavoratori e della classe subalterna nel suo insieme. Un esempio di intervento pubblico sterile, dal punto di vista dei rapporti di forza tra le classi, è dato dal Next Generation EU ossia uno spauracchio quantitativamente risibile e che serve esclusivamente o quasi come strumento disciplinante. 

Dunque, spetta a noi ribaltare il tavolo, e dove i Mingardi chiedono meno Stato, intendendo in realtà uno Stato ancora di più al servizio del profitto, noi dobbiamo rispondere con più Stato. E più Stato significa innanzitutto, nell’imminente, gestire questa crisi pandemica in modo radicalmente diverso, evitando che questa pesi sulle spalle della classe lavoratrice. Queste potrebbero essere le premesse per perseguire macro-obiettivi come la piena occupazione, accompagnata da una forte crescita dei salari reali, eliminando questo odioso stato di precarietà in cui hanno confinato la classe lavoratrice. Inoltre, sarebbe l’occasione per rimettere al centro la programmazione pubblica e la politica industriale, guidare un vero e proprio processo di transizione ecologica, che non sia un semplice greenwashing, assicurare una sanità pubblica che possa essere alla portata di tutti e via discorrendo quella lunga lista di diritti per cui è giusto lottare.

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29/11/2020

Impresa, industria e innovazione in Cina

Il libro di Alberto Gabriele si focalizza soprattutto su due pilastri del successo economico della Cina: le imprese e il sistema nazionale di innovazione. L’analisi dell’autore è basata su un esame dettagliato di fonti statistiche macroeconomiche nazionali e internazionali, tra cui le edizioni annuali del China Statistical Yearbook e i rapporti della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale e di varie agenzie delle Nazioni Unite.

La prima parte del testo illustra l’evoluzione di diverse categorie di imprese produttive rurali e urbane, con particolare attenzione per i rilevanti cambiamenti verificatisi nei rispettivi assetti proprietari e istituzionali.

La seconda parte analizza l’impetuosa crescita e trasformazione delle università e dei centri di ricerca e lo spostamento progressivo di gran parte delle attività di ricerca e sviluppo verso le imprese industriali, e quindi in una posizione più vicina alla produzione e al mercato.

L’autore propone due chiavi interpretative fondamentali. La prima è costituita dal ruolo persistente e cruciale della proprietà pubblica dei principali mezzi di produzione, pur nel quadro di un rapido sviluppo del mercato dove coesistono diversi tipi di proprietà e quindi diversi modi di produzione, in un contesto di piano e di regolazione in cui il governo ha gradualmente abbandonato i vecchi strumenti di comando amministrativo e fa sempre più affidamento su strumenti indiretti di controllo.

La seconda è rappresentata dalla crescente priorità strategica accordata al progresso tecnologico e al superamento della dipendenza dai paesi capitalistici avanzati, che ha condotto la Cina a dedicare risorse sempre maggiori allo sviluppo della capacità nazionale di innovazione.

Nell’ambito di questo immane sforzo della società cinese nel suo complesso, la massa critica quantitativa è apportata soprattutto dalle grandi imprese private e a partecipazione statale, ma la ricerca di base – che, nel lungo periodo, costituisce il fondamento qualitativo dello sviluppo tecnologico autonomo – è condotta essenzialmente nelle università e nei centri di ricerca pubblici.

L'autore introduce il concetto di “impresa non capitalistica orientata al mercato”, che si applica a tutte le aziende produttive che non possono essere considerate pienamente capitalistiche in base alla struttura dei diritti di proprietà.

In Cina, queste imprese comprendono le imprese statali e le cooperative, ma anche molte altre aziende, tra cui le imprese indirettamente controllate dallo Stato e le stesse unità produttive agricole a base familiare.

Contrariamente a quanto ritengono molti osservatori occidentali, che vedono la Cina come ormai dominata dal capitalismo (sia pure definito, utilizzando erroneamente una categoria fumosa e comunque adatta tutt’al più a descrivere fenomeni completamente diversi, come “capitalismo di stato”), le imprese non capitalistiche orientate al mercato producono una parte maggioritaria del prodotto nazionale cinese.

Il ruolo preponderante di questa gamma variegata di unità produttive deve essere valutato insieme a quello della ampia gamma di strumenti di pianificazione e di regolazione, che includono elementi tra loro assai diversi, tra cui i piani quinquennali, il piano di sviluppo tecnologico Made in China 2025, la Nuova via della seta, le banche statali e la State-owned Assets Supervision and Administration Commission of the State Council (SASAC, una sorta di gigantesca IRI adattata alla realtà cinese).

Il quadro complessivo che l’autore ricava dalla sua analisi mostra un sistema socioeconomico estremamente dinamico, innovativo e in continuo divenire, che può essere provvisoriamente e prudentemente classificato come una economia di mercato mista orientata al socialismo – o, più semplicemente, come una economia socialista di mercato di tipo nuovo, sia pure ancora insufficientemente consolidata e caratterizzata in senso socialista.

Al settore privato sono stati lasciati ampi spazi di sviluppo, soprattutto nelle attività più direttamente legate alla produzione per il mercato e alla circolazione commerciale.

Tuttavia, il nucleo strategicamente dominante della economia cinese rimane sotto il controllo strategico dello Stato, che lo esercita da una parte attraverso una rete complessa e articolata di rapporti di proprietà che mantengono una natura essenzialmente pubblica, e dall’altro per mezzo di leve istituzionali e regolatorie che sono in gran parte formalmente simili a quelle del mondo capitalistico, ma collettivamente assai più potenti, alle quali si aggiunge la presenza diretta del Partito nelle grandi aziende sia pubbliche sia private.

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03/10/2020

“Eurosovranità o democrazia? Perché uscire dall’euro è necessario” di Domenico Moro

Dott. Domenico Moro, Lei è autore del libro Eurosovranità o democrazia? Perché uscire dall’euro è necessario edito da Meltemi. L’euro, nato per costituire una tappa sul cammino dell’integrazione europea, ha finito per catalizzare su di sé il malcontento popolare per una crisi infinita: cos’è oggi l’euro?

L’euro è un elemento fondamentale dell’integrazione europea, anche se non tutti i Paesi dell’Ue ne fanno parte. Direi che oggi l’euro rappresenta l’architrave dell’intera costruzione europea. Quindi, è più corretto chiederci che cosa è oggi l’integrazione europea e in che modo l’euro agisce all’interno di essa. L’integrazione europea avrebbe dovuto rappresentare lo strumento per avvicinare i diversi Stati. In realtà, si è prodotta, anziché una convergenza, una divergenza sempre maggiore tra Stati, in particolare tra la Germania e Paesi come l’Italia, la Spagna, il Portogallo, la Grecia e, direi, anche la Francia, che, sebbene mantenga un profilo politico e diplomatico di grande potenza, è, dal punto di vista economico, in seria difficoltà. Ma il divario non è aumentato soltanto tra Paesi, anche all’interno dei singoli Paesi sono aumentate le divergenze, i divari tra ricchi e poveri. L’euro è una delle cause maggiori di questi processi di divergenza, essendo un fattore sia di riduzione del welfare sia di deflazione salariale. Infatti, il sistema dell’euro, essendo un sistema di cambi fissi, non permette le svalutazioni competitive che consentono di recuperare competitività sul mercato internazionale, spingendo così gli Stati più in difficoltà a usare la riduzione del costo del lavoro e dei salari come principale leva competitiva. Ma l’euro non è soltanto un progetto economico, bensì è soprattutto un progetto politico. L’euro è lo strumento per limitare la possibilità della maggioranza dei cittadini, in particolare dei lavoratori, di incidere sulle decisioni delle istituzioni statali, e per favorire le élite economiche, in particolare lo strato superiore del capitale, quello maggiormente internazionalizzato. In sostanza è un fattore di limitazione della sovranità popolare e democratica.

In che modo l’euro limita la sovranità democratica e popolare?

Innanzi tutto bisogna chiarire il concetto di sovranità, che peraltro è ampiamente analizzato nel suo divenire storico nel mio libro. Un’autorità è sovrana quando non c’è alcun potere al di sopra di essa. In particolare, uno Stato è sovrano nel senso che la sua legge non riconosce altre leggi che abbiano valore superiore. In uno Stato democratico la sovranità è del popolo che la esercita attraverso le elezioni e il Parlamento. Così prescrive la nostra Costituzione. Con l’integrazione e con l’euro tale sovranità popolare è inficiata e ridotta, perché alcune importanti funzioni dello Stato, come la moneta e il bilancio pubblico, sono delegate a organismi sovranazionali europei, come il Consiglio europeo, la Banca centrale europea, e la Commissione europea, i cui componenti, fra l’altro, non sono eletti ma nominati. In particolare, i trattati europei esercitano un controllo sul bilancio pubblico dei singoli stati, con l’inserimento dell’obbligo di pareggio di bilancio in Costituzione, e stabilendo dei “vincoli esterni”, cioè dei limiti al deficit pubblico, che non può superare il 3% del Pil, e al debito pubblico, che non può superare il 60% del Pil. Inoltre, gli Stati che hanno un debito superiore al 60% sono obbligati a ridurre il proprio debito per la quota eccedente in un arco di tempo di venti anni, realizzando ogni anno dei surplus primari elevati, cioè una eccedenza delle entrate sulle spese, al netto delle spese per gli interessi. Questo ovviamente comprime decisamente la possibilità di spesa e con essa l’autonomia decisionale dei parlamenti. L’euro è sostanzialmente un modo per bypassare i parlamenti nazionali e realizzare quella che alcuni anni fa si chiamava governabilità, cioè la capacità degli esecutivi, dei governi di agire a prescindere dal controllo e delle istanze espresse dal Parlamento. Di fatto, la Ue è un organismo intergovernativo, dove prevalgono gli esecutivi. Infatti, l’organismo europeo più importante è il Consiglio europeo – composto dai capi di governo della Ue – cui sono demandate le decisioni più importanti, di indirizzo generale della Ue e di nomina dei membri della Commissione europea e della Banca centrale europea (Bce). I trattati sono strettamente legati all’esistenza di una valuta unica per Paesi economicamente e socialmente molto diversi tra loro. Proprio la mancanza di autonomia valutaria è il maggiore impedimento alla definizione di politiche economiche e sociali autonome e calibrate sulle necessità del singolo Paese. Infatti, mancando il ruolo di prestatore di ultima istanza, rappresentato normalmente dalla Banca centrale, si perde la possibilità di finanziare direttamente il debito pubblico, e quindi la spesa pubblica, con l’emissione di liquidità. Nel mio libro descrivo il processo storico e le motivazioni politiche che hanno portato all’euro. La classe dirigente italiana degli ultimi decenni, sin dalla fine degli anni ’70, ha visto l’integrazione europea, e l’euro in particolare, come lo strumento per imporre delle scelte di politica economica e sociale che difficilmente sarebbero potute passare senza “vincoli esterni”. A questo proposito sono significative le parole di Guido Carli, che è stato governatore della Banca d’Italia dal 1960 al 1975 e ministro del Tesoro dal 1989 al 1992: “L’Unione europea ha rappresentato una via alternativa alla soluzione di problemi che non riuscivamo ad affrontare per le vie ordinarie del governo e del Parlamento.”

Quali sono i limiti dell’Europa attuale?

L’integrazione europea e l’intera architettura dell’euro presentano un limite fondamentale. Questo risiede nell’irrigidimento dell’azione dello Stato rispetto al ciclo economico, ossia all’alternarsi, tipico dell’economia capitalistica, di fasi espansive e fasi recessive e rispetto agli shock esterni, ossia alle crisi che hanno origine all’esterno dell’area euro, come è stato nel caso della crisi del 2008, importata dagli Usa, e ora con la crisi del Covid-19. I vincoli esterni e l’indisponibilità di una Banca centrale che ricoprisse il ruolo di prestatore di ultima istanza hanno reso molto più difficile intervenire nella crisi del 2008. Anzi, l’introduzione del Fiscal compact nel 2012, che ha reso più rigidi i vincoli europei, ha finito per aggravare la crisi, deprimendo ancora di più la crescita del prodotto interno lordo. A distanza di più di dieci anni dallo scoppio della crisi, l’economia italiana non si era ancora del tutto ripresa quando è scoppiata la crisi del covid-19, che rappresenta la recessione di gran lunga più grave della storia repubblicana e che farà registrare nel 2020, secondo tutte le previsioni, il calo del Pil più consistente della storia unitaria, fatta eccezione per gli anni finali della Seconda guerra mondiale, quando l’Italia era un Paese devastato e terreno di scontro tra eserciti contrapposti. Di fronte a una crisi di tale portata le risposte della Ue risultano essere deboli e intempestive. Soprattutto non sembra che la crisi sia occasione per modificare il funzionamento della Ue. È vero che i vincoli al deficit e al debito posti dai trattati sono stati sospesi, ma il vice presidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, ha tenuto a precisare che, non appena possibile, i vincoli dovranno essere ristabiliti. Inoltre, la maggioranza degli “aiuti” europei alle economie nazionali, in particolare il Recovery Fund, il Mes e il Sure, sono prestiti, che andranno ad aumentare il debito complessivo (per l’Italia si prevede che nel 2020 il debito arrivi a circa il 160%). Si tratta di prestiti “senior”, cioè prestiti che hanno la precedenza nel rimborso da parte dello Stato. Di conseguenza, il tasso d’interesse sul debito “normale”, cioè i Btp, i titoli di stato emessi dal ministero del Tesoro, subirà un aumento, a causa dell’ipotetico maggiore rischio di insolvenza. Ma il limite maggiore degli aiuti europei sta nel fatto che, per essere erogati, devono avere l’approvazione della Commissione europea e in caso di dubbio devono avere il parere definitivo del Consiglio europeo. Tale approvazione è condizionata all’applicazione delle raccomandazioni e delle contro-riforme richieste dalla Commissione europea. Se non c’è questo via libera, le varie tranches in cui sono suddivisi i pagamenti non saranno pagate. Tra le contro-riforme di cui si chiederà la definitiva applicazione c’è la contro-riforma delle pensioni, la cosiddetta riforma Fornero, varata dal governo Monti, e la riduzione del costo del lavoro. Inoltre non bisogna dimenticare che le raccomandazioni della Commissione rivolte specificatamente ai singoli Paesi hanno riguardato, oltre che la richiesta di riduzione della spesa pubblica, anche i tagli a pensioni, sanità, salari, diritti dei lavoratori e sussidi per disoccupati e persone disabili. In particolare, tra 2014 e 2018, sono state rivolte agli Stati Ue 105 raccomandazioni per l’incremento dell’età pensionistica e la riduzione della spesa pensionistica, 63 raccomandazioni per i tagli alla spesa sanitaria o per la privatizzazione della sanità, 50 raccomandazioni per la soppressione di aumenti salariali, 38 raccomandazioni per la riduzione della sicurezza sul lavoro e dei diritti di contrattazione dei lavoratori, e 45 raccomandazioni per la riduzione dei sussidi a disoccupati e persone disabili.

Come si potrebbe articolare, a Suo avviso, un’Italexit?

L’uscita dalla Ue e dall’euro è una condizione necessaria ma non sufficiente. Necessaria perché all’interno dell’euro e della Ue non è possibile per i singoli Stati fare le politiche economiche e sociali di carattere espansivo che sarebbero necessarie, specie in occasione della crisi e perché un sistema di cambi fissi in un’area valutaria dove ci sono forti differenze competitive tra le economie nazionali, e non sono previsti trasferimenti dagli Stati più ricchi a quelli più poveri, porta alla contrazione salariale e, alla lunga, della base produttiva industriale. Non sufficiente perché l’uscita dall’euro va accompagnata con una serie di misure che, per l’appunto, permettano di sfruttare l’autonomia ritrovata. In primo luogo, ci sarebbe bisogno di ripristinare il ruolo di prestatore di ultima istanza della Banca d’Italia, che è stato annullato da prima dell’euro, nel 1981 (il cosiddetto divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro), portando al raddoppio in pochi anni del debito pubblico a causa del lievitare degli interessi sul debito. Se uscissimo dall’euro e dalla Ue senza che il ruolo di prestatore di ultima istanza venga ripristinato, saremmo di nuovo punto e daccapo, cioè in balia dei mercati internazionali dei capitali e i tassi d’interesse ricomincerebbero a salire. In secondo luogo, non dovendo più sottostare alla normativa europea sugli aiuti di Stato, si dovrebbe procedere con un intervento diretto dello Stato nell’economia. La decadenza italiana degli ultimi venticinque-trent’anni, a partire dalla seconda metà degli anni ’90, è collegabile non soltanto all’introduzione del cambio fisso marco-lira (1997), che penalizzò le esportazioni italiane, ma anche alla contrazione della componente statale delle imprese. Le privatizzazioni hanno privato l’Italia di importanti imprese di grandi dimensioni che svolgevano ricerca e sviluppo, trainando il resto delle imprese. Oggi, il problema è che l’Italia ha imprese mediamente troppo piccole e che fanno poca ricerca e sviluppo. Quindi, l’Italexit dovrebbe vedere la ricostruzione di una economia mista (pubblico-privata), attraverso le nazionalizzazioni, a partire dai monopoli naturali e artificiali, e il ripristino della funzione di prestatore di ultima istanza da parte della Banca centrale per essere veramente efficace. Bisogna, però, aggiungere che l’intervento dello Stato nell’economia che intendo non ha nulla a che spartire con l’intervento statale nelle imprese che si sta prospettando ora con l’ingresso di Cassa depositi e prestiti nel capitale di imprese in difficoltà. Le “nazionalizzazioni” in corso sono a tempo, avendo la durata massima di cinque anni, e non prevedono una governance pubblica. Si tratta in pratica della classica socializzazione delle perdite private, cui il capitale ricorre nei momenti di difficoltà. Ciò a cui, invece, mi riferisco sono nazionalizzazioni reali, cioè la realizzazione di enti pubblici che svolgano una attività tesa allo sviluppo dell’economia in senso innovativo, in special modo nei settori più avanzati e con costi fissi più alti dove il privato non investe, e che non siano società quotate in borsa e con azionisti come i grandi fondi di investimento stranieri, come accade nel caso di Leonardo e Eni e come si prospetta per Aspi. In questi ultimi casi, l’obiettivo dell’impresa non può che essere il massimo profitto a breve termine in vista di un rialzo del valore di borsa delle azioni, invece che lo sviluppo di lungo periodo ecologicamente sostenibile dell’economia e la creazione di nuovi posti di lavoro. In sostanza accanto al prestatore di ultima istanza, dovrebbe esserci anche un datore di lavoro di ultima istanza, che non può che essere lo Stato. È, però, del tutto evidente che questo tipo di intervento statale richiede ampie trasformazioni nella struttura dello Stato, che, in questo senso, andrebbe sottratto all’influenza delle élite capitalistiche, che in Italia come nel resto d’Europa, anche grazie ai trattati e all’euro, si sono garantite un controllo molto più stretto che in passato delle istituzioni statali, modellandole a loro piacimento.

Quali conseguenze avrebbe per il nostro Paese l’uscita dall’euro?

Molti sono preoccupati soprattutto da un eventuale aumento dell’inflazione subito dopo l’uscita dall’euro. Il punto, però, è che da anni abbiamo il problema opposto, quello di una deflazione che riguarda l’area euro nel suo complesso e in particolare l’Italia. Ad esempio, ad agosto 2020, secondo Eurostat, l’area euro presentava una deflazione annuale del -0,2%, mentre l’Italia raggiungeva addirittura il -0,5%. Questo è dovuto alla profonda crisi e, prima ancora della crisi del covid-19, alla stagnazione in cui annaspava l’economia italiana e quella di gran parte dell’area euro. In un contesto del genere l’attenzione non dovrebbe essere rivolta all’inflazione, ma alla decrescita economica e all’aumento della disoccupazione. In sostanza, il mandato principale della Banca centrale europea, che è quello di mantenere l’inflazione intorno al 2%, è ampiamente disatteso. Quindi, per sintetizzare, è altamente improbabile che, in una situazione del genere, possa verificarsi una crescita dell’inflazione del 20% o 30%, come viene preconizzato da alcuni fautori dell’euro. Al contrario, un moderato aumento dell’inflazione sarebbe positivo per l’intera economia. Anche la fine del sistema di cambi fissi porterebbe a un mutamento sostanziale, potendosi utilizzare la leva del cambio al posto di quella salariale per aumentare la competitività delle esportazioni. L’aumento (moderato) dell’inflazione e il venir meno della compressione salariale a tutti i costi rimetterebbero in movimento la dialettica tra le parti sociali (portando ad esempio a un nuovo meccanismo di indicizzazione dei salari), che invece da anni è praticamente assente, appunto perché l’esistenza dell’euro e della Ue esercita un controllo sul conflitto sociale, di fatto neutralizzandolo. Infatti, se oggi siamo in una situazione di stagnazione perenne delle lotte sindacali, con l’eccezione di lotte anche radicali ma limitate a singoli settori, è dovuto non soltanto a responsabilità soggettive dei maggiori sindacati, ma anche alla oggettività rappresentata dalla gabbia dell’euro che impedisce la generalizzazione delle lotte. Con questo non voglio dire che l’uscita dall’euro sia una cosa semplice da farsi e che non implichi delle difficoltà di assestamento soprattutto nel breve periodo. Bisogna valutare attentamente i pro e i contro dell’uscita dall’euro e dalla Ue. In questo senso, l’alternativa all’uscita, cioè tirare a campare stando nell’euro e nella Ue, ha costi altissimi, come dice l’economista statunitense Stiglitz, che per l’eurozona nel suo complesso li calcola in migliaia di miliardi di dollari, e come larghi strati di lavoratori e disoccupati stanno sperimentando da anni in Italia e altrove nell’area euro. L’uscita dall’euro avrebbe conseguenze positive per il nostro Paese, soprattutto nel senso che sbloccherebbe una situazione incancrenita, fatta di una lunga crescita asfittica (che oggi si è tramutata in profonda recessione) e di un conflitto sociale a bassissima intensità. Forse, l’aspetto più importante da sottolineare è che le conseguenze di una eventuale italexit non andrebbero tanto quantificate a priori in termini econometrici, quanto dovrebbero essere più correttamente valutabili in base agli effetti socio-politici a cascata che genererebbe, rimuovendo le imbracature in cui l’economia e la società dei Paesi dell’area euro è costretta. E questo vale in particolare per il nostro Paese.

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31/07/2020

Crolla l’economia liberista, l’Occidente è un buco nero


In prima pagina stamane sul Corriere della Sera il crollo nel secondo trimestre dell’economia americana.

Il giornale di via Solferino intervista il noto politologo Ian Bremmer, il quale sostiene che la crisi riguarda tutti, anzi gli Usa hanno più risorse degli altri, e durerà anni.

Stanotte è invece uscito il dato del Pmi manifatturiero cinese, che cresce a luglio dal 50,9 al 51,4. È arrivata l’ora che intellettuali, accademici, uomini di cultura in Occidente, se ce ne sono, si pongano degli interrogativi. Ci sono almeno due modelli economici alternativi, e quello occidentale mostra crepe vistose.

L’assetto liberista degli ultimi 45 anni ormai volge al termine, procrastinarlo, in maniera sempre più feroce per le classi lavoratrici, è inutile e dannoso.

Occorre ripensare al ruolo del pubblico nell’economia, come nel dopoguerra (a proposito, stamane Milano Finanza parla di “scenario da dopoguerra”), occorre assumere milioni di persone nella sanità, nell’istruzione, nei trasporti, occorre una politica di edilizia pubblica recuperando l’immenso patrimonio abitativo lasciato in macerie.

Ma soprattutto, dopo decenni, è necessario ridurre l’orario di lavoro per tutti per redistribuirlo e aumentare i salari. Basta con le politiche piratesche di rubare quote di mercato nei mercati mondiali, tutti si focalizzino sul mercato interno, soprattutto in Europa, vero buco nero dell’economia mondiale.

Dal dopoguerra gli Usa hanno fatto da spugna per i prodotti di tutto il mondo attraverso il beneficio del predominio del dollaro e aumentando enormemente i debiti esteri. Quest’epoca è finita. Gli Usa sono scoppiati.

BMW – per fare un esempio – dovrebbe vendere alla classe media tedesca, rianimandola, cosi come Fiat e altri.

La Cina ha ampliato in questi decenni la fascia di classe medio-bassa, rendendola capace di assorbire buona parte della produzione industriale grazie a un costante e rapido aumento dei salari.

E lo ha fatto con la pianificazione economica, che pure paesi come Francia e Italia avevano assai prima della stessa Cina.

Se gli intellettuali, gli uomini di cultura, gli accademici non pongono queste problematiche, anche in chiave di protezione dell’ambiente, che è tutt’altra cosa del “capitalismo verde” si andrà verso il baratro.

Un amico ieri sera mi diceva: “non vedo come prospettiva che la guerra”.

Se non parlano, la Storia li condannerà.

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04/07/2020

Pubblico batte privato. È ora di cambiare “sistema”

Il “senso comune” che attraversa questo Paese da tempi immemorabili è fatto di piccoli pilastri che pretendono di essere verità inconfutabili, autentiche “tavole della legge”. Anche se la realtà empirica che vorrebbero descrivere ci mostra costantemente il contrario.

Possiamo prendere le parole quotidianamente sparate dal presidente di Confindustria o dall’ultimo fantaccino di redazione di qualsiasi giornalone mainstream, non fa molta differenza. Si tratta sempre di frasette fatte, affermazioni “autoevidenti”, senza mai uno straccio di argomentazione e men che mai dimostrazione.

“Solo le imprese creano lavoro” è forse la più frequente. Così come “la produttività del lavoro italiano è troppo bassa”, o anche “il privato è più efficiente del pubblico”. Per non dire dell’eterno “le tasse sono troppe e troppo alte”, che giustificherebbero così l’immensa evasione fiscale che solo le imprese o comunque i possidenti possono permettersi (impossibile non pagare le tasse con la sola busta paga...).

Esiste naturalmente una letteratura economica, e di storia economica, che dimostra il contrario, per ognuna di queste affermazioni e anche tutte insieme. Ma chi ha più tempo, pazienza e cultura – oggi – per leggere libri? Basta un titolo di giornale o una dichiarazione di Bonomi o Sallusti in televisione, no?

Per fortuna arrivano, di tanto in tanto, quasi per distrazione dell’occhiuto caporedattore, anche articoli seri che inquadrano realisticamente il problema della smandrappata struttura industriale italiana, riconducendone la responsabilità a chi l’ha voluta in questo modo: gli imprenditori italiani.

Potete leggere qui di seguito l’onesta ricostruzione fatta da Mauro Del Corno e pubblicata su Il Fatto Quotidiano (non solo procure e manette, per una volta), che mette in fila numeri e fatti, smontando così senza fatica la vera e propria ideologia neoliberista all’italiana.

Che potremmo anche definire un castello di cazzate costruito per nascondere la semplice verità: siamo “comandati” da gentucola avida e incompetente nel proprio lavoro (“fare impresa”), abile solo nell’escogitare, imporre, sfruttare piccolissimi “vantaggi competitivi” che, a lungo andare, stanno facendo del nostro Paese una new entry nel “Secondo mondo”, ma sulla strada che porta nel Terzo.

Non vogliamo però qui sciorinare la consueta giaculatoria contro i “prenditori” di casa nostra. La crisi che si è aperta richiede qualcosa di molto più alto della sola denuncia, così come la conflittualità sociale – minima, puntuale, episodica, ma esistente – può individuare qualche soluzione solo se riesce a sollevarsi al di sopra della sola logica rivendicativa, che pure è la molla necessaria (si parte sempre dai “bisogni”, ma è ora di sapere dove si vuole andare).

Ormai è chiaro che almeno tre pilastri della narrazione neoliberista non stanno più in piedi. Non sono gli unici, ma sono quelli indispensabili per cominciare a disegnare una visione concretamente alternativa a livello si sistema.

Non una ”utopia”, che entusiasma la mente ma resta per definizione irraggiungibile. Cambiare il mondo significa infatti partire da questo mondo, da quello che c’è, per rovesciarne logica, architettura, finalità, princìpi regolatori, interessi sociali dominanti.

Per questo prendiamo in esame per ora questi tre pilastri e rimandiamo ad altra occasione (o altro media) una riflessione organica.

Primo. Non è vero che “solo le imprese creano lavoro”. Da anni lo stanno distruggendo e si apprestano a fare molto di peggio.

Secondo. Non è vero che saranno le imprese a guidare la transizione ecologica e le tecnologie green. Basta leggere il “decreto semplificazione”, fortemente voluto da Confindustria, che tra l’altro prevede l’abolizione di fatto della valutazione di impatto ambientale, per capire che la difesa dell’ambiente è l’ultima delle loro preoccupazioni.

Terzo. Non è vero, o non lo è più da tempo, che lo sviluppo dell’impresa privata si traduce in un miglioramento delle condizioni di vita di tutti. Potremmo dirla anche in un altro modo: il modo di produzione capitalistico ha esaurito la sua forza progressiva.

Per quanto riguarda l’Italia, in particolare, la certificazione arriva direttamente dall’Istat – dati di ieri – che descrive come “l’ascensore sociale” abbia smesso di star fermo. Solo che ora porta soltanto in basso, verso il peggioramento della condizione sociale.

Nella crisi specificamente italiana, nello sfarinarsi continuo della struttura produttiva, la prima – e sacrosanta – idea che viene alla mente è la nazionalizzazione delle imprese strategiche e comunque di tutte quelle che rischiano la chiusura nonostante i loro prodotti “abbiano ancora un mercato”.

C’è un problema di tenuta dell’occupazione, ovviamente; ma c’è anche la necessità di mantenere/sviluppare una struttura produttiva tale da garantire la riproduzione di ricchezza che va distribuita in modo radicalmente diverso. La “ricchezza” non è infatti una torta di dimensioni date da spartire secondo equità una volta per tutte, ma un meccanismo riproduttivo che deve garantire il benessere comune e di tutti (sono due cose molto diverse, notoriamente).

L’obiezione conservatrice – ma anche di alcuni “rivoluzionari astratti” – alla prospettiva della nazionalizzione delle imprese di un certo livello è che questo Stato – quello italiano del 2020 – è ben poco adeguato per questa funzione.

È vero. Non c’è più nemmeno in circolazione quella schiera spesso impresentabile dei “boiardi dell’Iri”, né tantomeno l’Iri. C’è insomma il problema serio di “rifare anche lo Stato”, visto che quello esistente è inservibile...

Del resto, è proprio così che l’hanno voluto trasformare le classi dirigenti: un “Stato minimo”, (quasi) fuori dalla produzione, attivo solo nel creare “condizioni attrattive per gli investimenti”, con il welfare in via demolizione, istruzione e università (pubbliche) alla canna del gas, e tanta polizia per mantenere basso il livello del conflitto sociale.

Però è un passaggio che non si può saltare con la pura “immaginazione desiderante” (definizione anni ‘70, ma rende l’idea ancora adesso), perché un sistema economico ed industriale (nazionale e interrelato con il resto dell’area e con il mondo) richiede necessariamente pianificazione e programmazione (e relative “competenze”), oltre a strutture amministrative, capacità ingegneristiche complesse, all’altezza delle tecnologie del presente e del prossimo futuro.

Nulla, insomma, che possa essere disegnato con le sole “spinte dal basso”, che veicolano giustamente esigenze e bisogni, ma richiedono risposte “non banali”. Ossia scientifiche. La grande industria, le infrastrutture energetiche, le comunicazioni, ecc, sfuggono alla percezione “naturalistica” dei singoli, che pure pretendono (giustamente) che aprendo il rubinetto esca l’acqua, che i termosifoni riscaldino la casa, ecc.

Affrontare una crisi sistemica come questa richiede uno sforzo enorme intanto sul piano intellettuale, rompendo con le tristi e inconcludenti abitudini della cosiddetta “sinistra radicale” degli ultimi 30 anni.

Ma anche con la coazione a ripetere che si è imposta, giocoforza, nelle non grandissime forze “anticapitaliste” esistenti. Pensare all’autunno – o comunque al prossimo futuro – “con la testa voltata all’indietro”, è una sciocchezza che non possiamo permetterci.

Non si tratta nemmeno di “sommare sigle”, politiche e/o sindacali, che nel loro insieme non darebbero un risultato degno di nota o all’altezza dei problemi.

Si tratta di intercettare il malessere del “blocco sociale popolare” costruendo il percorso e le strutture, ma soprattutto elaborando la “visione” e i progetti di trasformazione che permettono di realizzare la soddisfazione di quei bisogni.

C’è un mondo in crisi da cambiare. Non è più tempo dei giochi da cortile.

*****

Stato imprenditore, dal nanismo industriale alle privatizzazioni flop: perché in Italia i grandi gruppi ad alto valore aggiunto tecnologico sono (quasi) tutti in mano pubblica

Cinque delle prime dieci società italiane per valore di borsa sono partecipate pubbliche. E solo il pubblico sembra disporre delle risorse – e della volontà di usarle – per sostenere un salto di scala. Negli ultimi 30 anni, il Paese si è tagliato fuori da chimica fine, farmaceutica, computer, apparati avanzati di tlc, micromeccanica, concentrandosi invece sui campi meno avanzati, abbandonati dai partner Ue. Così non resta che competere sul prezzo e si comprimono gli stipendi

Mauro Del Corno – * Il Fatto Quotidiano

Confindustria insorge contro la prospettiva dello Stato azionista. Aiuti sì ma controllo in azienda no. Eppure la storia del Paese dimostra che, senza il pubblico, l’industria italiana è incapace di pensare in grande e di superare certi limiti.

Basta guardare alcune cifre per rendersene conto. Cinque delle prime dieci società italiane per valore di borsa sono partecipate dallo Stato. In linea di massima sono anche le aziende con i fatturati più alti, il maggior numero di dipendenti e i più corposi investimenti in ricerca.

Se dalla decina si escludono banche ed assicurazioni, le partecipate pubbliche sono cinque su sette.

In Spagna nella stessa condizione c’è solo un’azienda: Aena che gestisce aeroporti. In Francia, dove pure lo Stato è molto attivo, solo tre, inclusa una mini partecipazione dello 0,4% nel colosso del lusso LVMH.

Le prime 10 società italiane valgono tutte assieme 260 miliardi di euro. Le top ten spagnole 400 miliardi, quelle francesi 900 miliardi. È vero che la relazione tra imprese italiane e mercato azionario è sempre stata tiepida, ma questo è sia sintomo sia causa della vocazione al nanismo di molta nostra industria. Tolte Fca e Ferrari, a Piazza Affari i grandi gruppi con produzione ad alto valore aggiunto tecnologico sono tutti in ampia parte posseduti e gestiti dallo Stato. Da Eni a Leonardo (ex Finmeccanica), passando per Fincantieri, Saipem, Stm o Snam.

Fca, che pure di sostegno pubblico in varia forma nella sua storia ne ha ricevuto molto, si appresta a diventare mezza francese, dopo aver già spostato la sua sede fiscale in Gran Bretagna e quella legale in Olanda. E in Francia sta migrando anche Luxottica, dopo la fusione con Essilor. Pirelli è stata venduta ai cinesi. Molte dinastie imprenditoriali italiane hanno insomma scelto di “uscire dall’inferno della produzione per entrare nel paradiso della rendita”, per riprendere le parole dell’economista e storico dell’economia Marcello De Cecco.

Sono numeri e fatti su cui bisognerebbe riflettere quando, a prescindere, si addita come un pericolo l’ingresso dello Stato nelle grandi aziende in quanto portatore di cattiva gestione e sprechi. In Italia sembra semmai vero l’opposto e solo il pubblico sembra disporre di risorse, e soprattutto avere e avere avuto la capacità di usarle, per sostenere un salto di scala. L’industria privata italiana si è invece dimostrata poco desiderosa e capace di dar vita a gruppi con dimensioni internazionali, o anche solo di conservarli. Neppure quando vengono regalati o quasi.

Non si rammenta una grande privatizzazione culminata in un successo. Telecom è stata prima spolpata e poi ridotta ad un operatore poco più che nazionale, su Autostrade ed Ilva non è il caso di tornare. Affidata ai privati Alitalia ha proseguito esattamente sulla stessa rotta infelice.

In tempi meno recenti le generosissime ricchezze distribuite ai privati quando si decise di nazionalizzare la rete elettrica (altro che esproprio...) non furono reinvestite ma volarono in larga parte all’estero. Alfa Romeo, regalata alla Fiat mentre Ford era disposta a pagare, è oggi un marchio dai volumi minuscoli, che vende un decimo di Audi. Fiat fu anche protagonista della scalata, e successiva messa in vendita a pezzi, di Montedison, una delle poche aziende di stazza globale nel settore chimico e farmaceutico. Sparita.

Così, negli ultimi 30 anni, il paese si è tagliato fuori da chimica fine, farmaceutica, computer, apparati avanzati di tlc, micromeccanica, software ed altri settori ad altro valore aggiunto tecnologico, concentrandosi invece sui campi meno avanzati, abbandonati dagli altri paesi europei.

Se qualcosa sopravvive è nelle partecipate pubbliche tanto che sempre De Cecco ebbe a scrivere, già una ventina di anni fa: “È certamente impossibile postulare una superiorità del sistema italiano delle grandi imprese sul suo omologo pubblico”.

Non che nel paese manchino o siano mai mancate capacità e tradizioni imprenditoriali. Secoli di storia e commerci non si cancellano, come dimostra la battaglia, quasi stoica, delle piccole e medie imprese sui mercati internazionali. Ma anche qui l’assenza di pesi massimi si fa sentire.

Il mito dell’Italia esportatrice va un po’ ridimensionato. L’export vale tanto in valore assoluto, circa 400 miliardi di euro l’anno, ma poco rispetto alle dimensioni della nostra economia: intorno al 30% del Pil, uno dei valori più bassi d’ Europa.

L’elevata tassazione è più una foglia di fico. Non è così diversa da quella di molti altri paesi europei. Anzi, come fotografato dal centro studi Mediobanca, per le grandi imprese spesso è più bassa.

Si ripete da anni come il male che affligge e corrode l’economia italiana sia la bassa produttività. Ossia la differenza tra il valore di quanto viene prodotto e quanto viene speso per produrlo. Ma questo non accade perché gli italiani lavorano meno dei francesi o dei tedeschi, anzi il monte ore passato in fabbrica o in ufficio è maggiore. Né, tanto meno, perché guadagnano di più.

Accade perché lavorano spesso con strumentazioni meno avanzate e/o in settori in cui il valore dei prodotti realizzati è relativamente modesto. Del resto, ormai da decenni, gli investimenti in ricerca e sviluppo dell’industria privata italiana languono intorno allo 0,5% del nostro Prodotto interno lordo. In Francia o Germania sono ben più del doppio. Altra conseguenza della vocazione al nanismo.

Come spiega lo storico dell’Economia Giuseppe Berta “nella storia italiana lo Stato ha avuto la funzione di creare l’architettura di sostegno alla grande impresa e di svolgere una funzione di traino tecnologico. Nel momento in cui lo Stato ha iniziato a disimpegnarsi, questo sostegno è venuto meno e le conseguenze sono evidenti. Non esiste più il vertice della piramide industriale, mentre sono aumentante le aziende di dimensioni medie, e si è abbassata l’intensità tecnologica delle produzioni”.

È vero che in passato il contesto normativo italiano non era particolarmente favorevole all’incremento dimensionale delle aziende, fa notare Berta, ma è altrettanto vero che le aziende che hanno raggiunto una dimensione significativa hanno quasi sempre fatto leva su una qualche forma di sostegno pubblico.

Ma se il contenuto tecnologico dei prodotti non è elevato, come si compete?

Sul prezzo. E non potendo più contare sulla svalutazione della moneta, i risparmi si traducono in buona misura sulla compressione degli stipendi.

Vizio antico, peraltro. Nel 1950 Leon Dayton, capo della missione statunitense in Italia per il piano Marshall, che di questi tempi va di moda rievocare, sollevò un caso diplomatico esprimendo forti critiche verso le imprese italiane che “facevano profitti a spese di lavoratori sottopagati”.

Lo stesso boom economico deve molto a due fattori, da un lato l’immigrazione interna che forniva eserciti di manodopera a bassissimo costo, dall’altro il fisiologico “aggancio” alle più avanzate economie limitrofe.

Lo storico Guido Crainz nel suo “Il Paese mancato” identifica uno dei fattori essenziali del boom italiano nell’“utilizzo selvaggio di mano d’opera a basso costo che abbandona la campagna”. Fuori da una certa retorica il percorso dell’impresa privata italiana dal dopoguerra ad oggi è fitto di ombre oltre che di qualche luce.

Pubblico non è necessariamente meglio, ma è davvero difficile affermare che sia peggio.

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