Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/05/2024

Una “classe dirigente” di impressionante squallore

Una classe dirigente può esser tale senza avere nessuna delle caratteristiche minime per esercitare dignitosamente questo ruolo? Sicuramente ci si può trovare davanti ad una ruling class inadeguata, ma questo comporta che il Paese disgraziatamente sotto il suo potere sia condannato allo sfacelo.

La giornata di ieri ha mostrato un mosaico di avvenimenti che danno la misura effettiva della nullità – capitalistica, morale, economica, politica, culturale, ecc. – di chi controlla questa sfortunata provincia dell’Impero.

Andiamo con ordine, prendendo i titoli dal giornale che pretende di essere ancora “il salotto buono della borghesia italiana”.

Il quale, fin da ieri mattina, ci invita a spargere lacrime simpatetiche con “il povero” Luciano Benetton, che si è accorto solo ora – 89enne, al momento di ritirarsi in dolce attesa – che il suo gruppo ha registrato perdite choc: «In pochi mesi da 13 a 100 milioni, ora il rosso sarà di 230».

Il tutto preceduto da una addolorata intervista in cui Benetton viene presentato quasi come un vecchio pensionato raggirate da fanciulle disinvolte – «Sono stato tradito» La denuncia: le verità dei bilanci nascoste dai manager – con toccante foto in prima pagina mentre raggiunge forse la sua solita panchina ai giardinetti.

È appena il caso di ricordare che l’ex “re del maglioncino” è stato a capo di un piccolo impero economico multinazionale, “a gestione familiare”, che ha responsabilità dirette nella repressione dei Mapuche in Patagonia, nel crollo del Ponte Morandi a Genova per risparmiare sulla manutenzione (43 morti), accarezzando nel frattempo anche qualche giovane virgulto “democratico” in vena di arrampicate...

Il “povero pensionato” accusa naturalmente l’ultimo amministratore delegato da lui stesso scelto con toni entusiatici, e ora se la vedranno con gli avvocati in tribunale.

Secondo capitolo. “Morto nel suv con la fascetta al collo. Giallo sul marito di Francesca Donato”. L’eurodeputata un tempo leghista, quando ci istruiva in ogni talk show circa le virtù salvifiche del neoliberismo condito con privatizzazioni e taglio delle tasse a ricchi ed imprese, nonché del complottismo novax, ha immediatamente sentenziato “Me l’hanno ucciso”.

E noi stavolta – l’unica – le crediamo. Angelo Onorato, imprenditore ed ex candidato alle regionali con la DC di Totò Cuffaro (formazione cui è approdata anche l’eurodeputata) è stato infatti trovato morto strangolato alle tre del pomeriggio dentro la sua auto, sulla parallela dell’autostrada per l’aeroporto di Palermo.

Modalità e luogo dell’omicidio lasciano un portone spalancato a ogni ipotesi che riporti alla mafia (anche se i media sono molto cauti in merito, in queste prime ore).

Ma la cronaca nera politico-imprenditoriale ci continua a sottoporre i tormenti del “povero Giovanni Toti”, tuttora presidente della Regione Liguria nonostante sia agli arresti domiciliari, descritto con umana compassione dal Corrierone: Toti, la vita ai domiciliari: l’ansia nella casa di Ameglia con la moglie convalescente e il cane Arold.

Le accuse di corruzione, le intercettazioni, i soldi di Spinelli... Tutto nelle righe dell’articolo, ma è il titolo che deve restare nella testa dei lettori, no?

Ci sarebbe da fare qualche domanda anche sulla morte del rettore dell’università Cattolica di Milano, suicida (ma non viene quasi mai ricordato, tanto meno nei titoli) e senza alcuna spiegazione apparente. Riserbo massimo, nessuna ipotesi, parce sepulto

Si potrebbe andare avanti a lungo, ma ci sembra più interessante l’unica notizia di critica sociale verso uno degli esponenti peggiori di questa classe dirigente. A Marina di Pietrasanta, titola sempre il Corsera, Irruzione degli attivisti al Twiga, ombrelloni piantati fra le tende dei vip: «La spiaggia è di tutti».

Ma chi sono questi attivisti? Di chi è il Twiga?

Bisogna andare a spiluccare nelle pagine interne... e allora si viene a sapere che i primi fanno parte del coordinamento ‘Mare Libero’, che dal 2019 si batte contro la privatizzazione delle spiagge e per “restituire il mare alla collettività”. Hanno montato ombrelloni e sdraio, steso gli asciugamani tra i lettini dello stabilimento, solitamente meta di vip, calciatori e politici. E lì sono rimasti, tra le proteste di alcuni clienti che hanno rivendicato la “proprietà privata” della spiaggia.

Mal gliene è incolto, però, visto che come spiegano i ragazzi “Piantiamo i nostri ombrelloni in questa spiaggia tornata libera perché le concessioni sono tutte scadute il 31 dicembre 2023. Lo ha deciso il Consiglio di Stato in attesa, come stabilito anche dall’Unione Europea, delle gare”.

Quanto ai proprietari del Twiga, beh, sono storicamente gli stranoti Flavio Briatore e Daniela Santanché, ora ministro del turismo. Che è poi la ragione per cui ha venduto le sue quote al socio, anche se un’inchiesta de Il Domani ha verificato che continua a incassare profitti dal Twiga tramite una società creata ad hoc, la Ldd Sas, ditta creata ad aprile 2023 e controllata al 90% da Immobiliare Dani, a sua volta al 95% di Daniela Santanché.

Scatole cinesi, azzeccagarbugli da commercialisti, rapporto osè – mortiferi – con la grande criminalità organizzata, truffe pure e semplici, amministratori pubblici a busta paga...

In mano a questi stanno le nostre vite. È proprio il caso di scendere in piazza a migliaia subito, già sabato prossimo a Roma...

Fonte

02/09/2022

Morto Gorbačëv: gli imprenditori russi ringraziano le sue riforme

Continuano le reazioni in Russia alla morte di Mikhail Gorbačëv. Tra i più noti storici di sinistra o nazionalisti, Evgenyj Spitsyn qualifica l’ex primo e ultimo Presidente dell’URSS come «figura storica, ma in negativo», osservando che «molte generazioni dell’ex Unione Sovietica continueranno a lungo a maledire il suo nome», per la distruzione del paese, per i milioni di morti che le sue e le successive “riforme” eltsiniane hanno causato ai popoli sovietici.

A parere di Spitsyn, Mikhail Sergeevič, agli inizi della perestrojka, sotto l’influenza decisiva della consorte, Rajsa Maksimovna, era probabilmente spinto da «cattivi propositi»; più tardi, però, consapevole che se si fosse «fermato sarebbe stato arrestato e condannato, passò all’attacco», semplicemente «per sottrarsi al giudizio». Vorrà pur dire qualcosa, osserva Spitsyn, se i leader di tutti i «paesi oggi in guerra con noi ne danno una valutazione positiva»!

Tra maggio e luglio, ricordano molti osservatori, sono morti almeno quattro dei peggiori “becchini” dell’URSS: gli ex Presidenti bielorusso e ucraino, Stanislav Šuškevič e Leonid Kravčuk a maggio, Gennadij Burbulis (tra i principali complici di Boris Eltsin) a giugno, Vadim Bakatin (ultimo Ministro degli interni dell’URSS nel 1990 e primo Direttore dell’ex KGB eltsiniano nel 1991) a luglio. E ora Mikhail Gorbačëv.

Con la loro morte, conclude Evgenyj Spitsyn, si chiude un’intera epoca storica, anche se la loro influenza non finisce qui e si farà sentire ancora a lungo.

Tra gli storici di orientamento più nazionalista, Andrej Fursov non risparmia i titoli di “traditore” e “giuda” all’indirizzo di Gorbačëv, ma ritiene che la sua morte non rappresenti la fine di un’epoca: la chiusura di un’epoca è costituita dall’Operazione speciale russa in Ucraina; è comunque simbolico che Gorbačëv sia morto proprio ora, dice Fursov.

Pareri in linea con gli orientamenti politico-editoriali che lo contraddistinguono sin dalla sua fondazione – per l’appunto, in epoca gorbačëviana – sono quelli proposti ai lettori dal quotidiano Kommersant, che ha raccolto le opinioni di alcuni prenditori russi, non di primo piano, sul ruolo dell’ultimo presidente dell’URSS, chiedendo loro «per che cosa direbbero grazie a Gorbačëv».

Al di là di alcuni scontati panegirici (tralasciamo di proposito varie lodi cantate all’uomo della “perestrojka”, solo per incensare proprie personali “virtù imprenditoriali” all’alba del nuovo mondo) e frasi a effetto, pare curioso come diversi attuali biznesmeny russi parlino dell’epoca “buia” precedente la “perestrojka” come vissuta in prima linea con sofferenze e privazioni, quando erano poco più che fanciulli di prima elementare. Tant’è.

Boris Titov, attuale responsabile per i diritti degli imprenditori presso il Presidente russo, inizia dicendo che «Tutti noi discendiamo da “Il cappotto” gogoliano, dicevano di sé i letterati russi. E noi, in quanto biznesmeny, discendiamo dal sistema gorbačëviano delle cooperative». È sufficiente ricordare come, infatti, negli anni 1986-’87 e dopo, le prime iniziative private (bar, ristoranti, istituti d’istruzione, piccole imprese, ecc.) portassero la denominazione di cooperative.

Non è con «Gorbačëv che si sono formate le basi degli attuali rapporti d’affari; però, proprio lui gettò nel terreno quel seme di libertà che poi è maturato... la nuova Russia democratica è stata creata grazie a lui», afferma Titov.

Senza tornare a scomodare le ben conosciute “riforme” khruščëviane, che dettero uno dei primi duri colpi all’agricoltura collettiva sovietica, basti ricordare la cosiddetta “riforma Liberman-Kosygin” avviata a metà anni ’60, per avere un’idea anche solo approssimativa di quelle «basi degli attuali rapporti d’affari».

Anastasija Tatulova, fondatrice e direttrice generale della rete di ristorazione “Anderson”, dice grazie a Gorbačëv perché a 19 anni è «diventata imprenditrice... Solo con lui, l’imprenditorialità è diventata possibile in Russia: il biznes ha cessato di ricadere sotto l’articolo del codice penale sull’attività imprenditoriale privata... Grazie per aver riconosciuto gli errori, per aver ammesso Katyn’, aver restituito la Germania ai tedeschi...». Amen.

Ecco però che Igor’ Rybakov, imprenditore e creatore del Fondo Rybakov non ha alcuna intenzione di ringraziare Gorby; molti altri, dice, «dovrebbero però essergli grati. Il governo cinese, ad esempio, che, mettendo a profitto i suggerimenti su come distruggere un grande paese, ha indirizzato il proprio sviluppo in una diversa direzione. E, ovviamente, gli USA, a cui l’eliminazione dell’Unione Sovietica dall’arena geopolitica sarebbe costata cifre immense».

Viktor Semenov, presidente dei revisori del gruppo “Belaja Dača” ricorda l’incontro con Gorbačëv per discutere la rinascita del sovkhoz in cui era cresciuto lo stesso Mikhail Sergeevič: «Ho avuto l’impressione di una persona buona, onesta, aperta, ma estremamente incompetente, anche in affari così elementari. Le sue proposte erano più simili alla carità... Devo riconoscere che diede ascolto alle mie critiche e mutò subito opinione... disse di presentare un piano... ma dopo un mese o due l’intera questione fu dimenticata».

Indicativa la parabola (ascendente o discendente: questione di punti di vista) di Vladimir Ščerbakov, nel 1988-’90 Ministro del lavoro dell’URSS; nel ’90-’91 Primo ministro dell’URSS e poi fondatore dell’impresa “Avtotor”: «Ho lavorato sei anni sotto il comando di Mikhail Sergeevič e gli sono grato per il suo spirito, il desiderio di fare tutto nel miglior modo possibile... mancava però di qualità manageriali, quali definizione concreta degli obiettivi, intransigenza nella loro attuazione, rigidità nel prendere decisioni e sanzioni per il mancato adempimento. Pensava che fosse sufficiente porre un problema e le persone avrebbero discusso e deciso dove ci si dovesse dirigere e in che modo. A ciò sono in gran parte legati i fallimenti della perestrojka, soprattutto in campo economico... noi stessi abbiamo distrutto l’economia centralizzata invece di modernizzarla. Demmo libertà alla persona, alle cooperative, alle imprese, senza creare efficaci leve di influenza su di loro».

Kirill Babaev, vice presidente di “Alfa-grupp”, direttore dell’Istituto Cina e Asia contemporanea dell’Accademia delle scienze: «Mikhail Sergeevič ha permesso a quei talenti imprenditoriali, che da sempre vivono nel popolo russo, di venire allo scoperto. Questo è il suo più grande merito. Il russo è per natura pieno d’iniziativa... Dopo 70 anni di sonno, queste capacità hanno potuto rivelarsi proprio grazie a Gorbačëv. È stato lui a gettare le basi per lo spirito imprenditoriale che ha permesso alla Russia di portare le aziende a livello mondiale». Avanti, per lo zar e per l’eterno spirito russo calpestato dai biechi bolscevichi!

Maksim Artsinovič, proprietario della gioielleria Maximiliann London e del Maximilian Art Foundation (Gran Bretagna), ringrazia il defunto idolo dell’Occidente «per le cooperative! Probabilmente, tutti i cooperatori sono diventati milionari e miliardari (i sopravvissuti degli anni ’90, che non sono morti di alcol o di droga, o ammazzati). Per me, scolaro, il 1985 è stata una boccata d’aria fresca con le parole “perestrojka” e “glasnost”. Dopo la stagnazione brežneviana, sono apparse più libertà e speranze.

Ma poi nel 1991 il crollo dell’URSS sembrò una tragedia! Sentivamo con ogni fibra della nostra anima che qualcosa di storicamente sbagliato stava accadendo e ci attendeva qualcosa di terribile e sconosciuto! Sperimentammo il crollo dell’URSS sulla nostra famiglia, sulla nostra pelle. Siamo profughi da Grozny... siamo sopravvissuti e abbiamo cominciato a vivere con dignità. Penso che se Mikhail Sergeevič non avesse piazzato questa bomba per la rovina dell’URSS, molte tragedie attuali si sarebbero potute evitare e, probabilmente, ora non ci sarebbe l’operazione speciale»
.

A questo punto, chi scrive si concede una breve nota personale. A differenza di altri compagni, con qualche anno di più sulle spalle e memori di quanto accaduto con Nikita Khruščëv, il sottoscritto, forse influenzato (non è una giustificazione: è una constatazione) dall’euforia dei moscoviti nella seconda metà degli anni ’80, all’inizio cadde nell’abbaglio della “perestrojka”.

Il crinale 1990-inizi ’91 ebbe però effetto: il fermo di tantissime imprese, impossibilitate a produrre per mancanza di forniture da altre imprese, impegnate in affari propri e, insieme, la “noncuranza” dei vertici politici per un tale stato di cose, convinsero moltissimi del vicolo cieco imboccato. La celebrata “venerazione” dei moscoviti per il “populismo” di Boris Eltsin finiva nel water e Mikhail Sergeevič con Rajsa Maksimovna bussavano alla porta del cesso.

La “libertà” dal Piano, iniziata più di vent’anni prima, dava gli ultimi e decisivi frutti.

Fonte

24/08/2020

Il capitale mangia se stesso e noi


Se non fosse, allo stesso tempo, una drammatica esibizione di violenza e impotenza imprenditoriale, ci sarebbe quasi da ridere...

Prendiamo ad esempio l’intervista fatta dall’agenzia Agi al consigliere nazionale di Unimpresa Giovanni Assi.

“Il mantenimento dei livelli occupazionali non può e non deve ottenersi per pochi mesi con le tasche degli imprenditori, ma deve essere la naturale conseguenza di misure durature nel tempo che permettano di pianificare e programmare le attività delle imprese, anche perché i divieti non potranno durare all’infinito e allo scadere degli stessi il risultato è già calcolato in una riduzione degli occupati stimata nella misura tra il 5% ed il 7%”.

Sorvoliamo per il momento sull’affermazione per cui “il mantenimento dei livelli occupazioni non può e non deve ottenersi per pochi mesi con le tasche degli imprenditori” (il blocco dei licenziamenti è finanziato con soldi pubblici) e badiamo al sodo: la riduzione degli occupati alla fine del periodo eccezionale di cassa integrazione, ecc. in autunno o al massimo a fine anno, sarà “nella misura tra il 5% ed il 7%”.

A fine 2019, secondo l’Istat, gli occupati erano 23,4 milioni circa. Sottraendo i poco più di 3 milioni di dipendenti pubblici (comprensivi di polizie, esercito, ecc.) avevamo grosso modo circa 20 milioni di lavoratori dipendenti (anche camuffati sotto varie forme di “collaborazione”) con qualsiasi tipologia di contratto.

La perdita certa stimata viaggia dunque tra 1 milione e 1,4 milioni di posti di lavoro.

Confindustria e le imprese vorrebbero procedere subito a questa falcidie (che per il momento, ricordiamo, non pesa sui loro bilanci), perché vorrebbero “cogliere l’occasione” per liberarsi di dipendenti con buoni salari e sostituirli con precari pagati con briciole.

Dire le cosa come stanno, però, è impopolare e potrebbe aumentare il tasso di antipatia sociale delle imprese. Dunque, si parla d’altro: “il pasticcio [creato dal governo Conte, ndr] prevede diverse ipotesi in cui le aziende dovranno identificarsi: da una parte il divieto di licenziamento sarà legato all’utilizzo della Cig d’emergenza, per tutte e 18 le nuove settimane, dall’altro, in alternativa, il divieto sarà legato dell’esonero contributivo [...] che può durare fino a 4 mesi, allungando, così, per molte imprese il divieto di licenziamento, tra metà novembre e fine anno: condizionare la facoltà di licenziamento non solo alla integrale fruizione degli ammortizzatori Covid [...] ma anche, seppur in via alternativa, alla fruizione di questo esonero, risulta una scelta non condivisibile, posto che le due fattispecie non sono minimamente equiparabili, stante la circostanza che la fruizione di questo esonero contributivo è incerta, perché sottoposta al vaglio della Commissione Europea”.

Sfondare le porte aperte è un trucco abituale, in questo mondo. E sicuramente il governo in carica, di pasticci, ne ha combinati a vagonate. Il problema della disoccupazione futura di massa, però, eccede largamente l’incompetenza di questo o quel ministro come la capacità di questo o quell’imprenditore.

Proprio stamattina, in proposito, abbiamo pubblicato un articolo di Kartana che “dà i numeri” a livello continentale. Insomma, coinvolgendo governi molto più “vicini” al cuore dell’imprenditore medio e considerati – nella pubblicistica mainstream – assai più capaci di quello in carica qui.

Sarebbe però fuorviante seguire ancora la lamentela corporativa di un “sindacalista delle piccole imprese”, perché chiaramente le tendenza macro sono troppo oltre i suoi interessi e dunque la sua ampiezza di “visione”.

La situazione in cui la società occidentale si è venuta a trovare – non “a causa” del Covid-19, ma in contemporanea con la pandemia – è sfortunatamente molto più grave. Il lamento del signor Assi, perciò, coglie solo alcuni aspetti parziali del problema e ammette – involontariamente – che non è vero che solo le imprese creano lavoro.

Il “settore privato”, avendo come unico parametro il “profitto di impresa”, crea posti di lavoro quando servono al profitto individuale di una singola impresa e li distrugge (licenziando) quando non servono più.

Gli esseri umani, invece, notoriamente esistono e vivono prima di essere assunti da un’impresa e vorrebbero vivere anche dopo esser stati licenziati. L’imprenditore singolo, come sappiamo tutti, afferma che questo non è affar suo. Ma vorrebbe anche che non fosse affare del “pubblico”, o dello Stato. Perché questa attenzione alla vita della popolazione che non viene impiegata (o sfruttata) dall’impresa privata fa salire il debito pubblico e, in una situazione di crisi, sottrae risorse che “dovrebbero” invece essere destinate soltanto all’impresa privata. Almeno secondo la visione di Confindustria in versione Carlo Bonomi...

Non è difficile capire quale sorte attende quei milioni di persone che non trovano lavoro da un “privato” né dal “pubblico” e che vedono sparire anche i modestissimi supporti ancora esistenti come welfare in Italia e in Europa...

Abbiamo provato a delineare le caratteristiche strutturali della “trappola” in cui si è da tempo infilata l’economia capitalistica in versione neoliberista, o ordoliberista (il modello tedesco-europeo), negli ultimi decenni. Chiacchierare di “soluzioni” senza tener ben presente quel quadro è come discutere di calcio al bar...

Ai tanti signor Assi – e ai governi di tutto l’Occidente – bisogna infatti segnalare che la crisi del loro sistema economico è un tantino più grave di quel che hanno fin qui capito. E che le “soluzioni” richiedono uno sforzo superiore al gridare “tutti i soldi a me!”.

In questi giorni vanno messe assieme alcune informazioni supplementari:

– la Bce vede nero ed è pronta a varare nuovi stimoli monetari entro la fine dell’anno se non si dovessero registrare “chiari segnali di una forte ripresa”;

– la stessa Bce ha infatti visto che “la ripresa c’è, ma è più fragile del previsto” e molto più bassa del desiderato;

– sui mercati ritorna infatti la pura visto che la pandemia cresce nel mondo e anche lì dove sembrava ridotta (come in Italia).

In un clima del genere “creare occupazione” è l’ultimo degli obbiettivi per le imprese.

Ma anche per la banche centrali. Dunque anche per gli Stati.

La banche centrali, infatti, sono pronte a immettere altra liquidità nel sistema finanziario, acquistando titoli pubblici e privati di ogni genere. Ma questo significa una sola cosa: ricostituire gli arsenali finanziari con cui “i mercati” condizionano le politiche degli Stati.

In pratica, le banche centrali – e soprattutto la Bce, giusto un po’ meno la Federal Reserve e la Banca d’Inghilterra, che ora finanzia monetariamente la spesa pubblica di Londra, almeno in parte – sono diventate una “lavanderia” in cui si riciclano e rigenerano i capitali.

Gli Stati, invece, privati di questa loro storica capacità, sono obbligati a indebitarsi ulteriormente con investitori professionali privati. Come ha spiegato anche Mario Draghi, se questo debito va a premiare le aziende, “è buono”, se invece va a sostenere la domanda interna (sotto qualsiasi forma di sussidio alle persone) “è cattivo”.

Siccome quel debito fatto dal “pubblico” va in ogni caso restituito, e con gli interessi, ecco che quella trappola scatta e macina economia reale (industrie, commercio, Stati, persone, ecc.) per nutrire i “mercati finanziari”, nel frattempo “rinforzati” o mantenuti in vita dalle iniezioni di liquidità create dalle banche centrali stampando moneta.

È difficile, o sbagliato, cercare facili analogie tra questa crisi sistemica e quella del 1929. Allora, infatti, “l’industria finanziaria” si era in parte autonomizzata rispetto all’economia reale, ma funzionava prevalentemente su base nazionale (con proiezioni imperialistiche riconoscibili facilmente, perché chiamavano in causa, e in prima fila, gli Stati).

Oggi invece non ha confini insuperabili, usa gli Stati e contemporaneamente li svuota, ma soprattutto sopravvive a spese dell’economia reale.

Il capitale è diventato autofago, ma non dite ai nostri “imprenditori” che il nemico marcia alla loro testa...

Fonte

07/08/2020

I primi criminali del Paese? Gli imprenditori, naturalmente...

Se in un Paese qualsiasi si registrasse un tasso di criminalità, in certi settori, vicino al 75% dei protagonisti, non ci sarebbero molti dubbi sul che fare: a) rafforzare i controlli di legge e la quantità di “forze dell’ordine” dedicate alla repressione di quei reati; b) fare tabula rasa di quel settore, modificando radicalmente la legislazione in modo da inasprire al massimo le sanzioni possibili e la stessa “legittimità” di quelle attività.

In Italia, naturalmente, si fa il contrario. E si smantella lentamente il sistema dei controlli, si allentano i vincoli di legge su richiesta degli stessi criminali, che alzano la voce e pretendono che il governo esegua i loro ordini.

Non siamo impazziti, né convertiti alla religione “legge e ordine”. Però i dati resi noti dal Rapporto annuale dell’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl, Rapporto-annuale-2019-attivita-di-vigilanza-INL) non lasciano spazio per considerazioni “garantiste” nei confronti della “classe imprenditoriale”.

Dall’attività di vigilanza condotta nel 2019 su un campione limitato, ma significativo, di imprese, vien fuori che nel 68% dei casi le aziende compiono varie irregolarità in materia di lavoro (rispetto dei contratti, assunzioni “in nero”, ecc.), l’81% fa altrettanto in materia previdenziale (versamento dei contributi Inps, ecc.), e infine l’89% evade in tutto o in parte gli obblighi assicurativi.

Il rapporto non esamina, per competenza istituzionale, il rispetto delle norme in materia di sicurezza sul lavoro (comprese le misure anti-Covid-19), altrimenti avremmo un quadro criminale fin troppo crudo.

Ma la realtà è questa: la quasi totalità delle imprese è fuorilegge. E dire che la legislazione italiana è già di manica particolarmente larga, con l’impresa privata. Dunque, anche quel poco, o pochissimo, di “regole” che per decenza o minima necessità vitale viene imposto, è allegramente evaso da pressoché tutti gli “imprenditori”.

Si farebbe prima a premiare quei pochi che rispettano legge e regolamenti...


La prima tabella che abbiamo incontrato riguarda il monitoraggio complessivo effettuato dall’Inl, da cui emerge già chiaramente come – su poco più di 100mila aziende controllate – siano stati trovati oltre 90.000 dipendenti in posizione “irregolare” e più di 32.000 totalmente “in nero”.


Peggio ancora sul terreno previdenziale, dove con poco più di 16mila imprese controllate son saltati fuori oltre 212mila lavoratori “mal-trattati” e altri 4.800 “in nero” (con più di 1 miliardo di evasione a danno dell’Inps e altri istituti!).

Del tutto fuori controlla la situazione assicurativa, dove 9 aziende su 10 sono “irregolari”.

Da lì vien fuori facilmente la seconda tabella, che riporta il “tasso di criminalità” riscontrato.

A fronte a queste evidenze, abbiamo un comportamento suicida da parte dello Stato. Nel giro di soli tre anni, infatti, il personale dedicato alla “repressione della criminalità aziendale” è calato del 14,5%. Si vede che l’ordine è “non disturbarle”, sia mai detto che si arrabbino...


Possiamo anche smetterla di prenderla a ridere. In questo paese – e in tutto l’Occidente capitalistico, magari non con queste percentuali – gli imprenditori pretendono di non rispettare alcuna regola. Vogliono agguantare il massimo del profitto e sono disposti a tutto per ottenerlo. Quando pretendono “legge e ordine”, come fanno spesso, aggiungono silenziosamente un “noi esclusi”. Sono i poveracci a dover essere controllati e repressi, imprigionati e/o multati, mica loro...

Vien da pensare alle dichiarazioni quotidiane, prontamente riprese da editoriali “preoccupati”, a proposito del “pre-giudizio ideologico sulle attività imprenditoriali” che sopravviverebbe nel nostro Paese. Alla luce di questi dati, semmai, si dovrebbe parlare di post-giudizio, per nulla “ideologico” e ampiamente fondato su fatti concreti e dati ufficiali.

Ridicolo poi dover ascoltare, o addirittura credere, alle geremiadi sulla “rivoluzione green”, sulla “lotta al cambiamento climatico” o la “transizione ecologica”, per non dire del “rispetto dei diritti umani”, ecc.

Vi sembra possibile che questa “classe dirigente” abituata a grattare profitti col dito sulla bilancia e violando ogni regola o legge, anche la meno “impegnativa”, possa fare anche solo un passo in quella direzione? Ahahahahaha...

Fonte

04/07/2020

Pubblico batte privato. È ora di cambiare “sistema”

Il “senso comune” che attraversa questo Paese da tempi immemorabili è fatto di piccoli pilastri che pretendono di essere verità inconfutabili, autentiche “tavole della legge”. Anche se la realtà empirica che vorrebbero descrivere ci mostra costantemente il contrario.

Possiamo prendere le parole quotidianamente sparate dal presidente di Confindustria o dall’ultimo fantaccino di redazione di qualsiasi giornalone mainstream, non fa molta differenza. Si tratta sempre di frasette fatte, affermazioni “autoevidenti”, senza mai uno straccio di argomentazione e men che mai dimostrazione.

“Solo le imprese creano lavoro” è forse la più frequente. Così come “la produttività del lavoro italiano è troppo bassa”, o anche “il privato è più efficiente del pubblico”. Per non dire dell’eterno “le tasse sono troppe e troppo alte”, che giustificherebbero così l’immensa evasione fiscale che solo le imprese o comunque i possidenti possono permettersi (impossibile non pagare le tasse con la sola busta paga...).

Esiste naturalmente una letteratura economica, e di storia economica, che dimostra il contrario, per ognuna di queste affermazioni e anche tutte insieme. Ma chi ha più tempo, pazienza e cultura – oggi – per leggere libri? Basta un titolo di giornale o una dichiarazione di Bonomi o Sallusti in televisione, no?

Per fortuna arrivano, di tanto in tanto, quasi per distrazione dell’occhiuto caporedattore, anche articoli seri che inquadrano realisticamente il problema della smandrappata struttura industriale italiana, riconducendone la responsabilità a chi l’ha voluta in questo modo: gli imprenditori italiani.

Potete leggere qui di seguito l’onesta ricostruzione fatta da Mauro Del Corno e pubblicata su Il Fatto Quotidiano (non solo procure e manette, per una volta), che mette in fila numeri e fatti, smontando così senza fatica la vera e propria ideologia neoliberista all’italiana.

Che potremmo anche definire un castello di cazzate costruito per nascondere la semplice verità: siamo “comandati” da gentucola avida e incompetente nel proprio lavoro (“fare impresa”), abile solo nell’escogitare, imporre, sfruttare piccolissimi “vantaggi competitivi” che, a lungo andare, stanno facendo del nostro Paese una new entry nel “Secondo mondo”, ma sulla strada che porta nel Terzo.

Non vogliamo però qui sciorinare la consueta giaculatoria contro i “prenditori” di casa nostra. La crisi che si è aperta richiede qualcosa di molto più alto della sola denuncia, così come la conflittualità sociale – minima, puntuale, episodica, ma esistente – può individuare qualche soluzione solo se riesce a sollevarsi al di sopra della sola logica rivendicativa, che pure è la molla necessaria (si parte sempre dai “bisogni”, ma è ora di sapere dove si vuole andare).

Ormai è chiaro che almeno tre pilastri della narrazione neoliberista non stanno più in piedi. Non sono gli unici, ma sono quelli indispensabili per cominciare a disegnare una visione concretamente alternativa a livello si sistema.

Non una ”utopia”, che entusiasma la mente ma resta per definizione irraggiungibile. Cambiare il mondo significa infatti partire da questo mondo, da quello che c’è, per rovesciarne logica, architettura, finalità, princìpi regolatori, interessi sociali dominanti.

Per questo prendiamo in esame per ora questi tre pilastri e rimandiamo ad altra occasione (o altro media) una riflessione organica.

Primo. Non è vero che “solo le imprese creano lavoro”. Da anni lo stanno distruggendo e si apprestano a fare molto di peggio.

Secondo. Non è vero che saranno le imprese a guidare la transizione ecologica e le tecnologie green. Basta leggere il “decreto semplificazione”, fortemente voluto da Confindustria, che tra l’altro prevede l’abolizione di fatto della valutazione di impatto ambientale, per capire che la difesa dell’ambiente è l’ultima delle loro preoccupazioni.

Terzo. Non è vero, o non lo è più da tempo, che lo sviluppo dell’impresa privata si traduce in un miglioramento delle condizioni di vita di tutti. Potremmo dirla anche in un altro modo: il modo di produzione capitalistico ha esaurito la sua forza progressiva.

Per quanto riguarda l’Italia, in particolare, la certificazione arriva direttamente dall’Istat – dati di ieri – che descrive come “l’ascensore sociale” abbia smesso di star fermo. Solo che ora porta soltanto in basso, verso il peggioramento della condizione sociale.

Nella crisi specificamente italiana, nello sfarinarsi continuo della struttura produttiva, la prima – e sacrosanta – idea che viene alla mente è la nazionalizzazione delle imprese strategiche e comunque di tutte quelle che rischiano la chiusura nonostante i loro prodotti “abbiano ancora un mercato”.

C’è un problema di tenuta dell’occupazione, ovviamente; ma c’è anche la necessità di mantenere/sviluppare una struttura produttiva tale da garantire la riproduzione di ricchezza che va distribuita in modo radicalmente diverso. La “ricchezza” non è infatti una torta di dimensioni date da spartire secondo equità una volta per tutte, ma un meccanismo riproduttivo che deve garantire il benessere comune e di tutti (sono due cose molto diverse, notoriamente).

L’obiezione conservatrice – ma anche di alcuni “rivoluzionari astratti” – alla prospettiva della nazionalizzione delle imprese di un certo livello è che questo Stato – quello italiano del 2020 – è ben poco adeguato per questa funzione.

È vero. Non c’è più nemmeno in circolazione quella schiera spesso impresentabile dei “boiardi dell’Iri”, né tantomeno l’Iri. C’è insomma il problema serio di “rifare anche lo Stato”, visto che quello esistente è inservibile...

Del resto, è proprio così che l’hanno voluto trasformare le classi dirigenti: un “Stato minimo”, (quasi) fuori dalla produzione, attivo solo nel creare “condizioni attrattive per gli investimenti”, con il welfare in via demolizione, istruzione e università (pubbliche) alla canna del gas, e tanta polizia per mantenere basso il livello del conflitto sociale.

Però è un passaggio che non si può saltare con la pura “immaginazione desiderante” (definizione anni ‘70, ma rende l’idea ancora adesso), perché un sistema economico ed industriale (nazionale e interrelato con il resto dell’area e con il mondo) richiede necessariamente pianificazione e programmazione (e relative “competenze”), oltre a strutture amministrative, capacità ingegneristiche complesse, all’altezza delle tecnologie del presente e del prossimo futuro.

Nulla, insomma, che possa essere disegnato con le sole “spinte dal basso”, che veicolano giustamente esigenze e bisogni, ma richiedono risposte “non banali”. Ossia scientifiche. La grande industria, le infrastrutture energetiche, le comunicazioni, ecc, sfuggono alla percezione “naturalistica” dei singoli, che pure pretendono (giustamente) che aprendo il rubinetto esca l’acqua, che i termosifoni riscaldino la casa, ecc.

Affrontare una crisi sistemica come questa richiede uno sforzo enorme intanto sul piano intellettuale, rompendo con le tristi e inconcludenti abitudini della cosiddetta “sinistra radicale” degli ultimi 30 anni.

Ma anche con la coazione a ripetere che si è imposta, giocoforza, nelle non grandissime forze “anticapitaliste” esistenti. Pensare all’autunno – o comunque al prossimo futuro – “con la testa voltata all’indietro”, è una sciocchezza che non possiamo permetterci.

Non si tratta nemmeno di “sommare sigle”, politiche e/o sindacali, che nel loro insieme non darebbero un risultato degno di nota o all’altezza dei problemi.

Si tratta di intercettare il malessere del “blocco sociale popolare” costruendo il percorso e le strutture, ma soprattutto elaborando la “visione” e i progetti di trasformazione che permettono di realizzare la soddisfazione di quei bisogni.

C’è un mondo in crisi da cambiare. Non è più tempo dei giochi da cortile.

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Stato imprenditore, dal nanismo industriale alle privatizzazioni flop: perché in Italia i grandi gruppi ad alto valore aggiunto tecnologico sono (quasi) tutti in mano pubblica

Cinque delle prime dieci società italiane per valore di borsa sono partecipate pubbliche. E solo il pubblico sembra disporre delle risorse – e della volontà di usarle – per sostenere un salto di scala. Negli ultimi 30 anni, il Paese si è tagliato fuori da chimica fine, farmaceutica, computer, apparati avanzati di tlc, micromeccanica, concentrandosi invece sui campi meno avanzati, abbandonati dai partner Ue. Così non resta che competere sul prezzo e si comprimono gli stipendi

Mauro Del Corno – * Il Fatto Quotidiano

Confindustria insorge contro la prospettiva dello Stato azionista. Aiuti sì ma controllo in azienda no. Eppure la storia del Paese dimostra che, senza il pubblico, l’industria italiana è incapace di pensare in grande e di superare certi limiti.

Basta guardare alcune cifre per rendersene conto. Cinque delle prime dieci società italiane per valore di borsa sono partecipate dallo Stato. In linea di massima sono anche le aziende con i fatturati più alti, il maggior numero di dipendenti e i più corposi investimenti in ricerca.

Se dalla decina si escludono banche ed assicurazioni, le partecipate pubbliche sono cinque su sette.

In Spagna nella stessa condizione c’è solo un’azienda: Aena che gestisce aeroporti. In Francia, dove pure lo Stato è molto attivo, solo tre, inclusa una mini partecipazione dello 0,4% nel colosso del lusso LVMH.

Le prime 10 società italiane valgono tutte assieme 260 miliardi di euro. Le top ten spagnole 400 miliardi, quelle francesi 900 miliardi. È vero che la relazione tra imprese italiane e mercato azionario è sempre stata tiepida, ma questo è sia sintomo sia causa della vocazione al nanismo di molta nostra industria. Tolte Fca e Ferrari, a Piazza Affari i grandi gruppi con produzione ad alto valore aggiunto tecnologico sono tutti in ampia parte posseduti e gestiti dallo Stato. Da Eni a Leonardo (ex Finmeccanica), passando per Fincantieri, Saipem, Stm o Snam.

Fca, che pure di sostegno pubblico in varia forma nella sua storia ne ha ricevuto molto, si appresta a diventare mezza francese, dopo aver già spostato la sua sede fiscale in Gran Bretagna e quella legale in Olanda. E in Francia sta migrando anche Luxottica, dopo la fusione con Essilor. Pirelli è stata venduta ai cinesi. Molte dinastie imprenditoriali italiane hanno insomma scelto di “uscire dall’inferno della produzione per entrare nel paradiso della rendita”, per riprendere le parole dell’economista e storico dell’economia Marcello De Cecco.

Sono numeri e fatti su cui bisognerebbe riflettere quando, a prescindere, si addita come un pericolo l’ingresso dello Stato nelle grandi aziende in quanto portatore di cattiva gestione e sprechi. In Italia sembra semmai vero l’opposto e solo il pubblico sembra disporre di risorse, e soprattutto avere e avere avuto la capacità di usarle, per sostenere un salto di scala. L’industria privata italiana si è invece dimostrata poco desiderosa e capace di dar vita a gruppi con dimensioni internazionali, o anche solo di conservarli. Neppure quando vengono regalati o quasi.

Non si rammenta una grande privatizzazione culminata in un successo. Telecom è stata prima spolpata e poi ridotta ad un operatore poco più che nazionale, su Autostrade ed Ilva non è il caso di tornare. Affidata ai privati Alitalia ha proseguito esattamente sulla stessa rotta infelice.

In tempi meno recenti le generosissime ricchezze distribuite ai privati quando si decise di nazionalizzare la rete elettrica (altro che esproprio...) non furono reinvestite ma volarono in larga parte all’estero. Alfa Romeo, regalata alla Fiat mentre Ford era disposta a pagare, è oggi un marchio dai volumi minuscoli, che vende un decimo di Audi. Fiat fu anche protagonista della scalata, e successiva messa in vendita a pezzi, di Montedison, una delle poche aziende di stazza globale nel settore chimico e farmaceutico. Sparita.

Così, negli ultimi 30 anni, il paese si è tagliato fuori da chimica fine, farmaceutica, computer, apparati avanzati di tlc, micromeccanica, software ed altri settori ad altro valore aggiunto tecnologico, concentrandosi invece sui campi meno avanzati, abbandonati dagli altri paesi europei.

Se qualcosa sopravvive è nelle partecipate pubbliche tanto che sempre De Cecco ebbe a scrivere, già una ventina di anni fa: “È certamente impossibile postulare una superiorità del sistema italiano delle grandi imprese sul suo omologo pubblico”.

Non che nel paese manchino o siano mai mancate capacità e tradizioni imprenditoriali. Secoli di storia e commerci non si cancellano, come dimostra la battaglia, quasi stoica, delle piccole e medie imprese sui mercati internazionali. Ma anche qui l’assenza di pesi massimi si fa sentire.

Il mito dell’Italia esportatrice va un po’ ridimensionato. L’export vale tanto in valore assoluto, circa 400 miliardi di euro l’anno, ma poco rispetto alle dimensioni della nostra economia: intorno al 30% del Pil, uno dei valori più bassi d’ Europa.

L’elevata tassazione è più una foglia di fico. Non è così diversa da quella di molti altri paesi europei. Anzi, come fotografato dal centro studi Mediobanca, per le grandi imprese spesso è più bassa.

Si ripete da anni come il male che affligge e corrode l’economia italiana sia la bassa produttività. Ossia la differenza tra il valore di quanto viene prodotto e quanto viene speso per produrlo. Ma questo non accade perché gli italiani lavorano meno dei francesi o dei tedeschi, anzi il monte ore passato in fabbrica o in ufficio è maggiore. Né, tanto meno, perché guadagnano di più.

Accade perché lavorano spesso con strumentazioni meno avanzate e/o in settori in cui il valore dei prodotti realizzati è relativamente modesto. Del resto, ormai da decenni, gli investimenti in ricerca e sviluppo dell’industria privata italiana languono intorno allo 0,5% del nostro Prodotto interno lordo. In Francia o Germania sono ben più del doppio. Altra conseguenza della vocazione al nanismo.

Come spiega lo storico dell’Economia Giuseppe Berta “nella storia italiana lo Stato ha avuto la funzione di creare l’architettura di sostegno alla grande impresa e di svolgere una funzione di traino tecnologico. Nel momento in cui lo Stato ha iniziato a disimpegnarsi, questo sostegno è venuto meno e le conseguenze sono evidenti. Non esiste più il vertice della piramide industriale, mentre sono aumentante le aziende di dimensioni medie, e si è abbassata l’intensità tecnologica delle produzioni”.

È vero che in passato il contesto normativo italiano non era particolarmente favorevole all’incremento dimensionale delle aziende, fa notare Berta, ma è altrettanto vero che le aziende che hanno raggiunto una dimensione significativa hanno quasi sempre fatto leva su una qualche forma di sostegno pubblico.

Ma se il contenuto tecnologico dei prodotti non è elevato, come si compete?

Sul prezzo. E non potendo più contare sulla svalutazione della moneta, i risparmi si traducono in buona misura sulla compressione degli stipendi.

Vizio antico, peraltro. Nel 1950 Leon Dayton, capo della missione statunitense in Italia per il piano Marshall, che di questi tempi va di moda rievocare, sollevò un caso diplomatico esprimendo forti critiche verso le imprese italiane che “facevano profitti a spese di lavoratori sottopagati”.

Lo stesso boom economico deve molto a due fattori, da un lato l’immigrazione interna che forniva eserciti di manodopera a bassissimo costo, dall’altro il fisiologico “aggancio” alle più avanzate economie limitrofe.

Lo storico Guido Crainz nel suo “Il Paese mancato” identifica uno dei fattori essenziali del boom italiano nell’“utilizzo selvaggio di mano d’opera a basso costo che abbandona la campagna”. Fuori da una certa retorica il percorso dell’impresa privata italiana dal dopoguerra ad oggi è fitto di ombre oltre che di qualche luce.

Pubblico non è necessariamente meglio, ma è davvero difficile affermare che sia peggio.

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14/05/2020

Lo scudo di Confindustria e la salute dei lavoratori

Dopo le continue pressioni per le riaperture immediate delle fabbriche, gli industriali italiani se la prendono ora con la norma che include il contagio da Coronavirus sul posto di lavoro come fattispecie soggetta alla tutela prevista dalle norme antinfortunistiche dell’Inail, l’Istituto Nazionale infortuni sul lavoro. L’articolo 42 del decreto Cura Italia, al comma 2, prevede infatti che se un lavoratore viene contagiato dal Coronavirus, in analogia con tutte le situazioni epidemiche, il caso sarà iscritto nel registro dell’Inail come infortunio sul lavoro. Chi risulta positivo al contagio, pertanto, ha accesso a tutte le tutele del caso. L’assenza dal lavoro per quarantena o isolamento domiciliare – e l’assenza successiva, dovuta all’eventuale prolungamento della malattia – viene considerata come periodo di inabilità temporanea assoluta, indennizzato dall’Inail.

Questa norma ha avuto e ha validità non solo per il personale medico e infermieristico, senza dubbio il più esposto, ma anche per tutte le attività che comportano il costante contatto con il pubblico, come nel caso di farmacisti, cassieri o camerieri. In questa fattispecie, la norma non prevede la necessità di accertamenti medici, presumendo a priori che il contagio sia avvenuto sul luogo di lavoro. Tale norma vale inoltre anche per tutti i lavoratori che non svolgono attività a contatto con il pubblico, ma in questo caso la situazione viene sottoposta all’ordinario iter di accertamento medico-legale a carico dell’Inail, per verificare che l’esposizione al virus sia effettivamente avvenuta durante lo svolgimento dell’attività lavorativa.

Per i familiari dei lavoratori deceduti a causa del Coronavirus contratto sul lavoro, l’Inail prevede il versamento della rendita, dell’assegno funerario e dell’una tantum in carico al “fondo gravi vittime infortuni sul lavoro”. Quest’ultima prestazione spetta anche ai familiari dei lavoratori deceduti per infortunio sul lavoro non assicurati presso l’Inail, come ad esempio i medici non iscritti all’Inail, i militari, i vigili del fuoco, le forze di polizia e i liberi professionisti.

Naturalmente, come per tutti gli infortuni sul lavoro, esiste una responsabilità giuridica del datore di lavoro, il quale a priori è tenuto a rispettare tutte le norme legate alla sicurezza, che nel caso della pandemia da Covid-19 consistono nell’assunzione di tutte le precauzioni previste per legge (obbligo di uso di mascherina, guanti, distanziamento interpersonale). Il lavoratore contagiato può quindi rivalersi, tramite l’Inail, sul datore di lavoro qualora, naturalmente, quest’ultimo non abbia rispettato la normativa vigente.

La norma configura dunque uno strumento giuslavoristico ordinario che garantisce civiltà e che – come ricorda il direttore generale dell’INAIL – risulterebbe persino ovvia, secondo una prassi consolidata da cento anni per cui il contagio da epidemia sul luogo di lavoro rientra nella casistica dell’infortunio.

È evidente che la dimostrazione dell’avvenuto contagio sul luogo di lavoro può non risultare semplice e ciò può dare luogo a contenziosi complessi. Ciò tuttavia non toglie che la norma sia una sacrosanta applicazione del principio di responsabilità a tutela dei lavoratori, tanto più in un contesto in cui la prosecuzione dell’attività in piena pandemia ha rappresentato, nei due mesi di chiusura del paese, un rischio con forti ripercussioni sociali, assunto da parte degli imprenditori che hanno continuato a produrre. Un imprenditore che ha rispettato e rispetta scrupolosamente le norme, del resto, non ha nulla da temere.

Ebbene, di fronte a questa sacrosanta norma si assiste da diverse settimane alla levata di scudi degli industriali italiani. Tra le più recenti esternazioni al riguardo, quella di Giuseppe Pasini, presidente del gruppo Feralpi e produttore di acciaio, che ha affermato pochi giorni fa che la norma sarebbe gravissima e dettata da un sentimento anti-impresa, reclamando di fatto la rimozione completa della tutela Inail in caso di contagio da Coronavirus. Pasini non è uno qualunque: ad oggi è il leader dell’Associazione Industriale Bresciana (AIB), ossia di un’associazione territoriale di categoria tra le più importanti, in una delle province italiane più colpite dal virus. Non a caso, è stato uno dei candidati nell’ultima corsa alla presidenza di Confindustria. Gli fanno eco altri imprenditori, così come consulenti d’impresa e consulenti del lavoro, che rilevano come i numerosi contenziosi legali che potrebbero aprirsi rappresenterebbero per le imprese un costo insostenibile in questa fase e che quindi occorre uno scudo penale che le protegga da questo rischio. Quanto meno, sostengono alcuni, uno scudo penale da applicare a quelle imprese che abbiano adottato a priori le norme di sicurezza previste.

Lo stesso direttore dell’Inail, fresco di rinnovo del mandato, prima difensore della norma contro le sparate di Pasini, su questa ipotesi meno drastica si è dichiarato sostanzialmente favorevole, affermando che “non sembra una scelta irragionevole”. Ma perché accanirsi così tanto su una simile norma? Più che il timore di contenziosi o di oggettive complicazioni legate alla fase probatoria (dove si raccolgono le prove necessarie ad accertare l’origine del contagio e l’eventuale colpevolezza del datore di lavoro) è ragionevole pensare che la più grande paura dei padroni di fabbriche e fabbrichette nasca piuttosto dalla coscienza sporca da parte di molti per non aver attuato affatto tutte quelle misure di sicurezza previste dai decreti governativi.

Nei mesi di marzo e aprile del resto si sono moltiplicate le azioni di protesta, gli scioperi e le richieste da parte dei delegati sindacali di rispetto di norme che venivano candidamente eluse da parte di numerose imprese per poter continuare a produrre e macinare profitti senza intralci. Ora, a danni fatti, con ben 37.000 contagiati sui luoghi di lavoro (dati Inail aggiornati al 4 maggio) si invoca lo scudo penale, dando grottesca rappresentazione ad un indegno insulto rivolto a tutti coloro che per continuare a lavorare si sono ammalati e in alcuni casi hanno perso la vita.

Dopo i danni inflitti dall’austerità alla sanità pubblica e lo sfruttamento sistematico del lavoro nei campi del settore agricolo, ecco l’ennesimo risvolto che la crisi mette in piena luce: la sempre verde ostilità degli imprenditori alle spese per la sicurezza sul lavoro, che si manifesta in tempi ordinari, così come in situazioni emergenziali. Per l’ennesima volta dall’inizio della pandemia, padroni e padroncini dimostrano nitidamente che quando la salute dei propri dipendenti è incompatibile coi profitti dell’azienda sono disposti a sacrificarla, senza pensarci due volte.

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12/05/2020

Quei nazisti scervellati di Confindustria

Per una volta prendiamo un lancio d’agenzia – dall’Agi – che per quanto ben fatto omette molte considerazioni che potrebbero gettare luce sulla situazione dell’economia. Italiana, in questo caso, anche se ovviamente legata alla situazione mondiale.

La prima considerazione – omessa – è che la gravità del crollo della produzione (del Pil sbrigativamente) è in proporzione inversa all’efficacia del contrasto all’epidemia. Più errori sono stati fatti, insomma, più si paga.

E di errori ne sono stati fatti molti. Tutti per una sola ragione: sostenere il Pil e impedirne una caduta eccessiva.

Un paradosso? No, è la normalità, quando metti davanti l’interesse privato e sullo sfondo quello collettivo. “La madre di tutti gli errori” è stata messa in campo l’8 marzo, quando – invece di blindare alcune zone limitate delle aree industriali (a cominciare dalla Val Seriana, oggi primatista mondiale di contagiati e morti rispetto alla popolazione), dichiarandole “zona rossa” – si è fatto l’esatto opposto.

Si è infatti tolta la blindatura ai paesi di primo contagio (Codogno, Lodi, Casalpusterlengo, ecc.) e si è dichiarata “zona arancione” tutta la Lombardia e altre 14 province. Ma “zona arancione” non significa un tubo, nel contrasto a un virus. Perché non c’è alcun blocco della circolazione all’interno dell’area e nemmeno tra questa e il resto del Paese.

Al massimo, arriverà la multa a chi dovesse essere fermato fuori da quella zona. E infatti migliaia di residenti in Lombardia, quella notte sono “fuggiti” verso il Sud, in treno o in auto.

L’abbiamo scritto subito: in quel modo si permetteva al virus di girare liberamente. E il risultato sarebbe stato un crollo molto più accentuato del Pil. Virologi di grande esperienza, come il prof. Massimo Galli dell’ospedale Sacco di Milano, si sgolarono inutilmente contro quella decisione.

L’agenzia Agi, oggi, ci dice che “La produzione industriale italiana è in picchiata e peggiorerà ancora ad aprile: gli effetti sul Pil 2020 saranno devastanti, anche se si può immaginare un rimbalzo. In questo quadro è indispensabile che lo Stato italiano sostenga la domanda, che registra un inevitabile crollo, dal momento che i consumatori subiscono il taglio dei redditi o in ogni caso sono frenati nei consumi dalla mancanza di fiducia. Questa l’analisi di economisti e centri studi”.

Si potrebbe dire, più precisamente, che stando chiusi in casa i consumi si riducono per condizione oggettiva. Perché oltre ad alimentari e farmaci, prodotti per la casa e poco altro, davvero non c’è bisogno di molto. Basta guardare i consumi di carburante – e dunque le vendite di auto, le riparazioni, ecc. – per avere un’idea di un “crollo dei consumi” dovuto non tanto alla psicologica “sfiducia” quanto alla concretissima “inutilità”.

Ma andiamo avanti...

“La perdita attesa nel II trimestre del 2020 è pari al 28% e l’impatto sul Pil della sola caduta della manifattura sarà nell’ordine del 5%, cui andranno sommate le contrazioni di altri settori come quello delle costruzioni e, in particolare, dei servizi. Il rimbalzo nei mesi successivi sarà “molto deciso”, pari all’84% a maggio e al 20,6% a giugno, ma “recupererà solo parzialmente le perdite subite“.

È matematico. Ma anche fisico. La “riapertura” non può essere un immediato ritorno alla “normalità”, e non solo perché il virus è ancora felicemente qui tra noi, pronto a ricominciare a far strage.

Molta gente non ha una lira da spendere, parecchie imprese non riapriranno, o quantomeno non con la stessa quantità di personale; il turismo e tutto il suo sterminato indotto resterà fermo a lungo, e comunque non riprenderà fiato se non molto dopo la sconfitta dell’epidemia a livello planetario (mica si crederà davvero che si possano sostituire i 50 milioni di visitatori annui con il solo turismo interno, no?).

E tutto perché i pezzi forti di Confindustria, soprattutto i para-nazisti di Assolombarda (quelli che hanno imposto anche il nuovo presidente di Confindustria, Carlo Bonomi) sono riusciti a “convincere” il governicchio in carica a non bloccare nulla. Almeno fino a quando non è stato obbligatorio far chiudere la gente in casa in tutta Italia, ma non i lavoratori che dovevano far marciare comunque il Pil della grandi e piccole imprese del nord.

Se la Lombardia paga prezzo con il 50% dei morti italiani, lo deve esclusivamente al proprio ceto “imprenditoriale”, che aveva oltretutto già provveduto a smantellare la sanità pubblica, come si è visto nei momenti topici, con le terapie intensive costrette a scegliere chi provare a salvare e chi no.

Adesso quella “furbata” – strattonare il governo e continuare a cercare di produrre anche nel pieno dell’inferno – si rivela una boiata pazzesca, un suicidio (solo economico) anche per chi l’ha pretesa con toni sbrigativi, minacciosi, “dirigenziali”.

Gli stessi toni usati ora per chiedere che i (non molti) soldi da distribuire per rimettere in moto l’economia vadano... soltanto alle imprese, che “sanno cosa fare”, perché “i posti di lavoro li creano le imprese” e altre stronzate piccole e grandi che ci appestano la vita da decenni.

Neanche davanti al disastro da loro creato riescono a trovare l’attimo per tirare il fiato, riflettere e finalmente tacere.

Anzi, pretendo una dose maggiore della stessa droga che ci ha portato tutti a questo punto. Noi più poveri e malmessi, loro come prima e forse anche meglio.

La genialità dei nostri “imprenditori” si vede anche da questo: nel momento in cui il commercio internazionale si è praticamente fermato, pretendono di comprimere ancora di più i salari e i redditi. Come se potessero davvero “vivere di esportazioni” (a chi? Ma sopratutto e quanto?), invece che cercare almeno respiro nella “domanda interna”.

Per la quale, però, serve che ci siano consumatori con qualche soldo in tasca...

Nazisti liberisti che si sono bevuti il cervello.

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21/04/2020

La scienza non piace più all’imprenditore. Chissà perché...

La pressione di Confindustria – anche tramite il “partito del Pil” (Lega-Pd-FI-FdI-+Europa e frattaglie varie – sta diventando inarrestabile. E gli scienziati vengono relegati nell’inferno dei “gufi” che “non capiscono” le necessità della produzione.

Ragioneremo preso su questo singolare punto d’arrivo della classe imprenditoriale moderna, che per tre secoli aveva fatto della scienza un’arma formidabile di trasformazione del vecchio mondo, contro ogni “veneranda idea” contraria a natura e verità. Ora, ma non da oggi, gli scienziati vanno bene solo se sono dei “tecnologi” in grado di indicare nuove merci o metodi di produzione. Ma se avvertono sui rischi della “logica di impresa” vanno silenziati.

È il destino di Cassandra, del resto, quello di vedere ciò che gli altri non possono vedere. Figuriamoci cosa accade quando, oltretutto, non si vuol vedere qualcosa che imporrebbe agli “imprenditori” di fare molti passi indietro e mettersi semmai a disposizione della collettività umana.

Vale per la pandemia e ancor di più per il cambiamento climatico.

A sorprendere, in realtà, non è tanto il discredito gettato sugli scienziati, ma la velocità con cui alcuni scienziati vengono destituiti del ruolo di salvatori della patria – assegnato loro a buon diritto nel momento del panico da pandemia – a quello di “fastidiose cassandre” che dovrebbero solo avere il buon gusto di tacere.

Il virologo Massimo Galli, responsabile del settore al policlinico Sacco di Milano, è tra questi.

In una intervista al Fatto Quotidiano prova a spiegare in termini comprensibili perché la “riapertura totale” è una follia. Peggio: un crimine perpetrato con premeditazione.

Qui la sintesi fattane dall’agenzia Agi. Illuminante...

“Qui stiamo parlando di riaprire il 4 maggio, una data a gravissimo rischio che lo diventa dieci volte di più se non mettiamo in campo misure su base aziendale. Il test nazionale ideato dal Governo non è utile per riaprire il 4 maggio”.

Secondo il sanitario “se lo scopo è mettere in condizione le imprese di ripartire“ ci sono almeno due problemi: il primo è che “non abbiamo un’organizzazione per fare a breve termine la veni-puntura a tutti i lavoratori”. Il secondo che “non abbiamo nessun test sierologico la cui positività garantisca l’assenza di virus nei secreti del malato”.

Dunque? “Quindi a tutti i positivi dovremmo fare il tampone”, è la risposta del professor Galli e pertanto “il prelievo in laboratorio allungherà i tempi rispetto al pungidito”.

Secondo Galli, infatti, “non si possono mettere in poche settimane milioni di italiani in fila per la puntura del braccio per poi portare il campione in laboratorio” mentre, semmai, a livello aziendale, “mi convince di più l’idea di fare lo screening con pungidito”.

Poi Galli chiosa: “Io ritengo si debbano usare più test: il kit rapido su larga scala e poi i tamponi e il prelievo venoso ai positivi al kit. Se devo abbattere un muro e non ho ancora il martello pneumatico comincio con il piccone, dopo avere accertato che abbia il manico e la punta, non aspetto il meglio che è nemico del bene”.

Conoscenza, logica, calcolo delle dimensioni e dei tempi per poter concretamente fare una serie di operazioni su grande scala.

Dovrebbe essere la lingua normale che gli imprenditori parlano, no?

E invece, quando si tratta di interesse individuale, e dunque arrivano a vedere nell’equazione il segno “profitto zero”, diventano in un attimo terrapiattisti e no vax...

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13/01/2020

Il presidente di Confindustria sull’orlo del fallimento

I padroni, si sa, sono sempre lì a dar lezione su come – secondo loro – dovrebbe essere governato il Paese, ridotta la spesa pubblica (aumentando però la parte che deve andare a “sostenere le imprese”), reso efficiente questo e quello.

L’ideologia, o il senso comune, degli ultimi decenni recita infatti “privato è meglio, il pubblico è solo sprechi e inefficienza”. Poi uno guarda le Autostrade privatizzate, che cadono fisicamente a pezzi (dal Ponte Morandi in poi, almeno, se ne dà notizia in attesa della prossima strage), e qualche dubbio comincia a venire anche ai più tonti.

Tra i padroni, i più severi di tutti sono da sempre i dirigenti di Confindustria (il “sindacato” degli imprenditori). I quali, per una sorta di proprietà transitiva, essendo i rappresentanti di più alto livello delle imprese, diventano automaticamente i veri “maghi dell’economia”, quelli che sanno come si fa e quindi hanno solo da insegnare a tutti. Ricordate le prime campagne elettorali di Berlusconi? Tutto il suo argomentare si reggeva sul fatto che “ho creato aziende, dunque...”.

Va da sé che il Presidente di Confindustria, sebbene carica elettiva temporanea, debba essere considerato il Migliore della categoria, o almeno uno dei più bravi (anche Gianni Agnelli fu tra loro...).

Errore.

Nelle pagine interne dei giornali, magari in “taglio basso” (a fondo pagina), fa capolino timidamente una notizia: il Presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, titolare della omonima Arti Grafiche Boccia, ha depositato in tribunale una domanda ex articolo 182 della legge fallimentare, «affinché possa essere concesso dal tribunale competente il divieto per i creditori di iniziare o proseguire azioni cautelari o esecutive e di acquisire titoli di prelazione non concordati».

Negli Stati Uniti si chiama Chapter 11, e significa “protezione dai creditori”. In pratica, non potendo pagare i fornitori e rimborsare i creditori, chiede tutela legale perché questi non possano rivalersi sugli asset aziendali, decretandone così la fine.

Nel 2017 l’azienda aveva accusato perdite per 3 milioni di euro, e girava voce che i suoi dipendenti vedessero lo stipendio sempre più di rado.

La richiesta al Tribunale è accompagnata da un nuovo piano industriale: «un piano di rilancio che prevede nuovi investimenti pari a 10 milioni di euro nei prossimi 18 mesi, che si aggiungono ai 40 milioni già investiti negli ultimi 15 anni, oltre a un aumento di capitale già realizzato pari a 1,3 milioni con annessa ristrutturazione del debito».

La parolina magica è proprio alla fine (“ristrutturazione del debito”), che quando viene evocata per i conti pubblici equivale a dichiarazione di bancarotta (il debito “ristrutturato” è quello che, in parte o in toto, non viene restituito ai creditori).

Le difficoltà aziendali sono comprensibili (la crisi globale non è mai stata superata da 12 anni a questa parte, e il mondo della stampa-grafica-editoria l’ha subita più seriamente di altri settori), e nessuno pretende di insegnare come si fa l’imprenditore.

Però, per simmetria, ci si aspetterebbe che il quasi fallimento come imprenditore inducesse “l’amministratore delegato” in crisi a un profilo più basso, modesto, defilato, sul fronte pubblico.

E invece no. Boccia, come presidente di Confindustria, continua a pontificare come se non ne avesse mai sbagliata una, da imprenditore.

Viene nostalgia dei tempi in cui far parte della borghesia era una cosa seria, esisteva la “legge sui falliti” per cui uno che faceva bancarotta non poteva più fare l’imprenditore, ma solo il lavoratore dipendente (se trovava qualcuno disposto ad assumerlo...). Una forma di “selezione dentro la classe dirigente” mirante a “migliorare la qualità”, a “premiare il merito” e bastonare il demerito.

Ma manco la borghesia è più quella di una volta...

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18/12/2019

Due “prenditori” nei guai. La normalità del “crime capitalism”

A Pavia la Guardia di Finanza ha posto sotto sequestro “liquidità e 120 immobili tra appartamenti di pregio finemente arredati, un villaggio turistico sul Lago di Garda, autorimesse e terreni in Valle d’Aosta, Piemonte, riviera ligure di Levante e nelle province di Milano, Brescia e Lodi, per un valore complessivo di circa 17 milioni di euro”, riconducibili al “re della logistica della città del libro di Stradella” (Pavia), il 63enne imprenditore pregiudicato Giancarlo Bolondi. A riferirlo è la Guardia di Finanza spiegando che nei confronti dell’uomo, arrestato nel luglio 2018 insieme con altre 11 persone, i militari hanno eseguito una misura di prevenzione emessa dal tribunale di Milano.

Secondo l’accusa, il 63enne “gestiva un importante polo logistico attraverso una fitta rete di società cooperative a lui riconducibili utilizzando metodi che gli consentivano, da un lato, di offrire ai propri committenti prezzi ben al di sotto di quelli di mercato e, dall’altro, di frodare il fisco”. Per questo, quando fu arrestato gli vennero contestati i reati di “associazione a delinquere finalizzata all’intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro (il cosiddetto caporalato) oltre che di frode fiscale per decine di milioni di euro”.

Nelle oltre 100 pagine del decreto emesso dai magistrati di Milano viene spiegato che all’indagine di Pavia è collegata l’amministrazione giudiziaria che venne disposta a maggio per Ceva Logistic Italia srl, ramo della multinazionale leader nel settore della logistica. Un commissariamento per “sfruttamento di manodopera”, ossia sempre per un caso di caporalato, il primo che si era concluso con una misura di questo genere da parte dell’autorità giudiziaria. Il caso era stato denunciato dall’Usb impegnata in una durissima vertenza tra i lavoratori della logistica.

La Ceva, a Stradella, nel Pavese, ha una sorta di hub logistico per la distribuzione di materiale editoriale che, chiariscono i giudici, era proprio “una delle clienti del ‘sistema Bolondi’” e impiegava proprio nell’hub “manodopera fornita dalla Premium Net”. Nell’hub lavoravano 70 dipendenti italiani, tutti della zona. Ma per ottenere il loro posto di lavoro, avevano dovuto firmare il contratto-capestro proposto da Byway Jpb Consulting srl, una agenzia interinale con sede a Bucarest. Ragione per cui lavoravano in Italia ma con un contratto rumeno. Erano quindi pagati in leu per un totale di 300 euro al mese, senza contributi.

“Le indagini avevano successivamente indotto il tribunale di Milano ad applicare, uno tra i pochi casi in Italia, la misura temporanea di prevenzione dell’Amministrazione giudiziaria (tuttora in atto e prevista dall’art. 34-bis del Codice antimafia) alla società italiana di logistica facente parte di un importante gruppo multinazionale operante nel settore, principale committente delle aziende di cui l’imprenditore era l’amministratore di fatto”.

A Reggio Calabria invece la Guardia di Finanza ha sequestrato beni per un valore complessivo di circa 400 milioni di euro riconducibili all’imprenditore di gioco d’azzardo e scommesse on line Antonio Ricci, 43 anni, ritenuto collegato alla ‘ndrangheta. Si tratta di quella crime economy che da tempo andiamo denunciando sul nostro giornale.

La figura di Ricci era emersa nell’ambito dell’operazione “Galassia” del 2018. Le indagini della GdF avevano accertato l’esistenza di varie associazioni a delinquere attive nel settore della raccolta del gioco e delle scommesse con i marchi “Planetwin365”, “Betaland” e “Enjoybet” che, in rapporto con la ‘ndrangheta, nelle sue articolazioni territoriali, da un lato le consentivano di infiltrarsi nella propria rete commerciale e di riciclare imponenti proventi illeciti, dall’altro traevano esse stesse significativo supporto per l’ampliamento dei propri affari e per la distribuzione capillare del proprio marchio sul territorio.

Secondo gli inquirenti Ricci, per commettere vari delitti connessi alla raccolta fisica delle scommesse senza la prevista concessione rilasciata dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, utilizzava siti on line “.com” completamente illegali, nascondendo la raccolta illecita di scommesse dietro il fittizio schermo giuridico costituito da Centri Trasmissioni Dati e Punti Vendita Ricariche. Attività illecite che venivano perpetrate tramite la società “G.N. Ltd” e, successivamente, la “O. S. Ltd”, entrambe strumentalmente con sede a Malta ma, di fatto, attive in Italia attraverso una stabile organizzazione costituita dai punti “commerciali” distribuiti in Italia.

Ricci, destinatario di una misura cautelare della custodia in carcere, si era reso irreperibile venendo successivamente rintracciato dalle forze dell’ordine a Malta, dove poi era stato arrestato dalla polizia maltese in collaborazione con il Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia del Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, e successivamente rimesso in libertà dall’autorità giudiziaria di La Valletta.

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05/10/2019

Atlantia-Benetton in stile “Padrino”: ricatto su Alitalia

Ci capita spesso di scrivere che i cosiddetti “imprenditori” italiani fanno schifo, o addirittura che sono dei criminali ben vestiti. Gente che succhia valore da lavoratori e risparmiatori, e che per farlo meglio ha distrutto – e sta ancora distruggendo – la capacità industriale del paese.

E, altrettanto spesso, qualche “moderato” ci consiglia di non esagerare. Poi arriva una conferma come questa e ci sembra di esserci andati persino troppo leggeri.

La holding della famiglia Benetton, Atlantia, ancora concessionaria di Autostrade per l’Italia (che gestisce la maggior parte della rete autostradale de paese) nonostante la strage di Ponte Morandi, a Genova, ha scritto una lettera al ministro dello sviluppo economico, il grillino Stefano Patuanelli.

Si volevano forse scusare per la tirchieria con cui gestiscono la manutenzione della rete autostradale (oltre Ponte Morandi sono decine i viadotti considerati “a rischio”)? Ma quando mai...

Il presidente Fabio Cerchiai e il direttore generale Giancarlo Guenzi hanno messo nero su bianco il più classico dei ricatti in stile banditi da strada: “Il permanere di una situazione di incertezza in merito ad Autostrade per l’Italia o ancor più l’avvio di un provvedimento di caducazione (revoca della concessione, ndr), non ci consentirebbero, per senso di responsabilità riconducibile sia alle risorse finanziarie necessarie che alla tutela degli interessi dei nostri circa 40 mila azionisti italiani ed esteri, dei circa 31 mila dipendenti del gruppo e di tutti gli stakeholders, di impegnarsi in un’operazione onerosa di complessa gestione ed elevato rischio“.

Traduzione quasi inutile: se non cancellate qualsiasi proposito di ritiro della concessione noi non entreremo nel già traballante “cartello” messo in piedi per il salvataggio di Alitalia.

I capitalisti, come sapete, ci stanno parecchio antipatici. Ma un capitalista vero entra o non entra in un consorzio di controllo di una società industriale – Alitalia, in questo caso – in base a un business plan che definisce possibilità di profitto, rischi, previsioni di crescita, ecc.

Nulla di tutto questo: Atlantia fa i soldi soltanto con la concessione autostradale (che dipende dallo Stato italiano, ancora proprietario della rete ma non più gestore, perché “la politica” ha sempre saputo come far guadagnare “gli amici” facendoci rimettere all’interesse pubblico...) ed era disposta a far parte del cartello su Alitalia solo per restituire un favore e tenersi la gallina dalle uova d’oro (stai al casello a riscuotere pedaggi sempre più cari e risparmi sulla manutenzione).

Questo non è business capitalistico, sono gli “affari” della famiglia Corleone (nel “Padrino”)!

Uno Stato minimamente serio avrebbe non solo ritirato la concessione il giorno dopo il crollo del Ponte Morandi, ma avrebbe denunciato tutti i consigli di amministrazione della varie “scatole” della holding dei Benetton. Non c’è infatti alcun bisogno di attendere “l’operato della magistratura” per capire che quella società non è in grado di occuparsi di un’attività così rilevante per l’economia, la libera circolazione e la sicurezza fisica dei cittadini.

Invece non solo non l’ha fatto (grazie ai più importanti “difensori politici” dei Benetton, ossia la Lega – che era al governo – e il Pd), ma ha pensato bene addirittura di coinvolgere Atlantia in un’operazione bislacca che riguarda un altro importante asset del paese.

Alitalia ha alle spalle una lunga storia di criminali messi alla sua testa per distruggerla. Faceva parte degli accordi a contorno del trattato di Maastricht, nel 1992, secondo i quali avrebbero dovuto restare in Europa soltanto tre vettori aerei: Air France, British Airways e ovviamente Lufthansa. Per la compagnia di bandiera – allora in attivo! – il destino previsto era: riduzione delle tratte coperte (per non fare concorrenza alle tre “prescelte”), conseguente riduzione delle entrate, crisi aziendale, licenziamenti e infine passaggio sotto il controllo di Air France, insieme all’olandese Klm. Una distruzione voluta e programmata, con il coro entusiasta dei pennivendoli di regime.

Il percorso fu interrotto da Berlusconi, in pieno trip elettorale, che si inventò la privatizzazione e la svendita a una cordata di “capitani coraggiosi” (dai Colaninno alla Marcegaglia) assolutamente a digiuno di trasporto aereo, che accettavano di partecipare – anche loro! – in cambio di un “occhio di riguardo” in sede di appalti, privatizzazioni, forniture, ecc.

Seguirono altre crisi, passaggio faticoso alla araba Etihad, scelte industriali demenziali (il “corto raggio” era stato nel frattempo occupato dalle compagnie low cost, sovvenzionate da consorzi locali pubblico-privato), nuovi fallimenti e licenziamenti.

Se non si vuole perdere una compagnia di bandiera messa su con i soldi pubblici non restava che ri-nazionalizzare la società, con in testa un piano industriale vero, coerente con le dinamiche attuali del trasporto aereo (la redditività si fa soprattutto con il “lungo raggio”, ossia i voli intercontinentali) e dunque con il superamento definitivo di una crisi creata ad arte.

In ogni caso, anche volendo fare un pasticcio industriale “all’italiana”, sarebbe stato necessario cautelarsi nella scelta dei “soci”. Insomma, niente speculatori alle spalle dello Stato. E invece...

E invece rieccoli qui a ricattare un branco di “politici” equamente divisi tra venduti, inetti ed incapaci.

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09/09/2019

Le privatizzazioni in Italia. Il buio oltre la siepe

Quotidiano “la Repubblica”, inserto Affari&Finanza, 5 agosto 2019, un lunedì. L’approfondimento firmato da Luca Pagni spiega come tra le prima quaranta aziende quotate presso la Borsa di Milano (listino Ftse Mib, quello più rilevante) un buon 40%, a livello di valore della capitalizzazione, appartenga a società a controllo pubblico, cioè con il socio di maggioranza rappresentato dal Ministero del Tesoro o da qualche ente locale. Molte di queste, peraltro, sono attive in un settore oggettivamente strategico: quello dell’energia.

“Bene!”, dovrebbe essere portato a pensare un sincero riformista, valutando la notizia come una sorta di boccata di ossigeno rispetto all’economia neoliberista, sempre più agonizzante: in fin dei conti si parla di società pubbliche, “quasi-pubbliche”, “un po’ – pubbliche” (senza esagerare, però: l’Enel, che ovviamente è tra le maggiori, ha visto scendere la quota in mano al pubblico addirittura sotto la soglia del trenta per cento). Si parla anche, però, di economia finanziarizzata, sostanzialmente scollegata dai reali processi economici, così da esorcizzare non solo lo spettro dello Stato monopolista (neanche – anzi: meno che mai! – in settori fondamentali per la vita collettiva), ma anche il ben meno “spettrale” ricordo delle vecchie Partecipazioni statali, su cui la Prima Repubblica aveva edificato la sua fortuna, per poi vergognarsene imbarazzata.

E invece no! Perché il tono di tutto l’articolo (a cui “la Repubblica” attribuisce una certa importanza, dedicandogli le prime tre pagine dell’inserto) va nella direzione opposta: l’ineffabile Luca Pagni, infatti, inizia scrivendo che “A guardare i nomi e i numeri della Borsa italiana si potrebbe dire che nulla è cambiato da vent’anni a questa parte. E che le liberalizzazioni in Italia non ci siano mai state”. Attenzione, però: si scrive ‘liberalizzazioni’, ma si deve leggere ‘privatizzazioni’, perché il vero rammarico del giornalista economico consiste nel fatto che lo Stato ancora controlli (con armi spesso spuntate, tra l’altro) aziende redditizie, i cui profitti, quindi, ancora non possono ingrossare il patrimonio della grande borghesia italiana (sempre che ancora esista) oppure i conti delle multinazionali. Questo fatto è considerato, dal nostro prode riformista, inaccettabile: “un’anomalia molto italiana” (commento peraltro falso), e va evidentemente sanato. A partire proprio da quel settore, l’energetico, considerato il più profittevole, negli anni a venire (sarà forse un caso l’improvviso investimento mediatico nell’ecologismo compatibile?!), e quindi molto appetitoso agli occhi degli industriali, che parlano di investimenti, ma sognano di continuare nel consueto ruolo di succhioni di rendite varie.

Scarso risalto viene peraltro attribuito a un altro dato, prodotto dall’Ufficio studi di Mediobanca e ricavato dai bilanci dei primi 42 grandi gruppi industriali italiani (da cui, in aggiunta, la notizia per la quale in Italia abbiamo quarantadue “grandi gruppi industriali”!): le migliori performance economiche (anzi, ‘finanziarie’, perché in fondo di questo si parla) attribuite al settore pubblico italiano, rispetto all’omologo privato, si sono accentuate con la crisi economica e hanno investito tutti i settori, tanto che, per continuare con la già menzionata classifica, Piazza Affari ha premiato Enel e Poste, mentre ha sgridato Intesa San Paolo, nonostante si tratti di un’azienda come è noto ben acquartierata nella politica italiana, a tutti i livelli. Un lettore razionale, o forse solo ingenuo, sarebbe portato a desumere che una sorta di placebo per la crisi economica (un palliativo, certo, ma quantomeno qualcosa che ti faccia stare un po’ meglio) è rappresentato dall’investimento pubblico, invece che dalla svendita in favore dei privati, ma i commentatori del “partito De Benedetti” suggeriscono, incredibilmente, esattamente il contrario: liberalizzare, privatizzare, vendere, meglio ancora svendere.

Non serve neanche ribadire, in questa sede, come il controllo delle principali aziende nazionali sia un dato tutto sommato secondario, se non incrociato con altri: anche solo rimanendo nel mondo della produzione e del lavoro basta citare la capacità produttiva del Paese e la dialettica tra capitale e lavoro nella distribuzione funzionale dal reddito nazionale. Da un lato, infatti, pare irreversibile la desertificazione industriale italiana (a meno di non voler credere che possa essere bellamente compensata da una start-up di hipster che apre a Porta Romana), dall’altro la diminuzione della quota del lavoro nella formazione del reddito, a vantaggio del capitale, costituisce ormai un trend costante a partire dagli anni Ottanta ed è associabile, anche cronologicamente, alla caduta dei redditi da lavoro. Non solo: da anni è in calo, tra l’altro, il costo totale del lavoro (cioè i salari e i contributi previdenziali versati dai padroni): l’Italia già partiva bassa, in questa classifica, perché le statistiche dell’ILO ricordano come nel 2013 solo la nostra economia e quella australiana non superavano il 55% di quota lavoro (in realtà c’era anche il Regno Unito, ma lì il dato è spurio, perché le statistiche inglesi e quelle statunitensi inseriscono nei redditi da lavoro anche i bonus attribuiti ai “top manager”), adesso è ulteriormente scivolata in basso. Fatto sta che Italia, Stati Uniti e Giappone sono i tre Paesi con la più forte perdita di reddito da lavoro: il Giappone sta cercando di invertire la rotta, gli Stati Uniti hanno fatto vincere Trump proprio sulla base di questa promessa, in Italia ci siamo affidati al reddito di cittadinanza...

Il dato complementare a quello precedente, cioè l’aumento della quota del capitale sul reddito nazionale, come è noto è in ascesa sin dalla crisi degli anni Settanta: qui l’Italia, che partiva da un valore molto alto, ha sofferto la congiuntura negativa del 2008 – dentro la crisi di sistema – quasi “giustificando” la fuga degli imprenditori privati: un meccanismo del genere è comune, ma di solito si rivela temporaneo perché in breve tempo il capitale recupera sempre la sua quota di partenza (era accaduto così anche con la crisi precedente, quella del 1992), anche perché il padronato coglie la palla al balzo per chiedere alla classe politica e prontamente ottenere ulteriori restringimenti ai diritti dei lavoratori, senza peraltro ripristinare la situazione precedente quando la produttività ricomincia a crescere. Infatti – questa è la lezione di Piketty (ma anche dei report dell’Ocse) – l’ultima crisi del 2008 è servita “solo” a sganciare definitivamente i salari dagli aumenti di produttività (anche nello specifico della caduta dei salari medi reali noi abbiamo la maglia nera, ma – grazie a Tsipras – la Grecia cerca di toglierci l’avvilente primato). Ciò è avvenuto, qui scivoliamo nell’ovvio, sia per i mutati rapporti di forza nel mondo della produzione, sia perché – duole dirlo – oggi il padronato può perfettamente sostituire il lavoro con il capitale, senza perdere alcunché in termini di rendimento (utilizzando un tecnicismo: elasticità di sostituzione tra capitale e lavoro superiore a 1). Detto da menti più sapienti della nostra: “Negli ottanta anni che separano le due crisi [quella del ’29 e l’odierna] c’è stata una crescita vertiginosa della composizione organica del capitale. Cioè la stessa unità di lavoro vivo (capitale variabile) oggi può essere utilizzata solo con una quantità di lavoro morto (capitale costante) immensamente più grande di quella necessaria negli anni ‘30” (Gianfranco Zoja e Franco Galloni, “Crisi, tendenza alla guerra e classe”).

Un onesto riformista – si perdoni l’ossimoro – consiglierebbe di agire su due livelli, per invertire la tendenza: sui redditi e sui salari. Nel primo caso le soluzioni – ripetiamo: tutte nell’alveo della presente forma di Stato – avrebbero la proposta di una progressività delle imposte, di un aumento delle tasse di successione, di controlli fiscali sulle imprese, dell’eliminazione di scappatoie e di sanatorie, di un’armonizzazione fiscale europea che eviti le fughe all’estero dei capitali (dove è l’Europa, quando serve?!!). Dal lato dei salari, il ragionamento è ancora più immediato, ma non può essere sganciato – neanche limitando la proposta a un quadro riformistico – dallo Stato “interventista” in economia e programmatore dei cicli di produzione.

Invece no! Invece fa ancora paura quello che viene definito “lo Stato padrone”! Ci viene in aiuto, in tal senso, Ferruccio de Bortoli, sull’inserto di Economia che è ideale alter-ego di quello de “la Repubblica”, cioè quello del “Corriere della Sera”. Lo scorso 8 luglio de Bortoli (anche qui ‘centro-sinistra puro’, evidentemente, come testimoniato dalla nota polemica contro Berlusconi) lancia l’allarme sull’invadenza dello Stato padrone, ricordando il pesante indebitamento che suggerì allo Stato di dismettere enti e istituti a partecipazione statale. Anche in questo caso, l’articolo si sviluppa secondo linee ben intuibili: da una parte l’accenno – neanche troppo convinto – a presunti vantaggi economici in favore dei cittadini italiani, derivanti dalle suddette dismissioni (“i contribuenti erano soci, a loro insaputa, delle finanziarie pubbliche ormai preda dei partiti”), dall’altro il vero obiettivo del messaggio, vale a dire incentivare nuove privatizzazioni, spiegando perché quelle precedenti si siano rivelate un vero flop. La spiegazione è presto fornita: “le vendite di società statali colsero in gran parte impreparati gli imprenditori privati”. Poverini, erano stati presi di sorpresa, erano distratti, non glielo avevano detto in anticipo. Altrimenti, sì che sarebbe stato un grande affare per tutti!! D’altronde, sembra di leggere tra le righe dell’ineffabile de Bortoli, gli enti statali impegnati in economia avevano funzionato finché c’erano stati illuminati manager – gli stessi che li avevano inventati – come Mattei, Sinigaglia, Reiss Romoli, Cova... Senza di loro, evidentemente, quegli enti erano solo un lusso per lo Stato e un favore ai partiti. Il capolavoro perfetto dello scriba de Bortoli consiste nell’unire la retorica contro gli sprechi – cioè il mantra attraverso il quale il neoliberismo cerca di rendere plausibile il taglio dei servizi pubblici – a quella contro l’istituto del partito politico, con l’obiettivo ultimo di espellere dalla mente dei cittadini l’immagine della politica come organizzazione, in favore – invece – delle preferenze accordate sulla base degli stati di animo, delle emozioni, delle paure, degli slanci umanitari. Per farsi dare manforte, de Bortoli chiama in soccorso Bernardo Bortolotti, economista di stanza a Torino, già fondatore del “Privatization Barometer” della Fondazione Mattei e adesso presidente dell’Osservatorio sui fondi sovrani della Bocconi: uno al di sopra delle parti, quindi...

A parte la faziosità degli economisti liberisti, è interessante l’opinione di Bortolotti sulla privatizzazione nel settore bancario: non tanto il più che scontato avviso per cui, grazie alla svendita del sistema creditizio pubblico “sono emersi due player internazionali, come Intesa Sanpaolo e Unicredit” (omettendo gli incalcolabili danni di essere diventato l’unico Paese al mondo impossibilitato a intervenire direttamente nel settore in questione), quanto l’interessante ammissione per cui “senza il capitalismo di Stato, cinese, asiatico e dei Paesi del Golfo, Wall Street non sarebbe stata salvata. (...) Senza quei 100 miliardi di equity dei fondi sovrani di Paesi non democratici, la Storia avrebbe avuto esiti differenti”. Ma pensa... si viene così a scoprire che un sistema economico così competitivo ed efficiente deve la sua sopravvivenza ai petrodollari (oltre alla già ben nota incidenza del portafoglio finanziario cinese).

Quale è, però, il problema che cruccia il nostro tandem (de Bortoli – Bortolotti)? Semplicemente, il fatto che gli Stati autocratici finanziatori non aprono ancora i loro mercati (che scemi, eh...), rendendoli liberi come quelli di cui hanno salvato le chiappe, almeno per il momento. L’assenza di concorrenza – con un riferimento anche ai dazi di Trump, per completezza – inquieta i liberisti di casa nostra, anche perché – ammettono a denti stretti – “dove lo Stato resta azionista decide anche con poco (esempio Renault nel fallito per ora approccio di Fca)”. Ecco il punto centrale: dal momento che noi abbiamo fatto la cazzata di perdere qualsiasi peso nei mercati mondiali, dovremmo sperare che anche gli altri Stati facciano lo stesso, così non ci sarà più uno stupido, ma saremo tutti stupidi... Emerge, quindi, una realtà che, pragmaticamente andrebbe descritta come segue: il nostro Paese ha una classe politica che neanche si può dire cerchi di implementare un modello economico, per quanto mefitico (il liberismo esasperato e lo Stato “leggero”), ma che pretenderebbe, nonostante recenti scelte clamorosamente sbagliate, di ritagliarsi ancora il proprio spazio al tavolo dell’imperialismo economico.

Oltre al rapporto “orizzontale” – con gli altri governi – c’è però anche quello “verticale”, funzionale al consenso per far passare le peggio porcate che hanno caratterizzato l’ultimo quarto di secolo dell’economia pubblica italiana. Qui si gioca il ruolo di analisti, opinionisti, giornalisti, blogger, la cui ultima frontiera consiste nel continuare a negare l’opportunità che lo Stato intervenga in aiuto delle aziende in perdita, ammettendo al massimo, nei suoi confronti, il compito di “investitore di ultima istanza in attività strategiche per il futuro del Pese” pur non avendo più – sarebbe il caso di ricordare – le strutture e forse neanche le competenze per farlo. Tutto è rimesso, infatti, alla Cassa Depositi e Prestiti – divenuta oggi una specie di ministero permanente, che risente solo in minima parte dei cambi di governo – su cui pure si posano le preoccupazioni dei nostri liberisti di accatto: “Se [la Cdp] fosse solo l’antidoto pubblico ai fallimenti di mercato, oltre a snaturarsi investirebbe male i risparmi postali di cui è depositaria”.

Insomma, la legge del mercato – anche dopo un decennio di fase acuta di una crisi economica da tempo in essere – continua a dominare, mentre il fronte dell’economia riformista non accenna a smentire la teoria della mano invisibile, quasi fossimo ancora negli anni Ottanta. Se tanto ci dà tanto, persino Keynes continua a essere considerato alla stregua di un rivoluzionario eretico, una sorta di Robin Hood di cui si narra nei racconti serali di fronte al fuoco. Addirittura, l’unico orizzonte progressista che sia lecito sperare. Tanto la teoria economica, quanto soprattutto la storia del movimento operaio ci dice l’esatto opposto, ovviamente: ci dice che l’odierna impraticabilità del keynesismo non costituisce affatto un problema, ma è – paradossalmente – una fortuna. La teoria di Keynes, infatti, oggi non solo è improbabile, ma addirittura non auspicabile: negli anni Trenta dello scorso secolo ha rappresentato – almeno in apparenza – la soluzione all’“altra crisi” (con il particolare non secondario di aver avuto bisogno di un conflitto mondiale per riuscirci...) perché era tarata sul capitalismo degli anni Trenta, non su quello attuale. Quando Keynes invocava lo Stato interventista lo faceva perché era consapevole di come solo questi poteva trasformare larghe porzioni di risparmio in investimenti (tanto in infrastrutture, come le famose buche che poi sarebbero state riempite, quanto in armamenti), partendo dal presupposto che il debito sovrano – con cui lo Stato finanziava il proprio intervento – non costituisse affatto un problema (altra macroscopica differenza rispetto all’attuale fase politica). L’unica reale preoccupazione dell’economista inglese consisteva nell’inserire nel circuito della produzione quella particolare forma di merce, rappresentata dalla forza-lavoro, che giaceva inutilizzata, perché disoccupata: Keynes agisce sul numero dei salariati, non sul livello dei salari o sui diritti dei lavoratori. Chi lo esalta, giudicandolo come la panacea di ogni male, dimentica come la sua riflessione prevedeva un livello salariale molto basso: gli operai assunti per scavare le famose buche e poi ricoprirle avrebbero dovuto essere pagati poco, il minimo indispensabile per attivare un circuito di consumo, ma non a sufficienza per prevedere forme di risparmio o di accantonamento di salario.

Di tutto questo nel dibattito pubblico odierno non c’è traccia: si vola molto più in basso e si omettono alcune evidenze che non vennero prese in considerazione neanche negli anni Novanta, quando si diede vita allo spolpamento della mano pubblica.

Parliamo del fatto che la stagione più profittevole dell’industria privata italiana si giovò non poco della presenza di quella pubblica e dei suoi servizi forniti a basso prezzo (si pensi a come il settore automobilistico lucrò sulla costruzione del sistema autostradale e sulla realizzazione degli impianti di distribuzione della benzina);

parliamo del fatto che i “coraggiosi” imprenditori italiani – quando si profilò la prima concorrenza globalizzata – pensarono bene di rifugiarsi in quei settori meno esposti all’internazionalizzazione (che però fino a quel momento erano stati appannaggio delle aziende pubbliche, le quali ne risultarono seriamente danneggiate);

parliamo del fatto che la “mano pubblica” abbia spesso salvato, in passato, il privato in difficoltà (anzi, che sia nata, negli anni Trenta, proprio con questo scopo), anche in virtù di una maggiore professionalità e competenza del “manager” pubblico, rispetto all’imprenditore medio italiano: virtù più elevate, insomma, che nel tempo si sono perse;

parliamo del fatto che la dipendenza dalle banche non è una condizione irreversibile, dato che già in passato – tra le due guerre mondiali – la crescita dell’accumulazione aveva permesso alle grandi imprese nazionali di svincolarsi dal giogo del credito. Per farlo, però, c’era stato bisogno dell’intervento monopolizzatore dello Stato, che aveva nazionalizzato le grandi imprese e ne aveva permesso l’organizzazione in trust e cartelli. Il fatto che ciò sia avvenuto, ad esempio, anche nell’esperienza fascista dimostra come l’opposizione al capitale bancario non necessariamente si configuri come battaglia anticapitalista;

parliamo del fatto che – rispetto al punto precedente – il limite più importante sofferto dalla ex mano pubblica italiana è consistito proprio nel non avere avuto a disposizione un vero capitale, ma di essere stata gestita dallo Stato attraverso le obbligazioni, con il conseguente e automatico inserimento nel circuito del debito;

parliamo del fatto che l’indebitamento delle aziende pubbliche, nella sua fase più acuta, sia incredibilmente finito nelle mani della medio-alta borghesia italiana: una (s)vendita diretta, senza neanche l’intermediazione bancaria, a cui oggi siamo abituati, ma che non ha avuto eguali negli altri Paesi: nell’immediato il debito pubblico italiano, quindi, di fatto finì nelle mani di facoltosi risparmiatori e non di masse popolari che avevano fiducia nel proprio Stato;

parliamo del fatto che, paradosso su paradosso, adesso quel debito – alla faccia del “risanamento” ottenuto privatizzando le eccellenze imprenditoriali italiane – è invece finito nelle tasche di banche e istituto di credito stranieri;

parliamo del fatto che, per rendere appetibili le aziende pubbliche ai fini di una loro (s)vendita, queste siano state “valorizzate” (spesso a costo di pesanti licenziamenti), fornendo un ulteriore assist al compratore privato, tanto da far sorgere il dubbio: a questo punto, con l’azienda “risanata”, non era meglio mantenerne la funzione sociale?

parliamo del fatto che il processo di privatizzazione di grandi imprese pubbliche abbia dato la stura a un più generale ridimensionamento nella grandezza media delle aziende private italiane (secondo un trend all’epoca già in atto) che ha prodotto come risultato un format lillipuziano di impresa (nel quale finivano per coincidere proprietà e controllo), con il quale il padronato si illudeva di competere sul mercato globale. È anche vero, d’altro canto, a conferma di come le privatizzazioni italiane non siano “un infortunio” di una classe politica poco lungimirante e incattivita ma vadano lette dentro un progetto complessivo, che la sopravvivenza di un capitalismo “tascabile” è possibile solo con una ristrutturazione del mercato del lavoro, nel quale all’Italia sia destinato uno spazio determinato, assolutamente periferico;

parliamo del fatto che l’imprenditoria italiana abbia colto al balzo l’opportunità delle privatizzazioni anche per strutturare un modello di politica industriale che discriminasse i territori, posizionando nelle periferie le attività standardizzate e poco “creative” (con basso costo del lavoro e alta precarietà), in centro quelle ad alta professionalità, socialmente appetibili e poco usuranti;

parliamo, infine, del fatto che, ancora una volta, la classe politica italiana mantenga un unico e indiscutibile primato, cioè quello di calarsi le brache rispetto ai potentati economici: gli altri Paesi dell’Unione Europea si sono ben guardati dal privatizzare il proprio patrimonio produttivo (l’economia inglese, tra l’altro, è andata cauta anche sulla dipendenza delle imprese dal mercato finanziario) e chi lo ha pure fatto, come la Spagna, comunque non ha perso il controllo del sistema bancario.

In definitiva, la stagiona italiana delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni ha prodotto frutti avvelenati che non hanno eguali né in Europa né altrove. Viene in mente un unico paragone, quello dell’Argentina di Carlos Menem, che ridusse alla fame il suo popolo (basti vedere il documentario di Fernando Solanas, “La memoria del saqueo”). Non si tratta solo, evidentemente, della strumentalità di “risanare il bilancio pubblico” – necessità costruita ad arte e diffusa mediaticamente come se fosse incontrovertibile – né solo di affidare al capitale privato il patrimonio produttivo del Paese, ma soprattutto di espellere dall’immaginario collettivo, a futura memoria, l’idea che lo Stato possa e debba intervenire in economia per perequare quelle differenze economiche che oggi stanno raggiungendo anche in Europa standard latino-americani e asiatici. Per usare le parole di Rita Martufi e Luciano Vasapollo, in un’inchiesta condotta su «Proteo» venti anni fa: “giungere alla distruzione della stessa idea e cultura imperniata sulle relazioni economiche a connotato pubblico e a rilevanza collettiva”.

Più in profondità, è sotto attacco – da un punto di vista quasi antropologico – l’area semantica della ‘solidarietà’ e della ‘cittadinanza’, con la prima sostituita dall’egoismo competitivo e la seconda che vede cambiare le fondamenta del “patto” che unisce i cittadini all’istituzione statale: non un consorzio che cerchi (un minimo) di tutelare i più deboli, ma un ente dedito allo sfruttamento totale e continuato, nel quale il “neo-suddito” è costretto solamente a dare e a cedere, come accadeva nel Medioevo all’artigiano o al contadino di fronte al signorotto di turno. Privatizzare, dunque, significa sottodimensionare le aziende, annullare il controllo pubblico sui loro introiti, rendere impossibile un minimo di pianificazione produttiva, fiaccare la resistenza operaia. In aggiunta, la fine del modello di economia mista – non certo il nostro preferito, ma di sicuro meno impoverente, in un’ottica di classe, rispetto alla modalità del “privato sempre e comunque” – ha avuto ripercussioni quasi “ideologiche” sulla società e sulle relazioni tra i ceti popolari, cercando di cancellare quei retroterra culturali (socialista oppure cattolico) che questi hanno sempre avuto e che li portavano a osservare con una certa diffidenza l’economica capitalistica.

Sia chiaro: come ogni “terza via” anche l’economia mista italiana era un modello destinato a fallire, ma l’uscita neoliberista da quella condizione ci fa rimpiangere lo “Stato – datore di lavoro”, per quanto quell’occupazione fosse più il prodotto di interessi clientelari, che non la risposta a istanze sociali e a diritti fondamentali delle masse. Tra le tante ragioni di opportunità che costellano lo Stato interventista va ricordata l’incapacità “tecnica”, per gli appetiti privati, di difendere l’interesse generale: al tempo di Chernobyl, nell’aprile 1986, la Centrale del Latte di Roma – al tempo ancora municipalizzata – decise per precauzione di sospendere la raccolta del latte. Lo avrebbe fatto se fosse già diventata privata? Di contro, se le Autostrade italiane – spina dorsale di un Paese che si muove solo su gomma, tra l’altro – fossero state ancora in mani pubbliche la manutenzione forse sarebbe stata più efficace, prevenendo recenti tragedie.

A ben vedere, però, il punto non è neanche rappresentato dalla privatizzazione in sé, quanto dal percorso che conduce alla dismissione: un passaggio obbligato, ad esempio, è la quotazione in Borsa dell’azienda di turno, con la conseguenza di un suo affidamento agli appetiti speculativi, che godono di quegli eventi (incidenti, calamità naturali, disastri di varia natura) che la popolazione vive, appunto, come tragedie. La finanza, evidentemente, segue gli alti profitti, incurante dei loro costi sociali, ed è totalmente sganciata, oggi, dalle dinamiche dell’economia reale, che pure ne è pesantemente influenzata. Risulta persino inutile, a questo punto, ricordare come la globalizzazione finanziaria renda quasi automatico il verificarsi di atti corruttivi, a loro volta tesi a indirizzare le scelte del ceto politico in favore della classe imprenditoriale. Insomma, un cul-de-sac da cui è difficile uscire.

Farlo con il prossimo governo appare veramente arduo, considerando come la semplice somma degli addendi che lo compongono non può certo smentire le caratteristiche delle sue due unità: da un lato i Cinque Stelle, che già lo scorso autunno proposero di evitare l’aumento dell’Iva (necessità che si ripropone, a meno di non volere l’incoronazione diretta di Salvini) attraverso la cessione di parte del demanio pubblico – giusto per far capire quale sia il loro approccio, al di là dell’autorappresentazione di sé che forniscono – dall’altro il PD, che sulle privatizzazioni potrebbe scrivere volumi enciclopedici. Come dimenticare, infatti, che la dismissioni delle aziende pubbliche, iniziata negli anni Novanta, abbia avuto una notevole accelerata dal 1998 in poi, con gli eredi del Pci stabilmente al governo e non più impegnati a sbianchettare le lontane origini comuniste? Il governo che verrà, del resto, è destinato a breve a sciogliere la matassa di Alitalia, dove vengono minacciati circa duemila esuberi: esempio concreto di come la dismissione di un patrimonio statale vada contro qualsiasi razionalità economica, non solo contro una visione socialista dei rapporti tra capitale, lavoro e politica. È forse così strano pensare che uno Stato debba avere la sua compagnia di bandiera in mano totalmente pubblica, soprattutto se consideriamo l’incidenza di massa che ha raggiunto oggi la mobilità aerea? Eppure proprio la vicenda di Alitalia diventa esemplare delle complicità di cui gode il ceto politico, quando si tratta di truffare i lavoratori e i cittadini: basti pensare alla posizione della Cgil, contraria alla ri-pubblicizzazione dell’azienda nonostante i lavoratori (cioè i diretti interessati!) avessero bocciato, due anni fa, il piano manageriale di risanamento, giudicandolo correttamente come capestro.

All’epoca, come oggi, la scelta del maggior sindacato italiano andò in favore della “mentalità di Maastricht”, nella convinzione – manifestata in ogni vertenza gestita dai confederali – che la concorrenza garantisca la proporzionalità tra produttività e compensi (ovviamente il principio di eguaglianza salariale non è proprio concepibile dalle loro menti) – cioè “più produci, più guadagni” – e che l’odierna esplosione di una fascia ristrettissima di redditi, a discapito della gran massa dei lavoratori, sia dovuta unicamente all’involuzione oligarchica del capitalismo e non, come anche solo il buon senso suggerirebbe, al meccanismo della competizione. È il “capitalismo oligarchico” – questa sorta di invenzione consolatoria – il nuovo spauracchio da agitare in economia, magari simultaneamente alla minaccia populistica. Cocciuti più delle falene che continuano ad andare verso la fonte luminosa, i chierici del libero mercato non si rassegnano ad accogliere l’insostenibilità dell’attuale sistema economico: nessuna crisi, nessuna congiuntura negativa, nessuna lettura delle allarmanti statistiche sociali li convince dell’irriformabilità dell’economia capitalistica, meno che mai attraverso la leva socialdemocratica, che ha evidentemente terminato il ruolo storico attribuitole dalla borghesia “buona”: ammortizzare il conflitto di classe (non il capitalismo, dunque) mediante il miglioramento della qualità della vita e del lavoro per una porzione – più o meno consistente, a seconda dei tempi e dei contesti – del proletariato. Oggi tutto questo non funziona più, perché sono le radici stesse dell’accumulazione capitalistica a traballare: la ricchezza non viene più “prodotta”, tecnicamente, quanto “ereditata” – peraltro secondo criteri di unioni dinastiche che ricordano gli accordi matrimoniali in vigore nell’Ancien Régime – e la classe politica, sostanzialmente delegittimata, non si preoccupa più di ottenere il consenso delle masse, neanche quello “a pagamento”, perché si accontenta di rappresentare la testa di legno dei vari potentati economici.

D’altronde, come fu ben urlato, “esiste una sconfitta pari al venire corroso che non ho scelto io ma è dell’epoca in cui vivo”.

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