Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/01/2026

Giù le nascite e il Pil, le nuove sfide della Cina

di Michelangelo Cocco 

La Cina ha registrato nel 2025 il più forte calo demografico dalla grande carestia del 1959-61. Secondo i dati diffusi oggi dall’Ufficio nazionale di statistica (NBS), la popolazione è scesa di 3,39 milioni di persone, passando da 1,4083 miliardi a 1,4049 miliardi. È il secondo anno consecutivo di contrazione, dopo che nel 2023 il paese aveva perso il primato di nazione più popolosa, a favore dell’India.

Il dato più negativo riguarda le nascite: soltanto 7,92 milioni di neonati nel 2025 (contro 11,31 milioni di morti), il livello più basso dalla fondazione della Repubblica popolare nel 1949. Rispetto al 2024 si tratta di un calo del 17 per cento, mentre il confronto con il picco del 2016 evidenzia un crollo di circa dieci milioni. Per il quarto anno consecutivo la curva della natalità continua a scendere, nonostante le campagne governative e gli incentivi economici.

Le ragioni sono molteplici: il costo della vita cresciuto vertiginosamente negli ultimi decenni, la crisi del modello tradizionale di famiglia, e un diffuso orientamento verso l’individualismo nell’era post-Covid. Anche il neoconfucianesimo socialista promosso da Xi Jinping non sembra in grado di invertire la tendenza. Non si mette più su famiglia e, dunque, non si fanno figli (in Cina i due momenti ancora coincidono).

Sociologi e demografi discutono di nuove politiche di welfare e sostegni alla fertilità, ma la fiducia dei cittadini resta bassa. Intanto la trasformazione sociale è già visibile: uomini e donne soli, e un numero crescente di anziani, stanno cambiando stili di vita e di consumo nella “fabbrica del mondo”. Per compensare l’invecchiamento della forza lavoro, Pechino ha avviato un massiccio programma di robotizzazione: quattro umanoidi su cinque installati nel mondo nel 2025 hanno preso servizio in Cina.

Sul fronte economico – sempre secondo i dati ufficiali diffusi oggi – il quarto trimestre ha segnato una crescita del PIL del 4,5 per cento, la più lenta degli ultimi tre anni. Il paese ha comunque centrato l’obiettivo annuale del +5 per cento, ma solo grazie soprattutto al boom delle esportazioni, che l’anno scorso hanno generato un surplus commerciale record di oltre 1.190 miliardi di dollari. La domanda interna, invece, rimane al di sotto delle aspettative.

Si accentua così la dipendenza dall’export, nonostante le politiche governative puntino in direzione opposta, ad aumentare cioè il peso della domanda interna: nel 2025 il 32,7 per cento del PIL è derivato dalle vendite all’estero, il livello più alto dal 1997. Una condizione che, da un lato, è un riflesso dell’accresciuta competitività delle compagnie cinesi nei mercati internazionali, dall’altro espone la Cina alle turbolenze dell’era Trump, dell’aumento del protezionismo e delle tensioni geopolitiche.

Il calo delle esportazioni verso gli Stati Uniti, penalizzate dai dazi imposti da Donald Trump, è stato comunque più che compensato nel 2025 dall’aumento delle spedizioni verso Unione Europea, Sud-Est asiatico, Africa e America Latina.

Il governo è consapevole delle difficoltà. Kang Yi, direttore del NBS, ha sottolineato che l’economia ha resistito a molteplici pressioni mantenendo una crescita stabile, ma ha avvertito che le sfide esterne si stanno intensificando e che “problemi di lunga data e nuove criticità” pesano sullo sviluppo.

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01/09/2025

Italia - In estate è aumentato il carrello della spesa, fatica il PIL e la fiducia dei consumatori

A pochi giorni da quando, al meeting di Comunione e Liberazione, Giorgia Meloni si è fregiata degli straordinari risultati economici del suo governo (già più volte ridimensionati, sia su questo giornale che da vari analisti), l’Istat pubblica una serie di dati che permettono di fare il punto della situazione alla fine dell’estate.

La situazione, al solito, mostra in realtà un’Italia che fatica, su vari ambiti. Innanzitutto, un nodo che su questo giornale abbiamo evidenziato più volte: anche se l’inflazione si riduce o, ad ogni modo, rimane stabilmente sotto la soglia del 2%, considerata come il livello ottimale, le componenti di questo dato indicano un peso maggiore dell’aumento dei prezzi che più incidono nei settori popolari.

Infatti, le stime per agosto 2025 segnalano un’inflazione che continua a contrarsi, passando dall’1,7% su base annua di luglio all’1,6% del mese appena concluso. I prezzi dei beni energetici, che hanno infiammato i costi negli scorsi anni, scendono ancora, segnando un -4,4% rispetto al -3,4% di luglio.

Tuttavia, il costo del ‘carrello della spesa’ – alimenti, prodotti per la cura della casa e della persona – aumenta: +3,5% rispetto al +3,2% di luglio. Per i beni alimentari si è passati da 3,7% a 4,0%, con i prezzi dei prodotti non lavorati che sono saliti dal 5,1% al 5,6% di agosto, e quelli lavorati al 3,0% dal 2,8%.

In generale, i beni definiti ‘ad alta frequenza d’acquisto’ sono saliti da 2,3% a 2,4%. Sono cresciuti anche i prezzi dei servizi per trasporti (2,1%) e per la cura della persona (0,3%). L’inflazione di fondo, che esclude le componenti più volatili del paniere considerato, passa dal 2% al 2,1%, al netto dei beni energetici e degli alimentari freschi, e accelera anche quella al netto dei soli beni energetici.

Nel frattempo, l’istituto di statistica ha anche calcolato che, nel secondo trimestre del 2025, il PIL registra una diminuzione dello 0,1% in termini congiunturali, rispetto ai tre mesi precedenti, e una crescita dello 0,4% in termini tendenziali, cioè rispetto al secondo trimestre del 2024. La crescita acquisita per il 2025 si conferma su di un misero mezzo punto percentuale di PIL.

La flessione del PIL è dovuta a un contributo negativo della domanda estera e nullo, tra le altre cose, dei consumi delle famiglie e della spesa delle amministrazioni pubbliche. Dunque, questo è il risultato della politica di austerità (escluse le spese militari, ovvio) di Roma e Bruxelles, neanche l’estate e i consumi ‘vacanzieri’ hanno potuto metterci una pezza.

Infatti, è lo stesso Istat ad informarci che agosto, in genere il mese di ‘ottimismo’ dovuto alle ferie, ha in realtà segnalato la riduzione della fiducia dei consumatori dal 97,2 al 96,2. E se l’indice generale per le imprese rimane stabile, industria e commercio danno segnali di debolezza e preoccupazione per il futuro.

Dazi, tensioni geopolitiche, un’inflazione che continua a mordere sulle fasce sociali che vivono del proprio lavoro (l’Unione Nazionale dei Consumatori ha calcolato in oltre 400 euro il peso del rincaro del carrello della spesa per quest’anno) mostrano che il governo Meloni va verso il suo terzo compleanno con un paese in cui l’unica cosa che cresce è la tendenza alla guerra.

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16/05/2025

USA - I tagli alla spesa piegano il Pil

Dare soluzioni sbagliate a problemi non compresi porta al disastro. Sembra questa la sentenza adatta alla trumpnomics, quel vortice di decreti presidenziali che ha imposto dazi sulle merci importate da tutto il mondo e giganteschi tagli alla spesa pubblica degli Stati Uniti.

Non che la spesa Usa sia molto orientata al “sociale”, anzi... Ma comunque era ed è una massa di spesa rilevante che, come spiegava un liberale conservatore come Keynes, comunque entra nel Pil con effetti “moltiplicati” (3 dollari di Pil per ogni dollaro di spesa, in media).

L’esatto opposto di quanto prescritto dall’astinenza neoliberista, secondo cui la massima efficienza del mercato si ha quando la spesa pubblica viene tagliata e il debito pubblico ridotto (anche se la riduzione, di fatto, non c’è mai stata per nessun paese, anzi...).

Sta di fatto che i dati relativi ai primi mesi di amministrazione Trump sembrano proprio confermare che il problema della crisi Usa ha ricevuto lì una diagnosi sbagliata e quindi una “cura” che aggrava il problema invece di risolverlo.

Il Levy Institute – non certo un tempio del “progressismo” – si è messo a ragionare sui dati trimestrali, peraltro parecchio perturbati dalle iniziative trumpiane, ed ha scoperto quel che anche da lontano si poteva intuire (se si ha qualche cognizione di critica dell’economia politica).

Le importazioni non sono la causa della bassa crescita Usa (scesa dello 0,28%), anche se c’è stato un aumento straordinario (+41,3%) dovuto paradossalmente proprio all’annuncio di dazi mostruosi contro tutti. In pratica, le aziende che utilizzavano beni o componenti cinesi (e non solo) si sono affrettate a fare scorta ai vecchi prezzi prima che raddoppiassero a causa dei dazi. Ma, appunto, si tratta di un effetto temporaneo che scomparirà “a regime” (semmai ci sarà una fase “normale” sotto la gestione di The Donald).

Il peso negativo sul Pil, invece, ce l’hanno i tagli alla spesa pubblica. Ma guarda un po’...

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La Prossima Recessione: le Importazioni sono il Vero Colpevole?

Le stime preliminari sulla crescita del PIL reale nel primo trimestre del 2025 mostrano un tasso di contrazione annualizzato dello 0,28%, accompagnato da un aumento straordinario delle importazioni del 41,3%.

La maggior parte dei commentatori si è affrettata a indicare che la contrazione fosse dovuta all’aumento delle importazioni, come nel recente titolo di Reuters che dichiarava: “La contrazione del PIL è guidata dal record del deficit commerciale a causa del boom delle importazioni”.

È vero che le importazioni sono aumentate vertiginosamente, soprattutto approfittando dell’esenzione de minimis per i beni cinesi, terminata alla mezzanotte di venerdì 2 maggio 2025. L’esenzione de minimis consente a merci del valore di 800 dollari o meno di entrare negli Stati Uniti quasi senza dazi, senza ispezioni e con pochissima burocrazia.

Queste piccole spedizioni, coperte dall’esenzione de minimis, hanno rappresentato oltre 1,36 miliardi di spedizioni nell’anno fiscale 2024, più del doppio rispetto a quattro anni prima, secondo l’agenzia doganale statunitense. Secondo The Guardian, questo tipo straordinario di importazioni rappresenta “oltre il 90% di tutto il carico che entra negli USA. Circa il 60% di questi pacchi proviene dalla Cina”.

È ben noto che le componenti della domanda del PIL includono consumi, investimenti, spesa pubblica ed esportazioni meno importazioni. Quel contributo negativo delle importazioni potrebbe portare chi non conosce bene la contabilità nazionale a presupporre un legame negativo diretto e uno a uno tra importazioni e PIL.

Una visione più informata smentisce questa conclusione, poiché il valore delle merci importate si riflette anche nei consumi, negli investimenti e nella spesa pubblica, quindi un aumento delle importazioni ha un effetto negativo sulla produzione interna solo quando il settore domestico passa da beni prodotti internamente a beni esteri, cosa che non sta accadendo attualmente negli Stati Uniti.

Certamente, il picco delle importazioni è legato all’incertezza legata all’introduzione dei dazi di Trump, che, come indicato sopra, hanno spinto le aziende ad accumulare prodotti esteri prima che i dazi entrassero in vigore. Ciò è corroborato dal legame tra la variazione delle importazioni di beni e la variazione delle scorte dimostrato nella Figura 1. Tuttavia, la ragione del (lieve) calo del PIL reale nel primo trimestre del 2025 dovrebbe essere ricercata altrove.


I commenti sulla crescita del PIL si concentrano solitamente sui tassi di crescita annualizzati, che spesso esagerano i movimenti a breve termine. Se osserviamo, ad esempio, la variazione annuale del PIL reale nel primo trimestre del 2025, notiamo una crescita positiva del 2% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente.

Esaminando il tasso di crescita trimestrale di ciascuna componente della domanda, l’unica che mostra un segno negativo (Figura 2) è la spesa pubblica, diminuita dello 0,4% (1,45% su base annualizzata).


Il responsabile del rallentamento del PIL è quindi principalmente lo shock derivante dal calo delle spese del governo federale e, dati i tagli proposti dall’amministrazione alle spese discrezionali non di difesa di oltre 163 miliardi di dollari a partire dal prossimo anno fiscale, la contrazione del PIL sarà in definitiva molto più forte.

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03/02/2025

Un’Italia divisa, lungo faglie di classe e faglie regionali

Alla fine di gennaio l’Istat ha pubblicato due rapporti molto interessanti, quello sui conti economici territoriali per gli anni 2021-2023, e quello stilato insieme a Bankitalia che analizza la ricchezza dei settori istituzionali dal 2005, arrivando anch’esso fino al 2023.

Ciò che ne emerge è quello che andiamo analizzando da mesi, anche per smontare la retorica governativa sui presunti risultati economici del Paese. A partire dalle stime preliminari per il PIL, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, che nel 2024 è cresciuto appena dello 0,5%.

Tali aumenti di decimali di punto, oltre ad essere striminziti, non esprimono necessariamente un miglioramento nelle condizioni di vita della maggior parte della popolazione. Questo ci raccontano i dati dei rapporti citati all’inizio del presente articolo.

A fine 2023 la ricchezza netta delle famiglie italiane era pari a 11.286 miliardi di euro, con un aumento rispetto all’anno precedente del 4,5%. La quota in cifra assoluta è la più alta dal 2005, ma valutata a prezzi costanti (cioè la ricchezza reale nel tempo) è minore rispetto a quella del 2021 di ben sette punti percentuali.

La causa è identificata nella fiammata inflazionistica cominciata nel 2022. Ricordiamo che poco più di una settimana fa lo studio sulle retribuzioni per il 2022 parlava del 10% dei dipendenti retribuiti con meno di 9 euro l’ora, e l’Unione Nazionale dei Consumatori ha calcolato in oltre 2 mila euro l’aumento di spesa per le famiglie nel biennio 2023-2024.

L’Italia non è caratterizzata solo da evidenti “faglie” di classe, come anche l’Oxfam ha mostrato di recente, ma continuano ad approfondirsi anche quelle faglie regionali che hanno da sempre segnato la netta separazione tra Nord e Sud del Paese. Anche se nel secondo il PIL in volume è cresciuto più che nel primo, nel 2023.

Infatti, sempre nel 2023, il reddito pro capite delle famiglie a prezzi correnti è aumentato a livello nazionale del 4,9%, mentre i prezzi sono cresciuti del 5,7%. Ma mentre al Nord-Ovest il dato dei redditi risulta pari a quello dell’inflazione (+5,7%), al Sud l’aumento si ferma al 4,7%.

Il reddito disponibile dalle famiglie per abitante nel Mezzogiorno è inferiore del 30% rispetto a quello del Centro-Nord (17,1 mila contro 25 mila euro). Il PIL pro capite meridionale è poco più della metà di quello del Nord-Ovest (24 mila contro 44 mila euro), i consumi finali delle famiglie per abitante esprimono anch’essi la stessa asimmetria.

Viene inoltre evidenziato come al Sud i problemi siano accentuati non solo dalla maggiore diffusione dell’economia sommersa, ma anche dal fatto che il lavoro prevalente è nel terziario a basso valore aggiunto: insomma, un'economia fondata su lavori poco specializzati, spesso legati alla filiera del turismo.

La ministra del Lavoro Calderone ha comunque detto che il governo sta lavorando per il Meridione, attraverso “decontribuzione Sud e ZES”, ovvero due misure che ancora una volta significheranno regali agli imprenditori, senza nessuna garanzia sull’aumento dei salari e dei consumi collettivi.

Proprio come hanno fatto centrodestra e centrosinistra negli ultimi trent’anni...

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24/09/2024

Il gioco delle tre carte sui conti pubblici che non interessa a Bruxelles

Era da un paio di settimane che si parlava con insistenza della possibile revisione da parte dell’Istat dei dati sul PIL nel periodo tra il 2021 e il 2023. Un’attesa che avrebbe potuto cambiare lo scenario della legge di bilancio in via di scrittura e il Piano strutturale di bilancio da consegnare alla UE.

L’istituto di statistica ha finalmente diffuso i nuovi calcoli, che migliorano leggermente il quadro italiano. Infatti, attraverso nuovi elementi statistici e criteri di contabilizzazione, il paese guadagna 21 miliardi per il 2021, 34 per il 2022 e 43 per il 2023, per un totale di 98 miliardi.

Il governo ne ha subito approfittato per fare propaganda sul suo operato, sottolineando come l’economia sia tornata ai livelli precedenti la crisi del 2007. Dirlo 17 anni dopo significa che abbiamo vissuto quasi una generazione di collasso economico prima e di stagnazione poi: non propriamente una vittoria della classe dirigente.

Ma, ad ogni modo, la situazione è un tantino più complessa e non propriamente rosea, considerate le regole europee. Il rapporto tra debito e PIL si è ridotto dal 137,3% stimato ad aprile al 134,6% attuale, mentre il rapporto tra deficit e PIL per il 2023 si è ridotto di due decimi di punto (dal 7,4% al 7,2%).

Non è difficile vedere come l’atteso miglioramento sia di poco conto, e soprattutto come non cambi assolutamente il quadro economico nei confronti delle richieste di Bruxelles. La necessità di rientro del debito rimane la stessa, per un valore di una decina di miliardi l’anno.

Difatti, il ministro dell’Economia Giorgetti ha affermato: “la revisione dei dati è di lieve entità” e – questo è il nodo fondamentale – “non cambiano i principi e il quadro del Piano strutturale di bilancio già esaminato dal Cdm lo scorso 17 settembre”.

Il Piano sarà ovviamente aggiornato “alla luce dei numeri comunicati oggi da Istat”, col testo definitivo atteso al Consiglio dei ministri in programma per il 27 di settembre. I suoi contenuti non saranno di certo rivoluzionati dalle nuove informazioni statistiche.

Il governo si trova ancora nella difficoltà di dover trovare le coperture necessarie per le misure che vuole mantenere, e per ora i dati appena resi pubblici hanno concesso solo un paio di miliardi di flessibilità, al massimo. Sempre Giorgetti ha fatto presente che l’intenzione è quella di riportare il rapporto deficit/PIl entro il 3% già nel 2026.

Per farlo, serve o che il prodotto cresca nettamente, o si appresti un piano di tagli netti. La prima cosa sembra piuttosto improbabile (qui la novità dall’Istat è addirittura negativa: invece dello 0,9% stimato, solo lo 0,7), dato che la crescita dello scorso anno è stata data soprattutto dagli ultimi effetti del Superbonus 110, a cui ora bisogna dire addio.

C’è poi un altro dato che non è stato invece posto sotto i riflettori. Gli investimenti fissi lordi, nel 2023, sono aumentati in volume dell’8,5%, il che dovrebbe rappresentare, in via generale, un buon segnale.

Eppure, il valore aggiunto in volume nello stesso anno è diminuito dell’1,6% nell’industria in senso stretto e del 3,5% nell’agricoltura, silvicoltura e pesca, mentre è aumentato del 6,7% nelle costruzioni (ma c’è di mezzo, appunto, il Superbonus 110) e dell’1,1% nei servizi. Non è certo la prova di una ripresa solida della crescita.

Insomma, ci si deve aspettare che Palazzo Chigi continui sulla strada dell’austerità che è sempre stata fatta proprio da ogni governo dell’ultimo quindicennio (e più...), in linea con le scelte di Bruxelles.

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05/07/2024

Cina-Stati Uniti, la gara è sempre più aspra

Alla vigilia del Terzo Plenum del Comitato centrale del Pcc e mentre gli Stati Uniti si addentrano nella sfida presidenziale tra Biden e Trump, il punto della sfida tecnologica ed economica tra i due Paesi che dominano il mondo.

Premessa

Le riforme avviate da Deng Tsiao Ping nel 1978-79 in Cina hanno cambiato drasticamente e in pochi decenni non solo la situazione economica del paese asiatico, ma, per molti aspetti, anche quella del resto del mondo, contribuendo a rovesciare gli equilibri politici preesistenti su scala globale. Per quasi quarant’anni il Pil cinese è cresciuto ad un tasso medio del 9,5% all’anno, risultato mai verificatosi altrove.

Già pochi anni dopo l’avvio delle riforme cinesi stuoli di studiosi, giornalisti ed esperti vari in Occidente hanno cominciato a predicare che la cosa non poteva andare avanti così e che l’economia cinese sarebbe crollata presto sotto il peso dei suoi immani problemi. La crescita cinese però non ha seguito fino in fondo i precetti ortodossi indicati dalla scienza economica occidentale e ha trascurato di occuparsi di quello che dicevano i profeti di sventura.

Queste previsioni catastrofiste non sono mai cessate del tutto e anzi hanno ripreso vigore in relazione al rallentamento recente dei tassi di crescita economica della Cina. Va sottolineato dunque in prima battuta che la Cina continua a crescere ogni anno più di qualsiasi paese economicamente importante, a parte il caso dell’India (sull’attendibilità delle statistiche ufficiali indiane ci sono dei dubbi, anche se la prevalenza del tasso di sviluppo dell’economia del paese su quella della Cina dovrebbe essere confermata). Nel 2023 il Pil cinese è salito del 5,2% e per il 2024 le stime più recenti valutano un aumento plausibilmente e sostanzialmente analogo; mente per l’India si pensa ad una crescita del Pil per il 2024 di circa il 6,5%.

Studi recenti arrivano alla conclusione che sul fronte del Pil, come su quello delle tecnologie avanzate, la situazione del paese asiatico sia più favorevole di quanto si pensasse sino a poco tempo fa. E l’esplorazione di tale ipotesi è il tema principale di questo articolo.

Il Prodotto interno lordo

A che punto è la gara per il Pil tra Cina e Stati Uniti? Sappiamo che esistono due criteri di misura di base di tale grandezza, quello dei prezzi di mercato, il più tradizionale, e quello della parità dei poteri di acquisto. Secondo il primo criterio gli Stati Uniti sarebbero ancora abbastanza avanti e il Pil cinese sarebbe pari ad un valore intorno al 75% rispetto al rivale. La Banca Mondiale ha di recente aggiornato le sue valutazioni rispetto al secondo criterio e ha trovato che nel 2022 quello cinese era superiore a quello Usa del 25%; seguivano nella classifica l’India e poi, sorprendentemente, superando lo stesso Giappone, la Russia, che qualcuno aveva dato per spacciata, il cui Pil la Banca Mondiale è stato rivalutato del 13% sempre per lo stesso anno. 

Nel 2023 e nel 2024 il distacco tra i due contendenti principali dovrebbe essere aumentato. E questo senza considerare le cifre relative a Hong Kong e a Macao – entità formalmente autonome –, che, se inserite nel conto, aggiungerebbero quasi mille miliardi di dollari al Pil cinese. 

C’è poi un’altra questione aperta. La Cina, dopo la vittoria di Mao, avendo avviato i suoi dipartimenti di statistica nazionale, ha seguito, nel compilare i numeri del Pil, le metodologie sovietiche che non prendevano in considerazione nei calcoli il settore dei servizi, ma si limitavano a considerare soltanto le attività “materiali”. Successivamente la Cina ha corretto in parte i suoi criteri, inserendo nella stima del Pil anche alcuni dei servizi, soltanto alcuni però. Ora, se invece si considerassero tutti i servizi, il paese crescerebbe ancora, sino a collocarsi, utilizzando il criterio della parità dei poteri di acquisto, intorno al 145-150% rispetto a quello statunitense. 

Si pensa che la Cina tardi a completare l’esercizio di correzione della sua metodologia anche per evitare di perdere lo status di paese in via di sviluppo, status che presenta diversi vantaggi. Infatti la Banca Mondiale nei suoi calcoli sottovaluta fortemente i consumi del paese asiatico (Feizi, 2024). 

C’è chi fa notare come solo le ultime valutazioni sopra citate appaiano vicine alla realtà, anche in vista del fatto che ormai, come fa notare qualcuno (Feizi, 2024), nel 2023 la Cina ha prodotto il doppio della quantità di elettricità Usa, ben 12,6 volte dell’acciaio, 22 volte del cemento, mentre sono usciti dalle linee nello stesso anno 30,2 milioni di veicoli, quasi tre volte quelli Usa; e mentre i consumatori cinesi hanno comprato – nel 2023 – 434 milioni di smartphone, tre volte di più degli Stati Uniti. I cinesi, sempre seguendo questi calcoli, consumano il doppio della carne degli Stati Uniti e comprano il doppio dei beni di lusso (Feizi, 2024). E ancora: il mercato cinese della chimica e quello della robotica si stanno collocando intorno al 50% di quello mondiale.

C’è da pensare che per quanto riguarda il Pil degli Stati Uniti il valore di alcuni servizi sia invece sopravvalutato (Feizi, 2024; Todd, 2024), fattore che, se venisse considerato nei calcoli, aumenterebbe ancora il distacco. 

Il confronto sulla tecnologie

Anche sul fronte della competizione relativa ai settori della scienza e della tecnologia, le più recenti valutazioni pongono la Cina ad un livello abbastanza più avanzato di quanto si potesse pensare anche sino a poco tempo fa. Colpisce in particolare la velocità dei progressi del paese asiatico su tutti i fronti.

Consideriamo in proposito due studi distinti. Una ricerca australiana (Hurst, 2023), sponsorizzata del Dipartimento di Stato Usa, indica che, su 44 settori tecnologici esaminati, la Cina abbia il primato in ben 37 di essi e gli Stati Uniti soltanto nei restanti 7; tutto il resto del mondo, compresi i paesi europei, arranca. Anche considerando che lo studio possa avere esagerato il ruolo della Cina e con esso quello del Dipartimento di Stato indica come “pericolo cinese”, perché potrebbe aver mirato ad ottenere più fondi dal Congresso, comunque non si può dubitare che il paese asiatico stia facendo passi in avanti prodigiosi nel settore delle nuove tecnologie.

Una ricerca pubblicata di recente dall’Economist (The Economist, 2024) esplora un campo in parte almeno diverso da quello della ricerca australiana, concentrando l’attenzione sulle materie scientifiche. In questa ricerca si considera che gli Stati Uniti siano ancora avanti in diverse discipline, anche se il paese asiatico sta rapidamente colmando le sue arretratezze.

Così, secondo il settimanale britannico, la Cina appare già in testa in settori quali la scienza dei materiali, la chimica, la meccanica, la computer science, l’ambiente e l’ecologia, le scienze agricole, la fisica e la matematica, la biologia e la chimica biologica, mentre gli Stati Uniti mantengono il primato nella biologia molecolare, nelle scienze dello spazio, nelle neuroscienze, nella medicina clinica, nell’immunologia. Va segnalato che in tale ricerca il ruolo dei paesi europei in molti dei settori elencati appare per molti aspetti più dignitoso che in quella australiana sopra citata, anche se in nessuno di essi il nostro continente riesce ad acquisire una posizione di leadership.

Possiamo ricordare ancora il fatto che in Cina ottengano ormai la laurea ogni anno quasi 12 milioni di ragazzi, di cui circa 5 milioni in discipline STEM e in particolare 1.600.000 in ingegneria (contro i 200.000 statunitensi), mentre la Cina è anche in testa a livello mondiale per le domande di brevetti e per il numero di articoli scientifici pubblicati su riviste primarie, nonché per quello dei ricercatori in attività.

Ricordiamo infine che secondo l’indice di Nature nella classifica delle prime dieci università scientifiche del mondo sette posti vanno a istituzioni cinesi (sei su dieci nella classifica della Leyden University). La Tsingua University di Pechino è considerata la prima al mondo in ambedue le liste.

Alla fine, come commenta il settimanale britannico, il vecchio ordine scientifico mondiale dominato dagli Stati Uniti, dall’Europa e dal Giappone sta arrivando alla fine.

Un quadro complessivo certamente sorprendente. Naturalmente non mancano i punti deboli del paese asiatico. È noto, ad esempio, come la Cina sia indietro nel fondamentale settore dei chip, anche se sta moltiplicando gli sforzi per recuperare terreno, mentre appare anche in ritardo nel campo dell’aeronautica civile. L’innovazione cinese si basa ancora molto su nuove applicazioni di tecnologie esistenti, mentre ha più difficoltà nelle invenzioni che aprono nuove strade (Keyu Jin, 2023), anche se di nuovo il paese sta recuperando velocemente terreno.

Testi citati nell’articolo

-Feizi H., What’s the real size of China’s economy?, www.asiatimes.com, 17 giugno 2024

-Keyu Jin, The new China playbook, Swift Press, Londra, 2023

-Hurst D., China leading US in technology race in all but a few fields, thinktank  finds, www.guardian.com, 2 marzo 2023

–The Economist, The soaring dragons, 15 giugno 2024  

-Todd E., La défaite de l’Occident, Gallimard, Parigi, 2024

Fonte

10/05/2024

La trappola dell’efficienza

La crescita del Pil di oggi è sempre più realizzata a scapito del benessere futuro, e la crisi ecologica è un segno di come il mercato non possa funzionare come regolatore del sistema economico. Un’anticipazione dal libro “La trappola dell’efficienza”.

Il capitalismo ha cambiato il mondo di vivere di gran parte dell’umanità, migliorandone enormemente le condizioni materiali di vita.

Negli ultimi duecento anni, l’aumento del reddito globale e medio – oggi incomparabilmente maggiore di ogni altra epoca – è avvenuto in modo non uniforme per tutti i Paesi e le fasce sociali, beneficiando più alcuni di altri, sistematicamente, provocando una distribuzione delle ricchezze iniqua. L’aumento del reddito non è stato lineare e costante, ma soggetto a variazioni e a crisi che hanno contribuito a esacerbare le disparità. A ciò si aggiunga che lo sviluppo capitalistico industriale ha portato a un degrado ambientale sempre più insostenibile, all’origine della crisi ecologica attuale, di cui il riscaldamento globale è solo un aspetto.

Il nostro benessere, che era parso migliorare a ritmi vertiginosi negli ultimi decenni, ci appare compromesso se guardiamo a come sostenerlo. Vi sono tante storture nella distribuzione, nei meccanismi di funzionamento del sistema, nei presupposti per la sua riproducibilità, che è lo stesso capitalismo ad apparirci giunto a un punto critico. Oggi non siamo più sicuri che esso sarà in grado di produrre ulteriore benessere. Come se una parte del nostro benessere di oggi dovesse essere sacrificato se voglio garantircene uno domani. E ciononostante sembriamo procedere nella stessa direzione, pur consci dei problemi che si prospettano.

Questo libro si occupa di come siamo potuti arrivare a sacrificare il benessere futuro in cambio del Pil di oggi e di come uscirne. Il capitalismo è un sistema economico affermatosi negli ultimi due secoli e mezzo in questa parte del mondo. Un sistema che per consolidarsi ha plasmato la società e la politica, creando un ordine sociale. Il ruolo principale dell’economia teorica dominante (mainstream) è stato quello di fornire un’apologia di un ordinamento sociale spacciato per naturale, ma che è stato in grado di generare crisi ricorrenti, profondi disagi sociali e danni alla biosfera. La “naturalità” viene oggi usata come giustificazione per adagiarci sull’esistente, mentre è chiaro che occorre riformare il modo di produrre così da intervenire sulle crisi, le disuguaglianze e, con urgenza, sulla salvaguardia della natura.

Occorre una transizione economica verso un sistema produttivo che rispetti la natura, la società e si curi del benessere più che della crescita del Pil, senza chiedersi come, per chi e a quale costo. Da più parti si è provato a offrire una lettura alternativa, un diverso approccio alla teoria economica mainstream, adottando una lettura interdisciplinare che consentisse il superamento di una disciplina economica che ha perso ormai ogni contatto con la realtà, valutando le scelte sempre e solo secondo il metro del profitto da massimizzare o dell’efficienza economica.

Qui, piuttosto che indicare una via d’uscita dalla trappola evolutiva in cui la crescita del Pil, spesso predatoria della natura stessa, ci ha imprigionato, osserviamo che il capitalismo basato sull’economia di mercato sta distruggendo sia la natura che la società. Un altro sistema va dunque concepito e indagato. Ci dibattiamo in una trappola dell’efficienza che non ci lascia che una possibilità: uscirne al più presto mediante una transizione ecologica che ci conduca a un nuovo modo di produrre senza rovinare irreversibilmente la Terra.

Fino all’avvento del capitalismo, il prodotto totale era rimasto pressoché invariato, per secoli, proporzionalmente alla popolazione che lo produceva e a cui era destinato. Nel complesso, quanto l’umanità era in grado di produrre era appena sufficiente alla “sussistenza”, al suo mantenimento. L’aumento significativo del prodotto totale e pro capite – a disposizione di ogni abitante – ha cominciato a manifestarsi solo con l’avvento del capitalismo industriale, in alcuni specifici Paesi e per una serie di condizioni, non più solo la produzione necessaria alla sussistenza, ma ben oltre. Dalla fine del Settecento in avanti, il Pil – valutato in termini “reali”, cioè a prezzi costanti – ha iniziato a crescere esponenzialmente, prima in Inghilterra, poi in altri Paesi europei e in Nord America, grazie all’affermarsi del capitalismo industriale. La storia, come vedremo più avanti, ha riguardato i Paesi e le varie regioni del mondo in modo differenziato. Nei Paesi dove il capitalismo ha preso piede, l’evidenza mostra che una volta che il Pil inizia a crescere – allorché si mettono in moto certi “meccanismi” – non si ferma più, cioè non registra periodi prolungati di stagnazione o di decrescita. Nel passato, lunghe stagnazioni del prodotto erano, invece, la normalità. La crescita del Pil si riflette in miglioramenti nelle condizioni di vita, con effetti positivi su molti aspetti dell’esistenza delle persone: dalla speranza di vita alla nascita, all’istruzione, alle condizioni di lavoro, alle retribuzioni. Nel tempo, i lavori faticosi e le ore lavorate si riducono, mentre la struttura dell’economia si trasforma, con una diminuzione relativa del valore prodotto dall’agricoltura e un aumento di quello industriale e dei servizi.

L’andamento del Pil mondiale per persona negli ultimi duemila anni mostra un andamento piatto fino alla Prima rivoluzione industriale (nella seconda metà del XVIII secolo) e una crescita progressiva da allora, più o meno costante. L’aumento del Pil è dovuto all’affermarsi del capitalismo industriale che – grazie alla continua introduzione di nuove tecnologie – ha consentito una crescita del prodotto più che proporzionale all’impiego di lavoro. Il sistema capitalistico ha messo in moto un meccanismo in grado di riprodursi e di svilupparsi grazie al continuo progresso tecnologico da esso stesso favorito, e si afferma dove si verificano le condizioni per il suo radicamento – dalla proprietà privata dei mezzi di produzione alla disponibilità di manodopera – e per la sua riproduzione. Disponibilità di materie prime e risorse naturali, da un lato, e contesto istituzionale e politico, dall’altro, ne hanno condizionato lo sviluppo che è così avvenuto in tempi e modi diversi in un numero limitato e circoscritto di Paesi. A oggi, il 10% della popolazione mondiale ha un reddito al di sotto della soglia di povertà assoluta, dall’80% che era nel 1800.

Come vedremo, l’affermarsi del capitalismo porta all’aumento del reddito e alla diminuzione della povertà, ma ciò avviene solo in un certo numero, anche se in via di espansione, di Paesi del mondo. L’economia capitalista ha avuto effetti positivi sulle condizioni di vita nel breve periodo, ma occorre distinguere – e lo faremo sempre nel corso del libro – tra crescita (un aumento quantitativo del reddito dovuto all’aumento dei fattori produttivi capitale e lavoro), sviluppo (un aumento quantitativo del reddito in presenza di innovazioni che consentono di ottenere più prodotto a parità di fattori di produzione impiegati), e benessere (relativo alle condizioni – multidimensionali – della vita). Sottolineiamo da ora che crescita e sviluppo hanno spesso comportato una riduzione del benessere.

La crescita del Pil, tuttavia, non è necessariamente collegata a una sua equa distribuzione, perché il Pil, quando cresce, non aumenta per tutti allo stesso modo. Bisogna distinguere tra produttori e percettori di reddito. Non tutti i produttori e non tutti i percettori beneficiano della crescita nella stessa misura. Il Pil mondiale, oggi, viene per i suoi tre quarti prodotto nei Paesi “a economia avanzata” (quelli capitalistici dalle origini), in buona parte dai Paesi “emergenti” e in piccolissima parte dagli altri Paesi, che sono quelli che chiamiamo “in via di sviluppo” e sono poi quelli dove il capitalismo non si è ancora affermato ed esteso, essendo stati per lo più relegati a produrre materie prime per le economie avanzate. Colonialismo e imperialismo, come vedremo, sono parte integrante della storia del capitalismo e della sua affermazione. Se volessimo rappresentare una mappa dei Paesi del mondo secondo il Pil, dove l’estensione di ognuno è proporzionale al prodotto, noteremmo che l’Africa sub-sahariana – con l’eccezione del Sud Africa – quasi non esiste, che l’America Latina è sottodimensionata, l’Asia è ipotrofica, mentre Stati Uniti, Europa e Giappone appaiono obesi. Asia, America Latina e Africa sono però i continenti dove risiede l’85% della popolazione mondiale. Ovvero, il 75% del reddito mondiale è prodotto dal 15% della popolazione.

La stessa disomogeneità vale all’interno dei Paesi. Si ha infatti che alla quota della popolazione più ricca, ben ristretta, va generalmente la quota maggiore del reddito prodotto: pochi ricchi possiedono quasi tutta la ricchezza e molti poveri ne hanno pochissima. E ciò è vero tanto per i Paesi a economia avanzata quanto per gli altri. Il capitalismo si afferma grazie a un sistema che consente un enorme e continuato aumento del reddito, che però non beneficia tutti allo stesso modo. Questa non è però il suo solo “difetto”.

Lo sviluppo industriale è potuto avvenire anche grazie al vasto sfruttamento delle risorse naturali. In molti casi ciò ha portato al degrado ambientale – e ha prodotto un aumento della concentrazione di anidride carbonica, metano e altri gas – responsabili dell’“effetto serra” all’origine del riscaldamento globale. Se osserviamo come viene distribuita la produzione di CO2, notiamo la sua quasi perfetta sovrapponibilità con la distribuzione mondiale del reddito – ovvero i Paesi più ricchi sono anche i maggiori inquinatori. A differenza di questa però, l’inquinamento colpisce tutti, in quanto intacca la biosfera.

Le variazioni delle temperature ci sono sempre state, in periodi anche lunghi, ma contenute e graduali. Viceversa, negli ultimi decenni si è registrata una impennata molto veloce delle stesse. È il fenomeno del riscaldamento globale dovuto, secondo la stragrande maggioranza degli studiosi, all’attività dell’uomo che ha modificato l’ambiente con l’inquinamento modificando la biosfera. I tempi della natura sono assai più lenti di quelli dell’economia e per questo motivo l’aumento delle temperature assomiglia a quello che è stato definito come “il bastone da hockey” dovuto a un aumento accelerato nell’ultimo secolo.

La crisi ambientale è la grande criticità che il nostro tempo conosce, potenzialmente più grave, per l’impatto che è destinata ad avere, di ogni crisi economica. La crisi ecologica è così rilevante che rischia di stravolgere il nostro modo di vivere. Se i problemi legati alla sovrappopolazione e alla limitata disponibilità di risorse ci porranno vincoli alla crescita, la stessa metrica del Pil che non tiene conto dell’inquinamento e dell’impatto ambientale deve essere riconsiderata. Grande parte delle emissioni di gas responsabili del riscaldamento globale viene dal consumo di combustibili fossili per la generazione di energia. Se anche riuscissimo a ottenere un Pil prodotto da energia a costo zero – come nella fusione nucleare – potremmo uscire solo in parte dalla trappola evolutiva.

La parte “capitalistica” rimarrebbe intatta e con essa lo sfruttamento delle risorse naturali con l’annesso degrado ambientale e degli ecosistemi. Il sistema capitalistico presenta questo e altri problemi a esso intimamente legati: in primis, la disoccupazione e la distorta distribuzione del reddito. Cambiare tecnologie è solo un primo passo per passare a un uso più oculato delle risorse, visto che il capitalismo è basato sulla nozione che si debba produrre sempre di più: senza crescita non c’è profitto, che è l’incentivo a produrre. Questo “credo” si deve al fatto che il maggiore prodotto equivale a ottenere più alti profitti. Non è un caso che dagli anni Ottanta del secolo scorso – pur in presenza di aumenti di reddito e produttività – i salari sono rimasti fermi e la disoccupazione si è mantenuta ben al di sopra dei livelli considerati fisiologici. Occorrerà poi riflettere sulla reversibilità dei danni che stiamo provocando alla natura (e sul restauro delle condizioni di vita originarie), sulla sostenibilità del progresso e di come allontanarci dal punto di non ritorno.

La crisi ecologica è un segno di come il mercato sia fallito come regolatore del benessere, ma anche dei limiti che ci troviamo a fronteggiare.

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08/06/2023

Italia - Pil basso ma meglio del previsto per l'OCSE. Pesa l’ipoteca del PNRR

La crescita del Pil italiano dovrebbe essere dell’1,2% nel 2023 e dell’1% nel 2024. È questa la previsione dell’Ocse, contenuta nell’Economic Outlook diffuso ieri. Nel precedente rapporto, datato novembre, l’Ocse prevedeva per l’Italia un aumento dello 0,2% per il 2023 e sempre +1% nel 2024.

“Dopo una contrazione nel quarto trimestre del 2022 – afferma l’Ocse – il Pil reale è aumentato dello 0,6% nel primo trimestre del 2023. I recenti indicatori indicano una crescita modesta nel breve termine. Mentre la produzione industriale e le vendite al dettaglio rimangono contenute, la fiducia delle imprese e dei consumatori si è rafforzata rispetto agli ultimi mesi”.

Ma, sempre secondo l’Ocse, su questo aumento del Pil pesa una ipoteca. I ritardi nell’attuazione del Piano Nazionale di Ripristino e Resilienza (PNRR) potrebbero infatti ridurre la crescita del Pil. Per l’organizzazione dei paesi a capitalismo avanzato, la rapida implementazione delle riforme strutturali e dei piani di investimento pubblico nel PNRR sarà fondamentale per sostenere l’attività nel breve termine e per gettare le basi di una crescita sostenibile nel medio termine.

L’Ocse rileva invece diffusi ritardi sulle spese dei piani del PNRR e chiede al governo di sostituire “i progetti irrealizzabili” con altri progetti praticabili, rafforzando al tempo stesso l’efficienza della Pubblica amministrazione e la sua capacità di gestire le spese previste dal piano.

“Le spese sui fondi del Next Generation EU sono ben indietro rispetto al previsto, con la spesa cumulata a fine 2022 circa il 50% al di sotto dei piani iniziali, che prevalentemente riflette ritardi sull’attuazione degli investimenti dei progetti di investimento pubblico“, afferma l’Ocse.

“La priorità dovrebbe essere quella di rimpiazzare rapidamente i progetti irrealizzabili con piani realizzabili – afferma l’organizzazione – e rafforzare la capacità della Pubblica amministrazione di gestire efficientemente e attuare i progetti di spesa pubblica previsti dal PNRR. È cruciale che questi progetti includano spese su infrastrutture per facilitare le transizioni digitali e verde, così come l’espansione degli asili nido per promuovere la partecipazione al mercato del lavoro delle donne in un contesto di rapida riduzione della popolazione in età lavorativa“.

Sul biennio 2023-2024 l’impostazione di politica di bilancio del governo mostra “un equilibrio appropriato tra prudenza e sostegno alla crescita, ma negli anni successivi sarà necessario più risanamento per mettere il rapporto debito-Pil su un percorso sostenibile“.

A detta dell’Ocse “i piani di consolidamento dovrebbero includere misure ambiziose per intervenire sull’evasione fiscale e ampie revisioni della spesa pubblica per migliorarne l’efficienza“.

Mentre iniziano a farsi sentire gli effetti della stretta monetaria e le misure di aiuto a imprese e famiglie contro il caro energia vengono progressivamente rimosse, il quadro della politica economica in Italia “sta diventando restrittivo“. E questa linea “leggermente restrittiva appare ampiamente appropriata – afferma l’Ocse nel suo Economic Outlook – sarà necessario proseguire il consolidamento nei prossimi anni per mettere il debito/Pil su una traiettoria più sostenibile“.

“La rapida attuazione delle riforme strutturali e dei piani di investimento del PNRR sarà di importanza primaria per sostenere l’attività sul breve termine – aggiunge l’ente parigino – e gettare le basi per una crescita sostenibile nel medio termine“.

L’Ocse prevede che il tasso di disoccupazione in Italia resti invariato all’8,1% sia quest’anno che il prossimo. Secondo l’organizzazione parigina è basso guardando ai precedenti storici, “i posti liberi sono elevati e l’occupazione continua a crescere vigorosamente nonostante un calo della popolazione in età lavorativa – si legge nel capitolo sull’Italia contenuto nell’Economic Outlook –. Il dinamismo del mercato del lavoro e i recenti cali dei prezzi dell’energia stanno stabilizzando i redditi reali delle famiglie, supportando una modesta ripresa nei consumi nella prima metà del 2023“.

Quest’anno il rapporto tra deficit di bilancio e Pil dell’Italia risulterà praticamente dimezzato al 4,1%, fronte dell’8% dello scorso anno, mentre nel 2024 l’incidenza del deficit dovrebbe ulteriormente attenuarsi al 3,2%, appena sopra la soglia Maastricht. Il livello del debito pubblico sul Pil è previsto calare quest’anno al 140,7%, a fronte del 144,3% del 2022, e scendere ulteriormente al 139,4% nel 2024.

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11/03/2023

La Cina e gli “esperti”

Proponiamo qui la traduzione di un recente studio di Michael Roberts, economista poco incline alle sirene del mainstream neoliberista. Roberts analizza l’economia cinese, ma paradossalmente il cuore teorico più interessante riguarda i criteri di formulazione delle statistiche su cui ragionano i decisori politici, le banche centrali, gli analisti.

Se queste statistiche non riflettono la realtà economica, ma ne deformano la visione, le decisioni prese saranno implacabilmente sbagliate. Ed anche le “narrazioni” diffuse dal sistema dei media saranno decisamente farlocche.

Per una curiosa coincidenza, questa rilevazione critica di Roberts avviene quasi in contemporanea con la “scoperta” che i criteri usati per quantificare l’inflazione in Europa sono sbagliati. E dunque andranno rivisti, con il risultato – in alcuni casi – di dimezzare i tassi di inflazione certificati da Eurostat.

Ma non stiamo parlando di una disputa teorica tra accademici, perché sulla base del tasso di inflazione la Bce prende decisioni che possono far malissimo all’economia, come un rialzo dei tassi di interesse (il “costo del denaro”) sproporzionato rispetto alle possibilità di tenuta di imprese e famiglie.

Qualcosa di simile, dimostra Roberts, avviene con la metodologia di calcolo del Pil. O, più precisamente, con il calcolo del contributo dei “consumi” alla formazione stessa del Pil. Le economia occidentali, lette attraverso gli occhiali neoliberisti, sono notoriamente “trainate dai consumi”, con percentuali quasi bulgare (si sfiora spesso il 70% del Pil).

E questo induce frotte di economisti di quella scuola – e i decisori politici occidentali – a caldeggiare politiche di riduzione dell’intervento pubblico, specie in materia di welfare e istruzione.

Ma se si guarda alla composizione di questi “consumi” si vede chiaramente che la loro quantificazione dipende dal tipo di sistema economico. Nei paesi occidentali vengono conteggiati come “consumi” le spese sanitarie e per l’istruzione, per l’assistenza sociale e per i servizi pubblici, quasi ovunque in crescita a causa della privatizzazione di quei servizi.

Ed egualmente come “consumi” viene conteggiata la domanda di capitale per parti, materiali, beni intermedi e servizi. Che non riguardano affatto il “livello di benessere” della popolazione... In pratica: si paga, viene emesso scontrino o fattura, ergo “è Pil”.

Nel sistema cinese, al contrario, le voci relative al welfare sono parte del bilancio statale, ma incidono molto concretamente sulla qualità della vita dei cittadini in quanto permettono di dedicare il salario alla spesa per i consumi veri e propri, visto che quei servizi sono gratuiti o quasi (non si emette fattura, ergo “non è Pil”).

È il salario sociale, insomma, che decide del livello di benessere. Se non ce l’hai quasi più – e continua a ridursi, in tutto l’Occidente neoliberista – anche i consumi calano e l’economia si ferma. Anche perché di investimenti privati se ne vedono davvero pochi...

Qualcuno – pochissimi – ha guadagnato molto da questo “errore prospettico”. Sono gli stessi che continuano a chiedere privatizzazioni e liberalizzazioni, per ingrassare portafogli già stragonfi da cui non “sgocciola” proprio nulla...

Buona lettura.

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L'annuale Congresso Nazionale del Popolo ha preso il via oggi con l'annuncio da parte del premier uscente Li Keqiang di un obiettivo di crescita del PIL reale del 5%, in calo rispetto al 5,5% precedente. La priorità, ha detto Li, è l'economia, ma anche la spesa per la difesa dovrà aumentare del 7,2% nel 2023. Li ha fissato l'obiettivo del deficit di bilancio cinese per quest'anno al 3% del PIL, impegnandosi a creare 12 milioni di nuovi posti di lavoro nelle città e a mantenere il tasso di disoccupazione al 5,5% circa. Li ha affermato che la Cina deve "espandere l'accesso al mercato" per gli investitori stranieri, "sostenere" i consumi e controllare i rischi nel settore immobiliare.

Per quanto riguarda il settore immobiliare cinese in crisi, in cui molte società sono andate in default sul debito, Li si è impegnato ad aiutare "le imprese immobiliari leader e di alta qualità", continuando a "prevenire l'espansione non regolamentata". Alcuni "esperti" occidentali hanno espresso un giudizio leggermente positivo. "Penso che nel complesso il rapporto sia orientato a rassicurare gli investitori stranieri che la Cina è ancora un buon posto per fare affari e così via", ha detto Willy Lam, un "esperto" di politica cinese presso il think-tank Jamestown Foundation di Washington.

Il presidente Xi si appresta a un terzo mandato senza precedenti e a sostituire Li Keqiang con Li Qiang, un suo stretto collaboratore che ha presieduto alla chiusura di Shanghai l'anno scorso, come capo del partito comunista della città. Li ha già lavorato con Xi nella provincia di Zhejiang negli anni 2000. A ottobre il presidente cinese ha fatto piazza pulita del massimo organo decisionale del Partito comunista, il Comitato Permanente del Politburo composto da sette membri.

Con l'inizio dell'NPC, ancora una volta, gli esperti di "Cina" occidentali e persino molti in Cina stessa prevedono una stagnazione e persino un crollo, a causa dell'implosione dell'indebitamento del settore immobiliare. La crescita della popolazione cinese si è fermata e la forza lavoro è in declino. La crescita sta rallentando. La Cina è entrata nella "trappola del reddito medio". In effetti, dati gli enormi livelli di indebitamento in tutti i settori, la Cina è destinata a ristagnare come il Giappone negli ultimi tre decenni. L'unico modo per evitare la "giapponesizzazione", dicono questi esperti, è quello di "riequilibrare" l'economia passando da un "eccesso di investimenti" e dall'"ossessione per le esportazioni" a un'economia interna guidata dai consumatori, come in Occidente, e di ridurre il controllo statale sull'economia in modo che il settore privato possa prosperare.

Ho discusso a lungo la validità di queste argomentazioni in vari post, ai quali rimando i miei lettori per spiegare perché molti di questi "discorsi da esperti" non sono corretti.

Ma alla luce della riunione dell'NPC e delle nuove linee guida stabilite dai leader del PCC, permettetemi di esporre alcuni argomenti contro gli "esperti".

Innanzitutto, ricordiamo i risultati economici passati della Cina. Solo negli ultimi 20 anni, il tasso di crescita della Cina è stato significativamente più alto di quello del G7 e persino delle principali economie "emergenti", i cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India e Sudafrica). E questo tasso di crescita più rapido è stato registrato nel Paese più popoloso del mondo, non in una piccola città-stato come Singapore o in economie asiatiche leggermente più grandi come Taiwan o la Corea. Non c'è proprio paragone.

Ah, ma vedete, ora è tutto finito. La crescita della Cina ora rallenterà fino a fermarsi, come quella del Giappone, perché è sovraccarica di debiti eccessivi e perché non ha riequilibrato l'economia verso "il consumatore".

Quest'ultima argomentazione mi fa particolarmente arrabbiare. Gli esperti occidentali e persino gli economisti cinesi ripetono a pappagallo questa argomentazione, che proviene direttamente dall'economia neoclassica e da quello che l'economista keynesiano di sinistra Joan Robinson ha definito "keynesianismo imbastardito" – imbastardito perché Keynes stesso sottolineava il ruolo della "domanda aggregata", che includeva gli investimenti e non solo i consumi. Eppure il mainstream sostiene che in un'economia moderna ciò che conta per la crescita è aumentare i consumi.

È possibile dimostrare che questa argomentazione non ha senso. Sono gli investimenti produttivi a guidare la crescita di un'economia e da questi scaturiscono i consumi, non viceversa.

Il punto di vista sul "riequilibrio" si basa solitamente sul fatto che i tassi di consumo personale sono troppo bassi in Cina e questo frenerà la crescita guidata dalla domanda. Prendiamo ad esempio il parere di Chen Zhiwu, professore di economia e finanza cinese presso l'Università di Hong Kong. Chen sostiene che, sotto Xi, sono state messe da parte le principali riforme per un'economia più ampia, guidata dal settore privato e dai consumatori. "Le 60 riforme avrebbero ampiamente espanso il ruolo dei consumi e delle iniziative private", afferma. "Tuttavia, il programma di riforme orientato al mercato è stato ampiamente messo da parte... con il risultato di un ruolo più ampio per lo Stato e un ruolo ridotto per il settore privato". Secondo Chen, questo significa che l'economia cinese ristagnerà da qui in avanti.

Un altro analista occidentale di spicco e molto seguito, Michael Pettis, che ha sede a Shanghai, avanza un'argomentazione simile: ciò che spingerà la Cina verso una stagnazione di tipo giapponese è l'incapacità di espandere i consumi personali e di continuare a espandere gli investimenti attraverso l'aumento del debito. Il guru keynesiano Paul Krugman si unisce a questo coro, parlando dell'economia cinese "selvaggiamente squilibrata". Krugman sostiene che "Per ragioni che non comprendo appieno, i responsabili politici sono stati riluttanti a permettere che tutti i benefici della passata crescita economica passassero alle famiglie, e questo ha portato a una bassa domanda dei consumatori". Purtroppo, una parte della leadership cinese, in particolare i suoi economisti del settore finanziario, accetta questa argomentazione fastidiosamente stupida degli esperti occidentali.

Come si può affermare che le economie mature "guidate dai consumatori" del G7 siano riuscite a raggiungere una crescita economica costante e veloce, o che i salari reali e la crescita dei consumi siano stati più forti? In effetti, nel G7 i consumi non sono riusciti a trainare la crescita economica e i salari hanno ristagnato in termini reali negli ultimi dieci anni (e ora stanno diminuendo), mentre i salari reali in Cina sono aumentati vertiginosamente. Inoltre, queste economie guidate dai consumatori sono state colpite da crolli regolari e ricorrenti della produzione che hanno fatto perdere trilioni di euro in termini di produzione e di reddito alle loro popolazioni.

I punti da sottolineare sono due. In primo luogo, le economie guidate dagli investimenti in realtà consentono una crescita più rapida dei consumi. La Cina ha il più alto rapporto tra investimenti lordi e PIL tra le principali economie mondiali (tutti i dati da qui in poi provengono dalla Banca Mondiale).


Anche la crescita degli investimenti è la più rapida.


Certo, la crescita degli investimenti sta rallentando in Cina, ma il rallentamento è risulta più grave pe rle economie del G7 che partivano da un livello già basso. La "giapponesizzazione" significa in realtà un calo della crescita degli investimenti reali. La Cina non ci è neanche lontanamente vicina.

Cosa significa questo per la crescita del PIL? L'economia cinese "sovrainvestita" è più veloce di quattro volte rispetto alle economie OCSE guidate dai consumatori e del 40% rispetto all'India.


Si è parlato molto della "catastrofica" politica zero COVID in Cina. Ma oltre a salvare milioni di vite, la Cina non è entrata in crisi nel 2020, a differenza di tutte le economie del G7.


In secondo luogo, questo significa che il consumo delle famiglie in Cina è troppo basso o addirittura in calo? A questo punto, gli esperti cinesi tirano fuori questo grafico.

Poi arriva l'argomentazione: la Cina deve portare la sua quota di consumo ai livelli occidentali, altrimenti non sarà in grado di crescere e rimarrà bloccata nella trappola del "reddito medio".

Ma non è questo il grafico che racconta la vera storia. Lo fa invece il grafico seguente.

Sorpresa! L'economia cinese, "eccessivamente investita" e "selvaggiamente sbilanciata", ha prodotto una crescita dei consumi di gran lunga più rapida per i suoi cittadini: quasi quattro volte più veloce degli Stati Uniti, guidati dai consumatori, nove volte più veloce della Giappone e addirittura il 50% più veloce dell'India. Ciò suggerisce che se la Cina dovesse "riequilibrare" la sua economia verso i consumatori e ridurre gli investimenti, nonché ridurre il settore pubblico e "liberare" il settore privato (il settore che fornisce la maggior parte dei beni di consumo in Cina), il tasso di crescita della Cina diminuirebbe ancora di più di quanto non abbia fatto negli ultimi anni!

Il grafico della quota dei consumi sul PIL è fuorviante. In primo luogo, questa misura dei consumi esclude il salario sociale, in particolare la sanità e l'istruzione, l'assistenza sociale e i servizi pubblici. In paesi come gli Stati Uniti, molti di questi consumi sociali devono essere pagati e quindi compaiono nella quota di consumo. Non è così per gran parte dei consumi sociali in Cina. La Cina ha ancora molta strada da fare per quanto riguarda i consumi sociali, ma è molto più avanti rispetto ad altri Paesi dei mercati emergenti in molte aree e non è così lontana dalle principali economie del G7, che hanno iniziato più di 100 anni prima.

In secondo luogo, il grafico mostra il consumo come quota del valore aggiunto (PIL), cioè del "consumatore finale". Negli Stati Uniti, i consumi sembrano costituire il 70% del PIL. Tuttavia, se si considera il "prodotto lordo", che comprende tutti i prodotti intermedi a valore aggiunto non conteggiati nel PIL, il consumo rappresenta solo il 36% del prodotto totale; il resto costituisce la domanda di capitale per parti, materiali, beni intermedi e servizi. È l'investimento il fattore di oscillazione e il motore della domanda, non il consumo dei lavoratori.

È vero che la crescita degli investimenti "produttivi" è diminuita in Cina. Gli investimenti in nuove tecnologie, nella manifattura, ecc. hanno lasciato il posto a quelli in attività improduttive, in particolare nel settore immobiliare. A mio avviso, i governi cinesi che si sono succeduti hanno commesso un grosso errore nel cercare di soddisfare il fabbisogno abitativo della popolazione urbana in crescita creando un mercato di alloggi in vendita, lasciando che fossero i mutui e i costruttori privati a realizzarlo. Invece di lanciare autonomamente progetti abitativi per ospitare le persone in affitto, i governi locali hanno venduto beni statali (terreni) a costruttori capitalisti, i quali hanno continuato a contrarre ingenti prestiti per costruire progetti immobiliari. Ben presto le abitazioni non furono più "per vivere, ma per speculare" (citazione di Xi). L'indebitamento del settore privato salì alle stelle, proprio come nella bolla immobiliare in Occidente. Il tutto è sfociato nella pandemia di COVID, quando i costruttori e i loro investitori sono falliti.

La crisi immobiliare è rimasta irrisolta. È interessante vedere quale sia la soluzione secondo gli esperti occidentali. Ecco cosa dice Michael Pettis: "Purtroppo sarà necessaria una ripresa degli acquisti speculativi per evitare un'ulteriore contrazione del settore immobiliare e dei prezzi degli immobili, cosa che non farebbe altro che peggiorare le cose nel medio-lungo termine". (Tweet, 5 marzo). Quindi la risposta al crollo immobiliare è una maggiore speculazione, anche se peggiorerà le cose in futuro!

Non è la mia soluzione. Ciò che il governo cinese deve fare è rilevare questi grandi sviluppatori e riportarli nella proprietà pubblica, completare i progetti e passare all'edilizia in affitto. Il governo dovrebbe porre fine ai pagamenti del debito agli investitori stranieri e rispettare solo gli obblighi nei confronti dei piccoli investitori; e trasferire l'edilizia abitativa fuori dal sistema dei mutui e dei finanziamenti privati.

Davvero Li può far quadrare il cerchio? Il settore privato cinese è cresciuto a dismisura negli ultimi due decenni. Ha portato a una malsana espansione dei miliardari e a una crescente disuguaglianza di ricchezza e reddito. E proprio come in Occidente, con il calo della redditività del capitale produttivo, il settore capitalistico si è spostato in aree di investimento improduttive, come la finanza e il settore immobiliare. Il debito è salito alle stelle. Questo ha aumentato il rischio di crisi economiche come in Occidente.

Contrariamente alle opinioni degli esperti occidentali e di Li, non è di meno investimenti e più consumi, né di meno investimenti pubblici e più investimenti privati che la Cina ha bisogno per sostenere il suo precedente successo economico, ma del contrario.

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16/05/2022

Internet e PIL, il paradosso della gratuità

di Guido Salerno Aletta

È un paradosso del capitalismo: Internet ha realizzato la più grande socializzazione globale della proprietà privata, rendendo gratuitamente disponibile a tutti praticamente ogni contenuto intellettuale che prima era "segregato", essendo fornito solo dietro pagamento: informazioni giornalistiche, film, canzoni, libri, statistiche, mappe geografiche, enciclopedie, traduttori istantanei.

Internet è la più grande biblioteca mai pensata al mondo: nessuno mai prima d'ora ha avuto questo incomparabile privilegio, di avere quasi tutto la scibile a portata di mano e gratuitamente. Una volta che un qualsiasi contenuto è stato messo in Rete, su un sito aperto, diviene patrimonio comune dell'Umanità.

Ci sono poi i servizi di telecomunicazioni: con un abbonamento mensile a costo modico, a forfait, si ha accesso praticamente illimitato a telefonate, SMS, e ad internet. Di qui la possibilità di inviare gratuitamente e-mail, posta certificata, fare pagamenti su piattaforme globali anche queste gratuite, accedere ai siti di e-commerce.

Al contrario di quanto avviene normalmente, con uno scambio contemporaneo di merci e servizi in un senso e di denaro nell'altro, nella rete non c'è un corrispondente movimento. All'inizio, si immaginava di poter tariffare tutto, visto che ogni informazione ed ogni servizio sarebbero stati a pagamento, facendo transitare obbligatoriamente "l'abbonato ad Internet" attraverso il "portale" dell'ISP (Internet Service Provider): lì ci sarebbe stato il menu di accesso ai diversi siti, con il controllo dei tempi e dei contenuti e la conseguente tariffazione.

Le cose sono andate diversamente: la "rete" ha dimostrato la sua vera natura, uno strumento creato per non essere controllabile, concepito per fini militari e scientifici e non economici: i "browser" hanno sconvolto l'assetto teorico di "accesso controllato e tariffato all'ingresso dall'ISP": l'utente accede infatti direttamente ai siti formulando una interrogazione, digitando una o più parole chiave che rimandano ad un archivio di corrispondenze, e di lì ai siti. L'ISP istrada solo l'accesso alla rete, ma non lo controlla: il controllo si fa direttamente al sito che offre informazioni o servizi, che per la stragrande quantità sono gratuiti.

Ci sono due aspetti che vanno considerati a questo punto, sul piano patrimoniale e su quello economico.

Innanzitutto c'è stato un abbattimento del valore degli asset esistenti: la concorrenza delle enciclopedie on-line ha abbattuto il valore di quelle storiche. Lo stesso vale per gli immensi archivi di musica, di film e di opere letterarie: una volta digitalizzate ed immesse in rete, è stato quasi impossibile mantenere in piedi i vecchi modelli di business basati sulla vendita dei supporti fisici e l'incasso dei relativi diritti di sfruttamento.

Mentre da una parte la platea dei fruitori dei contenuti si è moltiplicata a dismisura, il prezzo dei contenuti in rete è crollato fino alla gratuità assoluta. Nonostante gli sforzi di controllare il pirataggio e lo sviluppo delle piattaforme a pagamento, il modello pay è assolutamente minoritario.

Il sistema postale e quello telefonico tradizionale sono usciti devastati: non si mandano più lettere o cartoline, né si spediscono più fatture, perché tutto va sulla rete. E le bollette telefoniche sono quasi tutte a forfait, mentre una volta il traffico era tariffato a tempo ed a distanza, a scatti oppure a secondi. Oggi si può stare tranquillamente al telefono per ore chiacchierando con chiunque in capo al mondo, o fare collegamenti video anche sullo smartphone: quella che nei primi anni duemila sembrava una gigioneria, la videochiamata sui primi telefonini UMTS di terza generazione, è diventata pratica comune. Anche qui, tutto gratis: dalle e-mail alle telefonate via Skype o equivalenti, alle chat sui social media, alle videochiamate.

Se volessimo dare un valore monetario a tutto questo enorme traffico sulla rete, allo scambio di contenuti ed alla fornitura di servizi, il PIL registrerebbe una crescita enorme. Immaginate di dare il valore di 10 centesimi di euro o di dollaro per ogni mail inviata e anche solo di 1 centesimo per ogni foto caricata o inviata: in un anno, si arriverebbe, a livello planetario, ai fantastiliardi. Ed invece, essendo servizi gratuiti, tutto questo non viene in alcun modo valorizzato: ci sono solo i costi di gestione e di alimentazione dei siti e dei contenuti che vengono caricati, trovando la pubblicità o con altri servizi.

Internet ha determinato una socializzazione della ricchezza intellettuale mai immaginata prima e dà vita in ogni istante ad un valore sociale ed economico immenso: ma tutto questo non viene computato.

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04/04/2022

Italia. La guerra sballa ogni ipotesi di ripresa economica

Il rapporto pubblicato dal Centro Studi di Confindustria stima una crescita del Pil per il 2022 tagliata a +1,9% cioè “con un’ampia revisione al ribasso (-2,2 punti)” rispetto alle stime dello scorso ottobre, quando tutti le previsioni erano concordi su un +4%.

Nella prima metà del 2022, quando si dispiegheranno pienamente gli effetti negativi della guerra, anche considerando il +2,3% di crescita acquisita per “l’ottimo rimbalzo dell’anno scorso”, secondo il CsC l’Italia “entrerebbe così in una recessione tecnica seppur di dimensioni limitate ossia con un calo di -0,2% e di -0,5% nei primi due trimestri”.

Il ritorno della crescita economica ai livelli pre-pandemia slitta dal secondo trimestre di quest’anno al primo del prossimo. La previsione per il 2023 è per una crescita del Pil del +1,6%, dopo una previsione di crescita del 2022 vista in calo al +1,9%.

Nell’attuale scenario economico “anche gli effetti positivi derivanti dall’implementazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sono a rischio, perché alcuni degli investimenti previsti potrebbero essere di difficile realizzazione ai prezzi attuali”, avverte il Centro Studi di Confindustria.

“Inoltre” – si sottolinea nel rapporto – “la scarsità di vari materiali potrebbe rendere difficoltoso realizzare alcuni investimenti nei tempi previsti. È, quindi, probabile che alcuni progetti debbano essere rivisti alla luce del contesto attuale, affinché il Piano possa essere effettivamente implementato”.

Ma si profila anche un altro punto di caduta, non rilevato come tale dal Centro Studi Confindustria, ovvero che l’impatto economico della guerra in Ucraina sta per trasferirsi nelle cifre e nelle tabelle che il Governo si appresta a inserire nel Documento di economia e finanza. Lo scenario – lo ha ammesso senza mezzi termini il ministro dell’economia Daniele Franco – resta caratterizzato da un’estrema incertezza.

Se questi sono gli scenari delle conseguenze della guerra sulla situazione economica e sociale del paese, occorre inchiodare il governo alle proprie responsabilità: è interesse del paese agire per fermare questa guerra o seguire la strada dell’escalation fortemente perseguita dagli Stati Uniti e dai agenti nella UE come Polonia e Repubbliche Baltiche? Delle due l’una.

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09/01/2022

Draghi non ha mai gestito nulla

Ribadisco, Draghi non c’entra nulla con il rimbalzo del 6,3% del pil quest’anno, checché ne dicano ministri, analisti e quasi tutti i media (foraggiati da soldi pubblici).

Iniziò Trump con 2mila miliardi di dollari di politiche espansive, subito riprese dai paesi europei, con cifre minori ma consistenti. Quasi tutti i paesi del mondo attuarono politiche fiscali espansive.

La Cina, dal canto suo, per suo volere, nonostante la fogna che le viene scaricata addosso, decise quasi due anni fa di aumentare l’importazione dei prodotti italiani. D’altro canto, con il lockdown, gli italiani non spesero granché.

A maggio con la riapertura, iniziò la discesa del tasso di risparmio, che passò dal 18,4% (prima era all’8,7%) al 12,4%. Ne usufruirono i servizi nel periodo estivo.

Un’altra voce che contribuì enormemente alla crescita del Pil nel 2021 fu il Superbonus edilizio, mentre i 170 miliardi di euro dati come ristoro e politiche dell’offerta alle imprese contribuirono alla crescita degli investimenti.

Nulla si fece per la sanità, per i trasporti e per la scuola.

Ci siamo ritrovati un debito pubblico superiore del 30% solo per via di politiche dell’offerta alle imprese, null’altro.

Draghi come presidente della Bce non fece altro che regalare 4mila miliardi agli speculatori europei, che riversarono questa liquidità su Wall Street (da qui i record di borsa mentre l’economia reale si fermava).

Fallì nel centrare il tasso di inflazione al 2% fino a quando, con la Lagarde – solo per le tensioni con la Russia e per il fatto che negli ultimi 30 anni sono state smantellate industrie di materie prime in Europa e Usa – ci ritroviamo con un’inflazione al 3,9%, in un contesto di diminuzione del 6% dei salari reali.

Il fatto è che dal 2008 si continua con l’asset inflation e con politiche dell’offerta alle imprese, senza le quali, esse, quasi tutte, sarebbero zombie.

La Cina ha diversi difetti, ma decise di venire incontro alla popolazione a partire dal 2008: un processo non ancora concluso, ma che si rivela vincente. Ha attutito il crollo mondiale del 2020 e si appresta a concludere il 2021 con l’8% di crescita.

È stata vincente la sua politica sanitaria, la sua politica fiscale, la sua politica salariale. Non so esattamente perché ci sono riusciti, ma sta di fatto che la realtà è questa. Certo ci sarà un capitalismo in Cina – capitalismo di stato – ma sta di fatto che è vincente.

Anche noi lo avevamo, diversamente dalla Cina, in un contesto di piena rappresentatività partitica grazie al proporzionale puro.

Draghi fu tra coloro che contribuì enormemente a smantellarlo. E ora ci ritroviamo in questa situazione.

Triste, tutto ciò.

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04/01/2022

Per il Pil sono disposti a qualsiasi strage


Troppo tardi, troppo poco, troppo confuso, troppe differenziazioni. Nella gestione della pandemia il governo Draghi è in piena continuità con il Conte II. Entrambi hanno infatti messo al posto di comando la “difesa del Pil” e in fondo alla scala delle priorità la salute pubblica, usando il “tasso di saturazione degli ospedali” come termometro empirico per decretare il minimo di chiusure possibili.

Così facendo, neanche l’arrivo dei vaccini poteva cambiare seriamente la situazione. Certo, è diminuito di molto il numero dei morti, ma non certo la circolazione del virus, la sua replicazione, l’incontrollabilità delle sue varianti.

Il fatto che questo fallimento sia condiviso con tutto l’Occidente neoliberista, che ha seguito grosso modo la stessa “strategia”, non cambia di una virgola il giudizio finale. È stata una scelta criminale a favore del profitto, che però ha messo e sta mettendo in crisi proprio quello che voleva proteggere: la crescita economica.

In queste ore, davanti all’esplosione globale dei contagi, questa scelta viene ripetuta, senza più neanche provare a nasconderne i contorni. “Super Pass per lavorare, Lega e 5S alzano le barricate ma Draghi tira dritto: ‘Difendiamo il Pil che cresce’”, titola Repubblica nell’edizione online. E infatti nei giorni scorsi si è deciso di ridurre il periodo di quarantena – con annesso rischio di incrementare ulteriormente i contagi – invece che introdurre qualche forma di limitazione alla circolazione.

L’idea che si fa strada ora è un obbligo vaccinale parziale, ancora una volta mascherato da “green pass obbligatorio”, per i soli lavoratori. Ancora una volta troppo tardi, troppo poco, troppo confuso, troppe differenziazioni.

Un virus non distingue tra passaporti, colore di pelle, spessore del portafoglio o mansione produttiva. Non ha senso dunque prevedere un obbligo vaccinale limitato a categorie selezionate in base alla loro indispensabilità per “accrescere il Pil”.

La controprova sta nel fatto che per la scuola, invece, si vorrebbe far finta che il ritorno in presenza non presenti problemi di diffusione dei contagi (con l’ulteriore assurdo di prevedere l’obbligo vaccinale per il personale, docente e non, ma non per gli studenti). “La scuola non fa Pil”, sembrano dire a Palazzo Chigi, e dunque chissenefrega...

O si prevede l’obbligatorietà per tutti, o si continua all’infinito in questo saliscendi di aperture, chiusure, dad, differenziazioni tra attività vietate e permesse, babele di “indicazioni” che nessuno più riesce a seguire o ricordare.

O si liberalizzano i brevetti sui vaccini o si continua ad attendere che arrivi una variante imprevista per ricominciare da capo.

India e Sudafrica sono i paesi di “un altro mondo” che hanno la capacità industriale di produrre versioni free di tutti i vaccini in circolazione e che dunque avevano chiesto l’autorizzazione a produrli.

Il “no” statunitense ed europeo, in sede Wto, ha avuto un solo effetto pratico (oltre a proteggere i profitti-monstre di Moderna e Pfizer): quello di far maturare ed esplodere le due varianti che hanno azzoppato l’agognata “ripresa”: la delta (inizialmente detta “indiana”) e la omicron (originata nell’Africa australe).

Non basta. Ema ed Aifa – le autorità per il farmaco a livello europeo ed italiano – hanno scelto fin dall’inizio di esaminare ed approvare solo i vaccini “euro-atlantici” (statunitensi, come Pfizer e Moderna, o europei come AstraZeneca, poi scomparso dai radar).

Porte chiuse per quelli cubani, russi e cinesi, senza neanche lo sforzo di un esame. E dire che quelli cubani – Soberana ed Abdala – sono stati progettati apposta per essere somministrati a tutti i maggiori di due anni.

Con il risultato che a Cuba i contagi sono crollati e non si registrano più decessi, mentre qui e negli Usa (oltre un milione di contagi solo ieri) la situazione è fuori controllo a partire dalle fasce giovanili e infantili (cui proprio non si può chiedere l’ipocrita “senso di responsabilità” con cui i governi si sciacquano la bocca e la coscienza).

Per valutare quale strategia sia migliore, direbbero gli scienziati seri, “bisogna analizzare i dati”. E i risultati, ad oggi 4 gennaio 2022, sono questi:

Stati Uniti, 318 milioni di abitanti: 56.200.000 contagiati, 828.000 morti

Gran Bretagna, 67 milioni di abitanti, 13,5 milioni di contagiati, 150.000 morti.

Francia, 67,4 milioni di abitanti, 10,5 milioni di contagiati, 125.000 morti.

Spagna, 47,3 milioni di abitanti, 6,7 milioni di contagiati, 90.000 morti.

Italia, 59,5 milioni di abitanti, 6,4 milioni di contagiati, 138.000 morti.

Germania, 83 milioni di abitanti, 7,25 milioni di contagiati, 113.000 morti.

...

Cuba, 11,3 milioni di abitanti, 967.000 contagiati, 8.300 morti.

Cina, 1,4 miliardi di abitanti, 115.000 contagiati, 4.850 morti.

Le chiacchiere stanno a zero. Chi ha messo il Pil davanti alla vita della popolazione non riesce a difendere né la vita, né il Pil.

Si chiama capitalismo, ed è il virus più mortale di tutti. Fare strage è nel suo dna.

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30/12/2021

Il governo nel pallone: abolisce di fatto la quarantena

Diciamola in modo semplice: i governi occidentali, compreso quello italiano, di fronte al moltiplicarsi incontrollabile dei contagi scelgono di diminuire i periodi di quarantena in caso di contatto con portatori accertati del Covid, in qualsiasi variante si presenti.

Lo fanno – e lo dicono apertamente – per impedire che il contagio generalizzato della popolazione porti al sostanziale blocco dell’economia. Visto che, come sta accadendo in molti settori, la necessità di mettersi in isolamento impedisce a un numero crescente di persone di andare a lavorare.

Per di più, un incapace cronico messo a guidare la pubblica amministrazione pretende che i dipendenti pubblici in smart working – quindi a minore rischio di esposizione e di contagio attivo – tornino immediatamente al lavoro “in presenza”. Evidentemente il virus gli piace...

Il ministro dell’istruzione, appoggiato dal super presidente del consiglio, esclude che alla scadenza delle vacanze natalizie gli studenti possano evitare di ammassarsi nuovamente dentro edifici scolastici che dopo due anni non hanno ricevuto alcuna manutenzione adattativa al Covid.

Questo nonostante i dati riferiscano che ormai il contagio passa soprattutto attraverso le fasce giovanili semi-risparmiate dalla prima variante originale (“Wuhan”).

Qualsiasi virologo o epidemiologo, da due anni a questa parte, ci spiega che per impedire i contagi – e lo sviluppo delle “varianti” – bisogna fare l’esatto opposto. Ma il Pil è sacro e molti scienziati fanno poi come il prof. Mindy in Don’t look up: si adeguano, ammorbidiscono, “conciliano”, trovano compromessi.

Quel che è venuto fuori da un Consiglio dei ministri particolarmente complicato, dopo uno scontro altrettanto duro con e dentro il Cts, è un elenco di misure che più cervellotiche non si può. Vediamole:
“Nuove misure in merito all’estensione del Green Pass Rafforzato (che si può ottenere con il completamento del ciclo vaccinale e la guarigione) e le quarantene per i vaccinati.

Dal 10 gennaio 2022 fino alla cessazione dello stato di emergenza, si amplia l’uso del Green Pass Rafforzato alle seguenti attività:

- alberghi e strutture ricettive;

- feste conseguenti alle cerimonie civili o religiose;

- sagre e fiere;

- centri congressi;

- servizi di ristorazione all’aperto;

- impianti di risalita con finalità turistico-commerciale anche se ubicati in comprensori sciistici;

- piscine, centri natatori, sport di squadra e centri benessere anche all’aperto;

- centri culturali, centri sociali e ricreativi per le attività all’aperto.

Inoltre il Green Pass Rafforzato è necessario per l’accesso e l’utilizzo dei mezzi di trasporto compreso il trasporto pubblico locale o regionale.”
Ognuno di voi può agevolmente trovare altre decine di occasioni altrettanto favorevoli per la circolazione del virus – a cominciare dai luoghi di lavoro – che non sono menzionate.

Ma non è neanche questo l’aspetto più eclatante. La gestione delle quarantene, infatti, sfida contemporaneamente le leggi della logica, quelle della comunicazione e – ovviamente – quelle della salute pubblica.
“Il decreto prevede che la quarantena precauzionale non si applica a coloro che hanno avuto contatti stretti con soggetti confermati positivi al COVID-19 nei 120 giorni dal completamento del ciclo vaccinale primario o dalla guarigione nonché dopo la somministrazione della dose di richiamo.

Fino al decimo giorno successivo all’ultima esposizione al caso, ai suddetti soggetti è fatto obbligo di indossare i dispositivi di protezione delle vie respiratorie di tipo FFP2 e di effettuare – solo qualora sintomatici – un test antigenico rapido o molecolare al quinto giorno successivo all’ultima esposizione al caso.

Infine, si prevede che la cessazione della quarantena o dell’auto-sorveglianza sopradescritta consegua all’esito negativo di un test antigenico rapido o molecolare, effettuato anche presso centri privati; in tale ultimo caso la trasmissione all’Asl del referto a esito negativo, con modalità anche elettroniche, determina la cessazione di quarantena o del periodo di auto-sorveglianza.”
Vedete un po’ voi se è possibile lasciare una materia del genere al caso (alla freddezza e responsabilità dei singoli, magari pressati da datori di lavoro che non vogliono perdere neanche una frazione di prodotto, necessità o menefreghismo vari, ecc.).

Tanto più che vengono considerati “buoni” per uscire dalla quarantena i test antigenici rapidi – diventati nel frattempo quasi introvabili, come anche quelli molecolari – che sono valutati “inaffidabili” per la verifica certa, o no, del contagio.

Di fatto, e come sempre, si cerca di andare avanti addebitando gli insuccessi inevitabili di una strategia demenziale ad una minoranza altrettanto demenziale che rifiuta il vaccino in nome delle teorie più strane, oltre che per paura.

I “no vax” sono da questo punto di vista utilissimi, e nessuno si cura di far notare che con l’obbligatorietà vaccinale verrebbe a crollare anche questo diversivo del governo.

Si è tentati di descrivere questo esecutivo come un branco di sciamannati qualsiasi, ma sappiamo bene che questa sciatteria e confusione sono il risultato di scelte sciagurate fatte nel corso degli ultimi due anni. E che ora vengono non solo confermate, ma addirittura aggravate.

Frutto maturo, insomma, di una strategia suicida: “convivere con il virus”.

Abbiamo spesso contrapposto a questa emerita cazzata la strategia molto diversa adottata dalla Cina, ma anche da altri paesi, non necessariamente socialisti (o diversamente socialisti): isolare i focolai al primo manifestarsi, testare tutta la popolazione in quella determinata area, individuazione e tracciamento dei contagiati, isolamento reale – non “fiduciario” – fino a guarigione. Poi, una volta prodotti i vaccini, anche vaccinazione di massa.

All’inizio si poteva fare anche qui, e con i primi focolai era anche stato fatto (Codogno, Vò Euganeo, ecc). Ma immediatamente si alzarono i vampiri di Confindustria, preoccupati di perdere qualche briciola di profitto per qualche mese; impedirono perciò la dichiarazione di “zona rossa” per Bergamo e la Val Seriana, condannando a morte un numero ancora imprecisato di persone in quella zona e permettendo così al virus di dilagare in tutta Italia.

Non che gli altri paesi occidentali abbiano fatto qualcosa di diverso. Ognuno ha proseguito con il suo personale “io speriamo che me la cavo”, rassegnandosi ad adottare misure di contenimento solo quando gli ospedali arrivavano al limite dell’esplosione.

Oggi le strategie iniziali non sono più possibili. Il virus è ovunque, e muta continuamente. Anche il fatto che la “variante omicron” sia dipinta come “più contagiosa, ma meno letale” – pur in assenza, per il momento, di studi che lo confermino con qualche precisione – viene utilizzato per “allentare” ancora di più le misure di sicurezza.

A conti fatti, per quanto spannometrici (in assenza, ripetiamo, di studi definitivi), se il numero dei contagi si moltiplica per cinque – come detto da autorevoli virologi, per quanto “morbidi” con i rispettivi governi – anche quei “pochi morti in percentuale” che questa variante provoca sono da moltiplicare per cinque.

Insomma, alla fine, in numeri assoluti – che sono quelli che contano – ospedalizzati e morti saranno più o meno gli stessi: una marea.

Persino l‘Organizzazione Mondiale della Sanità, che certo non brilla per rigore scientifico, ha dichiarato che la riduzione del periodo di quarantena decisa in alcuni Paesi, tra cui l’Italia, è “un compromesso” tra il controllo dei contagi e la necessità di far andare avanti le economie.

Se il virus fosse un nemico “ragionevole”, sarebbe anche una scelta logica. Purtroppo non ragiona; si replica all’infinito, finché può. Bisogna combatterlo, non “conviverci”. Altrimenti non ne usciremo mai.

Questo è quel che accade dove “la politica” – con o senza “i migliori” – è un cameriere al servizio delle imprese private, in cui dunque sono le loro esigenze immediate a determinare scelte altrettanto di breve respiro, che producono catene di problemi che si aggrovigliano nel tempo e diventano irrisolvibili con criteri “normali”.

Inutile far notare che dove è invece la politica – e la ricerca scientifica – a dettare l’agenda e le strategia, non stranamente l’economia va molto meglio, nonostante la pandemia, i lockdown e le eccezionali misure di prevenzione adottate anche in casi numericamente minimi.

Un esempio di questi giorni. A Xi’an, a dicembre, sono stati registrati 330 casi di contagio. Per questo i 13 milioni di abitanti della città sono stati messi in lockdown, chiusi in casa, con un esercito di volontari che porta loro da mangiare e un esercito di medici-infermieri che fa il tampone a tutti.

Con questo metodo, adottato ormai da due anni, si isolano rapidamente i pochi casi, si curano a seconda della gravità in ospedale o a casa, e in meno di un mese quella città torna in genere alla piena – e vera – normalità.

Un metodo che funziona dal punto di vista della salute pubblica (solo 5.000 morti in due anni, in una popolazione di 1,4 miliardi di persone).

Ma che funziona anche dal punto di vista dell’economia: la crescita cinese ha rallentato nel 2020, anno peggiore per Pechino, ma non è in nessun momento diventata recessione (due trimestri consecutivi negativi). E la ripresa è stata molto forte, molto più anche di quella “miracolosa” fatta segnare – ma solo per quest’anno – dall’Italia (+6,8%).

Ma che strano... se la popolazione è in salute si produce di più e meglio...

Qualcuno lo spieghi a Confindustria e Draghi. E a tutti i neoliberisti che appestano questo mondo.

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