Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/05/2023

50 anni di guerra al salario

È disponibile il nuovo libro di Pasquale Cicalese, 50 anni di guerra al salario. È un libro composto da brevi pezzi di storia economica, anche di una sola pagina, puntuali e circostanziati. Pasquale non fa l’economista di professione, non è pagato per fare ricerca. Quando lavorava a Scalea (Calabria), scriveva sulle ginocchia nei treni regionali che lo portavano a casa a Pontecagnano (Campania) – 4 ore di viaggio.

Scrittura secca, competente, viva, piena di dati e di aneddoti, e di refusi condizionati dai sobbalzi continui.

Scrittura proletaria.

1973-2023: segnatevi queste date.

Cosa succede nel 1973?

Alla fine degli anni Sessanta comincia a scricchiolare lo Stato sociale. Nel 1971 Joan Robinson parla apertamente di Seconda Crisi della Teoria Economica. La prima c’era stata dopo il 1929, e aveva portato all’elaborazione della macroeconomia, la domanda guida era stata: Cosa fare della disoccupazione?

Nel 1971, quando ancora si respirava il clima della piena occupazione, quando ancora era possibile immaginare un futuro di speranza e miglioramento economico per la maggior parte della popolazione (classe media), la domanda, per Joan Robinson, era: A cosa serve l’occupazione?

Ci si poteva spingere in avanti, la regola poteva diventare “da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”.

Nella società una moltitudine di segni testimoniavano che era in corso una spinta al passaggio a una Seconda fase.

Un giovane economista, Giovanni Mazzetti, allievo di Federico Caffè, qualche anno dopo scrive che questi segni erano:

1) la perdita definitiva per i prezzi della loro connotazione sociale abituale. Nel corso degli anni Settanta, scrive, si presenta per la prima volta un fenomeno insolito. A una contrazione dell’attività produttiva protrattasi nel tempo, non si accompagna una diminuzione dei prezzi. Al contrario, questi continuano ad aumentare. Segno che il mercato è ormai esautorato del suo potere.

Nel momento in cui la concorrenza sui prezzi è praticamente scomparsa, è scomparso anche quel meccanismo impersonale che permette di distinguere tra falsi aumenti dei costi e aumenti effettivamente dettati da vincoli produttivi necessari. Ognuno cerca di scaricare l’aumento sui prezzi finali di vendita. È un modo, scrive Mazzetti, di rifiutare di pagare un lavoro che non si sperimenta come necessario.

2) L’estensione generalizzata della condizione di lavoratore e la decostruzione dei nuclei sociali tradizionali ora subordinati al reddito potenziale (maternità, malattia, infortunio, sussidio di disoccupazione, borse studio, borse lavoro, lavoro socialmente utile, case popolari, sanità, trasporti pubblici, istruzione, sicurezza, naspi, RdC, ufficio di collocamento, etc – tutto ciò che Cicalese chiama Salario sociale di classe), si esprimono come Diritto al lavoro, riconoscendo a un’entità terza ipostatizzata l’obbligo di creare lavoro oltre i limiti del lavoro necessario.

Il Salario sociale di classe altera il rapporto tra domanda e offerta di Salario di mercato, altera il vincolo contabile del pareggio di bilancio.

Invece di prendere congedo dal mercato e avviarsi verso un diverso ordine contabile, anche gli economisti eterodossi – persino gli eretici – afferrano da un lembo questi segni di tracollo (Prezzi manipolati, Diritto al lavoro e al reddito) facendo scivolare il lavoro e i lavoratori in un angolino.

Poiché tutti partecipano, anche quando si divertono o cercano informazioni in internet, tutti devono essere pagati (Basic income). A prevalere è la figura del Salariato sociale o Operaio sociale.

Poiché il prezzo può essere manipolato, in esso si esprime un potere, basta impossessarsi di questo potere (socializzazione degli investimenti) e tirare con forza la rete economica per raccogliere i frutti della pesca. Ma i pesci sono ancora i lavoratori, che rimangono sul fondo, insieme ai detriti e alla spazzatura del capitalismo. A prevalere è la figura del denaro come entità sovrana, sciolta da ogni passività e disseminazione. A prevalere è la fuffa monetarista e circolatoria, decisionista e idealista.

Il lavoro rimane sullo sfondo. Il lavoratore incassa sconfitte su sconfitte. Invece di una Seconda Teoria, si torna al rigore del capitalismo Ottocentesco e alle forme più brutali di sfruttamento, e mentre i prezzi degli asset salgono e scendono senza incontrare alcuna resistenza, i prezzi delle case salgono e scendono in modo irragionevole, i prezzi delle macchine salgono e scendono in modo irragionevole e persino un economista paludato come Zingales deve ammettere che c’è qualcosa di marcio, il vincolo di bilancio viene scolpito nella pietra e imposto agli operai con la mano di ferro.

Per acquistare il libro

Fonte

11/03/2023

La Cina e gli “esperti”

Proponiamo qui la traduzione di un recente studio di Michael Roberts, economista poco incline alle sirene del mainstream neoliberista. Roberts analizza l’economia cinese, ma paradossalmente il cuore teorico più interessante riguarda i criteri di formulazione delle statistiche su cui ragionano i decisori politici, le banche centrali, gli analisti.

Se queste statistiche non riflettono la realtà economica, ma ne deformano la visione, le decisioni prese saranno implacabilmente sbagliate. Ed anche le “narrazioni” diffuse dal sistema dei media saranno decisamente farlocche.

Per una curiosa coincidenza, questa rilevazione critica di Roberts avviene quasi in contemporanea con la “scoperta” che i criteri usati per quantificare l’inflazione in Europa sono sbagliati. E dunque andranno rivisti, con il risultato – in alcuni casi – di dimezzare i tassi di inflazione certificati da Eurostat.

Ma non stiamo parlando di una disputa teorica tra accademici, perché sulla base del tasso di inflazione la Bce prende decisioni che possono far malissimo all’economia, come un rialzo dei tassi di interesse (il “costo del denaro”) sproporzionato rispetto alle possibilità di tenuta di imprese e famiglie.

Qualcosa di simile, dimostra Roberts, avviene con la metodologia di calcolo del Pil. O, più precisamente, con il calcolo del contributo dei “consumi” alla formazione stessa del Pil. Le economia occidentali, lette attraverso gli occhiali neoliberisti, sono notoriamente “trainate dai consumi”, con percentuali quasi bulgare (si sfiora spesso il 70% del Pil).

E questo induce frotte di economisti di quella scuola – e i decisori politici occidentali – a caldeggiare politiche di riduzione dell’intervento pubblico, specie in materia di welfare e istruzione.

Ma se si guarda alla composizione di questi “consumi” si vede chiaramente che la loro quantificazione dipende dal tipo di sistema economico. Nei paesi occidentali vengono conteggiati come “consumi” le spese sanitarie e per l’istruzione, per l’assistenza sociale e per i servizi pubblici, quasi ovunque in crescita a causa della privatizzazione di quei servizi.

Ed egualmente come “consumi” viene conteggiata la domanda di capitale per parti, materiali, beni intermedi e servizi. Che non riguardano affatto il “livello di benessere” della popolazione... In pratica: si paga, viene emesso scontrino o fattura, ergo “è Pil”.

Nel sistema cinese, al contrario, le voci relative al welfare sono parte del bilancio statale, ma incidono molto concretamente sulla qualità della vita dei cittadini in quanto permettono di dedicare il salario alla spesa per i consumi veri e propri, visto che quei servizi sono gratuiti o quasi (non si emette fattura, ergo “non è Pil”).

È il salario sociale, insomma, che decide del livello di benessere. Se non ce l’hai quasi più – e continua a ridursi, in tutto l’Occidente neoliberista – anche i consumi calano e l’economia si ferma. Anche perché di investimenti privati se ne vedono davvero pochi...

Qualcuno – pochissimi – ha guadagnato molto da questo “errore prospettico”. Sono gli stessi che continuano a chiedere privatizzazioni e liberalizzazioni, per ingrassare portafogli già stragonfi da cui non “sgocciola” proprio nulla...

Buona lettura.

*****


L'annuale Congresso Nazionale del Popolo ha preso il via oggi con l'annuncio da parte del premier uscente Li Keqiang di un obiettivo di crescita del PIL reale del 5%, in calo rispetto al 5,5% precedente. La priorità, ha detto Li, è l'economia, ma anche la spesa per la difesa dovrà aumentare del 7,2% nel 2023. Li ha fissato l'obiettivo del deficit di bilancio cinese per quest'anno al 3% del PIL, impegnandosi a creare 12 milioni di nuovi posti di lavoro nelle città e a mantenere il tasso di disoccupazione al 5,5% circa. Li ha affermato che la Cina deve "espandere l'accesso al mercato" per gli investitori stranieri, "sostenere" i consumi e controllare i rischi nel settore immobiliare.

Per quanto riguarda il settore immobiliare cinese in crisi, in cui molte società sono andate in default sul debito, Li si è impegnato ad aiutare "le imprese immobiliari leader e di alta qualità", continuando a "prevenire l'espansione non regolamentata". Alcuni "esperti" occidentali hanno espresso un giudizio leggermente positivo. "Penso che nel complesso il rapporto sia orientato a rassicurare gli investitori stranieri che la Cina è ancora un buon posto per fare affari e così via", ha detto Willy Lam, un "esperto" di politica cinese presso il think-tank Jamestown Foundation di Washington.

Il presidente Xi si appresta a un terzo mandato senza precedenti e a sostituire Li Keqiang con Li Qiang, un suo stretto collaboratore che ha presieduto alla chiusura di Shanghai l'anno scorso, come capo del partito comunista della città. Li ha già lavorato con Xi nella provincia di Zhejiang negli anni 2000. A ottobre il presidente cinese ha fatto piazza pulita del massimo organo decisionale del Partito comunista, il Comitato Permanente del Politburo composto da sette membri.

Con l'inizio dell'NPC, ancora una volta, gli esperti di "Cina" occidentali e persino molti in Cina stessa prevedono una stagnazione e persino un crollo, a causa dell'implosione dell'indebitamento del settore immobiliare. La crescita della popolazione cinese si è fermata e la forza lavoro è in declino. La crescita sta rallentando. La Cina è entrata nella "trappola del reddito medio". In effetti, dati gli enormi livelli di indebitamento in tutti i settori, la Cina è destinata a ristagnare come il Giappone negli ultimi tre decenni. L'unico modo per evitare la "giapponesizzazione", dicono questi esperti, è quello di "riequilibrare" l'economia passando da un "eccesso di investimenti" e dall'"ossessione per le esportazioni" a un'economia interna guidata dai consumatori, come in Occidente, e di ridurre il controllo statale sull'economia in modo che il settore privato possa prosperare.

Ho discusso a lungo la validità di queste argomentazioni in vari post, ai quali rimando i miei lettori per spiegare perché molti di questi "discorsi da esperti" non sono corretti.

Ma alla luce della riunione dell'NPC e delle nuove linee guida stabilite dai leader del PCC, permettetemi di esporre alcuni argomenti contro gli "esperti".

Innanzitutto, ricordiamo i risultati economici passati della Cina. Solo negli ultimi 20 anni, il tasso di crescita della Cina è stato significativamente più alto di quello del G7 e persino delle principali economie "emergenti", i cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India e Sudafrica). E questo tasso di crescita più rapido è stato registrato nel Paese più popoloso del mondo, non in una piccola città-stato come Singapore o in economie asiatiche leggermente più grandi come Taiwan o la Corea. Non c'è proprio paragone.

Ah, ma vedete, ora è tutto finito. La crescita della Cina ora rallenterà fino a fermarsi, come quella del Giappone, perché è sovraccarica di debiti eccessivi e perché non ha riequilibrato l'economia verso "il consumatore".

Quest'ultima argomentazione mi fa particolarmente arrabbiare. Gli esperti occidentali e persino gli economisti cinesi ripetono a pappagallo questa argomentazione, che proviene direttamente dall'economia neoclassica e da quello che l'economista keynesiano di sinistra Joan Robinson ha definito "keynesianismo imbastardito" – imbastardito perché Keynes stesso sottolineava il ruolo della "domanda aggregata", che includeva gli investimenti e non solo i consumi. Eppure il mainstream sostiene che in un'economia moderna ciò che conta per la crescita è aumentare i consumi.

È possibile dimostrare che questa argomentazione non ha senso. Sono gli investimenti produttivi a guidare la crescita di un'economia e da questi scaturiscono i consumi, non viceversa.

Il punto di vista sul "riequilibrio" si basa solitamente sul fatto che i tassi di consumo personale sono troppo bassi in Cina e questo frenerà la crescita guidata dalla domanda. Prendiamo ad esempio il parere di Chen Zhiwu, professore di economia e finanza cinese presso l'Università di Hong Kong. Chen sostiene che, sotto Xi, sono state messe da parte le principali riforme per un'economia più ampia, guidata dal settore privato e dai consumatori. "Le 60 riforme avrebbero ampiamente espanso il ruolo dei consumi e delle iniziative private", afferma. "Tuttavia, il programma di riforme orientato al mercato è stato ampiamente messo da parte... con il risultato di un ruolo più ampio per lo Stato e un ruolo ridotto per il settore privato". Secondo Chen, questo significa che l'economia cinese ristagnerà da qui in avanti.

Un altro analista occidentale di spicco e molto seguito, Michael Pettis, che ha sede a Shanghai, avanza un'argomentazione simile: ciò che spingerà la Cina verso una stagnazione di tipo giapponese è l'incapacità di espandere i consumi personali e di continuare a espandere gli investimenti attraverso l'aumento del debito. Il guru keynesiano Paul Krugman si unisce a questo coro, parlando dell'economia cinese "selvaggiamente squilibrata". Krugman sostiene che "Per ragioni che non comprendo appieno, i responsabili politici sono stati riluttanti a permettere che tutti i benefici della passata crescita economica passassero alle famiglie, e questo ha portato a una bassa domanda dei consumatori". Purtroppo, una parte della leadership cinese, in particolare i suoi economisti del settore finanziario, accetta questa argomentazione fastidiosamente stupida degli esperti occidentali.

Come si può affermare che le economie mature "guidate dai consumatori" del G7 siano riuscite a raggiungere una crescita economica costante e veloce, o che i salari reali e la crescita dei consumi siano stati più forti? In effetti, nel G7 i consumi non sono riusciti a trainare la crescita economica e i salari hanno ristagnato in termini reali negli ultimi dieci anni (e ora stanno diminuendo), mentre i salari reali in Cina sono aumentati vertiginosamente. Inoltre, queste economie guidate dai consumatori sono state colpite da crolli regolari e ricorrenti della produzione che hanno fatto perdere trilioni di euro in termini di produzione e di reddito alle loro popolazioni.

I punti da sottolineare sono due. In primo luogo, le economie guidate dagli investimenti in realtà consentono una crescita più rapida dei consumi. La Cina ha il più alto rapporto tra investimenti lordi e PIL tra le principali economie mondiali (tutti i dati da qui in poi provengono dalla Banca Mondiale).


Anche la crescita degli investimenti è la più rapida.


Certo, la crescita degli investimenti sta rallentando in Cina, ma il rallentamento è risulta più grave pe rle economie del G7 che partivano da un livello già basso. La "giapponesizzazione" significa in realtà un calo della crescita degli investimenti reali. La Cina non ci è neanche lontanamente vicina.

Cosa significa questo per la crescita del PIL? L'economia cinese "sovrainvestita" è più veloce di quattro volte rispetto alle economie OCSE guidate dai consumatori e del 40% rispetto all'India.


Si è parlato molto della "catastrofica" politica zero COVID in Cina. Ma oltre a salvare milioni di vite, la Cina non è entrata in crisi nel 2020, a differenza di tutte le economie del G7.


In secondo luogo, questo significa che il consumo delle famiglie in Cina è troppo basso o addirittura in calo? A questo punto, gli esperti cinesi tirano fuori questo grafico.

Poi arriva l'argomentazione: la Cina deve portare la sua quota di consumo ai livelli occidentali, altrimenti non sarà in grado di crescere e rimarrà bloccata nella trappola del "reddito medio".

Ma non è questo il grafico che racconta la vera storia. Lo fa invece il grafico seguente.

Sorpresa! L'economia cinese, "eccessivamente investita" e "selvaggiamente sbilanciata", ha prodotto una crescita dei consumi di gran lunga più rapida per i suoi cittadini: quasi quattro volte più veloce degli Stati Uniti, guidati dai consumatori, nove volte più veloce della Giappone e addirittura il 50% più veloce dell'India. Ciò suggerisce che se la Cina dovesse "riequilibrare" la sua economia verso i consumatori e ridurre gli investimenti, nonché ridurre il settore pubblico e "liberare" il settore privato (il settore che fornisce la maggior parte dei beni di consumo in Cina), il tasso di crescita della Cina diminuirebbe ancora di più di quanto non abbia fatto negli ultimi anni!

Il grafico della quota dei consumi sul PIL è fuorviante. In primo luogo, questa misura dei consumi esclude il salario sociale, in particolare la sanità e l'istruzione, l'assistenza sociale e i servizi pubblici. In paesi come gli Stati Uniti, molti di questi consumi sociali devono essere pagati e quindi compaiono nella quota di consumo. Non è così per gran parte dei consumi sociali in Cina. La Cina ha ancora molta strada da fare per quanto riguarda i consumi sociali, ma è molto più avanti rispetto ad altri Paesi dei mercati emergenti in molte aree e non è così lontana dalle principali economie del G7, che hanno iniziato più di 100 anni prima.

In secondo luogo, il grafico mostra il consumo come quota del valore aggiunto (PIL), cioè del "consumatore finale". Negli Stati Uniti, i consumi sembrano costituire il 70% del PIL. Tuttavia, se si considera il "prodotto lordo", che comprende tutti i prodotti intermedi a valore aggiunto non conteggiati nel PIL, il consumo rappresenta solo il 36% del prodotto totale; il resto costituisce la domanda di capitale per parti, materiali, beni intermedi e servizi. È l'investimento il fattore di oscillazione e il motore della domanda, non il consumo dei lavoratori.

È vero che la crescita degli investimenti "produttivi" è diminuita in Cina. Gli investimenti in nuove tecnologie, nella manifattura, ecc. hanno lasciato il posto a quelli in attività improduttive, in particolare nel settore immobiliare. A mio avviso, i governi cinesi che si sono succeduti hanno commesso un grosso errore nel cercare di soddisfare il fabbisogno abitativo della popolazione urbana in crescita creando un mercato di alloggi in vendita, lasciando che fossero i mutui e i costruttori privati a realizzarlo. Invece di lanciare autonomamente progetti abitativi per ospitare le persone in affitto, i governi locali hanno venduto beni statali (terreni) a costruttori capitalisti, i quali hanno continuato a contrarre ingenti prestiti per costruire progetti immobiliari. Ben presto le abitazioni non furono più "per vivere, ma per speculare" (citazione di Xi). L'indebitamento del settore privato salì alle stelle, proprio come nella bolla immobiliare in Occidente. Il tutto è sfociato nella pandemia di COVID, quando i costruttori e i loro investitori sono falliti.

La crisi immobiliare è rimasta irrisolta. È interessante vedere quale sia la soluzione secondo gli esperti occidentali. Ecco cosa dice Michael Pettis: "Purtroppo sarà necessaria una ripresa degli acquisti speculativi per evitare un'ulteriore contrazione del settore immobiliare e dei prezzi degli immobili, cosa che non farebbe altro che peggiorare le cose nel medio-lungo termine". (Tweet, 5 marzo). Quindi la risposta al crollo immobiliare è una maggiore speculazione, anche se peggiorerà le cose in futuro!

Non è la mia soluzione. Ciò che il governo cinese deve fare è rilevare questi grandi sviluppatori e riportarli nella proprietà pubblica, completare i progetti e passare all'edilizia in affitto. Il governo dovrebbe porre fine ai pagamenti del debito agli investitori stranieri e rispettare solo gli obblighi nei confronti dei piccoli investitori; e trasferire l'edilizia abitativa fuori dal sistema dei mutui e dei finanziamenti privati.

Davvero Li può far quadrare il cerchio? Il settore privato cinese è cresciuto a dismisura negli ultimi due decenni. Ha portato a una malsana espansione dei miliardari e a una crescente disuguaglianza di ricchezza e reddito. E proprio come in Occidente, con il calo della redditività del capitale produttivo, il settore capitalistico si è spostato in aree di investimento improduttive, come la finanza e il settore immobiliare. Il debito è salito alle stelle. Questo ha aumentato il rischio di crisi economiche come in Occidente.

Contrariamente alle opinioni degli esperti occidentali e di Li, non è di meno investimenti e più consumi, né di meno investimenti pubblici e più investimenti privati che la Cina ha bisogno per sostenere il suo precedente successo economico, ma del contrario.

Fonte

22/08/2022

Perché la Cina, nonostante tutto, avrà una marcia in più

di Pasquale Cicalese

Siamo figli della generazione della deflazione salariale, delle privatizzazioni, dei tagli alla spesa pubblica, dello smantellamento del salario sociale globale di classe.

Una storia iniziata negli Usa nel 1976, in risposta alla lotta di classe del movimento operaio statunitense, e in Italia con l’austerity a fine anni Settanta, ma che si esplicitava a partire dalla separazione tra Tesoro e Banca d’Italia del 1981 e, soprattutto, dopo il Britannia di Draghi, dal 1992.

Contemporaneamente, si avviava la politica delle banche centrali occidentali dell’asset inflation, il gonfiamento dei valori di bond e azioni buoni per la rendita finanziaria. Rendita finanziaria che prendeva il sopravvento sul capitale industriale, in crisi di valorizzazione del a partire dalla fine degli anni Sessanta.

La risposta al movimento operaio statunitense provocava la delocalizzazione di enormi impianti industriali prima in Messico e poi in Cina e più in generale in Asia.

Ma la Cina, forte dell’alfabetizzazione di massa voluta da Mao a partire dal 1948, si avviava ad industrializzarsi per conto suo, sfruttando il trasferimento di tecnologia occidentale e poi, con il salto tecnologico, creando colossi pubblici con respiro mondiale.

La dipendenza dal commercio estero negli ultimi 14 anni, dopo la Legge sul Lavoro del 2008 e l’adesione al marxiano plusvalore relativo – organizzazione tecnologia e manageriale, salto tecnologico, alta qualificazione dei lavoratori, aumento del valore dei beni industriali, apporto di istruzione e scienza – spostava lo sbocco mercantile verso il mercato interno, reflazionato in termini salariale e di salario sociale di classe.

Ora siamo al post pandemia e alle tensione mondiali (Ucraina e Taiwan). Con il zero Covid, la Cina si chiude, provocando anche un aumento del tasso di disoccupazione, voluto dal governo in risposta all’arroganza occidentale (prezzo da pagare, evidentemente).

I tassi sono stati abbassati, il differenziale inflazionistico – enorme – a favore della Cina, provoca da mesi il record del surplus commerciale, il ritiro dei capitali dall’Occidentale, unito ad un aumento del flusso in entrata di capitali, gonfia di liquidità la Cina, che, diversamente dal passato, non la riverserà sull’asset inflation occidentale, ma su Brics, Africa, Asia, e America Latina, costruendo connessioni infrastrutturali e reti commerciali che provocheranno, in diverse zone, il salto tecnologico, l’aumento della produttività dei fattori produttivi, il plusvalore relativo e spese sociali, sul modello cinese degli ultimi 15 anni.

In Occidente l’asset inflation ora si rivolge verso le materie prime, impoverendo, per il tramite dell’inflazione, ceti medi e popolari e piccole imprese. La distruzione di mercato iniziata negli Usa nel 1976 sembra non avere fine.

Un ultimo appunto: i cinesi assaporano il benessere, vogliono godersi la vita, la politica dello zero Covid gliela sta impedendo, vogliono conoscere il mondo, viaggiare, istruirsi su altri paesi.

Prima o poi questa contraddizione, se il governo non molla la presa, esploderà.

Fonte

26/12/2021

Salari cinesi? Magari li avessimo noi...

Spesso in Italia si dice che quando un lavoratore guadagna pochissimo, è pagato una miseria, ha “salari cinesi”.

Ma come sono i livelli del salario in Cina?

Nel libro “Piano contro Mercato” racconto che il governo – tramite il salario sociale globale di classe – negli ultimi anni ha deciso in diversi tempi di istituire e poi estendere le detrazioni per spese mediche, abitative, oltre ad altre detrazioni fiscali.

Da una recente ricerca risulta che in una media metropoli i salari, se rapportati al costo della vita, non sono affatto bassi. Ovviamente con la premessa che in Cina i salari si differenziano notevolmente per province e che a Pechino e Shanghai risultano i più alti, e che il costo della vita – altrettanto differenziato – è ancora lontano da quello europeo, anche se la distanza va diminuendo.

Andiamo a verificare i salari di una media metropoli posta nell’Est del Paese. Un operaio guadagna 576 euro, un impiegato 1088 euro, netti. Il suo salario ha delle trattenute: fondo pensione 54 euro, assicurazione medica 14 euro, disoccupazione 2 euro, Fondo per la casa 34 euro. Il suo salario lordo è 681, al netto di queste trattenute fa 576.

A sua volta il datore di lavoro paga per il lavoratore 123 euro il Fondo Pensione, 61 euro assicurazione medica, 5 euro disoccupazione, 7 euro la maternità e 34 euro di Fondo Casa, oltre a 2 euro per l’assicurazione infortuni.

Abbiamo detto che per la casa il governo dà detrazioni fiscali. In Cina un lavoratore può usufruire parzialmente del Fondo Casa – per cui paga sia lui che il datore di lavoro – per pagarsi l’affitto. Il quale, in una media metropoli, costa (se la casa è nuova) 347 euro, 111 per una casa che ha diversi anni.

Il Fondo Casa può essere utilizzato dal lavoratore al 100% per l’acquisto casa (costo medio mq 1.800 euro) o può essere, se non utilizzato, liquidato a fine lavoro come liquidazione.

Per quanto riguarda il costo della vita, un’ottima cena in un ristorante che non sia di lusso costa 6,87 euro a persona. Le utenze domestiche – acqua luce gas – 28 euro, la corsa della metro 0,69 euro.

Questi dati sui salari si riferiscono a 5 giornate lavorative a settimana e non contemplano gli eventuali straordinari.

Diversa la situazione a Pechino e Shanghai, qui un operaio guadagna 873 euro nette e un impiegato 1296. Nella media metropoli i salari possono sembrare bassi, ma occorre rapportarli al costo della vita.

La reflazione salariale cinese, partita 20 anni fa e ancora in pieno svolgimento, ha così avuto forti effetti sulla domanda interna, che costituisce ormai il 70% del pil, e sul benessere dei cinesi, i quali, unici al mondo, hanno la prospettiva, e così pensano, di migliorare sempre più la lpropria condizione di vita.

Come si vede, nella busta paga ci sono tutti gli istituti del Welfare, solo parzialmente a carico dei lavoratori, a cui corrispondono costo della vita e costo utenze domestiche basse.

Tra salario diretto e salario globale di classe, garantito dal governo – pensiamo agli alloggi popolari con prezzi calmierati o alla copertura dell’assicurazione media tramite detrazioni – i salari cinesi mostrano un livello di tutto rispetto.

Siamo noi che abbiamo salari da fame, non loro. L’epoca dei salari bassissimi in Cina è finita da un pezzo.

Fonte

23/11/2021

Le virtù del welfare. Una riscoperta forse tardiva...

Ci sono sommovimenti in Occidente. Spuri, ancora non decisivi, ma che incominciano a fare opinione.

Un trittico di giornate da incorniciare: venerdì notte il Congresso americano ha approvato un pacchetto welfare decennale da 1.600 miliardi di dollari, con spese per alloggi popolari, asili gratuiti, istruzione, centralizzazione acquisti farmaci del sistema Medicare, bonus per polizze sanitarie.

Domenica è la volta dell’ex direttore di Repubblica, Verdelli, che sul Corriere della Sera analizza la povertà lavorativa estremamente diffusa con salari bassissimi per tutti, citando le parole di Mattarella, di cui ho reso conto in questa bacheca.

Ieri mattina alle 6, prima di andare a lavorare, sono catturato dall’editoriale dell’ex direttore guerrafondaio atlantista Ezio Mauro, di Repubblica, “La rivincita del Welfare“.

Cito alcuni passaggi: “siamo davanti ad una resurrezione del Welfare; (...) Oggi c’è anche la consapevolezza che il Welfare è uno strumento di governo delle società complesse perché costituzionalizza il bisogno e l’insicurezza, ammortizza la lotta di classe, obbliga lo Stato a rivelare una sua dimensione sociale. (...)

E l’abitudine a tollerare un tasso di disoccupazione così alto riduce il monte contributi pensionistico, creando il dogma del welfare troppo caro, mentre è evidente che è la disoccupazione a costare troppo“
.

Chi ha letto il libro Piano contro mercato sa perfettamente che la tesi del libro è che il salario sociale – appunto il welfare – è un meccanismo di accumulazione capitalistico, perché se dai ai proletari l’alloggio popolare, la sanità, l’istruzione e l’università gratuita, l'assistenza sociale, liberi il suo reddito, che investe in risparmi (buoni per gli investimenti) e in consumi.

Era il modello della “Prima Repubblica”, con la stagione delle riforme (di segno opposto a quelle che ci vengono imposte dall’Unione Europea in nome dell’austerità e del rientro dal debito).

La Cina sta mutuando a suo modo, questa la tesi, quel modello che avevamo e ora è in crisi inarrestabile.

Ezio Mauro, che quasi vuole la guerra alla Cina, si rende conto che senza welfare non c’è accumulazione capitalistica e dunque l’Occidente, su questa strada, è destinato a soccombere.

Questa “resurrezione” del welfare serve al disallineamento economico dell’Occidente dalla Cina, per toglierle spazio economico, è in definitiva un arrocco.

Al momento in Italia, a livello governativo, e ancora meno nell’Unione Europea dei tecnocrati ordoliberisti, non ci sono segni di virata in questo senso.

Ma Corriere e Repubblica sono l’eco del capitale finanziario italiano ed internazionale. Se qualcosa comincia a esser scritto, è perché qualcuno sta avanzando richieste di rettifica...

Fonte

01/08/2021

Salario globale di classe, il segreto della crescita cinese

Visto che i media italiani non fanno altro che parlare, rispetto alla Cina, di “poveri” miliardari perseguitati ed arrestati e repressione degli oligopoli privati, per la qual cosa noi proletari dovremmo piangere, proviamo ad allargare la prospettiva di analisi di questo Paese.

Chi ha letto il libro “Piano contro mercato” sa benissimo che la vera forza della Cina sono stati negli ultimi 20 anni tre passaggi:

– legge sul lavoro del 2008, con il quale si passava dal plusvalore assoluto al plusvalore relativo;

– infrastrutturazione del Paese per aumentare la produttività totale dei fattori produttivi e conseguentemente la reflazione (aumento) salariale;

– il salario sociale di classe: alloggi, istruzione, assistenza di base e, in ultimo la sanità, basata sulle assicurazioni perché un Paese di 1,4 miliardi di persone non può permettersi apparati mastodontici, ma capillari coperture spese.

Sulla sanità pubblica, il modello a cui ci si vuole avvicinare è quello italiano del 1978 varato da Tina Anselmi, è da decenni che i cinesi lo studiano.

Ebbene, negli anni scorsi si varò una riforma fiscale che dava una franchigia di spese mediche pari a 60 mila yuan (circa 6.500 euro), detraibili.

In questi ultimi 5 anni il Governo ha ristrutturato gli ospedali pubblici secondo standard occidentali (prima molti lasciavano a desiderare) e ora una novità. Il 26 luglio – ma scordatevi di trovare la notizia nei media italiani – la Municipalità di Pechino, accanto all’assicurazione medica di base, ha varato un’assicurazione di 195 yuan (circa 25 euro annui) valida per tutti i residenti, che copre spese mediche pari a 3 milioni di yuan (circa 400 mila euro), con una franchigia di base di 50 mila euro.

Di solito tali misure si estendono in seguito a tutto il Paese. Quella di Pechino varrà dal 1 gennaio.

Si tratta di una delle tante piccole iniziative a livello locale atte a migliorare la vita di tutti. Lo scopo non è quello di arrivare ad una sanità gratuita al 100%, ma diminuire la pressione sui cittadini delle cure più costose (come ad esempio chemio o operazioni importanti), in modo da liberare i risparmi da quel “salvagente” che le persone mettono da parte per eventi di questo tipo.

In generale la diagnostica in Cina è molto efficiente e costa relativamente poco (400-500rmb per una TAC, si fa in giornata, prenoti la mattina e il pomeriggio hai i risultati).

Lo scopo, come sa chiunque abbia letto il libro, è quello di estendere il salario sociale globale di classe per diminuire l’enorme risparmio precauzionale, come meccanismo di accumulazione.

Fa parte della strategia di Xi Jinping della “doppia circolazione” dove sarà preminente il mercato interno.

Tra l’altro, la carenza di semi-lavorati in giro per il mondo, che colpisce l’industria italiana abituata a “magazzino zero”, è dovuta proprio, tra le altre cose, al fatto che le aziende cinesi, come testimoniano contatti in Cina, stanno lavorando sempre più per il mercato interno invece che per le esportazioni.

Ora leggetevi la Gabanelli, mi raccomando.

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08/04/2021

Svolta radicale e “pubblica” per la sanità cinese

Della serie “ma come va in un’altra parte del mondo?”.

Qui stiamo assistendo alla disfatta completa del sistema sanitario, largamente privatizzato per consentire un business facile facile a gruppi imprenditoriali che hanno orrore del “rischio di impresa” (le “convenzioni” consentono profitti sicuri per ambulatori e cliniche private, mentre i tagli alla sanità pubblica rendono pressoché impossibile assicurare le stesse prestazioni nelle strutture pubbliche, per carenza di personale, chiusure, ecc.).

Nel resto dell’Occidente neoliberista la situazione è identica, con variazioni ininfluenti sul “modello” unitario. Ovvio che una sanità privatizzata costa molto a chi è costretto a ricorrervi (diagnostica convenzionata a parte) e quindi incide in proporzione sulle scelte di spesa, ergo sui consumi e dunque anche sulla “crescita economica” complessiva.

In Cina sta avvenendo l’esatto opposto. Lentamente ma con un progetto decisamente chiaro.

Le prime misure sulla nuova sanità, sono state rese pubbliche ieri, mercoledì 7 aprile. Il Premier cinese Li Keqiang, durante il Consiglio di Stato, ha comunicato che verranno esentati completamente dalle spese mediche i malati cronici, mentre per le fasce protette, principalmente i lavoratori, ci sarà un rimborso del 50%.

La sanità in Cina è stata fin qui basata sulle assicurazioni e questi rimborsi incideranno pertanto sui costi fissi assicurativi dei cinesi residenti rurali e urbani (c’è da sempre un doppio standard, fin dai tempi di Mao).

Il punto di partenza era che non è possibile – e ancora adesso – edificare un sistema universale per 1,4 miliardi di persone. Dunque ci si basa sulle assicurazioni, che prevedono un certo costo fisso per tutti i lavoratori e pensionati. Ma sempre meno. Due settimane fa, per esempio, il governo ha varato la copertura assicurativa medica per 300 milioni di migranti interni che ne erano privi, coprendo così la quasi totalità di questa fascia di popolazione.

Le nuove misure tengono ancora conto dell’impossibilità di costruire un apparato mastodontico per tutto il continente cinese, e dunque il nuovo sistema sanitario si baserà sui rimborsi.

Qualcosa del genere, in misura inferiore, c’è in Italia con le prestazioni sanitarie Inail, che prevedono per gli infortunati esenzioni e rimborsi spese. Applicandolo in Cina sarà implementato un sistema di pagamenti enorme che solo l’innovazione tecnologica rende ora possibile.

Queste prime misure in tema sanità sono un altro tassello dell’edificazione del salario sociale di classe, al fine di diminuire il tasso di risparmio precauzionale (attualmente al 48% del reddito) e canalizzarlo verso i consumi. Il criterio è evidente: se si spende meno per le le cure mediche, ci sono più soldi per altro.

L’esenzione totale sarà soprattutto per gli anziani, spesso malati cronici, e ciò evidenzia la cura per questa categoria di persone, molto cinese. Ma anche per i disabili e i malati cronici in genere.

Un altro tassello della “Lunga Marcia della sanità” annunciato nel febbraio 2020, a seguito della pandemia a Wuhan, dal presidente Xi Jinping. Va ricordato che laggiù, grazie alle misure di lockdown severo ma localizzato, e quindi limitato al tempo necessario per testare tutta la popolazione delle aree focolaio, i morti registrati sono stati “solo” 4.841 su una popolazione di 1,4 miliardi.

E anche l’economia, com’è ovvio, ha subito molti meno danni, tanto che ora sta di nuovo marciando a doppia cifra.

Mentre ieri da noi sono morte 627 persone per Covid.

Forse qui si è dimenticato che il primo diritto umano è quello alla vita...

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03/04/2021

Cina - Più welfare per la crescita economica

La notizia è apparsa stanotte su China Daily. Il Premier cinese ha dato mandato di accelerare la dismissione degli oneri sociali per le imprese pubbliche. Esse garantivano ai dipendenti e alle comunità ospedali, scuole, servizi di assistenza. Ora verranno gestite secondo un’ottica di servizio pubblico. La decisione era già stata presa nel 2015 ma non attuata.

Non sappiamo se questa misura faccia parte di un contesto più ampio per creare un servizio universale per la sanità, sull’esempio della riforma Anselmi. Certo è che il governo di Pechino, dallo scoppio della pandemia, ha posto al centro la costruzione di una rete di sicurezza sociale, inclusa la sanità.

Notizie complete ancora non pervengono su questo campo, ma la decisione di ieri ha un significato preciso: 1) d’ora in poi le imprese pubbliche non avranno questi oneri sociali e si potranno focalizzare sulla competitività; 2) qualora queste funzioni venissero attribuite al sistema pubblico, sarebbe un altro tassello del salario sociale globale di classe che si sta implementando a partire dal 2008.

Iniziarono con la costruzione di decine di milioni di alloggi pubblici, poi la reflazione salariale e la legge sul lavoro del 2008, che dava molte garanzie ai lavoratori.

Quattro mesi fa il governo decise di obbligare le assicurazioni e i fondi pensioni (la sanità è stata fin qui gestita da assicurazioni e un mese fa il governo si è attribuito il costo economico dei restanti 300 milioni, migranti interni, che non l’avevano) a investire i loro patrimoni nella creazione di una vasta rete di alloggi popolari a prezzo calmierato, come fece Fanfani nel 1953 con Inail e Inps.

In questo lasso di tempo, ci sono da aggiungere le riforme riguardanti gli sgravi fiscali per i lavoratori (fino a 700 euro mensili non pagano nessuna tassa, al di sopra la tassazione è comunque minima), i bonus per l’istruzione, la sanità e la cura degli anziani.

Il welfare cinese si incastra con la strategia della “doppia circolazione” con un forte, maggior peso del mercato interno.

Un’ultima osservazione. È nota la ferocia con cui da un anno e mezzo le economie occidentali fanno internamente la guerra al “proprio” capitale commerciale, ai commercianti e al lavoro autonomo, favorendo le multinazionali come Amazon, ecc.

Ebbene, qualche giorno fa è apparsa la notizia che il governo cinese non farà pagare l’Iva a tutti quei soggetti economici che fatturano 19 mila euro al mese. Ciò implica aumentare la fascia di classe media nei servizi, nei piccoli dettaglianti e nei lavoratori autonomi.

In tutta franchezza: non capisco perché l’Occidente, facendo l’opposto, insista in una azione che porta al suicidio. Manca la cultura economica, ma forse c’è anche molta stupidità in chi comanda.

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05/03/2021

La Cina decide per la crescita del prossimo decennio

È iniziata stanotte in Cina l’Assemblea del Popolo, che deciderà sulla politica economica per i prossimi 15 anni, assieme alla discussione del Piano Quinquennale.

Questa notte ha intanto tenuto il discorso introduttivo Li Keqiang, che ha evidenziato i punti programmatici. Lotta al Covid, taglio delle tasse, lotta ai monopoli fintech, ma soprattutto un punto programmatico che potrebbe avere effetti dirompenti sul mercato mondiale: vale a dire la costruzione di un sistema universale sanitario assieme al rilancio della medicina tradizionale cinese.

Dunque, dopo reflazione salariale (aumenti costanti e importanti nel tempo), costruzione di decine di milioni di alloggi popolari, riforma dell’hukou (il sistema di registrazione del nucleo familiare in uso dagli anni '50, che distingue tra abitanti delle città e della campagna, limitando le possibilità di trasferimento), ora è la volta – prendendo come esempio il modello italiano della Riforma Anselmi – della sanità universale, finora costosa.

Con ciò la Cina gioca sul tasso di “risparmio precauzionale”, appunto i risparmi per la sanità, per favorire la doppia circolazione e il decollo del mercato interno mediante servizi e consumi.

Salario sociale, insomma, che permette al proletariato di godere finalmente una quota rilevante della ricchezza da esso prodotta, nel mentre nei paesi occidentali questo sistema viene definitivamente smantellato.

Gli Usa negano la reflazione salariale (respinta la proposta di aumentare il salario minimo fissato per legge), ma in compenso spenderanno soldi per aumentare la catena del valore del proprio apparato industriale e per infrastrutture (“condizioni generali della produzione”, secondo Marx).

Si tratta di una politica economica che la Cina ha già fatto precedentemente, mentre ora si focalizza sul salario sociale come meccanismo di accumulazione, proprio come disse a novembre l’ex Segretario al Tesoro statunitense, Lawrence Summers.

L’Europa non fa né l’uno nè l’altro, anzi smantella il welfare e, quanto alle condizioni generali della produzione, non fa ancora assolutamente nulla (il recovery Fund sarebbe comunque una briciola rispetto alle esigenze...).

Rimane quindi una sfida Usa-Cina, dove verranno utilizzate le armi di una politica fiscale fortemente espansiva.

Gli Stati Uniti per infrastrutturare l’apparato industriale, visto che è molto indietro rispetto alla Cina; la seconda giocando la carta del salario sociale.

In ultimo, tra i punti vi è il pareggio delle partite correnti cinesi. Ciò significa che le importazioni aumenteranno considerevolmente, trascinando il mercato mondiale. O perlomeno chi sarà in grado di rispondere positivamente a questa sollecitazione.

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27/02/2021

Il sogno di una “catena del valore” senza investimenti

Alle ore 6.30 di stamane Il sussidiario pubblicava il consueto editoriale di Giulio Sapelli. Ma come al solito questo analista svia.

Innanzitutto, la caduta del saggio di profitto è avvenuta non 30 anni fa, ma alla fine degli anni sessanta. La successiva “guerra al salario”, di cui parla Sapelli, con spostamento da salari a profitti e rendite, partì nel 1973 con la Trilaterale.

In Italia solo alcuni settori di Potere Operaio – non Negri – l’Autonomia Operaia e pochi altri, cui fu riservata la non benevola attenzione dell’autorità giudiziaria, colsero il dato storico, mentre il Pci si votava all’austerità.

La stessa caduta del saggio di profitto – ma questo Sapelli non lo dice – dà la possibilità di avviare controtendenze, e sono 5, elencate da Marx nel Capitale e specificate dettagliatamente da Grossmann.

L’unica scelta concreta tra le 5 controtendenze è stata però il capitale produttivo di interesse, vale a dire la finanziarizzazione, resa possibile dalle banche centrali.

Il fantasma della Cina, che Sapelli evoca anche in questo scritto, al limite ormai del paranoico, ha offerto in questi decenni un sentiero opposto: politiche monetarie restrittive e politiche fiscali espansive.

Nel 2008 quel paese ha deciso (e soprattutto praticato) il passaggio al plusvalore relativo, conseguente aumento della produttività totale dei fattori produttivi e reflazione salariale (ossia aumenti, continui e progressivi).

Visto l’enorme tasso di risparmio, le autorità cinesi avviarono la strategia del “salario sociale globale di classe“, di cui parlo nel libro, proprio come ha chiesto l’ex Ministro del Tesoro Usa Lawrence Summers a novembre scorso.

Se Sapelli ritiene che Draghi operi in questo senso, non si capisce la ragione di questa compagine governativa, tutta votata da decenni alla deflazione salariale (diminuzione continua e progressiva).

Infine, la necessità della “centralizzazione capitalistica”, di cui sarebbe portatore Draghi, come controtendenza alla caduta del saggio di profitto, volta a passare alla testa della catena del valore industriale, cozza con la vecchia idea di Sapelli della Lega come “espressione della borghesia nazionale”, visto che essa è semmai espressione dei subfornitori e contoterzisti (in primo luogo verso la Germania),

Ossia coloro, che impediscono il salto tecnologico che il nostro Paese già era stato in grado di realizzare fino a 30 anni fa, con i colossi pubblici.

L’attuale compagine parlamentare e delle classi dirigenti italiche cozzano con la speranza di Sapelli di arrivare alla testa della catena del valore, resa possibile dalla centralizzazione capitalistica. Quella centralizzazione, infatti, richiede grande capacità di fuoco e una domanda interna fortissima, fuori dal paradigma export oriented.

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07/02/2021

Draghi punta sul salario sociale?

A leggere Il Messaggero di oggi e il piano di politica economica di Draghi – a meno che non venga smentito – pare che l’ex Presidente della Bce voglia dare corso pratico a quanto descritto nel suo famoso editoriale sul Financial Times di marzo 2020, in cui sosteneva che in piena pandemia gli Stati debbano spendere.

A quanto pare nel Piano ci sarebbero il rafforzamento della medicina territoriale, una sorta di centralizzazione della sanità – per superare la follia del “federalismo sanitario” degli ultimi 25 anni – investimenti e assunzioni nella sanità ecc.

Poi vi sarebbe un piano di assunzioni nel pubblico impiego per 500 mila unità, la “no tax area” per redditi medi per le rette dei figli all’università, il modello tedesco di prelievo fiscale per i redditi medio bassi, l’aumento del contributo delle spese pubbliche nella scuola dal 3,6% ad almeno il 5%.

Draghi punterebbe dopo 30 anni alla qualificazione della forza lavoro in vista di un necessario salto teconologico delle imprese industriali (ieri Bombassei, su Milano Finanza, invitava gli industriali a darsi una mossa negli investimenti, pena la morte), reso necessario dal contesto fortemente competitivo del mercato mondiale.

Con l’aiuto fiscale ai redditi medio-bassi si sostengono gli industriali che possono, nelle tornate contrattuali, dare quattro lire ai lavoratori; e si è visto con quello dei metalmeccanici, peraltro molto negativo sugli aspetti normativi.

Per il resto, con Draghi, ci penserà il fisco a sostenerli, una sorta di “fiscalizzazione degli aumenti contrattuali”, proprio come chiedono da anni i confederali per mantenere la “pace sociale”.

In ogni caso, secondo questo schema, come nella Prima Repubblica, Draghi punterebbe al “salario sociale” per sostenere le trasformazioni industriali necessarie a promuovere la parte più avanzata del sistema italiano. Si può dire tutto, ma dopo 30 anni tornerebbe centrale il rapporto capitale-lavoro.

A maggior ragione se nel Piano di Draghi – secondo le indiscrezioni riportate da Il Messaggero – si colpissero i piccoli pescecani della rendita a favore di profitti industriali e grande rendita.

La rendita, nella Seconda Repubblica, costituisce ormai il 20% del Pil ed è una zavorra ai fini dell’accumulazione capitalistica. I ceti sociali che negli ultimi 40 anni, dopo la sconfitta del movimento operaio, hanno prosperato sulla rendita, spesso frutto di evasione fiscale, verrebbero sbattuti storicamente fuori dai giochi.

E se si ritorna al rapporto capitale-lavoro, spetta a noi controbattere.

Qui di seguito l’articolo del Il Messaggero.

*****

Governo Draghi, meno tasse ai ceti medi e pensioni flessibili: ecco le prime bozze del piano

Sedici pagine organizzate in una ventina di paragrafi con altrettanti titolini in nero. Non è ancora il programma del governo Draghi, ma una bozza di lavoro nella quale vengono focalizzati i temi che il nuovo esecutivo si troverà davanti, con le soluzioni abbozzate a grandi linee.

Soluzioni che riflettono le discussioni di questi giorni, ma naturalmente dovranno passare ancora per la complessa mediazione con i partiti; e che quindi sono del tutto aperte a correzioni e integrazioni, anche molto rilevanti.

I capitoli però ci sono tutti, dalla salute al fisco, dall’istruzione alle politiche industriali e all’innovazione. Quella sanitaria è naturalmente la prima emergenza da affrontare: alla piena attuazione del piano vaccinale si accompagna la conferma di alcuni interventi già delineati negli ultimi tempi, ma ancora tutti da concretizzare: il rafforzamento della medicina territoriale, la digitalizzazione del sistema, l’aumento degli investimenti e delle assunzioni, il contrasto ai divari territoriali.

E proprio su quest’ultimo punto la via indicata è quella del superamento dell’attuale federalismo sanitario, con la possibilità di inserire la “clausola di supremazia” per quanto riguarda il ripartimento delle competenze.

APPROFONDIMENTI

Il dossier licenziamenti

Un altro dossier caldo che il prossimo governo dovrà prendere in mano è quello del lavoro, con la scadenza del blocco dei licenziamenti fissata al 31 marzo. Per affrontare questa situazione si ipotizza nell’immediato la differenziazione per settori delle forme di protezione e poi una riforma degli ammortizzatori sociali per garantire una copertura universale e formazione adeguata.

Vengono menzionate esplicitamente anche leggi da approvare sia in tema di parità retributiva tra uomini e donne, sia di salario minimo legale, di equo compenso e di rappresentatività delle organizzazioni sindacali e di quelle datoriali.

Connesso al tema del lavoro è quello della previdenza: l’idea è lasciar scadere Quota 100 al termine naturale, la fine del 2021, introducendo però flessibilità di uscita nel sistema attraverso il rafforzamento dei altri istituti, tra cui Opzione donna (il pensionamento anticipato con calcolo contributivo dell’assegno) e Ape social per le categorie disagiate o impegnate in occupazioni più pesanti.

Per quanto riguarda invece il reddito di cittadinanza, dal testo emerge la volontà di rivedere tutto il campo delle politiche attive, facendo interconnettere Anpal, centri per l’impiego e navigator. Allo stesso tempo andrà rafforzata la rete del contrasto alla povertà e all’esclusione sociale.

Grande spazio è dedicato a scuola e ricerca: viene menzionato l’obiettivo di portare il livello complessivo di spesa per l’istruzione dal 3,6 per cento del Pil ad almeno il 5%. In particolare andrebbe potenziata l’offerta degli asili nido e dovranno essere aumentate le risorse per il sostegno e la disabilità, così come il Fondo ordinario per l’università. Per garantire il diritto allo studio negli atenei italiani viene proposta l’estensione della no tax area a beneficio dei nuclei familiari con redditi medio-bassi.

Il capitolo fiscale punta ad un alleggerimento dell’imposizione sui redditi medi e medio-bassi. Concretamente per quanto riguarda l’Irpef il modello da adottare dovrebbe essere quello tedesco, caratterizzato da aliquote continue e da una crescita più graduale del prelievo.

Ma ci sono anche altre correzioni da fare, in direzione di una maggiore progressività effettiva: ad esempio il parziale ritorno dei redditi da capitale nella base imponibile dell’imposta sul reddito, con alcune esclusioni, il riordino delle tax expenditures (ed anche dei sussidi ambientali), la razionalizzazione delle imposte indirette e l’ulteriore spinta sul fisco telematico.

La riforma complessiva dovrà essere finanziata, oltre che con le risorse già rese disponibili nella legge di Bilancio, con il proseguimento della lotta all’evasione. La web tax andrà implementata in linea con il quadro europeo.

La riforma della pubblica amministrazione punta a sfruttare l’occasione offerta dallo sblocco del turnover e dalla prevista assunzione di 500 mila persone per svecchiare gli uffici e procedere con la digitalizzazione.

Tutti i progetti ruotano intorno ad una piena attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, che dovrà essere attuato con un percorso di coinvolgimento del Paese. Ma su questo Draghi si riserva con tutta probabilità di essere ancora più esplicito.

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28/12/2020

La Cina volta pagina con il salario sociale di classe

Si infittiscono i contributi di economisti cinesi a seguito della Work economic conference del 18 dicembre scorso. Oggi il People’s Daily dà voce a diversi di loro.

Un rapporto pubblicato domenica dall’Academic Center for Chinese Economic Practice and Thinking, presso la Tsinghua University, prevede che il PIL cinese dovrebbe espandersi del 2,1% anno su anno nel 2020, con una crescita del 5,5% nel quarto trimestre. Ha inoltre previsto che l’economia crescerà probabilmente tra l’8 e il 9% nel 2021.

Asse centrale della crescita saranno i consumi, mediante il rafforzamento del salario sociale di classe. A questo riguardo la politica fiscale 2021 sarà proattiva, con un minor deficit rispetto al 2020 (che è stato pari al 3,6%); ma la cosa determinante sarà l’allocazione della spesa governativa.

Probabilmente ci saranno minori investimenti infrastrutturali e maggiore spesa sociale in assistenza medica, supporto agli anziani (tipico dei cinesi, dove gli anziani hanno un posto speciale) e istruzione. Inoltre saranno smantellate alcune restrizioni ai migranti interni delle metropoli cinesi, in modo da garantire loro assistenza sociale, in particolare alloggi pubblici.

Zhang Bin, un ricercatore presso l’Istituto di economia e politica mondiale dell’Accademia cinese delle scienze sociali, in un’intervista rilasciata domenica, ha suggerito che gli sforzi per costruire una rete di sicurezza sociale più forte per i residenti a basso reddito, nonché per l’istruzione e l’assistenza sanitaria, avranno più peso in una struttura di spesa fiscale raffinata, per renderla più efficace e portare maggiori benefici.

“È necessaria una distribuzione del reddito più equa per garantire che l’espansione economica porti benefici a tutti”, ha detto Zhang, aggiungendo che sono necessari “maggiori sforzi sui servizi pubblici e sulla sicurezza sociale”.

Ormai, apertamente, gli economisti cinesi pongono la questione del salario sociale e dell’equa distribuzione del reddito come assi centrali di una futura crescita di “alta qualità”, anche al fine di ridurre il “risparmio precauzionale” (che è intorno al 41% del Pil) e indirizzarlo verso i consumi.

La staffetta, che ha caratterizzato la Cina negli ultimi 40 anni, tra investimenti (volti all’aumento della produttività totale dei fattori produttivi, al parti degli standard occidentali) e consumi lascia ora spazio al benessere della popolazione, preceduto negli ultimi 12 anni dalla reflazione (aumento) salariale.

Obiettivo: aumentare la classe media da 400 a 600 milioni di persone per non dipendere dal mercato mondiale.

La Cina dopo 40 anni volta pagina.

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25/12/2020

C’è chi cresce e chi si strozza con le proprie mani


Capire le differenze tra fenomeni che da lontano appaiono simili è fondamentale per orientarsi nel mondo. Non è che ci voglia una mente immensa (“la distinzione è la potenza dell’intelletto”, spiegava il maestro di pensiero dialettico), tuttavia almeno un po’ bisogna studiare, stare attenti, non lasciarsi andare al “tutto è uguale” e dunque arrendersi all’indistinto.

In materia macroeconomica, avvelenati da 30 anni di pensiero unico neoliberista, questa resa è abituale. Anche compagni una sacco speranzosi in un futuro migliore si fermano davanti alla complessità del reale, temendo di inciampare mentre avanzano in una terra incognita.

Che però bisogna attraversare, se si vogliono cambiare davvero le cose e non solo lanciare maledizioni contro le ingiustizie del capitalismo.

Tra gli oggetti misteriosi dell’economia contemporanea c’è certamente la Cina, odiata o benedetta, ma così difficile da analizzare che si preferisce spesso lasciar perdere e utilizzare categorie fornite – non certo in modo disinteressato – dai propagandisti che imperano sui media mainstream.

Qui, come dovrebbe esser noto, impera il regno dell’austerità. Che qualche deficiente dotato di cattedra aveva chiamato “espansiva”, prima di crollare insieme al Pil da Lehmann Brothers in poi.

Un regno del pensiero economico fatto di “risorse scarse”, in cui l’obbiettivo è “migliorare la competitività” tagliando il salario reale, aumentando l’orario di lavoro, eliminando quote crescenti della spesa sociale (pensioni, sanità, istruzione, ecc.), riducendo la spesa pubblica. Tutto questo per favorire la capacità di esportare altrove quel che viene prodotto qui.

Un mondo, insomma, dove “dobbiamo fare sacrifici” riducendo a quasi niente i consumi interni (che dipendono dalla disponibilità di reddito delle “grandi masse” della popolazione, e dunque dal livello di salari e pensioni), per consentire alle imprese medio-grandi di vendere su altri mercati. I loro profitti, è la promessa che viene ripetuta da oltre 30 anni, prima o poi si riverseranno anche sul lato interno, grazie anche alle maggiori entrate fiscali che dovrebbero derivarne.

In realtà sappiamo che quei profitti prendono tutt’altre strade, e che dunque la “teoria dello sgocciolamento” della ricchezza verso il basso della scala sociale (o “approccio trickle down”) è una solenne presa per i fondelli.

Quanto alle tasse, è noto che c’è una concorrenza feroce tra paesi neoliberisti per “attirare capitali stranieri” abbassando al minimo la tassazione per le società, al punto che ben poche aziende di grandi dimensioni pagano ormai i tributi all’interno del paese di origine (Olanda, Irlanda, Lussemburgo e diversi paradisi fiscali europei – oltre che caraibici – sono le destinazioni preferite).

In questo modo, insomma, gli investimenti latitano (i privati si tengono i profitti, allo Stato è fatto divieto di investire in settori produttivi), la domanda interna diminuisce, non si fanno più figli, chi può emigra per trovare un salario decente... e via a catena, in un avvitamento senza fine verso il degrado completo.

C’è qualcuno che agisce in altro modo?

Sì. Forse non lo fa per bontà d’animo ma per brutale calcolo economico. Però non ci vuole un’intelligenza sconfinata per capire che un’economia “export oriented” prima o poi sbatte contro il muro. Se tutti puntano sulle esportazioni, alla fine nessuno importa (a parte le materie prime indispensabili, dal ferro a petrolio); quindi nessuno esporta più di tanto.

In Cina questo lo hanno capito piuttosto bene, tanto che da vari decenni i salari crescono più velocemente del Pil (che pure galoppa a ritmi sfrenati), garantendo un alto livello di domanda interna – 1,4 miliardi di consumatori sono una bella base di partenza, no? – e anno dopo anno si espandono quei servizi sociali essenziali che costituiscono nel loro insieme una quota rilevante del “salario sociale”. Sanità pubblica, pensioni, istruzione, ecc.


Anche in Cina il coronavirus ha colpito con una certa durezza, ma molto meno che altrove, visto che lì il governo non ha scelto di “convivere con il virus” ma di eliminarlo ovunque si presentasse, anche con un numero minimo di contagiati.

Anche lì il Pil si è contratto a causa del lockdown, ma molto meno che altrove visto che ha riguardato solo le aree dove il virus si manifestava e solo per il periodo necessario a isolarlo.

Anche lì, dunque, i consumi interni nel 2020 hanno subito una battuta d’arresto.

E che fa un governo che non vuole cadere nella trappola della recessione? Interviene. Non con “ristori” e sussidi”, ma riducendo le diseguaglianze di reddito in modo strutturale, aumentando la capacità di spesa della maggioranza della popolazione (i ricchi, infatti, anche lì non hanno problemi o limiti di spesa, se non quelli fisiologici).

Apprendiamo dunque dal China Daily di qualche giorno fa che “la Central Economic Work Conference che si è conclusa venerdì invita a promuovere l’occupazione, migliorare la rete di sicurezza sociale, ottimizzare la distribuzione del reddito, espandere la dimensione del gruppo a reddito medio e promuovere la prosperità comune.”

Il “crudele” Partito Comunista Cinese, sì è infatti accorto che “A causa dell’impatto della nuova pandemia di coronavirus, il ritmo di ripresa della domanda è notevolmente più lento di quello dell’offerta. Le vendite totali al dettaglio di beni di consumo quest’anno non hanno ancora raggiunto i livelli dello stesso periodo dell’anno scorso.”

E si è mosso per rimediare. “È naturale che le autorità centrali insistano sull’aumento della domanda interna, che domina molti settori economici chiave.” Sapendo bene, perché programmano da 70 anni, cosa bisogna fare in questi casi.

“La produzione e gli investimenti sono da tempo la priorità dello Stato e sono motori di crescita efficaci, ma la riforma del sistema di distribuzione del reddito è ancora in ritardo. Se il problema non viene affrontato ora, ridurrà direttamente la sostenibilità della crescita economica a lungo termine, poiché l’aumento dei redditi e dei consumi delle persone rallenterà e le questioni relative all’eccesso di capacità e al debito diventeranno più importanti.”

E non stiamo parlando solo dei consumi essenziali (cibo, casa, abbigliamento), come sarebbe logico in un’ottica pauperistica.

“I dati dell’Accademia cinese delle scienze sociali mostrano che nell’ultimo anno quasi la metà della spesa della popolazione per attività di svago e intrattenimento è stata inferiore a 1.000 yuan ($ 153) pro capite, riflettendo il limitato potere di spesa delle famiglie.”

Non va bene, anche perché ci sono esempi negativi a bizzeffe. Provenienti proprio dall’Occidente, anzi direttamente dal “paradiso del consumismo”, gli Usa.

“Il fatto che il divario di reddito negli Stati Uniti abbia portato a una serie di problemi economici e sociali dovrebbe ricordare ai responsabili delle decisioni in Cina la necessità di colmare il divario di reddito sempre più ampio del paese.”

Le disuguaglianza sociali, insomma, che tanto bene fanno ai singoli imprenditori, sono una iattura per l’economia nel suo complesso. L’arricchimento di pochi non serve a sviluppare il Paese, anzi lo blocca.

“Il paese ha bisogno di aumentare continuamente il suo contributo nei servizi pubblici e aumentare la copertura di istruzione, assistenza medica, assistenza infermieristica per anziani e alloggi sovvenzionati dal governo. Dovrebbe dare pieno gioco alla tassazione per adeguare efficacemente la distribuzione della ricchezza nazionale.”

I percettori di un reddito fisso, quelli che dispongono solo di una busta paga o un assegno pensionistico, non hanno infatti alcuna possibilità di espandere il proprio reddito con strumenti diversi.

“Più fonti di reddito hanno i ricchi, più possibilità hanno di evadere le tasse. Non c’è da stupirsi che il carico fiscale sia maggiore per coloro che appartengono alla fascia di reddito medio che per i miliardari.”

Sapendo questo, si marcia in direzione opposta.

“Pertanto, dopo aver eliminato l’abietta povertà rurale, le autorità dovrebbero dare la priorità ad affrontare la povertà comparativa tra i residenti urbani e rurali e anche tra i residenti urbani”.

Ma che cattivoni, non ti lasciano nemmeno il piacere di crogiolarti nella tua miseria, “libero” di lamentarti (ma senza esagerare, sennò anche qui ti gonfiano di manganellate e anni di galera...).

Quale lezione trarre? Una semplice, non ideologica ma brutalmente economica: la Cina non vuole fare la fine degli Usa e punta sul salario sociale di classe e su minore tassazione fiscale sui redditi medio bassi.

Se vuoi un Paese che cresce, devi aiutare il Paese, non chi ha già troppo.

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21/11/2020

La Cina cambia il terreno di gioco dell’economia globale

Su queste pagine ci piace sempre trattare di Cina, ultimamente però certi testi ci lasciano un po' interdetti.
Banalmente, non si capisce come si faccia ad aprire il discorso criticando un assunto di de Cecco per poi chiudere chiosando sul fatto che l'economista ha ancora tanto da insegnarci. In seconda istanza non si capisce bene come l'internazionalizzazione dello Yuan possa andare a detrimento della posizione dell'Euro.
Ci pare che le tesi dovrebbero essere esposte con un minimo di chiarezza in più...


Dieci anni fa, il grande economista Marcello De Cecco ebbe a dire che in futuro lo yuan, la divisa cinese, difficilmente avrebbe avuto un ruolo internazionale, stante l’enorme surplus della bilancia commerciale assieme al surplus delle partite correnti.

Quest’ultimo presentava un dato mostruoso allora: 10,1% rispetto al Pil. Il modello a cui si riferiva de Cecco era la Gran Bretagna della fine Ottocento/prima decade del Novecento. La sterlina dominava il mondo grazie al deficit delle partite correnti, attutito dall’enorme surplus che la Gran Bretagna aveva allora con la colonia India.

De Cecco era dell’idea che per essere valuta internazionale occorreva aprire il mercato e avere deficit di bilancia commerciale, vale a dire più import che export, e avere deficit di partite correnti. La richiesta della valuta di tale paese sarebbe stata, per questa ragione, significativa.

Il modello inglese è stato implementato in Usa negli ultimi 50 anni con il predominio del dollaro, contraltare dell’enorme debito estero e del deficit delle partite correnti.

Quel che però l’economista italiano non poteva immaginare è che, da allora, la Cina ha azzerato il surplus delle partite correnti, portandolo da 10.1% all’1,4% dello scorso anno. Tale riduzione fotografa l’enorme sforzo cinese per sostenere l’economia mondiale, sforzo che nessun media mainstream riconosce. Rimane il surplus della bilancia commerciale, che nel 2020 si attesta a 400 miliardi.

Prima nota: Xi Jinping, due giorni fa ha comunicato che il livello dell’import cinese ad ottobre 2020 è pari a quello del 2019, contrariamente a tutti gli altri paesi che, stante la pandemia e il crollo del commercio estero, hanno visto una forte diminuzione di import.

Ma nello stesso discorso il Segretario del PCC informava che con la “doppia circolazione”, interna ed esterna, con una forte vocazione all’economia domestica, la Cina si impegna ad aumentare fortemente le importazioni da tutto il mondo e ad azzerare il surplus commerciale.

Dunque l’economia mondiale vedrebbe una domanda cinese aggiuntiva di 400 miliardi, se non di più.

La focalizzazione sull’economia interna, che trascinerà le importazioni, si basa sull’innovazione tecnologica delle industrie (come fonte primaria di valore), sullo sviluppo dei servizi e sull’ampliamento dei servizi pubblici di base.

Architrave di quest’ultimo sarebbe la riforma sanitaria, che forse verrà comunicata durante le sessioni parlamentari di marzo. Se ciò avvenisse ci sarebbe un altro scossone cinese e di conseguenza mondiale.

L’ammontare del risparmio cinese nell’ultimo decennio è pari al 486% del Pil, a cui fa da contraltare un debito cumulato pari al 342% del Pil. L’offerta di servizi pubblici di base, il salario sociale, avrebbe come conseguenza l’abbattimento del tasso di risparmio “precauzionale” (i cinesi hanno fin qui risparmiato per cure sanitarie e previdenza), che favorirebbe i consumi e il settore dei servizi, nel frattempo digitalizzato.

Questo perno “sociale” costituirebbe la base dell’abbattimento del surplus commerciale e un quadro di partite correnti che sarebbe in deficit, coperto dalle enormi riserve valutare della People’s Bank of China (3.140 miliardi di dollari).

A quel punto, la divisa cinese avrebbe un ruolo internazionale, prima nel Pacifico e poi a livello mondiale, a scapito... dell’euro, che presenta enormi surplus delle partite correnti.

La vulgata della sedicente “sinistra radicale” nell’ultimo ventennio era che la Cina sosteneva l’euro come scudo contro il dollaro. Ma ora si libera, fa tutto da sé; non tocca il dollaro, anche perché si è instaurata una connessione finanziaria tra Wall Street e Shanghai, e tra City londinese e Shanghai.

Anche per capire la Cina di oggi, come per capire l’Italia, l’economista Marcello de Cecco ha ancora tanto da insegnarci.

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16/11/2020

“Piano contro Mercato, per un salario sociale di classe”. Un utile libro per la nostra gente!

Stiamo vivendo un epoca in qui prevalgono le passioni tristi!

Già prima di questa terribile Crisi Pandemica globale il dibattito pubblico, la battaglia delle idee e la irrefrenabile tensione ideale al cambiamento, al progresso e all’emancipazione sembravano incartapecoriti fenomeni da relegare ad un passato remoto non più rieditabile a fronte di una presunta modernità che tutto sussume o, meglio, normalizza.

L’intero caleidoscopio della comunicazione deviante del capitale sembra avvolgerci in una paralizzante melassa senza senso dove – al di là dei livelli elaborati di sofisticazione squadernati – prevalgono l’irrazionalità tout court e la produzione infinita di fake news.

In tale desolante scenario, ogni tanto, si mettono in moto energie e tentativi di incrinare questo asfissiante dispositivo di annebbiamento delle coscienze e della realtà, a conferma che i cantori della Fine della Storia non possono vincere la loro guerra antisociale al genere umano e all’irrefrenabile spinta alla liberazione.

Con questo approccio ho apprezzato il coraggioso lavoro di Pasquale Cicalese, distillato nelle pagine del suo recente libro “Piano contro Mercato, per un salario sociale di classe”, in arrivo nelle librerie in questi giorni, edito dall’Antidiplomatico.

Prima di evidenziare alcune idee/forza contenute nel testo è utile, per chi si appresta a leggerlo, esprimere qualche parole sull’autore. Del resto un libro, una riflessione o un qualsiasi prodotto umano contengono – sempre – un imprinting di chi l’ha generato.

Pasquale non è un economista ufficiale, non è uno studioso accademico e non è un intellettuale confinato nella Torre d’Avorio che passa il tempo nell’adorazione del proprio ombelico o alimentando il solipsismo narcisista.

Pasquale Cicalese è un lavoratore della Pubblica Amministrazione che ogni mattina va al lavoro (ora in smart working) e nel suo tempo libero, impegni familiari permettendo, magari nell’autobus o nel treno regionale che lo riporta a Pontecagnano, legge gli indici borsistici internazionali, i bilanci delle aziende, le relazioni della Banca d’Italia e della Commissione Europea.

Letture fredde, noiose, apparentemente “poco pratiche”, ma necessarie per comprendere ciò che accade nella grammatica del capitalismo, nel suo modo di produzione e nei variegati dispositivi di accumulazione.

Una lettura attenta – una vera e propria rassegna analitica – attraverso le categorie marxiane della critica dell’economia politica e degli studi economici di quanti, nella storia contemporanea, hanno elaborato un paradigma controcorrente al totem ideologico del primato assoluto del Mercato e del massimo Profitto.

Pasquale è – veramente – un intellettuale meridionale perché nei suoi studi e nelle ricerche che ha prodotto per oltre un ventennio (di cui solo una parte raccolte nel testo pubblicato) il suo approccio è sempre partito – con la testa ma anche con il cuore – incardinato al Sud, alla sua Calabria vivisezionata dall’azione di manomissione di padroni e nuovi e vecchi spoliatori e al Mediterraneo, ossia da quel mare su cui, per secoli, si sono affacciate ed interfacciate civiltà, popoli, culture e afflati ideali che hanno lasciato un segno indelebile nella storia dell’umanità.

Non è un caso che una delle pagine più belle della lotta in classe in Calabria – la rivolta dei fuochi, quella degli operai di Crotone, traditi da Stato, Istituzioni, Partiti e Sindacati collaborazionisti contro lo smantellamento di una delle poche presenze industriali in terra calabrese – è un punto di riferimento che Pasquale Cicalese ricorda spesso nei suoi ragionamenti.

Il testo di Pasquale è una raccolta di scritti e di interventi vari pubblicati per oltre un decennio su siti come Marx XXI, l’Antidiplomatico e Contropiano i quali – se letti ed interpretati non semplicemente come semilavorati, ma come schegge di ragionamenti svolti su un canovaccio unitario rigoroso – costituiscono un serio ed articolato lavoro di demistificazione verso la narrazione tossica che i think tank del capitale, le sue istituzioni sovranazionali e nazionali, i vari apologeti spesso collocati anche nella nostrana “Sinistra tricolore” filo-europeista, hanno profuso a mani basse.

Con micidiali effetti antisociali e conseguenti, pesanti, arretramenti delle condizioni di vita e di lavoro delle classi lavoratrici.

Cicalese passa in rassegna i principali momenti topici del corso storico del capitalismo, in Italia e nell’intero spazio europeo, collocato all’inizio della cosiddetta Seconda Repubblica. Demolisce l’apologia e le illusioni a proposito del varo dell’Euro e della stagione dei Trattati ma – soprattutto – sferza quanti hanno inneggiato, sconsideratamente, ai “capitani coraggiosi delle privatizzazioni”, allo smantellamento dello stato sociale e del welfare (Ricordate la controriforma Dini, il Pacchetto Treu e la Legge Biagi?).

Viene demolita tutta la demagogia post-modernista che come un veleno (o come un Virus, per stare alla realtà di questo periodo) ha iniziato a circolare nelle fila del movimento operaio e dei residui politici derivanti da una storia oramai implosa e dissolta, quella del vecchio Partito Comunista Italiano e dell’intera “Sinistra” politica.

Cicalese mostra – con cifre, dati, riscontri oggettivi – la fine ingloriosa di quella ormai implosa Globalizzazione del mondo e dell’Unipolarismo (il pensiero unico) attraverso l’emersione di paesi, aree monetarie e blocchi politici. In primis la Repubblica Popolare Cinese, ma in generale i paesi che dimostrano come sia possibile andare avanti nel progresso e nello sviluppo dell’umanità.

Nel contempo, tramite il suo metodo di analisi e di indagine, sollecita a volgere lo sguardo e l’attenzione fuori dall’Italietta provinciale, attraverso l’adozione – finalmente – di punti di vista ed approcci geopolitici distinti e distanti dal pregiudizio Eurocentrico che ha affossato l’azione della “Sinistra italiana ed europea”, condannandola ad una totale subalternità all’universalismo sciovinista e proto-imperialista.

Insomma siamo – a parere di chi scrive – di fronte ad uno studio che può essere maneggiato come uno scandaglio, specie dalle giovani generazioni che vogliono conoscere una storia economica e sociale del nostro paese e dell’Unione Europea che non ascolteranno mai nelle Università, nel Circo Barnum dell’informazione e, tantomeno, nell’isterico dibattito politico quotidiano.

Il libro di Pasquale Cicalese è completato da due gemme importanti: una prefazione di Guido Salerno Aletta ed una postfazione di Vladimiro Giacchè. Due importanti contribuiti che valorizzano ed arricchiscono questo lavoro riconoscendovi un’autorevolezza scientifica che ci auguriamo sia la spinta per l’acquisto, la lettura e l’ampia diffusione.

Abbiamo bisogno di serietà, e di archiviare definitivamente l’improvvisazione.

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04/10/2020

Boom cinese, tracollo neoliberista occidentale

Mentre in Occidente si assiste al collasso economico, in Cina avvengono ampie trasformazioni destinate a incidere profondamente.

Il 10 settembre scorso il Consiglio di Stato ha diramato direttive volte ad uno sviluppo futuro della “doppia circolazione”; quella esterna, ma soprattutto interna, con politiche finalizzate a rimuovere “colli di bottiglia” che frenano il consumo interno.

Il 1° Ottobre, Festa di proclamazione della Repubblica Popolare Cinese, è iniziata la famosa “Golden Week”, la settimana delle vacanze dei cinesi. Quest’anno interesserà circa 600 milioni di cittadini, anche nella aree colpite questo inverno dal Covid.

Secondo diverse stime, nelle due settimane precedenti, i pasti prenotati online sono aumentati del 40% rispetto allo scorso anno, mentre le prenotazioni online di viaggi, covid-free, sono aumentati del 37%.

Secondo il National Bureau of Statistics – l’equivalente cinese dell’Istat – ad agosto i consumi sono aumentati su anno dello 0,5%, per la prima volta dall’inizio della pandemia, e si prevede un forte aumento a settembre.

Gli economisti cinesi, secondo il People’s Daily, prevedono nel terzo trimestre un forte rimbalzo del pil, trascinato da una forte domanda interna. La Banca Mondiale ha alzato l’asticella della crescita attesa di questo Paese per l’anno in corso dall’1 al 2%, mentre per il 2021 prevede un boom: +7,9%.

Oggi Xi Jinping istruirà i funzionari sulla nuova politica cinese della sanità, con una riforma che si prevede universale e mista pubblico-assicurativa. Dal 2008 la reflazione salariale cinese (aumenti salariali generalizzati e anno per anno) ha avuto ad un fortissimo peso della domanda interna: l’incidenza dell’export sul pil è minima (17,4%), come ha scritto lo scorso mese Romano Prodi su Il Messaggero.

Questo livello si abbasserà ancor di più per limitare ulteriormente la dipendenza dalla domanda estera. Chi pensa, e scrive, che la Cina si sostiene grazie all’export, semplicemente dice baggianate. O fa propaganda, magari senza nemmeno saperlo.

L’aumento salariale (a Shanghai un operaio guadagna mediamente 900 euro mentre un’impiegata specializzata può arrivare anche a 2.500 euro), differenziato per province (pur tenendo conto del diverso costo della vita nelle varie regioni), i fortissimi tagli fiscali a favore dei redditi medio bassi, decisi due anni fa, la politica di alloggi popolari e altri servizi a favore della popolazione, portano a considerare che ormai i livelli di welfare raggiunti dalla Cina sono significativi e lo saranno ancor di più nel futuro.

La Cina ha puntato, dopo la crisi mondiale del 2008, non ancora conclusa, sul salario sociale di classe come meccanismo di accumulazione e come strumento per non dipendere dall’estero.

Ed ha vinto la scommessa.

L’Occidente lo ha invece smantellato per realizzare regalie fiscali e monetarie alla finanza e all’industria (politica dell’offerta, di cui sono portatori tutti gli schieramenti politici dell’attuale Parlamento italiano ed europeo) ed è agonizzante.

Per Xi Jinping e i vertici cinesi è fondamentale il nesso offerta-domanda. Per l’Occidente solo l’offerta (tradotto: abbassare il costo del lavoro per spingere le esportazioni, a scapito della domanda interna).

Puntare sul salario sociale di classe è un modo per uscire dalla crisi devastante e dalla miseria in cui ci hanno condotto le classi dominanti; con la stolida complicità dei loro giornalisti e intellettuali.

P.s. Immagini di cinesi in vacanza, in questi giorni...



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27/09/2020

La guerra al salario travolge anche “quota 100”

La decisione di Conte di abolire quota 100 e modificare il reddito di cittadinanza si inquadra nella ventennale politica di riduzione del salario sociale di classe, iniziata nel 1981 con il “divorzio” tra Banca d’Italia e ministero del Tesoro. Aaccelerata dal Trattato di Maastricht prima e dall’introduzione dell’euro dopo.

Diversamente dagli Usa, che stanno cominciando ad attuare, anche a seguito della pandemia, alcune politiche di sostegno ai redditi per disoccupati e lavoratori, in Italia, seguendo i dettami dell’Unione Europa (ed è prevedibile con ancora più forza a seguito del Recovery Fund), si punta invece a sottrarre redditi e diritti alla classe lavoratrice e ai disoccupati senza alcun sostegno.

Per due ragione. Uno: per aumentare la massa finanziaria al fine di sostenere il “sistema delle imprese” (che poi sarebbero le medio-grandi, mentre le piccole vengono martirizzate), proprio come vuole Bonomi, nella competizione internazionale secondo il modello mercantilista.

Due: per aumentare la “liquidità marxiana” della forza-lavoro giovanile, vale a dire renderla disponibile per qualsiasi lavoro a qualsiasi salario, abbattendolo al di sotto dei livelli di sopravvivenza.

Quando si parla di “democrazia formale”, e contemporaneamente si vuol impartire lezioni ad altri paesi, occorre parlare della “democrazia reale” che vige qui, dove noi viviamo.

Il modello mercantilista presuppone un assetto neocorporativo e sussidiario, vale a dire con i “sindacati gialli”, complici e corporativi, come sono ormai da decenni, che legittimano ogni scelta padronale e governativa.

Ma pretende anche un potere decisionale spezzettato in diversi ambiti (Stato, Regioni, Comuni, ecc), per eliminare – tra l’altro – qualsiasi parvenza “nazionale” che possa favorire l’unione della classe lavoratrice, da nord a sud.

La riduzione del salario sociale di classe si inquadra in questi meccanismi istituzionali derivanti dal Trattato di Maastricht, che puntano al controllo e alla repressione di qualsiasi istanza di classe, oltre che alla riduzione di salario, diretto, indiretto e differito, e alla liquidità della forza lavoro (flessibilità).

Da questo punto di vista la recente tornata elettorale e referendaria sancisce questo modello con ancora più forza, con i padroni delle regioni e il taglio della rappresentanza parlamentare.

Conte, dopo questa scadenza e le indicazioni che fornisce, ha agito “di conseguenza”, iniziando a realizzare quello era già un suo obiettivo; anzi, un compito assegnatoli dall’Unione Europea.

È lì che bisogna rintracciare la fonte delle decisioni. Questi al governo sono solo burattini, con i megafoni dei media.

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20/09/2020

Un paese “competitivo”, distrutto da finanza e Confindustria

Il 18 luglio la banca centrale italiana ha pubblicato la bilancia dei pagamenti di luglio. Surplus delle partite correnti (rapporto tra esportazioni ed importazioni, attivo passivo merci, servizi, redditi primari), nonostante il surplus del turismo sia circa un terzo rispetto al corrispondente anno passato, pari a 48,1 miliardi contro 46,7 miliardi del 2019.

Quel che ha contribuito maggiormente è l’avanzo di merci, passato da 48,9 a 57,4.


Nel grafico si vede che durante la pandemia il surplus delle partite correnti, soprattutto per la voce turismo, tende a diminuire, ma già da giugno/luglio risale. La posizione finanziaria netta estera peggiora di poco ma è facilmente gestibile nei prossimi mesi perché il passivo è di poco conto, se lo raffrontiamo agli anni passati.

Volano gli investimenti di portafoglio, finanziari, degli italiani all’estero, segno che la ricchezza sempre più non circola in Italia ma va a finire all’estero.

Tutti questi dati ci portano a pensare che il paese è altamente competitivo e francamente non si capisce cosa altro voglia ancora Carlo Bonomi di Confindustria, se non aumentare la massa finanziaria derivata dalle esportazioni per investirla all’estero.

Lo spazio finanziario derivante dal surplus delle partite correnti e dalla posizione finanziaria netta estera ci porta a considerare che – in luogo del privato, in epoca di pandemia, che non investe perché non c’è domanda interna – lo Stato debba intervenire con il “deficit di pieno impiego”, assumendo nella pubblica amministrazione, fortemente carente di personale, in investimenti infrastrutturali e ambientali, nel finanziamento della ricerca, nel rimedio al gap economico tra Nord e Sud.

Occorre una programmazione economica e invece oggi, su IlSole24Ore, la notizia è che la ministra grillina Catalfo, assieme ai tecnici del Ministero del Lavoro, propone di fatto un aumento dell’età pensionabile, superando quota 100, e soprattutto il silenzio-assenso del trasferimento del Tfr alla finanza. Un regalo ai fondi pensione privati, all’insaputa dei lavoratori!

Non abbiamo bisogno di finanza, c’è ne già troppa e non sa nemmeno lei dove mettere la liquidità, tant’è vero che la porta all’estero.

Non abbiamo bisogno di capitale produttivo di interesse, ma di salario sociale globale di classe e aumento della domanda interna.

I soldi rimangano ai lavoratori, come loro diritto, sapranno loro cosa farne.

Non si è ancora capito che dopo 40 anni la finanza deve essere messa in soffitta, deve tornare l’economia del reale, delle cose, della produzione, degli investimenti, dei consumi.

La Federal Reserve ha inaugurato, o comunque fatto una prima mossa, secondo questo nuovo approccio, che aveva fatto ricchi gli Stati Uniti, un tempo. Prima che la lotta quarantennale al salario e la primazia della finanza avessero come conseguenza la desertificazione industriale.

Vogliono continuare in Italia su questa scia? Non porterà a nulla.

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