di Guido Salerno Aletta
Anche in Francia, l'andamento dei prezzi dell'energia, dei tassi di interesse, dei proventi dei servizi di trasporto e di viaggio internazionale, rispetto a cui il turismo rappresenta il fattore principale, è in grado di ribaltare velocemente il segno del saldo della bilancia delle partite correnti con l'estero, passando dal deficit al surplus e viceversa. Il resto si costruisce o si erode assai lentamente.
Nel mese di giugno scorso, è accaduto questo: nonostante un disavanzo per merci pari a 5,2 miliardi di euro, dovuto per ben 4,2 miliardi alla componente energetica, il saldo delle transazioni correnti della Francia è stato inaspettatamente attivo, per 0,8 miliardi: tutto merito dei servizi di viaggio, in surplus per ben 2,9 miliardi in questo solo mese, e dei proventi relativi ai redditi primari e secondari, anche questi complessivamente in surplus per 2,2 miliardi di euro.
La Banca di Francia ha sottolineato che nel secondo trimestre di quest'anno il saldo positivo nel settore dei servizi è salito a 12,2 miliardi di euro rispetto ai 7,5 miliardi del primo trimestre: tutto merito del forte miglioramento del saldo dei servizi di viaggio, passato dai +3,3 miliardi del primo trimestre ai +8,1 miliardi del secondo. Se la stagione delle vacanze estive lascia prevedere un ottimo andamento, già i dati del 2022 erano stati significativi: mentre l'attivo per i servizi di viaggio era stato di 17,4 miliardi di euro e quello per i servizi di trasporto era arrivato a 21,6 miliardi, il saldo positivo tra gli incassi ed i pagamenti per i redditi primari e secondari aveva raggiunto complessivamente i 31,4 miliardi di euro. Ma questi saldi, tutti consistentemente attivi, non avevano potuto compensare il deficit colossale della componente merci, che era arrivato a ben 137 miliardi di euro rispetto ai 67 miliardi del 2021, a causa del saldo negativo di 110 miliardi per i prodotti energetici, più che raddoppiato rispetto ai 43 miliardi registrati nel 2021. Anche per la Francia, dunque, l'andamento dei prezzi internazionali dell'energia, che per fortuna tendono al ribasso in questi ultimi mesi, si era dimostrato incontrollabile e destabilizzante.
L'andamento dei tassi di interesse, da tempo al rialzo anche in Europa, ha implicazioni complesse: sempre in ordine alle relazioni internazionali, un primo effetto positivo è rappresentato dalla svalutazione dei titoli a più basso rendimento emessi in precedenza e detenuti dai non residenti. Ne deriva una riduzione del valore corrente delle passività verso l'estero. Ma c'è un altro effetto, negativo: se, come accade in Francia, perdura il deficit della bilancia commerciale e si ricorre al finanziamento dall'estero per coprirlo, il maggior onere per il servizio di questo nuovo debito si aggiunge all'esborso che deriva dalle scadenze relative alle obbligazioni a tasso variabile già emesse. Pertanto, se i tassi di interesse interni tendono a superare quelli degli investimenti di portafoglio effettuati all'estero, si riduce anche il saldo attivo dei redditi primari che sostiene la bilancia dei pagamenti correnti. Questo si evince dalla Relazione della Banca di Francia sul 2022: nonostante il record negativo registrato dalla bilancia dei pagamenti correnti, arrivato a 53,9 miliardi di euro (pari al 2% del PIL), si è registrato un miglioramento di 143 miliardi di euro della posizione finanziaria verso l'estero rispetto al 2021, con il passivo netto ridottosi a 629 miliardi. La concomitante svalutazione dell'euro ha contribuito a rafforzare questa correzione.
Di converso, già nel 2022 l'aumento dei tassi di interesse aveva comportato un peggioramento del deficit relativo ai flussi degli interessi netti pagati dalla Francia. Si è triplicato, arrivando a 17 miliardi di euro rispetto ai soli 6 miliardi dell'anno precedente: in questo caso, le decisioni della Bce non hanno avuto alcun effetto in termini di raffreddamento dell'inflazione interna ma solo di arricchimento dei creditori esteri.
Sempre nel 2022, sui conti esteri della Francia hanno avuto un forte impatto positivo anche i proventi dei servizi di trasporto marittimo, influenzati dal forte rialzo dei noli registrato nel 2021: hanno fruttato un attivo di ben 29,4 miliardi di euro nel 2022 che ha ampiamente compensato il passivo strutturale che caratterizza invece le altre componenti di trasporto, pari all'incirca a 7 miliardi di euro l'anno. Nel complesso, il contributo positivo è passato dai 14,1 miliardi del 2021 ai 21,6 miliardi del 2022.
Oltre ai comparti dei viaggi e dei trasporti, anche gli "altri servizi" hanno procurato alla Francia un saldo attivo, che è stato di 13 miliardi di euro nel 2022, in ribasso rispetto ai 16,7 miliardi dell'anno precedente: i servizi di telecomunicazioni e di informatica hanno segnato un deficit di 6,1 miliardi, peggiorando quello di 5,1 miliardi registrato nel 2021; i servizi di ricerca e sviluppo hanno confermato il passivo strutturale che li caratterizza da oltre un decennio, con 1,3 miliardi; in campo commerciale, i servizi hanno ridotto l'attivo ad appena 1,3 miliardi di euro rispetto ai 4,6 miliardi dell'anno precedente; il settore della manutenzione e riparazione ha registrato invece un surplus consistente, di ben 4 miliardi di euro. A fare meglio di tutti sono stati i servizi finanziari, che hanno aumentato il proprio surplus portandolo a 10,4 miliardi rispetto agli 8,8 miliardi del 2021, "in parte grazie al rafforzamento della piazza di Parigi a seguito della uscita del Regno Unito dalla Unione europea", come ha sottolineato la Banca di Francia.
Nel settore aeronautico e spaziale le cose vanno ancora meglio, con un saldo attivo che è stato di 23,3 miliardi di euro nel 2022, e già di 6,6 miliardi e di 9,2 miliardi rispettivamente nel primo e nel secondo trimestre di quest'anno. Le esportazioni del 2022 sono arrivate a 46,2 miliardi di euro, surclassando ampiamente sia i 41 miliardi dell'intero comparto metallurgico, che i 38,2 miliardi di quello farmaceutico ed i 37,9 miliardi del comparto tessile, abbigliamento e cuoio.
Per il futuro, diventano cruciali sia le forniture di energia che i nuovi modelli di crescita. Mentre Berlino ha già dovuto rinunciare ai vantaggi del gas russo, Parigi lotta per mantenere quelli che le sono derivati finora dall'elettricità prodotta a basso costo con le centrali nucleari: mentre è in corso una dura trattativa in sede europea per ammettere gli aiuti di Stato necessari al loro rinnovamento, il colpo di Stato in Niger ha già fatto emergere qualche preoccupazione circa la correntezza dei futuri rifornimenti di uranio. Rappresentano un duplice rischio per il fattore strategico che ha motivato per anni l'insistenza di Parigi a favore degli Accordi sul Clima.
Mentre l'agricoltura, che in Francia continua ad avere una straordinaria importanza sociale e politica, mantiene in equilibrio i suoi conti con l'estero, sono i settori industriali tradizionali che tendono a battere il passo, in particolare quello automobilistico: il passaggio al motore elettrico rappresenta una sfida eccezionale. Solo il comparto aerospaziale si mostra invece dinamico e particolarmente profittevole. Nei servizi, continuano a macinare utili quelli più tradizionali e collaudati: turismo, trasporti marittimi, finanza. L'informatica e le telecomunicazioni, che dovevano rappresentare secondo il Manifesto di Lisbona i driver della crescita europea nel nuovo millennio, stanno deludendo anche in Francia: la duplice transizione che ora si prospetta, in campo ambientale e nel settore dell'intelligenza artificiale, rischia di ripetere il fallimento della New Economy.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/08/2023
16/02/2023
USA, profondo rosso
Quando la potenza fin qui egemone sul pianeta cerca di “salvarsi” agendo come un normale paese produttore di idrocarburi... vuole dire che quella potenza è alla frutta, economicamente parlando.
La propaganda in stile Rampini omette accuratamente ogni dato che dimostra questa realtà, dunque diventa indispensabile rivolgersi fuori dal mainstream giornalistico italico per trovare qualche ricostruzione attenta ai numeri, anziché alle parole.
Come spesso ci capita, abbiamo trovato in Guido Salerno Aletta – sulla testata specializzata TeleBorsa (nulla di bolscevico, come si può verificare) – un analista serio della struttura attuale della bilancia commerciale Usa, ossia della voce più indicativa dello stato di salute di quell’economia.
“Non solo il deficit commerciale complessivo, per merci e servizi, è peggiorato di 103 miliardi di dollari, passando dagli 845 miliardi di dollari del 2021 ai 948,1 miliardi del 2022, ma si è verificato un andamento particolarmente negativo: il maggior deficit complessivo non è stato determinato solo dal peggioramento di 101,5 miliardi di dollari del deficit relativo alle merci (+9,3%), quanto anche dalla riduzione, a dire il vero marginale ma significativa, del surplus relativo ai servizi, con -1,6 miliardi di dollari (-0,6%).”
Detto brutalmente, ciò che viene consumato negli Usa è in gran parte prodotto altrove, come peraltro avviene da decenni. La novità sta nel fatto che questo scarto tra import ed export continua ad allargarsi e persino i “servizi” – settore terziario che fin qui aveva compensato la caduta delle esportazioni industriali, e stiamo parlando di “specializzazioni” storiche come le assicurazioni e i servizi finanziari – è finito in rosso, seppur di poco.
Le uniche voci in crescita, e che puntellano una bilancia molto sbilanciata, sono relative a merci come i prodotti agricoli e gli idrocarburi, peraltro – questi ultimi – derivanti dalla distruttiva estrazione da scisto, che lasciano i territori deserti e completamente inutilizzabili per secoli.
Lo squilibrio commerciale, storicamente, è stato controbilanciato dallo strapotere del dollaro, con il quale gli Usa hanno sempre trasferito i propri problemi interni sul resto del mondo. Ma anche qui le “sanzioni” – veri e propri dazi doganali contemporanei – comminate a paesi sempre più grandi ed economicamente dinamici stanno frammentando il mercato mondiale.
Con l’inevitabile reazione di Cina, Russia, e persino Arabia Saudita, che “differenziano” in modo drastico l’utilizzo di altre monete per i propri scambi commerciali, mettendo su persino nuovi sistemi internazionali di pagamento fuori dal circuito Swift (quello che rendeva “efficaci” le sanzioni quando applicate a paesi piccoli come Cuba, Corea del Nord, ecc.).
Un processo lento ma sempre più pervasivo che sta de-dollarizzando molta parte dell’economia mondiale (si pensi solo al recentissimo accordo tra Brasile e Argentina per l’utilizzo di una moneta virtuale comune) e, come conseguenza, scavando la fossa al dominio globale della moneta statunitense.
Aggiungiamoci anche che il tentativo di “sganciare” l’economia Usa da quella cinese (il decoupling che doveva essere favorito da un reshoring produttivo su larga scala) sta andando incontro a resistenze inevitabili da parte delle multinazionali Usa, che non trovano vantaggioso questo “ritorno a casa” (per motivi salariali, certo, ma anche per le note carenze delle infrastrutture logistiche statunitensi).
Questione, quest’ultima, affrontata da Robert Kuttner proprio ieri su una testata americana.
È facile, insomma, dipingere sui media gli Stati Uniti come il solito dominatore del mondo che ora starebbe “rimettendo a posto” equilibri che si sono decisamente rotti. Ma basta sollevare appena un po’ il velo dei dati per trovare una realtà diversa. Parecchio diversa.
Buona lettura.
La propaganda in stile Rampini omette accuratamente ogni dato che dimostra questa realtà, dunque diventa indispensabile rivolgersi fuori dal mainstream giornalistico italico per trovare qualche ricostruzione attenta ai numeri, anziché alle parole.
Come spesso ci capita, abbiamo trovato in Guido Salerno Aletta – sulla testata specializzata TeleBorsa (nulla di bolscevico, come si può verificare) – un analista serio della struttura attuale della bilancia commerciale Usa, ossia della voce più indicativa dello stato di salute di quell’economia.
“Non solo il deficit commerciale complessivo, per merci e servizi, è peggiorato di 103 miliardi di dollari, passando dagli 845 miliardi di dollari del 2021 ai 948,1 miliardi del 2022, ma si è verificato un andamento particolarmente negativo: il maggior deficit complessivo non è stato determinato solo dal peggioramento di 101,5 miliardi di dollari del deficit relativo alle merci (+9,3%), quanto anche dalla riduzione, a dire il vero marginale ma significativa, del surplus relativo ai servizi, con -1,6 miliardi di dollari (-0,6%).”
Detto brutalmente, ciò che viene consumato negli Usa è in gran parte prodotto altrove, come peraltro avviene da decenni. La novità sta nel fatto che questo scarto tra import ed export continua ad allargarsi e persino i “servizi” – settore terziario che fin qui aveva compensato la caduta delle esportazioni industriali, e stiamo parlando di “specializzazioni” storiche come le assicurazioni e i servizi finanziari – è finito in rosso, seppur di poco.
Le uniche voci in crescita, e che puntellano una bilancia molto sbilanciata, sono relative a merci come i prodotti agricoli e gli idrocarburi, peraltro – questi ultimi – derivanti dalla distruttiva estrazione da scisto, che lasciano i territori deserti e completamente inutilizzabili per secoli.
Lo squilibrio commerciale, storicamente, è stato controbilanciato dallo strapotere del dollaro, con il quale gli Usa hanno sempre trasferito i propri problemi interni sul resto del mondo. Ma anche qui le “sanzioni” – veri e propri dazi doganali contemporanei – comminate a paesi sempre più grandi ed economicamente dinamici stanno frammentando il mercato mondiale.
Con l’inevitabile reazione di Cina, Russia, e persino Arabia Saudita, che “differenziano” in modo drastico l’utilizzo di altre monete per i propri scambi commerciali, mettendo su persino nuovi sistemi internazionali di pagamento fuori dal circuito Swift (quello che rendeva “efficaci” le sanzioni quando applicate a paesi piccoli come Cuba, Corea del Nord, ecc.).
Un processo lento ma sempre più pervasivo che sta de-dollarizzando molta parte dell’economia mondiale (si pensi solo al recentissimo accordo tra Brasile e Argentina per l’utilizzo di una moneta virtuale comune) e, come conseguenza, scavando la fossa al dominio globale della moneta statunitense.
Aggiungiamoci anche che il tentativo di “sganciare” l’economia Usa da quella cinese (il decoupling che doveva essere favorito da un reshoring produttivo su larga scala) sta andando incontro a resistenze inevitabili da parte delle multinazionali Usa, che non trovano vantaggioso questo “ritorno a casa” (per motivi salariali, certo, ma anche per le note carenze delle infrastrutture logistiche statunitensi).
Questione, quest’ultima, affrontata da Robert Kuttner proprio ieri su una testata americana.
È facile, insomma, dipingere sui media gli Stati Uniti come il solito dominatore del mondo che ora starebbe “rimettendo a posto” equilibri che si sono decisamente rotti. Ma basta sollevare appena un po’ il velo dei dati per trovare una realtà diversa. Parecchio diversa.
Buona lettura.
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Profondo Rosso
Profondo Rosso
Guido Salerno Aletta – TeleBorsa
Il dollaro forte ha incrementato le importazioni americane e scoraggiato l’export: mentre le importazioni sono aumentate di 556,1 miliardi di dollari, le esportazioni sono cresciute di 453,1 miliardi. Era prevedibile, e non è affatto una novità: succede sempre così quando la Fed alza i tassi di interesse, attirando i capitali.
Mentre le merci dei Paesi che hanno visto svalutare la loro moneta, dall’euro alla sterlina fino allo yen, si vendono a sconto, anche del 20/30%, quelle americane costano di più: un pasticcio.
Non solo il deficit commerciale complessivo, per merci e servizi, è peggiorato di 103 miliardi di dollari, passando dagli 845 miliardi di dollari del 2021 ai 948,1 miliardi del 2022, ma si è verificato un andamento particolarmente negativo: il maggior deficit complessivo non è stato determinato solo dal peggioramento di 101,5 miliardi di dollari del deficit relativo alle merci (+9,3%), quanto anche dalla riduzione, a dire il vero marginale ma significativa, del surplus relativo ai servizi, con -1,6 miliardi di dollari (-0,6%).
I prodotti energetici ha dato un buona spinta all’export statunitense: sui 310,5 miliardi di dollari di aumento complessivo delle esportazione di merci, il petrolio grezzo ha segnato +47,5 miliardi, i combustibili da autotrazione +28,1 miliardi, gli altri prodotti petroliferi +26,8 miliardi, il gas naturale +22,9 miliardi, per un totale di +125,3 miliardi di dollari.
In pratica, l’aumento dell’export per merci è stato dovuto per il 40% ai prodotti energetici.
Per quanto riguarda le provenienze geografiche, i deficit più rilevanti sono stati quelli consueti: è in testa quello con la Cina con -382,9 miliardi di dollari, seguita dalla Unione Europea con -203,9 miliardi, dal Messico con -130,6 miliardi, dal Vietnam con -116,1 miliardi, dal Canada con -81,6 miliardi.
Ed ancora, troviamo -73,7 miliardi con la Germania, -68 miliardi con il Giappone, -66,1 miliardi con l’Irlanda, -48,1 miliardi con Taiwan, -43,1 miliardi con la Thailandia, -41,7 miliardi con l’Italia, -38,3 miliardi con l’India e -36,6 miliardi con la Malesia. In fondo alla lista, compare la Francia con -11,9 miliardi di dollari.
Si possono trarre le seguenti considerazioni: nel 2022, il deficit con la Cina si è comunque ridotto rispetto al picco di -418 miliardi del 2018, il secondo anno della Presidenza Trump che iniziò da subito una feroce battaglia commerciale a colpi di dazi, ma ha comunque recuperato moltissimo rispetto al 2020, l’ultimo anno della Presidenza Trump, quando era sceso a 308 miliardi di dollari.
Ci sono da rilevare poi i forti deficit con gli altri Paesi del Sud Est Asiatico: Vietnam, Thailandia e Malesia. La sostituzione degli impianti in Cina con altri insediati in questi ultimi Paesi ha solo stornato i flussi del deficit americano.
Non pare poi che abbia avuto grande successo la rinegoziazione del Trattato di libero commercio fatta dallo stesso Trump con Canada e Messico per riequilibrare i conti: il deficit col Canada è sprofondato dai -18.8 miliardi del 2018 ai -81,6 miliardi del 2022; quello col Messico è praticamente raddoppiato, passando dai -77,7 miliardi del 2018 ai -130,6 miliardi del 2022.
Il deficit commerciale con l’Unione Europea, che era peggiorato dai -168,4 miliardi di dollari del 2018 ai -218,7 miliardi del 2021, si è ridotto ai -203,9 miliardi del 2022. Potrebbe essere l’effetto delle maggiori esportazioni statunitensi di prodotti energetici, dopo l’embargo dichiarato nei confronti di quelli russi per via della guerra in Ucraina.
Per quanto riguarda l’export americano di servizi, va segnalato che il forte aumento registrato nel 2022 rispetto al 2021, pari a +120 miliardi di dollari essendo passato da 795,2 miliardi a 924,2 miliardi, è dovuto soprattutto ai trasporti con +24,3 miliardi ed ai viaggi con +63,7 miliardi. In pratica, il 73% del maggiore export americano di servizi di deve sostanzialmente al forte aumento dei prezzi praticati per queste due attività.
Al contrario, l’export del business assicurativo è diminuito di 1,4 miliardi rispetto al 2021 e quello dei servizi finanziari di 5,5 miliardi.
I proventi da marchi e brevetti sono invece cresciuti di 10,4 miliardi, arrivando nel 2022 a 126,9 miliardi di dollari. Davvero troppo modeste, queste cifre, per un Paese che ha puntato tanto sulla innovazione tecnologica e sulla proprietà intellettuale, visto che lo scorso anno ha aumentato l’export dei prodotti energetici di ben 125,3 miliardi di dollari.
Praticamente gli Usa hanno fatto come qualsiasi altro Paese produttore di petrolio o di gas, come l’Arabia Saudita e il Qatar, o come la stessa Russia: quando hanno bisogno di soldi, basta che aprano i rubinetti dei pozzi.
Peccato che agli Usa non basti affatto, per compensare un deficit commerciale che si fa di anno in anno sempre più pesante.
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Rompere (con la Cina) è difficile da fare
Rompere (con la Cina) è difficile da fare
Robert Kuttner, La prospettiva americana, 14 febbraio 2023
Nonostante tutti gli sforzi del presidente Biden per contenere la Cina e riportare a casa la produzione, oggi c’è più compenetrazione delle due economie che mai.
Le statistiche commerciali del 2022 pubblicate di recente mostrano che le importazioni statunitensi di prodotti dalla Cina hanno totalizzato 536,8 miliardi di dollari nel 2022, un aumento del 6,3% rispetto al 2021. Le esportazioni statunitensi verso la Cina sono cresciute molto meno, dell’1,6% a 153,8 miliardi di dollari.
I produttori statunitensi che dipendono per gli input dalla produzione cinese non sono sufficientemente impegnati a diversificare le fonti di approvvigionamento.
Un primo colpevole è Apple, che sostiene che è troppo difficile trasferire la produzione. Il principale impianto di assemblaggio di Apple a Zhengzhou produce circa i tre quarti degli iPhone del mondo. Ma il principale concorrente di telefoni cellulari di Apple dimostra che la storia di Apple non ha senso.
Samsung, con sede in Corea del Sud, che un tempo si affidava anche alla produzione con sede in Cina, si è diversificata con successo. Samsung ora costruisce più di tre quarti dei suoi cellulari in sei paesi, dall’Argentina al Vietnam.
Un esempio più pregnante è l’industria farmaceutica. Almeno la metà di tutti gli ingredienti chimici di questi farmaci, noti come API (per “ingredienti farmaceutici attivi”), provengono dalla Cina. E questa cifra probabilmente sottostima la dipendenza, dal momento che non ci sono statistiche affidabili.
Barry Lynn, autore del libro profetico End of the Line, avvertendo su una potenziale catastrofe della catena di approvvigionamento, afferma che gli Stati Uniti esaurirebbero i farmaci vitali da prescrizione in circa una settimana se la Cina trattenesse le esportazioni di API in una crisi aggravata o in un altro lockdown da COVID; ne risulterebbe un panico di massa.
L’amministrazione non ha alcun piano né per far fronte a tale emergenza né per rilanciare la produzione nazionale di API.
A differenza dei semiconduttori, la produzione di API è praticamente una chimica di base. Ci sono resti di produzione di API in alcuni distretti regionali, intorno a Richmond, Atlanta e nel New Jersey settentrionale, e alcuni sforzi a livello statale per aumentare la produzione come sviluppo economico, ma nulla di lontanamente adeguato alla necessità se l’obiettivo è garantire l’approvvigionamento nazionale.
Un problema separato è l’uso da parte della Cina di paesi terzi come piattaforme per aumentare le esportazioni verso gli Stati Uniti, utilizzando input progettati, finanziati, controllati e prodotti in Cina. Queste possono essere economie asiatiche quasi-satellite come il Vietnam o paesi alle porte dell’America, in particolare il Messico.
Quando gli Stati Uniti hanno negoziato l’Accordo di libero scambio nordamericano (NAFTA), successivamente rivisto nell’Accordo USA-Canada-Messico (USMCA), l’obiettivo non era quello di dare alla Cina un trampolino di lancio senza dazi per le esportazioni negli Stati Uniti. La “C” in USMCA, che ufficialmente sta per Canada, sta diventando Cina.
Dalla fine del 2021, lo stato di confine messicano di Nuevo León ha guadagnato 7 miliardi di dollari in nuovi investimenti di capitale, di cui il 30% dalla Cina. Le maquiladoras che producono per il mercato statunitense, che una volta erano di proprietà statunitense o messicana, ora sono sempre più di proprietà cinese. E tutte le loro forniture provengono dalla Cina.
Quando amici come il Messico e persino alcuni dei nostri alleati europei sono sprezzanti riguardo alle proprie catene di approvvigionamento, il friendshoring diventa un eufemismo per l’approvvigionamento cinese.
L’Allegato C è la strategia per incoraggiare le società straniere a produrre negli Stati Uniti. A Boston, quasi un decennio fa, i leader statali e locali hanno stretto un accordo con una società cinese, CRRC, per costruire una fabbrica a Springfield per rilanciare l’industria dei vagoni ferroviari nel Massachusetts occidentale e costruire i primi 340 vagoni della metropolitana e del tram per l’autorità di transito di Boston, l’MBTA. Ancora meglio, le centinaia di nuovi posti di lavoro locali sarebbero stati tutti sindacalizzati.
Il risultato è stato un disastro. Le carrozze sono state prodotte in ritardo e difettose. Secondo un recente articolo investigativo del Boston Globe, ne sono state effettivamente consegnate solo circa 90, e l’MBTA ha ripetutamente dovuto ritirare le carrozze dal servizio a causa di una serie di gravi difetti, tra cui l’esplosione della batteria, il deragliamento, i bulloni dei freni allentati, e corti circuiti negli impianti elettrici. L'ente è stato costretto a sostituirli temporaneamente con carrozze antiquate messe fuori servizio dieci anni fa.
Si scopre che questa strategia di incoraggiare le aziende cinesi a produrre negli Stati Uniti è l’oro degli sciocchi. La maggior parte del valore aggiunto rimane in Cina. Gli Stati Uniti ottengono solo l’assemblaggio finale, non hanno alcun controllo sull’ingegneria e quindi non acquisiscono realmente vantaggi di produzione. E, naturalmente, la Cina può produrre all’interno delle barriere tariffarie statunitensi.
L’amministrazione Biden ha cambiato la direzione della politica e dell’ideologia. Ma se vogliamo seriamente contenere la Cina e ricostruire la produzione interna, la sfida è appena cominciata.
Fonte
20/09/2020
Un paese “competitivo”, distrutto da finanza e Confindustria
Il 18 luglio la banca centrale italiana ha pubblicato la bilancia dei pagamenti di luglio. Surplus delle partite correnti (rapporto tra esportazioni ed importazioni, attivo passivo merci, servizi, redditi primari), nonostante il surplus del turismo sia circa un terzo rispetto al corrispondente anno passato, pari a 48,1 miliardi contro 46,7 miliardi del 2019.
Quel che ha contribuito maggiormente è l’avanzo di merci, passato da 48,9 a 57,4.
Nel grafico si vede che durante la pandemia il surplus delle partite correnti, soprattutto per la voce turismo, tende a diminuire, ma già da giugno/luglio risale. La posizione finanziaria netta estera peggiora di poco ma è facilmente gestibile nei prossimi mesi perché il passivo è di poco conto, se lo raffrontiamo agli anni passati.
Volano gli investimenti di portafoglio, finanziari, degli italiani all’estero, segno che la ricchezza sempre più non circola in Italia ma va a finire all’estero.
Tutti questi dati ci portano a pensare che il paese è altamente competitivo e francamente non si capisce cosa altro voglia ancora Carlo Bonomi di Confindustria, se non aumentare la massa finanziaria derivata dalle esportazioni per investirla all’estero.
Lo spazio finanziario derivante dal surplus delle partite correnti e dalla posizione finanziaria netta estera ci porta a considerare che – in luogo del privato, in epoca di pandemia, che non investe perché non c’è domanda interna – lo Stato debba intervenire con il “deficit di pieno impiego”, assumendo nella pubblica amministrazione, fortemente carente di personale, in investimenti infrastrutturali e ambientali, nel finanziamento della ricerca, nel rimedio al gap economico tra Nord e Sud.
Occorre una programmazione economica e invece oggi, su IlSole24Ore, la notizia è che la ministra grillina Catalfo, assieme ai tecnici del Ministero del Lavoro, propone di fatto un aumento dell’età pensionabile, superando quota 100, e soprattutto il silenzio-assenso del trasferimento del Tfr alla finanza. Un regalo ai fondi pensione privati, all’insaputa dei lavoratori!
Non abbiamo bisogno di finanza, c’è ne già troppa e non sa nemmeno lei dove mettere la liquidità, tant’è vero che la porta all’estero.
Non abbiamo bisogno di capitale produttivo di interesse, ma di salario sociale globale di classe e aumento della domanda interna.
I soldi rimangano ai lavoratori, come loro diritto, sapranno loro cosa farne.
Non si è ancora capito che dopo 40 anni la finanza deve essere messa in soffitta, deve tornare l’economia del reale, delle cose, della produzione, degli investimenti, dei consumi.
La Federal Reserve ha inaugurato, o comunque fatto una prima mossa, secondo questo nuovo approccio, che aveva fatto ricchi gli Stati Uniti, un tempo. Prima che la lotta quarantennale al salario e la primazia della finanza avessero come conseguenza la desertificazione industriale.
Vogliono continuare in Italia su questa scia? Non porterà a nulla.
Fonte
Quel che ha contribuito maggiormente è l’avanzo di merci, passato da 48,9 a 57,4.
Nel grafico si vede che durante la pandemia il surplus delle partite correnti, soprattutto per la voce turismo, tende a diminuire, ma già da giugno/luglio risale. La posizione finanziaria netta estera peggiora di poco ma è facilmente gestibile nei prossimi mesi perché il passivo è di poco conto, se lo raffrontiamo agli anni passati.
Volano gli investimenti di portafoglio, finanziari, degli italiani all’estero, segno che la ricchezza sempre più non circola in Italia ma va a finire all’estero.
Tutti questi dati ci portano a pensare che il paese è altamente competitivo e francamente non si capisce cosa altro voglia ancora Carlo Bonomi di Confindustria, se non aumentare la massa finanziaria derivata dalle esportazioni per investirla all’estero.
Lo spazio finanziario derivante dal surplus delle partite correnti e dalla posizione finanziaria netta estera ci porta a considerare che – in luogo del privato, in epoca di pandemia, che non investe perché non c’è domanda interna – lo Stato debba intervenire con il “deficit di pieno impiego”, assumendo nella pubblica amministrazione, fortemente carente di personale, in investimenti infrastrutturali e ambientali, nel finanziamento della ricerca, nel rimedio al gap economico tra Nord e Sud.
Occorre una programmazione economica e invece oggi, su IlSole24Ore, la notizia è che la ministra grillina Catalfo, assieme ai tecnici del Ministero del Lavoro, propone di fatto un aumento dell’età pensionabile, superando quota 100, e soprattutto il silenzio-assenso del trasferimento del Tfr alla finanza. Un regalo ai fondi pensione privati, all’insaputa dei lavoratori!
Non abbiamo bisogno di finanza, c’è ne già troppa e non sa nemmeno lei dove mettere la liquidità, tant’è vero che la porta all’estero.
Non abbiamo bisogno di capitale produttivo di interesse, ma di salario sociale globale di classe e aumento della domanda interna.
I soldi rimangano ai lavoratori, come loro diritto, sapranno loro cosa farne.
Non si è ancora capito che dopo 40 anni la finanza deve essere messa in soffitta, deve tornare l’economia del reale, delle cose, della produzione, degli investimenti, dei consumi.
La Federal Reserve ha inaugurato, o comunque fatto una prima mossa, secondo questo nuovo approccio, che aveva fatto ricchi gli Stati Uniti, un tempo. Prima che la lotta quarantennale al salario e la primazia della finanza avessero come conseguenza la desertificazione industriale.
Vogliono continuare in Italia su questa scia? Non porterà a nulla.
Fonte
25/02/2020
50 anni dopo, anche il liberismo ha finito il suo tempo
La sensazione insiste da tempo. Lo stallo generale in cui siamo immersi – incrinato parzialmente ora dalla “paura globale” per un virus di limitata pericolosità – dura da anni. Uno scivolamento lento verso una condizione peggiore ma non ancora intollerabile, o forse tollerata solo perché lento e graduale. Una evidente incapacità-impossibilità per le classi dirigenti globali di trovare una “soluzione” alla crisi, per via del suo carattere mondiale e dei limitati strumenti – nazionali, o al più continentali – in mano ai decisori pubblici.
Però ogni stallo è una marcescenza. I problemi si accumulano, per quanto silenziati o rinviati. E le possibili soluzioni diventano sempre meno applicabili, perché si moltiplicano le connessioni tra un problema e l’altro.
Per esempio, chi vede l’immigrazione come un problema gravissimo non vede, in genere, l’emigrazione dei propri connazionali – specie giovani, istruiti, preparati – verso luoghi in teoria più promettenti. E soprattutto non vede le ragioni strutturali che spingono così tante persone ad affrontare l’ignoto in un altro paese o continente, in diversi contesti culturali e linguistici.
Chi vede le ragioni strutturali (economiche o ambientali) spesso non coglie la complessità delle reazioni in popolazioni sottoposte contemporaneamente a uno stress economico-sociale (perdita di salario, status, sicurezza economica, speranza nel futuro) e a uno “epidermico-culturale” (“lo straniero in casa”).
Dovunque ci si giri non si incontra nulla di stabile, se non l’incrudimento delle reazioni repressive da parte di centri di potere che dappertutto sentono salire il malessere sociale.
È quasi paradossale che questa situazione abbia portato in Italia alla dissoluzione della “sinistra”, mentre nel mondo anglosassone, per esempio, c’è una clamorosa ed evidente crisi della destra. Sia davanti al cosa fare per l’economia, sia in merito a quale orizzonte indicare per società allo sbando.
Cinquanta anni di neoliberismo sono un’epoca. E stanno finendo. Le forze che ne hanno beneficiato resistono, ovviamente. Ma non sanno più in quale direzione andare. Le figure sociali che ne sono state annientate fanno una altrettanto ovvia fatica a riprendersi, prive come sono delle istituzioni (partiti politici, organizzazioni sindacali, “intellettuali organici”, ecc.) che in altri tempi ne traducevano i bisogni in progetti di società, rivendicazioni politiche, utopie con i piedi piantati per terra.
Un doppio vuoto che non viene riempito – non può esserlo – da slogan magari fortunati, ma senza contenuto (Lega e M5S abbondano, in questo campo). Ne da una ripetizione stolida delle identiche ricette (se ascoltate Cottarelli, Fornero, Gianni, Pd vari, ne avrete un campionario mostruoso). Ma nemmeno da ideuzze “di sinistra”, che colgono singole storture o infamie, ma non la crisi di sistema che le genera. E che dunque sono l’equivalente dei cerottini sulle ferite di guerra...
Per fare ameno l’occhio alle dimensioni ciclopiche dei problemi che l’umanità ha ora davanti vi consigliamo questo editoriale di Guido Salerno Aletta, su Milano Finanza. Non tocca neppure le tematiche della crisi ambientale… Forse per non spaventare troppo i lettori della sua testata, già shoccati duramente con la dichiarazione di (prossima) morte del liberismo. E da quel tombale “dal ‘non ci sono pasti gratis’” (mantra liberista classico) “al ‘non c’è pasto per nessuno'”.
Quello che verrà dopo sarà il risultato di un conflitto, non la “naturale evoluzione pacifica” del sistema attuale.
Buona lettura.
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza
Esiste uno spirito del tempo. Aleggia irresistibile, talora violento, mentre la narrazione consueta è incapace di opporvisi: non è ai continui record di Wall Street che bisogna guardare, e neppure ai blandi tassi di interesse decisi dalle banche centrali. Non ancora sanati dopo la crisi del 2008, vanno corretti gli squilibri economici, finanziari e soprattutto sociali che si sono accumulati in questi ultimi cinquant’anni.
La distorsione strutturale nei flussi di merci, capitali e persone che riguarda i rapporti degli Usa e della Gran Bretagna con il resto del mondo ha determinato una reazione popolare imprevedibile solo per chi non ha voluto cogliere per tempo la portata ciclopica, via via accumulatasi, di queste tensioni.
Ne sono stati stravolti gli assetti tradizionali dei partiti della destra americana e britannica, con l’abbandono, ancora non appieno compreso, della stagione neoliberista che fu inaugurata da Margareth Thatcher e da Ronald Reagan all’inizio degli anni '80: allora, l’apertura incondizionata delle frontiere sembrava irreversibile.
La “morte dello Stato”, garante dei diritti individuali e collettivi attraverso le leggi ed il potere attribuito agli accordi sindacali, avrebbe finalmente liberato gli animal spirits del mercato, portando benessere e crescita.
Si intravvedono le prime, serie fratture, all’interno di questo modello mercatista, che è stato incapace di contemperare la libertà delle relazioni salariali e degli scambi internazionali con l’esigenza di un equilibrio strutturale: per le merci, si va dai dazi americani sulle importazioni dal resto del mondo alla frammentazione della catena globale del valore indotta dalla competizione geopolitica nei confronti della Cina; per le persone, dalla preannunciata nuova regolamentazione degli ingressi per lavoro in Gran Bretagna ai recenti accordi tra Usa e Messico in materia di controllo dell’immigrazione clandestina e di salari minimi nelle imprese esportatrici.
I movimenti di capitale, di per sé, sono silenziosamente frenati dai rischi sottesi dagli squilibri commerciali e finanziari crescenti. I contratti derivati sono cupe nuvole di tempesta mondiale.
La liberalizzazione dei commerci mediante accordi multilaterali, che era stata messa in moto dagli Usa sin dalla fine della Guerra con il GATT, sembrava un processo irreversibile: dall’Accordo tra Usa e Canada del 1989 al Nafta esteso al Messico nel 1994; dall’ingresso della Cina nel Wto voluto da Bill Clinton nel 2000, fino al Partenariato Trans Pacifico (TPP) progettato da Barak Obama ed addirittura firmato nel febbraio 2016.
Tutto si è bloccato con l’arrivo di Donald Trump alla Presidenza: il 27 gennaio del 2017, appena due settimane dopo essersi insediato, ne annunciò il ritiro da parte degli Usa, prima di partire per un lungo viaggio in Asia per mettere in mora i governi di Corea del Sud, Giappone, Cina, Vietnam e Filippine. Ognuno doveva compiere ogni sforzo per riequilibrare il saldo strutturale commerciale nei confronti degli Usa, che già allora mostrava un rosso sempre più profondo: -490 miliardi di dollari nel 2014, -500 miliardi nel 2015, -505 miliardi nel 2016. La posizione finanziaria internazionale netta peggiorava anch’essa a vista d’occhio, passando dai -1.279 miliardi di dollari nel 2007, ai -5.372 miliardi nel 2013, ai -8.318 miliardi nel 2016.
Da allora, nonostante ogni sforzo, praticamente nulla è cambiato: pur imponendo dazi a destra ed a manca, e minacciandone sempre di nuovi, Trump ha sconvolto un assetto di libero commercio senza riuscire a frenare il baratro commerciale e finanziario statunitense, che si è aperto cinquant’anni fa.
Fra il gennaio del 1981 ed il gennaio del 1989, tanto durò la Presidenza di Ronald Reagan, si verificò il grande ribaltamento nei conti esteri americani: la posizione finanziaria netta, che all’inizio del suo primo mandato segnava un attivo di 297 miliardi di dollari, peggiorò continuamente cambiando di segno nell’89, quando fu di -33 miliardi di dollari.
Sembrava poca cosa, ma da allora il tracollo è stato inarrestabile, trascinato dal passivo strutturale della bilancia dei pagamenti correnti: decennio dopo decennio, è sprofondato, passando dai -9.555 miliardi del 2018 ai -10.979 miliardi di dollari del terzo trimestre 2019.
Gli Usa, da tempo compratori di ultima istanza nel mercato globale nel tripudio degli esportatori, sono diventati anche il primo debitore del resto del mondo, con 39 mila miliardi di asset detenuti da non residenti: di questi, 21 mila miliardi sono investimenti di portafoglio. Il debito a lungo termine verso l’estero ammonta complessivamente a 11,2 trilioni di dollari, di cui 6 trilioni sono titoli del Tesoro. È un debito che costa caro, visto che i tassi americani sono ben più alti di quelli sui titoli europei o giapponesi.
Fra il 2008 ed il 2020, il pil americano è cresciuto in termini nominali di 51,7% ed in termini reali del 22,3%: solo l’alta inflazione ha consentito di tenere a freno l’aumento del rapporto debito/pil che è passato dal 73,6% al 108%, accumulando ben 34,4 punti. In termini nominali, il debito è più che raddoppiato, passando da 10,8 a 24,1 trilioni di dollari. Ancora quest’anno, il deficit federale statunitense sarà pari al 5,5% del pil, mentre il saldo primario continua ad essere negativo per il 3,6% del pil.
Impossibile fare un confronto con le disciplina europea del Fiscal Compact e con la severità cui è costretta da decenni la finanza pubblica italiana. La stabilità americana, che alimenta l’export di mezzo mondo, è una questione di enorme criticità.
La situazione della Gran Bretagna è maggiormente sotto controllo dal punto di vista dei conti pubblici. Il suo deficit pubblico è stato messo tempestivamente sotto controllo, dopo essere arrivato al 10% del pil nel 2009, riducendolo al 5,3% nel 2014 ed all’1,4% nel 2018. Quest’anno dovrebbe essere pari all’1,5% del pil. Il debito è cresciuto di quasi 35 punti tra il 2008 ed il 2020, passando dal 49,7% all’84,4% del pil, ma si è già ridotto rispetto al picco dell’87,9% raggiunto nel 2016.
Rimangono pesantemente squilibrati i conti con l’estero, con un saldo negativo strutturale della bilancia dei pagamenti correnti, da anni sempre superiore al 3% del pil. Negli anni compresi tra il 2008 ed il 2020, il deficit cumulato ha superato il 51% del pil. La posizione netta sull’estero, che risente molto delle transazioni finanziarie, è tornata negativa dopo il riequilibrio raggiunto nel 2017: a settembre scorso segnava -418 miliardi di sterline.
I conti commerciali richiedono dunque una drastica messa a regime: chi si illude che la Gran Bretagna lascerà ancora spalancate le sue frontiere alle merci europee dovrebbe farsi meglio i conti. La stretta ci sarà, e dura.
Se, dunque, Usa e GB sono accomunati da un disavanzo strutturale del commercio con l’estero, dopo aver rispettivamente preferito le tecnologie ICT ed i servizi finanziari ed assicurativi alla tradizionale manifattura, la Gran Bretagna soffre particolarmente per il collasso sociale determinato dalla forte immigrazione.
La questione è stata sottovalutata: il Regno Unito, già a partire dai primi anni Novanta, è stato mèta di un afflusso crescente ed incontrollabile di persone da tutto il mondo, non solo dai cittadini dell’Unione europea, ma soprattutto da quelli del Commonwealth. Il saldo netto complessivo tra immigrati ed emigrati, che era stato positivo per appena 44 mila unità nel 1989, è arrivato a 260 mila persone nel 2018, dopo aver toccato il culmine 332 mila unità nel 2015.
Guarda caso, è l’anno che precede il referendum sulla Brexit, il cui primo esito, ancor prima della definizione dei nuovi rapporti commerciali, è stato l’annuncio di una normativa estremamente severa nei confronti dei nuovi migranti.
Nel periodo 1989-2018, il saldo tra immigrati ed emigrati è stato attivo per 4,9 milioni di persone, con 12,4 milioni di immigrati. Il saldo relativo ai movimenti di cittadini europei, che considera anche l’emigrazione britannica nei Paesi dell’Unione, è stato attivo per 1 milione e 387 mila persone, con un picco di immigrazione dopo la crisi. Tra il 2008 ed il 2018, gli arrivi hanno superato i 2 milioni. Sempre in questo periodo, l’immigrazione netta di persone con cittadinanza non europea è stata altrettanto imponente, superando anche in questo caso i 2 milioni di persone.
Nel solo 2018, i cinque principali flussi di arrivo sono provenuti dall’India con 58 mila persone, dalla Cina con 52 mila, dall’Italia con 27 mila, dagli Usa e dalla Polonia entrambe con 26 mila immigrati.
Per il mercato del lavoro, in Gran Bretagna si starebbe per cambiare pagina, mettendo fine alla concorrenza tra poveri, perché gli inglesi e gli immigrati pari sono, contendendosi i posti di lavoro al salario più basso, salvo poi ricorrere ai sussidi pubblici per non morire di fame.
La competizione e la deflazione salariale hanno comportato una estensione inusitata della insicurezza economica e della stessa povertà, visto che lavora addirittura un terzo di coloro che chiedono di usufruire dell’Universal Credit, le 73 sterline a settimana di cui beneficiano oltre 2,3 milioni di persone.
Si preannuncia ora un sistema di immigrazione “a punti”, che consentirà l’ingresso solo a chi ha già un’offerta di lavoro con un salario minimo di 25.600 sterline: niente più laureati italiani a fare i lavapiatti a Londra.
A casa nostra non va certo meglio, ma almeno si cerca di porre fine ad una mondializzazione di cui avremmo fatto volentieri a meno: siamo partiti dal “There is no free lunch” per arrivare al “No lunch at all”.
Fonte
Però ogni stallo è una marcescenza. I problemi si accumulano, per quanto silenziati o rinviati. E le possibili soluzioni diventano sempre meno applicabili, perché si moltiplicano le connessioni tra un problema e l’altro.
Per esempio, chi vede l’immigrazione come un problema gravissimo non vede, in genere, l’emigrazione dei propri connazionali – specie giovani, istruiti, preparati – verso luoghi in teoria più promettenti. E soprattutto non vede le ragioni strutturali che spingono così tante persone ad affrontare l’ignoto in un altro paese o continente, in diversi contesti culturali e linguistici.
Chi vede le ragioni strutturali (economiche o ambientali) spesso non coglie la complessità delle reazioni in popolazioni sottoposte contemporaneamente a uno stress economico-sociale (perdita di salario, status, sicurezza economica, speranza nel futuro) e a uno “epidermico-culturale” (“lo straniero in casa”).
Dovunque ci si giri non si incontra nulla di stabile, se non l’incrudimento delle reazioni repressive da parte di centri di potere che dappertutto sentono salire il malessere sociale.
È quasi paradossale che questa situazione abbia portato in Italia alla dissoluzione della “sinistra”, mentre nel mondo anglosassone, per esempio, c’è una clamorosa ed evidente crisi della destra. Sia davanti al cosa fare per l’economia, sia in merito a quale orizzonte indicare per società allo sbando.
Cinquanta anni di neoliberismo sono un’epoca. E stanno finendo. Le forze che ne hanno beneficiato resistono, ovviamente. Ma non sanno più in quale direzione andare. Le figure sociali che ne sono state annientate fanno una altrettanto ovvia fatica a riprendersi, prive come sono delle istituzioni (partiti politici, organizzazioni sindacali, “intellettuali organici”, ecc.) che in altri tempi ne traducevano i bisogni in progetti di società, rivendicazioni politiche, utopie con i piedi piantati per terra.
Un doppio vuoto che non viene riempito – non può esserlo – da slogan magari fortunati, ma senza contenuto (Lega e M5S abbondano, in questo campo). Ne da una ripetizione stolida delle identiche ricette (se ascoltate Cottarelli, Fornero, Gianni, Pd vari, ne avrete un campionario mostruoso). Ma nemmeno da ideuzze “di sinistra”, che colgono singole storture o infamie, ma non la crisi di sistema che le genera. E che dunque sono l’equivalente dei cerottini sulle ferite di guerra...
Per fare ameno l’occhio alle dimensioni ciclopiche dei problemi che l’umanità ha ora davanti vi consigliamo questo editoriale di Guido Salerno Aletta, su Milano Finanza. Non tocca neppure le tematiche della crisi ambientale… Forse per non spaventare troppo i lettori della sua testata, già shoccati duramente con la dichiarazione di (prossima) morte del liberismo. E da quel tombale “dal ‘non ci sono pasti gratis’” (mantra liberista classico) “al ‘non c’è pasto per nessuno'”.
Quello che verrà dopo sarà il risultato di un conflitto, non la “naturale evoluzione pacifica” del sistema attuale.
Buona lettura.
*****
50 anni dopo, anche il liberismo ha finito il suo tempo
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza
Esiste uno spirito del tempo. Aleggia irresistibile, talora violento, mentre la narrazione consueta è incapace di opporvisi: non è ai continui record di Wall Street che bisogna guardare, e neppure ai blandi tassi di interesse decisi dalle banche centrali. Non ancora sanati dopo la crisi del 2008, vanno corretti gli squilibri economici, finanziari e soprattutto sociali che si sono accumulati in questi ultimi cinquant’anni.
La distorsione strutturale nei flussi di merci, capitali e persone che riguarda i rapporti degli Usa e della Gran Bretagna con il resto del mondo ha determinato una reazione popolare imprevedibile solo per chi non ha voluto cogliere per tempo la portata ciclopica, via via accumulatasi, di queste tensioni.
Ne sono stati stravolti gli assetti tradizionali dei partiti della destra americana e britannica, con l’abbandono, ancora non appieno compreso, della stagione neoliberista che fu inaugurata da Margareth Thatcher e da Ronald Reagan all’inizio degli anni '80: allora, l’apertura incondizionata delle frontiere sembrava irreversibile.
La “morte dello Stato”, garante dei diritti individuali e collettivi attraverso le leggi ed il potere attribuito agli accordi sindacali, avrebbe finalmente liberato gli animal spirits del mercato, portando benessere e crescita.
Si intravvedono le prime, serie fratture, all’interno di questo modello mercatista, che è stato incapace di contemperare la libertà delle relazioni salariali e degli scambi internazionali con l’esigenza di un equilibrio strutturale: per le merci, si va dai dazi americani sulle importazioni dal resto del mondo alla frammentazione della catena globale del valore indotta dalla competizione geopolitica nei confronti della Cina; per le persone, dalla preannunciata nuova regolamentazione degli ingressi per lavoro in Gran Bretagna ai recenti accordi tra Usa e Messico in materia di controllo dell’immigrazione clandestina e di salari minimi nelle imprese esportatrici.
I movimenti di capitale, di per sé, sono silenziosamente frenati dai rischi sottesi dagli squilibri commerciali e finanziari crescenti. I contratti derivati sono cupe nuvole di tempesta mondiale.
La liberalizzazione dei commerci mediante accordi multilaterali, che era stata messa in moto dagli Usa sin dalla fine della Guerra con il GATT, sembrava un processo irreversibile: dall’Accordo tra Usa e Canada del 1989 al Nafta esteso al Messico nel 1994; dall’ingresso della Cina nel Wto voluto da Bill Clinton nel 2000, fino al Partenariato Trans Pacifico (TPP) progettato da Barak Obama ed addirittura firmato nel febbraio 2016.
Tutto si è bloccato con l’arrivo di Donald Trump alla Presidenza: il 27 gennaio del 2017, appena due settimane dopo essersi insediato, ne annunciò il ritiro da parte degli Usa, prima di partire per un lungo viaggio in Asia per mettere in mora i governi di Corea del Sud, Giappone, Cina, Vietnam e Filippine. Ognuno doveva compiere ogni sforzo per riequilibrare il saldo strutturale commerciale nei confronti degli Usa, che già allora mostrava un rosso sempre più profondo: -490 miliardi di dollari nel 2014, -500 miliardi nel 2015, -505 miliardi nel 2016. La posizione finanziaria internazionale netta peggiorava anch’essa a vista d’occhio, passando dai -1.279 miliardi di dollari nel 2007, ai -5.372 miliardi nel 2013, ai -8.318 miliardi nel 2016.
Da allora, nonostante ogni sforzo, praticamente nulla è cambiato: pur imponendo dazi a destra ed a manca, e minacciandone sempre di nuovi, Trump ha sconvolto un assetto di libero commercio senza riuscire a frenare il baratro commerciale e finanziario statunitense, che si è aperto cinquant’anni fa.
Fra il gennaio del 1981 ed il gennaio del 1989, tanto durò la Presidenza di Ronald Reagan, si verificò il grande ribaltamento nei conti esteri americani: la posizione finanziaria netta, che all’inizio del suo primo mandato segnava un attivo di 297 miliardi di dollari, peggiorò continuamente cambiando di segno nell’89, quando fu di -33 miliardi di dollari.
Sembrava poca cosa, ma da allora il tracollo è stato inarrestabile, trascinato dal passivo strutturale della bilancia dei pagamenti correnti: decennio dopo decennio, è sprofondato, passando dai -9.555 miliardi del 2018 ai -10.979 miliardi di dollari del terzo trimestre 2019.
Gli Usa, da tempo compratori di ultima istanza nel mercato globale nel tripudio degli esportatori, sono diventati anche il primo debitore del resto del mondo, con 39 mila miliardi di asset detenuti da non residenti: di questi, 21 mila miliardi sono investimenti di portafoglio. Il debito a lungo termine verso l’estero ammonta complessivamente a 11,2 trilioni di dollari, di cui 6 trilioni sono titoli del Tesoro. È un debito che costa caro, visto che i tassi americani sono ben più alti di quelli sui titoli europei o giapponesi.
Fra il 2008 ed il 2020, il pil americano è cresciuto in termini nominali di 51,7% ed in termini reali del 22,3%: solo l’alta inflazione ha consentito di tenere a freno l’aumento del rapporto debito/pil che è passato dal 73,6% al 108%, accumulando ben 34,4 punti. In termini nominali, il debito è più che raddoppiato, passando da 10,8 a 24,1 trilioni di dollari. Ancora quest’anno, il deficit federale statunitense sarà pari al 5,5% del pil, mentre il saldo primario continua ad essere negativo per il 3,6% del pil.
Impossibile fare un confronto con le disciplina europea del Fiscal Compact e con la severità cui è costretta da decenni la finanza pubblica italiana. La stabilità americana, che alimenta l’export di mezzo mondo, è una questione di enorme criticità.
La situazione della Gran Bretagna è maggiormente sotto controllo dal punto di vista dei conti pubblici. Il suo deficit pubblico è stato messo tempestivamente sotto controllo, dopo essere arrivato al 10% del pil nel 2009, riducendolo al 5,3% nel 2014 ed all’1,4% nel 2018. Quest’anno dovrebbe essere pari all’1,5% del pil. Il debito è cresciuto di quasi 35 punti tra il 2008 ed il 2020, passando dal 49,7% all’84,4% del pil, ma si è già ridotto rispetto al picco dell’87,9% raggiunto nel 2016.
Rimangono pesantemente squilibrati i conti con l’estero, con un saldo negativo strutturale della bilancia dei pagamenti correnti, da anni sempre superiore al 3% del pil. Negli anni compresi tra il 2008 ed il 2020, il deficit cumulato ha superato il 51% del pil. La posizione netta sull’estero, che risente molto delle transazioni finanziarie, è tornata negativa dopo il riequilibrio raggiunto nel 2017: a settembre scorso segnava -418 miliardi di sterline.
I conti commerciali richiedono dunque una drastica messa a regime: chi si illude che la Gran Bretagna lascerà ancora spalancate le sue frontiere alle merci europee dovrebbe farsi meglio i conti. La stretta ci sarà, e dura.
Se, dunque, Usa e GB sono accomunati da un disavanzo strutturale del commercio con l’estero, dopo aver rispettivamente preferito le tecnologie ICT ed i servizi finanziari ed assicurativi alla tradizionale manifattura, la Gran Bretagna soffre particolarmente per il collasso sociale determinato dalla forte immigrazione.
La questione è stata sottovalutata: il Regno Unito, già a partire dai primi anni Novanta, è stato mèta di un afflusso crescente ed incontrollabile di persone da tutto il mondo, non solo dai cittadini dell’Unione europea, ma soprattutto da quelli del Commonwealth. Il saldo netto complessivo tra immigrati ed emigrati, che era stato positivo per appena 44 mila unità nel 1989, è arrivato a 260 mila persone nel 2018, dopo aver toccato il culmine 332 mila unità nel 2015.
Guarda caso, è l’anno che precede il referendum sulla Brexit, il cui primo esito, ancor prima della definizione dei nuovi rapporti commerciali, è stato l’annuncio di una normativa estremamente severa nei confronti dei nuovi migranti.
Nel periodo 1989-2018, il saldo tra immigrati ed emigrati è stato attivo per 4,9 milioni di persone, con 12,4 milioni di immigrati. Il saldo relativo ai movimenti di cittadini europei, che considera anche l’emigrazione britannica nei Paesi dell’Unione, è stato attivo per 1 milione e 387 mila persone, con un picco di immigrazione dopo la crisi. Tra il 2008 ed il 2018, gli arrivi hanno superato i 2 milioni. Sempre in questo periodo, l’immigrazione netta di persone con cittadinanza non europea è stata altrettanto imponente, superando anche in questo caso i 2 milioni di persone.
Nel solo 2018, i cinque principali flussi di arrivo sono provenuti dall’India con 58 mila persone, dalla Cina con 52 mila, dall’Italia con 27 mila, dagli Usa e dalla Polonia entrambe con 26 mila immigrati.
Per il mercato del lavoro, in Gran Bretagna si starebbe per cambiare pagina, mettendo fine alla concorrenza tra poveri, perché gli inglesi e gli immigrati pari sono, contendendosi i posti di lavoro al salario più basso, salvo poi ricorrere ai sussidi pubblici per non morire di fame.
La competizione e la deflazione salariale hanno comportato una estensione inusitata della insicurezza economica e della stessa povertà, visto che lavora addirittura un terzo di coloro che chiedono di usufruire dell’Universal Credit, le 73 sterline a settimana di cui beneficiano oltre 2,3 milioni di persone.
Si preannuncia ora un sistema di immigrazione “a punti”, che consentirà l’ingresso solo a chi ha già un’offerta di lavoro con un salario minimo di 25.600 sterline: niente più laureati italiani a fare i lavapiatti a Londra.
A casa nostra non va certo meglio, ma almeno si cerca di porre fine ad una mondializzazione di cui avremmo fatto volentieri a meno: siamo partiti dal “There is no free lunch” per arrivare al “No lunch at all”.
Fonte
03/02/2020
Cambia il mondo, dopo la Brexit
Viviamo in un paese di ciechi, e i media ne sono i primi responsabili. Come nelle peggiori dittature fasciste, le notizie che smentiscono la “narrazione” dominante non esistono. E quando pure sono costretti a darle, devono essere sminuite e depotenziate nelle loro implicazioni destabilizzanti.
Questo fenomeno è facile da vedere nel caso dei movimenti sociali e politici, ma è ancora più ferreo – se possibile – con i fenomeni economi, politici e internazionali che svuotano ciò che resta del “pensiero unico della globalizzazione”, incrinato definitivamente dalla crisi iniziata nel 2007-2008.
La Brexit, per esempio, è stata affrontata ridicolizzando uno dopo l’altro i leader britannici fautori dell’uscita dalla Ue. Compito facile, in effetti, con gente come Farage e Boris Johnson, un po’ meno con Theresa May; ma comunque molto al di sotto della semplice necessità di capire le implicazioni della Brexit.
Il solo fatto che dopo 70 anni un paese di prima fila rompa il patto originario, cui aveva aderito sempre con molte riserve, avrebbe dovuto far capire che un’era volge al tramonto. Si è preferito negarlo e minacciare – in forma di “previsioni autorevoli” sui giornali, molto più direttamente nelle sedi istituzionali – sfracelli economici dopo questa dolorosa “rottura”.
Ciò che sta morendo, lo diciamo da qualche anno ormai, è la fase storica della cosiddetta “globalizzazione”. Quella situazione per cui le “dinamiche di mercato” prevalgono e si impongono a tutte le altre formazioni istituzionali (Stati, governi, alleanze regionali, ecc.), il che implicava anche un rovesciamento forte di dominanza della sfera economica – costitutivamente internazionale, perché globale – sulla sfera politica.
Ma questa prevalenza sempre più ferrea – come spiega perfettamente l’editoriale di Guido Salerno Aletta, sabato scorso, su Milano Finanza – ha fortemente destabilizzato la coesione sociale interna di tutti i Paesi più avanzati, o a “capitalismo maturo”, man mano che la manifattura per le merci di massa (inevitabilmente quella meno innovativa) veniva delocalizzata in Paesi di nuova industrializzazione (e con salari infinitamente più bassi).
Creando con ciò malessere sociale e squilibri finanziari, nei conti correnti e nel debito pubblico. La necessità di “frenare” la spesa pubblica, di conseguenza, impediva e impedisce agli Stati di prendere misure efficaci per ridurre il malessere sociale, migliorando in vari modi le condizioni di vita di grandi masse di popolazione che vanno impoverendosi.
Una tenaglia da cui, capitalisticamente, si esce nel solito modo: riportando il pendolo verso la prevalenza del nazionalismo – impropriamente e carognescamente chiamato “sovranismo” – che punta a costruire una maggiore coesione sociale da un lato concedendo misure di “sollievo” per la condizione popolare, dall’altro indicando “falsi nemici” per stornare l’attenzione da quelli veri: multinazionali, finanza, banche, classi dirigenti arraffatutto.
Johnson come Trump, Salvini come Orbàn, sono le risposte – per ora – a questa “esigenza capitalistica non più globalizzante”. Non ci sembra casula che tra le prime azioni dopo il suggello finale alla procedura per la Brexit, i conservatori britannici abbiano messo in cantiere due “riforme” che erano da qualche anno nel programma del nuovo Labour targato Jeremy Corbyn: la nazionalizzazione delle ferrovie (privatizzate dalla loro principale icona, Margareth Thatcher!) e l’aumento del salario minimo di oltre il 6%.
Non si tratta solo di “misure politiche populiste” utili a consolidare il consenso verso i “nuovi conservatori sovranisti”. Sono misure necessarie a dare stabilità al sistema, ricostruendo un ambito “corporativo” in cui il rafforzamento della produzione capitalistica va di (impari) passo con una maggiore disponibilità di spesa in mano ai lavoratori.
È già successo, quasi cento anni fa. Il nazismo, per esempio, dopo che il capitale tedesco aveva spezzato la resistenza del movimento operaio, sviluppò il mercato interno in modo da garantire che la produzione avesse uno “sbocco” in grado di assorbirla. Per questo aumentò in modo sensibile i salari interni, chiamando addirittura altra manodopera dai paesi fascisti alleati (i gastarbeiter).
Un meccanismo che, come sappiamo, implica delle conseguenze inevitabili: la sovrapproduzione che comunque si crea va scaricata “conquistando mercati” per le proprie merci. Dunque con guerre commerciali, con la manovra sui dazi, i limiti all’immigrazione o ai diritti degli immigrati, fino alla conquista vera e propria di altri territori da controllare in via esclusiva.
Un qualcosa che può avvenire inizialmente anche per via pacifica – come con i trattati dell’Unione Europea, che hanno ridisegnato le filiere produttive europee in funzione di quelle tedesche – ma a lungo andare è generatore di guerre vere e proprie. Il neocolonialismo francese nell’ex France Afrique ne è un corollario altrettanto evidente.
Se questa è la dinamica del “nuovo presente” post-Brexit, in cui le cose diventano più chiare e confliggenti, che speranza ha chi pensa di “fermare il fascismo” schierandosi – elettoralmente e non solo – con quella frazione del grande capitale (i Benetton, per dirne uno) che insiste a difesa delle dinamiche della “globalizzazione” contro le esigenze dei popoli? Come i leader liberali europei degli anni ’30, anche oggi lentamente si vanno avvicinando ai fascisti, proponendo politiche di fatto identiche (l’autonomia differenziata, i “decreti sicurezza”, ecc.) e indicando nemici “stranieri” di ogni genere (allora l’Unione Sovietica, oggi Cina, Russia, Iran, Venezuela, altri che possono entrare in classifica in qualsiasi momento).
Rompere con questo schema bipolare della paura e affermare un punto di vista che mette insieme, obbligatoriamente, una visione di classe e gli interessi dell’umanità in quanto tale, è il tremendo compito che abbiamo davanti. Ma l’alternativa è fare gli schiavi ciechi in un sistema agonizzante, che preferisce “morire con tutti i filistei” piuttosto che rinunciare al dio Profitto.
Buona lettura. Ma soprattutto, buone riflessioni. Tutto questo ci riguarda, anzi, ci costringe a prendere posizione e non essere “indifferenti”...
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza (01 febbraio)
Il 2020 è cominciato con un filotto, messo a segno dai “sovranisti”: il 15 gennaio è stato firmato l’Accordo tra Usa e Cina sulla fase 1 delle trattative commerciali su base bilaterale; il 29 gennaio, sempre a Washington, il Presidente Donald Trump ha firmato l’USMCA, il nuovo Trattato con Messico e Canada che sostituisce il Nafta; lo stesso giorno, a Bruxelles, il Parlamento europeo ha approvato le modifiche proposte dal Premier britannico Boris Johnson al Withdrawal Agreement, spianando definitivamente la strada alla Brexit, dopo l’approvazione da parte del Parlamento britannico resa definitiva il 23 gennaio con il Royal Assent.
Da ieri 31 gennaio alle 23, ora di Greenwich, la Gran Bretagna non fa più parte della Unione europea. Niente sarà come prima.
Finisce un’era, dunque, in Occidente: sulla base di precisi verdetti elettorali, la Gran Bretagna da una parte e gli Usa dall’altra hanno risolto a favore dei rispettivi Stati il trilemma in base a cui la globalizzazione è incompatibile con la democrazia e con la sovranità nazionale.
Secondo i fautori del globalismo, gli Stati sarebbero un intralcio e la Democrazia va tollerata come un inutile orpello, perché entrambi interferiscono con la metrica del mercato, sinonimo di equilibrio: le decisioni vanno dunque assunte a livelli sovranazionali, da parte di tecnocrazie apolidi, in modo tale da rendere irrilevanti ad un tempo sia i confini tra gli Stati che le volontà popolari.
L’Ordoliberismo (la variante teorico-pratica del neoliberismo nata in Germania e imposta come imprinting ai trattati dell’Unione Europea, ndr) è una sorta di religione laica, secondo cui il ruolo degli Stati è soltanto quello di rendere quanto più efficiente possibile il mercato, costi quel che costi.
È dunque perfettamente inutile votare, come diceva Wolfang Schaeuble, l’allora Ministro delle finanze tedesco ed ora Presidente del Bundestag, al suo collega greco Janis Varufakis durante le trattative per definire le misure di salvataggio e le contropartite di austerità: anche se si cambiano i Governi, le regole rimangono immodificabili. L’Unione Europea, con i Trattati di Maastricht ed il Fiscal Compact, è emblematica di questa gerarchia dei poteri.
Il vento contrario alla globalizzazione spirava forte già da anni, ma i benpensanti vi si sono opposti con sdegno, bollandolo come un atteggiamento non solo eticamente deteriore quanto intrinsecamente pericoloso: il populismo travalica comunque nel nazionalismo ed è foriero dei conflitti già visti: dapprima commerciali, quindi militari.
D’altra parte, anche l’ultimo trentennio dell’800 fu caratterizzato da una forte globalizzazione dei mercati e dall’affacciarsi di nuovi Paesi produttori di materie prime ed in agricoltura: alla violenta deflazione dei prezzi che ne derivava, si reagì con una ancor maggiore competizione produttiva che aggravò il fenomeno. Lo sfruttamento delle colonie era insufficiente a riequilibrare i conti esteri, il Gold Standard impediva la svalutazione della moneta, e la guerra mondiale fu l’esito inevitabile di un conflitto, all’inizio tutto europeo, tra blocchi imperiali.
Stavolta, dopo la crisi americana del 2008 e quella europea del 2010, ogni tentativo di contrastare gli effetti negativi della globalizzazione, al proclamato fine di proteggere l’occupazione e la produzione nazionale, è stato considerato prodromico ad un conflitto incontenibile. Senza riflettere mai sul fatto che sono stati gli squilibri strutturali sull’estero, finanziari e commerciali, degli Usa, dell’Irlanda, della Grecia, del Portogallo e della Spagna, a determinare il collasso dei mercati. La libertà dei commerci, senza equilibrio, è insostenibile.
Il Conservatore Boris Johnson portando a compimento la Brexit ed il Repubblicano Donald Trump con le sue guerre doganali hanno segnato la fine del sogno neoliberista proclamato dai loro rispettivi predecessori di partito: da Margareth Thatcher, che fu Premier del Regno Unito dal 1979 al 1990, e da Ronald Reagan che fu Presidente degli Usa dal 1981 al 1989.
Siamo di fronte al fallimento di due strategie parallele: il Big Bang finanziario propugnato dalla Thatcher e la New Economy sostenuta da Reagan non sono stati in grado di promuovere una creazione di occupazione e di reddito in grado di rimpiazzare il declino della manifattura dopo quello dell’agricoltura. Non è casuale il fatto che, nell’accordo con la Cina, gli Usa abbiano preteso un maggior export soprattutto per i prodotti agricoli e manifatturieri, inserendo quelli energetici al fine di assicurare un mercato a prezzi sostenuti dalla maggior domanda estera. Il peso dei servizi finanziari è rimasto marginale: i voti si contano, non si pesano.
In entrambi i casi, siamo di fronte ad un’onda lunga. Il Referendum sulla Brexit, tenutosi nel 2016, non fu determinato solo dalla strenua contrarietà di David Cameron alla introduzione nei Trattati europei del Fiscal Compact, dell’ESM e della Banking Union: Cameron aveva già espresso nella campagna elettorale del 2013 la volontà di rinegoziare le condizioni di partecipazione del Regno Unito nell’Unione.
Nel 2016, la campagna presidenziale di Donald Trump, che ebbe come slogan “Make America Great Again”, fu tutta impostata sulla necessità di riequilibrare i conti esteri, modificando i Trattati multilaterali che avevano penalizzato i lavoratori americani ad esclusivo vantaggio del Big Business e delle Multinazionali: Trump, appena eletto, ha messo sotto tiro l’avanzo commerciale strutturale di Cina, Messico, Canada, Giappone, Corea del Sud, Germania e Turchia. Dopo due anni di batti e ribatti, ha ottenuto dalla Cina l’impegno ad incrementare il proprio import dagli Usa per 200 miliardi di dollari in due anni; anche nei confronti dl Messico e Canada, con l’USMCA che sostituisce il Nafta che risale al 1994, ha ottenuto per gli Usa condizioni commerciali assai più favorevoli.
Non è casuale il fatto che ad abbandonare il tradizionale multilateralismo commerciale ed istituzionale siano due Paesi, Gran Bretagna e Stati Uniti, che hanno un rilevante passivo strutturale della bilancia dei pagamenti correnti, determinato soprattutto dalla componente merci che non viene compensata dai servizi finanziari, e che non è risolvibile a monte attraverso la svalutazione della moneta.
Gli squilibri socioeconomici e territoriali interni a questi due Paesi sono stati determinanti: l’occupazione prevalente nel settore dei servizi non ha compensato dal punto di vista reddituale i precedenti impieghi nel comparto manifatturiero, mentre i redditi agricoli devono essere comunque sussidiati, più o meno direttamente. Se, ormai da lungo tempo, non è più il surplus della produzione delle campagne che consente l’urbanizzazione e l’industrializzazione, ma sono queste ultime a sostenere l’agricoltura, l’apertura progressiva ai mercati internazionali di prodotti agricoli e manifatturieri più convenienti in termini di prezzo ha reso sempre meno praticabile questa compensazione fiscale. Lo stesso settore manifatturiero scompare, sotto la pressione della globalizzazione modellata sul dumping sociale, fiscale ed ambientale.
Non è affatto casuale, quindi, che sia stato comune anche il tema del contrasto alla immigrazione incontrollata, che comporta la concorrenza sleale del lavoro in nero: non solo Donald Trump ha fatto del completamento del muro alla frontiera con il Messico un cavallo di battaglia elettorale, ma ha preteso un salario minimo più elevato per i lavoratori che in Messico producono automobili da vendere negli USA.
Cameron, parimenti, negli Accordi presi con Bruxelles e respinti nel referendum che ha dato luogo alla Brexit, aveva contrattato limiti più stringenti per l'erogazione dei sussidi sociali e di disoccupazione agli immigrati europei, sempre più numerosi dopo la crisi del 2010.
D’ora in avanti, l’immigrazione in Gran Bretagna sarà gestita preferendo le qualifiche professionali più elevate.
Dopo la Brexit, il futuro delle relazioni commerciali tra Gran Bretagna ed Unione europea si fonda su un requisito che trova posto nella Dichiarazione politica, che ha valore di indirizzo: per quanto riguarda la competizione commerciale su un piano di gioco livellato, non c’è più l’impegno ad un allineamento dinamico agli standard dell’Unione, ma solo quello a non regredire rispetto ai livelli esistenti al termine del periodo di transizione.
In ordine al commercio di beni, mentre si conferma che Uk ed Ue saranno due mercati distinti, viene meno il riferimento al “single custom territory” per via dello speciale trattamento doganale riservato all’Irlanda del Nord e della creazione di una frontiera interna, con l’impegno ad accordi ambiziosi per evitare frizioni doganali e per combattere le attività illegali.
C’è una questione dirimente: l’ambito di libertà che avrà il Regno Unito nel fare trattative commerciali autonome con altri Paesi. Non facendo più parte del Mercato unico europeo e non essendo neppure membro della Unione doganale, se le relazioni commerciali tra Uk ed Ue avverranno sulla base di un “accordo di libero scambio”, ciò potrebbe essere incompatibile con un accordo simmetrico tra Uk ed Usa, magari aderendo all’USMCA, visti i dazi imposti dalle altre due parti, Usa ed Ue.
Sarebbe però inconcepibile che, una volta importate a dazio zero dagli Usa in Uk, le stesse merci potessero essere riesportate nella Ue evitando i dazi. Serve un paradigma nuovo.
Siamo già di fronte allo sdoppiamento del sistema delle relazioni internazionali: accanto a quello mercatista tradizionale su cui si basano il Wto e l’Ue, indifferente agli squilibri strutturali che determinano crisi ricorrenti, se ne sta formando un altro, guidato dagli Usa, che ripropone il modello delle relazioni intrattenute dall’Antica Roma con gli Stati clienti, laddove ai benefici concessi corrispondevano vincoli ed obblighi altrettanto precisi. L’accesso al gigantesco mercato americano sarà garantito in cambio, innanzitutto, dell’equilibrio nelle transazioni commerciali.
La Brexit segna una cesura ancora più netta, che non riguarda solo il processo aggregativo europeo: disconosce in modo radicale un progetto di relazioni internazionali in cui l’istanza economica e monetaria prevale sovranamente su quella democratica e nazionale.
Di Occidente ce n’è sempre uno solo, ma la globalizzazione mercatista non è più al suo zenit.
Fonte
Questo fenomeno è facile da vedere nel caso dei movimenti sociali e politici, ma è ancora più ferreo – se possibile – con i fenomeni economi, politici e internazionali che svuotano ciò che resta del “pensiero unico della globalizzazione”, incrinato definitivamente dalla crisi iniziata nel 2007-2008.
La Brexit, per esempio, è stata affrontata ridicolizzando uno dopo l’altro i leader britannici fautori dell’uscita dalla Ue. Compito facile, in effetti, con gente come Farage e Boris Johnson, un po’ meno con Theresa May; ma comunque molto al di sotto della semplice necessità di capire le implicazioni della Brexit.
Il solo fatto che dopo 70 anni un paese di prima fila rompa il patto originario, cui aveva aderito sempre con molte riserve, avrebbe dovuto far capire che un’era volge al tramonto. Si è preferito negarlo e minacciare – in forma di “previsioni autorevoli” sui giornali, molto più direttamente nelle sedi istituzionali – sfracelli economici dopo questa dolorosa “rottura”.
Ciò che sta morendo, lo diciamo da qualche anno ormai, è la fase storica della cosiddetta “globalizzazione”. Quella situazione per cui le “dinamiche di mercato” prevalgono e si impongono a tutte le altre formazioni istituzionali (Stati, governi, alleanze regionali, ecc.), il che implicava anche un rovesciamento forte di dominanza della sfera economica – costitutivamente internazionale, perché globale – sulla sfera politica.
Ma questa prevalenza sempre più ferrea – come spiega perfettamente l’editoriale di Guido Salerno Aletta, sabato scorso, su Milano Finanza – ha fortemente destabilizzato la coesione sociale interna di tutti i Paesi più avanzati, o a “capitalismo maturo”, man mano che la manifattura per le merci di massa (inevitabilmente quella meno innovativa) veniva delocalizzata in Paesi di nuova industrializzazione (e con salari infinitamente più bassi).
Creando con ciò malessere sociale e squilibri finanziari, nei conti correnti e nel debito pubblico. La necessità di “frenare” la spesa pubblica, di conseguenza, impediva e impedisce agli Stati di prendere misure efficaci per ridurre il malessere sociale, migliorando in vari modi le condizioni di vita di grandi masse di popolazione che vanno impoverendosi.
Una tenaglia da cui, capitalisticamente, si esce nel solito modo: riportando il pendolo verso la prevalenza del nazionalismo – impropriamente e carognescamente chiamato “sovranismo” – che punta a costruire una maggiore coesione sociale da un lato concedendo misure di “sollievo” per la condizione popolare, dall’altro indicando “falsi nemici” per stornare l’attenzione da quelli veri: multinazionali, finanza, banche, classi dirigenti arraffatutto.
Johnson come Trump, Salvini come Orbàn, sono le risposte – per ora – a questa “esigenza capitalistica non più globalizzante”. Non ci sembra casula che tra le prime azioni dopo il suggello finale alla procedura per la Brexit, i conservatori britannici abbiano messo in cantiere due “riforme” che erano da qualche anno nel programma del nuovo Labour targato Jeremy Corbyn: la nazionalizzazione delle ferrovie (privatizzate dalla loro principale icona, Margareth Thatcher!) e l’aumento del salario minimo di oltre il 6%.
Non si tratta solo di “misure politiche populiste” utili a consolidare il consenso verso i “nuovi conservatori sovranisti”. Sono misure necessarie a dare stabilità al sistema, ricostruendo un ambito “corporativo” in cui il rafforzamento della produzione capitalistica va di (impari) passo con una maggiore disponibilità di spesa in mano ai lavoratori.
È già successo, quasi cento anni fa. Il nazismo, per esempio, dopo che il capitale tedesco aveva spezzato la resistenza del movimento operaio, sviluppò il mercato interno in modo da garantire che la produzione avesse uno “sbocco” in grado di assorbirla. Per questo aumentò in modo sensibile i salari interni, chiamando addirittura altra manodopera dai paesi fascisti alleati (i gastarbeiter).
Un meccanismo che, come sappiamo, implica delle conseguenze inevitabili: la sovrapproduzione che comunque si crea va scaricata “conquistando mercati” per le proprie merci. Dunque con guerre commerciali, con la manovra sui dazi, i limiti all’immigrazione o ai diritti degli immigrati, fino alla conquista vera e propria di altri territori da controllare in via esclusiva.
Un qualcosa che può avvenire inizialmente anche per via pacifica – come con i trattati dell’Unione Europea, che hanno ridisegnato le filiere produttive europee in funzione di quelle tedesche – ma a lungo andare è generatore di guerre vere e proprie. Il neocolonialismo francese nell’ex France Afrique ne è un corollario altrettanto evidente.
Se questa è la dinamica del “nuovo presente” post-Brexit, in cui le cose diventano più chiare e confliggenti, che speranza ha chi pensa di “fermare il fascismo” schierandosi – elettoralmente e non solo – con quella frazione del grande capitale (i Benetton, per dirne uno) che insiste a difesa delle dinamiche della “globalizzazione” contro le esigenze dei popoli? Come i leader liberali europei degli anni ’30, anche oggi lentamente si vanno avvicinando ai fascisti, proponendo politiche di fatto identiche (l’autonomia differenziata, i “decreti sicurezza”, ecc.) e indicando nemici “stranieri” di ogni genere (allora l’Unione Sovietica, oggi Cina, Russia, Iran, Venezuela, altri che possono entrare in classifica in qualsiasi momento).
Rompere con questo schema bipolare della paura e affermare un punto di vista che mette insieme, obbligatoriamente, una visione di classe e gli interessi dell’umanità in quanto tale, è il tremendo compito che abbiamo davanti. Ma l’alternativa è fare gli schiavi ciechi in un sistema agonizzante, che preferisce “morire con tutti i filistei” piuttosto che rinunciare al dio Profitto.
Buona lettura. Ma soprattutto, buone riflessioni. Tutto questo ci riguarda, anzi, ci costringe a prendere posizione e non essere “indifferenti”...
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Cambia il mondo, dopo la Brexit
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza (01 febbraio)
Il 2020 è cominciato con un filotto, messo a segno dai “sovranisti”: il 15 gennaio è stato firmato l’Accordo tra Usa e Cina sulla fase 1 delle trattative commerciali su base bilaterale; il 29 gennaio, sempre a Washington, il Presidente Donald Trump ha firmato l’USMCA, il nuovo Trattato con Messico e Canada che sostituisce il Nafta; lo stesso giorno, a Bruxelles, il Parlamento europeo ha approvato le modifiche proposte dal Premier britannico Boris Johnson al Withdrawal Agreement, spianando definitivamente la strada alla Brexit, dopo l’approvazione da parte del Parlamento britannico resa definitiva il 23 gennaio con il Royal Assent.
Da ieri 31 gennaio alle 23, ora di Greenwich, la Gran Bretagna non fa più parte della Unione europea. Niente sarà come prima.
Finisce un’era, dunque, in Occidente: sulla base di precisi verdetti elettorali, la Gran Bretagna da una parte e gli Usa dall’altra hanno risolto a favore dei rispettivi Stati il trilemma in base a cui la globalizzazione è incompatibile con la democrazia e con la sovranità nazionale.
Secondo i fautori del globalismo, gli Stati sarebbero un intralcio e la Democrazia va tollerata come un inutile orpello, perché entrambi interferiscono con la metrica del mercato, sinonimo di equilibrio: le decisioni vanno dunque assunte a livelli sovranazionali, da parte di tecnocrazie apolidi, in modo tale da rendere irrilevanti ad un tempo sia i confini tra gli Stati che le volontà popolari.
L’Ordoliberismo (la variante teorico-pratica del neoliberismo nata in Germania e imposta come imprinting ai trattati dell’Unione Europea, ndr) è una sorta di religione laica, secondo cui il ruolo degli Stati è soltanto quello di rendere quanto più efficiente possibile il mercato, costi quel che costi.
È dunque perfettamente inutile votare, come diceva Wolfang Schaeuble, l’allora Ministro delle finanze tedesco ed ora Presidente del Bundestag, al suo collega greco Janis Varufakis durante le trattative per definire le misure di salvataggio e le contropartite di austerità: anche se si cambiano i Governi, le regole rimangono immodificabili. L’Unione Europea, con i Trattati di Maastricht ed il Fiscal Compact, è emblematica di questa gerarchia dei poteri.
Il vento contrario alla globalizzazione spirava forte già da anni, ma i benpensanti vi si sono opposti con sdegno, bollandolo come un atteggiamento non solo eticamente deteriore quanto intrinsecamente pericoloso: il populismo travalica comunque nel nazionalismo ed è foriero dei conflitti già visti: dapprima commerciali, quindi militari.
D’altra parte, anche l’ultimo trentennio dell’800 fu caratterizzato da una forte globalizzazione dei mercati e dall’affacciarsi di nuovi Paesi produttori di materie prime ed in agricoltura: alla violenta deflazione dei prezzi che ne derivava, si reagì con una ancor maggiore competizione produttiva che aggravò il fenomeno. Lo sfruttamento delle colonie era insufficiente a riequilibrare i conti esteri, il Gold Standard impediva la svalutazione della moneta, e la guerra mondiale fu l’esito inevitabile di un conflitto, all’inizio tutto europeo, tra blocchi imperiali.
Stavolta, dopo la crisi americana del 2008 e quella europea del 2010, ogni tentativo di contrastare gli effetti negativi della globalizzazione, al proclamato fine di proteggere l’occupazione e la produzione nazionale, è stato considerato prodromico ad un conflitto incontenibile. Senza riflettere mai sul fatto che sono stati gli squilibri strutturali sull’estero, finanziari e commerciali, degli Usa, dell’Irlanda, della Grecia, del Portogallo e della Spagna, a determinare il collasso dei mercati. La libertà dei commerci, senza equilibrio, è insostenibile.
Il Conservatore Boris Johnson portando a compimento la Brexit ed il Repubblicano Donald Trump con le sue guerre doganali hanno segnato la fine del sogno neoliberista proclamato dai loro rispettivi predecessori di partito: da Margareth Thatcher, che fu Premier del Regno Unito dal 1979 al 1990, e da Ronald Reagan che fu Presidente degli Usa dal 1981 al 1989.
Siamo di fronte al fallimento di due strategie parallele: il Big Bang finanziario propugnato dalla Thatcher e la New Economy sostenuta da Reagan non sono stati in grado di promuovere una creazione di occupazione e di reddito in grado di rimpiazzare il declino della manifattura dopo quello dell’agricoltura. Non è casuale il fatto che, nell’accordo con la Cina, gli Usa abbiano preteso un maggior export soprattutto per i prodotti agricoli e manifatturieri, inserendo quelli energetici al fine di assicurare un mercato a prezzi sostenuti dalla maggior domanda estera. Il peso dei servizi finanziari è rimasto marginale: i voti si contano, non si pesano.
In entrambi i casi, siamo di fronte ad un’onda lunga. Il Referendum sulla Brexit, tenutosi nel 2016, non fu determinato solo dalla strenua contrarietà di David Cameron alla introduzione nei Trattati europei del Fiscal Compact, dell’ESM e della Banking Union: Cameron aveva già espresso nella campagna elettorale del 2013 la volontà di rinegoziare le condizioni di partecipazione del Regno Unito nell’Unione.
Nel 2016, la campagna presidenziale di Donald Trump, che ebbe come slogan “Make America Great Again”, fu tutta impostata sulla necessità di riequilibrare i conti esteri, modificando i Trattati multilaterali che avevano penalizzato i lavoratori americani ad esclusivo vantaggio del Big Business e delle Multinazionali: Trump, appena eletto, ha messo sotto tiro l’avanzo commerciale strutturale di Cina, Messico, Canada, Giappone, Corea del Sud, Germania e Turchia. Dopo due anni di batti e ribatti, ha ottenuto dalla Cina l’impegno ad incrementare il proprio import dagli Usa per 200 miliardi di dollari in due anni; anche nei confronti dl Messico e Canada, con l’USMCA che sostituisce il Nafta che risale al 1994, ha ottenuto per gli Usa condizioni commerciali assai più favorevoli.
Non è casuale il fatto che ad abbandonare il tradizionale multilateralismo commerciale ed istituzionale siano due Paesi, Gran Bretagna e Stati Uniti, che hanno un rilevante passivo strutturale della bilancia dei pagamenti correnti, determinato soprattutto dalla componente merci che non viene compensata dai servizi finanziari, e che non è risolvibile a monte attraverso la svalutazione della moneta.
Gli squilibri socioeconomici e territoriali interni a questi due Paesi sono stati determinanti: l’occupazione prevalente nel settore dei servizi non ha compensato dal punto di vista reddituale i precedenti impieghi nel comparto manifatturiero, mentre i redditi agricoli devono essere comunque sussidiati, più o meno direttamente. Se, ormai da lungo tempo, non è più il surplus della produzione delle campagne che consente l’urbanizzazione e l’industrializzazione, ma sono queste ultime a sostenere l’agricoltura, l’apertura progressiva ai mercati internazionali di prodotti agricoli e manifatturieri più convenienti in termini di prezzo ha reso sempre meno praticabile questa compensazione fiscale. Lo stesso settore manifatturiero scompare, sotto la pressione della globalizzazione modellata sul dumping sociale, fiscale ed ambientale.
Non è affatto casuale, quindi, che sia stato comune anche il tema del contrasto alla immigrazione incontrollata, che comporta la concorrenza sleale del lavoro in nero: non solo Donald Trump ha fatto del completamento del muro alla frontiera con il Messico un cavallo di battaglia elettorale, ma ha preteso un salario minimo più elevato per i lavoratori che in Messico producono automobili da vendere negli USA.
Cameron, parimenti, negli Accordi presi con Bruxelles e respinti nel referendum che ha dato luogo alla Brexit, aveva contrattato limiti più stringenti per l'erogazione dei sussidi sociali e di disoccupazione agli immigrati europei, sempre più numerosi dopo la crisi del 2010.
D’ora in avanti, l’immigrazione in Gran Bretagna sarà gestita preferendo le qualifiche professionali più elevate.
Dopo la Brexit, il futuro delle relazioni commerciali tra Gran Bretagna ed Unione europea si fonda su un requisito che trova posto nella Dichiarazione politica, che ha valore di indirizzo: per quanto riguarda la competizione commerciale su un piano di gioco livellato, non c’è più l’impegno ad un allineamento dinamico agli standard dell’Unione, ma solo quello a non regredire rispetto ai livelli esistenti al termine del periodo di transizione.
In ordine al commercio di beni, mentre si conferma che Uk ed Ue saranno due mercati distinti, viene meno il riferimento al “single custom territory” per via dello speciale trattamento doganale riservato all’Irlanda del Nord e della creazione di una frontiera interna, con l’impegno ad accordi ambiziosi per evitare frizioni doganali e per combattere le attività illegali.
C’è una questione dirimente: l’ambito di libertà che avrà il Regno Unito nel fare trattative commerciali autonome con altri Paesi. Non facendo più parte del Mercato unico europeo e non essendo neppure membro della Unione doganale, se le relazioni commerciali tra Uk ed Ue avverranno sulla base di un “accordo di libero scambio”, ciò potrebbe essere incompatibile con un accordo simmetrico tra Uk ed Usa, magari aderendo all’USMCA, visti i dazi imposti dalle altre due parti, Usa ed Ue.
Sarebbe però inconcepibile che, una volta importate a dazio zero dagli Usa in Uk, le stesse merci potessero essere riesportate nella Ue evitando i dazi. Serve un paradigma nuovo.
Siamo già di fronte allo sdoppiamento del sistema delle relazioni internazionali: accanto a quello mercatista tradizionale su cui si basano il Wto e l’Ue, indifferente agli squilibri strutturali che determinano crisi ricorrenti, se ne sta formando un altro, guidato dagli Usa, che ripropone il modello delle relazioni intrattenute dall’Antica Roma con gli Stati clienti, laddove ai benefici concessi corrispondevano vincoli ed obblighi altrettanto precisi. L’accesso al gigantesco mercato americano sarà garantito in cambio, innanzitutto, dell’equilibrio nelle transazioni commerciali.
La Brexit segna una cesura ancora più netta, che non riguarda solo il processo aggregativo europeo: disconosce in modo radicale un progetto di relazioni internazionali in cui l’istanza economica e monetaria prevale sovranamente su quella democratica e nazionale.
Di Occidente ce n’è sempre uno solo, ma la globalizzazione mercatista non è più al suo zenit.
Fonte
16/12/2019
Brancaccio - Una Brexit "di pancia"? Non solo
RAI Radio Uno – Eresie, 13 dicembre 2019 – Tanti commentatori in questi
anni hanno considerato la Brexit solo come una bruta reazione “di
pancia”, di tipo irrazionalistico, che attirava soltanto orde di
ignoranti e razzisti. In realtà le cose sono più complesse. L’uscita
dall’UE è anche una risposta a squilibri irrisolti nell’import-export,
che ormai da un trentennio tengono la bilancia commerciale britannica
sistematicamente in rosso. La vittoria dei Tories di Boris Johnson e la
sconfitta del Labour di Corbyn andrebbero interpretati anche in
quest’ottica. Americo Mancini intervista l’economista Emiliano
Brancaccio dell’Università del Sannio.
Fonte
Fonte
18/10/2019
Italia, un paese di ricchi con i soldi fermi, spremuto dall'“austerità”
Poco fa è uscito presso la banca d'Italia il consueto comunicato della Bilancia dei Pagamenti nel mese di agosto.
Il conto corrente (rapporto tra importazioni ed esportazioni) ha un surplus di quasi 51 miliardi (2,9%), in crescita rispetto allo scorso anno. L’avanzo mercantile quasi pareggia il record dello scorso anno, mentre aumenta il surplus dei redditi primari (17 miliardi di euro), vale a dire guadagni di capitale, affitti e guadagno obbligazionari di attività finanziarie all’estero.
Solo nel mese di agosto “gli italiani” (quella piccola frazione che può permetterselo) hanno acquisito attività estere pari a 26 miliardi di euro, quasi la finanziaria del prossimo anno.
Ma la notizia è la posizione finanziaria estera netta del nostro Paese, passiva per 38 miliardi, il 2,2% del pil, in diminuzione dell’1,2% rispetto al trimestre precedente.
È praticamente un niente; tra passività finanziarie e attività finanziarie degli italiani all’estero siamo quasi in pareggio.
Facciamo presente che nel primo trimestre 2019 il passivo francese era pari al 17%, quello spagnolo al 77%, quello portoghese al 100% e quello greco superava il 100%; mentre gli Usa hanno un passivo pari al 35% del pil.
L’Italia è invece passata da un passivo del 27% nel 2014 al dato attuale 2,2%.
In pratica, gli italiani sono stati spremuti e i loro risparmi sono stati indirizzati all’estero, finanziando gli altri paesi. E spesso con un ritorno economico negativo, basti pensare alle centinaia di miliardi di euro italiani investiti in titoli di stato olandesi e tedeschi con rendimenti negativi, tale per cui i sottoscrittori in un decennio – se non cambieranno obbiettivo di investimento – perderanno il 23% del valore del capitale. Cornuti e mazziati.
Nel frattempo c’è chi si accorge che vi è una massa enorme di risparmio non mobilitata. Per esempio Intesa San Paolo, che ha lanciato un maxi programma di investimenti nel prossimo biennio al Sud di 30 miliardi.
Questa mattina il governatore della Banca d'Italia Visco dichiarava, a Washington, che i “tassi negativi” sono causati dalla mancata produttività totale dei fattori produttivi, legata a carenza di investimenti, sia pubblici che privati. Questa è la vera malattia dell’eurozona.
Paolo Savona, lo scorso anno, invitò la classe dirigente italiana a mobilitare il surplus delle partite correnti, pari a 50 miliardi (e quest’anno, come si è visto, in aumento frizionale) per investimenti. Silenzio assoluto.
Tutti a guardare il debito pubblico, quando gli italiani (quella parte che possiede...), con la loro ricchezza finanziaria pari a 4.700 miliardi di euro, se lo potrebbero comprare interamente per quasi tre volte, come i giapponesi.
La favola del debito pubblico come unico indice da riguardare serve a spremere ancor di più la classe lavoratrice e la classe media. E la finanziaria del 2020 lo conferma.
Avanti insomma con l’austerità. In nome dell’euro, una moneta senza Stato.
Fonte
Il conto corrente (rapporto tra importazioni ed esportazioni) ha un surplus di quasi 51 miliardi (2,9%), in crescita rispetto allo scorso anno. L’avanzo mercantile quasi pareggia il record dello scorso anno, mentre aumenta il surplus dei redditi primari (17 miliardi di euro), vale a dire guadagni di capitale, affitti e guadagno obbligazionari di attività finanziarie all’estero.
Solo nel mese di agosto “gli italiani” (quella piccola frazione che può permetterselo) hanno acquisito attività estere pari a 26 miliardi di euro, quasi la finanziaria del prossimo anno.
Ma la notizia è la posizione finanziaria estera netta del nostro Paese, passiva per 38 miliardi, il 2,2% del pil, in diminuzione dell’1,2% rispetto al trimestre precedente.
È praticamente un niente; tra passività finanziarie e attività finanziarie degli italiani all’estero siamo quasi in pareggio.
Facciamo presente che nel primo trimestre 2019 il passivo francese era pari al 17%, quello spagnolo al 77%, quello portoghese al 100% e quello greco superava il 100%; mentre gli Usa hanno un passivo pari al 35% del pil.
L’Italia è invece passata da un passivo del 27% nel 2014 al dato attuale 2,2%.
In pratica, gli italiani sono stati spremuti e i loro risparmi sono stati indirizzati all’estero, finanziando gli altri paesi. E spesso con un ritorno economico negativo, basti pensare alle centinaia di miliardi di euro italiani investiti in titoli di stato olandesi e tedeschi con rendimenti negativi, tale per cui i sottoscrittori in un decennio – se non cambieranno obbiettivo di investimento – perderanno il 23% del valore del capitale. Cornuti e mazziati.
Nel frattempo c’è chi si accorge che vi è una massa enorme di risparmio non mobilitata. Per esempio Intesa San Paolo, che ha lanciato un maxi programma di investimenti nel prossimo biennio al Sud di 30 miliardi.
Questa mattina il governatore della Banca d'Italia Visco dichiarava, a Washington, che i “tassi negativi” sono causati dalla mancata produttività totale dei fattori produttivi, legata a carenza di investimenti, sia pubblici che privati. Questa è la vera malattia dell’eurozona.
Paolo Savona, lo scorso anno, invitò la classe dirigente italiana a mobilitare il surplus delle partite correnti, pari a 50 miliardi (e quest’anno, come si è visto, in aumento frizionale) per investimenti. Silenzio assoluto.
Tutti a guardare il debito pubblico, quando gli italiani (quella parte che possiede...), con la loro ricchezza finanziaria pari a 4.700 miliardi di euro, se lo potrebbero comprare interamente per quasi tre volte, come i giapponesi.
La favola del debito pubblico come unico indice da riguardare serve a spremere ancor di più la classe lavoratrice e la classe media. E la finanziaria del 2020 lo conferma.
Avanti insomma con l’austerità. In nome dell’euro, una moneta senza Stato.
Fonte
19/09/2019
Nessuno lo dice, ma finanziariamente l’Italia sta in una botte di ferro
O meglio, lo disse ad agosto il vice presidente della Bce – de Guindos – al Corriere della Sera, quando affermò che la posizione finanziaria netta estera, vale a dire differenza di merci, servizi, redditi primari e altri investimenti era pari al 3,3%.
Oggi è uscita la Bilancia dei Pagamenti di luglio, pubblicata dalla Banca d’Italia. Ebbene, nonostante il fortissimo flusso di investimenti finanziari da parte di operatori esteri – ma potrebbero essere benissimo italiani “esterovestiti” – per circa 31 miliardi di euro, di cui 19 in titoli di stato, vi è stata una riduzione della passività della posizione finanziaria netta estera di 7 miliardi.
Ora il passivo è pari a 40 miliardi il 2,7% del pil. Tenete conto che in Usa il passivo è pari al 40%, in Francia al 32% in Spagna all’82% e non è un caso che da quattro anni non riescono a fare un governo, finanziariamente dipendenti come sono dal capitale estero.
Un altro dato è il boom dei redditi primari, che arriva ad un surplus di circa 20 miliardi. Sono dividendi, capital gain e affitti di residenze di italiani all’estero, che hanno queste rendite e che presentano un surplus pari all’1,3% del pil. Il dato finale della bilancia dei pagamenti presenta un surplus pari al 2,7%.
Gli italiani stanno dunque vivendo al di sotto delle loro possibilità e risparmiano moltissimo, specie le imprese che non investono e portano i capitali all’estero.
I rendimenti sono negativi, per cui forse a partire da agosto si assisterà ad un rientro dei capitali sotto forma di acquisto dei titoli di stato nazionali.
Infine, oggi IlSole24Ore ci informa che la riduzione dello spread in agosto, se confermata, potrebbe portare nelle casse delle banche 2,4 miliardi. Sono le stesse banche che non ricorrono al mercato monetario estero proprio perché sono piene di liquidità da parte dei correntisti.
Ci vorrebbe qualcuno che mobilitasse questo enorme risparmio a fini interni, magari sotto forma di fondo per il debito e/o per l’edilizia. Sarebbero motori potenti.
Guido Salerno Aletta, anni fa, propose uno schema simile. Sarebbe il caso che qualcuno lo studiasse. Occorre convincere gli italiani a sottoscrivere titoli di stato “nostri” per non dipendere dalla speculazione internazionale.
A parte gli Usa, in Europa i rendimenti sono negativi, mentre da noi, almeno il Btp, è ancora positivo. Ci guadagnerebbero il risparmiatore e lo Stato italiano. Per far questo occorre smetterla con l'”autorazzismo”.
Finanziariamente “siamo” solidi. E il dato di oggi lo dimostra.
Fonte
Oggi è uscita la Bilancia dei Pagamenti di luglio, pubblicata dalla Banca d’Italia. Ebbene, nonostante il fortissimo flusso di investimenti finanziari da parte di operatori esteri – ma potrebbero essere benissimo italiani “esterovestiti” – per circa 31 miliardi di euro, di cui 19 in titoli di stato, vi è stata una riduzione della passività della posizione finanziaria netta estera di 7 miliardi.
Ora il passivo è pari a 40 miliardi il 2,7% del pil. Tenete conto che in Usa il passivo è pari al 40%, in Francia al 32% in Spagna all’82% e non è un caso che da quattro anni non riescono a fare un governo, finanziariamente dipendenti come sono dal capitale estero.
Un altro dato è il boom dei redditi primari, che arriva ad un surplus di circa 20 miliardi. Sono dividendi, capital gain e affitti di residenze di italiani all’estero, che hanno queste rendite e che presentano un surplus pari all’1,3% del pil. Il dato finale della bilancia dei pagamenti presenta un surplus pari al 2,7%.
Gli italiani stanno dunque vivendo al di sotto delle loro possibilità e risparmiano moltissimo, specie le imprese che non investono e portano i capitali all’estero.
I rendimenti sono negativi, per cui forse a partire da agosto si assisterà ad un rientro dei capitali sotto forma di acquisto dei titoli di stato nazionali.
Infine, oggi IlSole24Ore ci informa che la riduzione dello spread in agosto, se confermata, potrebbe portare nelle casse delle banche 2,4 miliardi. Sono le stesse banche che non ricorrono al mercato monetario estero proprio perché sono piene di liquidità da parte dei correntisti.
Ci vorrebbe qualcuno che mobilitasse questo enorme risparmio a fini interni, magari sotto forma di fondo per il debito e/o per l’edilizia. Sarebbero motori potenti.
Guido Salerno Aletta, anni fa, propose uno schema simile. Sarebbe il caso che qualcuno lo studiasse. Occorre convincere gli italiani a sottoscrivere titoli di stato “nostri” per non dipendere dalla speculazione internazionale.
A parte gli Usa, in Europa i rendimenti sono negativi, mentre da noi, almeno il Btp, è ancora positivo. Ci guadagnerebbero il risparmiatore e lo Stato italiano. Per far questo occorre smetterla con l'”autorazzismo”.
Finanziariamente “siamo” solidi. E il dato di oggi lo dimostra.
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