di Guido Salerno Aletta
Anche in Francia, l'andamento dei prezzi dell'energia, dei tassi di interesse, dei proventi dei servizi di trasporto e di viaggio internazionale, rispetto a cui il turismo rappresenta il fattore principale, è in grado di ribaltare velocemente il segno del saldo della bilancia delle partite correnti con l'estero, passando dal deficit al surplus e viceversa. Il resto si costruisce o si erode assai lentamente.
Nel mese di giugno scorso, è accaduto questo: nonostante un disavanzo per merci pari a 5,2 miliardi di euro, dovuto per ben 4,2 miliardi alla componente energetica, il saldo delle transazioni correnti della Francia è stato inaspettatamente attivo, per 0,8 miliardi: tutto merito dei servizi di viaggio, in surplus per ben 2,9 miliardi in questo solo mese, e dei proventi relativi ai redditi primari e secondari, anche questi complessivamente in surplus per 2,2 miliardi di euro.
La Banca di Francia ha sottolineato che nel secondo trimestre di quest'anno il saldo positivo nel settore dei servizi è salito a 12,2 miliardi di euro rispetto ai 7,5 miliardi del primo trimestre: tutto merito del forte miglioramento del saldo dei servizi di viaggio, passato dai +3,3 miliardi del primo trimestre ai +8,1 miliardi del secondo. Se la stagione delle vacanze estive lascia prevedere un ottimo andamento, già i dati del 2022 erano stati significativi: mentre l'attivo per i servizi di viaggio era stato di 17,4 miliardi di euro e quello per i servizi di trasporto era arrivato a 21,6 miliardi, il saldo positivo tra gli incassi ed i pagamenti per i redditi primari e secondari aveva raggiunto complessivamente i 31,4 miliardi di euro. Ma questi saldi, tutti consistentemente attivi, non avevano potuto compensare il deficit colossale della componente merci, che era arrivato a ben 137 miliardi di euro rispetto ai 67 miliardi del 2021, a causa del saldo negativo di 110 miliardi per i prodotti energetici, più che raddoppiato rispetto ai 43 miliardi registrati nel 2021. Anche per la Francia, dunque, l'andamento dei prezzi internazionali dell'energia, che per fortuna tendono al ribasso in questi ultimi mesi, si era dimostrato incontrollabile e destabilizzante.
L'andamento dei tassi di interesse, da tempo al rialzo anche in Europa, ha implicazioni complesse: sempre in ordine alle relazioni internazionali, un primo effetto positivo è rappresentato dalla svalutazione dei titoli a più basso rendimento emessi in precedenza e detenuti dai non residenti. Ne deriva una riduzione del valore corrente delle passività verso l'estero. Ma c'è un altro effetto, negativo: se, come accade in Francia, perdura il deficit della bilancia commerciale e si ricorre al finanziamento dall'estero per coprirlo, il maggior onere per il servizio di questo nuovo debito si aggiunge all'esborso che deriva dalle scadenze relative alle obbligazioni a tasso variabile già emesse. Pertanto, se i tassi di interesse interni tendono a superare quelli degli investimenti di portafoglio effettuati all'estero, si riduce anche il saldo attivo dei redditi primari che sostiene la bilancia dei pagamenti correnti. Questo si evince dalla Relazione della Banca di Francia sul 2022: nonostante il record negativo registrato dalla bilancia dei pagamenti correnti, arrivato a 53,9 miliardi di euro (pari al 2% del PIL), si è registrato un miglioramento di 143 miliardi di euro della posizione finanziaria verso l'estero rispetto al 2021, con il passivo netto ridottosi a 629 miliardi. La concomitante svalutazione dell'euro ha contribuito a rafforzare questa correzione.
Di converso, già nel 2022 l'aumento dei tassi di interesse aveva comportato un peggioramento del deficit relativo ai flussi degli interessi netti pagati dalla Francia. Si è triplicato, arrivando a 17 miliardi di euro rispetto ai soli 6 miliardi dell'anno precedente: in questo caso, le decisioni della Bce non hanno avuto alcun effetto in termini di raffreddamento dell'inflazione interna ma solo di arricchimento dei creditori esteri.
Sempre nel 2022, sui conti esteri della Francia hanno avuto un forte impatto positivo anche i proventi dei servizi di trasporto marittimo, influenzati dal forte rialzo dei noli registrato nel 2021: hanno fruttato un attivo di ben 29,4 miliardi di euro nel 2022 che ha ampiamente compensato il passivo strutturale che caratterizza invece le altre componenti di trasporto, pari all'incirca a 7 miliardi di euro l'anno. Nel complesso, il contributo positivo è passato dai 14,1 miliardi del 2021 ai 21,6 miliardi del 2022.
Oltre ai comparti dei viaggi e dei trasporti, anche gli "altri servizi" hanno procurato alla Francia un saldo attivo, che è stato di 13 miliardi di euro nel 2022, in ribasso rispetto ai 16,7 miliardi dell'anno precedente: i servizi di telecomunicazioni e di informatica hanno segnato un deficit di 6,1 miliardi, peggiorando quello di 5,1 miliardi registrato nel 2021; i servizi di ricerca e sviluppo hanno confermato il passivo strutturale che li caratterizza da oltre un decennio, con 1,3 miliardi; in campo commerciale, i servizi hanno ridotto l'attivo ad appena 1,3 miliardi di euro rispetto ai 4,6 miliardi dell'anno precedente; il settore della manutenzione e riparazione ha registrato invece un surplus consistente, di ben 4 miliardi di euro. A fare meglio di tutti sono stati i servizi finanziari, che hanno aumentato il proprio surplus portandolo a 10,4 miliardi rispetto agli 8,8 miliardi del 2021, "in parte grazie al rafforzamento della piazza di Parigi a seguito della uscita del Regno Unito dalla Unione europea", come ha sottolineato la Banca di Francia.
Nel settore aeronautico e spaziale le cose vanno ancora meglio, con un saldo attivo che è stato di 23,3 miliardi di euro nel 2022, e già di 6,6 miliardi e di 9,2 miliardi rispettivamente nel primo e nel secondo trimestre di quest'anno. Le esportazioni del 2022 sono arrivate a 46,2 miliardi di euro, surclassando ampiamente sia i 41 miliardi dell'intero comparto metallurgico, che i 38,2 miliardi di quello farmaceutico ed i 37,9 miliardi del comparto tessile, abbigliamento e cuoio.
Per il futuro, diventano cruciali sia le forniture di energia che i nuovi modelli di crescita. Mentre Berlino ha già dovuto rinunciare ai vantaggi del gas russo, Parigi lotta per mantenere quelli che le sono derivati finora dall'elettricità prodotta a basso costo con le centrali nucleari: mentre è in corso una dura trattativa in sede europea per ammettere gli aiuti di Stato necessari al loro rinnovamento, il colpo di Stato in Niger ha già fatto emergere qualche preoccupazione circa la correntezza dei futuri rifornimenti di uranio. Rappresentano un duplice rischio per il fattore strategico che ha motivato per anni l'insistenza di Parigi a favore degli Accordi sul Clima.
Mentre l'agricoltura, che in Francia continua ad avere una straordinaria importanza sociale e politica, mantiene in equilibrio i suoi conti con l'estero, sono i settori industriali tradizionali che tendono a battere il passo, in particolare quello automobilistico: il passaggio al motore elettrico rappresenta una sfida eccezionale. Solo il comparto aerospaziale si mostra invece dinamico e particolarmente profittevole. Nei servizi, continuano a macinare utili quelli più tradizionali e collaudati: turismo, trasporti marittimi, finanza. L'informatica e le telecomunicazioni, che dovevano rappresentare secondo il Manifesto di Lisbona i driver della crescita europea nel nuovo millennio, stanno deludendo anche in Francia: la duplice transizione che ora si prospetta, in campo ambientale e nel settore dell'intelligenza artificiale, rischia di ripetere il fallimento della New Economy.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Old economy. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Old economy. Mostra tutti i post
12/08/2023
10/07/2023
"Un nuovo ineluttabile futuro, senza Democrazia, Libertà, Stati"
Recensione di Non ci fidiamo più. Un nuovo ineluttabile futuro, senza Democrazia, Libertà, Stati, di Guido Salerno Aletta
Nel 2001 la Old Economy, perlopiù trapiantata in Cina, presenta il conto. Il deficit commerciale degli Stati Uniti con la Cina ammonta a 83,8 miliardi di dollari.
Nel 2008 la cifra sale a 268, per poi arrivare a 308 miliardi nel 2020. La New Economy ha perso, non ha fatto grande l’America, i Big Pharma e i Big Tech hanno raccolto le briciole.
Il 2001 segna la fine della Grande Illusione. Il progetto di costruire un Impero basato sull'integrazione internazionale della catena del valore (anziché sulla tradizionale libertà del commercio), supportato dalla finanza e comandato a distanza tramite Internet (già una struttura militare), fallisce. La Cina non diventa una sorta di colonia statunitense, vanificando il progetto imperiale di assorbire il surplus prodotto dalle periferie.
Se si vogliono trovare le cause, bisogna risalire agli anni Settanta del secolo scorso. Il 1971 è l’anno di svolta per l’America (e per l’Italia). Per la prima volta, la bilancia commerciale degli Stati Uniti diventa negativa nel suo complesso. Successivamente, nel 1973, scoppia la strana guerra del Kippur, che attiva il sistema dei petrodollari, usato per scolmare le casse europee giocando sul prezzo del petrolio. Ma sono manovre che non invertono la rotta.
Poi arrivano Thatcher e Reagan, e per l’Occidente (atlantico) il disastro si annuncia con la curva di Laffer e i predicozzi di Milton Friedman. Se abbassi le tasse ai ricchi, dice Laffer, questi spenderanno e spenderanno, e ne beneficeranno tutti, soprattutto i poveri, che anziché sottostare alle temperie della stagflazione staranno sotto un padrone, che però li pagherà, e li pagherà quel tanto che basta ad assicurare loro e alla loro progenie un servaggio dignitoso, ma a vita – di più, ereditabile.
All’Italia la Reaganomics taglia le gambe. A farne le spese è soprattutto il Mezzogiorno, dove la neonata industria di base è strozzata dagli intessessi sul debito.
Zoppicando, e accumulando un enorme debito pubblico, l’Italia arriva al 12 settembre 1992, e alla svalutazione (tardiva) della lira che regala 18,5 miliardi di dollari agli spalloni in tweed.
La soluzione a tutti i mali si chiama Euro. Sono tutti contenti di entrarci, a destra e a sinistra. Ma è una soluzione che non va bene. Lo si scopre troppo tardi, quando i giochi sono fatti e l'Italia ha perso buona parte della sua formidabile industria.
La storia incalza. Siamo al 2008. E le cose vanno tutt'altro che bene.
Tra il 2008 e il 2022 il PIL reale dell’eurozona è cresciuto di soli 1.248 miliardi di euro (un aumento del 10%, meno di un punto percentuale all'anno). Numeri ridicoli. L'Italia perde (cumulativamente) 1.598 miliardi di euro – un anno di PIL andato in fumo, un anno perso, un anno di fame.
A far tremare il mondo intero è ancora il Leviatano moribondo, con la sua ingegneria finanziaria e le trovate da casinò per scaricare sui soci europei le spese di quello che Marx nel 18 Brumaio chiama rogue state, uno stato di sottoproletari che vivono di ciò che il Leviatano riesce a spreme dal resto del mondo.
Quello del 2008 è stato un vero e proprio Default. Nel 1971, i paesi che avevano esportato negli Stati Uniti e che in cambio avevano ricevuto Dollari di carta (promesse di pagamento) non avrebbero potuto convertirli in oro, ma potevano tranquillamente utilizzare i dollari per acquistare beni di consumo sui mercati internazionali. Nel 2008, i creditori degli Stati Uniti, che avevano sottoscritto i famigerati titoli Sub-prime (promesse di pagamento) in cambio di liquidi (dunque in cambio di merci), si sono resi conto che non avevano altro in mano se non carta straccia. L’America non aveva mantenuto la promessa.
Non ci si poteva più fidare.
Infine, si arriva al Green Deal – la frontiera verde. La New Economy è stata un fallimento, e lo è stata perché i valori d’uso creati (e sono stati molti) non si sono tradotti in valori di scambio, dunque non hanno generato economia, non si sono iscritti a bilancio, se non come fuffa e carta finanziaria (emblematico è il caso di Tiscali), svalutando – anzi, de-valutando – intere filiere produttive, cacciando dal mercato rispettabili mestieri e professioni, col la promessa di trasformare tutti in ingegneri e programmatori di app, promessa che è stata vanificata da quegli stessi valori d’uso che insistono nel replicarsi e riproporsi come Intelligenza Collettiva Artificiale. Siccome, dicevo, la New Economy è stata un fallimento, si cerca, incassata la lezione, di rimediare con la Green Economy. E la lezione dice di sostituire le filiere che non assorbono capitali per investimenti con filiere più ricettive, più controllabili, più domestiche. Ma le premesse non sono rosee.
Si tratta di un libro straordinario che attraversa oltre un secolo di storia mondiale, con dati e numeri dettagliati, che ho letto tutto d'un fiato, che ho sottolineato e commentato, e che terrò sempre a portata di mano per quando avrò bisogno di chiarirmi le idee e capire chi siamo, cosa siamo diventati.
Fonte
Nel 2001 la Old Economy, perlopiù trapiantata in Cina, presenta il conto. Il deficit commerciale degli Stati Uniti con la Cina ammonta a 83,8 miliardi di dollari.
Nel 2008 la cifra sale a 268, per poi arrivare a 308 miliardi nel 2020. La New Economy ha perso, non ha fatto grande l’America, i Big Pharma e i Big Tech hanno raccolto le briciole.
Il 2001 segna la fine della Grande Illusione. Il progetto di costruire un Impero basato sull'integrazione internazionale della catena del valore (anziché sulla tradizionale libertà del commercio), supportato dalla finanza e comandato a distanza tramite Internet (già una struttura militare), fallisce. La Cina non diventa una sorta di colonia statunitense, vanificando il progetto imperiale di assorbire il surplus prodotto dalle periferie.
Se si vogliono trovare le cause, bisogna risalire agli anni Settanta del secolo scorso. Il 1971 è l’anno di svolta per l’America (e per l’Italia). Per la prima volta, la bilancia commerciale degli Stati Uniti diventa negativa nel suo complesso. Successivamente, nel 1973, scoppia la strana guerra del Kippur, che attiva il sistema dei petrodollari, usato per scolmare le casse europee giocando sul prezzo del petrolio. Ma sono manovre che non invertono la rotta.
Poi arrivano Thatcher e Reagan, e per l’Occidente (atlantico) il disastro si annuncia con la curva di Laffer e i predicozzi di Milton Friedman. Se abbassi le tasse ai ricchi, dice Laffer, questi spenderanno e spenderanno, e ne beneficeranno tutti, soprattutto i poveri, che anziché sottostare alle temperie della stagflazione staranno sotto un padrone, che però li pagherà, e li pagherà quel tanto che basta ad assicurare loro e alla loro progenie un servaggio dignitoso, ma a vita – di più, ereditabile.
All’Italia la Reaganomics taglia le gambe. A farne le spese è soprattutto il Mezzogiorno, dove la neonata industria di base è strozzata dagli intessessi sul debito.
Zoppicando, e accumulando un enorme debito pubblico, l’Italia arriva al 12 settembre 1992, e alla svalutazione (tardiva) della lira che regala 18,5 miliardi di dollari agli spalloni in tweed.
La soluzione a tutti i mali si chiama Euro. Sono tutti contenti di entrarci, a destra e a sinistra. Ma è una soluzione che non va bene. Lo si scopre troppo tardi, quando i giochi sono fatti e l'Italia ha perso buona parte della sua formidabile industria.
La storia incalza. Siamo al 2008. E le cose vanno tutt'altro che bene.
Tra il 2008 e il 2022 il PIL reale dell’eurozona è cresciuto di soli 1.248 miliardi di euro (un aumento del 10%, meno di un punto percentuale all'anno). Numeri ridicoli. L'Italia perde (cumulativamente) 1.598 miliardi di euro – un anno di PIL andato in fumo, un anno perso, un anno di fame.
A far tremare il mondo intero è ancora il Leviatano moribondo, con la sua ingegneria finanziaria e le trovate da casinò per scaricare sui soci europei le spese di quello che Marx nel 18 Brumaio chiama rogue state, uno stato di sottoproletari che vivono di ciò che il Leviatano riesce a spreme dal resto del mondo.
Quello del 2008 è stato un vero e proprio Default. Nel 1971, i paesi che avevano esportato negli Stati Uniti e che in cambio avevano ricevuto Dollari di carta (promesse di pagamento) non avrebbero potuto convertirli in oro, ma potevano tranquillamente utilizzare i dollari per acquistare beni di consumo sui mercati internazionali. Nel 2008, i creditori degli Stati Uniti, che avevano sottoscritto i famigerati titoli Sub-prime (promesse di pagamento) in cambio di liquidi (dunque in cambio di merci), si sono resi conto che non avevano altro in mano se non carta straccia. L’America non aveva mantenuto la promessa.
Non ci si poteva più fidare.
Infine, si arriva al Green Deal – la frontiera verde. La New Economy è stata un fallimento, e lo è stata perché i valori d’uso creati (e sono stati molti) non si sono tradotti in valori di scambio, dunque non hanno generato economia, non si sono iscritti a bilancio, se non come fuffa e carta finanziaria (emblematico è il caso di Tiscali), svalutando – anzi, de-valutando – intere filiere produttive, cacciando dal mercato rispettabili mestieri e professioni, col la promessa di trasformare tutti in ingegneri e programmatori di app, promessa che è stata vanificata da quegli stessi valori d’uso che insistono nel replicarsi e riproporsi come Intelligenza Collettiva Artificiale. Siccome, dicevo, la New Economy è stata un fallimento, si cerca, incassata la lezione, di rimediare con la Green Economy. E la lezione dice di sostituire le filiere che non assorbono capitali per investimenti con filiere più ricettive, più controllabili, più domestiche. Ma le premesse non sono rosee.
Si tratta di un libro straordinario che attraversa oltre un secolo di storia mondiale, con dati e numeri dettagliati, che ho letto tutto d'un fiato, che ho sottolineato e commentato, e che terrò sempre a portata di mano per quando avrò bisogno di chiarirmi le idee e capire chi siamo, cosa siamo diventati.
Fonte
08/06/2023
Il “re di Wall Street” lancia un’opa sulla Casa Bianca
Gli Stati Uniti restano comunque, anche in piena crisi di egemonia, il paese-guida dell’area euro-atlantica, per ora la più grande concentrazione di potere economico e militare del pianeta, oltretutto dotata di una certa integrazione gerarchica.
Dunque le vicende preparatorie delle prossime elezioni presidenziali – a novembre 2024 – rivestono certamente mota importanza. Da quale “soluzione politica” si troverà a Washington dipendono molte cose, anche se non tutte, come avveniva solo 20 anni fa.
A bocce ferme sembra una partita stracca, tra due vecchi 80enni per diverse ragioni impresentabili. Biden per l’evidente rimbambimento senile, la frequenza con cui inciampa in pubblico, l’assoluta assenza di carisma. Trump, che avrà comunque 78 anni, per l’altrettanto evidente profilo delinquenziale, che lo rende certamente un pericolo pubblico internazionale ma soprattutto per i suoi cittadini.
Non va mai dimenticato che la presidenza degli States, anche se viene presentata e gestita come una partita tra apparenze individuali secondo il metro di misura del marketing politico (tutti i papabili sono in qualche misura manchurian candidate), è fondamentalmente il risultato di uno scontro feroce tra settori del capitale.
Ciò è stato abbastanza chiaro nelle ultime due tornate elettorali, con Trump (prima versus Hilary Clinton, vincendo, poi versus Biden perdendo) a rappresentare i “settori maturi” o residuali nell’assetto produttivo statunitense, come la manifattura, gli allevatori, l’agricoltura, e i “democratici” a fare i pupazzetti di Wall Street, ossia del capitale finanziario con grande proiezione multinazionale.
Che quest’ultimo non possa sopportare l’eventuale vittoria dei settori old, per di più se il tycoon col ciuffo fosse ancora in sella, è abbastanza risaputo; quasi ufficiale.
Ma anche il doversi affidare, come terminale operativo, ad un vecchio mestierante senza idee non appare per nulla soddisfacente.
Ed allora, come in ogni film hollywoodiano che si rispetti, ecco farsi avanti il bisogno di un “salvatore dell’America”, o per lo meno di Wall Street. Insomma direttamente un rappresentante del capitale finanziario stesso, di grandi capacità manageriali e nel pieno delle sue facoltà intellettuali/energie fisiche.
ilSOle24Ore, organo di Confindustria, si è incaricata stamane di presentarcelo. È James Dimon, amministratore delegato (Ceo, chief executive officer, nella dizione anglosassone) di JpMorgan, la più grande banca d’affari Usa (e quindi, ma forse, del mondo), davanti a Bank of America e Citigroup.
Non è certo la prima volta che un manager di livello arriva al vertice dell’amministrazione Usa. Anzi, è praticamente una abitudine di lunga durata. Ricordiamo la “banda dei Bush” (padre e figli) che venivano direttamente dal settore petrolifero, seppure padroni di società non di primo livello. Così come Dick Cheney, vicepresidente ma titolare di Halliburton (petrolio ed edilizia), Condoleeza Rice (direttamente dal cda di Chevron). Tutti “repubblicani”, ossia voci dei settori “maturi”.
Mentre i “democratici”, un tantino più discreti, si sono quasi sempre accontentati di “politici di professione” che, una volta eletti, imbottivano di manager finanziari la loro amministrazione.
Chiarissima, insomma, la divisione delle parti e dei settori di capitale.
Ma mai una star di Wall Street aveva provato ad “entrare in politica”, partendo direttamente dalla principale carica politica mondiale. Ovviamente con i “democratici”.
A suo modo, insomma, sarebbe un evento storico. Con molte ricadute di tipo politico e persino “culturale”.
Difficile far coincidere gli ideali della democrazia rappresentativa con una figura alla Gordon Gekko, ovvero con l’archetipo degli squali di Wall Street, capaci di distrugge industrie ed intere comunità se questo garantisce loro qualche “ragionevole profitto”.
Questa ostilità popolare per gli “squali della finanza” è molto più diffusa negli States che non qui in Europa. Un po’ perché lì sono più abituati a dover fare i conti con le conseguenze della loro azioni, ma anche perché l’idea di “essere il popolo”, e quindi la fonte di legittimazione del potere politico, è più radicata lì che non nella stanca Europa abituata a tollerare ancora i monarchi e gli aristocratici come figure degne di un qualche rispetto, anziché dell’odio assoluto.
Un po’ perché, per quanto grandi e ciniche siano le banche del Vecchio Continente, di certo non hanno quella dimensione e potenza.
Paradossalmente, quindi, la “discesa in campo” di uno come Jamie Dimon potrebbe aumentare la credibilità della proposta trumpiana, mentre – al contrario – probabilmente convincerebbe buona parte della “sinistra democratica” (i Bernie Sanders e le Ocasio Cortez, insomma) a ridurre quasi a zero il proprio “fiancheggiamento” del partito “democratico”. In ogni caso non sarebbe credibile per gli elettori delle classi popolari, con qualche effetto anche sulla stessa eleggibilità di Dimon o qualcuno con il suo “profilo”.
Se il “re di Wall Street” lancia un’opa sulla Casa Bianca vuol dire che quel sistema tutto è tranne che una “democrazia”. È come se dicesse “basta con i prestanome, ora ci pensiamo direttamente noi”.
Come si vede, quella che appare – al Sole e Confindustria – come una “eccellente soluzione” può rivelarsi un aggravamento del problema.
Ed è quel che accade quando una crisi sistemica si avvita su se stessa, moltiplicando tentativi in varie direzioni che producono tutti un risultato negativo.
Fonte
Dunque le vicende preparatorie delle prossime elezioni presidenziali – a novembre 2024 – rivestono certamente mota importanza. Da quale “soluzione politica” si troverà a Washington dipendono molte cose, anche se non tutte, come avveniva solo 20 anni fa.
A bocce ferme sembra una partita stracca, tra due vecchi 80enni per diverse ragioni impresentabili. Biden per l’evidente rimbambimento senile, la frequenza con cui inciampa in pubblico, l’assoluta assenza di carisma. Trump, che avrà comunque 78 anni, per l’altrettanto evidente profilo delinquenziale, che lo rende certamente un pericolo pubblico internazionale ma soprattutto per i suoi cittadini.
Non va mai dimenticato che la presidenza degli States, anche se viene presentata e gestita come una partita tra apparenze individuali secondo il metro di misura del marketing politico (tutti i papabili sono in qualche misura manchurian candidate), è fondamentalmente il risultato di uno scontro feroce tra settori del capitale.
Ciò è stato abbastanza chiaro nelle ultime due tornate elettorali, con Trump (prima versus Hilary Clinton, vincendo, poi versus Biden perdendo) a rappresentare i “settori maturi” o residuali nell’assetto produttivo statunitense, come la manifattura, gli allevatori, l’agricoltura, e i “democratici” a fare i pupazzetti di Wall Street, ossia del capitale finanziario con grande proiezione multinazionale.
Che quest’ultimo non possa sopportare l’eventuale vittoria dei settori old, per di più se il tycoon col ciuffo fosse ancora in sella, è abbastanza risaputo; quasi ufficiale.
Ma anche il doversi affidare, come terminale operativo, ad un vecchio mestierante senza idee non appare per nulla soddisfacente.
Ed allora, come in ogni film hollywoodiano che si rispetti, ecco farsi avanti il bisogno di un “salvatore dell’America”, o per lo meno di Wall Street. Insomma direttamente un rappresentante del capitale finanziario stesso, di grandi capacità manageriali e nel pieno delle sue facoltà intellettuali/energie fisiche.
ilSOle24Ore, organo di Confindustria, si è incaricata stamane di presentarcelo. È James Dimon, amministratore delegato (Ceo, chief executive officer, nella dizione anglosassone) di JpMorgan, la più grande banca d’affari Usa (e quindi, ma forse, del mondo), davanti a Bank of America e Citigroup.
Non è certo la prima volta che un manager di livello arriva al vertice dell’amministrazione Usa. Anzi, è praticamente una abitudine di lunga durata. Ricordiamo la “banda dei Bush” (padre e figli) che venivano direttamente dal settore petrolifero, seppure padroni di società non di primo livello. Così come Dick Cheney, vicepresidente ma titolare di Halliburton (petrolio ed edilizia), Condoleeza Rice (direttamente dal cda di Chevron). Tutti “repubblicani”, ossia voci dei settori “maturi”.
Mentre i “democratici”, un tantino più discreti, si sono quasi sempre accontentati di “politici di professione” che, una volta eletti, imbottivano di manager finanziari la loro amministrazione.
Chiarissima, insomma, la divisione delle parti e dei settori di capitale.
Ma mai una star di Wall Street aveva provato ad “entrare in politica”, partendo direttamente dalla principale carica politica mondiale. Ovviamente con i “democratici”.
A suo modo, insomma, sarebbe un evento storico. Con molte ricadute di tipo politico e persino “culturale”.
Difficile far coincidere gli ideali della democrazia rappresentativa con una figura alla Gordon Gekko, ovvero con l’archetipo degli squali di Wall Street, capaci di distrugge industrie ed intere comunità se questo garantisce loro qualche “ragionevole profitto”.
Questa ostilità popolare per gli “squali della finanza” è molto più diffusa negli States che non qui in Europa. Un po’ perché lì sono più abituati a dover fare i conti con le conseguenze della loro azioni, ma anche perché l’idea di “essere il popolo”, e quindi la fonte di legittimazione del potere politico, è più radicata lì che non nella stanca Europa abituata a tollerare ancora i monarchi e gli aristocratici come figure degne di un qualche rispetto, anziché dell’odio assoluto.
Un po’ perché, per quanto grandi e ciniche siano le banche del Vecchio Continente, di certo non hanno quella dimensione e potenza.
Paradossalmente, quindi, la “discesa in campo” di uno come Jamie Dimon potrebbe aumentare la credibilità della proposta trumpiana, mentre – al contrario – probabilmente convincerebbe buona parte della “sinistra democratica” (i Bernie Sanders e le Ocasio Cortez, insomma) a ridurre quasi a zero il proprio “fiancheggiamento” del partito “democratico”. In ogni caso non sarebbe credibile per gli elettori delle classi popolari, con qualche effetto anche sulla stessa eleggibilità di Dimon o qualcuno con il suo “profilo”.
Se il “re di Wall Street” lancia un’opa sulla Casa Bianca vuol dire che quel sistema tutto è tranne che una “democrazia”. È come se dicesse “basta con i prestanome, ora ci pensiamo direttamente noi”.
Come si vede, quella che appare – al Sole e Confindustria – come una “eccellente soluzione” può rivelarsi un aggravamento del problema.
Ed è quel che accade quando una crisi sistemica si avvita su se stessa, moltiplicando tentativi in varie direzioni che producono tutti un risultato negativo.
Fonte
17/01/2020
L’intesa Usa-Cina e la fine della new economy
E finalmente arrivò la firma e la tregua della guerra commerciale tra gli americani e i cinesi.
Due anni di scontri, di stop and go, con le borse mondiali che salivano o scendevano a secondo dell’umore di Trump e della risposta cinese.
Cinesi sornioni, pazienti, fermi nei loro punti. Americani sempre pronti a dichiarazioni alla stampa, una volta bellicosi, l’altra pacifici. Bipolarismo della Casa Bianca assoluto.
La pazienza cinese ha avuto la meglio, ma gli americani, c’è da dirlo, hanno avuto una vittoria storica. Vediamo i 5 punti.
La Cina si impegna nei prossimi due anni a maggiori importazioni americane per un totale di 200 miliardi, dimezzando il surplus commerciale che nel 2019 è diminuito dell’8,5% nei confronti degli Usa e si attesta a 285 miliardi. 32 miliardi in più di prodotti agricoli, 50 miliardi in più di prodotti energetici e petrolchimici, 80 miliardi in più di prodotti industriali (auto, aerei, componentistica, ecc.), 40 di servizi finanziari.
Quel che si presumeva essere un’intesa basata sugli interessi di Wall Street è in realtà un accordo basato sulla old economy. Infatti, solo il 20% dell’intesa riguarda la finanza americana, il resto settore primario e industria.
L’impatto occupazionale di 40 miliardi di servizi finanziari è enormemente inferiore all’impatto sugli 80 miliardi di prodotti industriali.
Un altro aspetto è il dirigismo dell’intesa. Trump ha voluto tot di industria, tot di agricoltura, tot di servizi finanziari, una cosa che non si era mai vista in Usa. Trump valuta l’impatto occupazionale dell’intesa sulla classe operaia americana e soprattutto punta sul plusvalore derivante dall’industria e non sul capitale fittizio della finanza americana.
Un mondo è finito, addio alla new economy, quel che da noi non si è ancora capito. Il profitto industriale, e del settore primario, è alla base dell’intesa tra americani e cinesi.
Da questo punto di vista gli Usa copiano dopo decenni la Cina, l’industria torna dopo decenni centrale per gli Usa.
Chi ci perde? Nei prodotti agricoli senz’altro Argentina, Brasile e la stessa Ue. Ieri, sul Corriere della sera, il Presidente di Confagricoltura stimava in 130 miliardi l’export europeo di prodotit agricoli e agroalimentari in Cina. Con quest’intesa perderanno il 30% del mercato asiatico.
Sulle auto perdono gli europei, così come suglia aerei e sugli altri prodotti industriali. Wall Street e Unione Europea escono sconfitti da questa intesa.
Gli Usa ritornano al profitto industriale per far calare il capitale fittizio e aumentare l’occupazione americana. L’Unione Europea si sogna l’austerità verde. Gli Usa si sono garantiti nei prossimi anni sbocchi di mercato alla loro strategia di reindustrializzazione.
Che dire? Bel colpo, quello tra americani e cinesi.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)