Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/09/2023

Bilancio pubblico, in Italia trionfano i predatori

di Emiliano Brancaccio

Se osserviamo l’impatto delle manovre di bilancio pubblico sulle diverse classi sociali, noteremo che da circa un trentennio lo Stato redistribuisce risorse dai deboli ai forti

Ricordate la storiella secondo cui il ceto medio si sarebbe allargato a dismisura e saremmo tutti diventati dei piccoli, pasciuti capitalisti? Anni fa questa immane sciocchezza la ripetevano in molti, inclusi autorevoli leader della sinistra. Oggi però la litania non va più di moda. Persino l’Ocse ha ammesso che nel mondo sta avvenendo un fenomeno esattamente opposto, di erosione dei ceti intermedi e di polarizzazione tra i gruppi sociali. Al punto che, negli olimpi della ricerca economica, si assiste a un recupero del concetto marxiano di «classe». La contrapposizione tra capitale e lavoro, cioè, resta un duro fatto di cui occorre tener conto se si vuol comprendere una realtà altrimenti indecifrabile. Inclusa la realtà del bilancio statale.

Se osserviamo l’impatto delle manovre di bilancio pubblico sulle diverse classi sociali, noteremo che da circa un trentennio lo Stato redistribuisce risorse dai deboli ai forti. Vale a dire, dagli abitanti delle regioni povere a quelli delle regioni ricche, dai malati ai sani, dai bisognosi di assistenza agli autosufficienti, dai figli degli analfabeti di ritorno ai figli degli acculturati, dai proletari ai proprietari, dai salariati ai percettori di rendite e profitti.

James Galbraith l’ha definita una lotta che vede i capitalisti nel ruolo di «predatori dello Stato»: impegnati ad accaparrarsi risorse che un tempo venivano trasferite alle classi inferiori. Il fenomeno è di portata globale. Ma l’Italia, più di altri paesi, si sta rivelando un habitat eccezionalmente favorevole per le scorribande dei «predatori dello Stato». Il governo Meloni, al riguardo, offre esempi rilevanti.

Consideriamo l’abolizione del reddito di cittadinanza. Nelle regioni più martoriate dalla povertà e dal lavoro nero, il reddito agiva come una sorta di salario minimo di fatto. La sua eliminazione comporterà quindi un trasferimento non semplicemente dagli indigenti allo Stato, ma più in generale dai lavoratori ai capitalisti.

Pensiamo poi alla riforma fiscale con cui il governo intende scendere ad appena tre aliquote di prelievo, con una ulteriore ipotesi di «scudo» a favore delle rendite. È l’ennesimo colpo inferto al principio costituzionale di progressività delle imposte. Ricordando che negli anni Settanta esistevano ben ventidue aliquote e non c’erano privilegi per i rentiers, comprendiamo la forza con cui, da decenni, i «predatori» spostano i carichi fiscali sulle spalle delle classi subalterne.

Ma ci sono anche esempi più subdoli. Esaminiamo la riduzione del cuneo fiscale, che a dire dei ministri in carica dovrebbe dare ampio sostegno ai salariati. Se la confrontiamo con l’inflazione degli ultimi tre anni, che ha accresciuto non solo i profitti ma anche il valore nominale del bilancio statale, ci rendiamo conto che l’intervento sul cuneo non è nemmeno un pannicello caldo. È una beffa.

Infine, analizziamo la proposta, avanzata dal ministro dell’economia, di un rilancio delle privatizzazioni. Se osserviamo gli effetti delle dismissioni record attuate dall’Italia nei decenni passati, scopriremo che il loro impatto in termini di cassa è stato ben diverso dalle attese, per un motivo evidenziato anche dalla Corte dei Conti: se è vero che all’atto della vendita lo Stato incassa dai privati, è altrettanto vero che negli anni successivi perde le entrate che venivano dalle aziende di cui era proprietario, con un risultato complessivo che spesso risulta persino negativo per i conti pubblici.

Ancora dalla Corte dei Conti, del resto, si scopre che il vero effetto delle privatizzazioni è stato un altro: vale a dire, un impatto incerto sui prezzi, negativo sui salari, molto positivo sui profitti. Ancora una volta, una redistribuzione alla rovescia nell’interesse dei «predatori».

Molto ci sarebbe da fare per un’opposizione intenzionata a contrastare questo spaventoso asservimento del bilancio statale agli esclusivi interessi della classe egemone. Bisognerebbe tuttavia iniziare da un’onesta ammissione. Dalle riforme regressive del fisco alle privatizzazioni, molte misure attuate oggi da Meloni e soci sono state pane quotidiano per vari governi di centrosinistra. La dura lotta contro i «predatori», se davvero comincia, parte dall’autocritica.

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11/06/2023

Autonomia Differenziata, ecco come lo Stato rischia il default

Cosa accade ai bilanci dello Stato e delle regioni meridionali se le regioni ricche del Nord trattengono i tributi erariali sul loro territorio?

In Commissione Affari Costituzionali del Senato, si sono concluse le audizioni sul DDL del Ministro Calderoli sull’autonomia differenziata. Tra gli altri, sono stati auditi il Presidente Michele Emiliano, l’ex Sen. Anna Finocchiaro, il prof. Francesco Pallante e il prof. Gianpaolo Arachi, Ufficio di Bilancio.

Come ricordato dal presidente della Commissione Alberto Balboni (FdI), gli auditi sono stati oltre sessanta. Arachi ha sottolineato un passaggio fondamentale sul piano finanziario per il bilancio dello Stato.

Le regioni che chiedono l’attribuzione di autonomia su una determinata funzione lo faranno dopo aver definito i LEP, Livelli Essenziali delle Prestazioni, livelli cui dovrà corrispondere un costo e un fabbisogno standard. In nome di quel costo standard, una regione (che vuole autonomia) chiederà di trattenere una quota di tributi erariali sul proprio territorio, ovvero di compartecipare ad una quota di tributi erariali riscossi sul suo territorio.

Ma cosa accade praticamente? Scrive l’UPB nella memoria depositata: «nel caso in cui la compartecipazione avesse una dinamica inferiore al fabbisogno sarebbe necessario integrarla per assicurare le risorse necessarie secondo il dettato del terzo comma dell’articolo 119 della Costituzione».

Ovvero, se io regione differenziata ho trattenuto una quota di tributi erariali insufficiente a finanziare un LEP, per una determinata funzione che svolgo, chiederò inevitabilmente di trattenere più tributi sul mio territorio. Ma potrebbe accadere il contrario, ovvero, io regione differenziata trattengo una quota di tributi erariali superiore al costo standard per svolgere una determinata funzione per la quale ho chiesto autonomia.

Secondo l’UPB «la correzione sarebbe parimenti necessaria nel caso in cui la dinamica della compartecipazione eccedesse quella del fabbisogno». In quel caso le regioni autonome avrebbero «risorse in eccesso rispetto a quelle che sarebbero state garantite dalla fornitura statale. Di conseguenza, vi sarebbero meno risorse per il resto delle Amministrazioni pubbliche che, dati gli obiettivi di finanza pubblica, dovrebbero essere reperite con riduzioni di spesa» o «aumenti della pressione fiscale che si scaricherebbero anche sui cittadini delle altre Regioni».

Nel primo caso ci sarebbero tagli del fondo perequativo e delle risorse necessarie a rimuovere gli squilibri economici e sociali secondo l’articolo 119 della Costituzione. E, su tali questioni, Francesco Boccia, Presidente dei Senatori PD, ha chiesto all’UPB una ricognizione seria del fabbisogno finanziario complessivo: «cosa accade ai Livelli essenziali delle prestazioni se le Regioni si trovano ad avere risorse insufficienti per garantire i servizi alla persona?».

Per Boccia il fondo di perequazione necessario all’attuazione del DDL Calderoli è di almeno 60 miliardi, 100 se si calcolano anche le infrastrutture. Il presidente Balboni ha accolto la richiesta: ogni Senatore della Commissione, tramite la Presidenza della stessa Commissione, potrà inviare quesiti sull’impatto finanziario del DDL Calderoli all’Ufficio Parlamentare di Bilancio. L’UPB si è impegnato a rispondere nei tempi necessari.

Analogamente la Vicepresidente del Senato Maria Domenica Castellone (M5S) in Commissione Bilancio ha chiesto un’indagine conoscitiva sulla spesa storica attuale e sugli effetti contabili dell’autonomia differenziata. Oggi prima dell’eventuale attuazione dell’autonomia differenziata, quanti soldi ci vorrebbero per garantire gli stessi LEP su tutto il territorio nazionale?

I dati dei Conti Pubblici Territoriali, prodotti dall’Agenzia per la Coesione Territoriale, sono il principale termometro della spesa storica. Nel 2019, al netto delle partite finanziarie e degli interessi, in termini di spesa del Settore Pubblico Allargato, un cittadino del Centro-Nord riceve 17.363 euro, un cittadino meridionale riceve 13.607 euro. La differenza è 3.756 euro.

Per azzerare il divario Nord-Sud lo Stato dovrebbe investire in più ogni anno al Sud 75 miliardi. Un cittadino pugliese riceve 13.637 euro: il divario con il Centro-Nord è di 3.726 euro. Per dare ad un pugliese la stessa spesa del Settore Pubblico Allargato di un cittadino del Centro-Nord, lo Stato, ogni anno, dovrebbe spendere in Puglia almeno 14 miliardi di euro in più per suoi 4 milioni di abitanti.

Infine, qualora Veneto, Emilia Romagna e Lombardia trattenessero il 90% dei loro tributi sui rispettivi territori, cosa accadrebbe al bilancio dello Stato?

Secondo una simulazione su dati 2015 dei professori Adriano Giannola e Gaetano Stornaiuolo sulla Rivista Economica del Mezzogiorno, 190 miliardi su 751 di bilancio nazionale uscirebbero dal bilancio nazionale ed entrerebbero nelle casse di Emilia Romagna (43 miliardi), Veneto (41 miliardi) e Lombardia (106 miliardi).

Per il Servizio Bilancio del Senato, nella Nota 52, se le regioni “differenziate” trattenessero parte dei tributi sul proprio territorio, non sarebbero garantiti i livelli essenziali delle prestazioni nelle altre regioni.

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19/09/2019

Nessuno lo dice, ma finanziariamente l’Italia sta in una botte di ferro

O meglio, lo disse ad agosto il vice presidente della Bce – de Guindos – al Corriere della Sera, quando affermò che la posizione finanziaria netta estera, vale a dire differenza di merci, servizi, redditi primari e altri investimenti era pari al 3,3%.

Oggi è uscita la Bilancia dei Pagamenti di luglio, pubblicata dalla Banca d’Italia. Ebbene, nonostante il fortissimo flusso di investimenti finanziari da parte di operatori esteri – ma potrebbero essere benissimo italiani “esterovestiti” – per circa 31 miliardi di euro, di cui 19 in titoli di stato, vi è stata una riduzione della passività della posizione finanziaria netta estera di 7 miliardi.

Ora il passivo è pari a 40 miliardi il 2,7% del pil. Tenete conto che in Usa il passivo è pari al 40%, in Francia al 32% in Spagna all’82% e non è un caso che da quattro anni non riescono a fare un governo, finanziariamente dipendenti come sono dal capitale estero.

Un altro dato è il boom dei redditi primari, che arriva ad un surplus di circa 20 miliardi. Sono dividendi, capital gain e affitti di residenze di italiani all’estero, che hanno queste rendite e che presentano un surplus pari all’1,3% del pil. Il dato finale della bilancia dei pagamenti presenta un surplus pari al 2,7%.

Gli italiani stanno dunque vivendo al di sotto delle loro possibilità e risparmiano moltissimo, specie le imprese che non investono e portano i capitali all’estero.

I rendimenti sono negativi, per cui forse a partire da agosto si assisterà ad un rientro dei capitali sotto forma di acquisto dei titoli di stato nazionali.

Infine, oggi IlSole24Ore ci informa che la riduzione dello spread in agosto, se confermata, potrebbe portare nelle casse delle banche 2,4 miliardi. Sono le stesse banche che non ricorrono al mercato monetario estero proprio perché sono piene di liquidità da parte dei correntisti.

Ci vorrebbe qualcuno che mobilitasse questo enorme risparmio a fini interni, magari sotto forma di fondo per il debito e/o per l’edilizia. Sarebbero motori potenti.

Guido Salerno Aletta, anni fa, propose uno schema simile. Sarebbe il caso che qualcuno lo studiasse. Occorre convincere gli italiani a sottoscrivere titoli di stato “nostri” per non dipendere dalla speculazione internazionale.

A parte gli Usa, in Europa i rendimenti sono negativi, mentre da noi, almeno il Btp, è ancora positivo. Ci guadagnerebbero il risparmiatore e lo Stato italiano. Per far questo occorre smetterla con l'”autorazzismo”.

Finanziariamente “siamo” solidi. E il dato di oggi lo dimostra.

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17/09/2017

L’inconsistente economia delle breaking news

Accade una alluvione a Livorno, ci sono dei morti e parti della città piombano nel dramma in pochi minuti. Dopo un giorno di tregua partono diversi piani di azione positivi e negativi, dalla solidarietà espressa nel concreto degli aiuti allo sciacallaggio politico. Tutti parlano di responsabilità ma in pochi sanno cosa sia successo e cosa si sarebbe dovuto fare nella cabina di regia della prevenzione e nel controllo sul momento, mentre l’acqua saliva.

Torniamo indietro per rendere al lettore chiara una cosa molto importante: ci sono dei soldi che finanziano le istituzioni e che sono di provenienza fiscale (cioè dalle nostre tasse) e dei soldi indiretti emessi dalla Banca Centrale Europea che mantenendo gli equilibri finanziari degli Stati membri tornano in parte a finanziare ancora le istituzioni che hanno avuto recentemente restrizioni forti nel commissionare appalti e svolgere servizi. Un 10% di questi soldi provenienti dalla Bce, invece, finanzia direttamente aziende, con sede in Europa, ritenute strategiche dal potere politico reale[1].

Tengo molto a questa premessa perché è un punto nodale per Livorno e ogni altra città europea, un punto importante per ogni vita che si protrae immersa in rischi di ogni tipo: dal rischio industriale, sismico, idrogeologico, terroristico, della circolazione veicolare fino al sanitario. Un punto fondante dell’orientamento politico che qualsiasi assessore al bilancio comunale dovrebbe avere e che ad oggi invece nessuno ha dimostrato neanche di pensare.

Se facciamo mente locale sui rischi veri pendenti sulle nostre teste abbiamo due modi di reagire: soccombendo consumati dalla paura oppure reagendo in maniera razionale, quello che personalmente auspico.

Nella storia del nostro paese, nella storia economica del nostro paese è ormai maturo il tempo di reagire alla recente economia che si è fondata sulla constatazione della paura, sulla spettacolarizzazione della paura per attivare un sistema industriale. La soddisfazione del bisogno di vedere il pericolo da vicino restandone lontano viene per mano dei media a cui si attaccano occasioni per pubblicizzare prodotti. Basta cliccare su un video importante su You Tube che ad introdurre una catastrofe magari attendiamo che scorra una pubblicità su un profumo, un’auto di lusso oppure una confezione di biscotti. E l’occasione si apre non solo per la pubblicità ma per il lancio di forme di pensiero politico fatte in laboratorio così come la coniazione del calco di precise profilazioni di soggetti che dovranno affermarsi in politica.

Quindi le breaking news sbancano perché creano un’occasione dove tutto va al proprio posto. Si parte dal caos per mettere a segno una serie di risultati eccezionali; ci sono proprio degli specialisti per questo anche se la loro professione non è ancora inquadrata nel vero senso del ruolo. I più esposti sono gli intrattenitori, gli opinionisti per intendersi, coloro che spiegano il caos appunto, l’anomalia, il buco nero, l’asimmetria. Il risultato finale è che la paura si rinnova e si potenzia dando ancora più spinta all’attenzione verso gli accadimenti futuri e facendo diventare la breaking news un momento importante nella vita di ogni cittadino.

Se è questa la realtà rompiamola per primi noi, da Livorno, con altri insieme a noi. La rottura può avvenire spiegando anche ai bambini cosa sia l’economia della breaking news il cui vero esordio istituzionalizzandosi fu con la caduta delle Torri Gemelle a New York.

Ripartire contrattando vere risorse e gestirle bene per trovare un compromesso accettabile e sempre più a vantaggio nostro rispetto al rischio in generale sembra essere la vera necessità a cui deve corrispondere una azione politica di rivendicazione forte. La domanda pubblica da parte delle istituzioni è una vera economia che se viene canalizzata nell’affrontare le rischiosità potrà soddisfare nella giusta maniera il bisogno delle persone in termini di sicurezza. Non possiamo fermarci alle disfunzioni degli enti pubblici economici ed ai mangia mangia del passato seppellendo definitivamente l’unica possibilità di benessere sui territori. Che i sindaci toscani e di tutta Italia non l’abbiano ancora capito davvero sembra impossibile. Alcuni timidi lamenti stile Filippeschi al convegno sul bilancio comunale a Firenze nel 2016 nei confronti del suo governo nazionale ma nessuna idea su come attaccare quel potere finanziario che regola settori privati e banche centrali. L’arretratezza della sinistra è questa ed è incolmabile nel breve periodo, un’arretratezza imperdonabile. E’ la condizione che ti relega a fare solo il contabile, ricordiamo le gentilezze tra Lemmetti e Nebbiai, icone di un assoggettamento consolidato.

A destra invece c’è l’immigrato concatenato con l’Isis, ecco magari dargli una calmata forte pur facendo entrare nei punti da contrattare con l’UE e con la stampa di nuova moneta anche questi importanti capitoli in termini di integrazione e non di scontro per poi andare a creare spazi per ulteriori autoritarismi.

L’area valutaria euro è talmente vasta che nessuna iniezione attraverso progetti pubblici utili sui territori può minimamente scalfire i livelli inflazionistici, che peraltro oggi sono bassissimi.

Dopo queste premesse chi intenda farsi garante di qualsiasi ricostruzione, noi abbiamo Il Mago di Bientina[2] di nuovo in forma e attento a dare spinta alla sua nuova formazione politica, se non ha chiaro il quadro fatto di breaking news e del sistema finanza privata e pubblica almeno comunitaria è destinato a rinnovare la vecchia economia della paura senza mettere nessuna base per una vera ricostruzione che va oltre il fatto del 10 settembre a Livorno a cui seguiranno dei risarcimenti senza un dopo. Sciacalli appunto.

per Senza Soste, Jack RR
16 settembre 2017

Note
[1] Per approfondire http://www.archivio.senzasoste.it/internazionale/l-eterno-ritorno-della-crescita-qualche-grafico-che-tv-e-pd-non-vi-possono-raccontare

[2] Il Mago di Bientina è il Presidente della Regione Toscana che a Livorno ogni volta che viene annuncia di aver dei soldi per la città, spesso già messi a bilancio. Anche quelli per il nuovo ospedale erano già pronti per farlo in zona alluvionata!? Ricordiamo http://www.senzasoste.it/rossi-le-lacrime-coccodrillo-del-morto-cammina/

Fonte

Analisi precisa e condivisibile, tuttavia credo che oltre il richiamo, celato tra le righe, della necessità di una contrattazione politica con la UE per spendere in deroga alle assurde rigidità di bilancio al fine del riassetto idrogeologico, è necessario affermare in maniera netta che se un simile dialogo dovesse risultare - come sicuramente sarebbe - infruttuoso, la strada da percorrere con rapidità e fermezza totale, è quella della rottura. In caso contrario il destino che gli eventi hanno riservato a Tsipras e Syruza sarebbe assicurato anche all'Italia.

24/10/2016

Renzi cavalca l’euroscetticismo. Fino al 4 dicembre

Se Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan imitano il Berlusconi del 2011 e recitano la parte di quelli che “battono i pugni sul tavolo” davanti all'Unione Europea, fino ad evocare una sua possibile "fine", sarà bene tener d'occhio non quello che dicono, ma quello che fanno. Così come, in parallelo, bisogna guardare alle mosse della Commissione europea, molto più che le dichiarazioni ufficiali.

Veniamo prima di tutto ai fatti. Oggi dovrebbe arrivare la “lettera di richiamo” della Commissione guidata da Jean-Claude Juncker, e già si sa che conterrà una richiesta di informazioni sulle voragini palesi nella legge di bilancio, con indicazioni abbastanza chiare sulle modifiche da fare. Non solo riguardo al saldo finale della manovra (per mantenere il rapporto deficit/Pil entro il 2,2%, invece del 2,3 indicato nella bozza di legge di stabilità inviata a Bruxelles), ma anche sulle singole voci della manovra.

La vulgata ufficiale, diffusa dai media di regime, parla sempre di “eccessiva generosità” (l'eufemismo è d'obbligo) del governo nel quantificare le spese “eccezionali” sostenute per gestire il flusso dei migranti (su cui l'Unione Europea usa molti pesi e molte misure, come sottolineato dalle polemiche “o scegliete noi o l'Ungheria”) e soprattutto il dopo terremoto di Amatrice. In pratica, i furbetti del bilancino vorrebbero vedersi ammesse le spese non solo per l'emergenza e la ricostruzione dei paesi effettivamente colpiti, ma anche la messa in sicurezza degli edifici in zona sismica. Praticamente in tutta Italia.

Per il momento Renzi recita la parte del duro, asserendo che non intende cambiare la manovra, anche perché lo 0,1% di differenza (un miliardo e 600 milioni) non significa granché.

Ma è vero che la manovra resta quella indicata? Assolutamente no. Ogni giorno vengono comunicate modifiche più o meno rilevanti, quasi tutte concentrate nel non immenso comparto delle promesse a pensionati, lavoratori e contribuenti che non possono evadere il fisco. Un esempio? La chiusura di Equitalia e la rottamazione delle cartelle esattoriali. In pratica, Equitalia cambia soltanto il nome, diventando una più burocratica e chiara “Agenzia di riscossione”. Soprattutto, la rottamazione non riguarderà le contravvenzioni al codice della strada, ossia la più diffusa – numericamente – delle violazioni fiscali che un normale lavoratore dipendente, pensionato, precario o disoccupato può commettere. Al contrario, le evasioni fiscali di grande consistenza – parliamo di milioni di euro sottratti al fisco – saranno amichevolmente ridotte, depurandole da interessi di mora, sanzioni e diritti di aggio altrettanto milionari. I casi recenti di “contrattazione” tra vip e fisco (da Valentino Rossi a Dolce&Gabbana, da Raul Bova a Gianna Nannini e innumerevoli imprenditori non troppo noti al grande pubblico) hanno chiarito che neanche le tasse sono uguali per tutti. Chi ha poco deve sempre versare tutto; chi ha, e deve, molto, potrà ottenere sconti favolosi. Se non addirittura uno “scudo fiscale” (ora chiamato voluntary disclosure) per riportare in Italia capitali custoditi all'estero.

A chiacchiere, però, il governo “imbruttisce” davanti ai rilievi dell'Unione Europea. Che ora ha davanti un calendario preciso ma flessibile, tale da costringere l'Italia a rispettare i diktat senza però rischiare di far cadere anzitempo il guitto di Rignano sull'Arno. La lettera in arrivo potrebbe preludere a una bocciatura esplicita della legge di stabilità italiana, così come di altri paesi (Francia, Olanda, Belgio, Spagna e Portogallo), entro il 31 ottobre. Ma questa data verrà fatta scivolare senza conseguenze, rinviando il secondo monito pubblico al 9 novembre, quando la Commissione europea presenterà le proprie previsioni economiche e quindi anche i “suggerimenti” rivolti a ogni paese. Una settimana dopo – come da calendario istituzionale – pronuncerà il giudizio di condanna sulla qualità della manovra, ma non sarà neppure questo quello definitivo, con tutta probabilità. Perché verrebbe a coincidere con gli ultimi giorni della campagna referendaria e diventerebbe un colpo di maglio sulle già scarse possibilità di vittoria del “sì”; dunque anche alle possibilità che Renzi possa restare in sella.

Fatto il referendum, invece, l'Unione Europea potrà calare il suo spadone sui conti pubblici italiani, sia che questo governo possa restare in carica, sia che si trovi sul punto di mollare. Per dare la sentenza definitiva, infatti, la Commissione ha tempo fino a Capodanno. A quel punto potrebbe partire anche una “procedura di infrazione” che inchioderebbe ancora più le scelte di qualsiasi inquilino di Palazzo Chigi alle indicazioni di Bruxelles.

Nemmeno Juncker, insomma, può evitare un voto negativo da parte dell'Eurogruppo (il vertice informale dei ministri finanziaria, guidato da un killer come Jeroen Dijsselbloem) se lo scostamento tra i numeri presentati dal governo italiano e quelli pattuiti solo pochi mesi fa dovesse essere troppo ampio.

Ma sembra anche chiaro che Renzi & co. abbiano ricevuto dagli Stati Uniti una sorta di via libera a rimettere in discussione l'austerità predicata da Berlino (anche perché torna a tutto vantaggio dell'economia tedesca...). Nelle molte partite internazionali aperte in questo momento (con Russia e Medio Oriente), persino l'Italietta renziana può pensare di giocare in proprio almeno qualche mano. Fino al referendum, sembra altrettanto chiaro, lo potrà fare.

Poi basta...

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18/10/2016

Franco Russo: “NO alla democrazia maggioritaria”

Vorrei partire dal Quaderno del Forum diritti lavoro – Italia Repubblica Precaria – perché mi ha colpito sia il titolo del tuo articolo, “La rottura del Patto Costituzionale”, sia il sottotitolo “la rottura del patto sociale frutto delle politiche liberiste va insieme alla rottura del patto costituzionale. La regressione dei diritti del lavoro e sociali va insieme alla regressione della democrazia rappresentativa”. Mi sembra che questo sia già di per sé una fotografia delle due giornate del 21 e 22, che daranno poi l’avvio alla campagna nazionale per il No. E’ così?

E’ proprio così. Nel senso che il 21 e il 22 di ottobre ci sarà, indetto dall’Usb e da altri sindacati di basi come l’Unicobas, l’Usi ed altri, lo sciopero, appunto, che mette al centro la difesa dei diritti sociali, la difesa del lavoro e il No alla controriforma di Renzi e quindi dà una connotazione molto forte, in termini di rivendicazioni sociali e di difesa soprattutto dei diritti sociali contenuti nella nostra carta costituzionale. Il pomeriggio probabilmente riusciremo a fare un’accampata in cui discuteremo, sempre di questi temi che tu hai sintetizzato, in un’assemblea in piazza San Giovanni accompagnata da un’assemblea sull’Unione europea. Il giorno dopo daremo vita ad un corteo nelle vie della città, da San Giovanni a Santi Apostoli, in cui mobiliteremo, cercheremo di mobilitare, naturalmente, i settori di lavoratori pubblici e privati, i lavoratori precari, i giovani e, naturalmente, speriamo tutti quegli organismi, quelle associazioni, quei gruppi, che danno vita a conflitti territoriali.

Quindi noi vogliamo fare una campagna per il No carica di contenuti sociali, che non è una cosa astratta ma è molto concreta nel senso che vogliamo mettere al centro della nostra battaglia anche la critica alla revisione dell’art. 81 – già fatta dal governo Monti sostenuto sia da Berlusconi che da Bersani, ricordiamocelo sempre. L'art. 81, mettendo in Costituzione il pareggio di bilancio impone di fatto una limitazione alla fruizione dei diritti sociali.

Come dice il filosofo del diritto Luigi Ferrajoli: quando c’è un diritto sociale statuito in Costituzione, il legislatore, cioè il Parlamento, non può che legiferare per predisporre le risorse e le organizzazioni (penso alla scuola pubblica, alla sanità, al problema della casa o allo stesso reddito di cittadinanza) per soddisfare questi diritti sociali. Con l’art. 81 si viene a colpire invece questa possibilità e con la controriforma Renzi andiamo ancor di più avanti, perché con l’art. 117 si configura una centralizzazione del potere proprio nelle questioni sociali, dal diritto del lavoro alla questione dell’abitare, al territorio per cui il governo, che sarà sostenuto dalla sua maggioranza eletta con l’Italicum, deciderà su tutto. Perlomeno se le cose rimangono così, avremo che la maggioranza di governo disporrà della Costituzione nel senso che i diritti sociali saranno sotto sua giurisdizione assoluta.

Oggi c’è un sondaggio sul Corriere della Sera sul chi, per ora, ha idea di votare sì e chi ha idea di votare no. Sarebbe in vantaggio il no, ma la cosa più interessante mi sembra il fatto che da luglio ad oggi il No è stabile mentre il Sì continua a calare. A luglio era al 26%, oggi è al 23%, mentre il No è stabile al 25%. La cosa interessante è che emerge una differenza tra il nord e il sud...

Sì.

Sono molti più i No nel sud, così anche nel centro, nel centro sud, che non nel nord. In particolare sono tanti i Sì nel Nord-ovest dell’Italia. Quindi anche da qui sembra emergere un collegamento con la situazione sociale...

Beh, sicuramente il voto del sud significa che l’Italia è in sofferenza, soprattutto nelle zone dove tradizionalmente purtroppo si concentrano disoccupazione, redditi bassi, vera e propria povertà, lavori precari, oltre che una gestione dei servizi pubblici disastrosa. Questo ci deve però spingere a continuare a fare un lavoro di informazione nelle zone del sud per consolidare questo voto contro la “deforma” voluta da Boschi e Renzi. E dobbiamo fare invece uno sforzo perché naturalmente sappiamo che nel nord-ovest e nel nord in generale è concentrata invece una gran massa di settori popolari di lavoratori, di lavoratori precari. Per questo dico che comunque è il segno che noi dobbiamo fare uno sforzo perché nelle zone dell’Emilia Romagna, Liguria, Piemonte, Lombardia dove, ripeto, sono concentrati settori operai molto forti, questi settori non solo non vadano a votare, cioè si astengano, ma invece votino No.

Importante è quindi proprio lo sciopero e la manifestazione del 22, perché ci vogliamo proprio rivolgere a questi settori per dialogare con loro, per informarli e, naturalmente, sapere le loro opinioni. Infatti abbiamo anche fatto degli incontri proprio specificamente con l’Usb, l’Unione sindacale di base, una serie di assemblee, punti di informazione rivolti nei luoghi del lavoro pubblico e del lavoro privato, perché noi dobbiamo vincere in tutta Italia portando al voto non solo per battere il governo ma per battere soprattutto i suoi disegni liberisti che in questi anni hanno massacrato il lavoro col jobs act, il lavoro a tempo determinato, il famoso decreto Poletti e le sue politiche. Politiche che, apparentemente, si “scontrano” con l’Unione europea, cui chiede semplicemente la miseria di uno 0,1-0,2% di deficit in più rispetto al Pil, per poter fare alcune politiche di intervento pubblico. Che poi sarebbero, come abbiamo letto in questi giorni, la sostanziale approvazione del finanziamento per il ponte sullo stretto di Messina come se, appunto, si potesse riconquistare il voto del sud con una grande opera che distrugge il territorio, l’ambiente, senza portare lavoro.

Un’ultima cosa. Si spinge molto, in televisione, su “come è bella questa proposta”, la cosiddetta democrazia maggioritaria. Ma esiste? Mi sembrano due parole che vadano poco d’accordo una con l’altra...

Esatto. Io sono d’accordo con te, nel senso che la democrazia ormai è democrazia costituzionale, cioè non è che noi eleggiamo un parlamento e, soprattutto, un capo del governo il quale può disporre a suo piacimento, a sua volontà, di ogni cosa. Purtroppo con questa riforma costituzionale e anche con la disgraziata revisione dell’art. 81, ciò potrebbe avvenire. Ovviamente questo che dovrebbe essere un ossimoro – “democrazia maggioritaria” – diviene invece realtà, nel senso che non sarà la maggioranza a decidere; ma semplicemente la maggioranza delegherà, affiderà il potere supremo al capo del governo e alla sua lista o al suo partito o alla sua coalizione. Non a caso Renzi, se pure dice di voler rivedere l’Italicum, non vuole però mettere in discussione la finalità maggioritaria della legge elettorale.

Per questo io penso che noi dobbiamo diffonderci nel discutere, nel far comprendere bene la distorsione che il maggioritario, come sistema elettorale, apporta alla democrazia. Perché lungi dal darle effettiva vita, lungi dal realizzarla, invece la manomette con inserimenti plebiscitari nelle istituzioni.

Bene noi ti ringraziamo...

No, grazie mille a voi e mi complimento per questa vostra idea di fare giorno per giorno la discussione sulla controriforma. Spero voi possiate interpellare costituzionalisti molto più esperti di me nel disaminare, nel disarticolare punto per punto tutto la controriforma.

Fonte

18/05/2016

Ma quale “flessibilità”, Renzi ha ottenuto solo un po’ di tempo

Smontare le menzogne di Renzi è facilissimo sul piano tecnico e contenutistico, ma nel sistema dei media conta la potenza di fuoco, non chi ha ragione.

Prendiamo il caso della “flessibilità” sui conti pubblici concessa dalla Commissione Europea al governo italiano, su cui Renzi ha speso lodi per il suo ministro (Pier Carlo Padoan) e intestandosi il “successo” “anche se la dimensione della flessibilità ottenuta è “meno di quello che avrei voluto”.

Effettivamente la Commissione Ue concederà all’Italia una flessibilità “senza precedenti, mai richiesta né ricevuta da nessun altro”, si legge nella lettera che i due Commissari agli affari econonomici – Dombrovski e Moscovici – hanno spedito al governo italiano per “promuovere” la bozza di legge di stabilità per l’anno in corso. L’iter completo si concluderà solo a dicembre, ma in base ai trattati europei ogni singolo passo deve essere contrattato con la Commissione (e la Troika), ricevendo il via libera solo dopo le eventuali correzioni richieste.

Ha vinto Renzi, insomma? Niente affatto. La flessibilità ottenuta – lo 0,85% nel rapporto tra deficit e Pil – vale solo per quest’anno; e in ogni caso, rispetto al disegno presentato da Padoan, la Ue pretende una correzione di 3 miliardi (quasi lo 0,2%) per evitare che la “deviazione” rispetto al percorso stabilito verso il “consolidamento” dei conti si trascini sull’anno successivo, aggravando lo sbilanciamento del prossimo anno.

Questa concessione, però, è gravata da un vincolo più ferreo sulla manovra del 2017: il deficit dovrà essere infatti portato obbligatoriamente all’1,8% del Pil. E nessuna nuova flessibilità potrà essere richiesta in quella sede.

Mettendo insieme le due cose, insomma, ne vien fuori che il margine di manovra spuntato per l’immediato andrà restituito interamente l’anno prossimo. Dov’è dunque la “vittoria” sbandierata dal cosiddetto premier?

In un solo punto: Renzi potrà gestire la campagna elettorale per il referendum controcostituzionale di ottobre senza che l’Unione Europea faccia sentire quotidianamente i suoi artigli sulle condizioni di vita della popolazione. Una flessibilità tutta politica, insomma, per non complicare un percorso allineatissimo con le disposizioni della Troika, con un occhio ai sondaggi che sottolineano il forte rischio di una bocciatura del golpe costituzionale.

Insomma, Bruxelles si preoccupa di far restare al suo posto un fedele esecutore delle direttive, accettando di buon grado i presunti “pugni sul tavolo” che Renzi recita a beneficio dei media di regime.

I conti veri – tagli alla spesa pubblica per il welfare e aumento delle tasse indirette (a cominciare dall’aliquota Iva, specificamente compresa in cima alla lista delle “clausole di salvaguardia”) – si faranno l’anno prossimo, nella speranza di avere a Palazzo Chigi sempre le stesse facce e l’identica obbedienza.

Non a caso Dombrovskis e Moscovici sottolineano “l’ambizioso piano di riforme italiano”, ricapitolando quanto fatto per smantellare le tutele dei lavoratori, diffondere e legalizzare la precarietà contrattuale in ogni senso, creare un “ambiente favorevole alle imprese e ai capitali da investimento esteri”. Un’opera criminale che va dunque portata ancora più avanti, per ora con l’identica squadra.

La “flessibilità” viene così ragionieristicamente composta: “tutto lo 0,5% disponibile per le riforme, lo 0,25% per gli investimenti, lo 0,04% per l’aumento dei costi legati al flusso di migranti e lo 0,06% per le spese eccezionali legate alla sicurezza”. Soltanto in tema di migranti viene invece respinta la richiesta italiana di un ulteriore margini dello 0,2%.

Il gatto e la volpe di Bruxelles, comunque, ci tengono a far presente che questa concessione “senza precedenti” va controbilanciata con impegni “chiari e credibili” sui conti del 2017. Per questo Bruxelles blinda l’obbligo di far scattare le clausole di salvaguardia nel caso in cui l’obiettivo di bilancio non venisse raggiunto.

La stessa “flessibilità”, peraltro, non è lasciata alla libera gestione del governo italiano. Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici descrivono minuziosamente le modalità con cui si potrà fare «migliore uso» della flessibilità rispettando il Patto di stabilità e crescita (Psc). In pratica, uno “sforzo fiscale maggiore dello 0,5% per il 2017 e per il 2018”.

Come sottolinea Adriana Cerretelli, attenta analista de IlSole24Ore:
Dunque la strada per una correzione senza «deviazioni significative» è segnata. Ed è più stretta di quella attualmente prevista nel Def. Si tratta ora di percorrerla fino in fondo, sperimentando l’applicazione della nuova legge di Bilancio unificata (quella che manderà in pensione la legge di Stabilità). Nessun assalto alla diligenza sarà concesso.
Detto altrimenti: Renzi ha ottenuto fiato politico, e Bruxelles glielo ha concesso perché trovare un esecutore più servizievole potrebbe rivelarsi difficile.

La lettera integrale dell’Unione Europea

Fonte

04/05/2016

L’austerity può crepare per troppo successo

I soldi devono circolare, altrimenti l’economia non funziona. È quasi un vecchio proverbio, ma le strozzature create dalla bulimia di profitto (nel caso di “privati”) o dall’ansia del surplus (nel caso di stati o comunità di stati) sono un segnale chiarissimo di impazzimento del sistema. Capitalistico.

Non ci addentreremo qui in lunghe dissertazioni sul carattere di questa crisi che dura ormai da nove anni, ma anche attenendosi ai soli dati congiunturali alcune tendenze assolutamente negative balzano agli occhi. Persino a quelli di un normale analista liberale.

Partiamo dal ristretto angolo di osservazione dell’economia italiana. Le previsioni economiche della Commissione europea disegnano una crescita ancora inferiore, sia rispetto alla stima precedente che a quelle – come sempre “ottimistiche” – del governo Renzi. Roba di poco, un decimo di punto percentuale (+1,1%, invece di 1,2), ma a conferma dell’appiattimento di una tendenza già troppo fiacca per far immaginare un recupero rispetto ai livelli pre-crisi (si è perso all’incirca un 10%).

Quel poco di differenza è comunque sufficiente ad annullare le ancora più ottimistiche previsioni renziane (in realtà di Pier Carlo Padoan) sul debito pubblico, che non scenderà affatto rispetto ai livelli attuali: 132,7% del Pil. Del resto, pur volendo e dovendo obbedire in quasi tutto alla Troika, il governo Renzi ha preso decisioni di spesa importanti (come gli incentivi alle assunzioni con “contratto a tutele crescenti”, che azzerano i contributi previdenziali versati dalle imprese per tre anni), finalizzate a cementare il proprio blocco sociale di riferimento (Confindustria e banche, essenzialmente, con qualche concessione ai vecchi sistemi clientelari) e neanche utili a “stimolare” quel tanto di rimbalzino economico del 2015. Il risultato sul bilancio, dunque, è inevitabilmente negativo, visto che le entrate vengono ridotte in misura praticamente pari ai tagli di spesa ordinati dalla Troika, concentrati esclusivamente sui capitoli del welfare (pensioni, sanità, ammortizzatori, ecc), quindi sui redditi da lavoro e dintorni.

Una conferma che arriva persino dalle previsioni Ue, che parlano di «crescita moderata» persino dell’occupazione, ma «più in termini di ore lavorate che di persone occupate». Traduzione semplice: il numero di persone che lavorano non cresce, ma il loro orario di fatica si allunga. Gli effetti sul reddito disponibile sono dunque irrisori e questo pesa sulla dinamica fiacca dei consumi interni.

E qui si incontra un limite che ormai viene colto, per esempio, anche da Federico Fubini, analista del Corriere solitamente inflessibile nel difendere l’ortodossia liberista e pro-austerity. Il suo articolo, che riproduciamo più sotto, mette in luce dettagli solitamente ignorati dello stesso quadro previsionale della Commissione. In particolare i dati relativi al surplus delle partite correnti – le esportazioni dell’Unione Europea rispetto alle importazioni nell’area – praticamente esploso dall’inizio della crisi: da 34 a 400 miliardi l’anno. La quasi totalità di questo surplus è dovuto ovviamente alla Germania, ma le sue filiere produttive sono talmente innervate ormai nelle economie “contoterziste” da tradursi in attivi anche per l’Italia e altri paesi.

In teoria, si tratta di un risultato positivissimo: nonostante la crisi e la riduzione dei livelli produttivi, le esportazioni sono enormemente cresciute. Quindi nell’Unione sono arrivati un sacco di capitali in più, che avrebbero potuto e dovuto trasformarsi in investimenti e/o in maggiore spesa per consumi.

In pratica è un guaio, perché questo “guadagno” risulta da una riduzione drastica delle importazioni, ossia dalla riduzione enorme della domanda interna (salari, pensioni e prestazioni sociali sono congelati o in calo ovunque) e in parte anche dalla caduta del prezzo del petrolio (che l’Europa produce in quantità irrilevanti).

Il “sovrappiù” resta dunque congelato – sul piano dell’economia reale – e circola soltanto nei mercati finanziari, traducendosi in rivalutazione della moneta unica, dunque anche in deflazione. Che, ricordiamo, non è affatto il paradiso, perché i prezzi in calo “scoraggiano” gli investimenti (nessun imprenditore impegna soldi sapendo che ci rimetterà qualcosa) e fanno rinviare persino i consumi di beni “durevoli” (non di immediata necessità).

Tra le altre conseguenze negative, questo eccesso di surplus – dunque di capitali in ingresso non utilizzati per la produzione – vanifica in buona parte gli sforzi della Bce, che immette liquidità nel sistema per cercare di rianimare un po’ l’inflazione. Non a caso Mario Draghi, rispondendo due giorni fa ai critici tedeschi della sua politica monetaria ultra espansiva, spiegava che «Se le banche centrali non lo facessero, se tenessero i tassi (nominali, ndr) a livelli troppo alti rispetto ai loro livelli reali, investire non sarebbe attraente, perché il costo del credito sarebbe più alto dei ritorni. L’economia resterebbe bloccata nella recessione».

L’ossessione ordoliberista per il surplus e l’odio per la spesa (e per i salari alti) produce insomma l’esatto contrario del suo obiettivo dichiarato (una crescita ordinata e senza troppi debiti). In modo niente affatto paradossale, infine, una politica di bilancio pensata per abbattere il costo del lavoro e aumentare i profitti delle banche si traduce – sì – in una compressione generale dei salari, ma anche in una caduta di redditività delle banche, inchiodate dai bassi tassi di interesse “indispensabili” per non fa congelare completamene quel poco di economia che resiste. Tutta orientata alle esportazioni.

Sorge il dubbio che i vertici della Troika non siano soltanto dei criminali, ma anche degli inguaribili cretini.

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Euro forte e surplus Ue: il virus che colpisce banche e lavoro

Federico Fubini

Se c’è un nesso fra la faticosa ripresa dell’area euro e la diffidenza che circonda le sue banche, è in un passaggio comparso ieri a pagina 177. Non se ne parla quasi mai. Di rado qualcuno controlla il contenuto di quella riga, nelle previsioni economiche che la Commissione Ue presenta ogni pochi mesi. Eppure è il più esplosivo, letteralmente, perché parla della posizione dell’eurozona verso il resto del mondo. E aiuta a capire perché l’Italia, la Spagna o la Germania non riescano proprio a scrollarsi di dosso la minaccia di una corrosiva deflazione dei prezzi; e perché molte banche non ce la stiano facendo a guadagnare abbastanza da risanare i bilanci impiombati dall’eredità della recessione.

Il saldo delle partite correnti – gli scambi di beni, servizi, interessi e dividendi – è probabilmente il teatro della metamorfosi più radicale che la zona euro abbia conosciuto da prima a dopo la crisi. Quel dato resta inchiodato in un segno più anno dopo anno. In una prima fase la sua graduale trasformazione ha aiutato a tamponare le ferite aperte in Spagna, in Grecia o in Italia. Da qualche tempo però questo numero nascosto a pagina 177 di un rapporto di Bruxelles alimenta la deflazione, rende più fragile la ripresa e erode il terreno su cui poggiano le banche. Quelle tedesche tanto quanto le italiane, come si è visto ieri quando il titolo di Unicredit ha perso il 4,6%, Mps il 7,5%, Deutsche Bank il 5,9% e Commerzbank l’8,3%.

Quel dato sulle partite correnti è esplosivo semplicemente perché è così che è andata in questi anni. È deflagrato. L’attivo dell’area euro verso il resto del mondo era di 34 miliardi nel 2009, ma da allora ha preso a crescere fino a moltiplicarsi per undici. Per quest’anno la Commissione Ue prevede che sfiorerà i 400 miliardi di euro – il 3,3% del reddito dell’area – e anche nel 2017 salirà. È una delle poche revisioni al rialzo che Bruxelles abbia presentato ieri. Ed è ormai una distorsione di fondo nell’economia globale, per la carenza di investimenti e consumi degli europei e non per eccesso di export. La Germania contribuisce per circa due terzi al surplus dell’area: il suo attivo delle partite correnti è cresciuto negli anni della crisi da 144 a 265 miliardi. Quasi tutto questo saldo attivo tedesco è ormai realizzato fuori da Eurolandia e resta su livelli tipici, di solito, di una monarchia petrolifera del Golfo. Contribuiscono agli squilibri però anche l’Italia (passata da un deficit di 30 miliardi a un surplus di 35) o la Spagna.

L’effetto è determinante quanto nocivo, per le banche così come per l’occupazione. Quell’eccesso di surplus smonta in modo subdolo ciò che la Banca centrale europea sta cercando di costruire con le misure di emergenza degli ultimi due anni contro l’avvitamento dei prezzi. Un attivo delle partite correnti da 400 miliardi l’anno significa che ogni mese, in media, oltre 30 miliardi in più affluiscono verso l’euro rispetto alla liquidità in uscita dall’area. Sono gli acquisti di beni europei all’estero, ma soprattutto sono i mancati acquisti di beni di consumo o investimento degli europei dal resto del mondo. Il risultato è un costante, strutturale eccesso di domanda internazionale di euro, giorno dopo giorno. Si spiega così che la moneta unica si sia rivalutata del 9% sul dollaro negli ultimi cinque mesi (ieri a 1,15 dollari). È successo malgrado un tasso di crescita un terzo più veloce negli Stati Uniti rispetto all’Europa. È successo, soprattutto, anche se la Federal Reserve ha iniziato ad alzare i tassi d’interesse americani mentre la Bce faceva l’opposto: ha spinto gran parte dei rendimenti del denaro in Europa sottozero, e ha inondato l’economia di moneta sempre più abbondante. Ma proprio la rivalutazione dell’euro favorita dal surplus esterno è una potente spinta in senso opposto: spinge l’inflazione verso lo zero (e sotto), perché riduce i prezzi dei beni importati e rende più costoso e scarso l’export e l’occupazione che vi è dietro.

Un malessere del genere ha preso anche in Giappone: la banca centrale di Tokyo continua a iniettare liquidità nel sistema, ha portato i suoi tassi sotto zero, eppure lo yen si sta rivalutando sul dollaro (anche) perché il surplus esterno del Paese è alto e in crescita. Forse è il destino di società con molti anziani, poco propensi a consumare e meno ancora a investire. Di certo, è un virus subdolo che colpisce in primo luogo le banche. Quando un’economia prende questa forma – eccesso di risparmio, moneta cronicamente forte, prezzi gelidi – i tassi d’interesse si adeguano. Cadono verso lo zero anche sulla lunga durata. Oggi i titoli di Stato tedeschi a 10 anni rendono lo 0,2%, i giapponesi sono addirittura negativi. Le banche non guadagnano, perché non c’è margine di interesse sui prestiti estesi ai clienti. Si sviluppano così nel tempo gli istituti-zombie, per inedia di profitto in un ambiente deflattivo di consumi insufficienti e eccesso di risparmio inerte. Ieri la svizzera Ubs e la tedesca Commerzbank hanno trasmesso uno choc ai mercati quando hanno comunicato risultati dei primi tre mesi 2016 molto al di sotto delle attese. Di colpo gli investitori si sono ricordati che le banche sono fragili anche in Germania, benché in Italia lo siano di più. Due Paesi simili più di quanto pensino, dopotutto.

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08/10/2015

Lettera al presidente dell'Inps :"Non dica altre bugie"

di Luciano Gallino - La Repubblica

Caro professor Boeri, mi permetto di richiamare la sua attenzione sul fatto che l’informazione riguardo alle pensioni è in gran parte incompleta, fuorviante o addirittura falsa. È superfluo ricordare che qualunque informazione venga diffusa in merito alla previdenza pubblica tocca milioni di persone che sperano di arrivare quanto prima a percepire una pensione, e altri milioni che una pensione già riscuotono. Penso che tutti loro abbiano un ragionevole diritto a che l’informazione pubblica sul sistema pensionistico sia possibilmente completa e corretta.

Sono tre gli ambiti in merito ai quali si grida alla prossima rovina dell’Inps, ricorrendo a dati che sono o scorretti o scorrettamente usati. In primo luogo vi sono le gestioni deficitarie perché le pensioni pagate eccedono i contributi versati. In cima alla lista figura l’Inpdap, l’ente che gestisce le pensioni degli statali, da pochi anni incorporato nell’Inps. Nel 2012 ha registrato un disavanzo di 24 miliardi, in aumento dagli anni precedenti, compensato da un intervento dello Stato. Ma per la maggior parte esso non è affatto dovuto allo scarso numero di coloro che versano i contributi rispetto ai pensionati. È dovuto al fatto che molti enti della pubblica amministrazione, pressati dalle note ristrettezze di bilancio, da anni non versavano all’Inpdap, né ora all’Inps, i contributi dovuti. Piuttosto che rimediare ai mancati versamenti della Pa trasferendo all’Inps quei fondi che permettono a molti di accusarlo di gestione dissennata del bilancio, lo Stato farebbe meglio a fornire agli enti pubblici non in regola le necessario risorse. Perché non sollecitarlo in tal senso?

Ci sono, è vero, le gestioni in passivo alle quali i contributi non li versa quasi nessuno, vuoi perché i giovani che li versavano sono diventati pensionati e non sono stati sostituiti, oppure perché si tratta di prepensionamenti aventi per definizione una copertura contributiva insufficiente ma imposti a suo tempo dal governo. Il primo caso è quello dei coltivatori diretti: dato che il loro numero è fortemente diminuito con gli anni, oggi sono in tanti a ricevere la pensione, ma pochi a versare i contributi, da cui deriva un passivo di circa 6 miliardi l’anno. Il secondo caso riguarda (ex) ferrovieri, addetti ai trasporti, telefonici e altri, soggetti a prepensionamento forzato come forma di sostegno al reddito — che in quanto tale non avrebbe dovuta essere caricata all’Inps. Nell’insieme si tratta di circa 20 miliardi di passivo, ma sarà solo il tempo a tappare il buco di bilancio di queste gestioni. Nel frattempo questi resti del passato non dovrebbero essere usati per spaventare pensionati e pensionandi descrivendo l’Inps come un’azienda sull’orlo del baratro.

Un altro settore dove un suo intervento parrebbe indispensabile è l’enorme ammontare delle prestazioni assistenziali e affini di cui lo Stato più di 25 anni fa accollò la gestione all’Inps. Nel 2014, stando al Bilancio preventivo Inps, esse hanno comportato trasferimenti da parte dello Stato per oltre 95 miliardi. Per 77 miliardi si tratta di somme imputabili alla Gestione prestazioni temporanee (trattamenti di famiglia, di integrazione salariale — cioè la Cig — di disoccupazione, di malattia ecc.) e alla Gestione degli interventi assistenziali (principalmente oneri per il mantenimento dei salari e per interventi a sostegno della famiglia). Quei 17,7 miliardi restanti rappresentano le spese per invalidi civili (costituite dall’indennità ad personam, più il costo degli accompagnatori e simili). Tali onerosi trasferimenti non hanno nulla a che fare con l’ordinario sistema previdenziale — come si legge in numerosi rapporti dell’Istituto — tuttavia spingono molti commentatori a dire o scrivere che «le pensioni costano allo Stato più di 90 miliardi l’anno». Questa scorrettezza influisce negativamente anche sulle statistiche internazionali, poiché in ogni altro paese Ue le suddette spese sono imputate a voci quali “sostegno alla famiglia” o “esclusione sociale”. Al proposito cito da un bel rapporto del giugno 2014 curato dal centro studi Itinerari previdenziali su Il bilancio del sistema previdenziale italiano: «Sarebbe forse il momento per chi fornisce dati a Eurostat di far sì che la corretta classificazione delle spese pensionistiche consenta di evitare al nostro Paese lo stigma di una bassa posizione nelle classifiche Ocse e Eurostat per gli interventi a sostegno della famiglia, del reddito, della esclusione sociale e della casa mentre appare lo Stato che spende moltissimo per pensioni» (pag. 60). Mi pare che sarebbe un bel compito per il nuovo presidente Inps affrontare tale impegno. Non da ultimo perché i nostri saggi commentatori desumono dalle statistiche Ocse e Eurostat che il nostro sistema pensionistico assorbe una quota eccezionalmente elevata sul Pil. Tuttavia, più importante ancora sarebbe un suo intervento sul governo affinché rispolveri una proposta di legge di almeno vent’anni fa che prevedeva la separazione delle gestioni assistenziali dall’Inps, così da allineare la situazione italiana a quella internazionale.

Richiamo infine la sua attenzione su un punto cruciale rilevato già tempo addietro da un noto esperto del sistema previdenziale, il professor Pizzuti dell’Università di Roma, e però ignorato in genere da chi esprime giudizi sulle pensioni. Il punto è che i pensionati italiani pagano l’Irpef al pari di ogni altro contribuente. Qualche anno fa il professor Pizzuti stimava che l’Irpef versata dai pensionati ammontasse a circa 48 miliardi, ossia tre punti di Pil. Al presente saranno forse qualcosa di meno, causa la crisi, ma fossero anche scesi a 45 ciò significherebbe comunque che i pensionati anche nel 2014 hanno fornito allo Stato i soldi per pagare le anticipazioni che ha versato all’Inps per tappare i buchi di varie gestioni previdenziali (21 miliardi), e inoltre hanno contribuito con 24 miliardi al derelitto bilancio pubblico. Per cui, prima di bastonarli come si usa da tanti proporre, bisognerebbe considerare la loro reale posizione economica, e soprattutto usare in modo corretto e completo i dati del sistema previdenziale. Mi auguro, signor presidente, che ella sia disponibile a operare in tal senso.

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12/08/2015

La Germania ha guadagnato 100 miliardi grazie alla crisi greca

In una comunità economica non solidale – ovvero non governata secondo linee di riduzione delle differenze di sviluppo – chi è più forte ci guadagna, e chi è più debole ci perde. Non è cattiveria, è una regola semplicissima di funzionamento della normale dinamica costi/benefici, vantaggi/svantaggi.

Essendo una regola semplice, la conoscono quasi tutti. Specie i soggetti più forti, che sistemano istituzionalmente le regole in modo che questo trasferimento diretto di ricchezza avvenga nel più “spontaneo” dei modi, senza che appaia all'universo mondo per quello che è: una rapina a mano pesantemente armata.

Nell'Unione Europea questa situazione è la norma, da molti anni a questa parte. Ed ogni evento critico, anche se causato proprio da questo assetto (oltre che dalla più ampia crisi sistemica del capitalismo), viene utilizzato per renderlo ancora più stringente. Ed anche questo è ovvio: meno risorse ci sono, più cresce la competizione per accaparrarsele, più “i forti” stringono alla gola “i deboli”.

Se non vi è bastata la vicenda greca, con Tsipras “costretto” alla resa (si è parlato addirittura di waterboarding mentale, in occasione della firma dell'”accordo” del 12-13 luglio), potrebbe aiutarvi a capire meglio la situazione uno studio pubblicato due giorni fa dall'Halle institute for economic research (Iwh), uno dei principali istituti di ricerca economica in Germania. Studio che ha preso in esame la dinamica dei tassi di interesse sui titoli di stato – differenziatissima, tra i 19 paesi dell'eurozona – nel corso dell'evoluzione della crisi, dal 2008 ad oggi.

La conclusione non è molto originale – ci permettiamo di far notare che l'avevamo notata da tempo, come molti altri commentatori – ma ha un forte potere d'impatto proprio perché proviene da un istituto scientifico tedesco: «Il pareggio di bilancio in Germania è in gran parte il risultato di pagamenti di interessi più bassi a causa della crisi del debito europeo».

Vi sembra un po' criptico? Allora sciogliamo l'arcano. Ogni paese dell'eurozona si finanzia o rinnova il proprio debito emettendo titoli di stato, su cui paga un tasso di interesse fisso (stabilito al momento dell'emissione) più uno spread derivante dalle oscillazioni di prezzo sui mercati. Un titolo di stato viene “piazzato” al prezzo convenzionale di 100 euro, ma è chiaro che se si tratta di un Bund tedesco – ritenuto “molto sicuro”, perché lo Stato in questione è certamente solvibile, ossia restituirà certamente la cifra piena alla scadenza del titolo – il prezzo che gli investitori sono disposti a pagare sarà anche superiore alla cifra nominale (es: 120 euro). In questo modo l'investitore (una banca, un privato, chiunque) rinuncia consapevolmente a una parte degli interessi che dovrà ricevere nel corso degli anni (la cedola a tasso fisso o indicizzato a qualche altra dinamica variabile) pur di avere la certezza che i suoi soldi rientreranno.

Al contrario, se lo Stato emittente è considerato “a rischio”, quel prezzo fissato dal mercato per tenere nel cassetto un titolo sarà più basso di 100 (es: 60). In questo modo l'investitore pretende un guadagno possibile molto più alto di quello proposto dall'emittente, sommando alla cedola fissa (o variabile) il guadagno derivante dal prezzo basso pagato ora rispetto ai 100 euro che dovranno essergli restituiti a scadenza. L'incertezza si paga, insomma. E anche cara.

Cosa è successo con l'esplosione della crisi del 2008 e quindi con quella del debito pubblico greco (e degli altri Piigs)?

Tutti gli investitori sono corsi ad accaparrarsi titoli di stato tedeschi. Così facendo la Germania si è venuta a trovare nell'invidiabile condizione di potersi finanziare (o rifinanziare, sostituendo i titoli di stato in scadenza con altri di nuova emissione) a costo praticamente zero. Anzi, visto che in alcuni periodi i tassi di interesse pagati sono diventati addirittura negativi, guadagnandoci sopra.

Questo clamoroso risparmio ha permesso allo Stato tedesco di raggiungere molto facilmente il pareggio di bilancio, senza dover adottare alcuna politica di taglio della spesa pubblica.

La stessa dinamica, per i paesi Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna), ha prodotto il risultato opposto, costringendoli a pagare interessi molto più alti sul debito e quindi a ricercare l'impossibile “pareggio di bilancio” (diventato obbligatorio, perlomeno tendenzialmente, al punto da essere inserito nella Costituzione italiana senza alcuna discussione politica pubblica) con tagli di spesa e/o avanzi di bilancio sempre più colossali.

In pratica, i paesi deboli – Grecia in primis – hanno finanziato la Germania (e l'Olanda, la Finlandia e via elencando i “paesi virtuosi” del Grande Nord). E devono continuare a farlo...

Spiega infatti l'Ivh che la crisi del debito ellenico ha portato a «una riduzione dei tassi del Bund di circa 300 punti base»; ossia un risparmio di oltre 100 miliardi, più del 3% del Prodotto interno lordo (Pil) della Germania. Un effetto obbligato della diversa “credibilità” dei vari stati che però condividono la stessa moneta e gli stessi obblighi teorici. «Il risultato» è che «la Germania ha beneficiato in modo sproporzionato di questo effetto».

Gli studiosi dell'Ivh hanno però analizzato non solo la tendenza di lungo periodo, ma anche l'impatto sui mercati e sullo spread di ogni singola notizia negativa per la Grecia o uno dei paesi deboli. «Gli effetti sono simmetrici» e quando si sono verificati “eventi importanti” i mercati hanno reagito con movimenti anche di 20-30 punti base al giorno. Inutile dire che già solo la vittoria elettorale di Syriza, per non dire della vittoria del “no” al referendum del 5 luglio, hanno prodotto oscillazioni negative dello spread particolarmente ampie. E quindi robusti guadagni per le casse pubbliche tedesche.

Fin qui tutto chiaro. Ma quanto ci ha guadagnato Berlino? La retorica para-leghista di Angela Merkel e Wolfgang Schaeuble dice che “i contribuenti tedeschi non possono pagare le pensioni di quegli scansafatiche dei greci”, e che "sono stati concessi fin troppi aiuti" che probabilmente non torneranno mai indietro.

La realtà contabile quantificata dall'Ivh è decisamente diversa. Pur utilizzando una “metodologia standard” per effettuare la simulazione (“come sarebbe andata se” gli spread non avessero dovuto oscillare per la crisi del debito greco) hanno calcolato che la Germania ha risparmiato oltre 100 miliardi di euro nel solo periodo 2010-2015. Mentre la quota tedesca degli “aiuti” concessi alla Grecia – prestiti che dovrebbero essere restituiti – ammonta a circa 90 miliardi.

La conclusione dell'Inh è identica a quella che ognuno di voi, a questo punto, avrà tratto dalla lettura: «Se la Grecia paga i suoi debiti, o paga in parte, i risparmi sono notevoli». Ma anche se non restituisse neanche un euro «la Germania sarebbe comunque in vantaggio».

Al capitale multinazionale, comunque, questo guadagno non basta. Per questo pretendono altre "riforme strutturali" e tante privatizzazioni...

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04/06/2015

Blocco dei contratti pubblici. Il bilancio vale più della Costituzione

Da quando esiste lo Stato liberal-democratico le questioni di diritto costituzionale si discutono indipendentemente dal calcolo ragionieristico. Perché, altrimenti, sarebbe troppo semplice per il soggetto che ha violato la Carta fondamentale - l'architrave della struttura giuridica - dire "vabbeh, ho torto, ma non pago perché non ho i soldi".

Questa è esattamente la situazione creata dall'Unione Europea, che ha imposto ai paesi membri il "vincolo al pareggio di bilancio".

E proprio a questo principio si è appellato oggi l'avvocatura dello Stato nella sua arringa difensiva davanti alla Corte Costituzionale, chiamata a giudicare se il blocco dei contratti pubblici da sei anni a questa parte sia o no incostituzionale. Nel frattempo gli stipendi hanno perso tra il 10 e il 15% del loro valore, e lo stesso avviene per i contributi previdenziali sulla cui base verranno calcolati gli assegni pensionistici a fine carriera.

Va da sé che se l'Avvocatura mette in guardia la Consulta dall'emettere una sentenza simile a quella sul blocco dell'indicizzazione delle pensioni sta già ammettendo che la decisione del governo Berlusconi, poi confermata da Monti, Letta e Renzi, è decisamente incostituzionale.

E infatti l'Avvocatura ha parlato di conti, non di diritto. "L'onere" della "contrattazione di livello nazionale, per il periodo 2010-2015, relativo a tutto il personale pubblico, non potrebbe essere inferiore a 35 miliardi", con "effetto strutturale di circa 13 miliardi" annui dal 2016. Tanto valeva mandarci la Ragioneria, invece dell'avvocato...

I contratti dei dipendenti pubblici sono bloccati dal 2010 e l'adeguamento sarebbe dovuto ripartire nel 2017, provocando un danno medio oscillante tra i 600 e i 2.000 euro annui per ciascun dipendente dello Stato. Esclusi però poliziotti, carabinieri e militari in genere (il perché ci sembra inutile spiegarlo, vista la popolarità dei politici di questi tempi...). E l'argomento diventa incandescente nel momento in cui la dinamica dell'inflazione, "grazie" al quantitative easing della Bce, riprende a salire.

Il prossimo 23 giugno la Consulta dovrà emettere la sua sentenza. Ma dall'arringa dell'Avvocatura sappiamo già la reazione del governo ad una eventuale sentenza "negativa". La Corte costituzionale dovrebbe dunque considerare soprattutto l'impatto economico della contrattazione: "Di tali effetti non si può non tenere conto a seguito della riforma costituzionale che ha riscritto l'art. 81 Cost, a partire dalla disposizione del nuovo comma 1, secondo la quale lo Stato assicura l'equilibrio fra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico".

Non manca la presa per i fondelli. L'Avvocatura infatti ritiene che "in ogni caso le prerogative sindacali risultano salvaguardate e si sono estrinsecate, tra l'altro, nella partecipazione all'attività negoziale per la stipulazione dei contratti integrativi (Ccni), sia pure entro i limiti finanziari normativamente previsti". Per i non addetti ai lavori la traduzione sembra necessaria: "abbiamo contrattato tranquillamente con i sindacati, ma non abbiamo dato un euro di aumento, come deciso dal governo".

In cosa consisterebbe allora la "contrattazione"?  E' rimasta la possibilità "di dar luogo alle procedure relative ai contratti collettivi nazionali, sia pure per la sola parte normativa".

Non sappiamo se anche gli emolumenti dell'Avvocatura dello Stato siano rimaste soggette al blocco della contrattazione e quindi economicamente ferme al 2007 (ultimo contratto sottoscritto). Ma ci auguriamo che siano stati ridotti. Per aiutare a raggiungere il mitico "pareggio di bilancio"...

Fonte

20/05/2015

Pensioni. Parte l'attacco finale

Quando un governo come questo dice "più libertà" aspettatevi meno tutele, soldi, dignità.

La certezza è arrivata ieri sera, al termine di una giornata caratterizzata da un fuoco mediatico concentrato sul sistema pensionistico italiano. Da "abbattere", nell'incidenza sul Pil, così come fatto da tutti i paesi Piigs e con problemi di bilancio. E non importa quanto sia stato già tagliato. L'obiettivo, ormai è chiaro, è limitare l'assegno pensionistico medio a un reddito minimo, a prescindere dalle carriere contributive.

Quando Renzi, seduto davanti a Vespa (la "terza Camera") ha detto la sua - «Nella legge di stabilità stiamo studiando un meccanismo non per cancellare la Fornero ma per dare della libertà in più se accetti di prendere un po’ meno, quei 30 euro: liberiamo dalla Fornero quella parte di popolazione italiana che, accettando una piccola riduzione, può andare in pensione con un pochino in più di flessibilità» - tutti sono andati a guardare "quanto" in meno verrebbe tolto in cambio di due o tre anni di anticipo rispetto alla data-monstre indicata dalla legge Fornero.

E qui i numeri divergono, a seconda delle indiscrezioni, ma si oscilla tra il 2 e il 30% in meno. Altro che "30 euro" al mese, cui ogni ultrasessantenne ambosessi rinuncerebbe volentieri pur di andarsene a casa.

I calcoli sono complessi, naturalmente, ma solo nascondendo i tagli sotto una coltre di termini e numeri incomprensibili si può prendere seriamente per il sedere gli astanti.

In primo luogo: se un certo numero di lavoratori sceglierà di andarsene prima, si porrà un problema di bilancio per l'Inps. Ci saranno subito più pensioni da pagare, mentre entreranno meno contributi. Anche i giovani che eventualmente saranno assunti al loro posto, infatti, avranno uno stipendio inferiore - magari con l'azienda che non versa neanche i contribuiti grazie all'"incentivo" governativo di quasi 8.000 euro annui in caso di assunzione con il contratto indeterminato "a tutele crescenti". Con il rischio che Bruxelles, oltretutto, abbia da eccepire sull'operazione.

Allo studio, perciò, ci sono due modi di "risparmiare": o si riduce l'assegno pensionistico degli "anticipanti" di almeno il 3% per ogni anno rispetto al limite forneriano (comunque mai prima dei 62 anni di età), con una perdita media del 15%. Oppure si calcola l'assegno totalmente con il metodo contributivo, sostituendolo al "retributivo" per tutti gli anni precedenti alla riforma Dini del 1996. In questo modo la pensione può diminuire addirittura di un quarto. Di fatto, "converrebbe" soltanto a chi è rimasto senza lavoro e senza ammortizzatori sociali e non ha altri redditi con cui sopravvivere.

Ma questa mannaia, riguardante soltanto coloro che dovessero scegliere un'uscita anticipata rispetto alla Fornero, potrebbe essere considerata non sufficiente. Carlo Cottarelli, funzionario Fmi nominato per un anno circa "commissario alla spending review" e poi tornato a Washington per diventare "controllore" dell'Italia per conto del Fondo, aveva aperto la questione in termini ben più generali: «La spesa per pensioni in Italia è pari al 16,5% Pil, la più alta tra i paesi avanzati. Troppo. Rimane il fatto che l'Italia ha un debito pubblico molto elevato e, a parte le regole Ue da rispettare, se i tassi salissero sarebbe un problema. C'era poco spazio per spendere di più».

Messa così, è l'intero sistema pensionistico a dover essere rivisto per portare la spesa complessiva a livelli minori. IlSole24Ore, organo di Confindustria, spara in prima pagina "46 miliardi, il conto del retributivo". Sarebbe la spesa annua in eccesso, risparmiabile col ricalcolo contributivo per le 14 categorie di pensionati che riceverebbero più di quanto hanno versato. Ma andando a guardare il prospetto riassuntivo, si scopre che il grosso della spesa è causato dagli "ex dirigenti d'azienda", capaci di far fallire il proprio istituto di previdenza (l'Inpdai) grazie ai contributi troppo bassi e agli assegni pensionistici troppo alti. Quando l'Inpdai ha chiuso, la sua gestione passiva è stata scaricata sull'Inps. Con risultato che i lavoratori dipendenti continuano ad arricchire i dirigenti anche da pensionati...

Nel mirino degli industriali ci sono però anche i ferrovieri (tacendo del fatto che, per esempio, l'aspettativa di vita media di un macchinista è di 58 anni, e quindi era normale - ante-Fornero - che venissero obbligati ad andare in pensione a quell'età), gli elettrici e i telefonici. Tutta gente che passa la sua vita lavorativa tra campi elettromagnetici fortissimi e quindi veniva "premiata" - al pari dei minatori e altri lavori usuranti - con un'età di pensionamento più bassa.

L'aspetto più ignobile di questo attacco concentrico è però, come sempre, nella retorica usata. Il prossimo taglio delle pensioni, infatti, viene già ora giustificato come un "riequilibrio verso l'equità integenerazionale". Toglieranno ai padri senza dare un centesimo di più ai figli. Com'è già avvenuto con la precarizzazione dei contratti di lavoro.

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18/05/2015

Sulle pensioni si gioca lurido. Tutti i giorni

E' forse l'argomento su cui la menzogna viene spesa con più disinvoltura. Sia dall'impagabile pseudo-premier di Pontassieve, che da parte della "stampa specializzata" in questioni economico-finanziarie. E' un gioco facile, perché la materia è davvero complessa, e ben pochi riescono a districarsi nella gran molte di dati e leggi.

Renzi ha voluto provare, sul tema, a sfidare il buon senso di tutti gli italiani, a cominciare dai giornalisti. In una dei diecimila comizietti volanti con cui occupa tutti i media tutti i giorni (il mistero è dove trovi il tempo di governare, ossia leggere dossier e farsi un'idea informata di quel che il governo decide; probabilmente non lo fa, e il governo vero è esercitato da altri) è riuscito a infilare una perla davvero notevole: "Nessun pensionato perderà un centesimo. Ma ora scriveremo una nuova norma che metterà in tasca il primo agosto 500 euro a 4 milioni di pensionati".

Il riferimento è l'ormai nota sentenza della Corte Costituzionale che ha cancellato il blocco dell'indicizzazione alle pensioni superiori a tre volte il minimo (1.486  euro lordi, circa 1.200 euro netti al mese). Sulla stampa nazionale, e anche su questo giornale, si era provato a fare due conti, arrivando a quantificare in cifre piuttosto consistenti il rimborso dovuto - dovuto - relativamente agli anni 2012, 2013 e 2014, con un effetto "trascinamento" sulla consistenza attuale degli assegni pensionistici. Come minimo, da 2.000 euro in su. Ora, anche un asino in aritmetica elementare dovrebbe capire che se il governo restituisce 500 euro una tantum - invece di (almeno) 2.000, e senza neanche contare l'aumento derivante dal recupero dell'indicizzazione, tu stai togliendo (almeno) 1.500 euro a ognuno di quei quattro milioni di pensionati. Molto più di un centesimo, no?

Ci fosse stato un giornalista mainstream che l'abbia fatto notare... Tutti a ripetere a pappagallo stupido la frasetta di Renzi come se fosse un grande regalo ai pensionati, invece che - come è - un furto che disattende una sentenza della Consulta.

Al contrario, IlSole24Ore di oggi ricomincia con la solita storia del bilancio Inps in passivo, per il quarto anno consecutivo, dandone la colpa alle pensioni pubbliche e, pudicamente, alle "gestioni speciali". Un modo di non nominare le pensioni d'oro dei dirigenti d'azienda (i "manager", insomma), la cui cassa previdenziale privata è andata molti anni fa in fallimento (straordinari questi "manager"; non sanno gestire nemmeno se stessi); da allora i ricchi assegni mensili vengono pagati dall'Inps, naturalmente senza che ci siano versamenti contributivi adeguati a coprire questa spesa.

Sulle pensioni dei dipendenti pubblici il gioco è ancora più lurido, nel solco del nuovo ordine di scuderia. L'Inps, prima di assorbire l'Inpdap (con decreto del governo Monti-Fornero) e le "gestioni speciali", era assolutamente in attivo. Perché si è venuto a creare un buco? Per una banale questione di convenzione contabile. Gli accantonamenti per il Tfs (l'equivalente del Tfr dei lavoratori dipendenti del settore privato) non venivano effettuati, anno dopo anno, perché - era il ragionamento - "tanto è sempre lo Stato che paga la liquidazione finale, quindi è inutile accantonare qualcosa che resta comunque nel bilancio pubblico". Insomma, una partita di giro di cui non valeva la pena di occuparsi.

Al momento della fusione tra i due istituti di previdenza, però, quel vuoto che nessuno aveva ritenuto necessario riempire anno dopo anno si è "materializzato" nei conti Inps come un ammanco grandioso.

Invece di presentarlo per quel che è - l'effetto perverso di una privatizzazione strisciante del sistema previdenziale pubblico - la stampa mainstream preferisce suonare la grancassa delle "pensioni pubbliche" che causerebbero "buchi".

Un gioco lurido, quasi quanto quello del premier che "hanno messo lì".

Ultim'ora. Non era vero neanche quello annunciato soltanto ieri ("daremo 500 euro di rimborso ai pensionati" interessati dalla sentenza della Consulta).

La "promessa" (peraltro incostituzionale anch'essa) è stata rimodulata in questo altro modo: «Il tesoretto, ebbene, c’era - ha detto il premier - e lo utilizziamo per le pensioni. Sono 2.180 milioni di euro. Andranno a 3,7 milioni di pensionati che riceveranno il primo di agosto un simpatico bonus, il bonus Poletti». Per esempio: «Se prendi 1700 lordi di pensioni, avrai 750 euro. Se prendi 2000 avrai 450 euro, se prendi 2700 lordi avrai 278 euro, una tantum». «650mila pensionati, quelli sopra i 3200 euro lordi. Non riceveranno alcunché».

Forse, bisognerà vedere, se non cambiano idea ancora. Ma di rispettare una sentenza, non se ne parla...

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Sono finiti i diritti, tornerete questuanti

Sulla vicenda delle pensioni - sollevata con la sentenza della Corte Costituzionale - si sta esercitando ora la pressione dei "concreti", ossia degli ideologi che devono far passare questa semplice idea: se c'è un vincolo di bilancio pubblico, e i soldi non ci sono, non ci sono neanche diritti da tutelare. O comunque la misura in cui debbono essere riconosciuti dipende dal bilancio.

Il discorso appare sensato solo se si accetta un assioma mai esplicitato: l'oggettività, la cornice entro cui ci si può muovere per erogare risorse necessarie a far vivere dignitosamente la popolazione, è un confine invalicabile di cui quanti parlano di "diritti acquisiti" non vogliono tenere conto. E in effetti la dimensione della "torta" da dividere, su qualsiasi tavola, determina la porzione che tocca a ciascuno.

Sarebbe tutto giusto se la "torta" fosse effettivamente il totale delle risorse prodotte, ovvero della ricchezza complessiva. Nessuno, in quel caso, pretenderebbe di avere quel che non è possibile generare dal nulla.

Ma è così? Naturalmente no. Le risorse da destinare al welfare son una frazione di quella ricchezza. Per la precisione, sono una frazione del bilancio pubblico, che è a sua volta soltanto una parte della ricchezza totale prodotta. Quelle risorse sono insomma "ciò che rimane" una volta sottratte le quote che vanno al profitto delle imprese, alla manomorta dei mazzettari, alla rendita finanziaria e immobiliare, e infine a tutte le spese dello Stato considerate prioritarie rispetto al welfare. Se un governo deve decidere se sono più importanti le spese militari a quelle sanitarie, non c'è dubbio che metterà al primo posto la necessità di mantenere forze armate efficienti. Poi, se avanza qualcosa, ci si potrà fare altro.

L'"oggettività dei limiti" è insomma spostata dal totale a un resto, per di più in continua restrizione ("c'è la crisi...").

Ma c'è di più, e proponiamo qui di seguito l'editoriale di Fabrizio Forquet, su IlSole24Ore di oggi, come esempio di questa ideologia "realista" che nasconde la realtà dietro un limite determinato socialmente e politicamente.

Oltre a questo confine ben poco "oggettivo", infatti, vengono evidenziate due altre tendenze altrettanto presuntamente "oggettive": i vincoli imposti dai trattati costitutivi dell'Unione Europea e la diversa dinamica generazionale rispetto all'immediato dopoguerra.

Quei vincoli sono scelte politiche, spesso fondate su presunzioni destituite di ogni fondamento scientifico (come, per esempio, i due limiti di Maastricht più conosciuti: il 3% nel rapporto deficit/Pil e il 60% del debito pubblico rispetto al Pil), che producono risultati opposti rispetto a quelli promessi (chiedere ai greci per avere conferma).

La diversa dinamica generazionale, invece, è il risultato di una modificazione degli stili di vita conseguente al "benessere" raggiunto in una determinata congiuntura di sviluppo economico. L'individualismo consumistico, che è stato imposto come modello culturale obbligato, ha ridotto il numero dei figli per famiglia, la moltiplicazione dei single di entrambi i sessi, ecc. E' dunque "oggettiva", ma come "risultato".

La convergenza di questi tre limiti oggettivi, nel discorso ideologico mirante a "rinominare" la sfera dei diritti in termini di "trattamenti possibili soltanto se le risorse ad essi destinate sono adeguate", dovrebbe contribuire a definire i contorni di una trituratrice destinata a spogliarci di ogni pretesa.

Per comodità espositiva, seguiamo il ragionamento di Forquet, intervallandolo con le nostre osservazioni:

La Consulta e l’illusione di «diritti» senza fine
di Fabrizio Forquet

Le sentenze della Corte costituzionale vanno accolte sempre con grande rispetto. E l’ultima pronuncia che boccia la tassa sul fumo elettronico ha molte ragioni al suo arco. Ma è difficile non condividere le perplessità arrivate da più parti sulla sentenza spacca-conti che ha spazzato via lo stop all’indicizzazione delle pensioni. Se in quell’occasione gli stessi giudici si sono divisi sei a sei sulla decisione, evidentemente non c’era un diritto così assoluto da tutelare. E le ragioni che imponevano alla Corte la bocciatura di una norma che vale tra i 13 e i 19 miliardi non dovevano essere così inderogabili da mettere a rischio la tenuta del bilancio pubblico, come ancora ieri hanno osservato gli analisti di Standard & Poor’s.

Sembra quasi che una parte dei giudici costituzionali viva in un mondo tutto suo, a prescindere dalla realtà, dai vincoli europei in cui è inserita l’Italia, dai cambiamenti strutturali che nell’ultimo decennio sta affrontando il Paese. Un problema che non riguarda certo solo la Corte costituzionale, ma anche le élite politiche e sindacali, e i tanti che difendono rendite di posizione anacronistiche.

Contropiano. Il rispetto è durato molto poco. Cinque righe dopo già si bolla la maggioranza della Consulta come gente "fuori dal mondo reale", ovvero da quello disegnato dalla crisi, dall'Unione Europea e dai conseguenti "cambiamenti strutturali". Nello stesso calderone degli illusi vengono infilati sindacati (quelli "complici", che hanno accettato fin qui qualsiasi taglio!), alcuni partiti o frange di essi (palese il riferimento alla "sinistra del Pd"), chiunque ritenga che determinati diritti sanciti dalle leggi dello Stato siano per ciò stesso "esigibili".

In Italia troppe tutele vengono equiparate a diritti assoluti, troppe garanzie sono difese come diritti intangibili. Andrebbero invece trattate semplicemente per quello che sono: tutele e garanzie che sono utili, vanno benissimo, ma solo fino a quando c’è una compatibilità economica che le renda possibili.

C. Difficile essere più espliciti. Non esistono diritti, ma solo prestazioni che dipendono dalla "compatibilità economica". Il come si creano le "compatibilità" non è però argomento affrontato: è, evidentemente, un "dato oggettivo" che non va indagato. Altrimenti si potrebbe scoprire che tanto oggettivo non è...

Quello delle pensioni è il caso più eclatante. Diritti “acquisiti” si dice. Ma in che epoca? Quando con il babyboom la popolazione passava dai 45 milioni del dopoguerra ai 57 milioni del 2000? Quando gli occupati crescevano a tempo indeterminato e con loro aumentava progressivamente il monte contributivo? Quando la speranza di vita si fermava a 69 anni (nel ’71) e non a 82 come oggi? Quelle cifre rendevano “sostenibile” un sistema pensionistico che oggi non è più sostenibile e rendevano “sostenibili” trattamenti che oggi non sono più sostenibili. Trattamenti, tutele, appunto, non diritti.

Trattamenti da rivedere e aggiornare continuamente al cambio del contesto economico. Altrimenti i diritti presunti di alcuni diventano la disperazione di altri, condannati a non trovare lavoro e a non avere alcuna pensione.

C. Le pensioni, dunque, non possono più essere pensate come un trattamento stabile una volta finita la vita lavorativa; sono un qualcosa che "viene aggiornato continuamente col cambiare del contesto economico". Un anno prendi tot, l'anno dopo di meno, poi magari un giorno ci sarà anche un aumento giustificato da un avanzo di bilancio. In più c'è solo la solita menzogna per cui sarebbero le pensioni pagate oggi a chi lavorava prima a causare la miseria delle pensioni che saranno versate un giorno a chi sta lavorando oggi. Menzogna, e anche piuttosto spudorata, perché questa diversa dinamica contributiva è stata anch'essa una scelta politica - niente affatto "oggettiva", con conseguenze reali - che ha creato precarietà assoluta, salari miserabili, versamenti contributivi altrettanto miserabili e quindi l'aspettativa di un'anzianità angosciosa.
Ma non è certo solo un problema di pensioni. Dopo anni di Pil in continua ascesa, l’Italia negli anni '70 si è potuta dare il servizio sanitario pubblico più universale dell’Occidente. Un fiore all’occhiello (per molti versi, non tutti) del nostro welfare. Ma non più sostenibile nella sua universalità con il saldo di entrate e uscite che il settore pubblico oggi si ritrova. A meno di non affossare definitivamente il sistema produttivo con un livello di tassazione inaccettabile. Il nuovo contesto economico, evidentemente, impone anche qui di superare la teoria dei diritti intoccabili e di avviare una serena discussione sulla riduzione del perimetro dello Stato, aprendo a forme di copertura assicurativa per le fasce di reddito più elevate.

C. Ecco qui il secondo "diritto" da cancellare. La salute non va più tutelata a prescindere. Anch'essa deve "variare con il contesto economico". Se c'è crisi, non puoi pretendere d'essere curato. Se c'è recessione duratura, devi morire. Non è una questione personale, è solo una questione di affari (come diceva "Il padrino").

Anche il dibattito sulla scuola, a ben vedere, ha a che fare con tutto questo. Perché davanti alle nuove domande cui dovrebbe rispondere il mondo dell’istruzione, si pretende di difendere un vecchio modo di lavorare, senza valutazione e riconoscimento del merito, facendosi scudo di presunti diritti, diritti di alcuni (la parte più sindacalizzata degli insegnanti) a discapito di altri (gli studenti). Dimenticando, peraltro, completamente i doveri, come quello di non fissare uno sciopero nel giorno dei test di valutazione Invalsi o di non bloccare gli scrutini.

C. E tre. Non poteva mancare l'istruzione, terzo pilastro - insieme a pensioni e sanità - del miglioramento delle "aspettative di vita" nel secondo dopoguerra. Con, anche qui, il vergognoso tentativo di mettere insegnanti (quelli "più sindacalizzati", ci mancherebbe...) contro gli studenti. O meglio, i secondi contro i primi.

È un problema culturale che va ben oltre una sentenza, sbagliata, della Corte costituzionale. Ha a che fare con l’illusione italiana delle aspettative crescenti, con l’equivoco dell’espansione continua e illimitata di quelle tutele che erroneamente chiamiamo diritti o, peggio, diritti acquisiti. Una vera e propria ideologia cresciuta quando l’Italia, Paese nato povero, si è progressivamente arricchita negli anni del dopoguerra. Sembrava un’espansione senza fine, alla quale era giusto associare un’espansione senza limiti delle tutele e dei trattamenti economici.

C. "L'illusione  delle aspettative crescenti", "l'espansione continua e illimitata", è l'anima del modo di produzione capitalistico. Strano che Forquet, editorialista per conto di Confindustria, se lo sia improvvisamente dimenticato. Il "progresso" promesso dal capitale è appunto un miglioramento continuo delle condizioni di vita, salariali, sanitarie, culturali; di pari passo con l'accumulazione del capitale. No? Non è più così? Il capitalismo ha finito la spinta propulsiva e bisogna stringere tutti la cinghia? E se è così, perché imprenditori e finanzieri continuano a spiegare che "bisogna competere" per "promuovere una crescita più robusta"?

Poi quella crescita si è bloccata. Ma una parte importante delle élite politiche, sindacali, culturali, ma anche della sua popolazione, ha preferito non vedere e vivere nell’illusione dell’espansione sempre e comunque. Si sono così respinte le riforme e, con esse, ci si è rifiutati di fare i conti con la realtà. La sentenza della Corte costituzionale sull’indicizzazione delle pensioni è anche questo.

C. La conclusione è coerente. Forquet, forse senza accorgersene, ci descrive un nuovo modello istituzionale in cui la Costituzione non è più il baricentro. Questo passa definitivamente alla dinamica economica, altamente variabile, purtroppo. Quindi non vi dovete aspettare nulla, non dovete più credere di avere dei "diritti" né pretendere che siano rispettati; dovete solo ballare al ritmo della musica di Confindustria e dell'Unione Europea. Che vi diranno quando c'è da fare la fame e quando invece (ma raramente) si potrà chiedere di mangiare. Un futuro da mendicanti, non da persone "libere e dignitose".

Forse è ora di uscire tutti di casa e trattare questo sistema come le piazze d'Italia trattano Salvini...


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