Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/06/2018

100 mila euro di evasione fiscale vi sembran pochi?

Il capo del governo di fatto Matteo Salvini, in uno dei suoi tanti roboanti annunci che costituiscono la sua pressoché unica attività, ha promesso di annullare tutto il contenzioso fiscale sotto i 100.000 euro.
Lasciamo per un momento perdere l’indeterminatezza dell’annuncio che è elemento fondante della propaganda salviniana, e prendiamolo sul serio nella sua forma più radicale ed estesa: chiunque debba fino a 100.000 euro al fisco non pagherà più nulla.

Vi sembrano pochi soldi, vi pare una misura per i poveri? Quella cifra sono quasi quattro anni di salario di un operaio FIAT, per doverla al fisco vuol dire che il guadagno reale di chi l’ha maturata può anche essere stato di una cifra molto, molto superiore.

Senza neanche fare i conti su quanti soldi mancherebbero alle casse dello stato per questo condono generalizzato, vediamo la questione da un punto di vista totalmente estraneo a Salvini, quello della giustizia. Vi pare giusto che lo stato regali fino a 100.000 euro a chi l’ha derubato, facendo marameo ai poveri fessi che hanno pagato tutto?

Certo nei contenziosi con Equitalia e con l’Agenzia delle Entrate ve ne sono molti per poche centinaia di euro. Sono i disguidi di una liquidazione, di una cassa integrazione, di un salario o di una pensione che al fisco risultano differenti da come denunciati. Sicuramente qui sarebbe sacrosanta una sanatoria, anche perché chi ha un reddito fisso già paga tutto alla fonte.

Inoltre da tempo la nostra giustizia fiscale opera come un Robin Hood alla rovescia. Se un riccone o una multinazionale evadono il fisco, spesso lo stato considera un successo una transazione nella quale l’evasore paghi un terzo del dovuto. Questo se si tratta di milioni o miliardi di euro. Ma se un lavoratore o un pensionato devono al fisco centinaia o poche migliaia di euro, allora li pagano tutti con gli interessi. Il povero paga al fisco la sua evasione al 120% il ricco al 30% . È la progressività alla rovescia della lotta all’evasione fiscale da parte dello stato italiano.

Giustizia vorrebbe allora che una sanatoria fiscale dovrebbe riguardare solo le cifre basse, ad esempio da 5000 euro in giù. Così si aiuterebbe davvero chi ha un basso reddito. Ma una sanatoria di 100.000 euro a testa, quando la grande maggioranza del popolo italiano un cifra di questo genere la vede solo se può e riesce a fare un mutuo, beh questo è solo uno scandaloso regalo agli evasori. Che fa il paio con la flat tax, che compensa i più ricchi.

Quindi l’evasore fiscale medio-alto guadagnerebbe con il condono, quello più ricco non avrebbe il condono, ma si vedrebbe abbassare di milioni le tasse. In fondo Salvini è coerente nel voler dare più soldi a chi ne ha già di più. Le sue idee sono solo un bel regalo al trenta per cento della società a danno del restante settanta, che pagherebbe tutto con ancor meno servizi e stato sociale.

Per questo il capo del governo circonda le sue scelte di classe con una martellante campagna fascistoide, xenofoba e poliziesca: solo così spera di convincere i poveri a farsi danno nel suo nome, mentre cresce la pacchia dei ricchi.

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07/11/2016

Soppressione di Equitalia. Tra inganno e propaganda

Tra le tante bufale con le quali sistematicamente il premier Renzi ci bombarda il cervello, quella relativa alla presunta soppressione di Equitalia è probabilmente la più clamorosa.

In palese caduta di consensi, in affanno rispetto al referendum "ammazza democrazia", il premier gioca la carta “soppressione Equitalia” per provare a carpire qualche consenso in vista dell'appuntamento del 4 dicembre.

E così: fuori "Equitalia s.p.a.", ormai troppo invisa ed impopolare agli occhi dell’opinione pubblica, e dentro “Agenzia delle Entrate Riscossione”, ente pubblico economico sotto la vigilanza del Mef, dalla denominazione più rassicurante.

Secondo un copione ormai consolidato, si cambia ingannevolmente il nome, si lascia intatta la sostanza, e si prova a prendere per i fondelli lavoratori e cittadini.

Come abbiamo sempre sostenuto, il vero problema è rappresentato dall'aver consegnato una attività come la riscossione delle imposte, che per definizione non potrebbe che essere pubblica, ad un soggetto privato che ha puntato sulla ricerca del profitto derivante dai diritti di riscossione.

Con il passaggio da Equitalia spa al nuovo, si fa per dire, ente pubblico economico "Agenzia delle Entrate Riscossione", quelle degenerazioni che hanno caratterizzato la pretesa impositiva della “vecchia” Equitalia ed insite nel perseguimento del profitto, verranno integralmente riproposte perché l’ente pubblico economico ha comunque come scopo lo svolgimento di una attività di lucro.

Dunque, tutti quei meccanismi (aggi, interessi moratori e quant’altro) che facevano schizzare oltremodo la pretesa impositiva e che hanno fatto la disgrazia in particolar modo di quei contribuenti appartenenti alle fasce sociali più basse, verranno riproposti, sotto mentite spoglie e con qualche cambio di denominazione.

D'altronde, nei confronti di quelle stesse regole d’ingaggio contro le quali ora si scaglia il governo, nulla è stato fatto in questi anni permettendo così che continuassero a lievitare al di là di ogni ragionevolezza.

La natura palesemente ingannevole e propagandista dell'operazione che si sta mettendo in campo è tutta qua.

Su tutto, poi, aleggia il rischio che la trasformazione di Equitalia da spa ad ente pubblico economico possa divenire prodromica alla trasformazione di tutto il comparto fiscale in ente pubblico economico.

Una ipotesi realistica, sia perché all’interno del governo ci sono spinte in questa direzione, sia perché, in questi anni, il meccanismo è stato ben avviato mutando la funzione sociale del Fisco da strumento di contrasto all’evasione, in ente di consulenza delle grandi imprese e delle banche, in nome della tanto sbandierata tax compliance.

Un termine che in questi anni ha coperto qualsiasi provvedimento volto ad allargare così tanto le maglie della legge da consentire a grandi imprese e banche di non pagare le tasse "legalmente", in tutta tranquillità.

Una politica fiscale socialmente criminale figlia di quella logica aberrante secondo la quale per rendere appetibile investire in Italia occorrere abbattere il costo del lavoro ed abbassare il carico fiscale sulle imprese.

E così il Fisco, da strumento redistributivo necessario anche per finanziare lo Stato sociale, finisce con l'acuire le diseguaglianze sociali, scaricando tutto il peso della tassazione sui redditi da lavoro dipendente e sui pensionati, mentre i servizi pubblici vengono drasticamente ridotti.

E’ all’interno di questa logica, dunque, che vanno collocate quelle misure contenute nel decreto fiscale e nella legge di stabilità: la riproposizione della vergognosa voluntary disclosure, (anche nella versione domestica), e la riduzione di ben 3,5 punti percentuali dell’IRES, l’imposta pagata dalle società di capitali.

Un ennesimo regalo alle imprese e in particolar modo a quel settore bancario ed assicurativo che maggiormente si avvantaggerà dei rilevanti risparmi di imposta che ne conseguiranno.

Sarà forse perché Confindustria si è apertamente schierata per il SI al referendum?

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24/10/2016

Renzi cavalca l’euroscetticismo. Fino al 4 dicembre

Se Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan imitano il Berlusconi del 2011 e recitano la parte di quelli che “battono i pugni sul tavolo” davanti all'Unione Europea, fino ad evocare una sua possibile "fine", sarà bene tener d'occhio non quello che dicono, ma quello che fanno. Così come, in parallelo, bisogna guardare alle mosse della Commissione europea, molto più che le dichiarazioni ufficiali.

Veniamo prima di tutto ai fatti. Oggi dovrebbe arrivare la “lettera di richiamo” della Commissione guidata da Jean-Claude Juncker, e già si sa che conterrà una richiesta di informazioni sulle voragini palesi nella legge di bilancio, con indicazioni abbastanza chiare sulle modifiche da fare. Non solo riguardo al saldo finale della manovra (per mantenere il rapporto deficit/Pil entro il 2,2%, invece del 2,3 indicato nella bozza di legge di stabilità inviata a Bruxelles), ma anche sulle singole voci della manovra.

La vulgata ufficiale, diffusa dai media di regime, parla sempre di “eccessiva generosità” (l'eufemismo è d'obbligo) del governo nel quantificare le spese “eccezionali” sostenute per gestire il flusso dei migranti (su cui l'Unione Europea usa molti pesi e molte misure, come sottolineato dalle polemiche “o scegliete noi o l'Ungheria”) e soprattutto il dopo terremoto di Amatrice. In pratica, i furbetti del bilancino vorrebbero vedersi ammesse le spese non solo per l'emergenza e la ricostruzione dei paesi effettivamente colpiti, ma anche la messa in sicurezza degli edifici in zona sismica. Praticamente in tutta Italia.

Per il momento Renzi recita la parte del duro, asserendo che non intende cambiare la manovra, anche perché lo 0,1% di differenza (un miliardo e 600 milioni) non significa granché.

Ma è vero che la manovra resta quella indicata? Assolutamente no. Ogni giorno vengono comunicate modifiche più o meno rilevanti, quasi tutte concentrate nel non immenso comparto delle promesse a pensionati, lavoratori e contribuenti che non possono evadere il fisco. Un esempio? La chiusura di Equitalia e la rottamazione delle cartelle esattoriali. In pratica, Equitalia cambia soltanto il nome, diventando una più burocratica e chiara “Agenzia di riscossione”. Soprattutto, la rottamazione non riguarderà le contravvenzioni al codice della strada, ossia la più diffusa – numericamente – delle violazioni fiscali che un normale lavoratore dipendente, pensionato, precario o disoccupato può commettere. Al contrario, le evasioni fiscali di grande consistenza – parliamo di milioni di euro sottratti al fisco – saranno amichevolmente ridotte, depurandole da interessi di mora, sanzioni e diritti di aggio altrettanto milionari. I casi recenti di “contrattazione” tra vip e fisco (da Valentino Rossi a Dolce&Gabbana, da Raul Bova a Gianna Nannini e innumerevoli imprenditori non troppo noti al grande pubblico) hanno chiarito che neanche le tasse sono uguali per tutti. Chi ha poco deve sempre versare tutto; chi ha, e deve, molto, potrà ottenere sconti favolosi. Se non addirittura uno “scudo fiscale” (ora chiamato voluntary disclosure) per riportare in Italia capitali custoditi all'estero.

A chiacchiere, però, il governo “imbruttisce” davanti ai rilievi dell'Unione Europea. Che ora ha davanti un calendario preciso ma flessibile, tale da costringere l'Italia a rispettare i diktat senza però rischiare di far cadere anzitempo il guitto di Rignano sull'Arno. La lettera in arrivo potrebbe preludere a una bocciatura esplicita della legge di stabilità italiana, così come di altri paesi (Francia, Olanda, Belgio, Spagna e Portogallo), entro il 31 ottobre. Ma questa data verrà fatta scivolare senza conseguenze, rinviando il secondo monito pubblico al 9 novembre, quando la Commissione europea presenterà le proprie previsioni economiche e quindi anche i “suggerimenti” rivolti a ogni paese. Una settimana dopo – come da calendario istituzionale – pronuncerà il giudizio di condanna sulla qualità della manovra, ma non sarà neppure questo quello definitivo, con tutta probabilità. Perché verrebbe a coincidere con gli ultimi giorni della campagna referendaria e diventerebbe un colpo di maglio sulle già scarse possibilità di vittoria del “sì”; dunque anche alle possibilità che Renzi possa restare in sella.

Fatto il referendum, invece, l'Unione Europea potrà calare il suo spadone sui conti pubblici italiani, sia che questo governo possa restare in carica, sia che si trovi sul punto di mollare. Per dare la sentenza definitiva, infatti, la Commissione ha tempo fino a Capodanno. A quel punto potrebbe partire anche una “procedura di infrazione” che inchioderebbe ancora più le scelte di qualsiasi inquilino di Palazzo Chigi alle indicazioni di Bruxelles.

Nemmeno Juncker, insomma, può evitare un voto negativo da parte dell'Eurogruppo (il vertice informale dei ministri finanziaria, guidato da un killer come Jeroen Dijsselbloem) se lo scostamento tra i numeri presentati dal governo italiano e quelli pattuiti solo pochi mesi fa dovesse essere troppo ampio.

Ma sembra anche chiaro che Renzi & co. abbiano ricevuto dagli Stati Uniti una sorta di via libera a rimettere in discussione l'austerità predicata da Berlino (anche perché torna a tutto vantaggio dell'economia tedesca...). Nelle molte partite internazionali aperte in questo momento (con Russia e Medio Oriente), persino l'Italietta renziana può pensare di giocare in proprio almeno qualche mano. Fino al referendum, sembra altrettanto chiaro, lo potrà fare.

Poi basta...

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26/07/2015

L’amministrazione comunale di Napoli espelle Equitalia dalla città

Nei giorni scorsi l’amministrazione comunale di Napoli, retta da Luigi De Magistis, ha approvato il bilancio annuale.

Nonostante gli oltre 200 milioni di tagli lineari che il governo Renzi ha operato, nell’arco di due anni a scapito della città di Napoli, osserviamo che nel documento contabile redatto dall’amministrazione De Magistris non abbiamo riscontrato interventi che inibiranno ciò che residua delle politiche sociali o misure di privatizzazione verso beni e servizi ancora nella disponibilità pubblica.

Tra le varie decisioni adottate ci ha positivamente colpito l’approvazione di una delibera che decide il superamento del rapporto con la famigerata Equitalia e la costruzione, a partire dal 2016, di una società di riscossione comunale che fonderà la sua azione con tassi di aggio nettamente dimezzati rispetto a quelli attualmente in uso e con modalità di riscossione meglio modulate rispetto ai metodi speculativi, affaristici e, spietatamente, criminogeni con cui si caratterizzava (spesso tragicamente) Equitalia.

Alcuni anni fa siamo stati parte attiva – all’indomani di alcuni suicidi che si erano verificati nell’area metropolitana napoletana e di una diffusa situazione di crescente indebitamento popolare verso questa società – di una campagna di denuncia forte contro tale società di riscossione (http://contropiano.org/news-politica/item/8755-napoli-una-mattinata-di-rabbia-degna).

Una campagna, fatta di presidi, conferenze stampe ed assemblee popolari che ebbe un grosso risalto mediatico in tutta Italia perché – finalmente – veniva disvelato uno dei simulacri dell’oppressione fiscale dello stato ed uno strumento di coercizione autoritaria che alimentava, ed alimenta tutt’ora, il sistema di grassazione ai danni dei settori popolari colpiti ed impoveriti dai diversificati meccanismi antisociali della crisi.

Per quel ciclo di proteste, a distanza di anni, sono stati rinviati a giudizio e dovranno essere processati alcuni attivisti dei movimenti di lotta napoletani i quali furono denunciati nel corso di varie iniziative di mobilitazione. (http://contropiano.org/sindacato/item/8835-proteste-contro-equitalia-criminalizzano-e-mischiano-le-carte)

L’approvazione, dunque, di un atto amministrativo che espelle Equitalia dalla città di Napoli non è, certamente, un “editto rivoluzionario” ma – per chi ha animato e sostenuto quell’esperienza di lotta popolare sfidando anche una sorta di spocchia ideologica che albergava ed ancora alligna in alcuni ambienti politici di movimento napoletani – è un motivo di soddisfazione perché rappresenta un approdo normativo, sicuramente parziale rispetto al complesso delle politiche di schiacciamento antiproletarie, di alcune fondate ragioni ed obiettivi che abbiamo agitato e diffuso.

Solo chi ignora la sofferenza, la paura ed il senso di smarrimento individuale che provoca il ricevere una cartella esattoriale da parte di Equitalia o, peggio, un sequestro di un bene per insolvenza può disconoscere il valore di una critica proletaria e di classe a questo iniquo e criminale strumento di oppressione.

Solo chi non conosce l’alto tasso di indebitamento che interessa i lavoratori e l’insieme dei ceti impoveriti e declassati dalle politiche di austerity non coglie l’importanza di inceppare e demistificare uno degli strumenti più crudeli di rastrellamento di denaro a vantaggio dei poteri forti del capitale e del sistema di banche e finanziarie interessate alla diffusione e alla crescita della catena del debito.

Prendiamo atto, quindi, di questo provvedimento varato dall’amministrazione De Magistris e predisponiamo le prossime iniziative di lotta e di organizzazione sociale sul versante della lotta alla disoccupazione, alla precarietà e del diritto al Reddito/Salario, come utilmente sta facendo il costituendo Comitato Regionale per il Reddito Minimo Garantito.

Ma oggi ci gustiamo la cacciata di Equitalia da Napoli.

Scusate se è poco!

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06/01/2015

Ti piace guadagnare facile? Il caso di Equitalia

Nel  2014 il consuntivo delle riscossioni eseguite da Equitalia sono ammontate a 7,4 miliardi di euro, con un aumento del 4% rispetto al 2013. Equitalia sottolinea in una nota, che si tratta di "un importante contributo alla tenuta dei conti pubblici" e di "maggiori risorse a disposizione dello Stato per realizzare servizi a favore della collettività". Le riscossioni riguardano tributi, contributi e sanzioni arretrate, cioè non pagate dai contribuenti nei tempi e nei modi previsti dalla legge e per i quali gli enti pubblici creditori hanno chiesto a Equitalia di inviare le cartelle di pagamento.

La società di riscossione che corrisponde all’incubo per milioni di persone, segnala con una certa soddisfazione che nell'anno appena trascorso è proseguita anche la riduzione dei costi di produzione, amministrativi e del personale del gruppo. La situazione economico-patrimoniale di Equitalia al 30 settembre 2014, infatti, confermando l'andamento positivo già registrato negli ultimi anni, ha permesso di chiudere i primi nove mesi del 2014 con un risultato netto positivo di circa 10 milioni di euro.

Le modalità con cui Equitalia effettua la riscossione si sono rivelate strumenti vessatori nei confronti di imprese, artigiani, commercianti e famiglie. Solo su Milano Equitalia ha quasi 200mila ipoteche sugli immobili, mentre soprattutto nel Nordest il numero di conti correnti bancari pignorati è salito esponenzialmente. In Sardegna centinaia di piccole imprese agricole e artigianali sono state chiuse a causa delle riscossioni di Equitalia.

C’è poi il capitolo delle ipoteche e di pignoramenti sulle abitazioni. Dal 21 giugno 2013, per iscrivere l’ipoteca esattoriale è sufficiente che il debito (comprensivo di importi a ruolo, aggi di riscossione, interessi di mora e rimborso delle spese per l’esecuzione forzata) sia di almeno 20mila euro. Nella sentenza della Corte di Cassazione del 12 settembre 2014, numero 19270, viene però stabilito in maniera insindacabile come sia fatto di divieto assoluto in termini di legge pignorare la prima casa da parte di Equitalia o chi per lei. La cassazione ha confermato che lo stop ai pignoramenti dell'abitazione principale si riferisce anche a quelli iniziati prima del 21 agosto 2013, data di entrata in vigore della legge 69/2013.

Ma, al contrario di quello che si pensa, l’ipoteca di Equitalia può essere iscritta anche sulla prima e unica casa di residenza. Tuttavia, l’iscrizione dell’ipoteca non consente sempre ad Equitalia di effettuare un pignoramento e avviare l’espropriazione dell’immobile. Infatti, la messa in vendita all’asta della casa è possibile solo se ricorrono due condizioni:

1) l’importo minimo del debito (comprensivo di importi a ruolo, aggi di riscossione, interessi di mora e rimborso delle spese per l’esecuzione forzata) non deve essere inferiore a 120mila euro;

2) non si deve trattare di prima e unica casa di residenza. In pratica, l’espropriazione non può essere avviata se: a) l’immobile è l’unico posseduto dal debitore; b) se ha destinazione catastale abitativa; c) se il debitore vi ha fissato la propria residenza anagrafica. L’espropriazione, invece, è ammessa quando l’abitazione principale del debitore è classificata nelle categorie catastali A/1 (abitazioni di lusso), A/8 (ville) o A/9 (castelli, palazzi storici e simili), e quando costui, oltre all’abitazione principale, possiede altri immobili. Possono essere espropriati anche l’usufrutto e la nuda proprietà perché questi sono ricompresi fra “i beni del debitore” pignorabili in base alla legge.

Dal 1° ottobre 2006, con il DL 223/2006 denominato Bersani-Visco, è stato eliminato il sistema di affidamento in concessione del servizio nazionale della riscossione e affidato alla società Equitalia, una società per azioni tra Inps e Agenzia delle Entrate. E qui si apre anche un problema legale oltreché morale.

Equitalia infatti fa lievitare, considerevolmente, il livello effettivo di tassazione in quanto ai tributi pregressi vengono aggiunte le spese di riscossione, le penali e gli interessi che, sommati tra loro, arrivano a toccare il tasso d'usura. Il risultato è stato l’ulteriore inasprimento della pressione fiscale. Inoltre, gli elementi della riscossione risultano essere ingiustificati ed irrazionali in quanto, esclusivamente, a favore della società Equitalia.

Nel decreto istitutivo è scritto infatti che: “il diritto all’aggio è pari al 9 per cento o all’8 per cento per i ruoli emessi dal 1° gennaio 2013; l’interesse di mora è pari allo 0,615 per cento annuo; il diritto delle spese di esecuzione delle spese di notifica sono pari a 5,88 euro; e gli interessi calcolati con il cosiddetto “metodo alla francese”. Se il debitore paga oltre la data di 60 giorni stabilita dalla legge verrà corrisposto, ad Equitalia, l’importo del debito aumentato di tutti i tassi sopra elencati. Di queste componenti gli interessi di mora e le sanzioni vanno nelle casse dell’Ente creditore, mentre aggio e spese di notifica vanno interamente a beneficio di Equitalia.

Se il debitore paga entro i 60 giorni, l’aggio viene invece ripartito tra il debitore e l’Ente creditore oltre gli interessi di mora e le spese di notifica. In quest’ultimo modo si garantisce sempre il 9% o l’8% ad Equitalia a discapito dell’Ente creditore che dovrà procedere al pagamento di una somma “non dovuta”.

Questa procedura è legale perché regolamentata dal codice civile, ma al contempo profondamente ingiusta in quanto Equitalia, essendo una Società per Azioni, non punta solo a recuperare crediti non pagati ma a garantirsi un guadagno per se stessa, come dimostrano i dati diffusi dalla stessa società. E sulla riscossione coercitiva, guadagnare diventa facile facile, soprattutto nei confronti di quelli del "mondo di sotto".

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26/02/2012

Equitalia e l'ergastolo finanziario

Una telefonata della tua banca per conto di Equitalia e sei condannato all'ergastolo finanziario senza processo.

"Mi ci è voluto qualche giorno per riacquistare la necessaria lucidità ad esporre in modo comprensibile la condizione kafkiana nella quale sono stato catapultato. Spero di aver recuperato a sufficienza le facoltà mentali e di conseguenza riuscire ad essere esplicito, nei limiti del possibile sintetico e comprensibile.
La scorsa settimana ricevo una telefonata dalla banca dove ho il mio conto corrente, quello su cui mi viene accreditato lo stipendio e attraverso il quale pago le utenze della casa che ho in affitto e dove vivo; la signorina mi comunica che un decreto ingiuntivo arrivato da Equitalia impone alla banca il sequestro del mio conto corrente e di tutti i versamenti che su di esso dovessero arrivare in futuro. Ovviamente mi viene detto che anche l'utilizzo del bancomat è abrogato e che non verrà saldato il conto della carta di credito ad esso correlata. In buona sostanza non ho più i soldi per comprare nemmeno un pezzo di pane raffermo e finirò nella centrale rischi degli insolventi, cosa che per me non ha precedenti. Tutto questo senza che io abbia ricevuto nessun altra comunicazione che la telefonata della banca."

Condannato a pagare 695.000 euro di spese di giustizia
Ho iniziato una trafila che mi ha mostrato quanta sommersa disperazione le barbare pratiche di Equitalia stanno provocando nelle persone più deboli ed esposte e non a solo loro. Il 28 dicembre avevo ricevuto un avviso da Equitalia che mi ritiene debitore nei confronti dello Stato, per spese di giustizia, di 695.000 euro, l'ente creditore è la Corte d'Appello di Brescia e l'ufficio di Equitalia quello di Cremona. La cifra è già di per se inconcepibile, se si considera il reddito di un lavoratore medio e che normalmente viene concessa in questi casi la remissione del debito, poiché non si tratta ti tributi evasi, e di conseguenza l'articolo 72 della legge che permette di lasciare una persona senza nemmeno i soldi per comprare un bicchier d'acqua, oltre ad essere immorale ed incivile, non potrebbe essere stata applicata.
Mi reco immediatamente in Tribunale a Brescia, dove il mio legale aveva depositato l'8 febbraio, un'istanza di remissione del debito sulla quale il magistrato di sorveglianza non si è ancora pronunciato ed il cui accoglimento avrebbe dovuto quanto meno sospendere l'esecuzione del provvedimento. L'astronomica cifra che mi viene chiesta era in solido a tutti gli imputati di un procedimento risalente al 2001, ma mentre agli altri imputati è stata concessa la remissione del debito. Il magistrato mi comunica che la mia istanza è inammissibile a causa di un rapporto disciplinare. L' ammontare, a seguito di un incasso di 250.000 euro era diventato di 488.000, ma gli interessi che Equitalia ha calcolato hanno riportato la cifra quasi all'importo originario e interamente addebitata a mio carico. Si tratta sostanzialmente di un ergastolo finanziario.
L'istanza che il mio legale aveva presentato in Tribunale era corredata da una serie di documenti che certificano il mio impegno ed il successo nel reinserirmi in un contesto civile, senza gravare sui servizi sociali e quant'altro, dopo aver (credevo) pagato i miei debiti con la giustizia a seguito di una vicenda di contrabbando risalente appunto al 2001, i documenti comprendevano i miei contratti di lavoro, i miei Cud degli ultimi cinque anni, il mio contratto d'affitto, la dichiarazione della madre di mio figlio che avevo sempre contribuito al mantenimento dello stesso ed alla sua educazione etc...


Socialmente annullato
In questi anni ho fatto una discreta carriera in ambito professionale e le aziende per cui lavoro mi stimano, ma non possono farsi carico di problemi personali che non sarebbero di loro competenza, i miei colleghi di lavoro ed i miei amici mi hanno dimostrato solidarietà ed affetto offrendomi aiuto concreto, mio padre e tutti i miei famigliari lo han fatto per primi. Poiché io non ho ancora ricevuto comunicazioni ufficiali del provvedimento, avrei potuto firmare un assegno che sarebbe risultato scoperto al momento dell'incasso, aggravando ulteriormente la mia situazione. Se mi fossi trovato, come spesso è successo in questi anni per ragioni professionali, in trasferta in altra città ed avessi dovuto saldare un conto d'albergo, mettere gasolio nella macchina pagare l'autostrada, non sarei stato in condizione di poterlo fare. Senza carta di credito non posso noleggiare una macchina, se mi servisse per ragioni professionali, questo potrebbe sarebbe deleterio per il mio lavoro di account, cosi come pure il dover chiedere alle aziende per cui lavoro di pagarmi in contanti, cosa che per altro adesso è vietata per legge, ed i motivi sono fin troppo chiari, altrimenti come potrebbero in qualunque momento avere il potere di annullarci socialmente?
Mi sono recato in banca, ed il vicedirettore mi ha spiegato che non è il primo caso a cui assistono, anzi, pare che la pratica di mettere le persone in condizioni di totale indigenza sia piuttosto comune e che se la banca non collabora, bloccando immediatamente tutto quanto è nelle sue disponibilità è anch'essa sanzionabile. La cosa mi è stata confermata da una mia conoscente avvocato che lavora all'ufficio legale di un altra banca. Mi reco allora in Equitalia con una copia dell'istanza timbrata dal Tribunale per cercare una qualunque forma di mediazione, poiché pensavo che si potesse raggiungere un accordo, credevo di dovermi mio malgrado rassegnare a cedere 1/5 delle mie entrate per tutta la vita a queste moderne sanguisughe con metodi da mafiosi. Nei loro uffici ho assistito a scene indegne di un paese civile: ho visto persone anziane e disperate ridotte sul lastrico, senza la più pallida idea di ciò che potevano fare e completamente private dei loro diritti, uomini che mendicavano una rateizzazione, donne senza ceffi da criminali che si lasciavano sfuggire, quasi vergognandosi “Fanno bene a mettervi le bombe” ed ho visto rispondere impiegati gentili e perfettamente istruiti ad interpretare il ruolo del muro di gomma. In buona sostanza pare che non vi sia via d'uscita e ciò che percepisco è la perdita di ogni diritto, compreso quello di vivere nel paese dove son nato, dove mio figlio sta crescendo e dove sono seppelliti i miei morti. Non ho denaro per andarmene e le conseguenze dello stato di completa indigenza in cui da un giorno all'altro mi hanno messo, senza che nessuno ne sia apparentemente il diretto responsabile e senza che nessuno abbia autorità ad intervenire in un contesto demente con un minimo di buon senso, non ho idea di quali potranno essere. La sola cosa che mi tiene in piedi e mi permette di mangiare è la rete di solidarietà umana nata spontaneamente intorno a me, non senza che il mio orgoglio commosso ne risenta e lo manifesti in forma psicosomatica . Il mio rendimento professionale è sostanzialmente e credo comprensibilmente azzerato. Il tempo fisico e mentale che la vicenda sta sottraendo alla mia attività è ciò che non permette di esserci per raccogliere le opportunità e rischia di segnarne la fine. Ovviamente la mia relazione sentimentale è stata stroncata da una situazione economicamente e umanamente poco sostenibile, ma questi sono aspetti che non rientrano in nessun disegno di legge ed in nessuna giurisdizione. Intanto i giorni passano e nessuno dei tanti uffici da me interpellati attraverso le loro mail reperibili in rete in un ottica di semplificazione e trasparenza attraverso la telematica, che dovrebbe renderli accessibili e disponibili, mi ha risposto, ma in compenso ricevo molte mail da sedicenti agenzie per ripianamenti del debito (che siano in contatto con Equitalia?). Il mio avvocato, che tra l'altro non pago perché non posso permettermelo, sostiene che non vi siano azioni concrete che si possano compiere, oltre a quelle già messe in atto. Il limbo nel quale sono sospeso e totalmente dipendente dal buon cuore e dall'altrui affetto non permette uno svolgimento ottimale della mia professione, che come dicevo ha un rendimento pessimo. Non mi pare che vi sia un informazione risaltante su tutto questo che credo non capiti soltanto a me, per questo ho cercato di esporre in questa mia un paradosso nel quale vorrei sapere se, anche con declinazioni differenti, vi siano altri che si riconoscono. Non ho intenzione di suicidarmi lasciano un cartello con scritto “Adesso pignorate questo” e nemmeno di mettere bombe a Equitalia, ma non voglio diventare un parassita per la stessa società che pare volermi espellere per presunte colpe delle quali non è riuscita a convincermi. La sola cosa che posso fare è scrivere e condividere questa lettera e sperare che arrivi alle orecchie del Gabibbo o delle Iene o di Beppe Grillo, non senza pensare che se la difesa, o presunta tale, dei diritti civili la fanno solo giullari o comici, forse c'è una concreta speranza che il sistema imploda per osmosi ed io torni a poter respirare. Maurizio Gazzoni
 Fonte.