Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/07/2025

Guerra e austerità, il nuovo sogno europeo

Con la decisione assunta nel vertice NATO del 25 giugno a L’Aia, i Capi di Stato e di Governo dei Paesi membri dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord si impegnano ad aumentare le spese militari e connesse alla difesa al 5% del PIL annuo entro il 2035.

Tale decisione risponde all’esigenza di aumentare del 30% la capacità militare dell’Alleanza e renderla “più letale”, nelle parole del Segretario Generale Mark Rutte. In applicazione dell’articolo 3 del Trattato fondativo della NATO, tutti gli Stati membri sono impegnati a mantenere ed accrescere la loro capacità bellica.

In attuazione di questo orientamento strategico, la NATO definisce periodicamente gli “Obiettivi di capacità”, che stabiliscono operativamente cosa un Paese debba essere in grado di fare in caso di guerra – andando ben oltre la definizione quantitativa delle risorse materiali necessarie. Proprio perché questa metrica è qualitativa e non si traduce in un impegno finanziario puntuale, è maturata in seno alla NATO la decisione di passare dalla mera indicazione di un aumento degli “Obiettivi di capacità” all’impegno finanziario sancito a L’Aia in termini di spesa.

Nella Dichiarazione de L’Aia, vengono chiariti i motivi di questa vera e propria corsa al riarmo: l’impegno al drastico incremento della spesa militare è giustificato dalle “profonde minacce alla sicurezza e sfide, in particolare la minaccia di lungo termine posta dalla Russia alla sicurezza Euro-Atlantica e la persistente minaccia del terrorismo.” A dispetto delle dichiarazioni di facciata dei leader occidentali che auspicano la rapida conclusione del conflitto ucraino, l’accordo sul riarmo mostra chiaramente che i Paesi dell’Alleanza sono proiettati su un orizzonte di guerra, con il fronte orientale aperto nel “lungo termine”.

Le ingenti risorse impegnate dai Paesi NATO sono la più limpida dimostrazione che la tragedia della guerra in Ucraina ha inaugurato una lunga stagione bellicaChe impone ulteriori sacrifici, anche alla luce dei limiti alla spesa pubblica sanciti dal nuovo Patto di Stabilità dal 2024, che costringono ogni anno a tagliare spesa sociale, welfare, sanità e istruzione con il feticcio del bilancio pubblico in pareggio e della presunta virtù dell’austerità.

Nel contesto istituzionale dei vincoli di bilancio europei, aumentare la spesa militare significa dunque necessariamente ridurre altre voci di spesa, dalle pensioni ai salari degli insegnanti, dalla manutenzione delle scuole agli stipendi dei medici, e così via. Ma andiamo nel dettaglio di questi sacrifici, per capire cosa ci chiede la NATO, quando ci impone la via della guerra permanente e del riarmo.

L’incremento al 5% del PIL nella spesa militare si compone di un 3,5% riferito direttamente ad armi, munizioni e soldati, e di un 1,5% riferito ad infrastrutture e tecnologie strategiche, ovvero connesse – anche indirettamente – ad usi bellici, dai trasporti alla cybersicurezza.

Mentre questa seconda componente sembra essere facilmente sovrapponibile a investimenti infrastrutturali che si sarebbero comunque realizzati, a prescindere dalle strategie NATO (pensiamo al Ponte sullo Stretto, che potrebbe essere conteggiato nel percorso che porterà l’Italia al fatidico 1,5% in virtù della sua strategicità per gli spostamenti di truppe e veicoli militari pesanti…), ciò che inciderà profondamente sulla composizione del bilancio statale sarà l’ulteriore 3,5%, composto da spese inequivocabilmente connesse alla guerra.

L’Italia oggi spende l’1,57% del PIL in armamenti ed esercito, pari a 35 miliardi di euro, ed è dunque chiamata – in virtù dell’impegno sottoscritto dal Governo Meloni a L’Aia – a più che raddoppiare in dieci anni, in termini di percentuale del PIL, i suoi investimenti in produzioni direttamente utilizzabili in ambito militare. 

Documenti governativi riservati indicano la necessità di incrementare la spesa di circa 4 miliardi di euro l’anno per centrare l’obiettivo, un importo ritenuto rassicurante per i conti pubblici: il Governo si è affrettato a indicare la coincidenza tra questa cifra ed il margine di aumento di spesa primaria consentito all’Italia il prossimo anno, all’interno dei vincoli stringenti del nuovo Patto di stabilità e crescita. In pratica, ci vorrebbero dire che l’aumento di spesa militare di 4 miliardi di euro per il 2026 non comporterà alcun sacrificio, perché – vedi tu la fortuna! – abbiamo la possibilità di aumentare la spesa pubblica proprio di quella cifra, e dunque non dobbiamo tagliare nulla per far spazio a carri armati e cannoni.

Purtroppo non c’è nulla di cui gioire, se pure le cose fossero così come descritte dalla propaganda governativa. Persino in un quadro di compatibilità con i vincoli di bilancio europei, per il 2026 il Governo potrebbe sfruttare quel margine di manovra per aumentare altre voci di spesa in termini nominali, magari assicurando in questa maniera quantomeno la stabilità dei servizi in termini reali. Se pure accettassimo (e non la accettiamo) la logica dell’austerità, il discorso governativo non tiene: quei 4 miliardi di spesa militare scalzerebbero un uguale ammontare di spesa sociale in scuola, sanità, servizi a cui si rinuncia a causa del riarmo.

Ma la situazione è addirittura peggiore di come la dipinge il Governo Meloni. E il diavolo si nasconde nei dettagli. Il calcolo che porta a ipotizzare un aumento di 4 miliardi annui si basa su una ipotesi che non ha alcun fondamento.

A Pil costante, i nuovi obiettivi […] si tradurrebbero per l’Italia in «una crescita della spesa per la difesa a 79 miliardi di euro (+34 miliardi di euro per raggiungere la soglia del 3,5%)», si legge nel documento governativo. In effetti, partendo da 35 miliardi di euro, pari all’1,57% del PIL attuale di circa 2.200 miliardi, arriviamo ad un obiettivo NATO di 79 miliardi solamente tenendo fermo il PIL. In dieci anni! È del tutto evidente che il PIL è destinato a crescere nel corso di un decennio e dunque i numeretti del Governo si rivelano essere mera propaganda, utile a nascondere agli occhi dei propri cittadini il reale peso dei sacrifici che le strategie imperialistiche della NATO impongono in patria.

Applicando al PIL le stime che il Governo stesso ha elaborato nei suoi documenti programmatici di bilancio, è stato stimato che l’obiettivo NATO comporti per l’Italia un livello di spesa militare pari a oltre 100 miliardi di euro nel 2035. Questo significa che dovremo destinare alla spesa militare circa il doppio di quanto sta calcolando il Governo e che saremo certamente costretti a operare veri e propri tagli alla spesa sociale per finanziare le guerre della NATO, perché l’aumento di spesa per armamenti supera i limiti stringenti al percorso di crescita della spesa pubblica imposti dal nuovo Patto di stabilità e crescita.

Guerra e austerità sommano dunque alla tragedia bellica il dramma della povertà, della precarietà e del progressivo smantellamento dello stato sociale nei Paesi che, sotto il patto della NATO, ambiscono a dominare gli equilibri geopolitici internazionali.

La scelta del Governo Meloni deve essere valutata attentamente dal punto di vista politico. Persino all’interno dell’Alleanza Atlantica si sono infatti registrate voci fuori dal coro. La più significativa, quella del Premier spagnolo Sanchez, ha consentito alla Spagna di smarcarsi dall’obiettivo del 5%. Come detto, i vincoli della NATO si estrinsecano in “Obiettivi di capacità” e non in obiettivi di spesa. Sfruttando questo tecnicismo, Sanchez ha assicurato che la Spagna sarà in grado di fare quello che la NATO si aspetta in termini di capacità operativa, senza bisogno di aumentare la spesa militare nella misura richiesta a tutti gli alleati. Non si tratta certo di una posizione antimperialista che individua nell’uscita dalla NATO la soluzione del problema, ma quantomeno consentirà agli spagnoli di limitare fortemente i sacrifici economici e sociali di questa criminale corsa al riarmo.

D’altro canto, il Governo Meloni si muove in perfetta continuità con i Governi precedenti guidati prima dal PD e poi dal Movimento 5 Stelle. Questi ultimi, che oggi condannano con voce altisonante la scelta di Meloni di assecondare il diktat della NATO, hanno agito esattamente nella stessa maniera quando erano loro a guidare il Paese. Fu infatti il Governo Renzi, a guida PD, a concordare con la NATO l’impegno ad aumentare la spesa militare al 2% del PIL, mentre questa viaggiava al ribasso verso l’1% nel 2014. Il PD ha invertito la rotta, rispondendo alla prima chiamata al riarmo della NATO, per poi passare il testimone al Governo Conte, che nei vertici NATO del 2018-2019 ha confermato gli impegni italiani a perseguire l’obiettivo del 2%, accompagnando alle parole i fatti di una spesa militare in costante aumento.

Questo perché tutti i partiti politici che oggi occupano il Parlamento hanno, al di là delle schermaglie televisive, la medesima impostazione nei confronti degli equilibri geopolitici internazionali: mantenere l’Italia al servizio della NATO, costi quel costi sia alla periferia dell’impero – dove ogni giorno vengono massacrati degli innocenti – sia al centro dell’impero, dove dilagano povertà e insicurezza.

Dopo che per decenni ci hanno raccontato che non c’erano i soldi per aumentare i salari da fame degli insegnanti, per rafforzare la sanità pubblica e per tenere in piedi un sistema infrastrutturale che cade a pezzi, la classe dirigente europea e nazionale ha deciso di puntare tutte le sue fiches sulla guerra! Fermiamo questo scempio prima che sia tardi.

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15/12/2019

3/Autonomia differenziata. Le controriforme: Titolo V della Costituzione ed art.81

Nel quadro di queste trasformazioni dell’intero sistema di relazioni trasfigurate da decenni di incessanti richieste di mistificanti riforme sociali, economiche, legislative, ed altro ancora, tutte indistintamente contrassegnate dai contenuti regressivi di spogliazione di diritti economici e sociali per le classe subalterne, si collocano le altrettanto fondamentali riforme dell’assetto politico-costituzionale in una relazione di perniciosa reciprocità con quanto si afferma nella sfera economica e politica.

Se come abbiamo cercato di argomentare il combinato disposto delle politiche di rientro dal debito e la campagna di privatizzazioni hanno dato forma alla morsa che ha destrutturato il sistema di relazioni economiche secondo i parametri ordo-liberisti imposti dall’atto costitutivo del processo di costruzione della U.E., il trattato di Maastricht(1992), il loro recepimento nell’ordinamento Costituzione ha innescato una ulteriore implementazione alle tendenze disgregatrici, con un approfondimento delle diseguaglianze e degli squilibri storici nelle aree del paese ma anche all’interno delle stesse.

L’assunzione piena della gestione politica e sociale da parte dei governi di centro-sinistra della marcia forzata per l’ingresso nella U.E., intorno al suo riposizionamento politico ed ideologico nello scenario post-guerra fredda e alla crisi della socialdemocrazia, porta allo scoperto il rapporto organico tra il centro-sinistra e le componenti della borghesia finanziaria ed industriale a traino della U.E., e che si afferma, nella instabilità politica permanente di questo processo di trasformazione/transizione, come costante e strutturato riferimento di relazioni e di indirizzo, de facto, della vicenda politica.

Con la riforma del Titolo V della Costituzione (2001) si apre la strada, sotto le spoglie del decentramento legislativo e amministrativo, ad una spregiudicata riattribuzione di competenze agli organi locali, che se sul piano politico raccoglie le esigenze dei territori e delle economie del Nord-Est, sotto l’apparenza di una comune condizione ed opportunità, segna la fine del contenimento delle diseguaglianze Nord-Sud nel paese. Il gap strutturale esistente tra il Nord e il Sud del paese con la riforma del Titolo V, come dimostrato dagli andamenti economici e dagli indicatori sociali fino ad oggi, viene assunto come irriducibile ed ampliato all’interno del quadro normativo esistente.

La questione meridionale sembra trovare finalmente la sua risposta: l’impossibilità del suo superamento. La riforma del Titolo V, forse oltre le intenzioni degli autori, è il vaso di Pandora al cui interno sono inseriti gli strumenti per portare a compimento la “secessione reale”, una divaricazione di prospettive economiche e sociali tra le aree del paese. La mai superata questione meridionale, per la sua funzionalità al modello di accumulazione sostanzialmente basato sulla centralità nazionale delle forze produttive, si inasprisce delle odierne conseguenze delle asimmetrie del polo geo-economico europeo e delle sue gerarchie, sprofondando le aree più deboli nella diffusa richiesta di Zone Economiche Speciali, bassi salari e decontribuzione alle imprese, destinate, qualora realizzate, ad accrescere le diseguaglianze.

Se la riforma del Titolo V della Costituzione differisce i suoi frutti avvelenati, quanto realizzato con la modifica dell’art.81 (2012) è l’incardinamento diretto nell’ordinamento Costituzionale dei dettami della cosiddetta disciplina di Bilancio sanciti nel patto di Stabilità e Crescita e nel Fiscal Compact. Le politiche del debito essenziali per qualsiasi progetto di politica industriale nazionale vengono direzionate esclusivamente al suo contenimento a garanzia della sostenibilità e funzionalità finanziaria, ossia, alla garanzia della rendita parassitaria e speculativa attraverso il pagamento degli interessi.

Il trasferimento della norma dell’obbligo del pareggio di bilancio a tutti i livelli di spesa tradisce il paradosso di una supposta forma di equilibrio finanziaria che rende permanenti gli squilibri geografici e sociali, obbliga i territori più dissestati alla riconversione privatistica per l’urgenza di capitali l’intera formazione economico-sociale, rende disponibile il territorio all’appropriazione privatistica delle risorse ed al suo ulteriore impoverimento; insomma, la scientifica predisposizione all’espropriazione di risorse e forze produttive verso i nuovi centri dell’accumulazione. (fine terza parte)

prima parte: Autonomia differenziata. Una riorganizzazione della governance capitalista nel nostro paese

seconda parte: Dallo Stato centrale ai territori. Chi comanda?

Fonte

06/11/2019

La secessione dei ricchi? È figlia dell’austerity e del federalismo fiscale regionale

Lunedì sera la trasmissione Report, nel corso di un servizio intitolato “Divorzio all’italiana” dedicato al tema dell’“autonomia differenziata”, ha cercato, a suo modo di spiegare quali regioni ci guadagnano e quali, invece, ci perdono. Nell’inchiesta sono stati presentati i dati del dossier “Il calcolo disuguale. La distribuzione delle risorse ai comuni per i servizi“, elaborato da Openpolis.

Colpiva sicuramente il raffronto tra Reggio Emilia e Reggio Calabria. La città calabrese ha 180 mila abitanti mentre quella emiliana ne conta 171.000. Dovrebbero essere dotati, più o meno, degli stessi servizi pubblici... e invece viene fuori un dato da far tremare le vene ai polsi. A Reggio Calabria ci sono solo 3 asili mentre e Reggio Emilia se ne contano 60. E se nella città emiliana si spendono 28 milioni di euro in istruzione, in quella calabrese se ne spendono solo 9. I rapporti sono più o meno gli stessi nella spesa per il welfare (40 milioni versus 17 milioni) e nella cultura (21 milioni versus 4 milioni), mentre il dato sull’edilizia popolare è incredibilmente sproporzionato: 54 milioni per i reggiani-emiliani contro solo 8 milioni per i reggini-calabresi.

È un divario enorme e fa certamente a pugni con la Costituzione che, all’articolo 3 sancisce che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. È una violazione evidente ed un regresso in termini di civiltà, ai limiti del razzismo di Stato. Ma come si spiega? Ovvero, come siamo arrivati a questo punto?

Si spiega con il fatto che le risorse ai comuni e a tutti gli altri enti territoriali, da alcuni anni, vengono assegnate sulla base della spesa storica con il criterio “Dummy” elaborato dall’ex sottosegretario al MEF e renziano di ferro Marattin. Dunque, un prodotto del governo di “centrosinistra” guidato da Renzi.

Più soldi ai ricchi – che si presume siano i “virtuosi” – meno ai poveri, ritenuti antropologicamente incapaci di amministrare. Qualcuno obbietta: eh... ma al sud c’è la mafia. Perfetto: per “combatterla” dunque si fanno meno, ma molti meno, asili, ospedali, scuole e servizi ai cittadini del Mezzogiorno. Geniale!

Eppure l’articolo 117 secondo comma, lettera m), della Costituzione della Repubblica Italiana, dopo la revisione del titolo V, prevede che vengano garantiti su tutto il territorio nazionale i “livelli essenziali delle prestazioni dei servizi” (LEP). Tuttavia mentre il compito della loro definizione spetta esclusivamente allo Stato, la loro realizzazione compete – oltre che allo stesso Stato – anche ai diversi enti territoriali, ovvero alle regioni, alle province e ai comuni.

La riforma del titolo V Cost., al novellato articolo 114, ha stabilito che “la Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato” che, dunque, pari sono sulle materie di potestà concorrente e che non si sono mai messi d’accordo su come realizzare i LEP, finendo poi per applicare il mero criterio della “spesa storica”, cristallizzando così le storiche (per l’appunto) differenze tra regioni ricche e regioni povere. E’ stato solo un caso? Una svista? Un problema di ordine istituzionale? È molto improbabile...

Ma non è finita qui.

La legge costituzionale 1/2012 (“Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale”), approvata dal governo Monti nel 2012, ha modificato gli articoli 81, 97, 117 e 119 della Costituzione, inserendo nella Carta il “principio del pareggio di bilancio” secondo il quale “lo Stato deve assicurare l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, vincolando rigidamente il ricorso all’indebitamento all’andamento dei cicli economici e nell’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea (il fatidico 3% del rapporto deficit-PIL, ndr) [...] con la contestuale definizione di piani di ammortamento e a condizione che per il complesso degli enti di ciascuna Regione sia rispettato l’equilibrio di bilancio”.

E così tutti gli enti territoriali che gestiscono servizi pubblici e che sono in deficit sono stati obbligati a fare dei sanguinosi “piani di rientro”; e poco importa se sono stati tagliati i servizi anziché gli sprechi.

La sanità a pezzi

Il combinato disposto delle due leggi di revisione costituzionale – quella del titolo V e quella che ha introdotto il “pareggio di bilancio” – sta causando il crollo della spesa sanitaria pubblica italiana.

9,4 miliardi euro sono stati sottratti al Fondo Sanitario Nazionale dal 2013 al 2015 perché il fabbisogno sanitario nazionale standard deve essere determinato “in coerenza con il quadro macroeconomico complessivo del Paese” e “nel rispetto dei vincoli di finanza pubblica e degli obblighi assunti dall’Italia in sede comunitaria”, come recita testualmente il D.Lgs. 68/2011 (capo IV, artt. 25-32) che ha sancito il “federalismo fiscale regionale”.

Per lo stesso motivo, nel 2015, sono stati sottratti altri 2,3 miliardi al FSN più l’eliminazione di 180 prestazioni diagnostiche dalla lista dei servizi sanitari gratuiti (anche “salvavita”). Con la Legge di Stabilità 2016 è arrivato, poi, un ulteriore taglio di 2 miliardi cui vanno aggiunte le possenti riduzioni apportate ai bilanci delle Regioni per circa 19 miliardi di euro, previste per il triennio 2016 -2019 che ricadono direttamente sulla spesa Sanitaria che, da sola, rappresenta l’80% dei bilanci regionali.

Risultato: nel 2018, 13 milioni di italiani si sono curati in ritardo o non si sono curati affatto a causa di problemi di accesso alla sanità pubblica, per le liste di attesa troppe lunghe o per la difficoltà a raggiungere i presidi ospedalieri.

Secondo il Rapporto Gimbe 2019: “la Sanità pubblica cade a pezzi e si avvia in silenzio verso la privatizzazione.”[1] Nel meridione l’indice di mortalità è tornato indietro di 70 anni, come ebbe a denunciare, non molto tempo fa, Walter Ricciardi, ex presidente dell’Istituto superiore di Sanità: “Negli ultimi 15 anni il sistema sanitario del centro-sud sta andando alla deriva e l’aspettativa di vita in questa parte del paese si sta rapidamente abbassando. Il Meridione d’Italia rappresenta il fanalino di coda in Europa per gli indicatori di aspettativa di vita e, in particolare, la zona metropolitana di Napoli è la peggiore dove nascere, con un gap di ben 8 anni in termini di aspettativa di vita rispetto ai paesi UE. Senza un intervento finanziario shock dello Stato centrale la situazione è destinata a peggiorare ulteriormente. Purtroppo la Costituzione non lo permette. [2]

Ma i ricchi, si sa, non sono mai contenti.

E allora ecco che arriva il progetto di “autonomia differenziata”, ovvero, la richiesta di maggiore autonomia che è stata avanzata da nove regioni (Lombardia, veneto, Emilia-Romagna, Piemonte, Liguria, Toscana, Marche, Umbria e Campania). In due di queste si è svolto un referendum nel 2017 che ha confermato la richiesta di Lombardia e Veneto e, oltre a queste ultime, anche con Emilia-Romagna e Piemonte si è giunti alla fase di intese tra regioni e governo.

Ma cosa si intende con “autonomie differenziate”? Si tratta dell’“autonomia differenziata delle regioni a statuto ordinario”, ovvero, di una potestà riconosciuta dall’articolo 116 della Costituzione dopo la modifica avvenuta con la riforma costituzionale del Titolo V, approvata nel 2001. L’articolo 116, che nel primo e secondo comma riconosce le regioni a statuto speciale, dunque prevede ora anche la possibilità di attribuire forme e condizioni particolari di autonomia alle Regioni a statuto ordinario (“regionalismo differenziato” o “regionalismo asimmetrico”, in quanto consente ad alcune Regioni di dotarsi di poteri diversi dalle altre).

E quali sono le materie nelle quali possono essere riconosciute ulteriori forme di autonomia? Tutte le materie che l’art. 117, terzo comma, attribuisce alla competenza legislativa concorrente, ovvero, rapporti internazionali e con l’Unione europea; commercio con l’estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione, salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale; professioni; ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori produttivi; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia; previdenza complementare e integrativa; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali; casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale.

Nelle materie di “legislazione concorrente” spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato che, a questo punto, manterrebbe la potestà esclusiva su un numero assai limitato di materie riservate dallo stesso art. 117: “organizzazione della giustizia di pace” e norme generali sull’istruzione tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.

A tirare la volata sono stati certamente Zaia e Fontana, presidenti di Veneto e Lombardia, perché il governo, pur avendo concesso loro già moltissimo sull’autonomia differenziata, non ha ancora dato il via libera agli insegnanti “padani”. In questa battaglia la Lega ha trovato, sin dai tempi del passato governo gialloverde, una docile ed accomodante sponda nel Partito Democratico il quale – quando si tratta di privatizzare, fare “grandi opere”, attaccare i diritti dei lavoratori e fare a pezzi lo stato sociale – non si fa certo pregare due volte.

Così anche Bonaccini, presidente PD dell’Emilia Romagna, si è unito alle proteste dei suoi colleghi lamentando il ritardo con cui si decide l’autonomia.

Il punto è che in un quadro di spesa pubblica sottoposta ai rigidi vincoli dell’austerità imposti al nostro paese dalla Unione Europea, l’autonomia differenziata distruggerebbe quel poco che è rimasto in piedi del nostro welfare, portando al massacro sicuro tutto il Sud assieme ai poveri del Nord.

La ricetta è semplice: ogni regione si dovrà arrangiare mentre si taglia la spesa per la sanità ed i servizi pubblici sotto la scure dei continui “piani di rientro dal debito” e con l’obbligo del “pareggio di bilancio” che ora, grazie a Monti, è divenuto principio di rango costituzionale e calpesta tutti gli altri diritti sociali costituzionalmente sanciti sotto il ricatto di un debito pubblico gigantesco che si autoalimenta da sé all’infinito.

Insomma, per dirla con Giorgio Cremaschi: “L’autonomia differenziata, oggi, non è solo la secessione dei ricchi, è una sfacciata ferocia sociale verso i poveri. È giusto quindi lottare per fermarla e per questo è necessario SMASCHERARE il PD. Che su questo disastro ha persino più responsabilità della Lega, avendo riformato nel 2001 la Costituzione in modo da aprire la via alle richieste secessioniste. E avendo il PD approvato nel 2013 la modifica dell’articolo 81, inserendo il Fiscal Compact nella nostra Carta. Se vogliamo impedire alla Lega di realizzare il suo programma di devastazione sociale, dobbiamo denunciare e combattere la sporca alleanza del partito di Salvini con il PD. Sull’autonomia differenziata e su quasi tutto il resto.” [3].

[1] (https://www.attivismo.info/rapporto-gimbe-2019-sanita-pubbl…

[2] Federalismo più austerity; e al sud si muore come 70 anni fa di Sergio Scorza, su Contropiano del 24 Gennaio 2018

[3] La sporca alleanza tra Lega e Pd sull’autonomia differenziata di Giorgio Cremaschi (Potere Al Popolo) su Contropiano del 22/07/2019.

Fonte

21/12/2018

Ce lo chiede l’Europa: disoccupazione, disuguaglianza e precarietà

Potere al Popolo! ha recentemente lanciato un invito al dibattito ed al confronto sull’Europa, in vista delle elezioni europee del 2019. Accogliamo l’invito e pubblichiamo il nostro secondo contributo sul tema.

Cosa ci chiede l’Europa lo sappiamo fin troppo bene: con la sua disciplina fiscale ci chiede di tagliare la spesa pubblica in sanità, istruzione, cultura, sicurezza, infrastrutture e di ridurre le pensioni; con il suo modello di economia di mercato ci chiede di competere con i salari di paesi dove lo stipendio mensile lordo non supera 400 euro, di accettare una crescente precarietà del lavoro e dei tempi di vita attraverso le liberalizzazioni, di rinunciare a qualsiasi forma di controllo pubblico sull’economia, dalle grandi reti infrastrutturali ai servizi pubblici locali. Ci chiede, insomma, tutto quello che i Governi degli ultimi 30 anni hanno scrupolosamente realizzato: che partissero da centrosinistra, da centrodestra, oggi addirittura da una piattaforma populista, tutti hanno seguito la stessa direzione, quell’austerità che ha portato in Europa una crisi che in tempi di pace non si vedeva da quasi un secolo. Ma perché l’Europa ci chiede questo?

Le risposte più comuni a questa domanda, affatto banale, sono due. La risposta dell’Europa e degli europeisti è la seguente: in Italia, così come in tutta la periferia europea, abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, con un modello di sviluppo incompatibile con la dimensione globale che il progresso tecnico impone ai sistemi produttivi moderni; i sacrifici derivanti dall’abbandono di questa organizzazione sociale obsoleta e insostenibile sarebbero più che compensati dal futuro radioso che l’affermazione di una moderna economia di mercato spontaneamente realizzerà. La risposta di molti euroscettici non mette in discussione gli obiettivi dichiarati dalle istituzioni europee, che sarebbero sempre quelli di garantirci un futuro migliore nel turbinio della globalizzazione, ma critica piuttosto la messa in pratica di questo progetto: secondo alcuni l’Europa sarebbe un grande errore, un’istituzione mal congegnata, un’unione economica incompleta condannata al fallimento dalle teorie economiche sbagliate su cui è disegnata. Questi critici dell’Europa, dunque, tendono a dipingere l’ostinazione con cui le istituzioni comunitarie procedono sul solco dell’austerità come una mera follia, frutto di fanatismo ideologico e causa di una prossima implosione del progetto di integrazione europea. In quanto segue, proveremo a tracciare i contorni di una terza risposta.

Una volta inserito nella storia della lotta di classe, il progetto di integrazione europea si mostra per quello che è: un formidabile strumento di disciplina dei lavoratori concepito per ribaltare i rapporti di forza che si erano andati consolidando fino agli anni Settanta, la forma assunta dalla restaurazione neoliberista in un’Europa dove i diritti conquistati metro dopo metro dai lavoratori iniziavano a mettere in discussione l’ordine economico e sociale. Quando le principali economie europee viaggiavano verso la piena occupazione, il ricatto del licenziamento si faceva meno opprimente ed i lavoratori trovavano il coraggio e la forza di organizzare le loro lotte sia sul piano sindacale che sul piano politico, fino a progettare la rivoluzione verso un modello alternativo di società fondato su principi di uguaglianza e solidarietà che, pur con mille contraddizioni, dimostrava di poter esistere appena oltre la cortina di ferro e, anche solo per questo motivo, toglieva il sonno agli sfruttatori di tutta l’Europa occidentale.

Libertà di movimento di merci e capitali, ovvero libertà di sfruttamento del lavoro

Sebbene il percorso di integrazione europea prenda avvio con il Trattato di Roma del 1957, che istituisce la Comunità Economica Europea (CEE), solo nel 1968 viene sancito il primo vero passaggio verso la costruzione del mercato unico europeo: la completa liberalizzazione dei movimenti di merci con l’abbattimento dei dazi. Negli anni ’80 si procede a passi da gigante alla liberalizzazione dei movimenti di capitale, con l’Atto Unico del 1986 che definisce le linee guida dell’apertura integrale delle frontiere ai movimenti di denaro, apertura che verrà sancita definitivamente con il Trattato di Maastricht del 1992. Da allora i capitali sono liberi di migrare da un paese ad un altro senza alcuna restrizione e senza pagare alcuna imposta per il loro trasferimento. Il combinato disposto di queste due libertà è un salto di qualità nella capacità di sfruttamento del lavoro: se i lavoratori di un Paese non si piegano, e pretendono salari elevati e diritti, la libertà di movimento dei capitali consente alla produzione di trasferirsi altrove e la libertà di movimento delle merci garantisce che non sia compromessa la capacità di vendere quel prodotto nel mercato unico, incluso il paese da cui si è delocalizzata la produzione. Sulla libertà di merci e capitali si costruisce dunque l’oppressione del lavoro. È infatti evidente che qualsiasi normativa che volesse aumentare i gradi di tutela dei lavoratori, ridurre l’orario di lavoro, fissare un salario minimo orario, aumentare le norme di sicurezza sui luoghi di lavoro, mettere al bando tutti i contratti precari, ripristinare una disciplina restrittiva sulla libertà di licenziamento e via dicendo, si scontrerebbe sempre con la minaccia di una fuga di capitali verso sistemi normativi più favorevoli ai profitti.

Il medesimo ricatto si propone anche sul piano della tassazione, dove si crea una concorrenza al ribasso sui sistemi tributari: qualsiasi impresa è chiamata a competere con quelle residenti nei paesi a minor pressione fiscale sul capitale. Il risultato è una pressione competitiva che si scarica sui salari dei lavoratori e si traduce nella minaccia di delocalizzazione, producendo in ultima istanza una spinta tutta politica alla compressione delle tasse sui redditi da capitali – progressivamente ridotte in tutta Europa. Senza controlli dei movimenti di merci e capitali appare impossibile esercitare una seria redistribuzione del reddito attraverso un sistema fiscale progressivo.

La disciplina fiscale e il ricatto del debito

Il Trattato di Maastricht, inoltre, fissa una serie di vincoli all’uso del bilancio pubblico, stabilendo limiti al ricorso al debito pubblico attraverso due parametri: il rapporto tra debito pubblico e PIL deve tendere al 60% del PIL ed il rapporto tra disavanzo pubblico (la differenza tra spese ed entrate dello Stato nell’anno) e PIL non può superare il 3%. L’Italia, proprio a partire dai primi anni Novanta ed in coerenza con quei vincoli, ha realizzato una serie praticamente ininterrotta di avanzi primari (un eccesso di entrate sulle spese, escluse le spese per interessi sul debito) che hanno sottratto ogni anno risorse all’economia, alimentando la disoccupazione, indebolendo la domanda aggregata e creando le condizioni per l’attuale situazione di stagnazione. Il ricorso alla spesa pubblica in disavanzo è storicamente, infatti, lo strumento principale per stimolare l’economia e perseguire l’obiettivo della piena occupazione, proprio quella piena occupazione che negli anni Settanta aveva dato linfa alla lotta di classe dei subalterni. Nel 2012 le istituzioni europee approfittano dell’instabilità politica generata dalla crisi per far sottoscrivere ai Paesi membri il Fiscal Compact, che inasprisce la disciplina fiscale in Europa imponendo il principio del pareggio di bilancio, dunque mettendo fuori legge il ricorso al disavanzo pubblico.

Oltre alla disciplina fiscale inscritta nei Trattati, l’Europa impone ai Paesi membri anche la disciplina dei mercati finanziari, attraverso l’operato della Banca Centrale Europea (BCE). La politica monetaria è la chiave di volta della stabilità finanziaria di un Paese, perché la banca centrale ha il potere di emettere moneta e può impiegarlo per sostenere il corso delle attività finanziarie che hanno una rilevanza sistemica, in primis i titoli del debito pubblico. La crisi finanziaria USA è stata arginata attraverso acquisti incondizionati di Treasuries, i titoli pubblici americani, da parte del Federal Reserve System, ossia la banca centrale degli Stati Uniti. Lo stesso non è successo in Europa dove la BCE – a partire dalla Grecia – ha negato quel sostegno incondizionato al debito pubblico che da solo può garantire la stabilità finanziaria; al contrario, l’autorità monetaria europea ha subordinato il suo intervento, di volta in volta, all’accettazione delle politiche neoliberiste del rigore fiscale, della deflazione salariale, delle liberalizzazioni e privatizzazioni. Attraverso la BCE, l’Europa ha posto l’austerità come condizione della stabilità finanziaria dei paesi Membri: se un Paese non è perfettamente allineato ai dettami della Commissione Europea, perde il sostegno della banca centrale sui mercati finanziari e finisce per essere esposto alla speculazione finanziaria. È il ricatto dello spread che ha messo in ginocchio l’intera periferia europea a partire dal 2009. In questa maniera la politica monetaria è diventata uno strumento disciplinante delle politiche economiche nazionali, strumento adoperato dalle istituzioni europee per imporre il disegno politico neoliberista dell’austerità.

La camicia di forza del cambio fisso

L’architettura istituzionale europea si completa con un terzo pilastro, costituito dal processo di fissazione del tasso di cambio tra paesi che hanno poi aderito alla moneta unica, l’euro, a partire dal 2002. Anche questo processo prende avvio negli anni Settanta, con la creazione del cosiddetto ‘Serpente monetario’ nel 1972 – un primo margine di fluttuazione ristretto per i cambi dei paesi europei – e poi con la formazione del Sistema Monetario Europeo nel 1979, il preludio all’Unione Monetaria sancita dal Trattato di Maastricht.

Nel contesto del mercato unico, dominato dalla libertà di movimento dei capitali e delle merci, la fissazione dei rapporti di scambio tra le valute dei paesi europei impone alle economie nazionali un vincolo esterno, concentrando tutta la pressione derivante dalla concorrenza internazionale sul costo del lavoro. Il meccanismo dei cambi fissi prevede infatti l’impossibilità di ricorrere alla svalutazione della moneta nazionale, e dunque sottrae dall’alveo della politica economica uno strumento fondamentale di stimolo della produzione. La leva del tasso di cambio permette, infatti, ad un Paese di rendere le proprie merci più competitive all’estero riducendone il prezzo senza dover comprimere direttamente i salari dei lavoratori: le cosiddette svalutazioni competitive rappresentavano, nell’Italia del dopoguerra, un vero e proprio compromesso tra le rivendicazioni dei lavoratori e le resistenze delle imprese. Il vincolo esterno dei cambi fissi ha reso impossibile questo compromesso, costringendo così le imprese – esposte alla concorrenza internazionale – a guadagnare margini di competitività solo sulla pelle dei lavoratori.

L’Unione Europea appare, nella sua evoluzione, come uno strumento pensato esattamente per depotenziare il conflitto di classe dal basso verso l’alto, un’arma di difesa del profitto agitata contro i lavoratori per imporre la restaurazione neoliberista in Europa. Per questo le istituzioni europee ci appaiono programmaticamente e strutturalmente irriformabili: la loro funzione essenziale è proprio quella di disciplinare il lavoro e sottometterlo – attraverso disoccupazione, disuguaglianze e precarietà – al dominio del capitale. Il progetto di integrazione europea ha costruito uno spazio non politico e non contendibile, sottraendo alla maggioranza della popolazione qualsiasi forma di controllo sul governo dell’economia e sull’organizzazione sociale. La riprova della irriformabilità dell’Unione Europea può essere trovata facilmente anche sul piano giuridico: per modificare i trattati istitutivi occorre raggiungere l’unanimità dei 27 Paesi membri, il che significa che risulta impossibile concepire una qualsiasi forzatura dell’architettura istituzionale europea verso una maggiore attenzione ai temi sociali e ai diritti dei lavoratori; se pure tutti i Paesi dell’Unione tranne il Lussemburgo si convincessero della necessità di allentare l’austerità, quei 600.000 lussemburghesi basterebbero a frenare il progresso sociale di 500 milioni di europei.

L’Unione Europea è allora la forma storica assunta nei paesi europei dalla lotta di classe dall’alto verso il basso, per eludere la concretezza del conflitto tra sfruttati e sfruttatori che negli anni Settanta aveva condotto ad importanti conquiste per i lavoratori. Con la mera applicazione di politiche economiche proclamate come inevitabili, tecniche, disegnate da centri decisionali lontani e inarrivabili, sono state applicate misure ispirate al più profondo ed estremo neoliberismo. Culturalmente si è plasmato e diffuso per anni un nuovo approccio politico, fondato sull’idea che non ci sia più niente da fare, perché vi sono forze oggettive invalicabili che determinano il funzionamento di un sistema economico contro cui non è possibile ribellarsi, se non in modo testimoniale. Non resterebbe allora che il misero adeguamento alla realtà e, al limite, debolissime lotte di retroguardia per rendere questo adeguamento il meno traumatico possibile. Questa cultura dell’impossibilità di incidere ha fatto a pezzi decenni di politica attiva, facendo precipitare i protagonisti di una stagione di lotte e conquiste nel nichilismo o, peggio ancora, nell’entusiasta adesione all’esistente visto come inevitabile fine della storia. Lottare contro l’Unione Europea significa quindi innanzitutto lottare contro la fine stessa della politica come luogo del conflitto e dell’elaborazione di un diverso progetto di società.

Così come il processo di emancipazione degli sfruttati era stato accompagnato dalla costruzione di un quadro di politiche economiche favorevoli alla piena occupazione, alla difesa del lavoro, al rigido controllo statale e alla programmazione economica, allo stesso modo la fase successiva di arretramento realizzata a partire dagli anni Settanta è stata contrassegnata da una vera e propria controrivoluzione liberista, le cui forme istituzionali coincidono con le tappe del progetto di integrazione economica e monetaria europea. L’Europa si presenta, dunque, come il dispositivo storico concreto della lotta di classe mossa dagli sfruttatori contro gli sfruttati: fuori dall’ideologia europeista dell’inevitabilità della globalizzazione, fuori dall’illusione di un’Europa dominata dalla finanza a cui contrapporre la politica dell’Europa dei popoli, il progetto di integrazione europea appare tutt’altro che un fallimento, bensì come il grande successo di chi ha voluto reprimere nella povertà e nella precarietà decenni di conquiste sociale da parte delle classi subalterne.

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06/09/2018

Il governo sulla manovra economica: “faremo tutti contenti”

“Non sfideremo l’Europa sui conti”. Ad affermarlo è il vicepremier Luigi Di Maio al termine del vertice della maggioranza di governo. Dato il colpo al cerchio, a dare il colpo alla botte è il Presidente del Consiglio Conte secondo cui “Il nostro obiettivo è decidere come spendere al meglio le tasse degli italiani e vedere come tagliarle, tutto a favore della vita dei cittadini”. Il governo, secondo Conte lavora “a riforme strutturali a favore della competitività del sistema-paese che saranno parte qualificante del Piano nazionale Riforme e, quindi, parte integrante della manovra economica”.

Una doppia dichiarazione che vorrebbe rassicurare sia i mercati finanziari e l’Unione Europea sia gli elettori che hanno affidato le loro aspettative di miglioramento delle proprie condizioni di vita alle attuali forze di governo. Una impresa fino ad oggi rivelatasi impossibile, anzi del tutto sbilanciata a favore dei primi, anche perché l’obbligo del pareggio di bilancio imposto con la modifica dell’art.81 in Costituzione su input della Bce, funziona come una sorta di tagliola su ogni incremento di spesa pubblica che non abbia “le coperture finanziarie”.

Come sarà allora possibile far quadrare questo cerchio maledetto? Secondo Di Maio nella manovra “deve esserci il reddito di cittadinanza, il superamento della Fornero e gli aiuti alle imprese con gli sgravi fiscali” ribadendo che reddito di cittadinanza e flat tax “non sono alternativi”. Non solo: la legge di Stabilità che dovrà essere varata nei prossimi mesi dopo il via libera di Bruxelles “farà tornare il sorriso ai cittadini”, “terrà i conti in ordine”, ma “sarà coraggiosa”.

Anche l’onnipresente e invasivo Salvini ha detto la sua con una iperbole che usa come metafora (sic!) la nave Acquarius rimasta bloccata per giorni nel Mediterraneo con centinaia di profughi e oggetto nei mesi scorsi di un braccio di ferro con l’Unione Europea: “Il modello Aquarius” ha affermato il ministro dell’Interno “sarà traslato esattamente anche in materia economica, rispettando quanto promesso agli italiani”. E anche in questo caso giù con l’elenco delle promesse fatte agli elettori: “In questa manovra che sarà rispettosa di tutti i vincoli e le regole, ci sarà l’avvio dello smontaggio della legge Fornero, l’avvio della riduzione fiscale, la pace fiscale, l’avvio del reddito di cittadinanza, la semplificazione burocratica che le imprese aspettano da anni. Stiamo valutando tempi, costi e anni ma sicuramente l’anno prossimo alcuni milioni di italiani saranno più soddisfatti di quest’anno”. E’ doveroso sottolineare come la premessa alle promesse elencate da Salvini era che gli italiani sanno che “il governo non moltiplicherà i pani e i pesci”.

La sicurezza, o forse la sicumera, dell’esposizione pubblica dei maggiori esponenti del “governo a tre” da un lato produce un doveroso scetticismo, dall’altro non può che far nascere un altrettanto doveroso interrogativo. Vuoi vedere che questi hanno trovato la quadratura del cerchio? Che c’erano le soluzioni e i governi precedenti le hanno negate, omesse, rimosse?

La risposta al secondo dubbio dovrà attendere i fatti, cioè i contenuti della Legge di Stabilità. Lì ci saranno le priorità, i numeri, le conseguenze fattuali delle scelte nei capitoli di spesa e di tagli nella spesa pubblica e sociale. Da questi si dipanerà la matassa che ci dirà qual’è la natura “di classe” della prossima Legge di Stabilità e dunque del governo che l’ha prodotta e mediata con Bruxelles.

Sul primo invece (il doveroso scetticismo) occorre fare una ginnastica specifica. E’ possibile coniugare in un bilancio dello Stato vincolato dalle modifiche all'art.81 e dai parametri di Maastricht politiche espansive e politiche di rigore? Fino ad oggi non c’è riuscito nessuno, neanche il primo governo di Syriza in Grecia, contro il quale è arrivato dritto come un maglio tutto l’armamentario dell’Unione Europea che a tale scopo aveva anche costituito un gruppo speciale: la troika.

Forse ci sta riuscendo, ma in condizioni strutturali assai diverse, il Portogallo. Non ci risulta però che qualche delegazione del governo italiano – fino ad oggi – si sia recata nella piacevolissima Lisbona per vedere come stanno lavorando.

Allora come sarà possibile che in una stessa legge di bilancio in Italia ci siano le limitazioni per rispettare i vincoli europei, le risorse per riempire il buco nelle entrate fiscali (flat tax), quelle per finanziare il reddito di cittadinanza, per smontare la Legge Fornero e per continuare a dare i soldi alle imprese?

O la Banca d’Italia in tutta segretezza ha ricominciato a stampare banconote all’insaputa della Bce, oppure tutti i conti tra entrate e uscite dovranno essere a somma zero. Praticamente i soldi devono essere spostati da un capitolo all’altro, tagliando sull’uno per essere destinati ad un altro, mantenendo così il pareggio di bilancio.

Può accadere che la riorganizzazione pensionistica alla fine venga finanziata dagli stessi lavoratori che devono andare o sono già in pensione (sai che allegria... ndr), modificando magari un po’ di scadenze in uscita ma non la retribuzione percepita, anzi, magari alla fine potrebbe essere peggio della stessa Fornero. Può essere che verranno sacrificate parte delle pensioni “assistenziali” nel Meridione e reperire così le risorse per finanziare le “pensioni di anzianità” nel Nord.

Può essere che il trickle down (lo sgocciolamento) dalla maggiore ricchezza assicurata ai più ricchi dalla flat tax si pensi essere più generoso di quanto umanamente prevedibile. Ma per sgocciolare verso il basso occorre che ai ricchi venga prima riempita la tazza fino all’orlo. Sarebbe un modo diverso – e anche più perverso – di ripresentarsi alla gente con la famigerata “politica dei due tempi”: prima i sacrifici e poi i benefici. Peccato che nella storia recente – praticamente dal 1976 in poi – i lavoratori e i disoccupati di questo film abbiano sempre visto solo il primo tempo. Sul secondo si è sempre rotto il proiettore nell’intervallo.

Per ora fermiamo le macchine qui, perché stiamo discettando sulla base delle concrete esperienze passate e di congetture sul prossimo futuro. Ma la verifica dovrà attendere solo tre mesi. A novembre sapremo se il governo ha trovato la strada per moltiplicare i pani e i pesci oppure se potrà essere inserito nella lista dei bloody liars, i mentitori sanguinari denunciati dai minatori britannici che lottarono contro la Thatcher.

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16/08/2018

Ricostruire un paese che cade a pezzi: oltre il mito del privato e il pareggio di bilancio



Nell’agenda di un governo serio di un paese in cui ponti, viadotti e gallerie sono a costante rischio di crollo, ci dovrebbe essere al primo punto un grande piano di manutenzione straordinaria e di messa in sicurezza di queste infrastrutture, soprattutto di quelle più vecchie. Invece, ponti, viadotti e gallerie sono stati/e, regalati/e a privati senza scrupoli, che ogni mattina si alzano e si arrovellano sul come cercare di arrivare nel più breve tempo possibile al prossimo aumento dei pedaggi onde poter incrementare i dividendi tra i propri azionisti ed i vantaggi della propria davvero straordinaria rendita di posizione.

E pensare che per verificare la tenuta di un ponte come quello appena crollato a Genova, secondo Renzo Piano, sarebbe bastata una semplice “termografia”, ovvero, una tecnologia che non obbliga i manutentori a faticose e costose perforazioni. Purtroppo l’Italia queste tecnologie non le usa in casa propria, ma le esporta verso paesi in cui le norme sulla sicurezza delle infrastrutture sono certamente più stringenti. Da noi, si sa, basta uno studio legale importante per demolire un quadro normativo farraginoso ed inconcludente e per ipnotizzare un magistratura sempre molto sensibile alle ragioni dei potenti.

D’altronde nulla si è fatto e nulla si continua a fare nemmeno per la manutenzione straordinaria della rete ferroviaria né per mettere in sicurezza i territori divorati dal cemento per fermare la lunga serie di frane ed alluvioni annunciate che ormai vengono digerite ed archiviate dopo pochi giorni come se nulla fosse, come si trattasse di eventi naturali. Ma noi sappiamo bene che tutte queste tragedie, con il loro triste corollario di morti, feriti e mutilati, sarebbero evitabilissime. Succede però, che, nei piani aziendali dei privati che sfruttano le generose concessioni dello Stato, morti feriti e mutilati sono catalogati come effetti collaterali inevitabili e necessari; né più, né meno di come si fa in guerra.

Allora sarebbe finalmente ora di ammettere che – passata la sbornia delle privatizzazioni e delle grandi opere fatte con lo sputo dalle aziende subappaltanti in odor di mafia – i privati ai quali governi compiacenti hanno regalato due terzi del paese per consentirgli di accumulare, in modo facile e veloce, profitti giganteschi, non investiranno mai in manutenzione e sicurezza semplicemente perché non hanno alcun interesse a farlo.

Il nostro è un paese malato che può essere curato e salvato solo per mezzo di un grande piano di investimenti pubblici. Ma fin tanto che dentro la Costituzione rimarrà quella norma assurda e suicida che chiamano “pareggio di bilancio”, che impedisce allo Stato di spendere in deficit (dunque, mai), ci resterà soltanto da attendere inermi le prossime sciagure, rifare le conte dei morti e sperare di riuscire a salvare la pelle.

Un paese malato che non può spendere per curarsi è un paese morto.

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22/05/2018

Governo nella melma, Mattarella prende tempo

La melma di governo sale prima ancora che questo nasca. Una tentazione va evitata come la peste: quella di giudicare il pasticcio presente con le etichette del lontano passato.

Scriviamo “etichette”, e non “categorie”, perché le seconde sono una cosa seria, durano nel tempo e identificano campi di valore stabili. Le prime, invece, vengono buttate lì tanto per fermare un’immagine, ma si possono spostare a piacimento. Basti pensare al concetto di “sinistra”, che nel linguaggio politico attuale non indica assolutamente nulla che sia almeno lontano parente del movimento operaio, socialista, comunista e persino socialdemocratico.

Quello che va componendosi è infatti un quadro piuttosto originale, in senso ovviamente negativo, formato dall’azione contemporanea di forze e processi tra loro contrastanti. Il voto del 4 marzo ha segnato un terremoto strutturale nel panorama politico italiano, premiando le forze che meglio fingevano di rappresentare la necessità di cambiamenti radicali e di contrasto con le politiche di austerità obbligate dall’Unione Europea. E di riflesso ha annientato le “forze europeiste” – Forza Italia e Partito Democratico, col codazzo inutile di LeU, tutti destinati a rapida dissoluzione – giustamente ritenute complici o esecutori di scelte che hanno impoverito la popolazione ben oltre i limiti di una crisi globale ancora irrisolta.

La coalizione grillin-leghista, per quanto improbabile sotto molti profili, è comunque l’unica combinazione in grado di partorire una maggioranza e un governo. Le alternative sono state bruciate rapidamente: il “governo del presidente” per andare di nuovo al voto, ma con calma, e un governo di centrodestra che ramazzava un po’ di parlamentari “responsabili” pronti a cambiare casacca in cambio di soldi e/o poltrone.

Le attese popolari inutilmente riposte nei “vincitori” richiedono comunque quantomeno un atteggiamento “nazionalistico” nei confronti dei mercati finanziari e delle autorità europee. Atteggiamento, non contrapposizione; retorica, non passi concreti; maggiore rigidità contrattuale nelle trattative internazionali (basta poco per far meglio del passato, quando si firmavano all’unanimità – Lega compresa – trattati vincolanti senza neanche leggerli), non “rottura” dei vincoli e degli impegni comunitari.

Ma anche questa minima postura “euro-tiepida” appare pericolosa a mercati, multinazionali, istituzioni continentali. I quali non hanno mancato di produrre il solito spettacolo – moniti autorevoli, minacce esplicite, aumento dello spread, oscillazioni di borsa, dubbi sul rating futuro, ecc. – che accompagna ogni scadenza importante per la tenuta dell’establishment. Naturalmente non tutti, nell’establishment, si accorgono che ogni loro intervento nelle dinamiche nazionali si traduce – sempre – in rafforzamento dell’ostilità popolare, finendo così per produrre proprio il risultato che si voleva impedire (basti pensare ai casi della Brexit, del referendum costituzionale in Italia, del referendum in Catalogna o, andando indietro nel tempo, al voto di Francia e Olanda contro il testo di “costituzione europea,” poi abbandonato).

Fissato il quadro, vediamo le mosse di giornata dei nostri piccolissimi “eroi”.

Salvini e Di Maio hanno finalmente fatto il nome del presidente del consiglio proposto per mediare tra movimenti diversi. Giuseppe Conte, già indicato nella “squadra di governo” grillina, un paio di mesi fa, un civilista abbastanza quotato da entrare in consigli di amministrazione, commissioni (quella della cultura, in Confindustria), diverse facoltà universitarie. A riprova della tempesta che l’attende, dagli Stati Uniti già si mettono in dubbio alcuni suoi titoli.

La reazione di Sergio Mattarella – richiamare per un inutile giro di consultazione i due presidenti di Camera e Senato – è stata subito considerata da tutti come un prendere tempo, se non altro per sbollire la rabbia e ricordare fisicamente che il suo ruolo non è quello del notaio che approva e basta il “contratto” tra le parti. E soprattutto che il quadro dei vincoli internazionali è prevalente su qualsiasi programmino elettorale.

Anche la lettura – somministrata ai due capipartito – dell’articolo della Costituzione che descrive i poteri del presidente del consiglio appare per un verso singolare (dobbiamo pensare che Salvini e Di Maio non li conoscessero bene?), per un altro un preavviso di ostacoli posti dallo stesso presidente della Repubblica. Rimane insomma aperta, sullo sfondo, l’ipotesi di scioglimento delle Camere e ritorno al voto.

Il nodo formale è chiaro: un primo ministro è il capo del governo, non “l’esecutore” di un contratto steso da altri soggetti. E’ insomma uno che deve decidere, determinare le scelte dei “suoi” ministri, fare scelte per affrontare problemi imprevisti o imprevedibili. L’essenza “politica” di queste scelte richiede insomma un notevole margine di autonomia, che mal si attaglia a un semplice “esecutore” tecnico. Per non dire, infine, della sua autorevolezza nei consessi internazionali, dove dovrebbe apparire come soggetto decidente anche in solitario, se serve, e non certo come un ambasciatore di istanze altrui.

Altri problemi ancora si annunciano sui nomi dei ministri in alcuni posti chiave, come quello dell’Economia, per cui viene indicato Paolo Savona, ex direttore generale di Confindustria (e due!), passato con gli anni dall’europeismo senza se e senza ma all’idea di fuoriuscita dalla moneta unica e, di conseguenza, anche dall’Unione.

Fuori dalle “etichette”, dunque, appare evidente il conflitto sordo tra istanze (e soggetti) di allentamento della rigidità iscritte nei trattati e forze che spingono per lo status quo, rappresentate ormai istituzionalmente dal solo Sergio Mattarella.

Al di là delle chiacchiere, si tratta di una situazione che mette in tensione le residue maglie forti della Costituzione. Con un presidente della Repubblica che agisce in nome dei trattati internazionali (agganciati in Costituzione tramite la modifica dell’art. 81 che ha introdotto l’obbligo all’“equilibrio di bilancio”) e una strana coppia di leader politici costretti a barcamenarsi tra attese popolari sovradimensionate, strumenti operativi di dubbia consistenza e “isolamento internazionale” tutt’altro che innocente o disinteressato.

In questa contesa in altri tempi risibile – una forma di “compromesso” con i mercati finanziari e la Troika, alla fine verrà trovata, alle condizioni peggiori – si va consumando ciò che resta del legame tra popolazione e “classe politica”. Un gorgo che trascina con sé anche la Costituzione, come si diceva, che ormai sembra un abito troppo stretto sia per chi deve farci i conti da fuori (“troppo socialista”, diceva un report di JpMorgan), sia per i neofiti di governo, che ritengono “normale” agire come se non ci fosse.

Ciò non impedisce e non impedirà ai rappresentanti più fidati dell’establishment occidentale – Berlusconi e il Pd, con Renzi o senza – di proporre un’opposizione demenziale tutta fondata sul rispetto dei parametri di Maastricht, del pareggio di bilancio e dunque dell’austerità regressiva.

Il campo d’azione per un movimento popolare diretta espressione delle non poche situazioni di conflitto sociale e territoriale è praticamente infinito. Che questo movimento si metta finalmente a correre è compito nostro. Di questo e non altro parleremo a Napoli, sabato e domenica prossimi.

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15/05/2018

Il ricatto dell’IVA

Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito, in materia fiscale, ad una tendenza univoca molto chiara: lo spostamento del carico fiscale dai più ricchi ai più poveri e dai redditi da capitale ai redditi da lavoro. Questa tendenza è stata accompagnata da una sempre più sofisticata capacità di evasione ed elusione fiscale da parte dei redditi da capitale, in particolare i grandi capitali che possono essere esportati, legalmente o illegalmente, all’estero. In estrema sintesi: i lavoratori e i soggetti meno abbienti pagano sempre più imposte, i capitali e i soggetti più ricchi ne pagano sempre meno. Un dibattito politico ed economico fortemente impoverito, tuttavia, colpevolmente ignora questi aspetti: ad essere oppressi dal carico fiscale sarebbero esclusivamente solerti imprenditori, scoraggiati dal “fare impresa” e generare ricchezza per tutti da uno Stato oppressore e sanguisuga.

Proviamo a fare chiarezza ed un po’ di pulizia. Tra i temi più evocati nel dibattito politico e giornalistico di questi giorni un posto d’onore spetta senza dubbio all’IVA, l’imposta sul valore aggiunto. Se ne paventa un aumento a decorrere dal 2019 e i partiti politici si affannano a capire come poter scongiurare questo evento, previsto dalla clausola di salvaguardia presente nella legge di bilancio dall’ormai lontano luglio 2011. Secondo tale clausola, l’aumento dell’IVA scatta automaticamente nel momento in cui non si sono raggiunti gli obiettivi di contenimento del deficit previsti dalla Commissione europea. Ma procediamo per gradi.

Il carico fiscale, in generale, è quella quota del reddito nazionale di cui lo Stato si appropria attraverso tributi di vario genere. La percezione comune e la trattazione mediatica dell’argomento inducono a pensare che le imposte siano tutte uguali. La confusione è aumentata dal fatto che spesso si paventa l’aumento delle imposte, senza ulteriori qualificazioni, o se ne rivendica la loro riduzione in generale. Questo, però, offre un’immagine distorta. Se si adotta questa chiave di lettura, sembrano emergere solamente due posizioni possibili in tema fiscale: chi è a favore di più imposte per tutti e chi invece ne vuole di meno, per tutti. Così facendo, però, si perde completamente di vista l’impatto che la tassazione può avere sulla distribuzione del reddito: le imposte sono profondamente diverse, perché ciascuna di esse colpisce in maniera proporzionalmente diversa, più o meno accentuata, un segmento diverso della popolazione.

Per quanto riguarda l’IVA, quest’ultima gioca un ruolo dominante nella determinazione del carico tributario indiretto. Prima di spiegarne il significato specifico è opportuno richiamare brevemente la differenza tra un’imposta diretta e una indiretta.

Un’imposta diretta colpisce direttamente la capacità contributiva del soggetto in questione. Ovvero l’individuo paga l’imposta sulla base delle sue entrate effettive e quindi della sua capacità personale di contribuire alle entrate dello Stato e al finanziamento della spesa pubblica. Per questo motivo l’imposta diretta colpisce il reddito, o al limite il patrimonio, in quanto si tratta di immediati indicatori del benessere dell’individuo e della sua possibilità di contribuire ai bisogni della collettività.

Un’imposta indiretta, invece, colpisce una manifestazione mediata di capacità contributiva degli individui. L’esempio più tipico sono i consumi.

Vediamo meglio cosa implica un’imposta sui consumi con un banale esempio. Il signor X consuma un caffè il cui prezzo, al netto delle imposte, è pari a 1 euro. Il bene di consumo caffè, tuttavia, è gravato di un’imposta del 20%, cosicché il prezzo finale diviene 1,20 euro. Il consumatore nel momento dell’acquisto del caffè sta pagando una percentuale del suo prezzo, 20 centesimi, allo Stato. Viene quindi colpito dall’imposta non sulla base del suo livello di benessere economico, reddito o ricchezza, ma solo in quanto sta consumando un bene. Su quello stesso caffè, chiunque, anche un soggetto che ha un reddito 100 volte superiore a quello del primo soggetto, pagherà sempre e comunque 20 centesimi di imposta.

Un’imposta indiretta, insomma, non tiene conto in alcun modo della situazione economica del contribuente e colpisce a pioggia tutti, ricchi e poveri, alla stessa maniera. Come dicevamo, le imposte non sono tutte uguali. L’IVA è meno uguale delle altre.

In tempi di austerità, la ricetta imposta dalla Commissione europea a tutti i paesi membri è sempre la solita: riduzione del debito e del deficit da praticare tramite il conseguimento di avanzi primari di bilancio. Le entrate dello Stato devono eccedere le uscite per poter così drenare risorse per ridurre il debito e allo stesso tempo non creare nuovi deficit annuali. In concreto questo significa taglio della spesa e aumento delle imposte, con conseguenze restrittive sulla domanda e recessive sul prodotto nazionale.

L’austerità, tuttavia, non ha solamente finalità recessive. Ha anche una chiara direzione redistributiva immediata, che si manifesta a seconda di dove lo Stato decide di far ricadere l’onere degli aggiustamenti di finanza pubblica. Non sorprendentemente, l’austerità è stata consistentemente declinata in maniera tale da colpire in maniera sproporzionata il mondo del lavoro e le fasce di reddito più basse. Per i governi che applicano l’austerità, non è evidentemente sufficiente disciplinare la forza lavoro creando disoccupazione.

Non è insomma un caso se tutti i governi degli ultimi anni hanno contribuito a ridurre le imposte sui più ricchi e allo stesso tempo a spostare in modo graduale il carico dalle imposte dirette a quelle indirette. Tra queste ultime il primo imputato è proprio l’IVA. Nel corso degli ultimi trent’anni, a fronte di una riduzione progressiva delle aliquote IRPEF gravanti sui redditi più elevati e di una riduzione delle imposte sui redditi delle società di capitale (IRES), si è invece assistito ad un progressivo e inesorabile aumento dell’imposta sui consumi.

I due grafici che seguono mostrano inequivocabilmente quanto accaduto dagli anni ’80 in poi. Si riportano l’aumento dell’aliquota percentuale IVA dal 1973, quando ammontava al 12%, ad oggi e fino al previsto aumento al 25% nel 2021. Subito sotto si riporta invece il calo continuo dell’aliquota superiore IRPEF, che colpisce i redditi più elevati, scesa nello stesso lasso temporale dal 72% al 43% (senza tenere conto peraltro della drastica riduzione della distanza tra le fasce di reddito colpite dalle diverse aliquote).



Le imposte indirette, e tra queste l’IVA, negano a priori la possibilità di praticare il precetto costituzionale della progressività (art. 53 Cost.) in quanto, come dimostrato, ricadono a pioggia sull’intera platea dei contribuenti, indipendentemente dalla loro capacità contributiva. Ma c’è di più. È facile dimostrare che l’IVA non solo è palesemente non progressiva ma è persino manifestamente regressiva, ovvero colpisce i poveri in maniera maggiore dei ricchi, in quanto sottrae ai più poveri una percentuale di reddito maggiore di quella sottratta ai più ricchi. Il motivo è semplicissimo. Un soggetto che ha un reddito basso ne consuma per definizione una percentuale elevatissima. Dovrà infatti soddisfare i suoi bisogni primari e non avrà risorse aggiuntive, se non esigue, per alimentare i propri risparmi. Al contrario, un soggetto abbiente avrà una propensione percentuale al consumo molto più bassa poiché una volta soddisfatti numerosi bisogni, dai più essenziali ai più superflui, continuerà ad avere soldi che deciderà di risparmiare. E così il più povero vedrà una quota consistente, prossima alla totalità del proprio reddito per i molto poveri, tassata dall’IVA, il più ricco invece solo la quota parte destinata ai consumi, mentre ciò che risparmia sarà esente da quell’imposta.

Ecco svelato il mistero dell’accanimento da parte dei commissari dell’austerità liberista sulla necessità di continui aumenti dell’IVA in tutti i paesi europei e in particolare in quelli maggiormente soggetti alla pressione di Bruxelles.

Torniamo all’Italia. Nel 2011 il governo Berlusconi, messo alle strette dalla Commissione europea, inserì nella legge di bilancio una clausola di salvaguardia, tale per cui il non conseguimento degli obiettivi sulla riduzione del deficit annuo avrebbe automaticamente fatto scattare aumenti progressivi dell’IVA. E così dal 20% l’IVA è scattata al 21% a gennaio 2013 e poi al 22% a ottobre dello stesso anno. Gli aumenti successivi sono stati congelati per quattro anni. Ma adesso la clausola è pronta a scattare. I nuovi aumenti previsti porterebbero l’IVA al 24,2% nel 2019 e al 25% nel 2021. Aumenterebbe anche l’aliquota per particolari tipi di beni di carattere artistico e culturale o legati a incentivi al risparmio energetico, che dal 10% passerebbe al 13% nel 2021. Incrementi fortissimi, in tempi molto ristretti, che non potranno che avere evidenti effetti regressivi sulla distribuzione del reddito e recessivi nel causare un calo dei consumi.

L’idea di dare luogo a massicci travasi di gettito dalle imposte dirette a quelle indirette è del resto un punto programmatico essenziale della visione liberista dell’economia, secondo cui le imposte dirette altererebbero le scelte dell’agente economico, disincentivando lavoro e investimenti e penalizzando la buona attitudine del ricco al risparmio virtuoso; mentre quelle indirette, se estese a tutti i beni e servizi, non sarebbero distorsive. Non è un caso che i più accaniti sostenitori dell’austerità liberista abbiano ufficialmente difeso un riequilibrio delle entrate dall’imposta sul reddito a quella sui consumi. Lo espresse a chiare lettere il governo Monti e ne ha fatto una bandiera programmatica il partito +Europa di Emma Bonino.

Proprio in questi giorni si discute di come poter bloccare l’operatività delle clausole di salvaguardia. Dentro la cornice dei vincoli europei attuali, cui l’Italia è volutamente legata mani e piedi, l’unica soluzione sarebbe recuperare altrove il gettito garantito dall’aumento dell’IVA. Si tratta di cifre consistenti: 12,5 miliardi per il 2019 e 20 miliardi nel 2020.

L’Unione Europea ha di fatto fissato un aut-aut dal sapore squisitamente liberista e austero: o si aumenta l’IVA o si tagliano le spese, che significa taglio alla spesa sociale in prima battuta. La barzelletta del taglio dei cosiddetti sprechi, oltre a non cambiare nulla in merito al significato recessivo delle prescrizioni di bilancio, viene usata come specchietto per le allodole per camuffare dosi da cavallo di tagli a pioggia alle componenti di spesa sociale più aggredibili, come avviene ininterrottamente da ormai molti anni (dalla sanità all’istruzione alle pensioni).

Le forze politiche oggi sull’arena discutono su come dimenarsi tra il taglio della spesa sociale e l’aumento di una delle imposte più inique del sistema fiscale italiano. Misure entrambe fortemente recessive, che comporterebbero un ulteriore calo della domanda e del prodotto, e gravemente inique, che andrebbero a palese detrimento delle classi subalterne.

La soluzione, a ben vedere, è molto più semplice anche se politicamente più impegnativa: rifiutare l’alternativa tra la padella e la brace e respingere i diktat sul pareggio di bilancio che stanno asfissiando le economie europee e incrementando disoccupazione, miseria e disuguaglianza.

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20/04/2018

Cresce la spesa privata per la sanità. Al Sud si vive di meno e peggio

La spesa sanitaria pubblica pro capite in Italia è un po’ salita, ma resta più bassa che in altri paesi europei. Lo segnala il Rapporto Osservasalute (curato dall’Osservatorio nazionale sulla salute delle Regioni italiane, dall’Università Cattolica “Sacro Cuore” e dall’Istituto di sanità pubblica) precisando che su base nazionale, la spesa sanitaria pubblica pro capite è aumentata dello 0,38% tra il 2015 e il 2016, attestandosi a 1.845 euro. Ha, quindi, proseguito la leggera crescita registrata nel 2015, riportandosi ai livelli del 2012.

Diverso è il discorso relativo alla spesa sanitaria privata che nel 2015 ha raggiunto la quota di 588,10 euro pro capite con un trend crescente dal 2002 ad un tasso annuo medio dell’1,8%. In tutte le regioni si registra un tasso medio di crescita della spesa sanitaria privata che oscilla dallo 0,6% delle Lombardia al 3,7% della Basilicata. Nel 2015, e in valori assoluti, la spesa privata pro capite più alta si registra in Valle d’Aosta con 948,72 euro e la più bassa in Sicilia con 414,40 euro.

Allo stato attuale, in Italia la spesa sanitaria pro capite è ancora composta per circa i tre quarti dalla spesa pubblica ma, come scrive lo stesso Osservasalute da anni tutto avviene “in un quadro che vede il nostro Paese affrontare i forti vincoli di finanza pubblica imposti dagli accordi di Maastricht”.

All’inizio del Duemila, per assecondare questa perversa filosofia “rigorista”, vengono introdotte altre due devastanti novità legislative, la riforma del Titolo V della Costituzione e il Decreto legislativo n. 56 del 2000 che introduce il federalismo fiscale.

La riforma costituzionale stabilisce che il potere legislativo in materia di sanità è concorrente tra Stato e Regioni e rafforza il principio di sussidiarietà “alla rovescia”, consentendo la legittimazione e il boom della sanità privata nella “gestione del sistema sanitario nazionale”. Allo Stato rimane il compito di stabilire il quadro normativo generale, alle Regioni è attribuito il compito di legiferare sul proprio territorio, per attuare le linee guida del Governo centrale e organizzare i servizi e gli interventi di sanità pubblica.

Il Decreto legislativo in materia di federalismo fiscale ha stabilito le fonti di finanziamento dei Servizi sanitari regionali: il gettito dell’Iva, dell’Irpef e il fondo di perequazione. L’ammontare del finanziamento è stabilito dallo Stato per finanziare i Lea, gli eventuali deficit di bilancio sono stati posti a carico della fiscalità regionale. Gli obblighi di bilancio e il Patto di Stabilità hanno così chiuso in una gabbia di ferro la spesa sanitaria pubblica.

Da questa involuzione del Sistema sanitario nazionale si evince facilmente come i vincoli di finanza pubblica abbiano acquisito nel corso degli anni sempre maggiore importanza, fino a stabilire che i volumi di assistenza erogati debbano essere compatibili con le risorse assegnate.

Inevitabile un effetto sulle disuguaglianze territoriali nei servizi forniti dal sistema sanitario. Lo stesso osservatorio sottolinea come gli indicatori evidenzino l’esistenza di sensibili divari di salute sul territorio, ne sono la prova i dati del 2017 della Campania dove gli uomini vivono mediamente 78,9 anni e le donne 83,3; mentre nella Provincia Autonoma di Trento gli uomini mediamente sopravvivono 81,6 anni e le donne 86,3

La maggiore sopravvivenza e aspettativa di vita si concentra così nelle regioni del Nordest, dove la speranza di vita per gli uomini è 81,2 anni e per le donne 85,6. Nel Meridione appare decisamente inferiore. Nelle regioni del Mezzogiorno, si attesta a 79,8 anni per gli uomini e a 84,1 per le donne.

La dinamica della sopravvivenza, tra il 2005 e il 2016, dimostra che tali divari sono persistenti, in particolare in Campania, Calabria, Sicilia, Sardegna, Molise, Basilicata, Lazio, Valle d’Aosta e Piemonte restano costantemente al di sotto della media nazionale.

Tra queste regioni la Campania, la Calabria e la Sicilia peggiorano addirittura la loro posizione nel corso degli anni. Per contro, quasi tutte le regioni del Nord, insieme ad Abruzzo e Puglia, sperimentano una aspettativa di vita al di sopra della media nazionale. Se la sfida di un sistema sanitario nazionale era quella di assicurare standard tendenzialmente simili a tutti i propri cittadini, le politiche di tagli, chiusure di ospedali, introduzione o aumento dei ticket hanno praticamente svuotato gli obiettivi della riforma sanitaria del 1978, una riforma che ci hanno invidiato in moltissimi paesi e che oggi è ridotta a carta straccia. Ce l’ha chiesto l’Europa...

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09/04/2018

Il “vincolo esterno” è indifferente al governo che sarà

Ad elezioni terminate sono ormai un ricordo lontano i proclami eclatanti delle forze politiche premiate dal voto di protesta, quali la Lega e il M5S.

Già la notte della chiusura delle urne, infatti, erano rientrate le sirene antieuropeiste che avevano caratterizzato in passato le uscite televisive del partito di Grillo e di quella che un tempo era la Lega Nord. A campagna elettorale conclusa, i rispettivi leader Di Maio e Salvini si sono infatti affrettati a rilasciare interviste per tranquillizzare i partner e le autorità europee.

Questo cambio di atteggiamento conferma quello che osservatori attenti ed economisti sanno da tempo: con i vincoli attuali non è possibile rimanere all’interno del quadro unico europeo e contemporaneamente affermare di lottare per cambiarlo.

La scelta che si pone alle compagini politiche è giocoforza quello di accettare le regole europee o “uscire dal recinto”. Non ci sono vie di mezzo praticabili o almeno non se ne sono viste fino ad ora né se ne vedono all’orizzonte.

Infatti, la gabbia europea finora ha dimostrato di essere talmente salda da vanificare ogni tentativo di allentarne la morsa dall’interno. Lo ha capito bene anche Tsipras, che all’indomani del referendum in Grecia, ha disatteso il responso popolare nonostante i greci in massa, votando NO, avessero rispedito al mittente il piano proposto dai creditori internazionali per parte della Commissione europea, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale.

Ritornando al nostro Paese, i vincoli più stringenti con cui chi governerà dovrà fare i conti sono: il Patto di Stabilità e Crescita che sancisce l’impegno a perseguire l’obiettivo di medio termine di un saldo economico della amministrazioni pubbliche prossime al pareggio o in avanzo e il Fiscal Compact.

Già dal 2010 per far rispettare in maniera rigorosa il “Patto”, la Commissione europea aveva formulato una serie di misure che avrebbero fatto parte della “riforma della governance europea” e tra queste:

- il six pack: costituito da cinque regolamenti e una direttiva UE per potenziare le procedura di sorveglianza sui bilanci dei paesi dell’eurozona;

- il semestre europeo: un ciclo di procedure volte ad assicurare un coordinamento preventivo delle politiche economiche;

- il patto “euro plus”;

- il trattato di stabilità, comunemente noto come Fiscal Compact, entrato in vigore nel 2013 e che costituisce in pratica il nuovo Patto di Bilancio con cui gli stati UE si impegnano a perseguire la stabilità finanziaria. Più in dettaglio il Trattato sulla Stabilità ha imposto la “costituzionalizzazione” di norme vincolanti e in particolari di obblighi, quali: il perseguimento dell’attivo o al più del pareggio di Bilancio e per gli Stati con debito pubblico elevato come l’Italia un ulteriore obbligo di rientrare verso il tetto del 60% del Pil al ritmo di 1/20 l’anno per la parte eccedente;

- il two pack: composto da due regolamenti vigenti su tutta l’area euro.

Il punto “di non ritorno”, ossia l’addio ad ogni margine reale di autonomia in politica economica, è stato segnato però sicuramente, dall’introduzione del pareggio di Bilancio in Costituzione, con la riformulazione dell’articolo 81.

Infatti affermando che “Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico” si è elevato a rango costituzionale la regola del pareggio di bilancio come voluto, appunto, dall’Europa.

Il tenore letterale della formulazione del comma sopracitato, infatti, se lascia allo Stato un certo margine di disimpegno nella fasi cicliche sfavorevoli, richiama subito all’ordine lo stesso nella fasi favorevoli, in cui dovranno emergere posizioni di avanzo.

Sempre l’art. 81 al comma 2, rimarca poi come il consolidamento sia consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico. Si potrà far ricorso all’indebitamento solo in periodi di grave recessione economica che coinvolgano l’aera euro o l’intera U.E. e in caso di eventi straordinari, quali calamità naturali che turbino la situazione finanziaria del paese.

Tali eventi eccezionali sono da individuarsi, si noti bene, in coerenza con l’ordinamento dell’UE.

Per far capire come diviene “straordinario” il ricorso all’indebitamento, basti pensare che lo stesso deve essere autorizzato dal Parlamento tramite una procedura “aggravata”, ossia una votazione a maggioranza assoluta dei componenti del massimo organo legislativo.

Inoltre deve essere esperita una procedura da parte del Governo che deve sentire la Commissione Europea, ancor prima di inviare al Parlamento una specifica richiesta di autorizzazione.

Al comma 3 dell’art. 81, poi si impone che “ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri finanziari deve provvedere i mezzi per farvi fronte”.

Per comprendere poi come pregnante sia l’influenza europea, basta osservare il Documento di Economia e Finanza che sicuramente è il maggiore strumento di programmazione “europea” nel nostro ordinamento.

Il D.e.f. viene elaborato tenendo conto delle linee guida del Consiglio Europeo, in cui sono indicati i principali obiettivi di politica economica per l’UE e l’area euro e le principali strategie di riforma per conseguire tali obiettivi. Dunque il massimo strumento economico del Governo, nemmeno tanto celatamente, mira ad assicurare la piena integrazione tra il ciclo di programmazione nazionale e il semestre europeo.

Due delle tre sezioni di cui si compone il D.e.f (il Programma di Stabilità e il Programma Nazionale di Riforma) oltre che al Parlamento vanno inviate alle autorità europee, entro la fine del mese di aprile.

Entro il 27 settembre poi il Governo presenta la Nota di aggiornamento al D.e.f con cui tra l’altro, si aggiornano gli obiettivi programmatici, in considerazione delle eventuali raccomandazioni approvate dal Consiglio dell’Unione Europea.

Potremmo far notte continuando a parlare delle misure e dei vincoli che ancorano la nostra contabilità pubblica a scelte e parametri di politica economica, ormai sovranazionali, ma il quadro di insieme a questo punto dovrebbe essere quanto meno intuibile anche ai meno esperti.

In sostanza Renzi o Gentiloni ieri e Salvini o Di Maio oggi, qualora siano nominati premier, avranno meno influenza sulla nostra politica economica di quanto non ne abbiano il Signor Draghi della BCE o la Signora Lagarde del Fondo Monetario Internazionale.

E’ chiaro che politicamente, si può accettare di rimanere in questo quadro di insieme, come esplicitamente hanno fatto forze di centrodestra come di centrosinistra, oppure decidere di rompere con la Gabbia Europea orientandosi verso soluzioni alternative (indubbiamente complesse), collaborando con forze politiche di altri paesi dell’area euro che si propongano i medesimi obiettivi.

Ma tenere il piede nelle proverbiali “due staffe” è un gioco che alla lunga non regge.

Lo ha capito in passato Tsipras e lo hanno capito finanche Di Maio e Salvini, bravi a sfruttare nei mesi scorsi in maniera demagogica le proteste in chiave antieuropeista per aumentare i propri consensi, salvo rientrare all’ovile ad elezioni concluse.

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30/03/2018

Il debito pubblico è crescita: aboliamo il pareggio di bilancio

È difficile trovare nel dibattito politico-economico nostrano e internazionale un tema più discusso di quello relativo al contenimento del debito pubblico. Sappiamo bene, infatti, come la diminuzione del rapporto tra debito pubblico e PIL sia tra le stelle polari di ogni politica suggerita da Bruxelles in merito alla governance economica dell’Eurozona. Storicamente questa preoccupazione è sfociata nella firma di trattati internazionali quali Trattato di Maastricht, Fiscal Compact, Six Pack, tutti incentrati sul contenimento di questo rapporto, che come da prescrizioni non può superare la soglia del 60%.

Diverse questioni potrebbero essere sollevate parlando di questa tematica. Tuttavia, in questo contributo ciò che ci preme è provare a rispondere ad una semplice domanda: è vero che le misure di austerità – propugnate dalle istituzioni internazionali come rimedio perfetto per questo “problema” – portano ad una riduzione del rapporto debito pubblico/PIL?

Per stabilire quale sia la risposta corretta, abbiamo bisogno di due valori, ossia sapere di che entità siano il rapporto PIL/debito (non debito/PIL, questa volta) e del moltiplicatore fiscale dell’economia di nostro interesse.

Per quanto concerne il primo indicatore, notiamo come a un alto rapporto debito/PIL corrisponde un basso valore del corrispettivo PIL/debito; ciò è intuitivo, visto che la seconda misura è semplicemente l’inverso della prima. L’Italia, ad esempio, ha un rapporto debito/PIL di circa il 130%, il che significa un rapporto PIL/debito del 77% (1/1.3 = 0.77).

Il moltiplicatore fiscale invece ci dice quanto reddito si genera a fronte di una spesa pubblica indicativa di 1 Euro. Se la spesa pubblica è molto efficace nel generare reddito aggiuntivo, allora avremo valori del moltiplicatore superiori a 1. Tradotto: per ogni Euro di spesa pubblica, otteniamo più di un Euro di PIL.

Intuitivamente, questo succede perché un Euro di spesa pubblica genera un Euro di reddito. Una frazione (ipotizziamo il 50%) di questo nuovo reddito verrà consumata, generando 50 centesimi di nuova domanda e quindi ulteriore nuovo reddito. Il 50% di questi 50 centesimi di reddito verranno consumati a loro volta, e così via, con aumenti di volta in volta più piccoli. Agli effetti sui consumi, si deve poi aggiungere anche lo stimolo creato a favore degli investimenti: per soddisfare la nuova domanda, gli imprenditori dovranno dotarsi di nuovi macchinari (l’acquisto di macchinari è ciò che in economia si definisce investimento), per poter produrre i nuovi beni che vengono loro richiesti. Dopo questa breve digressione, procediamo per piccoli passi:

1) immaginiamo di studiare le finanze pubbliche del Paese Bengodi. Questo Paese ha nel 2017 un debito pubblico di 1000 miliardi, e un PIL di 1250 miliardi (in che valuta non ci interessa). Il suo rapporto debito/PIL è quindi pari a 0.80 (80%), quello PIL/debito è pari a 1.25 (125%);

2) supponiamo che il Bengodi tassi i cittadini per 150 miliardi e spenda 150 miliardi per investimenti e consumi pubblici. Se il Governo di Bengodi decidesse di applicare una misura di austerità, ci aspetteremmo un taglio della spesa pubblica, in modo tale da renderla minore delle tasse raccolte. In questa maniera, ci troveremmo in una situazione di avanzo di bilancio pubblico. Bengodi taglia la spesa pubblica a 100: l’avanzo, differenza tasse e spesa pubblica, sarà pari a 50. Questo significa, en passim, che lo Stato sta sottraendo risorse all’economia;

3) il conseguimento di un avanzo, nel caso in cui esso venga usato per ripagare una quota del debito pubblico esistente, consente l’abbassamento del livello del debito pubblico. Usandolo per ripagare parte del debito, quest’ultimo scenderà nel 2018 a 950 miliardi (1000 – 50). La misura di austerità è quindi servita a far scendere il livello del debito pubblico;

4) cosa è successo nel frattempo al PIL del Bengodi? Per capirlo, abbiamo bisogno del valore del moltiplicatore fiscale prima menzionato. Siamo sicuri di una cosa: l’effetto secco iniziale della misura di austerità è di tagliare 50 miliardi di PIL. Il PIL passa quindi a primo impatto da 1250 a 1200 miliardi. Vediamo quindi i due possibili successivi scenari:

-) la spesa pubblica del Paese è poco efficace, il moltiplicatore è pari a 0.5. In questo caso l’impatto finale sull’economia sarà un calo di soli 50×0.5 = 25 miliardi di PIL, che perciò si attesta sui 1225 miliardi. Questo vuol dire che anche a fronte di un taglio di reddito immediato, l’economia recupera in parte la perdita e il danno è piuttosto contenuto: un altro modo per dire che il moltiplicatore è basso. Il rapporto debito/PIL è ora dello 0.77 (77%): la misura di austerità ha causato sì una perdita di PIL, ma essa è contenuta (causa basso moltiplicatore) e il rapporto tra debito e PIL è diminuito;

-) la spesa pubblica del Paese è molto efficace, il moltiplicatore è pari a 1.5. Il lato oscuro di questa situazione è che anche tagli della spesa pubblica saranno molto “efficaci”, una efficacia che si tradurrà in una sostanziale diminuzione del prodotto e del reddito del Paese in questione. Come dicevamo, questa volta l’impatto sull’economia è elevato: dopo il taglio di 50 miliardi di spesa, si ha una perdita complessiva di 50×1.5 = 75 miliardi di PIL, che passa a 1175 miliardi. Questa volta quindi il rapporto debito/PIL si attesta sullo 0.81 (81%). La misura di austerità ha fatto sì scendere il livello del debito pubblico, ma ha anche causato una caduta più che proporzionale del livello del PIL. Di conseguenza, il rapporto debito/PIL è aumentato.

Dopo esserci un po’ inerpicati per questi conti, cerchiamo di capire di cosa stiamo concretamente parlando. La sostanza è così riassumibile: se la misura di austerità è effettuata in un Paese dove il moltiplicatore fiscale è alto, essa è molto probabile che si riveli controproducente in termini del nostro supposto obiettivo, cioè la riduzione del rapporto debito/PIL. Questo perché il debito pubblico diminuisce, ma a costo di una caduta del PIL di entità maggiore; il loro rapporto quindi sale. Se il moltiplicatore è molto basso invece, il PIL cade meno in proporzione al debito, quindi il loro rapporto scende. Notiamo anche, di passaggio, come le misure che risultano efficaci nel far scendere il rapporto debito/PIL causino comunque una perdita di produzione per l’economia.

La condizione strettamente matematica ci dice che possiamo affermare ciò quando il moltiplicatore è più elevato del rapporto PIL/debito (di nuovo, da non confondere col rapporto debito/PIL).

Fuor di astrazione, cosa significa questo? Qui la questione si fa interessante: se un Paese ha un rapporto debito/PIL molto alto (per esempio la Grecia, il Belgio, l’Italia) sappiamo che di converso ha un rapporto PIL/debito piuttosto basso. Dall’altro lato, le stime più recenti sui moltiplicatori fiscali ci danno risultati con valori elevati (superiori a 1, e in diversi casi superiori anche a 2): in sostanza, gli studi segnalano come la spesa pubblica sia molto efficace nel creare reddito all’interno di una economia.

In termini del nostro discorso, queste due considerazioni sommate ci dicono una cosa: sono proprio i Paesi con elevato debito pubblico a non dover fare politiche di austerità, pena l’aumento del rapporto debito PIL. Questo perché da un lato i moltiplicatori elevati ci dicono che a un taglio della spesa corrisponderebbe una grande caduta del PIL, e dall’altro perché con un alto livello del rapporto debito/PIL (e basso PIL/debito quindi) siamo sicuri di cadere nella casistica in cui il rapporto debito/PIL cresce dopo degli interventi di austerità (che, come visto, si verifica quando il moltiplicatore è più alto del rapporto PIL/debito).

Una ulteriore considerazione riguarda il fatto che, con i livelli dei moltiplicatori stimati attualmente, anche i Paesi con rapporto debito/PIL più basso (e PIL/debito più alto) non beneficerebbero dal fare manovre di austerità. Supponiamo infatti che Teutonia, un immaginario Paese virtuoso, abbia un rapporto debito/PIL del 75% (in accordo col Trattato di Maastricht), al quale corrisponde un rapporto PIL/debito del 133% (1/0.75 = 1.33). Se il moltiplicatore stimato per Teutonia ha valore per esempio pari a 1.4 (molto plausibile, quindi), ecco che la famosa condizione di confronto ci dice che anche in Teutonia l’austerità farebbe salire il rapporto debito/PIL (dato che 1.4 > 1.33).

In conclusione, ribadiamo come la questione della gestione del rapporto debito/PIL possa essere affrontata da una miriade di sfaccettature diverse. Per amor di discussione e turandoci il naso, possiamo per un momento fingere di credere che una politica economica “sana” debba avere come obiettivo principe la riduzione di questo famigerato indicatore. Rimane comunque un dato di fatto: le politiche di austerità suggerite (o, quando i suggerimenti non erano sufficientemente convincenti, imposte) dalle istituzioni internazionali, secondo le quali il contenimento del debito pubblico deve passare da un taglio drastico della spesa pubblica, hanno clamorosamente fallito, contribuendo piuttosto ad aggravare il problema che si proponevano di risolvere. La cosa drammatica è che niente di tutto questo può sorprendere chiunque abbia un minimo di consapevolezza su come funzionano le economie reali.

Il perché queste misure siano comunque state applicate è un tema che può essere dibattuto a lungo; è tuttavia difficile non pensare che il desiderio delle classi dominanti di disciplinare i lavoratori attraverso crescente disoccupazione e salari stagnanti abbia giocato un ruolo fondamentale. Fatte passare per misure di salute economica pubblica, tali politiche aiutano in maniera spesso decisiva la classe dominante nell’indebolire il mondo del lavoro. D’altra parte, le crisi economiche colpiscono sempre in maniera asimmetrica: ci sono i vinti e ci sono i vincitori.

Nella giusta direzione va, dunque, la campagna promossa da Eurostop per l’abolizione del pareggio di bilancio in Costituzione: combattere i vincoli alla crescita imposti dall’Europa è la più efficace traduzione politica del ragionamento teorico qui svolto.

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