Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/04/2020

L’economia del virus e il virus dell’economia

La pandemia di Coronavirus può essere considerata una conseguenza delle contraddizioni del capitalismo[1]; inoltre, essa genera, a sua volta, ulteriori contraddizioni[2].

Da un lato, la cosiddetta globalizzazione, ovvero la competizione tra imperialismi con la circolazione sempre più veloce e caotica di capitali e di merci (vedi Figura 1), costringe i diversi capitalismi regionali e gli Stati in essi inseriti ad indebolire le proprie reti di sicurezza sociale per meglio competere a livello internazionale[3].

Una delle conseguenze principali di queste azioni di smantellamento dei sistemi di Welfare è certamente ravvisabile nel trend registrato da indicatori quali la disponibilità di posti letto (si veda, per la tendenza italiana degli ultimi decenni, la Figura 2), strutture ospedaliere (Figura 3), reparti di terapia intensiva (Figura 4).

Dall’altro lato, la circolazione vorticosa di merci e persone favorisce la diffusione di epidemie che diventano, più facilmente ed in tempo più breve, pandemie che esigerebbero, a loro volta, per essere combattute, reti di protezione sociale più forte. Questi fenomeni producono situazioni caotiche e, al tempo stesso, di potenziale recessione economica, che costringono i governi a scelte drastiche.

Come si è detto, l’azione dei governi non è tesa immediatamente (se non in modo lieve) a salvaguardare la salute dei cittadini, quanto piuttosto a rallentare il contagio e a permettere ad un sistema sanitario indebolito dall’attacco allo Stato Sociale, di gestire la crisi in un arco di tempo più lungo (secondo una strategia di ritardo del fenomeno) e, indirettamente di salvaguardare la salute dei cittadini nel medio periodo grazie a questa tenuta (oltre a garantire l’ordine pubblico che la percezione di un sistema sanitario che non assicuri bisogni primari potrebbe compromettere)[4].


Figura 1: Serie Storica delle esportazioni a livello mondiale
(prezzi costanti, indicizzati al 1913, per cui si assume un valore pari a 100)
(Fonte: Federico Tena-Junguito, 2018)


Figura 2: Posti Letto per 100,000 abitanti, Italia.
(Fonte: Trading Economics su dati OECD, 2020)


Figura 3: Ospedali per milione di abitanti, Italia.
(Fonte: Trading Economics su dati OECD, 2020)


Figura 4: Posti letto in terapia intensiva per 100,000 abitanti, Unione Europea.
(Fonte: Corriere della Sera su dati OMS, 2020)

Queste circostanze, tuttavia, scatenano un’altra contraddizione. Le strategie di rallentamento di un virus per il quale non c’è vaccino prevedono, infatti, la tendenziale paralisi dei processi relazionali e produttivi, con conseguenze letali per la circolazione di merci e servizi e per la crescita economica su cui la funzione parassitaria del profitto si posa.

In una analisi diffusa dal Centro Studi Cerved nei giorni scorsi[5], si stima che, in uno scenario pessimistico, il 10,4% delle imprese italiane (un tasso doppio del normale) rischierebbe il fallimento a causa degli effetti dell’emergenza sanitaria, stimando i settori produttivi maggiormente colpiti (Figura 5), e quelli che potrebbero trarre vantaggio dalla situazione.

Lo studio si basa sui dati di 750 mila imprese italiane, elaborati e integrati con i modelli statistici ed econometrici; Cerved arriva a mettere nero su bianco possibili perdite di fatturato aggregate in un intervallo che spazia dai 275 (nello scenario ottimistico) ai 641 miliardi di euro (in quello pessimistico, con una emergenza prolungata oltre l’estate).

In una economia di mercato, tale paralisi produce, ovviamente, effetti nefasti anche per le classi popolari. Le imprese, soprattutto in presenza di legislazioni favorevoli, prendono a ridurre le turnazioni o, addirittura, a licenziare; si blocca, dunque, anche l’erogazione di salari per i lavoratori. Come dimostra la Figura 6 (che riporta l’aumento improvviso e clamoroso di richieste di sussidio di disoccupazione negli USA in coincidenza con il divampare della crisi sanitaria), ciò si traduce in ulteriore pressione sui già traballanti sistemi di welfare.*

Per questo motivo, la strategia di rallentamento del virus non viene coerentemente portata avanti in quanto si deve contemperare con la strategia opposta (provare, fin quando possibile, a non interrompere la produzione, al fine di non incorrere in una recessione). Il risultato consiste in una gamma di opzioni intermedie sperimentate dai singoli Stati che rischiano di non essere né carne né pesce, e di non riuscire ad evitare né il disastro sanitario né la recessione.


Figura 5: Stime degli impatti economici dell’emergenza sanitaria.
(fonte: Cerved per La Repubblica)


Figura 6: Richieste di sussidio di disoccupazione negli USA (Fonte: Associated Press)

In Italia non è stato raggiunto un risultato ottimale, con conseguenze disastrose dal punto di vista sanitario per la regione più industrializzata (la Lombardia). Gli effetti delle misure per le altre regioni non sono ancora prevedibili. In attesa di un vaccino o di protocolli terapeutici avanzati, si punta dunque a distribuire il contagio su un orizzonte temporale più lungo, nel quale provare a minimizzare le probabilità del contagio stesso e massimizzare quelle di cura e di sopravvivenza[6]. I morti, invece, dalla tragedia di oggi passeranno alla statistica di domani.

Come anticipato, tuttavia, i provvedimenti che favoriscono il rallentamento del contagio, seppur parziali, rischiano di avere conseguenze economiche rilevanti. Si va dall’aumento della disoccupazione[7] (generata da fallimenti o ridimensionamenti aziendali) e alla contestuale flessione della domanda aggregata, al rischio di strozzature dell’offerta (a seguito della rottura di circuiti economici che i fragili equilibri di mercato cercavano di garantire ma che sono praticamente impossibilitati a ricostituire)[8].

Da un lato, perciò, ci si chiede come lo Stato possa intervenire finanziariamente per supplire alla paventata caduta della domanda[9]. Dall’altro, ci si domanda quale sia il possibile intervento dello Stato per evitare le strozzature dell’offerta. Sia nel primo sia nel secondo caso si pone all’ordine del giorno la questione della pianificazione economica[10].

Soprattutto nel secondo, tale questione è più stringente e comporta non più una programmazione fatta con strumenti finanziari (maggiori prelievi, maggiori investimenti) ma una elaborazione dettagliata che stabilisca criteri più raffinati di distinzione tra produzioni che possono essere sospese, produzioni che possono essere “rallentate” e produzioni che vanno assicurate comunque.

A questo proposito, il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 22 Marzo, che ha disposto la chiusura delle attività produttive “non essenziali” ha costituito, a questo punto dell’emergenza, un atto dovuto. Un passo necessario, per ascoltare il grido di dolore e d’accusa di una classe operaia che, grazie alla crisi che stiamo vivendo, ha drammaticamente riacquistato centralità.

Le fabbriche, che, nelle ultime settimane, hanno comunque lavorato a pieno ritmo e nelle condizioni solite, possono infatti essere pericolosi focolai; gli stabilimenti industriali generano inoltre flussi logistici complessi che contribuiscono a rendere parziali ed inefficaci anche le misure “draconiane” imposte nelle scorse settimane[11].

E, qualora la piccola ed auspicata inversione di tendenza sul dato dei contagi giornalieri dovesse confermarsi nei prossimi giorni, il blocco della produzione potrebbe effettivamente rivelarsi una misura utile a mettere in campo lo sforzo massimo per domare la tigre.

Quel che desta qualche preoccupazione, tuttavia, è la possibilità di adottare misure chirurgiche in un contesto economico nel quale i governi (come quello italiano) hanno rinunciato, da decenni, ad ogni funzione di programmazione e pianificazione di dettaglio. Una rinuncia che, qualora lo stop dovesse prolungarsi oltre l’orizzonte inizialmente ipotizzato, potrebbe rivelarsi problematica.

Chi decide quali siano le produzioni essenziali? Abbiamo una piena visibilità delle filiere produttive che concorrono alle produzioni essenziali? Quale sarà l’impatto della pausa imposta alle produzioni non essenziali sulle filiere che concorrono al soddisfacimento dei nostri bisogni primari quotidiani?

Domande cui sarebbe sicuramente più facile dare risposta in una logica di piano, che potrebbe consentirci di definire pause ottimali, turnazioni, rotazioni (come avvenuto nel caso cinese). Domande che, nell’attuale scenario, corrispondono invece a problemi di grandissima complessità.

Sul tema della identificazione delle filiere produttive fondamentali, il bel contributo di Matteo Gaddi e Nadia Garbellini[12], prova, a partire dalle tavole Input-Output[13], a identificare dei flussi di fornitura indispensabili necessari al funzionamento minimo dell’economia.

Un peccato che oggi, pur avendo a disposizione grandi potenze di calcolo, e modellistiche avanzate, il massimo livello di dettaglio su cui si possa lavorare è quello di matrici che procedono per sommarie aggregazioni settoriali, e difficilmente consentono di avere una mappatura delle filiere al di là dei rapporti diretti di fornitura. Un moderno approccio alla pianificazione della produzione dovrebbe partire proprio da una mappatura di dettaglio dei flussi, che consenta di avere piena visibilità delle filiere. Dettagli che gli attori pubblici hanno rinunciato, da tempo, a registrare, avendo, di fatto, abdicato ad ogni funzione di programmazione economica.

Il rischio di una economia capitalistica è quello, a questo punto, di non riuscire ad affrontare emergenze come la pandemia attuale e, in mancanza di una logica della pianificazione, di intervenire in modo indiscriminato o distorto producendo effetti collaterali altrettanto catastrofici rispetto a quelli sanitari provocati dalla pandemia.

Abbiamo quindi:

- una contraddizione capitalistica alla base di questa pandemia (una globalizzazione che indebolisce i sistemi sanitari ma ne esige al tempo stesso il rafforzamento);

- una contraddizione capitalistica nei dilemmi sollevati dalla pandemia (salvare un sistema sanitario fragile o un’economia altrettanto fragile);

- una contraddizione capitalistica nei rimedi approntati per contenere la pandemia (esigere una capacità di distinzione delle attività produttive per la quale manca la logica che permette l’utilizzo degli strumenti più adeguati).

Queste contraddizioni, a seguito delle implicazioni gravi che comportano, costringono i Comunisti a serrare l’analisi relativamente alla possibilità futura di una rottura rivoluzionaria e degli strumenti per gestire con costi il più possibile ridotti, la transizione ad un diverso modo di produzione.

* Tra il momento della scrittura di questo articolo e quello della pubblicazione, è arrivato ieri sera il dato aggiornato sulle richieste di sussidio di disoccupazione per la settimana appena conclusa. La cifra è agghiacciante: 6,6 milioni. Sommati a quelli della settimana precedente (e citati anche nel grafico) circa 10 milioni di lavoratori Usa sono stati licenziati nell’arco di soli 15 giorni. A questi, ricordiamo, vanno aggiunti i circa 100 milioni di “scoraggiati” che le statistiche utilizzate per definire il “tasso di disoccupazione” ufficiale neppure più considerano.

Note:

[1] https://contropiano.org/fattore-k/2020/03/13/coronavirus-e-crisi-di-sistema-0125181

[2] https://contropiano.org/documenti/2020/03/24/la-fine-del-neoliberismo-0125751

[3] http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=698

[4] https://www.sinistrainrete.info/societa/17244-italo-nobile-paradossi-e-tragedie-del-coronavirus.html

[5]https://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2020/03/16/news/l_impatto_del_coronavirus_sull_italia_spa_possibile_un_danno_da_641_miliardi-251367463/

[6] https://contropiano.org/documenti/2020/03/04/coronavirus-cominciamo-a-capirci-qualcosa-0124791

[7] https://www.youtube.com/watch?v=O4iRtFwHtJc

[8] https://www.youtube.com/watch?v=gYg-qCEbvzI&t=429s

[9] https://www.youtube.com/watch?v=sJtIjJ4AMjU

[10]https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-emiliano_brancaccio_e_una_crisi_diversa_dalle_altre_keynes_non_basta_serve_una_logica_di_piano/33683_33763/

[11] https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/20/fabbriche-aperte-parchi-chiusi-lipocrisia-borghese-nella-crisi-sanitaria-0125594

[12] http://www.fondazionesabattini.it/download/915

[13] https://www.istat.it/it/archivio/225665

Fonte

09/04/2018

Il “vincolo esterno” è indifferente al governo che sarà

Ad elezioni terminate sono ormai un ricordo lontano i proclami eclatanti delle forze politiche premiate dal voto di protesta, quali la Lega e il M5S.

Già la notte della chiusura delle urne, infatti, erano rientrate le sirene antieuropeiste che avevano caratterizzato in passato le uscite televisive del partito di Grillo e di quella che un tempo era la Lega Nord. A campagna elettorale conclusa, i rispettivi leader Di Maio e Salvini si sono infatti affrettati a rilasciare interviste per tranquillizzare i partner e le autorità europee.

Questo cambio di atteggiamento conferma quello che osservatori attenti ed economisti sanno da tempo: con i vincoli attuali non è possibile rimanere all’interno del quadro unico europeo e contemporaneamente affermare di lottare per cambiarlo.

La scelta che si pone alle compagini politiche è giocoforza quello di accettare le regole europee o “uscire dal recinto”. Non ci sono vie di mezzo praticabili o almeno non se ne sono viste fino ad ora né se ne vedono all’orizzonte.

Infatti, la gabbia europea finora ha dimostrato di essere talmente salda da vanificare ogni tentativo di allentarne la morsa dall’interno. Lo ha capito bene anche Tsipras, che all’indomani del referendum in Grecia, ha disatteso il responso popolare nonostante i greci in massa, votando NO, avessero rispedito al mittente il piano proposto dai creditori internazionali per parte della Commissione europea, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale.

Ritornando al nostro Paese, i vincoli più stringenti con cui chi governerà dovrà fare i conti sono: il Patto di Stabilità e Crescita che sancisce l’impegno a perseguire l’obiettivo di medio termine di un saldo economico della amministrazioni pubbliche prossime al pareggio o in avanzo e il Fiscal Compact.

Già dal 2010 per far rispettare in maniera rigorosa il “Patto”, la Commissione europea aveva formulato una serie di misure che avrebbero fatto parte della “riforma della governance europea” e tra queste:

- il six pack: costituito da cinque regolamenti e una direttiva UE per potenziare le procedura di sorveglianza sui bilanci dei paesi dell’eurozona;

- il semestre europeo: un ciclo di procedure volte ad assicurare un coordinamento preventivo delle politiche economiche;

- il patto “euro plus”;

- il trattato di stabilità, comunemente noto come Fiscal Compact, entrato in vigore nel 2013 e che costituisce in pratica il nuovo Patto di Bilancio con cui gli stati UE si impegnano a perseguire la stabilità finanziaria. Più in dettaglio il Trattato sulla Stabilità ha imposto la “costituzionalizzazione” di norme vincolanti e in particolari di obblighi, quali: il perseguimento dell’attivo o al più del pareggio di Bilancio e per gli Stati con debito pubblico elevato come l’Italia un ulteriore obbligo di rientrare verso il tetto del 60% del Pil al ritmo di 1/20 l’anno per la parte eccedente;

- il two pack: composto da due regolamenti vigenti su tutta l’area euro.

Il punto “di non ritorno”, ossia l’addio ad ogni margine reale di autonomia in politica economica, è stato segnato però sicuramente, dall’introduzione del pareggio di Bilancio in Costituzione, con la riformulazione dell’articolo 81.

Infatti affermando che “Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico” si è elevato a rango costituzionale la regola del pareggio di bilancio come voluto, appunto, dall’Europa.

Il tenore letterale della formulazione del comma sopracitato, infatti, se lascia allo Stato un certo margine di disimpegno nella fasi cicliche sfavorevoli, richiama subito all’ordine lo stesso nella fasi favorevoli, in cui dovranno emergere posizioni di avanzo.

Sempre l’art. 81 al comma 2, rimarca poi come il consolidamento sia consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico. Si potrà far ricorso all’indebitamento solo in periodi di grave recessione economica che coinvolgano l’aera euro o l’intera U.E. e in caso di eventi straordinari, quali calamità naturali che turbino la situazione finanziaria del paese.

Tali eventi eccezionali sono da individuarsi, si noti bene, in coerenza con l’ordinamento dell’UE.

Per far capire come diviene “straordinario” il ricorso all’indebitamento, basti pensare che lo stesso deve essere autorizzato dal Parlamento tramite una procedura “aggravata”, ossia una votazione a maggioranza assoluta dei componenti del massimo organo legislativo.

Inoltre deve essere esperita una procedura da parte del Governo che deve sentire la Commissione Europea, ancor prima di inviare al Parlamento una specifica richiesta di autorizzazione.

Al comma 3 dell’art. 81, poi si impone che “ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri finanziari deve provvedere i mezzi per farvi fronte”.

Per comprendere poi come pregnante sia l’influenza europea, basta osservare il Documento di Economia e Finanza che sicuramente è il maggiore strumento di programmazione “europea” nel nostro ordinamento.

Il D.e.f. viene elaborato tenendo conto delle linee guida del Consiglio Europeo, in cui sono indicati i principali obiettivi di politica economica per l’UE e l’area euro e le principali strategie di riforma per conseguire tali obiettivi. Dunque il massimo strumento economico del Governo, nemmeno tanto celatamente, mira ad assicurare la piena integrazione tra il ciclo di programmazione nazionale e il semestre europeo.

Due delle tre sezioni di cui si compone il D.e.f (il Programma di Stabilità e il Programma Nazionale di Riforma) oltre che al Parlamento vanno inviate alle autorità europee, entro la fine del mese di aprile.

Entro il 27 settembre poi il Governo presenta la Nota di aggiornamento al D.e.f con cui tra l’altro, si aggiornano gli obiettivi programmatici, in considerazione delle eventuali raccomandazioni approvate dal Consiglio dell’Unione Europea.

Potremmo far notte continuando a parlare delle misure e dei vincoli che ancorano la nostra contabilità pubblica a scelte e parametri di politica economica, ormai sovranazionali, ma il quadro di insieme a questo punto dovrebbe essere quanto meno intuibile anche ai meno esperti.

In sostanza Renzi o Gentiloni ieri e Salvini o Di Maio oggi, qualora siano nominati premier, avranno meno influenza sulla nostra politica economica di quanto non ne abbiano il Signor Draghi della BCE o la Signora Lagarde del Fondo Monetario Internazionale.

E’ chiaro che politicamente, si può accettare di rimanere in questo quadro di insieme, come esplicitamente hanno fatto forze di centrodestra come di centrosinistra, oppure decidere di rompere con la Gabbia Europea orientandosi verso soluzioni alternative (indubbiamente complesse), collaborando con forze politiche di altri paesi dell’area euro che si propongano i medesimi obiettivi.

Ma tenere il piede nelle proverbiali “due staffe” è un gioco che alla lunga non regge.

Lo ha capito in passato Tsipras e lo hanno capito finanche Di Maio e Salvini, bravi a sfruttare nei mesi scorsi in maniera demagogica le proteste in chiave antieuropeista per aumentare i propri consensi, salvo rientrare all’ovile ad elezioni concluse.

Fonte

30/01/2018

Le mancate promesse dei tecnici

RAI Radio Uno – 26 gennaio 2018 – A proposito di annunci inverosimili dei partiti, c’è da ricordare che anche i tecnocrati a volte fanno promesse che non riescono poi a mantenere. Il governo Monti, per esempio, promise che con i sacrifici dell’austerity avremmo ridotto i tassi d’interesse e avremmo visto diminuire il debito. In realtà le cose sono andate all’opposto. A ben guardare, questa non è un’anomalia italiana. Numerose ricerche, realizzate persino da esponenti di vertice del FMI, rivelano che nel corso della storia gli episodi prevalenti di riduzione del debito pubblico non sono associati alle politiche di austerity ma sono collegati piuttosto a politiche “eretiche”, fondate su tassi d’interesse reali negativi e vere e proprie ristrutturazioni del debito. Giorgio Zanchini intervista l’ex ricercatore del FMI ed ex commisario alla spending review Carlo Cottarelli e l’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.

13/01/2018

A cosa somiglia una rivoluzione. Lenin e la politica economica sovietica


Pubblicato per Il Saggiatore lo scorso 29 Giugno, Economia della rivoluzione è un’antologia di scritti di Vladimir Il’ič Ul’janov, detto Lenin, ampiamente introdotta e commentata da Vladimiro Giacché, filosofo normalista, economista e presidente del Centro Europa Ricerche.

Quelli raccolti in Economia della rivoluzione sono dei testi che Lenin dedicò alla politica economica sovietica a partire dall’ottobre 1917, anno della presa del potere da parte dei Soviet, fino al marzo 1923, momento in cui la malattia che lo aveva colpito gli impedì di proseguire il suo lavoro per condurlo, quasi un anno più tardi, alla morte. Articoli, saggi, abbozzi di risoluzioni politiche, resoconti stenografici di interventi pubblici, appunti, promemoria. Economia della rivoluzione è un insieme eterogeneo di scritti – già editi in OpereComplete, pubblicate prima da Editori Riuniti e poi, ampliate, da Edizioni Lotta Continua – organizzati da Giacché secondo una scansione temporale: I) la presa del potere e i primi mesi di governo; II) lo scoppio della guerra civile e il comunismo di guerra; III) la Nuova politica economica.

Tre grandi capitoli all’interno dei quali prende corpo e si evolve la riflessione di Lenin, una riflessione che, nell’affrontare il problema dello sviluppo economico, continuamente si confronta con il portato della filosofia marxista e la sua ortodossia, riflette sulla necessità e sulla possibilità della formazione di una classe dirigente in un contesto arretrato, tratteggia i confini di una strategia politica costretta fra la ricerca del consenso, la dialettica con il capitalismo, l’imperialismo, si cimenta con i temi dell’emancipazione femminile.

Oltre cinquecento pagine che tornano attuali sia perché portatrici di una riflessione radicalmente alternativa al modo di produzione capitalistico, sia come esempio di un pensiero temerario, al tempo stesso rigoroso e pragmatico.

Accanto a un Lenin emancipatore, che tratteggia l’umanità nuova al servizio del proprio benessere e al riparo dallo sfruttamento, troviamo infatti uno spregiudicato Lenin “cartografo di contrade a venire” per nulla prigioniero di una tattica politica quando si tratta di rivedere l’atteggiamento del partito verso i “contadini medi”, quando ritiene necessario varare un piano di concessioni alle imprese estere per lo sfruttamento delle materie prime o quando giustifica un’alta retribuzione per gli specialisti della pianificazione e dell’organizzazione. Un Lenin sicuro del sapere scientifico e al tempo stesso, fiducioso nelle capacità di apprendimento e di evoluzione dell’uomo, pronto allo scontro con la propria storia politica così come all’eventualità dell’esplorazione, dell’errore.

Sono indubbiamente questi ultimi gli aspetti più interessanti dell’elaborazione di Lenin che il libro di Giacché ci restituisce, e cioè l’immagine di un politico fiducioso e, al tempo stesso, realista, quel tanto che basta per non poterne fare un “eroe” moderno da distruggere a colpi di disillusione.

*****

Tiziano Annulli: La sua produzione saggistica in passato si è già dedicata alla riscoperta di una storia e di un pensiero politico colpevolmente abbandonati; mi riferisco ad Anschluss (Imprimatur, 2013) così come a Il capitalismo e la crisi (DeriveApprodi, 2009). A questo proposito, che cosa significa per lei pubblicare un’antologia di testi di Lenin? Cosa rimane da esplorare del suo pensiero?

Vladimiro Giacché: Significa tornare a leggere un autore di fondamentale importanza non soltanto per la tradizione marxista, ma per la storia del Novecento nel suo complesso. I suoi scritti economici successivi alla rivoluzione d’ottobre sono ingiustamente trascurati, per diversi motivi: un primo motivo è rappresentato dal rilievo maggiore che è stato dato tradizionalmente al Lenin pensatore politico; a questo motivo negli ultimi decenni si è ovviamente aggiunta la crisi definitiva e la conseguente dissoluzione dell’Unione Sovietica. Tutta quella storia è diventata meno interessante, se non come oggetto di una demonizzazione postuma da parte dei “vincitori della storia” – i quali ignorano che questa stessa espressione è un’etichetta con una data di scadenza. Oggi ripubblicare e leggere questi testi significa dotarsi di una eccezionale fonte di prima mano – anche se ovviamente “di parte” – per decifrare gli eventi dei primi anni successivi alla rivoluzione. Ma anche qualcosa di più: infatti nelle soluzioni date ai problemi economici della Russia di quegli anni si affacciano per la prima volta le due grandi forme di organizzazione dell’economia tra cui oscillerà l’intera traiettoria storica dell’Unione Sovietica e delle democrazie popolari dell’Est europeo. Da un lato la centralizzazione del “comunismo di guerra”, dall’altro il più articolato rapporto tra proprietà statale e mercato che caratterizzò la Nuova politica economica (e che avrebbe rappresentato un punto di riferimento per tutti i tentativi di riforma del sistema). Qui c’è anche la risposta all’altra sua domanda: un aspetto sicuramente da esplorare del pensiero di Lenin è rappresentato dalla capacità di apprendere dagli errori, di imprimere correzioni di rotta anche molto brusche (per avere un’idea di quanto fu brusco e traumatico l’avvio della Nep basta leggere le memorie di Molotov sullo sconcerto che quella svolta suscitò nel partito comunista); ma sempre esponendo con grande chiarezza e onestà intellettuale i motivi degli errori e il percorso di apprendimento che doveva portare a un loro superamento. E qui gli scritti di Lenin degli ultimi anni ci offrono qualcosa di ancora più importante, anche se presente solo in filigrana: una messa in discussione di alcuni presupposti teorici marxisti che avevano informato le prime mosse dei bolscevichi al potere. Uno su tutti: l’idea che dopo la rivoluzione merce e denaro dovessero subito scomparire cedendo il passo a un diverso modo di organizzazione dello scambio. Questa idea, presente nella marxiana Critica al programma di Gotha, era largamente accettata in campo marxista (sia in ambito socialdemocratico, sia tra i comunisti), ma proprio l’esperienza della rivoluzione russa la mette concretamente in discussione – e Lenin è il primo a capirlo.

T. A.: Con Anschluss, lo studio della riunificazione fra Repubblica Democratica Tedesca (DDR) e Repubblica Federale di Germania (BRD) non era finalizzato solo alla confutazione della vulgata che ha sempre presentato l’Occidente come salvatore delle sorti di un socialismo sull’orlo del fallimento, ma interveniva in un dibattito, tuttora attuale, sulla bontà e sulla neutralità dei meccanismi europei di integrazione delle economie nazionali. Anche nel caso di Economia della rivoluzione si ha l’impressione che, oltre l’interesse per il pensiero di Lenin, il libro abbia degli scopi “politici” più legati all’attualità, e cioè re-introdurre il pragmatismo leninista nell’ambito delle discussioni legate al ripensamento del progetto comunista in Italia e, al tempo stesso, nutrire la discussione sulla natura e sugli sviluppi dell’economia cinese. Possono scritti di politica economica di cento anni fa dirci qualcosa sulla crisi del pensiero di sinistra e sulla sua subalternità?

V. G.: Io credo che possano dirci molto, anche se ovviamente non sono in grado di offrirci soluzioni prêt-à-porter per i problemi di oggi. Il primo insegnamento è nell’atteggiamento di fondo, di intransigenza sui principi e di rifiuto della mediazione ove essa confligga con le finalità che il partito rivoluzionario si è dato. Si tratta di un atteggiamento che rifiuta le compatibilità date e che punta a rompere una cornice istituzionale in cui le scelte sono per definizione obbligate. Da questo punto di vista Lenin si oppone frontalmente al suo predecessore a capo del governo, il socialista rivoluzionario Kerenskij: questi (un giovane “rottamatore” di 36 anni) da ministro della guerra del governo provvisorio nato dalla rivoluzione di febbraio non soltanto non aveva interrotto la guerra, ma aveva lanciato la fallimentare “Offensiva Kerenskij”; e da primo ministro si era guardato bene dall’attuare il programma di spartizione della terra tra i contadini proposto dal suo stesso partito – un programma al quale daranno attuazione, un solo giorno dopo la presa del potere, proprio i bolscevichi di Lenin. Oggi le “compatibilità” (a partire da quelle “europee”) sono sempre più anguste, la politica è ridotta ad amministrazione di decisioni prese altrove e si giunge a lodare la presenza di un “pilota automatico” alla guida delle economie del continente. Siamo quindi in piena “epoca Kerenskij”. Ma l’atteggiamento giusto è quello di Lenin: se non ci si può muovere entro la cornice data, è la cornice che va rotta e sostituita con un’altra.

Il secondo insegnamento si riferisce alla fase immediatamente successiva, e riguarda la lotta contro ogni velleitarismo “rivoluzionario”. A rivoluzione avvenuta, il rischio che Lenin deve sventare è quello delle fughe in avanti, della frase e del gesto rivoluzionario, propri di chi scambia i propri desideri per la realtà e così rischia di perdere tutto: è il caso della polemica di Lenin contro i “comunisti di sinistra” che non vogliono la pace di Brest-Litovsk con la Germania, e quindi determinano una situazione in cui la pace sarà molto più onerosa, o accusano Lenin di “deviazione di destra” e di voler introdurre in Russia il “capitalismo di Stato”. A quest’ultima accusa Lenin controbatte che il capitalismo di Stato sarebbe “un passo avanti” nella Russia dei piccoli produttori contadini dispersi. E negli ultimi scritti aggiungerà che il “capitalismo di Stato” in uno Stato non più retto dalla borghesia non può essere assimilato librescamente a quello dei Paesi capitalistici in tempo di guerra.

Qui c’è il terzo insegnamento: il rifiuto di ogni subalternità di pensiero. Sia rispetto al pensiero dominante, sia rispetto alla propria stessa tradizione. Che va continuata, ma anche innovata e modificata, non subìta.

T. A.: Con lo scoppio della bolla dei mutui Subprime e con l’importazione della crisi all’interno dell’area dell’Euro, in seno al dibattito economico ha ripreso slancio la necessità di ripensare in maniera critica sia il sistema economico di cui siamo parte, sia il ruolo che lo Stato è chiamato a esercitarvi. In Italia, espliciti richiami in tal senso sono arrivati, fra gli altri, da un economista come Emiliano Brancaccio, che pubblicamente si dichiara affascinato dal pensiero di Lenin. Secondo lei, ha ancora senso parlare di economia di pianificazione, e se sì, in che termini?

V. G.: Qualche anno fa Fredric Jameson ha detto che Wal-Mart dimostra che l’economia pianificata è possibile. Non si tratta di una boutade. Ogni grande corporation, sia essa di natura industriale, commerciale o finanziaria, oggi rappresenta una gigantesca centrale di pianificazione, spesso su orizzonti temporali tutt’altro che brevi; ovviamente pianifica sulla base della propria stella polare, del suo valore-guida: il perseguimento del massimo profitto nel minor tempo possibile. A quanto pare l’unica entità che secondo il pensiero dominante sarebbe incapace di pianificare è lo Stato, del cui ruolo ci si accorge solo in tempi di crisi, quando diventa vitale socializzare le perdite del settore privato (o dei suoi attori più forti e influenti). Ma, appunto, qui non si tratta di progettare lo sviluppo, ma di assumersi i costi dei “fallimenti del mercato”. Per poi, passata la bufera, tornare tutti al business as usual. Cosicché può addirittura capitare di leggere, sui report di banche da poco salvate da generosi interventi pubblici, preoccupate reprimende sugli eccessi del debito pubblico.

Fatta questa premessa, la mia risposta alla sua domanda è: ha senso parlare di pianificazione così come ha senso parlare di strategia. Lasciarla al “mercato” (ossia agli operatori privati più forti) è pericoloso e contraddittorio. Pericoloso perché l’obiettivo del massimo profitto può non conciliarsi con quello del bene comune, contraddittorio perché l’anarchia della produzione, pur mitigata da processi di concentrazione e oligopoli, non è la migliore premessa per l’elaborazione di una strategia razionale di sviluppo a livello macroeconomico. Detto questo, neppure una pianificazione onnicomprensiva può rappresentare la soluzione, soprattutto in un’epoca in cui l’informazione tende a essere estremamente distribuita e parcellizzata, e nessun agente appare in grado di possederla interamente. Da questo punto di vista trovo molto interessante (e singolarmente banalizzato dalle nostre parti) l’esperimento cinese, che mi sembra un tentativo di contemperare un’effettiva capacità di indirizzo delle grandi direttrici di sviluppo dell’attività economica da parte dello Stato (direttamente e tramite le imprese statali) con la sussistenza, e anzi la crescita, di un mercato di operatori privati indipendenti. Bisognerebbe studiarlo di più, e soprattutto intenderlo per quello che è: un modello economico, senza banalizzare ogni volta il discorso facendo ricorso alla scorciatoia del cliché “autocrazia politica + capitalismo sfrenato”, o alla contrapposizione a un presunto “capitalismo liberale” che non esiste più da nessuna parte. Già più pertinenti appaiono i tentativi di leggere questo esperimento con le lenti del “capitalismo di Stato”. Ed è interessante notare che proprio a questo riguardo non è mancato chi ha ravvisato una qualche continuità della Cina contemporanea con l’opera di Lenin: penso in particolare a un numero dell’Economist di qualche anno fa, con in copertina un Lenin “capitalista” con tanto di sigaro sotto il titolo “The rise of state capitalism. The emerging world’s new model”.

T. A.: Negli scritti di Lenin traspare costantemente la tensione a emancipare le masse dei lavoratori elevandone le competenze e la coscienza storica affinché si possa raggiungere un più alto grado di benessere, efficienza produttiva e consapevolezza. Allo stesso tempo, Lenin è inflessibile con le ambizioni dei politici comunisti quando queste si dimostrano irrazionali e dogmatiche, moderandone le pretese dirigenziali, esaltando il sapere tecnico “borghese” (seppur in ottica strategica) e invitando i funzionari al paziente lavoro dell’analisi e dell’apprendimento. Da questo punto di vista, che cosa ci insegna Lenin a proposito del rapporto fra partito politico, dirigenti e masse in un momento storico in cui l’accesso all’informazione pare aver avuto l’ironica conseguenza di aver delegittimato gli esperti più di quanto non abbia contribuito a riscattare le masse e dove si è sempre più fatto strada il principio di disintermediazione?

V. G.: Sì, tra gli aspetti più interessanti di questi scritti di Lenin vi è la valorizzazione – come diremmo oggi – delle “competenze”. Questo avviene in diversi momenti e in diversi modi. Già nel 1918, quando Lenin per un verso insiste sulla necessità di educare le masse a dirigere in prima persona lo Stato e l’economia (ci sono scritti straordinari sul carattere epocale di tale passaggio), dall’altro capisce che nell’immediato bisogna far ricorso a tecnici e specialisti “borghesi” e che a questo fine bisogna pagarli di più degli altri lavoratori (facendo quindi un passo indietro rispetto ad alcune decisioni egualitaristiche assunte in precedenza sull’esempio della Comune di Parigi). Anni dopo, quando si cerca di avviare il piano di elettrificazione del Paese e, su questa base, anche il primo tentativo al mondo di piano economico nazionale unificato, Lenin si scontra con l’atteggiamento burocratico di molti dirigenti comunisti nei confronti dei tecnici e del piano da loro elaborato. A questi dirigenti Lenin chiede “di comandare il meno possibile, anzi di non comandare affatto”, ma piuttosto di dimostrare la capacità di coordinare il lavoro dei tecnici “approfondendo la questione, studiandola particolareggiatamente”. Beninteso, la posizione di Lenin qui non è tecnocratica, ma antiburocratica e mirante a creare gruppi dirigenti in grado di conoscere almeno nelle loro grandi linee i problemi pratici con i quali si devono confrontare.

Oggi, come è noto, la bilancia tra tecnici e politici sembra essersi squilibrata a favore di primi. Nel nostro Paese si sono succeduti governi “tecnici” docilmente votati dai politici, e scelte assunte a livello “tecnocratico” – in un non-luogo imprecisato tra Bruxelles e Francoforte – divengono leggi imposte senza un dibattito degno di nota. In compenso, “tecnici” ed “esperti economici” non sono usciti bene da una crisi che non avevano previsto e per curare la quale – in grande maggioranza – hanno proposto rimedi sbagliati e controproducenti, come è ormai ampiamente dimostrato. Trovo salutare che in questo caso il principio di autorità abbia preso qualche colpo. E devo dire che, seguendo certi dibattiti sui social media, càpita di sorprendersi per la profondità e ricchezza di argomentazione di molti non specialisti, e per contro di scandalizzarsi per la pochezza argomentativa e talvolta la malafede di certi economisti di professione. Insomma, la disintermediazione non è necessariamente un fenomeno negativo. Continuo però a preferirle l’organizzazione: ossia la presenza di forze politiche organizzate che tornino a esercitare in modo non ambiguo e non menzognero un ruolo di rappresentanza sociale.

T. A.: Come interpreta il suo ruolo di studioso e di lavoratore all’interno del contesto politico e culturale italiano? Crede che abbia ancora senso definirsi un intellettuale, e se sì, in quale senso?

V. G.: Non sono un intellettuale di professione. Sono una persona che cerca di esercitare il senso critico e che dialoga volentieri con chi ha la stessa propensione. Ho la fortuna di lavorare – ormai da più di vent’anni – in un settore quale quello finanziario, che rappresenta un ottimo osservatorio su come oggi funziona (e come va modificandosi) il mondo; da qualche anno, ho anche quella di essere presidente del Centro Europa Ricerche, uno dei pochi centri di ricerca economica indipendente del nostro Paese. Non sono sicuro che oggi la definizione di “intellettuale” abbia senso. Di una cosa, invece, sono certo: il suo contenuto è andato cambiando in modo radicale negli ultimi decenni. In particolare in direzione di un distacco sempre più netto tra teoria e prassi politica come veniva intesa ancora qualche decennio fa, e per contro di un riavvicinamento a modelli “cortigiani” di rapporto tra i due poli. Semplificando un po’: sempre meno “intellettuali organici” a idee e prassi di trasformazione della realtà, sempre più intellettuali organici al potere e alla sua conservazione. Non è un passo avanti. Ma non credo che la storia sia finita. Neanche da questo punto di vista.

Tiziano Annulli intervista Vladimiro Giacché per lavoroculturale.org

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