Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Federalismo fiscale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Federalismo fiscale. Mostra tutti i post

06/11/2019

La secessione dei ricchi? È figlia dell’austerity e del federalismo fiscale regionale

Lunedì sera la trasmissione Report, nel corso di un servizio intitolato “Divorzio all’italiana” dedicato al tema dell’“autonomia differenziata”, ha cercato, a suo modo di spiegare quali regioni ci guadagnano e quali, invece, ci perdono. Nell’inchiesta sono stati presentati i dati del dossier “Il calcolo disuguale. La distribuzione delle risorse ai comuni per i servizi“, elaborato da Openpolis.

Colpiva sicuramente il raffronto tra Reggio Emilia e Reggio Calabria. La città calabrese ha 180 mila abitanti mentre quella emiliana ne conta 171.000. Dovrebbero essere dotati, più o meno, degli stessi servizi pubblici... e invece viene fuori un dato da far tremare le vene ai polsi. A Reggio Calabria ci sono solo 3 asili mentre e Reggio Emilia se ne contano 60. E se nella città emiliana si spendono 28 milioni di euro in istruzione, in quella calabrese se ne spendono solo 9. I rapporti sono più o meno gli stessi nella spesa per il welfare (40 milioni versus 17 milioni) e nella cultura (21 milioni versus 4 milioni), mentre il dato sull’edilizia popolare è incredibilmente sproporzionato: 54 milioni per i reggiani-emiliani contro solo 8 milioni per i reggini-calabresi.

È un divario enorme e fa certamente a pugni con la Costituzione che, all’articolo 3 sancisce che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. È una violazione evidente ed un regresso in termini di civiltà, ai limiti del razzismo di Stato. Ma come si spiega? Ovvero, come siamo arrivati a questo punto?

Si spiega con il fatto che le risorse ai comuni e a tutti gli altri enti territoriali, da alcuni anni, vengono assegnate sulla base della spesa storica con il criterio “Dummy” elaborato dall’ex sottosegretario al MEF e renziano di ferro Marattin. Dunque, un prodotto del governo di “centrosinistra” guidato da Renzi.

Più soldi ai ricchi – che si presume siano i “virtuosi” – meno ai poveri, ritenuti antropologicamente incapaci di amministrare. Qualcuno obbietta: eh... ma al sud c’è la mafia. Perfetto: per “combatterla” dunque si fanno meno, ma molti meno, asili, ospedali, scuole e servizi ai cittadini del Mezzogiorno. Geniale!

Eppure l’articolo 117 secondo comma, lettera m), della Costituzione della Repubblica Italiana, dopo la revisione del titolo V, prevede che vengano garantiti su tutto il territorio nazionale i “livelli essenziali delle prestazioni dei servizi” (LEP). Tuttavia mentre il compito della loro definizione spetta esclusivamente allo Stato, la loro realizzazione compete – oltre che allo stesso Stato – anche ai diversi enti territoriali, ovvero alle regioni, alle province e ai comuni.

La riforma del titolo V Cost., al novellato articolo 114, ha stabilito che “la Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato” che, dunque, pari sono sulle materie di potestà concorrente e che non si sono mai messi d’accordo su come realizzare i LEP, finendo poi per applicare il mero criterio della “spesa storica”, cristallizzando così le storiche (per l’appunto) differenze tra regioni ricche e regioni povere. E’ stato solo un caso? Una svista? Un problema di ordine istituzionale? È molto improbabile...

Ma non è finita qui.

La legge costituzionale 1/2012 (“Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale”), approvata dal governo Monti nel 2012, ha modificato gli articoli 81, 97, 117 e 119 della Costituzione, inserendo nella Carta il “principio del pareggio di bilancio” secondo il quale “lo Stato deve assicurare l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, vincolando rigidamente il ricorso all’indebitamento all’andamento dei cicli economici e nell’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea (il fatidico 3% del rapporto deficit-PIL, ndr) [...] con la contestuale definizione di piani di ammortamento e a condizione che per il complesso degli enti di ciascuna Regione sia rispettato l’equilibrio di bilancio”.

E così tutti gli enti territoriali che gestiscono servizi pubblici e che sono in deficit sono stati obbligati a fare dei sanguinosi “piani di rientro”; e poco importa se sono stati tagliati i servizi anziché gli sprechi.

La sanità a pezzi

Il combinato disposto delle due leggi di revisione costituzionale – quella del titolo V e quella che ha introdotto il “pareggio di bilancio” – sta causando il crollo della spesa sanitaria pubblica italiana.

9,4 miliardi euro sono stati sottratti al Fondo Sanitario Nazionale dal 2013 al 2015 perché il fabbisogno sanitario nazionale standard deve essere determinato “in coerenza con il quadro macroeconomico complessivo del Paese” e “nel rispetto dei vincoli di finanza pubblica e degli obblighi assunti dall’Italia in sede comunitaria”, come recita testualmente il D.Lgs. 68/2011 (capo IV, artt. 25-32) che ha sancito il “federalismo fiscale regionale”.

Per lo stesso motivo, nel 2015, sono stati sottratti altri 2,3 miliardi al FSN più l’eliminazione di 180 prestazioni diagnostiche dalla lista dei servizi sanitari gratuiti (anche “salvavita”). Con la Legge di Stabilità 2016 è arrivato, poi, un ulteriore taglio di 2 miliardi cui vanno aggiunte le possenti riduzioni apportate ai bilanci delle Regioni per circa 19 miliardi di euro, previste per il triennio 2016 -2019 che ricadono direttamente sulla spesa Sanitaria che, da sola, rappresenta l’80% dei bilanci regionali.

Risultato: nel 2018, 13 milioni di italiani si sono curati in ritardo o non si sono curati affatto a causa di problemi di accesso alla sanità pubblica, per le liste di attesa troppe lunghe o per la difficoltà a raggiungere i presidi ospedalieri.

Secondo il Rapporto Gimbe 2019: “la Sanità pubblica cade a pezzi e si avvia in silenzio verso la privatizzazione.”[1] Nel meridione l’indice di mortalità è tornato indietro di 70 anni, come ebbe a denunciare, non molto tempo fa, Walter Ricciardi, ex presidente dell’Istituto superiore di Sanità: “Negli ultimi 15 anni il sistema sanitario del centro-sud sta andando alla deriva e l’aspettativa di vita in questa parte del paese si sta rapidamente abbassando. Il Meridione d’Italia rappresenta il fanalino di coda in Europa per gli indicatori di aspettativa di vita e, in particolare, la zona metropolitana di Napoli è la peggiore dove nascere, con un gap di ben 8 anni in termini di aspettativa di vita rispetto ai paesi UE. Senza un intervento finanziario shock dello Stato centrale la situazione è destinata a peggiorare ulteriormente. Purtroppo la Costituzione non lo permette. [2]

Ma i ricchi, si sa, non sono mai contenti.

E allora ecco che arriva il progetto di “autonomia differenziata”, ovvero, la richiesta di maggiore autonomia che è stata avanzata da nove regioni (Lombardia, veneto, Emilia-Romagna, Piemonte, Liguria, Toscana, Marche, Umbria e Campania). In due di queste si è svolto un referendum nel 2017 che ha confermato la richiesta di Lombardia e Veneto e, oltre a queste ultime, anche con Emilia-Romagna e Piemonte si è giunti alla fase di intese tra regioni e governo.

Ma cosa si intende con “autonomie differenziate”? Si tratta dell’“autonomia differenziata delle regioni a statuto ordinario”, ovvero, di una potestà riconosciuta dall’articolo 116 della Costituzione dopo la modifica avvenuta con la riforma costituzionale del Titolo V, approvata nel 2001. L’articolo 116, che nel primo e secondo comma riconosce le regioni a statuto speciale, dunque prevede ora anche la possibilità di attribuire forme e condizioni particolari di autonomia alle Regioni a statuto ordinario (“regionalismo differenziato” o “regionalismo asimmetrico”, in quanto consente ad alcune Regioni di dotarsi di poteri diversi dalle altre).

E quali sono le materie nelle quali possono essere riconosciute ulteriori forme di autonomia? Tutte le materie che l’art. 117, terzo comma, attribuisce alla competenza legislativa concorrente, ovvero, rapporti internazionali e con l’Unione europea; commercio con l’estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione, salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale; professioni; ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori produttivi; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia; previdenza complementare e integrativa; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali; casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale.

Nelle materie di “legislazione concorrente” spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato che, a questo punto, manterrebbe la potestà esclusiva su un numero assai limitato di materie riservate dallo stesso art. 117: “organizzazione della giustizia di pace” e norme generali sull’istruzione tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.

A tirare la volata sono stati certamente Zaia e Fontana, presidenti di Veneto e Lombardia, perché il governo, pur avendo concesso loro già moltissimo sull’autonomia differenziata, non ha ancora dato il via libera agli insegnanti “padani”. In questa battaglia la Lega ha trovato, sin dai tempi del passato governo gialloverde, una docile ed accomodante sponda nel Partito Democratico il quale – quando si tratta di privatizzare, fare “grandi opere”, attaccare i diritti dei lavoratori e fare a pezzi lo stato sociale – non si fa certo pregare due volte.

Così anche Bonaccini, presidente PD dell’Emilia Romagna, si è unito alle proteste dei suoi colleghi lamentando il ritardo con cui si decide l’autonomia.

Il punto è che in un quadro di spesa pubblica sottoposta ai rigidi vincoli dell’austerità imposti al nostro paese dalla Unione Europea, l’autonomia differenziata distruggerebbe quel poco che è rimasto in piedi del nostro welfare, portando al massacro sicuro tutto il Sud assieme ai poveri del Nord.

La ricetta è semplice: ogni regione si dovrà arrangiare mentre si taglia la spesa per la sanità ed i servizi pubblici sotto la scure dei continui “piani di rientro dal debito” e con l’obbligo del “pareggio di bilancio” che ora, grazie a Monti, è divenuto principio di rango costituzionale e calpesta tutti gli altri diritti sociali costituzionalmente sanciti sotto il ricatto di un debito pubblico gigantesco che si autoalimenta da sé all’infinito.

Insomma, per dirla con Giorgio Cremaschi: “L’autonomia differenziata, oggi, non è solo la secessione dei ricchi, è una sfacciata ferocia sociale verso i poveri. È giusto quindi lottare per fermarla e per questo è necessario SMASCHERARE il PD. Che su questo disastro ha persino più responsabilità della Lega, avendo riformato nel 2001 la Costituzione in modo da aprire la via alle richieste secessioniste. E avendo il PD approvato nel 2013 la modifica dell’articolo 81, inserendo il Fiscal Compact nella nostra Carta. Se vogliamo impedire alla Lega di realizzare il suo programma di devastazione sociale, dobbiamo denunciare e combattere la sporca alleanza del partito di Salvini con il PD. Sull’autonomia differenziata e su quasi tutto il resto.” [3].

[1] (https://www.attivismo.info/rapporto-gimbe-2019-sanita-pubbl…

[2] Federalismo più austerity; e al sud si muore come 70 anni fa di Sergio Scorza, su Contropiano del 24 Gennaio 2018

[3] La sporca alleanza tra Lega e Pd sull’autonomia differenziata di Giorgio Cremaschi (Potere Al Popolo) su Contropiano del 22/07/2019.

Fonte

15/08/2019

Il Sud Conta. E ora si vede pure...

I misteri ingloriosi dell'”autonomia differenziata” cominciano ad essere svelati, passando dal “dibattito” tra esperti (compresi i maneggioni leghisti che l’avevano quasi imposta prima al governo Pd (con Gentiloni) e poi, a maggior ragione, all’esecutivo gialloverde). Diventano pian piano consapevolezza sociale e politica, tema di intervento “tra la gente”, mettendo al corrente i diretti interessati della grande rapina che si va profilando sui loro già scarsi redditi.

Qui di seguito un articolo che, retorica a parte, dà conto dello svilupparsi di questo processo, con importanti spiegazioni delle conseguenze pratiche.


***** 

Come “rose nel deserto”: quattro giovani eroi napoletani della “guerra” contro il regionalismo discriminatorio

“Fratelli d’Italia”? Mors tua vita mea. Delenda Mezzogiorno e finis Italiae.

Nel corso degli ultimi dieci mesi, anche se solo in pochi se ne sono accorti, l’Italia è stata attraversata da una “guerra civile”, non nell’accezione storico-giuridico-politica del termine, ma in quella traslata di lotta condotta tramite le “armi” del dissenso civile – dibattiti, assemblee pubbliche, seminari, convegni, sit-in, cortei – di cui la tanta “vituperata” e “gommorroide” Napoli è stata la capitale morale e culturale, in cui si è concretizzata la mobilitazione contro il regionalismo differenziato richiesto “in gran segreto” dalle Regioni, Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna.

Come in ogni guerra, ci sono stati degli eroi che, anche a discapito dei loro interessi personali, si sono distinti per essersi opposti con lucidità, fermezza e tempestività al piano promosso dal “Grande Partito Trasversale del Nord” di istituzionalizzare prima la condizione del Mezzogiorno come “colonia interna estrattiva”, per poi, dopo averlo desertificato del tutto, mollarlo definitivamente al suo destino “africano”, dando, così, vita alla fuga della “locomotiva” del “Grande Nord” verso le tanto ambite ed agognate mete europee.

La posta in gioco era ed è tuttora altissima:

1) Legalizzare e perpetuare “il furto di Stato” di circa 60 miliardi di euro di spesa allargata l’anno, operato, grazie al “piede di porco” della spesa storica” dalle “virtuose” Regioni centro-settentrionali ai danni di quelle meridionali, che, invece, costituendo, il 34,3% della popolazione italiana, nel corso degli ultimi dieci anni hanno ottenuto soltanto il 28,3% dei finanziamenti pubblici complessivi loro spettanti. Il sistema statistico nazionale ha calcolato che in questo modo, nel solo quadriennio 2014/2017, sono stati sottratti al Sud 245 miliardi lordi, azzerandone e dimezzandone i più basilari diritti sociali e civili: asili nido, mense scolastiche, tempo pieno e prolungato, trasporti, assistenza sociale, cure sanitarie.

2) Estendere il “furto con destrezza” anche alla cassa ministeriale, affiancando al “piede di porco” della spesa storica quello vantaggioso per il Centro-Nord della media nazionale pro-capite della spesa pubblica centrale.

3) Modificare, tramite un “golpe bianco”, la forma Stato, per instaurare un federalismo estrattivo, iniquo, sperequato, asimmetrico e discriminatorio, che avrebbe riprodotto ancora di più le diseguaglianze sociali, economiche e territoriali, destinando stipendi, salari, diritti e servizi di serie A ai territori ricchi, “virtuosi” e “laboriosi” del Settentrione e stipendi, salari, diritti e servizi di serie B a quelli poveri, “spreconi” e “fannulloni” del Meridione. L’apartheid conclamato!

4) Minare definitivamente i pilastri della coesione, della solidarietà e dell’unità nazionale per realizzare, in prospettiva, il progetto secessionista della Lega Nord, ormai divenuto egemonico e fatto proprio da tutte le preponderanti forze sociali, economiche e culturali organiche al “Grande Partito Trasversale del Nord”.

Insomma, mors tua vita mea, delenda Mezzogiorno e finis Italiae, per consentire agli appetiti egoistici dei ricchi territori settentrionali di rimanere agganciati all’Europa che conta. Il sacrificio di 21 milioni di cittadini meridionali per consentire ai rimanenti 40 milioni di “virtuosi” di conservare livelli di vita e prospettive di sviluppo accettabili ed adeguate alla competizione globale capitalista. La dialettica sociale di marxiana memoria che si intreccia con quella territoriale.

Come in un suo recente post ha osservato l’artista Claudio Verde, la filosofia del liberismo in salsa “celtico-padana” è riassumibile nella seguente “massima”: “I soldi vanno dove stanno i soldi, i treni dove stanno i treni e gli asili nido dove stanno gli asili nido”.

Uno scandalo ed una vergogna etica, culturale, politica, giuridica e civile che, denunciata da pochi, dovrebbe indurre molti meridionali e tutte le forze laiche, democratiche, progressiste e radicali di questo Paese a riflettere sull’effettiva consistenza di tanta retorica unitaria. A riflettere per indignarsi e mobilitarsi contro le crescenti disparità sociali, economiche e civili tra Nord e Sud Italia, così come dimostrato dall’ultimo rapporto SVIMEZ.

Gli eroi della “guerra” contro l’egoismo dei ricchi: dai grandi “condottieri” agli “ufficiali di linea”.

La “guerra” contro questo disegno “eversivo” in “irrimediabile contrasto” con l’intero quadro costituzionale, ha avuto ed ha ancora i suoi eroi nei grandi “condottieri”, così come negli “ufficiali di linea e di collegamento”.

Tra i primi, i “condottieri”, si annoverano i nomi di eminenti studiosi e giornalisti, che hanno condotto e continuano a condurre una magistrale e rigorosa “operazione verità” contro le tesi ideologiche dei “ricchi”. Tra gli altri, si ricordano: gli economisti della prestigiosa SVIMEZ Luca Bianchi ed Adriano Giannola; il docente universitario della Federico II Giuliano Laccetti, che, in qualità di Presidente del Comitato scientifico dell’Associazione politico-culturale e-Laboriamo, ha promosso convegni e sit-in; il giornalista del Mattino Marco Esposito, autore di Zero al Sud; il direttore dell’autorevole Quotidiano del Sud Roberto Napoletano; il Presidente emerito della Corte costituzionale Giuseppe Tesauro, autore di saggi ed articoli fondamenti sull’argomento; il costituzionalista Sandro Staiano, promotore e coordinatore dell’Osservatorio sul regionalismo differenziato istituito presso il Dipartimento di Giurisprudenza della Federico II; l’economista Gianfranco Viesti, autore di Verso la secessione dei ricchi?; il costituzionalista Massimo Villone, autore di Italia, divisa e diseguale.

Giornalisti ed accademici che hanno profuso ed ancora oggi profondono un impegno pedagogico-civile basato sull’analisi critica rigorosa, sulla produzione scientifica e sulla divulgazione pubblicistica. Giornalisti ed accademici che per amore della verità, della giustizia, dell’uguaglianza e della solidarietà si sono messi umilmente al servizio della comunità, scendendo in “prima linea”, percorrendo instancabilmente il Paese da Sud a Nord, da Est ad Ovest, passando dalle aule accademiche e quelle dei centri di alta cultura, dalle sale consiliari dei Comuni a quelle delle associazioni culturali e dei nascenti comitati meridionalisti.

Affianco ed insieme ai grandi “condottieri”, che non hanno temuto di sporcarsi le mani, altri eroi, meno noti, ma altrettanto importanti. Giovani “ufficiali di linea e di collegamento”, che, in tempi non sospetti, hanno capito la portata della posta in gioco ed hanno preso decisamente posizione contro il regionalismo discriminatorio, contribuendo alla costruzione della rete Il Sud Conta. I loro nomi: Dario Franco, Bruno Martirani, Giovanni Pagano, Mario Raimondi.

Già impegnati a livello territoriale campano in numerose attività sindacali, sociali, politiche e culturali atte a favorire l’emancipazione delle classi meno abbienti – disoccupati, inoccupati, precari e senza casa – scevri da astratti ed inconcludenti schematismi ideologi, sulla base dello studio rigoroso e dell’analisi critica dei processi reali, sin dal mese di gennaio 2019 i nostri giovani eroi hanno lanciato petizioni, creato pagine facebook, piattaforme e blog informativi – http://www.ilsudconta.org/ https://www.facebook.com/groups/255111648565549/ – promosso sit-in, cortei, assemblee pubbliche nazionali, meetup, incontri dibattito a livello comunale e seminari di approfondimento con esperti, tesi a favorire da parte delle classi dirigenti locali e dei cittadini comuni la presa di coscienza dei danni provocati sia dalla “perversa attuazione del federalismo fiscale”, sia della sua definitiva istituzionalizzazione ed estensione attraverso l’approvazione del regionalismo differenziato.

In altri termini, facendo anche, ma non solo, tesoro degli studi proposti dai “condottieri” e dimostrando di sapere “fare sistema” ed a tratti “comunità”, i nostri giovani “ufficiali di linea e di collegamento” hanno contribuito dal “basso” sia alla promozione dei ricorsi presentati da settanta sindaci meridionali contro il dimezzamento del Fondo di perequazione comunale, sia alla costruzione di una fitta rete di comitati meridionalisti a livello interregionale, sia alla momentanea interruzione dell’approvazione del federalismo discriminatorio.

Aperti al dialogo ed al confronto critico e profondendo un impegno in termini di tempi e di energie che ne hanno fatto un punto di rifermento in tutto il Meridione, Franco, Martirani, Pagano e Raimondi hanno interloquito in modo costruttivo con tutte le forze mobilitatesi contro il “colpo di Stato” dei ricchi, rispettandone le posizioni anche quando non coincidevano con le loro tesi.

Scevri da personalismi, a fronte della retorica verbalistica e delle mere logiche di apparato di certe aree della cosiddetta sinistra radicale, ancora oggi la loro lettura dei processi in atto è il frutto di attente analisi critica, in cui intrecciano sapientemente la dimensione politica con quella sociale e territoriale, come quando in suo recente post Pagano osserva che: “Questa crisi di governo mette a nudo i veri interessi leghisti e la finzione del passaggio da partito del Nord a Partito nazionale (dove ci fossero delle differenze). La flat tax sarebbe servita a cementificare il consenso leghista al Nord, i beneficiari sarebbero stato in stragrande maggioranza i ceti medi residenti nelle regioni settentrionali, per farla però ci volevano i soldi, da dove prenderli? Dal Sud, ovviamente! Così come il welfare delle regioni settentrionali dopo la crisi del 2008 è stato garantito, dal 2011 in poi, con i miliardi di mancati trasferimenti, che spettavano da costituzione ai comuni del sud (vedi perequazione), così la flat tax e i nuovi assetti delle tre regioni che hanno richiesto l’autonomia si sarebbero retti con i 60 miliardi annui del famoso residuo fiscale. Questo avrebbe permesso alla Lega di tenere buono il ceto medio/basso, garantendo un welfare migliore di quello meridionale e un sistema di tassazione più basso, maggiori introiti nel pubblico da spostare nelle privatizzazioni (scuola e sanità) e soprattutto stare all’interno delle direttive europee. Anche se Salvini fa l’antieuropeista, il blocco di potere che lo sostiene (Gavio, Atlantia e tutte le grandi imprese del Nord) è fortemente europeista, anzi teme che la palla al piede del Meridione lo allontani dai ritmi produttivi centro europei”.

Alla domanda su chi lotterà nel Sud, col Sud e per il Sud, non si può non rispondere che, per la loro serietà, il loro rigore, il loro radicamento sociale, la loro umiltà e la costanza del loro impegno, Dario Franco, Bruno Martirani, Giovanni Pagano e Mario Raimondi sono, tra gli altri, dei punti di riferimento imprescindibili per la costruzione dal “basso” di un soggetto politico meridionalista di orientamento laico, democratico e radicale.

Quattro “rose nel deserto” da cui ripartire per infondere nuove speranze ai tanti meridionali che si sono allontanati dalla politica perché stanchi delle solite “promesse da marinai” fatte da classi dirigenti, per lo più, clientelari ed estrattive sia a livello locale che nazionale, come nel corso dei decenni, seppure a partire da prospettive non sempre sovrapponibili, è stato denunciato dai meridionalisti classici Gaetano Salvemini, Antonio Gramsci e Guido Dorso e dai neomeridionalisti Nicola Zitara e Pietro Massimo Busetta.

Fonte

20/04/2018

Cresce la spesa privata per la sanità. Al Sud si vive di meno e peggio

La spesa sanitaria pubblica pro capite in Italia è un po’ salita, ma resta più bassa che in altri paesi europei. Lo segnala il Rapporto Osservasalute (curato dall’Osservatorio nazionale sulla salute delle Regioni italiane, dall’Università Cattolica “Sacro Cuore” e dall’Istituto di sanità pubblica) precisando che su base nazionale, la spesa sanitaria pubblica pro capite è aumentata dello 0,38% tra il 2015 e il 2016, attestandosi a 1.845 euro. Ha, quindi, proseguito la leggera crescita registrata nel 2015, riportandosi ai livelli del 2012.

Diverso è il discorso relativo alla spesa sanitaria privata che nel 2015 ha raggiunto la quota di 588,10 euro pro capite con un trend crescente dal 2002 ad un tasso annuo medio dell’1,8%. In tutte le regioni si registra un tasso medio di crescita della spesa sanitaria privata che oscilla dallo 0,6% delle Lombardia al 3,7% della Basilicata. Nel 2015, e in valori assoluti, la spesa privata pro capite più alta si registra in Valle d’Aosta con 948,72 euro e la più bassa in Sicilia con 414,40 euro.

Allo stato attuale, in Italia la spesa sanitaria pro capite è ancora composta per circa i tre quarti dalla spesa pubblica ma, come scrive lo stesso Osservasalute da anni tutto avviene “in un quadro che vede il nostro Paese affrontare i forti vincoli di finanza pubblica imposti dagli accordi di Maastricht”.

All’inizio del Duemila, per assecondare questa perversa filosofia “rigorista”, vengono introdotte altre due devastanti novità legislative, la riforma del Titolo V della Costituzione e il Decreto legislativo n. 56 del 2000 che introduce il federalismo fiscale.

La riforma costituzionale stabilisce che il potere legislativo in materia di sanità è concorrente tra Stato e Regioni e rafforza il principio di sussidiarietà “alla rovescia”, consentendo la legittimazione e il boom della sanità privata nella “gestione del sistema sanitario nazionale”. Allo Stato rimane il compito di stabilire il quadro normativo generale, alle Regioni è attribuito il compito di legiferare sul proprio territorio, per attuare le linee guida del Governo centrale e organizzare i servizi e gli interventi di sanità pubblica.

Il Decreto legislativo in materia di federalismo fiscale ha stabilito le fonti di finanziamento dei Servizi sanitari regionali: il gettito dell’Iva, dell’Irpef e il fondo di perequazione. L’ammontare del finanziamento è stabilito dallo Stato per finanziare i Lea, gli eventuali deficit di bilancio sono stati posti a carico della fiscalità regionale. Gli obblighi di bilancio e il Patto di Stabilità hanno così chiuso in una gabbia di ferro la spesa sanitaria pubblica.

Da questa involuzione del Sistema sanitario nazionale si evince facilmente come i vincoli di finanza pubblica abbiano acquisito nel corso degli anni sempre maggiore importanza, fino a stabilire che i volumi di assistenza erogati debbano essere compatibili con le risorse assegnate.

Inevitabile un effetto sulle disuguaglianze territoriali nei servizi forniti dal sistema sanitario. Lo stesso osservatorio sottolinea come gli indicatori evidenzino l’esistenza di sensibili divari di salute sul territorio, ne sono la prova i dati del 2017 della Campania dove gli uomini vivono mediamente 78,9 anni e le donne 83,3; mentre nella Provincia Autonoma di Trento gli uomini mediamente sopravvivono 81,6 anni e le donne 86,3

La maggiore sopravvivenza e aspettativa di vita si concentra così nelle regioni del Nordest, dove la speranza di vita per gli uomini è 81,2 anni e per le donne 85,6. Nel Meridione appare decisamente inferiore. Nelle regioni del Mezzogiorno, si attesta a 79,8 anni per gli uomini e a 84,1 per le donne.

La dinamica della sopravvivenza, tra il 2005 e il 2016, dimostra che tali divari sono persistenti, in particolare in Campania, Calabria, Sicilia, Sardegna, Molise, Basilicata, Lazio, Valle d’Aosta e Piemonte restano costantemente al di sotto della media nazionale.

Tra queste regioni la Campania, la Calabria e la Sicilia peggiorano addirittura la loro posizione nel corso degli anni. Per contro, quasi tutte le regioni del Nord, insieme ad Abruzzo e Puglia, sperimentano una aspettativa di vita al di sopra della media nazionale. Se la sfida di un sistema sanitario nazionale era quella di assicurare standard tendenzialmente simili a tutti i propri cittadini, le politiche di tagli, chiusure di ospedali, introduzione o aumento dei ticket hanno praticamente svuotato gli obiettivi della riforma sanitaria del 1978, una riforma che ci hanno invidiato in moltissimi paesi e che oggi è ridotta a carta straccia. Ce l’ha chiesto l’Europa...

Fonte

16/04/2018

Il paradosso fiscale che strangola le città


La perfida combinazione tra taglio dei trasferimenti statali e federalismo fiscale è alla radice del declino delle città, anzi, della città intesa come organismo sociale. Lo spiegano bene alcuni dati pubblicati ieri sul Sole 24 Ore: «La Capitale ha messo in programma per quest’anno una spesa da 467,5 milioni di euro, che significano 163 euro ad abitante e una flessione del 15% rispetto al preventivo dello scorso anno. A Milano la stessa casella registra 2,41 miliardi (-3,1% rispetto alle previsioni 2017), cioè 1.786 euro ad abitante: 11 volte tanto il dato capitolino». Una sfida impari, che si ripercuote direttamente sulla qualità della vita della metropoli. Ad esempio l’annoso problema della manutenzione del manto stradale: «le conseguenze pratiche si incontrano per esempio per strada, cioè alla voce “trasporti e mobilità”, a cui Roma dedica 293 milioni in conto capitale contro gli 1,34 miliardi di Milano». Leggendo questi dati il problema non sono più le voragini che quotidianamente attentano alla vita della popolazione romana. A risaltare è il miracolo di una città non ancora sprofondata definitivamente in una qualche catacomba precristiana.

Come sopravvivere con tale penuria di fondi? La ridotta capacità finanziaria romana dovrebbe essere compensata da quei trasferimenti statali che però, da un ventennio, continuano ad essere tagliati in nome di un federalismo fiscale che incentiva la competizione metropolitana, e non la collaborazione tra città di uno stesso contesto nazionale: «La scure sui trasferimenti verso gli enti locali si fa sentire: nel triennio 2013-2015 i fondi per la Capitale sono passati da 1,158 miliardi a 932 milioni di euro. Quasi 200 milioni di euro in meno che diventano oltre 400 milioni se l’anno di partenza diventa il 2011. Con altra modalità di calcolo: nel 2009 i trasferimenti statali ammontavano a 644 euro per ciascun romano, nel 2015 a 347 euro», secondo quanto scriveva Andrea Managò sul Fatto quotidiano più di un anno fa. Il dimezzarsi dei trasferimenti statali impone ai comuni di raccogliere le risorse finanziarie per far andare avanti la macchina comunale in altro modo. Difatti il 91% del totale dei finanziamenti comunali servono a coprire la spesa corrente, cioè gli stipendi e l’ordinaria amministrazione romana. Risorse che devono essere recuperate in qualche modo, o meglio, nell’unico modo possibile in un modello liberista: vendendo la città. Direttamente, come a Milano: «per centrare l’obiettivo, Palazzo Marino dovrà riuscire anche a portare al traguardo l’ambizioso piano di alienazioni immobiliari che dovrebbe portare in cassa 834 milioni», sempre secondo l’inchiesta del Sole. In pratica, un terzo del bilancio pubblico milanese dovrebbe provenire da dismissioni patrimoniali. La forza economica del comune meneghino si fonda sulla svendita della città pubblica, cioè di quei beni di proprietà del Comune stesso. Peraltro, trattasi di operazioni transitorie, impossibile da ripetersi ogni anno.

Ma la svendita avviene anche nelle forme indirette della turisticizzazione della città, come a Roma, Firenze o Venezia: città svuotate dei propri abitanti e ripopolate di strutture commerciali dedicate esclusivamente alla ricezione e all’intrattenimento del turismo di massa. La sopravvivenza finanziaria delle città alimenta così le ragioni della loro crisi. Alienando e svendendo, privatizzando o cartolarizzando ogni ambito patrimoniale ed economico cittadino, i Comuni sono così destinati a poter contare su sempre minori entrate dirette. A ciò si aggiunge l’acerrima competizione in corso tra metropoli, tanto all’interno dei confini nazionali (estremo paradosso di uno Stato che lavora al suo disfacimento) quanto tra metropoli globali, al fine di attrarre quegli investimenti che dovrebbero colmare il gap dei mancati trasferimenti statali. Sono discorsi che la pubblicistica anglosassone (su tutti, David Harvey, ma anche Mike Davis) va ripetendo da decenni, perché è soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna che il fenomeno ha preso forma nei suoi tratti originari. L’eclissi della città manageriale ha lasciato spazio alla città imprenditoriale, alla città-azienda che però, per concretizzarsi – per essere cioè competitiva col resto dei suoi epigoni – deve trattare la propria popolazione come manodopera a basso costo e non come cittadinanza da integrare in un qualche orizzonte urbano condiviso (da non confondersi con egualitario ovviamente). E’ dentro questa dinamica competitiva che si definisce la relazione necessaria tra centro e periferia: la periferia è il contenitore di quella forza lavoro indispensabile alla competitività urbana, al tempo stesso esclusa da qualsivoglia processo di integrazione cittadina, sia perché fuori dai flussi economici globali, sia perché l’integrazione comporterebbe il rafforzamento di quei diritti sociali la cui assenza, al contrario, determina la moderazione salariale (ed esistenziale) di cui sono vittima le periferie. La città è un fatto sociale ormai compromesso. La metropoli, organismo governamentale geneticamente alieno alla modernità urbana, ne ha preso il posto senza una nostra adeguata comprensione. Ma, esattamente come nell’Ottocento, è ancora da qui che si possono individuare i tratti distintivi della nostra epoca, la chiave della sua infelicità diffusa.

Fonte

23/10/2017

L’imbroglio lombardo-veneto incassa una vittoria di breve durata di Alessandro Avvisato 1063 visualizzazioni La cerimonia dell’imbroglio referendario sull’autonomia del lombardo-veneto è finita. Con l’inevitabile spruzzata di ridicolo che aromatizza le prestazioni leghiste. Con la servile collaborazione di Pd e Cinque Stelle (che insieme “rivendicano” il proprio contributo a questo risultato). L’affluenza in Veneto è stata decisamente importante (57,2%) e dà la misura della devastazione politica di una grande regione in difficoltà da almeno dieci anni, da quando cioè è esplosa la crisi, aggravata dalle ricette “austere” della Troika. In Lombardia è stata parecchio più bassa – meno del 40%, ma ancora non è possibile dire la cifra esatta perché il sistema elettronico voluto da Roberto Maroni si è rivelato assai meno efficiente del vecchio sistema “a mano” (miracoli che solo i leghisti riescono a produrre). Gli ultimi giorni di campagna referendaria (pre-elettorale, nella sua essenza) avevano visto il disperato sforzo leghista di marcare la distanza con la Catalogna. Con i piddini – e i loro media, a partire da Repubblica – impegnatissimi in senso opposto, ma senza riuscire a portare alcun argomento diverso da “le regioni più ricche che non vogliono spartire la torta con quelle più povere” (come fa la Germania col resto d’Europa, insomma). E in effetti, come abbiamo scritto più volte, la rivolta catalana ha tutt’altre caratteristiche ideali, sociali, di classe. La miseria reazionaria del “progetto” leghista era ben evidente, ma il presidente regionale Luca Zaia ha voluto precisarla solo ad urne chiuse: “Noi chiediamo tutte le 23 materie (“contendibili” ai sensi della riforma costituzionale stolidamente voluta dal Pd quasi venti anni fa, ndr), e i nove decimi delle tasse”. Ma quale secessione, ma quale indipendenza… I leghisti vogliono solo gestire un po’ più di fondi pubblici per gli interessi propri e di alcuni strati sociali di riferimento (le imprese, in sostanza), continuando a pretendere tutti i vantaggi che lo Stato unitario garantisce loro. Tutto qui. Del resto, si sa da sempre che non esiste un “popolo veneto” o uno “lombardo”, che non esistono lì unità di lingua e tradizioni differenti da quelle italiane, ecc. Dunque resta solo la volgare tracotanza di un sub-sistema produttivo che funziona finché fa parte delle filiere che portano il prodotto-componente in Germania, che funziona insomma da “contoterzista” e ha margini di profitto tutto sommato ristretti proprio per questo motivo (il prezzo lo stabilisce il capofiliera, non il subfornitore). Metter mani su una quota delle tasse diventa perciò il modo più semplice di ridurre i costi e conformare il territorio intorno ai bisogni dell’impresa (infrastrutture, ecc). Alla popolazione fatta di lavoratori dipendenti, pensionati, disoccupati, ecc, si promette la solita favola del “siamo tutti nella stessa barca”, da cui dovrebbe derivare maggior benessere se le cose andranno meglio per le imprese. Come nemici di comodo, bastano “Roma ladrona” e i migranti, come se nel lombardo-veneto la corruzione e la presenza mafiosa fossero innocue macchie sulla pelle, invece che parti integranti della struttura di potere locale (basta ricordare quanti arresti avvengono annualmente su questo fronte, compresi numerosi amministratori locali “di provata fede”). Di fronte all’avanzare di questa narrazione falsificante, le altre correnti politiche (o clientelari, come nel caso del Pd) non hanno trovato di meglio che avallarla, facendola propria. Piddini e pentastellati hanno così dimostrato, per un verso, di essere perfettamente allineati su una linea profondamente reazionaria, e per un altro di non avere altri argomenti con cui “sedurre” gli elettori. Del resto, vagli a spiegare – agli elettori – che chiunque vada al governo (anche locale) dovrà rispettare il “patto di stabilità” inchiavardato dai trattati europei e infilato a forza nella Costituzione (l’obbligo al pareggio di bilancio). Vagli a spiegare che i loro problemi discendono in gran parte da questi obblighi e dal progressivo evaporare della capacità produttiva autonoma (i “contoterzisti”, per definizione, difficilmente elaborano strategie complesse e “piani B”). Vagli a spiegare, insomma, che il loro impoverimento non si arresterà pagando meno tasse su uno stipendio che non cresce più o che addirittura diminuisce (quando si cambia posto di lavoro o titolare della stessa impresa, oppure nel passaggio generazionale(. Più facile, molto più facile, inventarsi nemici e soluzioni di comodo, senza mettere in discussione niente. Ma come tutte le soluzioni “facili”, che non toccano il cuore dei problemi, anche questa avrà il fiato corto. Ne riparliamo dopo le elezioni… P.s.Per quanto riguarda invece la materia strettamente fiscale oggetto del referendum, vi consigliamo la lettura di questo lancio dell’agenzia Agi (non proprio bolscevica…). Cos’è il residuo fiscale? Banalizzando il concetto, è la differenza tra quanto ogni cittadino paga allo Stato sotto forma di tasse e quanto ne riceve, attraverso i servizi, sotto forma di spesa pubblica. È uno strumento nato per valutare la capacità dello Stato di redistribuire le risorse: i cittadini più ricchi pagano più tasse, con le quali si aiutano quelli più bisognosi. In Italia la sperequazione territoriale dipende dalla circostanza che i cittadini ricchi sono concentrati in alcune zone del Paese e quelli povere in altre. Il residuo fiscale è un indicatore sfuggente, evanescente, molto difficile da calcolare. I proponenti del referendum della Lombardia, hanno citato uno studio di Eupolis, che stimerebbe in 57 miliardi il residuo fiscale della Regione. Altri studi, invece, collocano il residuo fiscale lombardo tra i 20 e i 30 miliardi. L’asticella di quello Veneto sarebbe ancora più giù. Addentrarsi nei meandri del residuo fiscale può addirittura portare sorprese inaspettate. In un contributo per Lavoce.info, Fabrizio Tuzi, dirigente tecnologo dell’istituto sui sistemi regionali, ha pubblicato una tabella del Cnr-Issirfa su dati Istat e Cpt, nella quale sono indicati i valori medi pro-capite del residuo fiscale per gli anni che vanno dal 2013 al 2015. Se da un lato c’è la conferma che il conto del dare è superiore di 5.600 euro rispetto al conto dell’avere per ogni singolo cittadino lombardo, dall’altro è altrettanto vero che gli abitanti del Lazio sono poco da meno. Versano nelle casse dello Stato 3.672 euro pro-capite in più di quello che ricevono. Sono secondi nella classifica del residuo fiscale, prima del Veneto (che ha un residuo fiscale di soli 2.078 euro pro capite) e dell’Emilia Romagna (3.293 euro). Poi via via giù gli altri, dal Piemonte (1.162 euro), alla Toscana (805 euro), mentre la Regione i cui abitanti versano di meno rispetto a quanto ottengono, è la Calabria (-5.528 euro pro-capite). Roma ospita molte delle funzioni centrali. Ma del resto le aziende della Lombardia e del Veneto vendono i loro prodotti nel mercato nazionale. E che dire dei 2,5 miliardi che il Sud trasferisce al Nord grazie agli studenti che si trasferiscono ogni anno per studiare nelle Regioni centro settentrionali? 23 ottobre 2017 - © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO Ultima modifica: 23 ottobre 2017, ore 10:34 stampa Argomenti: contoterzisti Germania Lombardia Maroni occupazione quorum referendum salario tasse veneto zaia ‹ Articolo precedente Articolo successivo › FACEBOOK TWITTER LINKEDIN GOOGLE+ PINTEREST Lascia un commento Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati * Commento Nome * Email * ARTICOLI CORRELATI 10 marzo 2015 Germania. Sindaco si dimette dopo minacce neonaziste Markus Nierth è stato il sindaco di Troeglitz, un piccolo villaggio a sud di Berlino, per cinque anni. Ma... 12 febbraio 2016 Il cuore nazista dell’Unione Europea La Danimarca, modello invidiato di stato sociale, sottrae per legge i beni agli immigrati che arrivano. Ma la notizia che... 12 febbraio 2014 Mmh, svizzero? No, europeo! La Svizzera è al centro dello “scandalo” europeo per il voto referendario che ha sancito (con appena il 50,3%... NOTIZIE PER DATA ottobre: 2017 lun mar mer gio ven sab dom « Set 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 Radiocittaperta - la radio libera e indipendente Fate la vostra donazione! Tenete viva l’informazione: sostenete il sito di Contropiano mandandoci il vostro contributo! Sostieni Contropiano! PROSSIMI EVENTI 23 Ott Genova. Lo sfruttamento capitalista in internet 24 Ott Pisa. Lavoro mentale e classe operaia. Dibattito con Guglielmo Carchedi 25 Ott Roma. Manifestazione per risarcire l’ingiusta detenzione 25 Ott Napoli. Assemblea di Eurostop, verso il 10 e l’11 novembre 25 Ott Firenze. Sulle orme di Marx: lavoro mentale e classe operaia NEWSLETTER Vuoi essere sempre aggiornato sulle notizie di Contropiano? Iscriviti alla nostra newsletter: Accetto la privacy policy del sito

La cerimonia dell’imbroglio referendario sull’autonomia del lombardo-veneto è finita. Con l’inevitabile spruzzata di ridicolo che aromatizza le prestazioni leghiste. Con la servile collaborazione di Pd e Cinque Stelle (che insieme “rivendicano” il proprio contributo a questo risultato).

L’affluenza in Veneto è stata decisamente importante (57,2%) e dà la misura della devastazione politica di una grande regione in difficoltà da almeno dieci anni, da quando cioè è esplosa la crisi, aggravata dalle ricette “austere” della Troika. In Lombardia è stata parecchio più bassa – meno del 40%, ma ancora non è possibile dire la cifra esatta perché il sistema elettronico voluto da Roberto Maroni si è rivelato assai meno efficiente del vecchio sistema “a mano” (miracoli che solo i leghisti riescono a produrre).

Gli ultimi giorni di campagna referendaria (pre-elettorale, nella sua essenza) avevano visto il disperato sforzo leghista di marcare la distanza con la Catalogna. Con i piddini – e i loro media, a partire da Repubblica – impegnatissimi in senso opposto, ma senza riuscire a portare alcun argomento diverso da “le regioni più ricche che non vogliono spartire la torta con quelle più povere” (come fa la Germania col resto d’Europa, insomma). E in effetti, come abbiamo scritto più volte, la rivolta catalana ha tutt’altre caratteristiche ideali, sociali, di classe.

La miseria reazionaria del “progetto” leghista era ben evidente, ma il presidente regionale Luca Zaia ha voluto precisarla solo ad urne chiuse: “Noi chiediamo tutte le 23 materie (“contendibili” ai sensi della riforma costituzionale stolidamente voluta dal Pd quasi venti anni fa, ndr), e i nove decimi delle tasse”.

Ma quale secessione, ma quale indipendenza... I leghisti vogliono solo gestire un po’ più di fondi pubblici per gli interessi propri e di alcuni strati sociali di riferimento (le imprese, in sostanza), continuando a pretendere tutti i vantaggi che lo Stato unitario garantisce loro. Tutto qui.

Del resto, si sa da sempre che non esiste un “popolo veneto” o uno “lombardo”, che non esistono lì unità di lingua e tradizioni differenti da quelle italiane, ecc.

Dunque resta solo la volgare tracotanza di un sub-sistema produttivo che funziona finché fa parte delle filiere che portano il prodotto-componente in Germania, che funziona insomma da “contoterzista” e ha margini di profitto tutto sommato ristretti proprio per questo motivo (il prezzo lo stabilisce il capofiliera, non il subfornitore). Metter mani su una quota delle tasse diventa perciò il modo più semplice di ridurre i costi e conformare il territorio intorno ai bisogni dell’impresa (infrastrutture, ecc). Alla popolazione fatta di lavoratori dipendenti, pensionati, disoccupati, ecc, si promette la solita favola del “siamo tutti nella stessa barca”, da cui dovrebbe derivare maggior benessere se le cose andranno meglio per le imprese. Come nemici di comodo, bastano “Roma ladrona” e i migranti, come se nel lombardo-veneto la corruzione e la presenza mafiosa fossero innocue macchie sulla pelle, invece che parti integranti della struttura di potere locale (basta ricordare quanti arresti avvengono annualmente su questo fronte, compresi numerosi amministratori locali “di provata fede”).

Di fronte all’avanzare di questa narrazione falsificante, le altre correnti politiche (o clientelari, come nel caso del Pd) non hanno trovato di meglio che avallarla, facendola propria. Piddini e pentastellati hanno così dimostrato, per un verso, di essere perfettamente allineati su una linea profondamente reazionaria, e per un altro di non avere altri argomenti con cui “sedurre” gli elettori.

Del resto, vagli a spiegare – agli elettori – che chiunque vada al governo (anche locale) dovrà rispettare il “patto di stabilità” inchiavardato dai trattati europei e infilato a forza nella Costituzione (l’obbligo al pareggio di bilancio).

Vagli a spiegare che i loro problemi discendono in gran parte da questi obblighi e dal progressivo evaporare della capacità produttiva autonoma (i “contoterzisti”, per definizione, difficilmente elaborano strategie complesse e “piani B”).

Vagli a spiegare, insomma, che il loro impoverimento non si arresterà pagando meno tasse su uno stipendio che non cresce più o che addirittura diminuisce (quando si cambia posto di lavoro o titolare della stessa impresa, oppure nel passaggio generazionale).

Più facile, molto più facile, inventarsi nemici e soluzioni di comodo, senza mettere in discussione niente. Ma come tutte le soluzioni “facili”, che non toccano il cuore dei problemi, anche questa avrà il fiato corto.

Ne riparliamo dopo le elezioni...

P.s.Per quanto riguarda invece la materia strettamente fiscale oggetto del referendum, vi consigliamo la lettura di questo lancio dell’agenzia Agi (non proprio bolscevica...).

Cos’è il residuo fiscale?

Banalizzando il concetto, è la differenza tra quanto ogni cittadino paga allo Stato sotto forma di tasse e quanto ne riceve, attraverso i servizi, sotto forma di spesa pubblica. È uno strumento nato per valutare la capacità dello Stato di redistribuire le risorse: i cittadini più ricchi pagano più tasse, con le quali si aiutano quelli più bisognosi.

In Italia la sperequazione territoriale dipende dalla circostanza che i cittadini ricchi sono concentrati in alcune zone del Paese e quelli povere in altre. Il residuo fiscale è un indicatore sfuggente, evanescente, molto difficile da calcolare. I proponenti del referendum della Lombardia, hanno citato uno studio di Eupolis, che stimerebbe in 57 miliardi il residuo fiscale della Regione. Altri studi, invece, collocano il residuo fiscale lombardo tra i 20 e i 30 miliardi. L’asticella di quello Veneto sarebbe ancora più giù.

Addentrarsi nei meandri del residuo fiscale può addirittura portare sorprese inaspettate.

In un contributo per Lavoce.info, Fabrizio Tuzi, dirigente tecnologo dell’istituto sui sistemi regionali, ha pubblicato una tabella del Cnr-Issirfa su dati Istat e Cpt, nella quale sono indicati i valori medi pro-capite del residuo fiscale per gli anni che vanno dal 2013 al 2015. Se da un lato c’è la conferma che il conto del dare è superiore di 5.600 euro rispetto al conto dell’avere per ogni singolo cittadino lombardo, dall’altro è altrettanto vero che gli abitanti del Lazio sono poco da meno. Versano nelle casse dello Stato 3.672 euro pro-capite in più di quello che ricevono. Sono secondi nella classifica del residuo fiscale, prima del Veneto (che ha un residuo fiscale di soli 2.078 euro pro capite) e dell’Emilia Romagna (3.293 euro). Poi via via giù gli altri, dal Piemonte (1.162 euro), alla Toscana (805 euro), mentre la Regione i cui abitanti versano di meno rispetto a quanto ottengono, è la Calabria (-5.528 euro pro-capite).

Roma ospita molte delle funzioni centrali. Ma del resto le aziende della Lombardia e del Veneto vendono i loro prodotti nel mercato nazionale. E che dire dei 2,5 miliardi che il Sud trasferisce al Nord grazie agli studenti che si trasferiscono ogni anno per studiare nelle Regioni centro settentrionali?


Fonte

01/10/2017

I referendum in Lombardia e Veneto. Le regioni andrebbero abolite

Il 22 ottobre in Lombardia e Veneto si terranno due referendum promossi dai presidenti (pardon, governatori) leghisti Maroni e Zaia al fine di avere l’avallo per chiedere al Governo e al Parlamento una maggiore autonomia. E già qui si vede che si tratta di referendum farlocchi: una tale richiesta Maroni e Zaia potrebbero tranquillamente farla già da oggi, quindi quello che si vuole è un plebiscito, pura propaganda.

A questi referendum si affiancano le mozioni presentate nelle regioni del sud dall’ormai ineffabile M5S per l’istituzione della giornata della memoria delle vittime dell’Unità d’Italia. Così. Di colpo. Senza nessun preliminare ragionamento sulla complessità del processo unitario e dei suoi effetti, sulla natura di classe dell’unificazione. Aria di elezioni, insomma.

Si tratta sì delle ennesime armi di distrazioni di massa. Ma, in realtà, creano confusione e, per questo, sono cose importanti e pericolose. Sono importanti per la prospettiva del paese e delle classi popolari che lo abitano. Sono pericolose perché coincidono con gli interessi dell’imperialismo statunitense e di quello tedesco (per ora – e ancora per poco? – subordinato al primo, ma per noi non meno letale).

L’Italia vive da tempo una situazione di stallo. Più o meno dall’entrata nell’Unione Europea e dalla firma del trattato di Maastricht: 7 gennaio ’92. Come si vede il periodo coincide con il sorgere della cosiddetta seconda repubblica e degli equivoci ideologici che l’hanno generata ed accompagnata.

Ma tale confusione è entrata in una nuova fase. Da una parte avremo l’implementazione dell’Unione a “due velocità”, che accentuerà il baricentro nordico e la germanizzazione dell’Europa (e il recente risultato elettorale tedesco non interromperà il processo, ma lo renderà per noi più pesante). E tutto ciò con l’aiuto contraddittorio della Francia. È dall’avvio dell’Unione che abbiamo sempre dovuto subire gli intrighi, le volontà e l’estorsione del gatto e della volpe, ed ogni idea nostrana di giocare l’uno contro l’altra si è mostrata finora campata per aria: e non soltanto perché non c’è un Cavour. Sempre più il popolo italiano ha tutto da perdere dall’Unione. I paesi mediterranei diventeranno via via più periferici, e così quelli dell’est, che inoltre accentueranno la loro subalternità agli Usa.

Per l’altro verso, l’elezione di Trump e lo scontro in atto negli Usa, hanno reso più blanda la presa statunitense e accentuato i mutamenti e le tendenze multipolari: la Germania sa benissimo che prima o poi dovrà scegliere di percorrere di nuovo la via della politica di potenza, anche se farà di tutto per realizzarla attraverso l’Unione. Infine, terzo e quarto attore, la Russia si presenta come argine militare alle pericolosissime iniziative occidentali e la Cina come alternativa economica (“via della seta”) al deflazionismo (classista) dell’Unione europea: ed entrambi come vasti mercati per le imprese italiane e come soggetti di un ordine finanziario alternativo.

Questa situazione in sé sarebbe positiva, se soltanto si fosse in grado di sfruttarla. Essa infatti amplia gli spazi per costruire una posizione non subalterna agli uni ed agli altri (un ruolo centrale dei paesi mediterranei, o meglio ancora di una confederazione europea radicalmente modificata). Ma a tal fine dovremmo saper riconquistare un po’ di dignità e di indipendenza. In questo contesto, infatti, potremmo meglio sviluppare gli interessi nazionali (cosa a cui abbiamo fatto cenno in un recente articolo: viva la Catalogna abbasso l’Italia) e dall’altra potremmo lavorare meglio per un mondo multipolare, che è l’assetto migliore per tutti i paesi medio-piccoli e per ostacolare l’assoluta mobilità del capitale, causa prima del pluridecennale arretramento dei lavoratori.

Al contrario, se continua questo confusionismo, col nord leghista che vuole diventare il sud della Baviera, col sud che si accontenta di diventare definitivamente la piattaforma USA nel Mediterraneo, il paese rischia la disgregazione, ed ogni sua parte va incontro ed altri secoli di sudditanza.

Ovviamente queste grandi questioni si mischiano alle miserie interne ai partiti. Maroni e Zaia si muovono contro l’ipotesi nazionale di Salvini. Il PD vota Sì ai referendum al nord ed aderisce alle mozioni dei M5S al sud, da un lato mostrando di essere diventato un partito colabrodo, e dall’altro intestardendosi coerentemente con il federalismo: quello fiscale fu un frutto loro. A questo proposito, non tutti sanno che le richieste per le modifiche della “Bassanini” inserite nel recente referendum sulle modifiche Costituzionali erano state avanzate dalle Regioni stesse perché fonti di caos.

Nemmeno il M5S scherza. Al nord stanno col Sì perché si vota con i computer: uno sballo on-line! Al sud propongono una mozione che apre una questione sull’unificazione dell’Italia (cosa, come abbiamo detto, certamente controversa) scegliendo come data della giornata della memoria quella della fine del regno borbonico: un atto reazionario o di estrema stupidità. Perché non scegliere il giorno del massacro di Bronte, sanguinosa espressione del carattere classista dell’unificazione? In questo caso il messaggio storico-politico sarebbe stato chiaro. Forse troppo chiaro. Perché non celebrare il giorno in cui fu ucciso Pisacane, che al cambiamento sociale credeva davvero, e che fu massacrato da contadini istigati dai Borboni e dagli agrari (gli altri decisivi agenti – questi ultimi – di una unificazione che non fu voluta solo dai “piemontesi”)? È su queste questioni che l’Unità d’Italia al sud ha preso la piega gattopardesca che ha dato i risultati che ha dato.

Come si vede, non c’è nessun contenuto classista,progrsessita, democratico in nessuna delle due posizioni.

In ogni caso, mettere di fatto in discussione l’Unità d’Italia, frammentarla, esporla alle incursioni di interessi stranieri è da criminali. Così come lo è stata l’entrata nell’Unione e nell’euro. Ciò non può che accentuare l’autorazzismo degli italiani sempre pronti a denigrarsi: un popolo che dimentica la propria storia (e la sua complessità) non va data nessuna parte.

Ma a questo quadro generale si deve aggiungere un altro tema.

I referendum chiedono più autonomia regionale. Il fatto è che, (a parte l’uso politico che PCI e PSI ne fecero all’epoca, usando con qualche successo le Regioni da loro governate come contraltare al governo centrale democristiano) queste istituzioni sono un fallimento. Costano davvero una barca di soldi. L’unico loro ruolo è distribuire i denari della sanità, dell’assistenza e dei trasporti (80/90% del bilancio) e, nel farlo, contribuiscono non poco ad acuire le già pesanti differenze trai servizi sociali nelle diverse zone del paese. Rendono volutamente complicato il processo decisionale. Legano strettamente i partiti ed i loro uomini ai diversi gruppi di interesse. Sono composte da territori storicamente eterogenei. Non sono sentite come istituzioni veramente interessanti a livello elettorale: le votazioni importanti sono quelle nazionali e quelle locali.

Se da una parte, dunque, va fatto fallire il referendum-plebiscito chiesto da Maroni e Zaia, dall’altra bisognerebbe proporre un modello istituzionale alternativo adeguato ai tempi. Questo non può che essere uno Stato centrale autorevole ed efficace all’interno, con una politica adeguata, forte e cooperativa all’esterno. Uno Stato che sappia trasferire parte dei poteri e delle risorse delle Regioni a livello locale: Comuni e Province. E abolire le Regioni. Allo Stato quello che è dello Stato. Agli enti locali quello che è meglio che gestiscano loro.

Serve un nuovo Stato per un nuovo e diverso interesse nazionale. In fondo è qualcosa di simile a ciò che ha proposto Melénchon con France insoumise.

Fonte

03/08/2015

Il federalismo è stato una truffa. E ora ci riprovano con la pubblica amministrazione

Correva l’anno 2001 quando il governo di centro-sinistra, affidato ancora una volta a Giuliano Amato, modificò il Titolo V della Costituzione e introdusse il federalismo nel nostro paese. Stretti da una perfida forbice tra la Lega che invocava – allora – “la devolution” dei poteri agli enti territoriali e i Ds che aspiravano a diventare Pd e volevano smantellare lo Stato in nome dei poteri locali, il governo varò la legge e la sottopose a referendum confermativo. Solo in pochi ebbero il coraggio e la coerenza di opporvisi. Deus ex Machina dell’operazione nel centro-sinistra fu il ministro Bassanini, ispiratore di leggi e provvedimenti che hanno picconato ben prima di Renzi l’assetto costituzionale del paese.

Quindici anni dopo il federalismo introdotto d’imperio non funziona, soprattutto sul piano fiscale ed economico, anzi. La crescita dell’autonomia finanziaria dei Comuni, infatti, non sembra aver prodotto alcun beneficio né sui servizi, né sui consumi e sull'occupazione locale. Ma, al contrario, ha portato solo al boom della tassazione locale. A certificarlo, per l’ennesima volta, è la Corte dei Conti nella sua relazione sulla finanza locale.

La riduzione dei finanziamenti statali agli enti locali, non ha prodotto più autonomia decisionale sulla base delle esigenze del territorio ma solo aumenti delle tasse locali.

In quattro anni, dal 2010 al 2014, i Comuni hanno subìto tagli per circa 8 miliardi, compensati da “aumenti molto accentuati” delle tasse locali “per conservare l'equilibrio in risposta alle severe misure correttive del governo”. Solo nell'ultimo triennio, le imposte comunali sono cresciute del 22%: si è passati dai 505,5 euro 2011 ai 618,4 euro pro capite 2014. Nei Comuni con più di 250 mila abitanti la pressione tributaria è arrivata a 881,94 euro a testa. Nei Comuni tra i 60 mila e i 249 mila abitanti la pressione fiscale pro capite si aggira sui 649,69 euro. Infine nei piccoli Comuni (fin a 1.999 abitanti) si pagano mediamente 628 euro di imposte comunali.

Secondo la relazione della Corte dei Conti, la crescita dell’autonomia finanziaria degli enti locali non sembra aver prodotto alcun beneficio, né sui servizi, né sui consumi e sull'occupazione locale, in assenza “di una adeguata azione di stimolo derivante dagli investimenti pubblici”.

La dinamica delle entrate locali, è l'analisi dei magistrati contabili, è dovuta principalmente a due fenomeni: “Il deterioramento del quadro economico, con effetti penalizzanti soprattutto sul gettito risultante dalle più ridotte basi imponibili” e dalle “numerose manovre di risanamento della finanza pubblica, i cui effetti prodotti dal disorganico e talvolta convulso succedersi di interventi sulle fonti di finanziamento degli enti locali hanno determinato forti incertezze nella gestione dei bilanci e nella formulazione delle politiche tributarie territoriali”.

E’ in questo contesto che l’ultima “grande pensata” della demagogia di governo e di opposizione – l’abolizione delle Province – sta innescando un altro possibile cortocircuito. Infatti sempre secondo la Corte dei Conti, le risorse a disposizione delle Province, a riordino non concluso, rischiano di non bastare a "garantire servizi di primaria importanza". Senza interventi "la forbice tra risorse correnti e fabbisogno" tende a una "profonda divaricazione, difficilmente sostenibile per l'intero comparto". Insomma continuiamo ad essere nelle mani degli apprendisti stregoni.

E proprio il principale di essi, Renzi, dal lontano Giappone fa sapere che entro giovedì parte la riforma della pubblica amministrazione. La commissione Affari Costituzionale del Senato lo scorso 31 luglio, ha detto sì all'avvio della "riforma" della pubblica amministrazione. Il ministro Marianna Madia ha dichiarato che poi si aprirà la partita dei decreti attuativi, "che vedo divisi in due pacchetti", almeno in linea di principio. La prima tranche di dlgs dovrebbe partire da "settembre". Lo spirito e gli obiettivi sono gli stessi di Bassanini quattordici anni fa, con i risultati nefasti che abbiamo visto: più imposte, meno servizi, privatizzazioni, nessuna assunzione, riduzione degli organici, punto.

Fonte

11/03/2014

Roma. L’impressionante intreccio affaristico delle istituzioni locali

In questi ultimi quindici anni, ha agito come metamito per gli allocchi la trappola del federalismo. E' quasi sorprendente verificare oggi l'intreccio sorto nell'ultimo quindicennio intorno alle istituzioni locali della Capitale: Regione, Comune e Provincia. Una pletora di partecipazioni in società prolificate come monadi, con conseguenti consiglieri di amministrazione dotati di retribuzioni altissime e talvolta "secretate" per evitare scandali come nel caso dell'Ama dell'epoca di Alemanno. Società che erogano consulenze (con retribuzioni scandalosamente alte), spesso doppioni di competenze o servizi di ridotta qualità (con lavoratori e lavoratrici retribuiti invece in maniera scandalosamente bassa).

In questo intreccio hanno prosperato i clientes delle giunte di centro-sinistra e di centro-destra. Queste ultime con l'avvento al potere della "destra de panza e di governo" di Alemanno e Polverini hanno abbondantemente superato il limite della decenza (vedi le vicende Ama, Atac). Ma anche le giunte Veltroni o Zingaretti etc. non si sono affatto sottratte a questo meccanismo, lo hanno solo gestito con voracità più controllata.

Un articolo e un grafico del sito economico Lavoce.info aiutano a capire, o meglio visualizzare, l'intreccio del business che le leggi sul federalismo hanno contribuito a creare, come qualcuno aveva largamente anticipato e si era opposto in controtendenza al progetto dello "Stato competitivo".


Qui di seguito la documentazione de LaVoce.info.

*****

Le partecipazioni azionarie della regione Lazio, della provincia di Roma, e di Roma Capitale, formano degli intrecci così contorti che possono essere espressi solo in un grafico. Ne risulta un quadro di una bellezza sorprendente, anche se un po' inquietante.

Il grafico sottostante mostra le partecipazioni della regione Lazio, della provincia di Roma, e di Roma capitale, e tutti i relativi incroci. I dati sottostanti sono stati ottenuti incrociando il database Amadeus con il bilancio di Sviluppo Lazio e i siti web di regione, provincia e comune. I dati sono aggiornati almeno al 31 dicembre 2012, e in parecchi casi a una data posteriore.

Il grafico, crediamo, si commenta da sé. Solo due parole per interpretarlo. Un rettangolo scuro con bordo continuo rappresenta un'azienda controllata da almeno uno dei tre enti sopracitati; in altre parole, uno o più di questi tre enti possiedono, da soli o combinati, almeno il 50 percento dell'azienda in questione. Un rettangolo scuro con bordo tratteggiato indica un' azienda pubblica, ma di cui i tre enti in questione possiedono, insieme, meno del 50 percento. Un rettangolo bianco indica un' azienda pubblica, in cui nessuno dei tre enti ha alcuna partecipazione. Un' azienda senza rettangolo è a maggioranza privata, ma se è in questo grafico è perché ha una partecipazione di almeno uno dei tre enti. Se il totale delle partecipazioni in una società non somma al 100 percento, le partecipanti che abbiamo omesso sono private.

Una linea continua con freccia indica una partecipazione della regione Lazio. Una linea tratteggiata con freccia indica una partecipazione della provincia di Roma o di Roma capitale. Una linea punteggiata con freccia indica una partecipazione di un altro ente (Camere di Commercio, provincia di Frosinone etc.).

Ci permettiamo solo di richiamare l' attenzione agli intrecci tra Sviluppo Lazio, Filas e Bic Lazio, e al nodo di Acea, che ha più di quaranta partecipate. Ma non esistono criteri economici, finanziari o scientifici per valutare il grafico: esso va apprezzato in silenzio nel suo valore estetico, come un quadro.

Fonte

Quando il capitalismo di rapina si fa opera d'arte. Roba da esporre con fiero disgusto al Guggenheim, titolo: metastasi delle partecipazioni.

25/08/2013

In 16 anni la spesa pubblica è aumentata del 68,7%. Più delle tasse: +52,7%

Un balzo del 68,7 per cento. E’ quello registrato dalla spesa pubblica italiana, al netto degli interessi sul debito, dal 1997 a oggi secondo i calcoli del Centro Studi della Cgia di Mestre. In termini assoluti l’incremento sarebbe di quasi 296 miliardi di euro: alla fine di quest’anno le uscite, sempre al netto degli interessi, ammonteranno così a 726,6 miliardi. Per contro, le entrate fiscali che comprendono solo tasse, imposte, tributi e contributi pagati dagli italiani sono cresciute del 52,7 per cento. E a fronte di un aumento di 240,8 miliardi, il gettito complessivo nel 2013 ammonterà a 698,26 miliardi. Nel periodo considerato l’incremento è stato del 58,8 per cento.

Analizzando l’andamento delle tasse locali, poi, emerge una letterale esplosione: +204,3% (per un incremento di 74,4 miliardi), con un gettito che nel 2013 sfiorerà i 111 miliardi. Quelle centrali, invece, sono cresciute “solo” del 38,8% (+102,6 miliardi), anche se nel 2013 le entrate di competenza dello Stato ammonteranno a ben 367 miliardi di euro. Tutti gli importi, sottolinea la Cgia, sono a prezzi correnti (ovvero, includono anche l’inflazione). In linea generale lo studio afferma che lo scenario emerso da questa analisi vede che la spesa pubblica, al netto degli interessi, ha viaggiato ad una velocità superiore a quella registrata dalle entrate fiscali, anche se a livello locale la tassazione ha subito una vera e propria impennata.

Ciò ha contribuito ad aumentare il carico fiscale generale, portandolo a toccare un livello mai raggiunto in passato; in aggiunta, alla luce di una spesa pubblica complessiva che in questi anni è sempre stata superiore al totale delle entrate finali, la dimensione del nostro debito pubblico è continuata a crescere in maniera allarmante. L’anno di partenza di questa rilevazione, fa notare Cgia, coincide con l’approvazione della prima legge Bassanini che diede avvio al federalismo amministrativo e alla semplificazione burocratica. “Appare evidente – dice il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi – che qualcosa non ha funzionato. Se i rapporti tra i cittadini e la Pubblica amministrazione sono oggettivamente migliorati, in materia di federalismo le leggi Bassanini e le riforme che sono state realizzate successivamente non hanno partorito i risultati che tutti ci aspettavamo”.

E intanto l’Italia è uscita dalla mappa delle Regioni più competitive d’Europa. L’Indice 2013 della Commissione Ue segnala infatti come la cosiddetta “blue banana”, dorsale economica che collegava la grande Londra alla Lombardia (unica regione italiana a rientrarvi), via Benelux e Baviera, “abbia cambiato forma”. Rispetto alla prima edizione,del 2010, l’Indice di competitività regionale mostra di fatto una morfologia più policentrica con regioni forti soprattutto laddove si trovano le capitali o aree metropolitane. E se a capitanare la classifica sono Utrecht (Olanda), seguita dalla grande London (GB); Berkshire-Buckinghamshire-Oxfordshire (GB) e Stoccolma (Svezia), la Lombardia non compare nella lista delle prime 100, scivolando al posto numero 128.

Fonte

Peccato che l'autore dell'articolo non abbia colto l'occasione per sottolineare che l'esplosione della spesa pubblica sia andata di pari passo con la drastica diminuzione dei dipendenti pubblici e la precarizzazione di una fascia sempre più grande di "dipendenti dello stato".
Sarà che ai borghesi non va a genio il fatto che la spesa pubblica non sia il prodotto degli imboscati che lavorano negli uffici statali di ogni genere e grado?