Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Luca Zaia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Luca Zaia. Mostra tutti i post

16/08/2024

Zaia candidato al Coni. Si allungano le mani della destra sullo sport

Finita l’avventura olimpica, per i vertici dello sport italiano è tempo di guardare al futuro. Il prossimo anno infatti scade il mandato di Giovanni Malagò, da 12 anni presidente del Comitato olimpico nazionale italiano (Coni), la massima istituzione pubblica per il governo dello sport.

Nel totonomi per la successione, l’ultima suggestione riguarda l’attuale presidente della Regione Veneto Luca Zaia, leghista esponente di peso della linea “territorial-nordista” nella Lega a carattere nazionale di Matteo Salvini.

Il futuro di Zaia

“Ormai sono candidato a tutto”, minimizza Zaia, che vede aumentare le indiscrezioni riguardo il suo futuro politico all’interno del partito, dove Salvini sembra non aver ancora vinto la battaglia contro i più-europeisti a là Giorgetti o i più-nordisti a là Zaia, scatenata dalle brutte acque in cui naviga la Lega del post-Papeete.

L’indiscrezione si immette in uno scenario in cui negli ultimi anni la destra di governo sta, passo dopo passo, allungando sempre di più le mani sulle leve di comando e di gestione dello sport italiano.

Sport e Salute S.p.A. come strumento di governo

Già con la legge di bilancio del 2019, varata dall’ora governo giallo-verde Conte I, la società “Coni Servizi S.p.A.” con socio unico il Mef veniva rinominata in “Sport e Salute S.p.A.”.

Al cambio nome corrispondeva un ampliamento delle competenze (soldi), diventando così lo strumento operativo tramite cui il governo poteva intervenire in materia sportiva.

Oggi, “Sport e Salute” gestisce il 90% del finanziamento pubblico del settore, circa 370 milioni annui, mentre al Coni rimangono in dote i restanti 40 milioni necessari per la preparazione delle spedizioni azzurre alle olimpiadi.

Gli interessi del Gruppo Mezzaroma

Il presidente di “Sport e Salute” è Marco Mezzaroma, avvocato perfezionatosi alla Luiss, cugino di Massimo Mezzaroma e parte del gruppo omonimo (fondato da Pietro Mezzaroma, papà di Massimo), uno dei più importanti gruppi costruttori romani, o palazzinari come si dice in città, che si sono arricchiti con la “produzione indiscriminata di quartieri”, il vero motore economico per il capitale nella capitale e la vera ragione del fallimentare sviluppo urbano di Roma.

Inoltre, Marco è l’ex marito Mara Carfagna (ex Forza Italia passata ad Azione), mentre la sorella Cristina Mezzaroma è la moglie di Claudio Lotito (di cui Berlusconi fu testimone di nozze), attuale presidente della Lazio e coordinatore di Forza Italia in Molise, nonché ex patron della Salernitana in condivisione proprio con Marco Mezzaroma.

Fedelissimo di Giorgia Meloni, ultimamente il nome di Marco Mezzaroma è salito alle cronache per aver gestito proprio tramite “Sport e Salute” 9 milioni di euro stanziati dal governo per la riqualificazione di Caivano.

Il “decreto sport” del Ministro Abodi

Negli ultimi mesi invece l’attenzione del governo è stata rivolta verso il mondo del calcio, con due linee di intervento volte a sottrarre terreno alla tradizionale autonomia della Federazione italiana giuoco calcio (Figc), presieduta da Gabriele Gravina (vicepresidente anche dell’Uefa), in favore di un maggior controllo da parte dell’esecutivo.

Da una parte, il “decreto sport” del Ministro Andrea Abodi (Fratelli d’Italia) prevedeva la creazione di un’Autorità facente capo al governo per la sorveglianza sui conti delle società professionistiche che rimpiazzasse la Covisoc, ossia l’autorità della Figc deputata a questo controllo.

Dall’altra, il famigerato emendamento Mulè (Forza Italia), presente all’interno dello stesso decreto e sponsorizzato da Lotito, mirava ad autonomizzare la Lega Serie A dalla Figc sul modello ricco quanto classista della Premier League. L’emendamento è stato poi stravolto a seguito delle minacce ricevute dall’Uefa, preoccupata dalla perdita di controllo sul calcio italiano.

Il poco panem e i tanti circenses del governo Meloni

Indipendentemente da come andrà a finire la partita del Coni, come già scritto su questo giornale, pare proprio che il governo Meloni, ossequioso nel togliere il panem a chi abita nel nostro Paese, sembri molto interessato al controllo dei circenses in funzione di arma di distrazione di massa.

Repressione e distrazione emergono come i due strumenti tramite cui il governo si prepara a far passare il giro di vite che verrà imposto dall’Ue alle tasche dei cittadini con la prossima legge di bilancio.

Quanto la popolazione si accontenterà dei “giochi” in sostituzione del “pane”, lo scopriremo nel prossimo futuro.

Fonte

02/07/2024

Il Veneto chiede l’autonomia su 9 materie non Lep: quelle che fanno comodo anche alla UE

Ieri Zaia ha dichiarato che la regione Veneto si è mossa per chiedere la ripresa delle trattative col governo su 9 delle 23 materie toccate dall’autonomia differenziata. Per capire a pieno il senso di questa richiesta, e non ridurla semplicemente al particolarismo veneto, bisogna fare un giro un po’ più lungo.

In un articolo uscito il 29 giugno su Contropiano, veniva riportato che, dati della Fondazione Gimbe, la migrazione sanitaria, ovvero lo spostarsi per accedere alle cure, presenta per il Nord un saldo positivo di 4,25 miliardi di euro. Quasi tutta questa somma finisce in Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia.

Stimola subito l’attenzione di chi segue un poco le vicende economiche del nostro paese il fatto che le tre regioni citate sono anche quelle che si sono integrate più strettamente nelle filiere continentali, seppur in posizione subordinata.

Sorge spontaneo dunque interrogarsi su quali prospettive apra la riforma da poco approvata nell’avanzamento della costruzione imperialistica europea. E poiché un suo elemento quasi costitutivo è stato il modello export oriented tedesco, ormai fallito ma tenuto in vita a forza, può essere utile partire da un dato su cui si è da poco soffermato anche Renato Brunetta.

In un articolo uscito il 22 giugno su Il Riformista, il presidente del CNEL ricorda che il 70% delle esportazioni italiane è prodotto nel Nord (dati ISTAT 2022 e 2023). A suo avviso, il Sud consuma le risorse accumulate dal commercio internazionale, che gli arrivano attraverso trasferimenti interni.

Uno schema che proviene direttamente dal miracolo economico, e dimentica tutte le complessità che anche semplicemente si sono accumulate in 60 anni di storia. Come se l’Italia fosse la stessa di quando avevamo l’IRI e la Cassa per il Mezzogiorno.

Uno schema direi da mercantilismo seicentesco, in cui la ricchezza è scritta nelle partite correnti dello stato e ignora i benefici di una equa redistribuzione del reddito. E ignora anche quei 4,25 miliardi di prestazioni sanitarie.

Non possono dunque che suscitare rabbia le parole di Brunetta, il quale afferma che “in generale le aree più produttive del Paese hanno contribuito a finanziare i territori più svantaggiati, ma il divario non è certo diminuito“. Di nuovo, Brunetta dimentica che in parte il divario era stato recuperato, finché c’è stata un po’ di pianificazione industriale pubblica.

Non c’è perciò una parola di critica verso l’evidente fallimento della classe dirigente dell’ultimo trentennio, cosa che dovrebbe seguire logicamente le sue parole.

Classe dirigente di cui ha fatto parte, prima come eurodeputato dal 1999 al 2008, e poi come deputato della Repubblica dal 2008 fino al 2022, ricoprendo per tre anni anche l’incarico di ministro.

Secondo Brunetta, “di fronte ad un Paese spaccato come una mela, non ha senso diagnosticare ricette uniformi sull’intero territorio nazionale“.

Peccato che l’autonomia differenziata non sia un indirizzo di sviluppo ponderato sulla base delle specificità locali, ma sia proprio la rinuncia a implementare una programmazione nazionale per lo sviluppo e la riduzione delle disuguaglianze.

Asimmetrie e distanze che verranno invece allargate dall’autonomia differenziata, nonostante i tanto discussi Livelli Essenziali delle Prestazioni. Tanto più se per definirli verrà usato il criterio della “spesa storica“, che cristallizza le distorsioni attuali.

I LEP, per essere concretamente determinati e garantiti su tutto il territorio nazionale, richiederebbero secondo alcuni parlamentari d’opposizione tra i 50 e i 100 miliardi di spesa aggiuntiva, quasi una ventina secondo le stime più caute.

Qui sorge allora un’altra questione. L’autonomia differenziata è quasi un punto di arrivo di un percorso che ormai ha già largamente devastato le strutture dello Stato per favorire la privato del pubblico in ogni suo servizio.

E allora a cosa serve questa riforma a questa classe dirigente europeista? Ed è davvero attuabile, visti i costi, a meno che non si vogliano creare dei LEP solo di facciata – cosa di certo non escludibile –?

Lo chiede chiaro e tondo Luca Bianco in un articolo su Huffington Post: “come si fa a finanziarli ora che l’Italia deve rispettare il nuovo Patto di Stabilità?” I vincoli di bilancio hanno causato lo smantellamento del pubblico, e ora però impediscono anche l’autonomia differenziata?

Ovviamente no, essendo una riforma completamente inserita nella logica di Bruxelles. Infatti, le materie di “legislazione concorrente” su cui le regioni potranno chiedere autonomia sono 23, ma il Comitato tecnico per l’individuazione dei LEP ha fatto una distinzione tra queste.

14 hanno implicazioni dirette coi LEP (tra cui la tutela della salute), 9 invece no. Queste ultime sono: i rapporti internazionali; il commercio con l’estero; le professioni; la protezione civile; la previdenza complementare; il coordinamento della finanza pubblica; le casse di risparmio regionali; gli enti di credito regionale; l’amministrazione della giustizia di pace.

Le prime due permetteranno accordi ad hoc delle regioni con Bruxelles. Previdenza complementare, coordinamento della finanza pubblica, casse di risparmio ed enti di credito regionali hanno un importante ruolo nella determinazione del quadro in cui si svolge l’attività imprenditoriale.

Che questa possibilità, di spacchettare le 23 materie, sia legalmente ammissibile, è ancora oggetto di dibattito. Persino dentro la maggioranza le opinioni non sono omogenee, ma Zaia ha deciso di forzare la mano, un po’ per rispondere al proprio elettorato, un po’ perché era sin dall’inizio il senso di fondo di questo progetto.

Il tema è che, al più, l’autonomia differenziata porta a compimento un percorso di smantellamento del ruolo dello stato e dei servizi essenziali cominciato con Maastricht e poi accelerato dalla riforma del Titolo V della Costituzione, fatta dal centrosinistra.

Quello che interessa davvero è accelerare sulla costruzione di filiere UE capaci di competere con altri grandi attori globali. Come andrà la mediazione col governo, vista anche la competizione interna tra le varie formazioni, non possiamo ancora saperlo, ma il percorso è quello e, come da sempre nella UE, è vincolato.

Fonte

07/10/2020

Italia - Zaia va allo scontro sui poteri regionali. Cresce il rischio disgregazione

Era nell’aria e per molti versi era inevitabile. La competizione di poteri tra regioni e stato centrale si è impennata con le dichiarazioni del presidente del Veneto, Zaia, forte del plebiscito che lo ha rieletto e del progetto bipartisan sull’autonomia differenziata.

In una intervista al Corriere della Sera sulle nuove misure che il governo si appresta a varare per la prevenzione dei contagi da coronavirus, il messaggio inviato al governo Conte è chiaro: “Lo dico costruttivamente: il governo ha ancora spazio per camminare a fianco delle Regioni. Non perda questa occasione”. Ed ancora: “È anacronistico pensare a provvedimenti rigidi come i binari di un treno. Questo dirigismo è il segno manifesto di una sfiducia nelle Regioni. Spero sia un errore e che ci ripensino perché sarebbe grave se ci trovassimo ancora a questo punto”. Infine ha calato l’asso di bastoni sulla rivendicazione, strategica, dei poteri conferiti alle regioni: “Io non nego che serva una visione nazionale del problema pandemia. Però, ricordo che in tema di sanità le Regioni hanno una competenza quasi esclusiva. C’è ancora bisogno di ricordarlo?”.

Dobbiamo ammettere che la pandemia di Covid-19, rivelando proprio i danni della mancata centralizzazione sia delle misure d’emergenza sia di quello di contenimento, ha paradossalmente ringalluzzito la spinta regionalista e, nei fatti, secessionista, che è insita nel progetto di autonomia differenziata, la quale vorrebbe addirittura aumentare i poteri decisionali delle regioni e le materie su cui esercitarli.

Uno dei problemi è che su questo progetto – avventurista come lo fu nel 2001 la modifica del Titolo V della Costituzione voluta dal centro-sinistra – convergono anche i presidenti del o vicini al Pd.

Un altro segnale da cogliere è la crescita di peso concertativo e decisionale che è venuto assumendo un istituto come la Conferenza Stato-Regioni che in moltissimi casi bypassa la concertazione istituzionale prevista.

A rendere il tutto più competitivo e disgregante, adesso c’è anche la corsa ad accaparrarsi i fondi europei del Recovery Fund dove le regioni – ma anche le città metropolitane a sentire il sindaco renziano di Firenze, Nardella – vogliono avere più peso in capitolo sulla spartizione dei finanziamenti. E per farlo usano esattamente gli argomenti utilizzati da Zaia: “noi stiamo sui territori e noi decidiamo le priorità. Lo Stato si adegui”.

Non è superfluo rammentare come questo modello disgregante di governance, abbia radice, origine e ispiratori nei gruppi di potere dominanti nell’Unione Europea – in particolare quelli tedeschi – proprio per la sua natura di apparato di governabilità multilivello. Si ha la netta impressione che la gestione dei soldi del Recovery Fund tenderà ad accentuare questo processo.

Le ultime elezioni regionali, hanno dimostrato come si stia assistendo ad uno sganciamento crescente delle singole personalità dai contesti dei partiti di appartenenza, con una sorta di caudillismo all’italiana.

De Luca, Zaia, Toti, Bonaccini, Giani e lo stesso Emiliano, non si sentono parte di un progetto politico generale – sia esso il Pd, la Lega o Forza Italia – ma “governatori” dei territori che amministrano.

I risultanti sono devastanti da ogni punto di vista, soprattutto in presenza di emergenze sanitarie e tendenzialmente sociali, in cui ogni “caudillo” pensa di poter decidere sulla base del proprio consenso elettorale.

Nei mesi del lockdown abbiamo sottolineato più e più volte i danni del regionalismo nell’aver provocato il collasso della sanità pubblica ancora prima della pandemia di Covid-19. Abbiamo ritenuto che fosse l’occasione per una necessaria resa dei conti contro i gruppi di potere che hanno approfittato a man bassa proprio delle maggiori competenze regionali per fare montagne di soldi a discapito degli interessi collettivi.

Appare evidente che oggi una offensiva politica contro il regionalismo e l’autonomia differenziata, per rivendicare la centralità del pubblico e l’omogeneità degli interventi in modo ugualitario in tutto il paese si impone. Un ulteriore pericolo di disgregazione incombe e non aiuterà sicuramente la ricomposizione delle lotte e degli interessi popolari nel conflitto di classe.

Fonte

Ciò che l'articolo suggerisce ma non scrive, è che a sinistra, occorre ricostruire una base teorica sulla questione nazionale e rivendicarla tra compagni e nel "blocco sociale" cui si vorrebbe diventare riferimento.

02/03/2020

I danni enormi provocati da Zaia e dai leghisti con la privatizzazione della sanità

Parla una dottoressa veneta, ringraziando chi ci ha girato questa testimonianza...

*****

Come si fa politicamente a passare da un sistema sanitario pubblico ad uno privato senza dirlo ai cittadini? Come si fa a chiudere reparti facendo finta di non chiuderli, come sta facendo Zaia in Veneto?

Lo fai un po’ alla volta. Lo fai obbligando i professionisti a pagarsi l’assicurazione da soli, così tagli quella spesa.

Poi non assumi personale dove serve.

Poi non paghi gli straordinari o gli acquisti di prestazione dicendo che li pagherai più avanti.

Intanto i medici si trovano a spendere soldi per assicurazioni, non avere più straordinari pagati e ad essere sempre in meno a fare lo stesso lavoro che copre 24 h tutti i giorni.

Poi dai direttive come in fabbrica, pretendendo una visita ogni dieci minuti quando ne servirebbero almeno venti, in media, per avere il tempo di dire buongiorno e buonasera.

I pazienti sono scontenti perché aspettano, si innervosiscono, aggrediscono i medici che si trovano pagati male o addirittura con ore non pagate, con turni di lavoro impossibili, pazienti nervosi ed aggressivi che fanno causa per mille motivi e la tua azienda non ti copre. E vai di spese legali.

Le liste di attesa si allungano, la gente va nel privato.

La Regione intanto fa convenzioni col privato, aiutandolo. Così i medici si rendono conto che lo stesso lavoro viene loro pagato il doppio da un’altra parte senza fare 10 notti al mese o avere impegnati due weekend su 4.

In tutto questo, i medici sono pure pochi perché un imbuto impedisce ai neolaureati di specializzarsi.

Ad un certo punto, tra pensionamenti e licenziamenti non hai più medici e il reparto non c’è più, come ginecologia a Piove di Sacco o Pediatria a Camposampiero. Pian piano tagli i servizi territoriali, appaltando alle coop per non assumere nuovi infermieri. Dai un disservizio alla popolazione e tanti infermieri neolaureati vanno in Inghilterra o Germania. O vanno nel privato che cresce pian piano al decrescere del pubblico.

Questa è stata la strategia di gestione del Sistema Sanitario Veneto di Luca Zaia. E non sono stati avvenimenti casuali, è un uomo troppo intelligente per accusarlo di incapacità, è stata proprio una sua scelta, condivisa dalla maggioranza in Veneto. Quello di cui non sono sicura, invece, è che i cittadini veneti lo abbiano votato convinti che avrebbe fatto tutto questo”.

[Laura Frigo]veneta.

P.S.: quello che è accaduto in Veneto riguarda anche tutte le altre regioni italiane sia quelle governate dalla destra sia quelle governate dal PD. La privatizzazione della sanità e di tutti i servizi pubblici dalla scuola ai trasporti, ecc. sono stati l’assillo che ha accomunato PD e destre nel pensiero unico dell’attacco frontale a tutto ciò che riguardava il pubblico.

Alla fine di tutto ciò, negli ultimi 10 anni di marca PD e destra il risultato è questo: 37 miliardi in meno destinati al sistema sanitario, 40.000 posti di lavoro in meno nella sanità, 70.000 posti letto in meno, penultimo posto in Europa prima della Grecia per spesa procapite per la sanità. E mentre si tagliavano le risorse drasticamente, contemporaneamente in tutta l’Italia si aumentavano i finanziamenti ai privati, che nonostante il calo delle risorse hanno aumentato la loro fetta di torta per i loro profitti e i loro interessi.

Noi da sempre abbiamo denunciato inascoltati questa deriva. Adesso di fronte al disastro evidente non si può continuare ad aspettare.

Fonte

29/02/2020

Zaia, lo “scienziato” razzista, spiega la “svolta” verso la minimizzazione


Quali sono le basi scientifiche della svolta repentina dal panico alla minimizzazione che è stata impressa dai politici e dai mass-media sulla questione coronavirus?

Il governatore del Veneto, Zaia, ha una spiegazione. Il problema dei cinesi è che mangiano i topi vivi e per questo lì il virus ha colpito forte, noi veneti invece ci laviamo le mani e per questo il virus ha colpito meno forte.

No, non state leggendo Lercio: lo ha detto davvero!

Ecco il testo dell’intervista rilasciata da Zaia alla televisione Antenna 3 Veneto la sera di giovedì 27 febbraio.

«Sa perché noi dopo una settimana abbiamo 116 positivi di cui 63 non hanno sintomi, stanno bene, e ne abbiamo solo 28 in ospedale, sa perché? Perché l’igiene che ha il nostro popolo, i Veneti, i cittadini italiani, la formazione culturale che abbiamo che è quella di farsi la doccia, di lavarsi, di lavarsi spesso le mani, di un regime di pulizia personale che è particolare, anche l’alimentazione, la pulizia, le norme igieniche, il frigorifero, le scadenza degli alimenti. Lei dice “Ma cosa c’entra?” C’entra perché è un fatto culturale. Io penso che la Cina abbia pagato un grande conto di questa epidemia che ha avuto, perché comunque li abbiamo visti tutti MANGIARE TOPI VIVI o altre robe del genere. Sa, è anche un fatto di corredo [sic!], perché il virus non deve trovare un ambiente che diventa un substrato [sic!], il virus deve trovare pulizia, quasi un ospedale. E noi siamo un po’ maniaci per questo, infatti i bambini ormai non mangiano più le cose che cascano per terra.”»

Aldo Romaro, Padova

*****

Penso che il presidente del Veneto ZAIA sia un politicante spregevole, disgustoso persino per gli standard del partito di Salvini.

Nella crisi #coronavirus ha mostrato tutta la sua vergognosa bassezza prima reclamando di bloccare tutto, poi lamentandosi di come i veneti, sì solo i veneti, venivano trattati all’estero, infine chiedendo di riaprire tutto.

Zaia ha dato colpa ai prefetti e allo Stato per ogni problema e si è preso il merito per ogni risultato. Infine la battuta razzista sui cinesi che farebbe schifo in qualsiasi consesso di persone civili, anzi di persone. Non sapevo molto del presidente leghista del Veneto prima d’ora, ma adesso so tutto di lui: è umanamente da vomito e politicamente rappresenta il degrado morale e civile del paese. Ogni veneto ogni italiano dovrebbe vergognarsi di lui.

Amici cinesi scusateci, purtroppo trent’anni di selezione a rovescio nella politica hanno prodotto da noi questi mostri, ma alla fine ci libereremo da questa infezione.

Giorgio Cremaschi, portavoce nazionale di Potere al Popolo!

*****

Cari imprenditori veneti che certamente esportate qualcosa verso la Cina. Se per caso non venderete mai più nulla da quelle parti, saprete certamente con chi prendervela.

Soltanto un dettaglio, che peraltro conoscete benissimo: economicamente parlando, tutto il Veneto, rispetto alla Cina, vale quando una piccola città da quelle parti.

E nessuno che abbia quelle dimensioni si fa insultare impunemente da una formica.

Come minimo – ed è davvero il minimo, in tempi così tecnologici – chiederanno a Zaia, e a voi imprenditori veneti, almeno qualche video che comprovi quanto blaterato dal vostro “governatore”.

Se “tutti hanno visto”, insomma, qualcuno avrà anche filmato!

A meno che il vostro governatore non sia abituato ad aprire impunemente bocca e dargli fiato...

Ma nelle relazioni internazionali non funziona come nelle campagne elettorali italiche. Stronzate, falsità e insulti si pagano. E molto caro.

Naturalmente il conto arriverà quanto prima a voi, cari imprenditori veneti.

In fondo Zaia mica deve vendere niente da quelle parti. Gli basta coglionare ancora un po’ chi lo elegge dalle vostre parti...

Fonte

30/01/2020

Zaia maestro revisionista


Il solito post rivela una gaffe orrenda che poi si è cercato di cancellare. Questa volta è toccato al governatore leghista del Veneto, Luca Zaia, secondo cui il contingente militare spedito dal fascismo a combattere insieme ai nazisti contro l’URSS nella Seconda Guerra Mondiale vide “sacrificare vite per ideali di libertà e democrazia”.

La gaffe di Zaia è doppia. Non solo quella fu una delle più sanguinose e fallimentari avventure belliche del regime fascista, ma i soldati inviati al fronte erano coscritti e non certo volontari. Insomma ne avrebbero fatto volentieri a meno, tanto più che oltre ad essere inviati a combattere malamente equipaggiati contro un altro lontanissimo popolo e paese, erano obbligati a farlo e non lo fecero certo per una scelta ideale.

Dei 200mila soldati inviati da Mussolini in Russia prima con il Csir (Corpo di Spedizione Italiano in Russia) e poi con l’Armir (Armata Italiana in Russia) durante la tormentata ritirata riuscirono a tornarne in Italia solo 10.032. I caduti e i dispersi furono circa 95mila, ma non si hanno cifre precise di quanti tra questi dispersi siano morti in battaglia o a causa di congelamento e spossatezza durante la ritirata, o ancora quanti siano stati fatti prigionieri. Non si hanno notizie di altri 75mila. Sotto molti punti di vista la sconfitta del fascismo in Italia cominciò proprio con il fallimento della spedizione militare in Russia.

La gaffe di Zaia è stata immortalata prima di essere cancellata ed è lì a testimoniare come il ciarpame reazionario abbia perso i freni inibitori in un paese con la Costituzione del 1947 ancora vigente. Un ciarpame in cui convivono nostalgici del fascismo e parolai indecenti, miracolati da una fortuna politica che contiamo di vedersi esaurire il prima possibile.

Fonte

15/11/2019

Il Mose è il Ponte Morandi della Lega


La faccia inebetita del governatore veneto Zaia di fronte all’inservibilità del Mose nel fermare l’allagamento di Venezia, è il segno e lo spartiacque di un'epoca: questa epoca.

La Lega, da sola o insieme a Forza Italia, governa il Veneto da quasi vent'anni (seconda giunta Galan) e il Comune di Venezia dal 2015. Ha avuto tutto il tempo di accelerare, verificare, collaudare l’efficacia del Mose, questa ennesima, costosissima e alla fine inutile grande opera. Eppure non lo ha mai fatto ed oggi, quando Zaia fa il finto tonto chiedendo alle telecamere “come mai sia accaduto quello che è accaduto”, il primo istinto è quello di sollevare la gamba preferita e far partire una pedata nel culo.

Confermando la legge del contrappasso, anche la Natura si è incaricata di svelare l’insipienza e l’imbroglio della “Lega di governo”. Proprio mentre il consiglio regionale a maggioranza leghista respingeva due mozioni dell’opposizione sull’emergenza climatica, con il solito disprezzo verso queste “stupidaggini ecologiste”, l’acqua allagava anche la sede del consiglio regionale costringendolo a sospendere i lavori.

Alla Lega questa volta è andata storta e non potrà scaricare alcuna responsabilità sugli altri, né sugli immigrati né sui competitori. In Veneto è roba della Lega da sempre e Venezia lo è da quattro anni.

La vicenda del Mose a Venezia è un trauma rivelatore della situazione del paese, esattamente come lo è stato il crollo del Ponte Morandi a Genova. O come la distruzione del patrimonio industriale italiano, esemplificato in questi giorni dalle tragedie dell’Ilva e dell’Alitalia.

E questo paragone ci porta ad affrontare l’altro fattore decisivo: quello delle grandi opere e del Partito Trasversale del Pil che tiene insieme Lega e Pd, Forza Italia e fascisti di Fratelli d’Italia, CgilCislUil e Confindustria.

La storia del Mose, per molti aspetti, è simile a quello del Tav in Val di Susa.

Pensato nel 1981, il Mose ha cominciato a materializzarsi tramite la famigerata “Legge Obiettivo” nel 2001. I primi cantieri sono partiti nel 2003. Dovevano concludersi nel 2011. Tra il 2013 e il 2014, intorno a questa grande opera, un’inchiesta della magistratura scopre un giro di tangenti e mazzette di notevoli dimensioni. Finisce in carcere il manager Piergiorgio Baita, che però parla e rivela molto di quello che sarebbe poi diventato lo scandalo Mose.

Il 12 luglio finisce agli arresti domiciliari Giovanni Mazzacurati, direttore generale del Consorzio Venezia Nuova (costituitosi nel lontano 1984, ndr), con l’accusa di turbativa d’asta. Finirà indagato, per finanziamenti illeciti, ma non per corruzione, anche il sindaco di Venezia Orsoni (Pd).

Nel 2014 scatta una seconda ondata di arresti per le tangenti distribuite intorno ai lavori del Mose. Secondo i magistrati si tratta di 33 milioni di euro di fatture false. Il 4 giugno vengono arrestate ben 35 persone, un centinaio gli indagati tra cui Giancarlo Galan (Forza Italia), ex governatore del Veneto dal 1995 fino al 2010, dal 2000 insieme alla Lega che subentrerà al comando della regione con Zaia nel 2010 e fino ad oggi.

Nel 2017, il ministro delle Infrastrutture del governo Renzi, Graziano Delrio, annuncia che i lavori del Mose dovranno essere conclusi nel 2018.

Nel 2018, però, il provveditore alle grandi opere del Triveneto, fa sapere che il costo del Mose sarà di almeno 80 milioni di euro l’anno per funzionamento e manutenzione.

Si scopre però che le cerniere delle barriere, concepite e “pagate” per durare cento anni... in realtà ne possono durare solo 13.

Il Mose, finora è costato direttamente quasi 6 miliardi di euro. Ma i costi sono lievitati a 8 miliardi, se collegati ad altre opere connesse per la tutela della Laguna di Venezia.

Quale lezione si può trarre da questa vicenda?

a) Le grandi opere sono spesso concepite e realizzate non per utilità sociale, ma per movimentare grandi quantità di denaro pubblico (ed anche di lavoro ovviamente) che alimentano interessi privati. O meglio, si individua una necessità, spesso (non sempre) reale ed obiettiva, ma la si piega a questi interessi.

b) Sulle grandi opere, un po’ come sulle spese militari, c’è una convergenza politica del tutto trasversale. Può governare la Lega o il Pd, ma la logica che prevale è quella dell’affarismo. È la base materiale del Partito Trasversale del Pil che vediamo all’opera, ad esempio, anche sul Tav in Val di Susa o sull’Ilva di Taranto, dove sia Lega che Pd sostengono le ragioni della multinazionale ArcelorMittal. La quale ringrazia, ma se ne va lo stesso, chiudendo la fabbrica costruita con soldi pubblici fin dal lontano 1960. Perché alle multinazionali non si comanda...

c) Con la vicenda del Mose finisce la narrazione leghista del loro presunto “buon governo”. Quando governa, la Lega lo fa come esattamente come tutti gli altri. Lo stesso ragionamento è valido per il Pd, sia a livello locale che nazionale. Cambiano le retoriche di accompagnamento (più razzista, meno razzista...), non la sostanza.

Come scrive un lucidissimo articolo di Le Monde Diplomatique, “la sinistra non è nata per moralizzare il mondo ma per cambiarlo”. Ed ancora “barattando i propri obiettivi politici con altri di natura morale i militanti subiscono una metamorfosi: se ieri lottavano, oggi si indignano. Ieri fondavano organizzazioni per prendere il potere; oggi firmano petizioni, intimando al mondo di mostrarsi più mite, tollerante, meno razzista, più verde e paritario”. Parole sante, pesanti come il piombo, ma efficaci come poche per capire come e dove collocarci e cosa fare.

Quando ci chiedono o ci ricattano invocando il “meno peggio”, non possiamo che collocarci fuori e contro tutto questo. Per dire e fare altro, in antagonismo con questo tipo di interessi.

Fonte

06/12/2018

Quella porcheria della Pedemontana


Se ripercorriamo indietro nel tempo, la genesi del progetto della Pedemontana Veneta, si scopre che l’idea è nata nel 1990, con l’intento di congiungere i due tronconi di Autostrada, la A31 da Thiene (VI) fino alla A27 nei pressi di Spresiano (TV). L’intento dichiarato era quello di velocizzare i trasporti tra i due distretti industriali tra i più produttivi d’Italia, quello meccanico e quello tessile. Naturalmente quella scelta fu molto contrastata dai movimenti ambientalisti e di cittadini che vedevano in questa nuova autostrada, la devastazione di un territorio tra i più belli d’Italia, borghi come Marostica od Asolo e cittadine come Bassano del Grappa, ne avrebbero certamente risentito nella loro integrità. L’evoluzione dell’opera vede nell’anno 2002, l’anno della svolta. Inopinatamente si allunga il percorso passando dai 6 ai 9 km del progetto definitivo fino ad inserirsi nella A4 nei pressi di Montecchio-Alte Ceccato. I motivi di questo allungamento restano a tutti un mistero visto l’assoluta inutilità viabilistica del nuovo tratto. Per ovviare a qualsiasi critica e per blindare tale decisione, cosa fa la Giunta Regionale? Dichiara il progetto “di pubblico interesse” (deliberazione n. 3858 del 3 dicembre 2004) quindi tutte le obiezioni vengono zittite e si procede con l’opera.

Corre ora l’obbligo di specificare che il Presidente della Regione Veneto era fino al 2010, Giancarlo Galan, più volte condannato a reati contro il pubblico patrimonio per i noti fatti di corruzione nella vicenda Mose, il mega progetto di dighe mobili che in teoria, ma solo in teoria, dovrebbe salvare Venezia dall’aumento delle maree.

In quegli anni va molto di moda il Project Financing, ovvero la possibilità che i privati costruiscano le opere ritenute necessarie alla collettività, avendone in cambio la gestione e il guadagno sui pedaggi. Solo che questa volta, la società appaltatrice si accorge che le stime del traffico previsto erano sovrastimate. La Regione Veneto aveva giustificato la costruzione di una nuova Autostrada, falsando e sovrastimando il traffico di percorrenza nella viabilità ordinaria interessata ottenendo, quindi, il Commissariamento di tutta l’opera.

Alla scadenza del termine del commissario e della procedura d’urgenza, fin lì prorogata dal governo di anno in anno (siamo nell’autunno del 2016), i nodi cominciano a venire al pettine. La Corte dei Conti individua molte criticità ed anche l’ANAC (Autorità Nazionale Anti Corruzione) esegue dei rilievi. I conti non tornano perché la società costruttrice comincia a chiedere il finanziamento dei lavori effettuati e la Regione si vede costretta a chiedere mutui alla Cassa Depositi e Prestiti per ben 400 ml. ed il rischio legato alla gestione dell’opera era passato dal Concessionario al Concedente, cioè dal privato al pubblico, con tanti saluti al Project financing.

Tutta quest’opera si sta rivelando non solo inutile ma estremamente dannosa per tutta la collettività. Il tunnel in costruzione che dovrebbe portare a Malo, è già costato la vita ad un operaio a causa di un crollo e porterà al dissesto idrogeologico di tutte le contrade della vallata perché devierà le risorgive delle Poscole che attualmente alimentano tutte le fontane delle comunità. Saranno 200 milioni di mq. sottratti alla pianificazione dei comuni per opera di interesse collettivo, servizi, economie locali artigianali e agricole, aree verdi e l’impatto ambientale di 94 km di autostrada, più i 53 km di viabilità connessa, le due gallerie naturali, 33 gallerie artificiali, e i 16 caselli incideranno gravemente sull'abuso di territorio.

Nel frattempo la giunta Zaia si è ben insediata in regione e, in continuità con quella precedente, non ha mai disconosciuto l’opportunità di questa Autostrada, ma ne ha sempre coperto i costi con soldi pubblici, sottraendoli al bilancio della Regione. Cultura, scuola e sanità sono stati tagliati nei finanziamenti regionali, saranno solo questi comparti a finanziare le Grandi Opere o sarà necessario aumentare anche l’addizionale IRPEF per sostenere questo manipolo di faccendieri (politici e costruttori) che di questa nostra Terra ne hanno fatto un campo di malaffare?

Il Veneto è la regione con il più alto incremento di consumo di suolo nel 2017! Non può essere la collettività a pagare questo enorme sbaglio. Urge ripristinare legalità e correttezza, e che chi ha deciso per questa opera, iniziata da Galan e fortemente voluta da Zaia, si faccia carico dei costi ambientali, economici e sociali di questa opera inutile.

Fonte

14/10/2018

Pedemontana la grande opera succhiasoldi della Lega Nord

Alla fine di agosto Salvini ed il presidente della regione Veneto Zaia hanno firmato in pompa magna il protocollo di legalità della Pedemontana. Un’autostrada interna alla regione, che costerà cifre senza precedenti in un paese che pure di cattivi precedenti ne ha tanti. Pare che alla fine il costo complessivo della Grande Opera veneta raggiungerà i 13 miliardi. Sono meno di cento chilometri, quindi il costo a chilometro dell’autostrada di Zaia e Salvini sarà di oltre CENTOTRENTAMILIONI. Neanche se fosse di piastrelle di ceramica firmate.

Pare che il solerte Toninelli, abbia fatto un balzo vedendo le cifre e che si sia chiesto se abbia senso quest’opera. Gli ha risposto subito Zaia veemente: la Pedemontana non si tocca! Chi vincerà secondo voi, mentre ripartono i lavori del TAP in Puglia e del TAV in Valle Susa?

La Lega contende al PD il ruolo di primo partito delle grandi opere inutili, soprattutto al Nord. In Lombardia Maroni e Renzi pochi anni fa hanno inaugurato la BreBeMi, inutile autostrada ancora oggi mezza vuota, che costa allo stato centinaia di milioni ogni anno per ripianare i buchi della gestione privata. Al Nord la Lega è prima di tutto Lega Nord, partito degli affari e delle privatizzazioni, che usa i fondi pubblici come la peggiore vecchia democrazia cristiana.

Vedremo come andrà a finire con la Pedemontana, anche se non scommetterei un centesimo sul fatto che i poveri cinquestelle riescano ad impedire alla la Lega (Nord) di portare a casa a spese nostre un altro costosissimo bottino.

Fonte

14/06/2018

La Lega che spara sul Sud mette a segno il primo colpo

Il segno di un governo si vede da quel che fa. Comunque lo faccia. Accade così che mentre tutti vengono distratti da una nave – strumentalmente usata proprio per nascondere quel che si fa, giocando con la pelle dei disperati – dividendosi tra “celoduristi” senza cervello e “umanitari” da tastiera, il partner forte della maggioranza mette a segno uno scippo clamoroso. Con i Cinque Stelle, partito “strano” che aveva fatto il pieno proprio a Sud, incapace di comprendere quanto sta accadendo.

*****

L’incontro tra il governatore del Veneto #LucaZaia e il neo ministro per gli Affari Regionali, #ErikaStefani, avvenuto ieri a Roma, serve a siglare un’intesa in cui si stabiliscono per legge, probabilmente già entro fine anno, più poteri e soprattutto più soldi per il #Nord e meno diritti e servizi sociali per il #Sud.

Il residuo fiscale che la Lega vuole trattenere in Lombardia e Veneto ammonta a circa 35 miliardi di euro da togliere alla spesa pubblica nel Mezzogiorno.

Comoda l’autonomia siglata sulla disuguaglianze territoriali e sulle difficoltà dei meridionali trattati da italiani di serie B sotto il profilo dei diritti, dei servizi e delle opportunità. Dopo aver concentrato per decenni gli investimenti nel Centro-Nord aumentandone la ricchezza e lo sviluppo, davvero si vuole condannare il Sud alla miseria, senza prima averne assicurato equità per permettergli di autodeterminarsi?

Il dibattito mediatico nazionale è appiattito sul fronte spinoso e delicato dell’immigrazione, ma nelle stanze dei palazzi romani in queste ore si sta scrivendo una pagina politica di cambiamento degli assetti istituzionali nel rapporto tra Stato e regioni ordinarie che potrebbe rappresentare un colpo ferale per le aree più svantaggiate e povere del Paese.

Preoccupante il silenzio del Ministro per il Sud, #BarbaraLezzi, che dovrebbe immediatamente rassicurare almeno sulla promessa elettorale di destinare il 34% della spesa pubblica nelle regioni meridionali.

Ancora una volta la classe dirigente del Mezzogiorno risulta non pervenuta, colpevolmente subalterna a quella del Nord che è egoista, ma – si dirà – non inetta.

Fonte

23/10/2017

L’imbroglio lombardo-veneto incassa una vittoria di breve durata di Alessandro Avvisato 1063 visualizzazioni La cerimonia dell’imbroglio referendario sull’autonomia del lombardo-veneto è finita. Con l’inevitabile spruzzata di ridicolo che aromatizza le prestazioni leghiste. Con la servile collaborazione di Pd e Cinque Stelle (che insieme “rivendicano” il proprio contributo a questo risultato). L’affluenza in Veneto è stata decisamente importante (57,2%) e dà la misura della devastazione politica di una grande regione in difficoltà da almeno dieci anni, da quando cioè è esplosa la crisi, aggravata dalle ricette “austere” della Troika. In Lombardia è stata parecchio più bassa – meno del 40%, ma ancora non è possibile dire la cifra esatta perché il sistema elettronico voluto da Roberto Maroni si è rivelato assai meno efficiente del vecchio sistema “a mano” (miracoli che solo i leghisti riescono a produrre). Gli ultimi giorni di campagna referendaria (pre-elettorale, nella sua essenza) avevano visto il disperato sforzo leghista di marcare la distanza con la Catalogna. Con i piddini – e i loro media, a partire da Repubblica – impegnatissimi in senso opposto, ma senza riuscire a portare alcun argomento diverso da “le regioni più ricche che non vogliono spartire la torta con quelle più povere” (come fa la Germania col resto d’Europa, insomma). E in effetti, come abbiamo scritto più volte, la rivolta catalana ha tutt’altre caratteristiche ideali, sociali, di classe. La miseria reazionaria del “progetto” leghista era ben evidente, ma il presidente regionale Luca Zaia ha voluto precisarla solo ad urne chiuse: “Noi chiediamo tutte le 23 materie (“contendibili” ai sensi della riforma costituzionale stolidamente voluta dal Pd quasi venti anni fa, ndr), e i nove decimi delle tasse”. Ma quale secessione, ma quale indipendenza… I leghisti vogliono solo gestire un po’ più di fondi pubblici per gli interessi propri e di alcuni strati sociali di riferimento (le imprese, in sostanza), continuando a pretendere tutti i vantaggi che lo Stato unitario garantisce loro. Tutto qui. Del resto, si sa da sempre che non esiste un “popolo veneto” o uno “lombardo”, che non esistono lì unità di lingua e tradizioni differenti da quelle italiane, ecc. Dunque resta solo la volgare tracotanza di un sub-sistema produttivo che funziona finché fa parte delle filiere che portano il prodotto-componente in Germania, che funziona insomma da “contoterzista” e ha margini di profitto tutto sommato ristretti proprio per questo motivo (il prezzo lo stabilisce il capofiliera, non il subfornitore). Metter mani su una quota delle tasse diventa perciò il modo più semplice di ridurre i costi e conformare il territorio intorno ai bisogni dell’impresa (infrastrutture, ecc). Alla popolazione fatta di lavoratori dipendenti, pensionati, disoccupati, ecc, si promette la solita favola del “siamo tutti nella stessa barca”, da cui dovrebbe derivare maggior benessere se le cose andranno meglio per le imprese. Come nemici di comodo, bastano “Roma ladrona” e i migranti, come se nel lombardo-veneto la corruzione e la presenza mafiosa fossero innocue macchie sulla pelle, invece che parti integranti della struttura di potere locale (basta ricordare quanti arresti avvengono annualmente su questo fronte, compresi numerosi amministratori locali “di provata fede”). Di fronte all’avanzare di questa narrazione falsificante, le altre correnti politiche (o clientelari, come nel caso del Pd) non hanno trovato di meglio che avallarla, facendola propria. Piddini e pentastellati hanno così dimostrato, per un verso, di essere perfettamente allineati su una linea profondamente reazionaria, e per un altro di non avere altri argomenti con cui “sedurre” gli elettori. Del resto, vagli a spiegare – agli elettori – che chiunque vada al governo (anche locale) dovrà rispettare il “patto di stabilità” inchiavardato dai trattati europei e infilato a forza nella Costituzione (l’obbligo al pareggio di bilancio). Vagli a spiegare che i loro problemi discendono in gran parte da questi obblighi e dal progressivo evaporare della capacità produttiva autonoma (i “contoterzisti”, per definizione, difficilmente elaborano strategie complesse e “piani B”). Vagli a spiegare, insomma, che il loro impoverimento non si arresterà pagando meno tasse su uno stipendio che non cresce più o che addirittura diminuisce (quando si cambia posto di lavoro o titolare della stessa impresa, oppure nel passaggio generazionale(. Più facile, molto più facile, inventarsi nemici e soluzioni di comodo, senza mettere in discussione niente. Ma come tutte le soluzioni “facili”, che non toccano il cuore dei problemi, anche questa avrà il fiato corto. Ne riparliamo dopo le elezioni… P.s.Per quanto riguarda invece la materia strettamente fiscale oggetto del referendum, vi consigliamo la lettura di questo lancio dell’agenzia Agi (non proprio bolscevica…). Cos’è il residuo fiscale? Banalizzando il concetto, è la differenza tra quanto ogni cittadino paga allo Stato sotto forma di tasse e quanto ne riceve, attraverso i servizi, sotto forma di spesa pubblica. È uno strumento nato per valutare la capacità dello Stato di redistribuire le risorse: i cittadini più ricchi pagano più tasse, con le quali si aiutano quelli più bisognosi. In Italia la sperequazione territoriale dipende dalla circostanza che i cittadini ricchi sono concentrati in alcune zone del Paese e quelli povere in altre. Il residuo fiscale è un indicatore sfuggente, evanescente, molto difficile da calcolare. I proponenti del referendum della Lombardia, hanno citato uno studio di Eupolis, che stimerebbe in 57 miliardi il residuo fiscale della Regione. Altri studi, invece, collocano il residuo fiscale lombardo tra i 20 e i 30 miliardi. L’asticella di quello Veneto sarebbe ancora più giù. Addentrarsi nei meandri del residuo fiscale può addirittura portare sorprese inaspettate. In un contributo per Lavoce.info, Fabrizio Tuzi, dirigente tecnologo dell’istituto sui sistemi regionali, ha pubblicato una tabella del Cnr-Issirfa su dati Istat e Cpt, nella quale sono indicati i valori medi pro-capite del residuo fiscale per gli anni che vanno dal 2013 al 2015. Se da un lato c’è la conferma che il conto del dare è superiore di 5.600 euro rispetto al conto dell’avere per ogni singolo cittadino lombardo, dall’altro è altrettanto vero che gli abitanti del Lazio sono poco da meno. Versano nelle casse dello Stato 3.672 euro pro-capite in più di quello che ricevono. Sono secondi nella classifica del residuo fiscale, prima del Veneto (che ha un residuo fiscale di soli 2.078 euro pro capite) e dell’Emilia Romagna (3.293 euro). Poi via via giù gli altri, dal Piemonte (1.162 euro), alla Toscana (805 euro), mentre la Regione i cui abitanti versano di meno rispetto a quanto ottengono, è la Calabria (-5.528 euro pro-capite). Roma ospita molte delle funzioni centrali. Ma del resto le aziende della Lombardia e del Veneto vendono i loro prodotti nel mercato nazionale. E che dire dei 2,5 miliardi che il Sud trasferisce al Nord grazie agli studenti che si trasferiscono ogni anno per studiare nelle Regioni centro settentrionali? 23 ottobre 2017 - © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO Ultima modifica: 23 ottobre 2017, ore 10:34 stampa Argomenti: contoterzisti Germania Lombardia Maroni occupazione quorum referendum salario tasse veneto zaia ‹ Articolo precedente Articolo successivo › FACEBOOK TWITTER LINKEDIN GOOGLE+ PINTEREST Lascia un commento Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati * Commento Nome * Email * ARTICOLI CORRELATI 10 marzo 2015 Germania. Sindaco si dimette dopo minacce neonaziste Markus Nierth è stato il sindaco di Troeglitz, un piccolo villaggio a sud di Berlino, per cinque anni. Ma... 12 febbraio 2016 Il cuore nazista dell’Unione Europea La Danimarca, modello invidiato di stato sociale, sottrae per legge i beni agli immigrati che arrivano. Ma la notizia che... 12 febbraio 2014 Mmh, svizzero? No, europeo! La Svizzera è al centro dello “scandalo” europeo per il voto referendario che ha sancito (con appena il 50,3%... NOTIZIE PER DATA ottobre: 2017 lun mar mer gio ven sab dom « Set 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 Radiocittaperta - la radio libera e indipendente Fate la vostra donazione! Tenete viva l’informazione: sostenete il sito di Contropiano mandandoci il vostro contributo! Sostieni Contropiano! PROSSIMI EVENTI 23 Ott Genova. Lo sfruttamento capitalista in internet 24 Ott Pisa. Lavoro mentale e classe operaia. Dibattito con Guglielmo Carchedi 25 Ott Roma. Manifestazione per risarcire l’ingiusta detenzione 25 Ott Napoli. Assemblea di Eurostop, verso il 10 e l’11 novembre 25 Ott Firenze. Sulle orme di Marx: lavoro mentale e classe operaia NEWSLETTER Vuoi essere sempre aggiornato sulle notizie di Contropiano? Iscriviti alla nostra newsletter: Accetto la privacy policy del sito

La cerimonia dell’imbroglio referendario sull’autonomia del lombardo-veneto è finita. Con l’inevitabile spruzzata di ridicolo che aromatizza le prestazioni leghiste. Con la servile collaborazione di Pd e Cinque Stelle (che insieme “rivendicano” il proprio contributo a questo risultato).

L’affluenza in Veneto è stata decisamente importante (57,2%) e dà la misura della devastazione politica di una grande regione in difficoltà da almeno dieci anni, da quando cioè è esplosa la crisi, aggravata dalle ricette “austere” della Troika. In Lombardia è stata parecchio più bassa – meno del 40%, ma ancora non è possibile dire la cifra esatta perché il sistema elettronico voluto da Roberto Maroni si è rivelato assai meno efficiente del vecchio sistema “a mano” (miracoli che solo i leghisti riescono a produrre).

Gli ultimi giorni di campagna referendaria (pre-elettorale, nella sua essenza) avevano visto il disperato sforzo leghista di marcare la distanza con la Catalogna. Con i piddini – e i loro media, a partire da Repubblica – impegnatissimi in senso opposto, ma senza riuscire a portare alcun argomento diverso da “le regioni più ricche che non vogliono spartire la torta con quelle più povere” (come fa la Germania col resto d’Europa, insomma). E in effetti, come abbiamo scritto più volte, la rivolta catalana ha tutt’altre caratteristiche ideali, sociali, di classe.

La miseria reazionaria del “progetto” leghista era ben evidente, ma il presidente regionale Luca Zaia ha voluto precisarla solo ad urne chiuse: “Noi chiediamo tutte le 23 materie (“contendibili” ai sensi della riforma costituzionale stolidamente voluta dal Pd quasi venti anni fa, ndr), e i nove decimi delle tasse”.

Ma quale secessione, ma quale indipendenza... I leghisti vogliono solo gestire un po’ più di fondi pubblici per gli interessi propri e di alcuni strati sociali di riferimento (le imprese, in sostanza), continuando a pretendere tutti i vantaggi che lo Stato unitario garantisce loro. Tutto qui.

Del resto, si sa da sempre che non esiste un “popolo veneto” o uno “lombardo”, che non esistono lì unità di lingua e tradizioni differenti da quelle italiane, ecc.

Dunque resta solo la volgare tracotanza di un sub-sistema produttivo che funziona finché fa parte delle filiere che portano il prodotto-componente in Germania, che funziona insomma da “contoterzista” e ha margini di profitto tutto sommato ristretti proprio per questo motivo (il prezzo lo stabilisce il capofiliera, non il subfornitore). Metter mani su una quota delle tasse diventa perciò il modo più semplice di ridurre i costi e conformare il territorio intorno ai bisogni dell’impresa (infrastrutture, ecc). Alla popolazione fatta di lavoratori dipendenti, pensionati, disoccupati, ecc, si promette la solita favola del “siamo tutti nella stessa barca”, da cui dovrebbe derivare maggior benessere se le cose andranno meglio per le imprese. Come nemici di comodo, bastano “Roma ladrona” e i migranti, come se nel lombardo-veneto la corruzione e la presenza mafiosa fossero innocue macchie sulla pelle, invece che parti integranti della struttura di potere locale (basta ricordare quanti arresti avvengono annualmente su questo fronte, compresi numerosi amministratori locali “di provata fede”).

Di fronte all’avanzare di questa narrazione falsificante, le altre correnti politiche (o clientelari, come nel caso del Pd) non hanno trovato di meglio che avallarla, facendola propria. Piddini e pentastellati hanno così dimostrato, per un verso, di essere perfettamente allineati su una linea profondamente reazionaria, e per un altro di non avere altri argomenti con cui “sedurre” gli elettori.

Del resto, vagli a spiegare – agli elettori – che chiunque vada al governo (anche locale) dovrà rispettare il “patto di stabilità” inchiavardato dai trattati europei e infilato a forza nella Costituzione (l’obbligo al pareggio di bilancio).

Vagli a spiegare che i loro problemi discendono in gran parte da questi obblighi e dal progressivo evaporare della capacità produttiva autonoma (i “contoterzisti”, per definizione, difficilmente elaborano strategie complesse e “piani B”).

Vagli a spiegare, insomma, che il loro impoverimento non si arresterà pagando meno tasse su uno stipendio che non cresce più o che addirittura diminuisce (quando si cambia posto di lavoro o titolare della stessa impresa, oppure nel passaggio generazionale).

Più facile, molto più facile, inventarsi nemici e soluzioni di comodo, senza mettere in discussione niente. Ma come tutte le soluzioni “facili”, che non toccano il cuore dei problemi, anche questa avrà il fiato corto.

Ne riparliamo dopo le elezioni...

P.s.Per quanto riguarda invece la materia strettamente fiscale oggetto del referendum, vi consigliamo la lettura di questo lancio dell’agenzia Agi (non proprio bolscevica...).

Cos’è il residuo fiscale?

Banalizzando il concetto, è la differenza tra quanto ogni cittadino paga allo Stato sotto forma di tasse e quanto ne riceve, attraverso i servizi, sotto forma di spesa pubblica. È uno strumento nato per valutare la capacità dello Stato di redistribuire le risorse: i cittadini più ricchi pagano più tasse, con le quali si aiutano quelli più bisognosi.

In Italia la sperequazione territoriale dipende dalla circostanza che i cittadini ricchi sono concentrati in alcune zone del Paese e quelli povere in altre. Il residuo fiscale è un indicatore sfuggente, evanescente, molto difficile da calcolare. I proponenti del referendum della Lombardia, hanno citato uno studio di Eupolis, che stimerebbe in 57 miliardi il residuo fiscale della Regione. Altri studi, invece, collocano il residuo fiscale lombardo tra i 20 e i 30 miliardi. L’asticella di quello Veneto sarebbe ancora più giù.

Addentrarsi nei meandri del residuo fiscale può addirittura portare sorprese inaspettate.

In un contributo per Lavoce.info, Fabrizio Tuzi, dirigente tecnologo dell’istituto sui sistemi regionali, ha pubblicato una tabella del Cnr-Issirfa su dati Istat e Cpt, nella quale sono indicati i valori medi pro-capite del residuo fiscale per gli anni che vanno dal 2013 al 2015. Se da un lato c’è la conferma che il conto del dare è superiore di 5.600 euro rispetto al conto dell’avere per ogni singolo cittadino lombardo, dall’altro è altrettanto vero che gli abitanti del Lazio sono poco da meno. Versano nelle casse dello Stato 3.672 euro pro-capite in più di quello che ricevono. Sono secondi nella classifica del residuo fiscale, prima del Veneto (che ha un residuo fiscale di soli 2.078 euro pro capite) e dell’Emilia Romagna (3.293 euro). Poi via via giù gli altri, dal Piemonte (1.162 euro), alla Toscana (805 euro), mentre la Regione i cui abitanti versano di meno rispetto a quanto ottengono, è la Calabria (-5.528 euro pro-capite).

Roma ospita molte delle funzioni centrali. Ma del resto le aziende della Lombardia e del Veneto vendono i loro prodotti nel mercato nazionale. E che dire dei 2,5 miliardi che il Sud trasferisce al Nord grazie agli studenti che si trasferiscono ogni anno per studiare nelle Regioni centro settentrionali?


Fonte

01/10/2017

I referendum in Lombardia e Veneto. Le regioni andrebbero abolite

Il 22 ottobre in Lombardia e Veneto si terranno due referendum promossi dai presidenti (pardon, governatori) leghisti Maroni e Zaia al fine di avere l’avallo per chiedere al Governo e al Parlamento una maggiore autonomia. E già qui si vede che si tratta di referendum farlocchi: una tale richiesta Maroni e Zaia potrebbero tranquillamente farla già da oggi, quindi quello che si vuole è un plebiscito, pura propaganda.

A questi referendum si affiancano le mozioni presentate nelle regioni del sud dall’ormai ineffabile M5S per l’istituzione della giornata della memoria delle vittime dell’Unità d’Italia. Così. Di colpo. Senza nessun preliminare ragionamento sulla complessità del processo unitario e dei suoi effetti, sulla natura di classe dell’unificazione. Aria di elezioni, insomma.

Si tratta sì delle ennesime armi di distrazioni di massa. Ma, in realtà, creano confusione e, per questo, sono cose importanti e pericolose. Sono importanti per la prospettiva del paese e delle classi popolari che lo abitano. Sono pericolose perché coincidono con gli interessi dell’imperialismo statunitense e di quello tedesco (per ora – e ancora per poco? – subordinato al primo, ma per noi non meno letale).

L’Italia vive da tempo una situazione di stallo. Più o meno dall’entrata nell’Unione Europea e dalla firma del trattato di Maastricht: 7 gennaio ’92. Come si vede il periodo coincide con il sorgere della cosiddetta seconda repubblica e degli equivoci ideologici che l’hanno generata ed accompagnata.

Ma tale confusione è entrata in una nuova fase. Da una parte avremo l’implementazione dell’Unione a “due velocità”, che accentuerà il baricentro nordico e la germanizzazione dell’Europa (e il recente risultato elettorale tedesco non interromperà il processo, ma lo renderà per noi più pesante). E tutto ciò con l’aiuto contraddittorio della Francia. È dall’avvio dell’Unione che abbiamo sempre dovuto subire gli intrighi, le volontà e l’estorsione del gatto e della volpe, ed ogni idea nostrana di giocare l’uno contro l’altra si è mostrata finora campata per aria: e non soltanto perché non c’è un Cavour. Sempre più il popolo italiano ha tutto da perdere dall’Unione. I paesi mediterranei diventeranno via via più periferici, e così quelli dell’est, che inoltre accentueranno la loro subalternità agli Usa.

Per l’altro verso, l’elezione di Trump e lo scontro in atto negli Usa, hanno reso più blanda la presa statunitense e accentuato i mutamenti e le tendenze multipolari: la Germania sa benissimo che prima o poi dovrà scegliere di percorrere di nuovo la via della politica di potenza, anche se farà di tutto per realizzarla attraverso l’Unione. Infine, terzo e quarto attore, la Russia si presenta come argine militare alle pericolosissime iniziative occidentali e la Cina come alternativa economica (“via della seta”) al deflazionismo (classista) dell’Unione europea: ed entrambi come vasti mercati per le imprese italiane e come soggetti di un ordine finanziario alternativo.

Questa situazione in sé sarebbe positiva, se soltanto si fosse in grado di sfruttarla. Essa infatti amplia gli spazi per costruire una posizione non subalterna agli uni ed agli altri (un ruolo centrale dei paesi mediterranei, o meglio ancora di una confederazione europea radicalmente modificata). Ma a tal fine dovremmo saper riconquistare un po’ di dignità e di indipendenza. In questo contesto, infatti, potremmo meglio sviluppare gli interessi nazionali (cosa a cui abbiamo fatto cenno in un recente articolo: viva la Catalogna abbasso l’Italia) e dall’altra potremmo lavorare meglio per un mondo multipolare, che è l’assetto migliore per tutti i paesi medio-piccoli e per ostacolare l’assoluta mobilità del capitale, causa prima del pluridecennale arretramento dei lavoratori.

Al contrario, se continua questo confusionismo, col nord leghista che vuole diventare il sud della Baviera, col sud che si accontenta di diventare definitivamente la piattaforma USA nel Mediterraneo, il paese rischia la disgregazione, ed ogni sua parte va incontro ed altri secoli di sudditanza.

Ovviamente queste grandi questioni si mischiano alle miserie interne ai partiti. Maroni e Zaia si muovono contro l’ipotesi nazionale di Salvini. Il PD vota Sì ai referendum al nord ed aderisce alle mozioni dei M5S al sud, da un lato mostrando di essere diventato un partito colabrodo, e dall’altro intestardendosi coerentemente con il federalismo: quello fiscale fu un frutto loro. A questo proposito, non tutti sanno che le richieste per le modifiche della “Bassanini” inserite nel recente referendum sulle modifiche Costituzionali erano state avanzate dalle Regioni stesse perché fonti di caos.

Nemmeno il M5S scherza. Al nord stanno col Sì perché si vota con i computer: uno sballo on-line! Al sud propongono una mozione che apre una questione sull’unificazione dell’Italia (cosa, come abbiamo detto, certamente controversa) scegliendo come data della giornata della memoria quella della fine del regno borbonico: un atto reazionario o di estrema stupidità. Perché non scegliere il giorno del massacro di Bronte, sanguinosa espressione del carattere classista dell’unificazione? In questo caso il messaggio storico-politico sarebbe stato chiaro. Forse troppo chiaro. Perché non celebrare il giorno in cui fu ucciso Pisacane, che al cambiamento sociale credeva davvero, e che fu massacrato da contadini istigati dai Borboni e dagli agrari (gli altri decisivi agenti – questi ultimi – di una unificazione che non fu voluta solo dai “piemontesi”)? È su queste questioni che l’Unità d’Italia al sud ha preso la piega gattopardesca che ha dato i risultati che ha dato.

Come si vede, non c’è nessun contenuto classista,progrsessita, democratico in nessuna delle due posizioni.

In ogni caso, mettere di fatto in discussione l’Unità d’Italia, frammentarla, esporla alle incursioni di interessi stranieri è da criminali. Così come lo è stata l’entrata nell’Unione e nell’euro. Ciò non può che accentuare l’autorazzismo degli italiani sempre pronti a denigrarsi: un popolo che dimentica la propria storia (e la sua complessità) non va data nessuna parte.

Ma a questo quadro generale si deve aggiungere un altro tema.

I referendum chiedono più autonomia regionale. Il fatto è che, (a parte l’uso politico che PCI e PSI ne fecero all’epoca, usando con qualche successo le Regioni da loro governate come contraltare al governo centrale democristiano) queste istituzioni sono un fallimento. Costano davvero una barca di soldi. L’unico loro ruolo è distribuire i denari della sanità, dell’assistenza e dei trasporti (80/90% del bilancio) e, nel farlo, contribuiscono non poco ad acuire le già pesanti differenze trai servizi sociali nelle diverse zone del paese. Rendono volutamente complicato il processo decisionale. Legano strettamente i partiti ed i loro uomini ai diversi gruppi di interesse. Sono composte da territori storicamente eterogenei. Non sono sentite come istituzioni veramente interessanti a livello elettorale: le votazioni importanti sono quelle nazionali e quelle locali.

Se da una parte, dunque, va fatto fallire il referendum-plebiscito chiesto da Maroni e Zaia, dall’altra bisognerebbe proporre un modello istituzionale alternativo adeguato ai tempi. Questo non può che essere uno Stato centrale autorevole ed efficace all’interno, con una politica adeguata, forte e cooperativa all’esterno. Uno Stato che sappia trasferire parte dei poteri e delle risorse delle Regioni a livello locale: Comuni e Province. E abolire le Regioni. Allo Stato quello che è dello Stato. Agli enti locali quello che è meglio che gestiscano loro.

Serve un nuovo Stato per un nuovo e diverso interesse nazionale. In fondo è qualcosa di simile a ciò che ha proposto Melénchon con France insoumise.

Fonte