Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/12/2019

Disastro. Per le calli più nascoste di Venezia

di Alessandro Bresolin (intervista al poeta Francesco Giusti, 14 novembre 2019)

Il giorno del disastro, il giorno seguente all’inondazione della notte tra il 12 e il 13 novembre, è quello degli esperti e degli opinionisti. Ma come la guerra è troppo seria per lasciarla ai Generali, così Venezia è troppo importante per osservarla affondare nel cancan mediatico che si accapiglia discutendo di Mose o non Mose.

Per molti Venezia è ancora carne viva, una città che respira, non la retorica della grande bellezza. Penso ai molti buoni amici che ho in città, a Francesco Giusti e alla sua fragilità, a lui tremante che fa fatica a muoversi e allo spavento che deve aver provato. Se è vero che la vera poesia è merce rara, allora Francesco è una persona rara. Lo chiamo, e subito mi dice: “Te ‘speto, chiacchieriamo un po’ e andiamo a far l’aperitivo, ma vien coi stivai de goma!” Allora prendo il primo treno regionale e raggiungo Venezia Santa Lucia al binario 17, da sempre il mio punto d’accesso in città. Una volta Francesco accompagnandomi in stazione mi disse: “A Venezia il binario 17 è quello meno turistico di tutti, il più territoriale, da un lato collegava il quartiere popolare di Santa Marta alle fabbriche di Porto Marghera, dall’altro consentiva ai campagnoli di venire in città, un interscambio continuo e popolare”.

Per le calli l’atmosfera è spettrale. Pochi turisti smarriti, tanta gente incazzata e impaurita al lavoro, con gli stivali di gomma e con le pompe. Andando verso Campo San Giacomo, gruppi di studenti e ragazzi che ammassano sulle calli cataste di sacchetti neri: libri gonfi, scarpe, vestiti, macerie e oggetti di ogni tipo. Stavolta non era una semplice acqua alta, dicono: “È il mare che è entrato in città, onde grosse come cavalloni battevano sulle case come essere in mare aperto”. Un signore sostiene che i veneziani sono in via di estinzione. Due anni fa la soglia, che era anche psicologica, era ferma intorno ai 54 mila abitanti: “Ma ho un amico medico, e i medici di base hanno fatto una sorta di loro censimento, in base al numero delle persone assistite, perché solo le persone che hanno un’assistenza medica sono veri residenti, e siamo appena 44 mila!”

A Campo San Giacomo passo davanti all’Antico teatro anatomico de la vida, dove fino a qualche tempo fa c’era uno degli spazi occupati più vissuti dalla cittadinanza che abbia mai visto. Corsi per bambini, attività artistica e culturale, laboratori, seminari su come ripensare la città e il modo di viverla in forma partecipata, feste di quartiere. Alla Vida potevi vedere bambini correre e giocare tra mamme e animatori, mentre, in disparte, personalità come Giorgio Agamben e Francesco Giusti discutevano fitto fitto. Passo davanti alla Vida, ora buia, vuota, in abbandono come il resto del Campo, in attesa di diventare l’ennesimo hotel, albergo o ristorante. Attraverso il ponte dell’Anatomia, raggiungo Francesco a casa e mi accoglie in camera sua, dove ci sono due amici, Elenio e Nicoletta, che ci fanno compagnia durante la conversazione.

Classe 1952, Francesco è una figura storica della scena alternativa e creativa di Venezia. Ha al suo attivo una mezza dozzina di libri e collabora attivamente a riviste del settore. La sua è una poesia che segue i meandri dell’anima, prende nota di fatti e accadimenti. I suoi ultimi lavori sono Aicucù (Haiku con il singhiozzo) per Ossidiana edizioni e Quando le ombre si staccano dal muro per Quodlibet, con un’introduzione proprio di Agamben.

Come hai vissuto questa tragica notte del 12/13 novembre 2019?

È stato un esilio nell’esilio. Nel senso che ero chiuso in casa e non potevo fare nulla, non si poteva fare nulla.

Tu hai vissuto anche l’inondazione del 1966, che differenze trovi tra i due eventi?

Nel ’66 è stata una cosa impressionante ma lenta, che uno aveva il tempo di masticarla mentre accadeva. Questa volta è stata talmente violenta e immediata, che ti sentivi proprio sopraffatto da qualcosa di molto più grande, incontrollabile. Mentre nel ’66, dopo la disgrazia dell’acqua granda, si poteva pensare a un futuro e a come in futuro evitarla, stavolta non c’è la possibilità di ripensare a un momento di salvezza per la città e per chi la abita.

Qual è il tuo stato d’animo oggi rispetto a Venezia?

Mi sento esiliato in una città che non sento più mia come potevo sentirla una volta. È assalita da torme di turisti che la invadono ogni giorno, senza requie. Una volta d’inverno c’era un momento di pausa in cui la città poteva “decantare” tutta la massa di turisti che veniva d’estate. Adesso non esiste più questa possibilità di rinascita, di respiro per la città, perché è un continuum di gente. Qui dove abito io la chiamo la Via dei Trolley, una volta c’era un silenzio totale, si stava bene, si sentivano solo gli alberi fuori nel giardinetto stormire con il vento. Adesso alle cinque del mattino si sentono i turisti che partono con il trolley, tum-tum-tum-tum, e poi dopo neanche mezz’ora quelli che arrivano a sostituirli nelle case che sono diventate alberghi, o magazzini diventati alberghi. Perciò, dopo i fatti dell’altra sera, mi sono sentito due volte esiliato.

Venendo qua, ho trovato allo stesso tempo tanta solidarietà ma anche tanta rassegnazione.

Eh, rassegnazione... rassegnazione... la gente impegna tutta la vita su qualcosa, un lavoro, e si ritrova in un attimo senza più nulla, senza più niente per rialzarsi e rimettere in piedi un’attività. Per esempio qui in zona San Giacomo dall’Orio, ci sono molti giovani che hanno aperto associazioni, laboratori, e hanno perso tutto, come una mia amica, Vanessa, che ha fatto l’accademia e ha aperto un laboratorio di serigrafia che fa degli stage, e lavora con questo. In un ora è andato tutto sott’acqua. C’è una delle ultime tipografie qui vicino, a Santa Maria Mater Domini, con due bellissime macchine Offset molto vecchie e ancora funzionanti che sono andate sott’acqua e praticamente l’unica cosa che possono fare è chiudere, se non arrivano finanziamenti. Ma parlare di finanziamenti, quando per il Mose hanno speso 6 miliardi di euro da quando l’hanno messo su ad adesso, e quei 6 miliardi sono stati come dire, il campo dove sono andati a pascolare i politici per prendersi le mazzette... uno non ha neanche più fiducia nel chiedere finanziamenti allo Stato come dovrebbe essere. Cioè lo Stato è un ente che quando guarda alla gente e deve fare qualcosa per la gente diventa un’entità astratta rispetto alla realtà davanti alla quale ci troviamo a combattere.

C’è un immagine, un dettaglio, una situazione che ti ha colpito e che può simbolizzare la situazione che sta vivendo Venezia?

I topi morti dopo l’acqua alta. I veneziani che muoiono soffocati, annegati dall’acqua alta come i topi. Rat-man. Gli ultimi degli ultimi. Da oggi il futuro non mi sembra più come prima, vedo questo rotolare della città verso forme invasive di assalto alla vita quotidiana dei pochi rimasti come inarrestabile. Ciò non significa che non bisogna opporsi a questo andazzo, anzi, non rimane  che la nostra individualità, la coscienza di mettere in campo la nostra individualità, insieme a quella degli altri, per “rompere i coglioni” affinché finisca questa politica di invasione della città solo per interessi economici importanti, dove i più piccoli vengono esclusi. Dobbiamo opporci il più possibile con la nostra coscienza individuale, questo ci rimane e fa parte di noi, è l’arma che abbiamo in questa situazione ormai senza via di scampo.

Sono passati circa centodieci anni esatti da quando Filippo Tommaso Marinetti ha scritto Contro Venezia passatista e il suo Discorso futurista ai veneziani. Sono andato a rileggerlo, alcuni passaggi sono impressionanti riletti oggi: “Oh! non vi difendete coll’accusar gli effetti avvilenti dello scirocco! Era ben questo vento torrido e bellicoso, che gonfiava le vele degli eroi di Lepanto! Questo stesso vento africano accelererà ad un tratto, in un meriggio infernale, la sorda opera delle acque corrosive che minano la vostra città venerabile. Oh! come balleremo, quel giorno! Oh! come plaudiremo alle lagune, per incitarle alla distruzione!”

Marinetti nel momento in cui scriveva quel manifesto poteva anche essere una provocazione, però con il senno di poi si vede che sarebbe stato un disastro anticipato. Perché Venezia ha un suo senso incastonata nella laguna, nel mare, ha sempre avuto la sua storia legata, al Mediterraneo, all’Adriatico come rientranza del Mediterraneo, per cui tutta la sua cultura e il suo svilupparsi intellettuale è nei rapporti con l’oriente, diversamente sarebbe stata la fine. Quindi il futurismo è una cosa anche simpatica vista così, ma se lo si prende seriamente… meglio lasciarlo perdere. Quando negli anni Ottanta all’epoca di De Michelis si parlava della “città metropolitana”, volevano fare la metropolitana che passava per il Canale della Giudecca fino a Sant’Erasmo sotto la laguna! Abbiamo fatto battaglie enormi contro questa visione della città. E al momento abbiamo anche vinto, in un certo senso, se non fosse che poi lo stesso problema si ripresenta sotto altre forme, vedi con le grandi navi in laguna.

Come rispondi a quelli che dicono o pensano che ormai Venezia è una città di muri vuoti, una Disneyland disabitata, una città morta, perduta?

Che è uno sguardo superficiale, anche se in parte può essere vero. In realtà a Venezia si sono sviluppate lotte di comunità per mettere a confronto la gente con i bisogni sociali reali. Per esempio l’occupazione delle case, l’occupazione dei centri sociali. Qui a San Giacomo per esempio due anni fa abbiamo occupato La Vida, ed è stato un momento di crescita, di confronto e unità di una comunità, che è venuta a crearsi intorno al Teatro la Vida Occupato, con attività di discussione, di crescita comune, di presa di coscienza rispetto ai problemi. Quindi è sì una città di mura, ma sotto le mura, per le calli più nascoste di Venezia, c’è una comunità che vive e ha un cuore che batte, non si può nasconderlo.

Quando hai preso consapevolezza del tuo essere poeta e qual è stato il tuo percorso?

Ho un’immagine precisa, reale. Sono in divisa da autiere a Roma, faccio il militare, è il Primo maggio e sto seduto su una scalinata del quartiere africano. Scrivo immagini sul retro della copertina di un libro. In quel momento ho pensato di scrivere poesie, mettendo in contrapposizione il fatto di essere costretto a fare il militare lontano da casa, cosa di cui non avevo assolutamente voglia, e il trovarmi davanti a una città, il Primo maggio, in libera uscita, lontano dai cortei, in una parte della città vuota, a scrivere di un filo d’erba che cresceva tra le pietre di questi gradini bianchi sotto il sole di maggio. Da lì ho sempre preso appunti, ma solo più tardi, verso la fine degli anni Settanta, ho cominciato a scrivere con più assiduità. Sono andato a conoscere Carlo Marcello Conti delle edizioni Campanotto, che aveva uno dei più importanti archivi di poesia visiva d’Italia e non solo. Mi interessava quest’idea della poesia che andava al di là della parola, l’incontrarsi del segno con la parola.

Quali sono state le collaborazioni che ti hanno dato di più?

Franco Beltrametti è un poeta con cui ho avuto un rapporto molto stretto di amicizia e lo ritengo un maestro, il poeta inglese Tom Raworth, Corrado Costa, Patrizia Vicinelli e tanti altri, tutti legati al Gruppo 63, alla poesia che cercava di pungolare la ricerca poetica in Italia.

Come definiresti la tua poetica?

La mia poetica si è sviluppata progressivamente, per momenti. Ho cominciato a scrivere cose molto legate alla poesia orientale, e man mano dopo la morte dei miei genitori ho sentito il bisogno di ritrovare quei momenti dell’adolescenza. Mia mamma era di campagna, di Martellago, e da piccolo andavo sempre lì da mia nonna. Ho sentito la necessità di andare a fondo di quegli anni. E ho scritto molto su quel mondo che è un mondo relegato là nella memoria ma allo stesso tempo è il presente. Tutta l’ispirazione poetica la traggo da questo baule di ricordi.

Tu scrivi sia in italiano sia in dialetto. Che differenza provi?

Il dialetto è una lingua che ho sempre parlato e che uso, è una cosa naturale, ho pensato prima in dialetto che in italiano. In terza media non parlavo bene in italiano, è venuto dopo. Quando scrivo in dialetto la cosa nasce dal suono, da un sottofondo che ho nell’orecchio, da una cadenza che è quella lenta dell’acqua. In italiano è una cosa diversa, penso più alla sintassi, alla costruzione del linguaggio, è una cosa più tecnica.

Poesia e politica secondo te.

Poesia e politica nel senso che vita e poesia devono andare avanti di pari passo, non c’era una differenza, una valle messa tra le due cose. Politica proprio nel senso di mettere in pratica un’arte, un modo di essere e di vivere. Oggi le contraddizioni sono ancora più dirompenti rispetto agli anni Settanta, perché viviamo in un mondo in cui gli ultimi sono abbandonati. Quelli che vengono in Europa non tanto per lavorare ma perché hanno la necessità di vivere, hanno fame, fuggono le dittature, le guerre, o il cambiamento climatico... se non vedi tutte queste cose in un ottica di contraddizione tra capitale e classi sfruttate non riesci a risolverle, perché il capitalismo e il liberismo cercano di sfruttare tutto fino alla fine. La scrittura, la poesia, penso che di per sé dovrebbero essere una cosa politica, che si inserisce nella vita di tutti giorni. La poesia non crea profitto, quindi chi se la fila. Il fatto di scriverla è un impegno personale che va al di fuori della logica economica e di guadagno. Si scrive poesia perché ci si sente chiamati a scrivere poesia, per me è così. La poesia è aperta alla vita dal momento in cui tu la vivi e la dai agli altri perché la vivano in quanto tale. A me piace viverla insieme ai compagni e alla comunità con cui vivo e che lotta perché la città rimanga di tutti gli ultimi rimasti. Te ne leggo una, si chiama Disastro, l’ho scritta l’altra notte durante l’acqua granda:
Disastro

Falcidiati come i ricci ai bordi di una carreggiabile
conosciamo la paura di mettere fuori la testa nel disastro
siamo gli affastellamenti d’erba che marcisce nella pioggia
non cosa semplice svincolarsi dal disagio.
I liquidi percepiti essere messi in moto dalla luna
accesa dal guardiano del parco gioco in disuso
farsi marea e travolgere.
Una cosa più che seria, s’animavano fuochi verso il mare.
Una miriade di complicanze impossibili da controllare
se chiusi nelle case.
Poi il baule dei ricordi scorto già in braccio alla corrente
galleggiare solo nel fango del silenzio e del tormento.
La taccola della notte non aveva gronda dove stare
unico lido il gesto antico senza fine.
E la strada da indovinare.
Fonte

24/11/2019

Venezia - Oggi corteo contro Mose, Brugnaro, Grandi Navi

Domenica 24 novembre 2019 anche noi in corteo per salvare Venezia dal Mose, dai cambiamenti climatici, dalle grandi navi, da Brugnaro.

La sequenza di acque alte, straordinarie ma non imprevedibili, che si sono susseguite la settimana scorsa, hanno messo a nudo la fragilità del territorio veneziano, ma soprattutto la grave inadeguatezza dei governi, nazionale, regionale e comunale, di prevedere e prevenire disastri, governare adeguatamente la città e proteggere la popolazione.

DAL MOSE

Spacciato come sistema di alta tecnologia per salvare Venezia dalle acque medie-alte, è uno degli emblemi delle Grandi Opere Inutili e Dannose. Fin dal suo concepimento le associazioni ambientaliste, sostenute da scienziati ed esperti, avevano evidenziato le carenze tecniche del meccanismo e la sua inadeguatezza a risolvere il problema. I test, i collaudi, gli studi e il tempo hanno confermato queste previsioni. Ai danni conclamati alla Laguna si devono aggiungere quelli stimati, inclusa la stabilità delle paratie, che in particolari condizioni di mare e di vento, potrebbero far crollare l’intero sistema, mettendo a rischio la popolazione. Non mancano naturalmente gli illeciti e le corruzioni: è confermato dalle indagini che queste grandi opere servono solo ai politici, ai costruttori e facilitatori coinvolti. L’ultimo bilancio è di quasi 6 miliardi di euro, cui aggiungere il costo di esercizio e di manutenzione, che si stima intorno ai 100-130 milioni all’anno. Risorse sottratte al vero progetto utile per la Laguna e Venezia: ripristino morfologico, inversione del degrado, al restringimento delle bocche di porto, opere di innalzamento delle parti più basse, tutte soluzioni alternative più volte presentate e ignorate da chi ci governa. Chiediamo l’immediata sospensione del MoSE!

DAL CAMBIAMENTO CLIMATICO

Da diversi anni il mondo scientifico lancia l’allarme e svela scenari allarmanti, che fanno presagire l’inondazione quasi continuativa delle basse pianure da Ravenna, Venezia, Caorle, Marano già nel 2050.

Senza azioni efficaci di mitigazione, a partire dall’uscita immediata dalla dipendenza dai fossili, l’incidenza del cambiamento sarà tale da rendere l’adattamento inefficace se non impossibile. Senza strategie complessive di adattamento ai cambiamenti climatici, la vita in luoghi come Venezia diventerà insostenibile già tra pochi anni. Ma come nel resto d’Italia, la gestione del “rischio accettabile” nei confronti della sfida meteo-climatica è praticamente inesistente. Non possiamo più tollerare che le autorità invochino lo stato di “calamità naturale”, che si traduce solo nello stanziamento di qualche soldo per rimborsare le perdite e che arriva sempre in ritardo. Pretendiamo che venga adottato il principio di precauzione, che vengano messe in atto azioni di prevenzione, basate su un approccio ecosistemico, da un serio monitoraggio e previsione dei fenomeni, alla prevenzione e allo sviluppo conoscitivo e tecnologico, mettendo in campo soluzioni che non pregiudichino gli interessi delle generazioni future. E la risposta non è il MoSE, non è quest’opera che salverà Venezia.

DALLE GRANDI NAVI

È fondamentale per la salvaguardia di Venezia e della sua Laguna l’estromissione delle grandi navi dalla laguna come misura urgente, immediata e senza compromessi. Le grandi navi contribuiscono notevolmente al moto ondoso che erode barene, argini e rive; e richiedono l’approfondimento di canali esistenti e lo scavo di nuovi, cambiando l’assetto idrologico e atrofizzando la rete dei canali naturali. E ci opponiamo al turismo croceristico perché ha delle esternalità pesanti, a partire dall’inquinamento atmosferico; infatti l’Istituto Oncologico Veneto ha affermato che nella provincia di Venezia vi è un eccesso significativo di casi di neoplasia al polmone rispetto al resto d’Italia. Fuori le navi dalla Laguna! Al bando il crocerismo!

DA BRUGNARO

Anche nel governo della città, dall’approvazione del MoSE, si afferma progressivamente una logica speculativa, che ha raggiunto l’apoteosi con il sindaco attuale Luigi Brugnaro. La città è vista come un grande affare, da pubblicizzare e sfruttare per estrarne il massimo valore economico. La monocultura turistica alla quale ci ha abbandonato il primo cittadino erode la millenaria storia di una città unica, non solo per la sua forma fisica, ma anche per la vita sociale che in essa si manifesta. Non più case e residenti, ma airbnb, alberghi e commercio orientato al turismo. Ciò che ingrassa la rendita immobiliare va bene, tutto il resto è dimenticato. La città più famosa del mondo, è una città che manca delle più elementari strategie che servono per farla restare una città per i cittadini. L’abbandono degli abitanti al loro destino di queste ultime settimane è la conferma dell’incapacità di guidare non solo il futuro di questa città, ma anche l’immediato, il contingente. Brugnaro dimettiti!

Potere al Popolo! scenderà nelle calli e nei campi a fianco del Movimento No Grandi Navi e dei Fridays for Future Venezia–Mestre che hanno organizzato questa mobilitazione cittadina, che è preceduta da un assemblea pubblica che si tiene oggi pomeriggio alle 17.00.

Fonte

17/11/2019

Mose, Ilva e Alitalia. Paolo Maddalena: "Gli italiani devono ora rendersi conto quanto disastrose sono state le privatizzazioni"

di Paolo Maddalena

Il disastro delle privatizzazioni si sta rivelando oggi in tutta la sua gravità. Lo Stato ha ceduto ai privati le sue fonti di produzione di ricchezza nazionale e non ha più fondi in bilancio per far fronte alle esigenze attuali, che richiedono un intervento pubblico per salvare l’Ilva e Alitalia e per ultimare la realizzazione del Mose a Venezia.

Per quest’ultima sono stati già spesi 7 miliardi, molti dei quali sono stati dissipati con elargizioni da parte della società Venezia Nuova a soggetti di vario tipo e con il pagamento di numerose tangenti.

Ora Venezia è sommersa dall’acqua e il Mose non è in grado di funzionare. Abbiamo la dimostrazione concreta di quanto dannosa sia stata per la collettività, la privatizzazione delle opere pubbliche.

Il governo ha nominato commissario straordinario Elisabetta Spitz, la quale tra il 2000 e il 2008, come capo dell’Agenzia del Demanio, diresse la cartolarizzazione, cosiddette Scip1 e Scip2, relativa alla vendita di immobili pubblici del valore di 15 miliardi.

Scip1 fruttò, su un valore di 5 miliardi solo 1,7 miliardi, Scip2, relativa alla vendita di immobili per un valore di 10 miliardi, fu un completo disastro e non si sa quanto è costata alla collettività. Speriamo che oggi la Spitz sappia far meglio per quanto riguarda il Mose.

Altro effetto negativo è stato quello della privatizzazione dell’Ilva, passata dallo Stato alla famiglia Riva, e oggi ad ArcelorMittal, la quale, come è noto, ha deciso di recedere dalla sua posizione e sta per spegnere, tra dicembre e metà gennaio, tutti gli alti forni, gettando sul lastrico circa 12000 lavoratori. E a questo proposito c’è da ricordare che per riaccendere quegli alti forni occorrono almeno 10 mesi.

Oggi lo Stato, che una volta era padrone dell’Ilva, prega col cappello in mano ArcelorMittal di rispettare il contratto. Cosa che questa azienda certamente non farà.

Altro capitolo disastroso è quello di Alitalia, una volta in proprietà dello Stato e oggi alla mercé di aziende speculatrici, le quali per entrare a far parte della nostra compagnia pretendono di ridimensionare il numero degli aerei attualmente in funzione e di licenziare 3500 lavoratori.

Si distingue in questa azione negativa nei nostri confronti soprattutto la compagnia americana Delta, la quale, con appena 100 milioni sul tavolo, pretende di agire da padrona.

L’Italia, come si vede, è mesa con le spalle al muro, e questo è il frutto di una scelta improvvida e disastrosa, fatta dai nostri governanti dagli anni ’90 in poi.

È inutile piangere sul latte versato, ma è assolutamente necessario che gli italiani si rendano conto di quanto disastrosa sia stata l’azione dei nostri governi.

Si oppone all’azione governativa anche l’Europa, la quale impedisce gli aiuti di Stato e rende ancor più difficoltosa la soluzione di questa drammatica situazione.

In questo quadro l’Italia è destinata a soccombere e il prossimo futuro sarà quello di una dilagante miseria generale.

La causa di tutto, come più volte abbiamo ripetuto, sta nell’aver aderito al sistema economico predatorio neoliberista, voluto quasi unanimemente da illustri professori di economia, distruggendo con numerosissime leggi incostituzionali il precedente sistema economico produttivo di stampo keynesiano sancito dalla nostra Costituzione.

Salvare l’Italia dal punto di vista economico è oggi un’impresa assai ardua.

Ma chi intende farlo deve tener presente che occorre combattere con tutti i mezzi giuridici a nostra disposizione l’attuale sistema economico predatorio neoliberista, nonché l’atteggiamento dell’Europa, che ci impone proprio in virtù dell’attuazione di quel sistema predatorio, una insostenibile austerità che rende impossibile un’azione politica di sviluppo economico.

L’unico elemento di forza che abbiamo è quello di attuare la nostra Costituzione economica, facendola prevalere anche nei confronti dell’Europa, in virtù del principio dei contro-limiti, sempre asserito dalla nostre Corte costituzionale.

Fonte

15/11/2019

Il Mose è il Ponte Morandi della Lega


La faccia inebetita del governatore veneto Zaia di fronte all’inservibilità del Mose nel fermare l’allagamento di Venezia, è il segno e lo spartiacque di un'epoca: questa epoca.

La Lega, da sola o insieme a Forza Italia, governa il Veneto da quasi vent'anni (seconda giunta Galan) e il Comune di Venezia dal 2015. Ha avuto tutto il tempo di accelerare, verificare, collaudare l’efficacia del Mose, questa ennesima, costosissima e alla fine inutile grande opera. Eppure non lo ha mai fatto ed oggi, quando Zaia fa il finto tonto chiedendo alle telecamere “come mai sia accaduto quello che è accaduto”, il primo istinto è quello di sollevare la gamba preferita e far partire una pedata nel culo.

Confermando la legge del contrappasso, anche la Natura si è incaricata di svelare l’insipienza e l’imbroglio della “Lega di governo”. Proprio mentre il consiglio regionale a maggioranza leghista respingeva due mozioni dell’opposizione sull’emergenza climatica, con il solito disprezzo verso queste “stupidaggini ecologiste”, l’acqua allagava anche la sede del consiglio regionale costringendolo a sospendere i lavori.

Alla Lega questa volta è andata storta e non potrà scaricare alcuna responsabilità sugli altri, né sugli immigrati né sui competitori. In Veneto è roba della Lega da sempre e Venezia lo è da quattro anni.

La vicenda del Mose a Venezia è un trauma rivelatore della situazione del paese, esattamente come lo è stato il crollo del Ponte Morandi a Genova. O come la distruzione del patrimonio industriale italiano, esemplificato in questi giorni dalle tragedie dell’Ilva e dell’Alitalia.

E questo paragone ci porta ad affrontare l’altro fattore decisivo: quello delle grandi opere e del Partito Trasversale del Pil che tiene insieme Lega e Pd, Forza Italia e fascisti di Fratelli d’Italia, CgilCislUil e Confindustria.

La storia del Mose, per molti aspetti, è simile a quello del Tav in Val di Susa.

Pensato nel 1981, il Mose ha cominciato a materializzarsi tramite la famigerata “Legge Obiettivo” nel 2001. I primi cantieri sono partiti nel 2003. Dovevano concludersi nel 2011. Tra il 2013 e il 2014, intorno a questa grande opera, un’inchiesta della magistratura scopre un giro di tangenti e mazzette di notevoli dimensioni. Finisce in carcere il manager Piergiorgio Baita, che però parla e rivela molto di quello che sarebbe poi diventato lo scandalo Mose.

Il 12 luglio finisce agli arresti domiciliari Giovanni Mazzacurati, direttore generale del Consorzio Venezia Nuova (costituitosi nel lontano 1984, ndr), con l’accusa di turbativa d’asta. Finirà indagato, per finanziamenti illeciti, ma non per corruzione, anche il sindaco di Venezia Orsoni (Pd).

Nel 2014 scatta una seconda ondata di arresti per le tangenti distribuite intorno ai lavori del Mose. Secondo i magistrati si tratta di 33 milioni di euro di fatture false. Il 4 giugno vengono arrestate ben 35 persone, un centinaio gli indagati tra cui Giancarlo Galan (Forza Italia), ex governatore del Veneto dal 1995 fino al 2010, dal 2000 insieme alla Lega che subentrerà al comando della regione con Zaia nel 2010 e fino ad oggi.

Nel 2017, il ministro delle Infrastrutture del governo Renzi, Graziano Delrio, annuncia che i lavori del Mose dovranno essere conclusi nel 2018.

Nel 2018, però, il provveditore alle grandi opere del Triveneto, fa sapere che il costo del Mose sarà di almeno 80 milioni di euro l’anno per funzionamento e manutenzione.

Si scopre però che le cerniere delle barriere, concepite e “pagate” per durare cento anni... in realtà ne possono durare solo 13.

Il Mose, finora è costato direttamente quasi 6 miliardi di euro. Ma i costi sono lievitati a 8 miliardi, se collegati ad altre opere connesse per la tutela della Laguna di Venezia.

Quale lezione si può trarre da questa vicenda?

a) Le grandi opere sono spesso concepite e realizzate non per utilità sociale, ma per movimentare grandi quantità di denaro pubblico (ed anche di lavoro ovviamente) che alimentano interessi privati. O meglio, si individua una necessità, spesso (non sempre) reale ed obiettiva, ma la si piega a questi interessi.

b) Sulle grandi opere, un po’ come sulle spese militari, c’è una convergenza politica del tutto trasversale. Può governare la Lega o il Pd, ma la logica che prevale è quella dell’affarismo. È la base materiale del Partito Trasversale del Pil che vediamo all’opera, ad esempio, anche sul Tav in Val di Susa o sull’Ilva di Taranto, dove sia Lega che Pd sostengono le ragioni della multinazionale ArcelorMittal. La quale ringrazia, ma se ne va lo stesso, chiudendo la fabbrica costruita con soldi pubblici fin dal lontano 1960. Perché alle multinazionali non si comanda...

c) Con la vicenda del Mose finisce la narrazione leghista del loro presunto “buon governo”. Quando governa, la Lega lo fa come esattamente come tutti gli altri. Lo stesso ragionamento è valido per il Pd, sia a livello locale che nazionale. Cambiano le retoriche di accompagnamento (più razzista, meno razzista...), non la sostanza.

Come scrive un lucidissimo articolo di Le Monde Diplomatique, “la sinistra non è nata per moralizzare il mondo ma per cambiarlo”. Ed ancora “barattando i propri obiettivi politici con altri di natura morale i militanti subiscono una metamorfosi: se ieri lottavano, oggi si indignano. Ieri fondavano organizzazioni per prendere il potere; oggi firmano petizioni, intimando al mondo di mostrarsi più mite, tollerante, meno razzista, più verde e paritario”. Parole sante, pesanti come il piombo, ma efficaci come poche per capire come e dove collocarci e cosa fare.

Quando ci chiedono o ci ricattano invocando il “meno peggio”, non possiamo che collocarci fuori e contro tutto questo. Per dire e fare altro, in antagonismo con questo tipo di interessi.

Fonte

27/11/2018

Venezia, un editoriale dal futuro

Oggi è una data storica, perché il 2 giugno del 2023, oltre a festeggiare la nascita della repubblica, fu inaugurato il MOSE di Venezia.

Ci vollero venti anni per costruirlo, sperperando molti miliardi di euro, arricchendo i politici veneti tramite le tangenti, politici poi processati (qualcuno, dopo tutto questo tempo, si ricorda ancora di Galan, governatore leghista del Veneto?), MOSE costruito per proteggere Venezia dall’acqua alta.

Dopo quattro anni il sistema MOSE dimostrò chiaramente di essere inutile, sempre guasto, in rapido affondamento nella laguna, e inutile a bloccare l’acqua alta, per cui si decise – per i costi di manutenzione esorbitanti – di bloccare aperte le paratie e costruire al lido del Cavallino un porto artificiale, fuori della laguna.

Questa scelta, fare un “polder” come quello in Olanda sul mare del nord, era la più logica sin dall’inizio, perché il vero problema di Venezia era e sono le grandi navi; all’inizio quelle che andavano al petrolchimico di Marghera, poi le mega-navi turistiche, veri grattacieli sul mare.

Oggi, dopo trent’anni dall’inaugurazione del MOSE e a ventisei dalla sua dismissione, niente è stato fatto.

Le paratie sono alzate e bloccate solo a bocca di Chioggia e Malamocco, il porto di Marghera è ancora in esercizio e i lavori per il porto artificiale al lido del Cavallino appena iniziati.

Con il rapido innalzamento del mare di circa un metro per il riscaldamento globale, si decise dodici anni fa di salvare dall’allagamento almeno la zona di Rialto e la sua basilica di san Marco costruendovi intorno una barriera alta tre metri, lasciando però che un quarto di Venezia fosse inondata e abbandonata.

Il turismo, per fortuna, ne ha risentito solo in parte perché il fascino della città che muore è evidentemente più forte, ma l’aspetto generale della città è per noi italiani con una coscienza civile, veramente deprimente.

L’amarezza del presente non è neanche alleviata dalla fine ingloriosa dei partiti della “seconda repubblica” travolti nove anni fa dall’ennesimo scandalo corruttivo, con il leader della “Lega degli italiani” scappato in Africa a Dakar (ma ridotto a una vita da barbone perché truffato e senza soldi dal suo vice segretario).

Lo stesso vale per il Partito Democratico e per il Movimento Cinque Stelle, coinvolti nello stesso scandalo, scioltisi all’apparire del “Partito degli Amici”, guidato dall’ex fotografo dei Vip Fabrizio Corona, ora presidente del Consiglio.

Insomma, a trent’anni da quell’inaugurazione e a cinquanta dalla decisione di costruire il MOSE, l’Italia è sempre uguale, con la TAV Torino-Lione ancora da costruire (ma è veramente necessaria?), con il Ponte di Messina di nuovo proposto dal governo, una classe politica al potere poco credibile, scelta da una maggioranza di italiani che ogni volta si affida a personaggi “pittoreschi”.

L’unica vera novità è la rinascita esplosiva del Partito dei Comunisti, sempre che la sinistra, dopo aver abbandonato tatticismi, divisioni e liste elettorali fatte di alleanze estemporanee, non si omologhi alla palude culturale italica e cattolica, dove tutto cambia per non cambiare nulla.

2 giugno 2053, Nostrodomine

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Corre l'anno 2030... Venezia affonda... 

27/10/2016

I tunnel dell’Italia infame

Ci abbiamo fatto l'abitudine e non ci riflettiamo nemmeno più. Arrestano un po' di imprenditori, qualche funzionario pubblico, leggiamo di corruzione e di escort come cadeau per facilitare un appalto o la chiusura di entrambi gli occhi sul “cemento come un colla”. Tutto già visto, tutto metabolizzato e dimenticato nel giro di tre giorni. È da quelle parti che si ride quando c'è un terremoto, perché di sicuro fioccheranno appalti pubblici senza troppi controlli. Anzi, mai come in questo caso il terremoto è utile anche a far scivolare rapidamente via dalle prime pagine 35 arresti più o meno eccellenti.

E invece no. Questa inchiesta che ha portato in galera o nei pressi funzionari pubblici, figli di papà famosi, imprenditori vicini alla 'ndrangheta – esattamente come quella sull'Expo milanese, di cui sono sono state pubblicate le intercettazioni (solo sul giornale di Travaglio, pare) – è uno spaccato del potere che governa realmente questo paese. Anche in barba alle prescrizioni e ai controlli dell'Unione Europea. Comunque incontrando un grado di tolleranza molto alto (più dello 0,1%, insomma...).

È necessario non farsi distrarre dalle narrazioni che piovono da Palazzo Chigi o dai diversi scranni istituzionali. Qualsiasi governo del dopoguerra è stato impastato direttamente con questi interessi e questi personaggi. Anche dal punto di vista strettamente capitalistico, questo blocco di interessi rappresenta plasticamente l'“anomalia italiana”.

Che è poi la faccia impresentabile dell'inconsistenza dell'imprenditoria italiota a paragone del grande capitale multinazionale. Un'imprenditoria da appaltisti e “bollettari”, che riesce a vedere un guadagno (non il “profitto”, ma la semplice plusvalenza) solo a ricasco dei finanziamenti pubblici. Questo e non altro sono le grandi opere inutili e devastanti come il Tav, il Mose, l'Expo o le Olimpiadi (per ora forse, e fortunatamente, bloccate).

E' il micromondo in cui l'ex Ragioniere generale dello Stato (presunto cerbero addetto al controllo scrupoloso delle entrate e delle uscite) può passare in una notte alla presidenza di Infrastrutture spa o della Consap (Concessionaria dei servizi assicurativi pubblici) e in questa veste sponsorizzare e finanziare – con soldi pubblici, ovviamente – i lavori per il Terzo Valico. Opera che viene appaltata al consorzio Cociv (al 64% proprietà di Salini Impregilo), che naturalmente sceglie il figlio di Monorchio, ora arrestato, come direttore dei lavori.

È il micromondo in cui si fanno affari solo se si sta con un piede nel governo e l'altro in Confindustria, scivolando agevolmente da una compagine all'altra e viceversa.

Un micromondo dove ovviamente non c'è nulla da programmare, quanto a sviluppo economico del paese, nessuna strategia industriale da immaginare, ma solo spesa pubblica da gestire, escogitare, ungere, far approvare. Tanto questi vengono classificati come “investimenti”, e i tagli, quando verranno pretesi dagli organismi internazionali, si faranno solo su sanità, pensioni, istruzione, ricerca, ecc.

La coincidenza tra inchieste e terremoto mette in luce proprio lo scarto abissale tra bisogni generali e interessi privati di un ambiente politico-imprenditorial-mafioso.

Ne consegue che l'urgenza vera – quella di salvare vite umane e patrimonio artistico-culturale – sarebbe quella di mettere in sicurezza quel 70% di abitazioni senza garanzie. Un mare di microinterventi, dunque, a basso costo, alta intensità di lavoro (non si possono usare a questo scopo ruspe e talpe giganti, controllate da pochissimi uomini), basso tasso di profitto e alto livello di controllo (i proprietari stessi degli immobili, che si sincererebbero giorno dopo giorno di qualità e velocità dei lavori, nonché dei materiali usati).

Una bestemmia per le orecchie dei “consorziati” specialisti in grandi opere pubbliche. Che preferiscono di gran lunga lavori ciclopici senza controlli, fatti con materiali di scarto e alta intensità di macchinari, pattuglioni di polizia per reprimere eventuali resistenze locali, costi che lievitano di mese in mese con la certezza che lo Stato pagherà fino all'ultimo centesimo grazie a ministri, onorevoli, funzionari foraggiati in molti modi (dalla classica bustarella gonfia all'ancora più classica escort).

Questa Italia non sparirà neanche con la vittoria del NO al referendum del 4 dicembre. Mentre una catastrofica vittoria dei “sì” le consegnerebbe le chiavi per un dispotismo pressoché assoluto e il potere di schiacciare ogni opposizione sociale con molta più forza di quanta non ne sia stata usata fin qui nei confronti del movimento No Tav.

Per questo la vittoria del NO è solo una premessa, necessaria ma non sufficiente. Urge che un altro e ben più consistente blocco sociale prenda consistenza nel corso di questa battaglia, che lega questioni costituzionali e bisogni sociali, assetti istituzionali futuri e struttura dei diritti. Abbiamo iniziato a metterlo in moto il 21 e 22 ottobre. Si tratta di farlo diventare un soggetto centrale nella dialettica politica del prossimo futuro.

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Sarà anche un'anomalia italiana, personalmente, però,  trovo che il "il micromondo in cui si fanno affari solo se si sta con un piede nel governo e l'altro in Confindustria, scivolando agevolmente da una compagine all'altra e viceversa" abbia assonanze notevolissime con quell'industria multinazionale, in particolare finanziaria che da 30 anni almeno esprime la stragrande maggioranza della classe politica del mondo anglosassone e delle strutture dell'UE.

19/07/2016

Quella fatale attrazione della mafia per le grandi opere

L’ultima in ordine di tempo è l’operazione di polizia – nome in codice “Alchemia” – effettuata in Liguria, Calabria, Lazio e in altre regioni settentrionale con numerosi arresti e perquisizioni a carico di appartenenti alla cosche della n’drangheta Raso-Gullace-Albanese e Parrello Gagliostro. Gli arrestati sono stati indagati per i reati di concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione, intestazione fittizia di beni e società. Un particolare niente affatto irrilevante è che allo scopo di agevolare l’inizio dei lavori del terzo Valico, le cosche mafiose hanno anche sostenuto il movimento “Si Tav”. Sono stati accertati intensi rapporti tra le imprese legate alla cosca “Raso-Gullace-Albanese” con gli amministratori di alcuni comuni liguri interessati dal Terzo Valico della Tav. I comuni pagavano per la fornitura di servizi in materiale ambientale.

L’inchiesta ha rivelato che la fitta rete di sub-appalti per la realizzazione dell’infrastruttura ferroviaria del cosiddetto “Terzo valico” era nelle mani della ‘ndrangheta. Nel corso delle indagini, coordinate dalla Procura di Reggio Calabria, sono stati accertati stabili collegamenti con le famiglie di origine da parte di esponenti dell’organizzazione mafiosa in Liguria, attivi nell’edilizia e nel movimento terra. Anche in questo caso sono emersi contatti con politici locali, regionali e nazionali, nonché con funzionari dell’Agenzia delle Entrate e della Commissione provinciale tributaria di Reggio Calabria, volti a condizionare il loro operato con reciproco vantaggio. Tra i politici coinvolti spicca il senatore Antonio Caridi (Gal), per il quale venerdì scorso la Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria ha avanzato al Parlamento la richiesta d’arresto nell’ambito dell’inchiesta denominata Mammasantissima, che ha svelato parte della cupola che governa la ‘ndrangheta e ampi settori dell’economia e della politica. I clan della Piana di Gioia Tauro (Reggio Calabria) sarebbero stati in contatto anche con il deputato di Lamezia Terme (Catanzaro) Giuseppe Galati (Ala). Per lui la Direzione Antimafia aveva sollecitato un provvedimento cautelare, ma la richiesta è stata bocciata dal Gip di Reggio Calabria.

Pochi giorni fa era stato il turno dell’Expo di Milano, in cui inchiesta e arresti sono scattati però dopo e non prima delle elezioni comunali che hanno visto prevalere come sindaco Sala, ex presidente proprio dell’Expo. In questo caso però era la mafia siciliana ad aver messo le mani sugli appalti della Fiera e sulla costruzione di alcuni padiglioni di Expo. Dal 2013 a oggi sull’Expo c’è stato un giro di appalti per 20 milioni di euro. Dietro le preziose rifiniture in legno del padiglione della Francia e gli stand di Qatar, Guinea Equatoriale, Camerun e Costa d’Avorio, così come per la passerella usata per l’Expo secondo i magistrati milanesi c’era la mafia. Un’indagine della Dia milanese ha portato la Guardia di Finanza ad arrestare 11 persone (7 in carcere e 4 ai domiciliari). Le accuse sono di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati tributari, riciclaggio e all’appropriazione indebita, tutti aggravati dalla finalità di favorire il clan siciliano dei Pietraperzia.

C’è poi il caso clamoroso della Tav in Val di Susa in cui per anni è stato difficilissimo “sensibilizzare” autorità, procura torinese e politica al tema delle infiltrazioni mafiose nei cantieri dell’alta velocità. L’ordine di priorità della realizzazione dell’infrastruttura più costosa, inutile e devastante degli ultimi anni, era quello di procedere, anche a costo di occupare militarmente la Val di Susa e di arrestare, processare, restringere la libertà a centinaia di attivisti No Tav. L’ordinanza cautelare nell’operazione San Michele, (aprile 2014) fa emergere che, nonostante l’allora applicabilità del codice antimafia, nessun controllo era stato eseguito.

Il provvedimento di misura cautelare ha accertato la presenza della società Toro S.r.l. all’interno del cantiere di Chiomonte, accertando, altresì, che il legale rappresentante, Giovanni Toro, era personaggio legato alla ’ndrangheta calabrese. Ebbene Giovanni Toro – poi arrestato – era presente all’interno del cantiere più sorvegliato d’Italia, sotto gli occhi della Polizia di Stato, della Questura e del Prefetto di Torino. Un rapporto della Commissione Europea segnalava come “secondo gli studi, l’alta velocità in Italia è costata 47,3 milioni di euro al chilometro nel tratto Roma-Napoli, 74 milioni di euro tra Torino e Novara, 79,5 milioni di euro tra Novara e Milano e 96,4 milioni di euro tra Bologna e Firenze, contro gli appena 10,2 milioni di euro al chilometro della Parigi-Lione, i 9,8 milioni di euro della Madrid-Siviglia e i 9,3 milioni di euro della Tokyo-Osaka. In totale il costo medio dell’alta velocità in Italia è stimato a 61 milioni di euro al chilometro 75. Queste differenze di costo, di per sé poco probanti, possono rivelarsi però una spia, da verificare alla luce di altri indicatori, di un’eventuale cattiva gestione o di irregolarità delle gare per gli appalti pubblici”.

Tanto per non dimenticare nulla, è bene ricordare l’azienda Italcoge finita nell’inchiesta sulle infiltrazioni mafiose nella Tav e che il simbolino della azienda Italcoge era ben visibile sulla ruspa che, scortata dalla polizia, buttava giù il cancello del presidio No Tav in Val di Susa. E che era un dipendente della Italcoge dal 2007 quel Bruno Iaria, condannato in via definitiva il 23 febbraio scorso come capo della locale della ‘ndrangheta di Courgné.

Infine guardiamo a oriente. Al Mose che dovrebbe “salvaguardare” Venezia dall’acqua alta (cosa che è riuscita a fare da sola per secoli). Era noto come “l’uomo delle cerniere del Mose”, quel Mauro Scaramuzza, amministratore delegato della Fip di Padova, arrestato ieri dai carabinieri assieme a Gioacchino Francesco La Rocca, figlio del capomafia “Ciccio” La Rocca, nell’ambito dell’inchiesta per la cosiddetta “variante Caltagirone”. Un “uomo cerniera” in tutti i sensi, considerato che se la ricostruzione della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Catania sarà confermata, Scaramuzza faceva da cardine tra gli interessi delle cosche mafiose siciliane e quelli delle grandi imprese di costruzioni “pulite” del Nord.

Insomma quella tra 'ndrangheta, mafia e grandi opere sembra essere una vera e propria attrazione fatale. I maligni dicono che l’attrazione sia nata nel 1993, durante quella trattativa stato-mafia che, in cambio della cessazione degli attentati e la testa di Riina prima e Provenzano poi, consentì alla mafia di dismettere i panni dei feroci killer per assumere quella dei colletti bianchi e approfittare della strada che gli era stata spianata per entrare nel “giro grosso” degli appalti, quello che portava al Nord e alle grandi opere infrastrutturali. Nella Capitale si sente parlare di Olimpiadi nella zona di Tor Vergata, dello stadio della Roma (e relativo insediamento edilizio intorno allo stadio) nella zona di Tor di Valle, di autostrada Roma-Latina con i primi cantieri che dovrebbero partire dalla zona Pontina. Una grattatina un po’ più sotto la superficie sarebbe gradita. Non vorremmo che, come nel caso della Tav, dell’Expo, del Mose etc. le denunce sulle infiltrazioni mafiose venissero fuori “a babbo morto”, cioè a lavori più che avviati o magari già conclusi.

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11/04/2015

Project financing, il buco segreto da 200 miliardi nei conti pubblici

Malato terminale. Esempio di ospedale costruito con il project financing. Esaurita la funzione di far guadagnare i suoi finanziatori, sarà «dismesso»? Non solo corruzione. Dietro gli appalti di Ischia, anche la pratica dei contratti stipulati dagli enti locali o dalle Asl che arricchiscono i privati a spese nostre

di Giorgio Meletti - Il Fatto Quotidiano, 8 aprile 2015

La prima impressione è che il gas di Ischia costi più del vino di D’Alema. Dando un’occhiata ai bilanci della Cpl Concordia, sotto inchiesta per presunte pratiche di corruzione, s'intuisce un chiaro movente. Nel 2013 la cooperativa ha fatturato 415 milioni di euro e ha conseguito un utile netto consolidato di 4,5 milioni di euro. La sua controllata Ischia Gas, microscopica società di distribuzione dell’isola, ha conseguito un utile netto di 1,6 milioni (un terzo di tutto il gruppo) dando il gas a 1800 utenti e trasportandone 1,9 milioni di metri cubi. In pratica un utile netto di circa 80 centesimi a metro cubo, che è all’incirca il prezzo di mercato del metano.

I MAGISTRATI NAPOLETANI ci spiegheranno, se riusciranno a provarli, i meccanismi della corruzione, ma sarebbe anche utile che si addentrassero nella ricetta della vera pozione miracolosa di casi come Ischia: il project financing. Questo sistema è il vero cancro nascosto della finanza pubblica. Con o senza corruzione sta scavando una voragine nelle casse dello Stato.

Pochi giorni fa l’Autorità Anticorruzione di Raffaele Cantone ha chiesto alla Asl 3 di Nuoro i documenti sul contratto di project financing per la costruzione del nuovo ospedale, dove multinazionali dai nomi altisonanti (accompagnate dall’immancabile cooperativa rossa) si sono presentate a catturare il lucroso affare. Il Fatto ha già raccontato la storia due anni fa. A Nuoro, per investire 45 milioni sull’ospedale, non potendo accedere a mutui perché i conti della Asl non lo consentivano, hanno fatto il mitico project: il privato ci mette il capitale e viene ripagato con un sontuoso affitto della nuova struttura, più vari contratti per servizi ospedalieri non sanitari (pulizia, sorveglianza etc.). Il tutto per la durata di 28 anni. Non avendo potuto fare un mutuo da 45 milioni la Asl si è impegnata a dare ai privati circa 800 milioni in tutto, violando non solo il buon senso ma anche le norme europee secondo cui gli appalti dei servizi non possono durare più di tre-cinque anni. L’Italia è ormai piena di operazioni del genere, il vero bengodi di costruttori e società di servizi.

È un calcolo complicato da fare, perché ormai ciascuna Asl e ciascuno dei quasi novemila comuni, hanno scoperto il giochetto ed è difficile raccogliere tutti i dati. Un solo esempio. L’ospedale Sant’Orsola di Bologna ha bandito nel 2010 una gara per la costruzione della cosiddetta centrale tecnologica. Ha vinto la Manutencoop, gigante delle coop rosse, guidata da trent’anni dal pluriindagato Claudio Levorato. Ma un altro manager rosso, Roberto Casari (foto sotto) della Cpl Concordia, oggi agli arresti per la vicenda Ischia, si è talmente arrabbiato per essere arrivato secondo da presentare un esposto alla procura di Bologna.

La pm Rossella Poggioli ha così scoperto che la centrale tecnologica ha un costo di 30 milioni, che il bando di gara indicava un valore dell’appalto di circa 6 milioni (perché il resto del costo è coperto da capitali privati), ma che alla fine il contratto vinto da Levorato vale circa 400 milioni, perché comprende forniture di servizi vari per 25 anni.

Trattandosi di contratti per la fornitura dei servizi non risultano né tra gli investimenti né tra i debiti. Praticamente non lasciano traccia nei bilanci pubblici. Ma la stima prudente degli addetti ai lavori indica un indebitamento implicito, sotterraneo o nascosto di circa 200 miliardi di euro. Si tratterebbe del 10 per cento in più rispetto al dato ufficiale del debito italiano.

UNA COLTRE DI SILENZIO COPRE il fenomeno, e si capisce perché: i ras politici hanno trovato il modo di tagliare nastri alla faccia delle ristrettezze finanziarie degli enti locali. Ogni tanto si scopre quasi per caso un brandello di verità. Quando nel Veneto fu arrestato Piergiorgio Baita, capo della Mantovani e quindi dominus del Mose di Venezia, e noto come «mago del project», tutta la regione andò nel panico, temendo uno stop traumatico ai numerosi project financing in corso. A parte una serie di strade e autostrade modello «classico» Brebemi (i privati anticipano il capitale poi se il traffico è inferiore alle attese lo Stato paga la differenza), si scoprì che in project financing si stavano costruendo anche l’ospedale di Padova e il tribunale di Rovigo.

Ora sarà lecito chiedersi che senso ha il modello dell’investimento privato su un tribunale: qual è il rischio di mercato? L’opera viene ripagata da appositi pedaggi o con multe comminate ai condannati? O anche l’innocente deve pagare qualcosa per il disturbo? Niente di tutto ciò ovviamente: sarà la pubblica amministrazione a pagare un canone di affitto a lungo termine al costruttore. Così l’edificio costerà ai contribuenti molto più che chiedere un mutuo in banca. Solo che con il project nessuno vede niente. La nuova sede del comune di Bologna è stata fatta in project financing: qualcuno l’ha costruita e il Comune si è impegnato a pagare un affitto di 9,5 milioni l’anno per 28 anni. L’opera è costata 70 milioni, il Comune apparentemente non ha investito un euro, il patto di stabilità è rispettato, ma di fatto al contribuente è stato accollato un debito di oltre 250 milioni che sarà pagato dai figli del geniale sindaco che ha fatto il contratto.

L’allora governatore del Veneto, Giancarlo Galan, poi arrestato per il Mose, teorizzava nel 2010: «L’alternativa non è fare un ospedale con i soldi pubblici o farlo con i soldi dei privati. Perché la prima possibilità non è data. Se non ci fossero stati i capitali privati, a Mestre non ci sarebbe un nuovo ospedale». Invece Mestre ha il nuovo ospedale. Che bello. I conti andò a farli Mariano Maugeri del Sole 24 Ore, scoprendo che è costato 140 milioni di euro a chi l’ha costruito, che ha messo 20 milioni suoi e 120 presi in banca, e ha avuto indietro dalla regione dell’astuto Galan il capitale più 280 milioni di interessi più contratti di forniture per 1,2 miliardi in 24 anni. I conti sono presto fatti: grazie al project financing un ospedale può costare fino a dieci e anche venti volte il valore dell’opera edificata.

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05/06/2014

Mose e arresti, tra spartizione e competizione


Corruzione, concussione, riciclaggio, finanziamento illecito. Non sono reati nuovi in questo periodo in Italia, ne tantomeno fa scandalo che i coinvolti siano esponenti politici di spicco, dirigenti della Guardia di Finanza, commercialisti e grandi imprenditori dell’industria del mattone.

L’inchiesta sugli appalti per il Mose, il grande sistema di dighe che anziché difendere Venezia dall’acqua alta contribuirà a distruggerne la costa, è arrivata ieri al giro di boa. Lo scorso febbraio la procura aveva arrestato Govanni Mazzacurati, ai vertici del Consorzio Venezia Nuova (CVN, concessionario unico per la costruzione del Mose), e di Giorgio Baita, ex amministratore delegato della Mantovani, principale ditta appaltatrice dei lavori. La Mantovani, ben nota impresa di costruzione padovana, si sta oggi assicurando la maggior parte degli appalti sull’Expo 2015, lasciati liberi dall’esclusa Manutencoop, dopo lo scandalo scoppiato poco prima delle scorse elezioni europee. All’epoca i dirigenti erano stati poi liberati, in cambio dell’arresto di un consigliere del CVN e di 4 imprenditori minori ad esso legati. Si potrebbe dire che Renzi sia stato un po’ troppo disattento, quando in campagna elettorale sbandierava lo slogan “Fermiamo la corruzione, non l’Expo”, ma i fatti e la realtà parlano da soli, anche senza polemiche.

35 arresti, un centinaio di indagati, 25 milioni di sovrafatturazione e 40 milioni sequestrati agli indagati (ad oggi). Mazzette a cascata, corruzione, asservimento totale dell’amministrazione pubblica all’interesse privato.

La procura non fa torti a nessuno, colpendo a destra e a “sinistra”. Tra gli indagati, agli arresti l’assessore regionale alle infrastrutture, Renato Chisso (Forza Italia), ai domiciliari il sindaco di Venezia Giorgio Orsini (PD), provvedimento cautelare per Giancarlo Galan, ex presidente della Regione Veneto ed ex-ministo dell’Agricoltura nell’ultimo governo Berlusconi. Se i nomi non bastano aggiungiamo l’ex generale della Guardia di Finanza Vincenzo Spazianti, alcuni dirigenti della magistratura delle acque e nuovamente del Consorzio Venezia Nuova.

“All’ex ministro Galan uno stipendio di un milione di euro l’anno più altri due milioni una tantum per le autorizzazioni,(…) al sindaco di Venezia Giorgio Orsini 560mila euro per la campagna elettorale, (…) e poi mezzo milione di euro per “il consigliere politico di Tremonti” Marco Milanese perché facesse arrivare i finanziamenti”. “Ciascuno di essi, per anni e anni, ha asservito totalmente l'ufficio pubblico che avrebbe dovuto tutelare, agli interessi del gruppo economico criminale, lucrando una serie impressionate di benefici personali di svariato genere”, scrive il Gip di Venezia nell'ordinanza. Un connubio tra pubblico, privato e forze dell’ordine di vigilanza, che poco lascia al caso.

Niente male per un Paese in crisi che con Matteo Renzi spera di conquistare le grazie della Merkel e intanto incantarci ancora un po’ con la storia del rinnovamento, della modernizzazione. Per ora, tutto ciò che ci è dato vedere, è l’avvio di una maxi operazione di pulizia, che colpisce qua e la gridando allo scandalo. Ma c'è d'aspettarsi qualche altro colpo di scena in futuro forse, perché quando la prima polvere sarà stata spazzata via, la lotta per la spartizione porterà, forse, nuove sorprese. Se è vero che Renzi è riuscito a sedare per un po’ le lotte interne tra i vari gruppi della borghesia italiana, sarà da vedere chi ne emergerà vincitore nel nuovo scenario europeo, e chi invece sarà sacrificato.

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Anche gli scandali rafforzano il nuovo regime

Non tutti gli scandali vengono per nuocere. Anzi...

E' la triste lezione della Tangentopoli numero uno, oltre venti anni fa. Il terremoto politico innescato da una banale mazzetta in un Pio Albergo Trivulzio qualsiasi sfociò, al termine di due anni convulsi come pochi, nella consegna del potere nelle mani del re dei corruttori. Anche Tomasi di Lampedusa sarebbe rimasto sorpreso dell'abilità dei gattopardi contemporanei...

Gli arresti per il Mose di Venezia arrivano a pochi giorni di distanza da quelli per l'Expo 2015 a Milano. Testimoniano entrambi del fatto che classe politica (vecchia e nuova, di area Pd o destrorsa, indissolubilmente legati in un abbraccio che soffoca ogni possibile futuro) e imprenditori sono edificatori solidali di un sistema corruttivo senza alternative. Siamo in un micromondo dove il capitalismo non è mai davvero arrivato e prevalgono ancora le logiche della cosca rispetto a quelle dell'imprenditorialità. Non che queste siano "migliori". Semplicemente corrisponderebbero più precisamente al contesto - "i mercati" - entro cui anche questo paese risulta inserito.

Il governo Renzi rappresenta forse l'ultimo tentativo, col pieno sostegno dell'Unione Europea e della Troika, di trasformare la governance di questo paese mettendo al centro l'impresa tout court, senza più quel groviglio di interessi intrecciati tra amministrazione pubblica corrotta, impresa fuori mercato ma corruttrice e quindi sopravvivente solo grazie agli appalti pubblici, malavita organizzata e cecità generale (a cominciare dai sindacati confederali per arrivare alla Guardia di Finanza). Una governance "europea", invece che sanfedista.

Per questo, dunque, gli scandali recenti possono essere gestiti al meglio, come "il passato che non vuol passare", come la "vecchia politica" che va "rottamata" creando nuovi poteri e nuove regole. E un regime centralizzatissimo contro cui nessuno si deve poter illudere di continuare ad agire come prima.

La reazione alla raffica di arresti è stata dunque scontata: un'accelerazione sul ddl "anticorruzione", per dare immediatamente tutti i poteri operativi necessari al "grande commissario", all'uomo solo al comando, per il momento incarnato dal magistrato anti-camorra Raffaele Cantone. Un personaggio al di sopra di ogni sospetto, con una carriera cristallina alle spalle. Un nuovo Di Pietro, simile a quell'icona prima dell'ingresso "in politica".

Il problema centrale per il governo è infatti quello di dare seguito alle "grandi opere", non ripensarne l'utilità o "necessità". Soprattutto per quanto riguarda l'Expo, elevato ormai a "vetrina" della ritrovata verve italiana davanti al mondo.

Di fatto, si tratta di una torsione centralizzatrice perfettamente coerente con l'orizzonte istituzionale del nuovo governo. Naturalmente "motivata" con nobili intenzioni, ma generante un potere incontrollabile. Non osiamo pensare a cosa potrebbe accadere se al posto di Cantone, un futuro governo (o anche questo) dovesse piazzare un più disinvolto referente delle lobby dei grandi appalti...

Una torsione evidente da mille dettagli. Si può forse credere che lo "tsunami di sgomberi" delle occupazioni di immobili, attivato in tutta Italia nelle ultime due settimane, sia una pura coincidenza temporale di autonome iniziative delle questure locali? Chiaro che no.

Una prova addirittura solare è nella querelle sul proclamato sciopero della Rai. Dichiarato velocemente "illegittimo" - a causa della quasi coincidenza con lo sciopero nei servizi pubblici proclamato da Usb - ha "animato" reazioni mediatiche generali pro e contro il governo. Ma quando Usb si è fatta sentire per invitare i lavoratori Rai ad unirsi allo sciopero del 19, invece che insistere sulla data del 21, è improvvisamente calata una cortina di silenzio generale. Che non si può non definire "complice".

La costruzione di un  regime implica davvero un "cambio di passo". Non solo una nuova retorica e un nuovo immaginario, ma un campo di valori completamente diverso e soprattutto una centralizzazione assai più ferrea. La priorità programmatica resta naturalmente quella chiesta dall'Unione Europea e dalle imprese: liquefare il mercato del lavoro, in modo da consegnare alle imprese lavoratori spogliati di diritti e forza contrattuale, soli e senza collegamenti solidali. Ma per far passare questo programma con il minimo di conflittualità possibile vanno benissimo - anzi: servono come il pane - scandali che facciano vedere ex potenti, politici, amministratori e imprenditori felloni varcare le porte delle galere.

Un lavacro pubblico che dovrebbe consegnare alla "nuova classe politica" le chiavi dello Stato per almeno un paio di decenni a venire. Per portare a termine le "grandi opere", tutto sommato, si stanno già facendo avanti altri imprenditori. Si cambiano le facce e persino il gioco. Ma non di molto.

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04/06/2014

Corruzione totale. Azzerata la classe dirigente di Venezia

Ammazza, che rinnovamento! Il Veneto è passato armi e bagagli da Berlusconi (e la Lega) a Renzi, portandosi dietro qualche "piccolo" strascico. Corruzione ambientale generalizzata, incentrata soprattutto sui lavori del Mose, il contestato (dalla popolazione) sistema di dighe mobili che - immaginato per risolvere il problema dell'"acqua alta" - rischia di destabilizzare per sempre il complesso sistema della laguna veneziana.

Il sindaco del capoluogo Giorgio Orsoni, eletto nel 2010 nelle liste del cosiddetto centrosinistra, battendo nientepopodimeno che Renato Brunetta, è stato arrestato nell'inchiesta per corruzione, concussione e riciclaggio, della Procura di Venezia. L'indagine era partita mettendo sotto la lente l'attività di Giorgio Baita, ex amministratore delegato della Mantovani, in specifico per quanto riguarda gli appalti per il Mose.

Insieme a lui è finito dentro anche l'assessore regionale alle Infrastrutture, Renato Chisso, vero girovago della politica locale, nato nell'entourage di Gianni De Michelis e finito (nelle ultime elezioni) in Forza Italia. 

Ma l'operazione nel suo complesso appare davvero estesa: sono finite in manette 35 persone, mentre gli indagati  sarebbero un altro centinaio.
Ma il nome eccellente è quello di Giancarlo Galan, ex presidente della Regione, ex ministro berlusconiano, oggi senatore. Naturalmente non è stato arrestato, ma è stata presentata la richiesta di prammatica presso gli uffici del Senato.

In carcere anche il consigliere regionale del Pd, Giampiero Marchese, gli imprenditori Franco Morbiolo e Roberto Meneguzzo, nonché il generale in pensione Emilio Spaziante. Un quadretto quasi idilliaco, che dimostra come "il sistema" corruttivo non lasci fuori praticamente nessuno che conti qualcosa. Una mazzetta a te, una a me, una a lui che così sta zitto. Ammazza, che rinnovamento!

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13/07/2013

Venezia. Gli arresti per il Mose visti da Venezia

Mose, appalti 'distorti' e fatture false. Arrestato l'ex presidente Mazzacurati. Operazione della Finanza. E' bufera sulla società che si occupa delle dighe mobili di Venezia, in manette anche il consigliere Savioli.


VENEZIA - Appalti «distorti» in favore di alcune imprese «amiche» e fatture false: 14 arresti e più di cento indagati. Scoppia la bufera sul Consorzio Venezia Nuova, la società che si occupa della costruzione delle dighe mobili di Venezia per difenderla dalle alte maree. Oltre 500 militari delle Fiamme gialle stanno operando, tra arresti e perquisizioni, tra il Veneto, la Lombardia, il Friuli Venezia Giulia, l'Emilia Romagna, la Toscana, il Lazio e la Campania. La principale accusa nei confronti degli indagati è turbativa d'asta. Tra gli arrestati figura anche l'ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati.

Sono circa 100 le persone indagate nell'indagine del Nucleo di polizia Giudiziaria di Venezia che ha eseguito, stamane, 14 provvedimenti restrittivi che hanno coinvolto il vertice del Consorzio Venezia Nuova e altre società consorziate, impegnate nei lavori di costruzione del Mose. Sono sette gli arresti domiciliari e altri sette gli obblighi di dimora notificati nelle 140 perquisizioni in corso da parte dei finanzieri. Tra gli arrestati, come detto, Giovanni Mazzacurati, già Presidente e Direttore Generale del Consorzio Venezia Nuova, dimessosi lo scorso 28 giugno, e Pio Savioli, Consigliere del Consorzio Venezia Nuova. Le accuse, secondo quanto si è appreso, sono fatture false (che ammonterebbero a sei milioni di euro) e appalti «distorti».

Agli arresti domiciliari anche Federico Sutto, dipendente del Consorzio Venezia Nuova; Roberto Boscolo Anzoletti, rappresentante legale della Lavori Marittimi e Dragaggi Spa; Mario Boscolo Bacheto, amministratore di fatto della Cooperativa San Martino; Stefano Boscolo Bacheto, amministratore di fatto della Cooperativa San Martino; e Gianfranco Boscolo Contadin (detto Flavio), direttore tecnico della Nuova Co.ed.mar.

Sono stati invece destinatari dell'obbligo di dimora Valentina Boscolo Zemello, rappresentante legale della Zeta Srl; Antonio Scuttari, rappresentante legale della Clodiense Opere Marittime; Carlo Tiozzo Brasiola, rappresentante legale della Somit Srl; Luciano Boscolo Cucco, rappresentante legale de La Dragaggi Srl; Dimitri Tiozzo, rappresentante legale della Tiozzo Gianfranco Srl; Juri Barbugian, rappresentante legale della Nautilus Srl; Erminio Boscolo Menela, rappresentante legale della Boscolo Sergio Menela e Figli Srl.

Le indagini della Guardia di Finanza di Venezia avrebbero fatto emergere un ruolo dominante e discrezionale del Consorzio Venezia Nuova - in primis, dell'allora presidente Giovanni Mazzacurati - nella gestione dei lavori del Mose e di tutte le opere ad esso correlate. Ruolo che avrebbe permesso di agevolare alcune imprese a scapito di altre; e ciò grazie ad assegnazioni di lavori «fuori quota», i quali esulano dai principi del cosiddetto «prezzo chiuso» e delle assegnazioni in relazione alle rispettive quote di spettanza. I finanzieri hanno così individuato il ruolo centrale, nel meccanismo della presunta distorsione del regolare andamento degli appalti, dell'ex presidente Mazzacurati. Secondo l'accusa, predeterminava la spartizione delle gare allo scopo di garantire il monopolio di alcune imprese sul territorio veneto, di «tacitare» i gruppi economici minori con il danaro pubblico proveniente da altre pubbliche amministrazioni e quindi di conservare a favore delle imprese «maggiori» il fiume di danaro pubblico destinato al Consorzio Venezia Nuova. Le indagini delle fiamme gialle lagunari, coordinate dal colonnello Renzo Nisi, sono infatti iniziate da una verifica fiscale svolta nei confronti della Cooperativa San Martino di Chioggia.

I finanzieri hanno così accertato l'utilizzo di una società austriaca, mediante la quale veniva fatto lievitare in modo fittizio il costo di acquisto delle palancole e dei sassi da annegamento provenienti da una società croata, così da creare in Austria dei «fondi neri» a disposizione dei referenti della cooperativa, arrestati stamani.

* Articolo pervenuto grazie al Cobas Lavoro Privato di Venezia

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