Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
24/11/2025
Italia - Elezioni regionali. Astensione record e continuità di potere
Tre regioni molto popolate hanno dato tutte un riscontro unanime, indipendentemente dalla collocazione meridionale o settentrionale: meno del 50%, con un aumento medio dell’astensionismo che supera il 14% rispetto a cinque anni fa.
Domani, a risultati definitivi, daremo un giudizio politico più articolato, tenendo conto della distribuzione del voto tra i vari partiti. Per noi, come sapete, ha molta importanza il risultato delle minicoalizioni guidate da Potere al Popolo in Puglia e Campania, anche con prospettive profondamente diverse per ragioni “legali”.
In Campania la soglia di sbarramento è fissata al 2,5% e dai primi “instant poll” non risulta impossibile, mentre in Puglia è all’8% ed era data per irraggiungibile già dagli stessi militanti che si sono spesi in questa corsa, perché l’obiettivo era, e sarà far crescere un’alternativa radicale ed indipendente dal “mondo politico” mainstream.
In Venete non era stata presentata nessuna lista, perché la presenza organizzata non è ancora sufficiente a provare un test di questo impegno (tra raccolta delle firme e capacità di attraversare il territorio con continuità).
Alle ore 16, comunque i dati forniti dagli istituti di rilevazione (ancora non c’è una sola sezione che abbia completato lo scrutinio e comunicati i risultati) sono questi:
Puglia:
Antonio Decaro (“campo largo”) 64-68%
Luigi Lobuono (centrodestra) 30-34%
Altri 1,5 – 2,5%
Campania:
Roberto Fico (“campo largo”) 56-60%
Edmondo Cirielli (centrodestra) 36-40%
Altri 3-5%
Veneto:
Alberto Stefani (centrodestra) 58-62%
Giovanni Manildo (“campo largo”) 32-36%
Altri 5-7%
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14/07/2024
Autonomia differenziata. Oltre i Lep
Al riguardo della legge approvata in questi giorni si rileva però un tema che non appare al centro del dibattito ma che rappresenta probabilmente il “cuore” della vicenda: il riferimento è alle materie di cui le Regioni possono richiedere l’acquisizione di competenze nelle materie “No Lep”.
La regione Veneto ha così immediatamente avanzato richieste di maggiore autonomia nelle 9 materie “non Lep”, cioè quelle per le quali non è necessario che lo Stato stabilisca prima i Livelli essenziali di prestazione.
Fra queste oltre alla previdenza complementare, il coordinamento della finanza pubblica, le banche (Casse di Risparmio, Banche di credito rurale, ecc.) spicca la richiesta della piena competenza sul commercio estero e i rapporti con l’UE.
Il tema dei rapporti con l’estero è particolarmente delicato e specificatamente lo è ancora di più al riguardo del Veneto.
Il tessuto industriale veneto (come in parte quello lombardo) è composto da aziende di media/piccola dimensione nella generalità avanzate tecnologicamente e quasi completamente complementari e sussidiarie all’industria tedesca.
Per fare un esempio i 20,9 miliardi di merci che vengono esportate dal Veneto verso la Germania sono superiori ai 16 miliardi dell’export canadese.
Questo dato indica alcune questioni:
1) l’orientamento produttivo delle industrie venete è strettamente legato a quello delle industrie tedesche e in particolare alla Baviera e al Baden Wurttenberg. Se come pare la Germania deciderà di innalzare la propria quota di PIL riservata all’armamento è evidente che avremo aspetti di riconversione industriale che toccheranno l’insieme delle filiera di là e al di qua delle Alpi. Il Veneto (e la Lombardia) potrebbe così legarsi ad una economia di guerra indipendentemente dalle scelte generali del Paese;
2) il primo punto pone oggettivamente in discussione l’idea della programmazione economica a livello nazionale (e il rapporto con l’Europa) e di intervento pubblico in economia (mentre il governo procede a tentoni nel pieno della confusione come nel caso della cessione di ITA, delle acquisizioni in siderurgia e a cessioni improprie come nel caso della Rete Tim passata al fondo KKR in uno scenario inedito in Europa).
Questo tipo di analisi rafforza ulteriormente la necessità di combattere a fondo questo pericoloso stato di cose in atto cercando anche di far comprendere come si tratti di un tassello del cambiamento che la destra ha in programma sul tema del rapporto tra governo e democrazia.
Privatizzazione e autoritarismo nell’esercizio di un potere fondato sulla frammentazione dello Stato anche sul piano delle relazioni internazionali (negli aspetti che di più contano) così la destra intende saldare il quadro di modificazioni costituzionali: una direzione di marcia di variazione profonda del concetto di governabilità che dovrà essere fermato anche se a sinistra, nel passato più recente, ci si è mossi aprendo la strada con riforme portate avanti con il solo scopo di inseguire l’agenda dell’avversario (come fu nel caso della riforma del titolo V).
Il recupero dell’autonomia progettuale della sinistra in particolare rispetto al quadro europeo proprio sul punto governabilità/democrazia appare il primo passaggio decisivo per affrontare una situazione che si presenta molto difficile.
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02/07/2024
Il Veneto chiede l’autonomia su 9 materie non Lep: quelle che fanno comodo anche alla UE
Ieri Zaia ha dichiarato che la regione Veneto si è mossa per chiedere la ripresa delle trattative col governo su 9 delle 23 materie toccate dall’autonomia differenziata. Per capire a pieno il senso di questa richiesta, e non ridurla semplicemente al particolarismo veneto, bisogna fare un giro un po’ più lungo.
In un articolo uscito il 29 giugno su Contropiano, veniva riportato che, dati della Fondazione Gimbe, la migrazione sanitaria, ovvero lo spostarsi per accedere alle cure, presenta per il Nord un saldo positivo di 4,25 miliardi di euro. Quasi tutta questa somma finisce in Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia.
Stimola subito l’attenzione di chi segue un poco le vicende economiche del nostro paese il fatto che le tre regioni citate sono anche quelle che si sono integrate più strettamente nelle filiere continentali, seppur in posizione subordinata.
Sorge spontaneo dunque interrogarsi su quali prospettive apra la riforma da poco approvata nell’avanzamento della costruzione imperialistica europea. E poiché un suo elemento quasi costitutivo è stato il modello export oriented tedesco, ormai fallito ma tenuto in vita a forza, può essere utile partire da un dato su cui si è da poco soffermato anche Renato Brunetta.
In un articolo uscito il 22 giugno su Il Riformista, il presidente del CNEL ricorda che il 70% delle esportazioni italiane è prodotto nel Nord (dati ISTAT 2022 e 2023). A suo avviso, il Sud consuma le risorse accumulate dal commercio internazionale, che gli arrivano attraverso trasferimenti interni.
Uno schema che proviene direttamente dal miracolo economico, e dimentica tutte le complessità che anche semplicemente si sono accumulate in 60 anni di storia. Come se l’Italia fosse la stessa di quando avevamo l’IRI e la Cassa per il Mezzogiorno.
Uno schema direi da mercantilismo seicentesco, in cui la ricchezza è scritta nelle partite correnti dello stato e ignora i benefici di una equa redistribuzione del reddito. E ignora anche quei 4,25 miliardi di prestazioni sanitarie.
Non possono dunque che suscitare rabbia le parole di Brunetta, il quale afferma che “in generale le aree più produttive del Paese hanno contribuito a finanziare i territori più svantaggiati, ma il divario non è certo diminuito“. Di nuovo, Brunetta dimentica che in parte il divario era stato recuperato, finché c’è stata un po’ di pianificazione industriale pubblica.
Non c’è perciò una parola di critica verso l’evidente fallimento della classe dirigente dell’ultimo trentennio, cosa che dovrebbe seguire logicamente le sue parole.
Classe dirigente di cui ha fatto parte, prima come eurodeputato dal 1999 al 2008, e poi come deputato della Repubblica dal 2008 fino al 2022, ricoprendo per tre anni anche l’incarico di ministro.
Secondo Brunetta, “di fronte ad un Paese spaccato come una mela, non ha senso diagnosticare ricette uniformi sull’intero territorio nazionale“.
Peccato che l’autonomia differenziata non sia un indirizzo di sviluppo ponderato sulla base delle specificità locali, ma sia proprio la rinuncia a implementare una programmazione nazionale per lo sviluppo e la riduzione delle disuguaglianze.
Asimmetrie e distanze che verranno invece allargate dall’autonomia differenziata, nonostante i tanto discussi Livelli Essenziali delle Prestazioni. Tanto più se per definirli verrà usato il criterio della “spesa storica“, che cristallizza le distorsioni attuali.
I LEP, per essere concretamente determinati e garantiti su tutto il territorio nazionale, richiederebbero secondo alcuni parlamentari d’opposizione tra i 50 e i 100 miliardi di spesa aggiuntiva, quasi una ventina secondo le stime più caute.
Qui sorge allora un’altra questione. L’autonomia differenziata è quasi un punto di arrivo di un percorso che ormai ha già largamente devastato le strutture dello Stato per favorire la privato del pubblico in ogni suo servizio.
E allora a cosa serve questa riforma a questa classe dirigente europeista? Ed è davvero attuabile, visti i costi, a meno che non si vogliano creare dei LEP solo di facciata – cosa di certo non escludibile –?
Lo chiede chiaro e tondo Luca Bianco in un articolo su Huffington Post: “come si fa a finanziarli ora che l’Italia deve rispettare il nuovo Patto di Stabilità?” I vincoli di bilancio hanno causato lo smantellamento del pubblico, e ora però impediscono anche l’autonomia differenziata?
Ovviamente no, essendo una riforma completamente inserita nella logica di Bruxelles. Infatti, le materie di “legislazione concorrente” su cui le regioni potranno chiedere autonomia sono 23, ma il Comitato tecnico per l’individuazione dei LEP ha fatto una distinzione tra queste.
14 hanno implicazioni dirette coi LEP (tra cui la tutela della salute), 9 invece no. Queste ultime sono: i rapporti internazionali; il commercio con l’estero; le professioni; la protezione civile; la previdenza complementare; il coordinamento della finanza pubblica; le casse di risparmio regionali; gli enti di credito regionale; l’amministrazione della giustizia di pace.
Le prime due permetteranno accordi ad hoc delle regioni con Bruxelles. Previdenza complementare, coordinamento della finanza pubblica, casse di risparmio ed enti di credito regionali hanno un importante ruolo nella determinazione del quadro in cui si svolge l’attività imprenditoriale.
Che questa possibilità, di spacchettare le 23 materie, sia legalmente ammissibile, è ancora oggetto di dibattito. Persino dentro la maggioranza le opinioni non sono omogenee, ma Zaia ha deciso di forzare la mano, un po’ per rispondere al proprio elettorato, un po’ perché era sin dall’inizio il senso di fondo di questo progetto.
Il tema è che, al più, l’autonomia differenziata porta a compimento un percorso di smantellamento del ruolo dello stato e dei servizi essenziali cominciato con Maastricht e poi accelerato dalla riforma del Titolo V della Costituzione, fatta dal centrosinistra.
Quello che interessa davvero è accelerare sulla costruzione di filiere UE capaci di competere con altri grandi attori globali. Come andrà la mediazione col governo, vista anche la competizione interna tra le varie formazioni, non possiamo ancora saperlo, ma il percorso è quello e, come da sempre nella UE, è vincolato.
08/05/2024
I PFAS hanno avvelenato il Veneto e fatto aumentare la mortalità
C’erano state le inchieste di Report dell’ottobre 2016 e settembre 2017, lo studio dell’Ispra del giugno 2017 sulla concentrazione di inquinanti nella regione del Lago Maggiore e i risultati dell’indagine commissionata dal CNR. Poi, finalmente, nel 2018 il Consiglio dei Ministri aveva infine dichiarato lo stato di emergenza per i PFAS in Veneto e nominato un commissario.
Le sostanze perfluoroalchiliche (PFAS), o acidi perfluoroacrilici, sono una famiglia di composti chimici usati prevalentemente dall’industria.
Anni e anni di denunce hanno portato a quanto riscontrato dal gruppo di ricerca dell’Università di Padova coordinato dal professore Annibale Biggeri del dipartimento di Scienze cardio-toraco-vascolari e Sanità pubblica dell’Università di Padova, in collaborazione con il Registro tumori dell’Emilia-Romagna, il Servizio statistico dell’Istituto superiore di sanità e con il contributo di citizen science del gruppo Mamme No Pfas.
Lo studio denominato ‘All-cause, cardiovascular disease and cancer mortality in the population of a large Italian area contaminated by perfluoroalkyl and polyfluoroalkyl substances (1980–2018)’ è stato pubblicato su ‘Enviromental Health’.
“Per la prima volta – si legge in una nota – i dati forniti dimostrano formalmente un’associazione tra esposizione a Pfas e mortalità per malattie cardiovascolari, mettendo in evidenza anche la correlazione tra cancro del rene e cancro ai testicoli e Pfas nella popolazione veneta dell’area contaminata”.
“Nei 34 anni compresi tra il 1985, assunto come data di inizio della contaminazione delle acque, e il 2018, ultimo anno di disponibilità dei dati di mortalità causa – ha spiegato il professor Annibale Biggeri – nella popolazione residente dell’area Rossa abbiamo osservato 51.621 decessi contro 47.731 attesi. Si tratta – ha sottolineato – di un eccesso di 3.890 morti rispetto all’atteso, cioè di un morto in più ogni tre giorni. Abbiamo trovato prove di un aumento della mortalità per malattie cardiovascolari, in particolare malattie cardiache e cardiopatia ischemica, e malattie neoplastiche maligne, tra cui il cancro del rene e il cancro ai testicoli. Ed il trend è in crescita soprattutto tra i più giovani, dove abbiamo riscontrato un aumento della mortalità per tumori. Degno di nota anche il fatto che si riscontri un effetto protettivo nelle donne in età fertile, probabilmente dovuto al trasferimento di Pfas alla progenie”.
Fonte
22/02/2023
Le regioni più ricche sono quelle a maggiore rischio ambientale
A rivelarlo è un data base elaborato dalla società Xdi (Cross Dependency Initiative). L’analisi della Xdi dal titolo ‘Gross Domestic Climate Risk’ ha messo a confronto oltre 2.600 regioni (o altre entità substatali) di tutto il mondo in base alle proiezioni dei danni agli edifici e alle proprietà causati da eventi estremi individuando la vulnerabilità dei centri economici.
I rischi principali che causano danni nelle regioni prese in esame in Europa sono le inondazioni ed otto pericoli climatici estremi ossia caldo estremo, incendi boschivi, movimenti del suolo (legati alla siccità), vento estremo e congelamento.
Il confronto del rischio fisico in relazione al clima per il 2050 in Europa ha rilevato come siano la Bassa Sassonia in Germania, le Fiandre in Belgio, Krasnodar in Russia e Veneto, Lombardia, Emilia Romagna in Italia, le regioni europee ai primi posti in classifica delle regioni più a rischio del mondo in una top ten delle prime 100 regioni a rischio.
“Questi risultati sottolineano l’importanza di valutare il rischio climatico fisico nei mercati finanziari, compresi i mercati obbligazionari, data l’entità degli investimenti di capitale rappresentati dagli asset a rischio nelle regioni individuate, la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento globali e la necessità di informare gli investimenti sulla resilienza climatica”, ha dichiarato Rohan Hamden, Ceo di Xdi alla rivista economica Fortune, aggiungendo che “è fondamentale che le aziende, i governi e gli investitori comprendano le implicazioni finanziarie ed economiche del rischio climatico fisico e lo soppesino nel loro processo decisionale prima che i costi si aggravino oltre i limiti finanziari”.
Del resto che i cambiamenti climatici e le emergenze ambientali colpiscano più pesantemente le regioni più industrializzate emerge anche dai recenti dati sulla siccità. È il Nord infatti l’area più in sofferenza.
I dati dei grandi laghi sono peggiori di quelli del gennaio 2022, quando già la situazione era compromessa da mesi di mancanza di precipitazioni significative. La percentuale di riempimento del lago Maggiore è al 18%, il lago d’Iseo al 20,7%, il lago di Como al 23,5%, il lago di Garda al 36,4%. La situazione del manto nevoso getta poi un’ombra scura sul rischio siccità nel 2023.
Eppure più della metà delle risorse superficiali utilizzabili di tutto il paese si trovano proprio nell’Italia settentrionale, il 19% al centro, il 21% al sud e il 7% nelle isole maggiori.
Da alcune ricerche risulta poi che circa il 70% delle risorse sotterranee sia collocato nelle grandi pianure alluvionali del nord, mentre al sud le falde utilizzabili sono davvero poche, con l’eccezione di quella pugliese, con oltre 500 milioni di metri cubi all’anno.
Densità e alti consumi industriali e agricoltura intensiva in Val Padana potrebbero passare così da risorsa a maledizione.
Fonte
25/10/2020
La rivolta napoletana sconvolge l’immaginario veneto
Oggi pomeriggio l’edizione online de Il Gazzettino (storico giornale del veneto) se ne è uscita con un articolo sulla rivolta di Napoli che definire becero è dir poco.
Prima di tutto il titolo: «Napoli, scontri nella notte: condannati i due trentenni arrestati, avevano precedenti per droga».
Possiamo essere sicuri che se questi fantomatici precedenti per droga riguardassero qualcosa di più grave di una semplice canna, Il Gazzettino non avrebbe mancato di farcelo sapere.
Ma non per questo rinuncia al titolo ad effetto, in modo tale che il lettore distratto (cioè quello che legge solo i titoli, ovvero il 90% dei lettori) ricordi solo che questa rivolta ha qualcosa a che vedere con la malavita.
L’incipit dell’articolo poi è degno dell’oscar per la miglior mistificazione dell’anno: «Un migliaio di giovani a volto coperto sono scesi in strada».
Sì certamente con il volto coperto dalla mascherina chirurgica d’ordinanza, come da DPCM!
Ma non si può scrivere. Fosse mai che qualcuno potesse pensare che sono bravi ragazzi che ci tengono alla salute.
No, molto meglio quel “a volto coperto” che fa tanto anni ’70, oppure black bloc!
Ma fino a qui non c’è notizia. È dai tempi della DC che Il Gazzettino scrive articoli di questo tipo. Come tutti gli altri “grandi giornali italiani”, in questi giorni.
La notizia vera riguarda i commenti sulla pagina Facebook del quotidiano (www.facebook.com/gazzettino.).
Ora, chi non è avvezzo a frequentare la pagina FB de Il Gazzettino deve sapere che i commenti che vengono postati a centinaia sotto ogni articolo rappresentano lo Zaiastan profondo, quello che è così profondo che, di solito, è meglio non avventurarcisi.
«Roma ladrona», «terroni pelandroni», «immigrati tutti clandestini», «islamici assassini», «Zaia è il vero e unico profeta»... in questi commenti sembrano avere cittadinanza solo i luoghi comuni dell’immaginario leghista.
E invece questa volta no
Sotto questo articolo becero i commenti sono diversi. Lo specchio si è incrinato. L’immaginario leghista deve fare i conti con l’identità tra la situazione concreta vissuta in Campania e quella vissuta in Veneto.
Tatiana scrive «A tirar troppo la corda, alla fine si spezza». Simone invece «Chi semina vento raccoglie tempesta!». E Alessandro «Se portano la gente alla disperazione fame miseria cosa si aspettano una fiaccolata?». Per Samantha e per Cristina i manifestanti «Han fatto bene», e Enrico spera che «forse è l’inizio.»
Sui poliziotti che hanno denunciato di essere stati feriti Rita puntualizza che «potevano stare a casa così non gli facevano male». E Marco sottolinea che è «Comoda per le forze dell’ordine avere lo stipendio fisso ogni 27 del mese».
Non mancano le critiche all’articolo de Il Gazzettino. Gianni scrive «Vedete come funziona la propaganda? Due arrestati, fatalità avevano precedenti per droga, quindi chi protesta è sicuramente un delinquente che spaccia droga». E Davide aggiunge «La smettete col manipolare le notizie?? C’è stata una rivolta popolare contro il sistema e ce ne saranno ancora».
Ma soprattutto onore e gloria ai ribelli napoletani: Sabrina commenta «Applauso ai napoletani. Non “piegatevi” al “regime”». E Ime scrive un favoloso (per il contesto in cui risuona) «viva i terrun!»
Insomma sembra proprio che anche in Veneto ormai sia stia esaurendo l’illusione di avere un sistema economico più forte della pandemia e si diffonda invece la consapevolezza che NON andrà tutto bene. E che, forse, la soluzione potrebbe stare in una generalizzazione della rivolta napoletana.
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07/10/2020
Italia - Zaia va allo scontro sui poteri regionali. Cresce il rischio disgregazione
Era nell’aria e per molti versi era inevitabile. La competizione di poteri tra regioni e stato centrale si è impennata con le dichiarazioni del presidente del Veneto, Zaia, forte del plebiscito che lo ha rieletto e del progetto bipartisan sull’autonomia differenziata.
In una intervista al Corriere della Sera sulle nuove misure che il governo si appresta a varare per la prevenzione dei contagi da coronavirus, il messaggio inviato al governo Conte è chiaro: “Lo dico costruttivamente: il governo ha ancora spazio per camminare a fianco delle Regioni. Non perda questa occasione”. Ed ancora: “È anacronistico pensare a provvedimenti rigidi come i binari di un treno. Questo dirigismo è il segno manifesto di una sfiducia nelle Regioni. Spero sia un errore e che ci ripensino perché sarebbe grave se ci trovassimo ancora a questo punto”. Infine ha calato l’asso di bastoni sulla rivendicazione, strategica, dei poteri conferiti alle regioni: “Io non nego che serva una visione nazionale del problema pandemia. Però, ricordo che in tema di sanità le Regioni hanno una competenza quasi esclusiva. C’è ancora bisogno di ricordarlo?”.
Dobbiamo ammettere che la pandemia di Covid-19, rivelando proprio i danni della mancata centralizzazione sia delle misure d’emergenza sia di quello di contenimento, ha paradossalmente ringalluzzito la spinta regionalista e, nei fatti, secessionista, che è insita nel progetto di autonomia differenziata, la quale vorrebbe addirittura aumentare i poteri decisionali delle regioni e le materie su cui esercitarli.
Uno dei problemi è che su questo progetto – avventurista come lo fu nel 2001 la modifica del Titolo V della Costituzione voluta dal centro-sinistra – convergono anche i presidenti del o vicini al Pd.
Un altro segnale da cogliere è la crescita di peso concertativo e decisionale che è venuto assumendo un istituto come la Conferenza Stato-Regioni che in moltissimi casi bypassa la concertazione istituzionale prevista.
A rendere il tutto più competitivo e disgregante, adesso c’è anche la corsa ad accaparrarsi i fondi europei del Recovery Fund dove le regioni – ma anche le città metropolitane a sentire il sindaco renziano di Firenze, Nardella – vogliono avere più peso in capitolo sulla spartizione dei finanziamenti. E per farlo usano esattamente gli argomenti utilizzati da Zaia: “noi stiamo sui territori e noi decidiamo le priorità. Lo Stato si adegui”.
Non è superfluo rammentare come questo modello disgregante di governance, abbia radice, origine e ispiratori nei gruppi di potere dominanti nell’Unione Europea – in particolare quelli tedeschi – proprio per la sua natura di apparato di governabilità multilivello. Si ha la netta impressione che la gestione dei soldi del Recovery Fund tenderà ad accentuare questo processo.
Le ultime elezioni regionali, hanno dimostrato come si stia assistendo ad uno sganciamento crescente delle singole personalità dai contesti dei partiti di appartenenza, con una sorta di caudillismo all’italiana.
De Luca, Zaia, Toti, Bonaccini, Giani e lo stesso Emiliano, non si sentono parte di un progetto politico generale – sia esso il Pd, la Lega o Forza Italia – ma “governatori” dei territori che amministrano.
I risultanti sono devastanti da ogni punto di vista, soprattutto in presenza di emergenze sanitarie e tendenzialmente sociali, in cui ogni “caudillo” pensa di poter decidere sulla base del proprio consenso elettorale.
Nei mesi del lockdown abbiamo sottolineato più e più volte i danni del regionalismo nell’aver provocato il collasso della sanità pubblica ancora prima della pandemia di Covid-19. Abbiamo ritenuto che fosse l’occasione per una necessaria resa dei conti contro i gruppi di potere che hanno approfittato a man bassa proprio delle maggiori competenze regionali per fare montagne di soldi a discapito degli interessi collettivi.
Appare evidente che oggi una offensiva politica contro il regionalismo e l’autonomia differenziata, per rivendicare la centralità del pubblico e l’omogeneità degli interventi in modo ugualitario in tutto il paese si impone. Un ulteriore pericolo di disgregazione incombe e non aiuterà sicuramente la ricomposizione delle lotte e degli interessi popolari nel conflitto di classe.
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Ciò che l'articolo suggerisce ma non scrive, è che a sinistra, occorre ricostruire una base teorica sulla questione nazionale e rivendicarla tra compagni e nel "blocco sociale" cui si vorrebbe diventare riferimento.
08/06/2020
Veneto Connection
È ormai manifesta, in questa regione, l’integrazione tra interessi di frange dell’amministrazione, di molte Pmi, di figure professionali e della criminalità organizzata. La crescita esponenziale negli ultimi anni di reati quali riciclaggio, autoriciclaggio, estorsione e illeciti vari contro la pubblica amministrazione, con incrementi a due o tre cifre, attesta che la succitata integrazione è stata pienamente assimilata da una parte del tessuto economico del Nordest.
La vicenda scaligera non va quindi ascritta a fattori criminogeni occasionali, ma si inserisce in un contesto regionale fatto di zone grigie che nascono da interessi convergenti: un terreno di coltura ottimale per la criminalità organizzata.
Già nel 1994, la Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali similari manifestava crescente attenzione per la penetrazione diffusa della criminalità organizzata in territorio Veneto.
Evidentemente, la permeazione di tale fenomeno non ha incontrato molti ostacoli negli anni, se è vero che, in merito all’andamento della criminalità, nel 2019 “su base distrettuale [...] gli aumenti più consistenti in termini percentuali si sono registrati nelle notizie di reato in tema di criminalità organizzata (+32,00%), nei reati tributari (+31,69%), nei reati economici (comprensivi di falso in bilancio e bancarotte: +26,92%)”1.
L’operazione “Isola Scaligera” non è, quindi, un cataclisma episodico e improvviso, ma uno dei tanti tasselli di un sistema diffuso. A tal proposito, l’inchiesta che ha recentemente coinvolto il comune veneziano di Eraclea, fino a ipotizzarne lo scioglimento per mafia (ipotesi poi rigettata), è paradigmatica in quanto ha permesso di scoperchiare una trama complessa di relazioni e connivenze nella quale spiccava l’opera di mediazione di imprenditori e professionisti tra amministratori e cosche (a Eraclea operavano i Casalesi).
I fatti di Eraclea rappresentano la punta dell’iceberg di un tessuto economico altamente sviluppato e a intensa infiltrazione mafiosa, come dimostra la stagione di inchieste culminate nei maxi – processi veneti in corso.
Tornando a “Isola Scaligera”, la Direzione distrettuale antimafia di Venezia ha coordinato un’operazione che si è conclusa con provvedimenti di varia natura a carico di ventisei persone, sedici delle quali sono accusate di associazione mafiosa.
In realtà l’inchiesta coinvolge anche una serie di soggetti, indagati per reati differenti che vanno dal peculato per l’ex sindaco di Verona, Flavio Tosi (all’epoca leon che magna el teron, ma che sembra aver perso i denti), alla turbativa d’asta per i dirigenti dell’Amia di Verona, municipalizzata che si occupa dello smaltimento dei rifiuti.
A tal riguardo, all’ex presidente Amia, Andrea Miglioranzi2 (a suo tempo fedelissimo di Tosi e, più recentemente, militante di Fratelli d’Italia), e al direttore tecnico della stessa, Ennio Cozzolotto, viene contestato il reato di concorso esterno nell’associazione che fa capo ad Antonio Giardino.
Quest’ultimo, detto Totareddu, ha un “curriculum” di spessore, essendo legato al potente clan degli Arena-Nicoscia di Isola di Capo Rizzuto. Giardino rappresenta un’altra attestazione probante del radicamento in Veneto della ‘ndrangheta che ha trovato, evidentemente, compiacenza e terreno fertile nel tessuto economico-amministrativo di questa regione.
A conferma di quanto l’intreccio fosse ramificato, vale la pena sottolineare come l’operazione abbia comportato il sequestro di 15 milioni di beni immobili e quote societarie, mentre i vari capi d’imputazione spaziano dalla truffa all’estorsione, dal riciclaggio al traffico di droga, dalla corruzione alla turbata libertà degli incanti, per arrivare al traffico di rifiuti, al trasferimento fraudolento di beni e alle fatture false.
In un quadro di questo tipo, il Veneto non può certo fregiarsi dell’appellativo di regione virtuosa, come pretende da decenni la retorica leghista, risfoderata in questi giorni dal “governatorissimo” Zaia. Questi, sulla scorta dei successi nella lotta al Covid-19 (la cui paternità è però rivendicata dal virologo dell’Università di Padova, Andrea Crisanti), spinge sempre più forte verso l’autonomia differenziata.
È evidente come la rappresentazione leghista del Veneto confligga con quanto emerge, sempre più spesso, dalla cronaca giudiziaria e non. Il Veneto, come mostrano i fatti, condivide col resto del paese la piaga di un sistema economico spesso criminogeno. Fingere di non comprendere che la collusione con gli interessi della criminalità organizzata non è il risultato di una darwiniana affermazione delle consorterie meridionali e dei loro boss, è mistificazione. Nel “virtuoso” Veneto, nascondere l’effetto calamitante reciproco del concorso di interessi tra una certa parte del tessuto socio-economico e la criminalità organizzata, è semplice falsificazione.
Il Veneto non è un’altra cosa.
Note:
1) https://www.corteappello.venezia.it/80015340278/news/hGm5oint_corteappellove_2019_completo.pdf
2) Neofascista veronese, è stato membro del Veneto Fronte Skinheads e dirigente di Fiamma Tricolore; ha fatto parte del gruppo nazi-rock “Gesta bellica” che suonava pezzi inneggianti a Erik Priebke e Rudolph Hess; è stato condannato a 3 mesi di carcere per istigazione all’odio razziale.
Fonte
28/05/2020
Ormai c’è una “questione settentrionale”
In Italia da decenni affrontiamo la questione con una visione rovesciata, consentendo che la “questione meridionale” continui ad essere vissuta come l’unico aspetto dello sviluppo disuguale del nostro paese. Come se l’effetto possa consentire alla causa di continuare ad agire indisturbata nel tempo.
Ma dopo questi mesi in cui la localizzazione, la diffusione e la risposta alla pandemia di Covid-19 hanno rivelato geografie e comportamenti molto precisi, è tempo di rovesciare una visione falsata e obsoleta: il nostro paese ha una questione settentrionale alla quale mettere mano.
In questi mesi sono, infatti, emerse domande cui occorre iniziare a fornire risposte. Perché i due focolai di coronavirus, quello in Veneto e quello in Lombardia si sono diffusi così velocemente? “C’è stata una non conoscenza dei sanitari che non sono stati in grado di riconoscere immediatamente i sintomi del virus”, ha commentato il commissario all’emergenza Angelo Borrelli. Vero o falso che sia, non risponde alla domanda.
Perché il Coronavirus si è diffuso più al Nord che al Centro-Sud?
I risultati dello studio di un gruppo di docenti e ricercatori dell’università di Catania non forniscono una risposta univoca, ma analizzano una serie di possibili fattori, tra cui “l’urbanizzazione”, fenomeno che “influenza sempre più le caratteristiche epidemiologiche delle malattie infettive”. “La stretta vicinanza delle persone nella loro mobilità a corto raggio e l’atteggiamento di utilizzare i mezzi pubblici affollati è amplificato in città compatte e dense”, scrivono i ricercatori.
E poi c’è l’inquinamento atmosferico che potrebbe aver giocato contro le regioni settentrionali, e in particolare contro la Pianura Padana. “È noto – si legge nello studio – che le persone con patologie polmonari e cardiache croniche causate o peggiorate dall’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico sono meno in grado di combattere le infezioni polmonari e hanno maggiori probabilità di morire”.
Nelle tre regioni di quella che abbiamo definito “la Baviera del Sud” (Lombardia, Nordest, Emilia Romagna) si concentra non solo quasi il 50% del Pil dell’intero paese, ma anche l’80% del valore aggiunto e dell’export.
Chiunque abbia circolato sulla tangenziale da Milano a Brescia o nella bergamasca, non può che rimanere attonito dall’enorme densità di fabbriche e capannoni. Oppure chi attraversa il Veneto da ovest a est non si accorge neanche di passare da un comune all’altro perché gli insediamenti abitativi e industriali sono praticamente un continuum senza interruzioni.
Tutto questo è stato vissuto solo come Pil, crescita, impresa, business producendo un stile di vita, una ideologia e un approccio conseguente, individualista e, se volete, nichilista.
A interpretare questo blocco storico è stata ad un certo punto soprattutto la Lega, con i suoi amministratori che governano il Nord, dal Piemonte al Friuli – tranne l’Emilia Romagna – con i suoi riti popolari nelle sagre di paese, o a Pontida, e le sue strettissime connessioni con il mondo delle imprese, in cui i peggiori “spiriti animali” del capitalismo si sono rivelati palesemente in piena emergenza pandemica.
Questo blocco di interessi materiali, e di ideologia conseguente, presenta anche le sue differenziazioni interne.
Zaia che presta ascolto ai giusti consigli dello scienziato Crisanti e riduce, per ora, l’impatto della pandemia in Veneto ma poi spinge per riaperture senza limiti.
L’Emilia Romagna governata dal Pd e da Bonaccini, ma che sostanzialmente condivide la prospettiva dell’autonomia differenziata delle regioni e l’identico modello economico/ambientale.
Al centro della questione settentrionale agisce poi un magnete: la Lombardia e al centro di essa Milano. Due entità governate diversamente da Lega e Pd, ma sostanzialmente convergenti sul “prima il business” come agente materiale ed ideologico decisivo.
A farne le spese è stata anche e soprattutto la sanità. E qui il velo dell’”eccellenza lombarda” è stato strappato in via definitiva. I dati sui morti e i contagi sono lì a dimostrarlo. Pochi centri d’avanguardia non possano contrastare una pandemia o qualsiasi altra patologia di massa.
“Quando si assiste a un fenomeno come quelli dell’ospedale di Alzano Lombardo, non ci si può esimere da una riflessione su chi ha gestito la sanità in Lombardia negli ultimi 20 anni” – afferma un amareggiatissimo Gino Strada – “Questi anziani sono stati lasciati morire nelle case di riposo senza nessuna umanità, senza nessuna pietà. Tutto questo è moralmente, prima che giuridicamente, un crimine. La Lombardia ha fatto con gli ospedali ciò che persino la camorra ha avuto difficoltà a fare in questo modo così esteso e puntuale”.
Ma anche sul presente, sull’impressionante pressing attuato per limitare le chiusure di imprese prima e accelerare le riaperture poi, comincia a pesare come un macigno l’ipotesi che i dati forniti in Lombardia non siano stati e non siano ancora adesso attendibili.
“La nostra grossa preoccupazione è che in questo momento la situazione lombarda sia quella che uscirà per ultima da questa tragedia, perché se si chiude troppo tardi e si vuole riaprire troppo presto, e si combinano anche dei magheggi sui numeri, allora è ovvio che la volontà politica non è quella di dominare l’epidemia ma è quella di ripartire al più presto con tutte le attività, e questo non lascia tranquilli“, afferma il matematico Nino Cartabellotta, presidente della fondazione Gimbe che da tempo, da prima della pandemia, sta documentando i danni dello smantellamento del Servizio Sanitario Nazionale.
Ma sulla Lombardia, oltre i costi umani della pandemia, sta agendo anche un altro “cigno nero”, prevedibile ma non previsto.
Se la Lombardia è il magnete intorno a cui ruota in modo del tutto asimmetrico il resto del paese, essa è a sua volta subalterna al magnete Germania. Nella ossessione competitiva, anche le ricche regioni del Nord, e tra esse la “ricca” Lombardia, hanno una funzione subordinata nelle filiere produttive e tecnologiche.
E qui il cigno nero della recessione in Germania, iniziata assai prima del coronavirus, stava già producendo effetti. A renderne conto è la stessa Assolombarda, filiale di Confindustria diventata una sorta di “nazisti dell’Illinois” di casa nostra.
Nel suo ultimo rapporto di maggio, proprio Assolombarda certifica che la Lombardia nell’ultimo decennio non è riuscita a raggiungere una crescita dell’1% (è ferma a +0,7%). Nello stesso periodo il Land tedesco della Baviera è cresciuto del 23%; quello del Baden-Württemberg del 17%. Molto meglio della Lombardia ha fatto anche la Catalogna spagnola, con un tasso di crescita dell’8%. Milano, Lodi, Monza e Brianza, rivelano quindi “una distanza abissale rispetto alle colleghe europee negli ultimi 10 anni”, scrive Assolombarda.
“Più confortanti, invece, i numeri relativi al quinquennio 2014/2019, che hanno visto la Lombardia crescere del 7,4%, una soglia però sempre lontana dai diretti competitor: +18% in Catalunya, +12,5% nel Baden-Württemberg e +12,3% nel Baviera. Guardando, invece, alle altre Regioni più industrializzate del Nord Italia, nel 2019 la Lombardia si piazza di poco al primo posto davanti a Veneto ed Emilia Romagna (0,4%), poco più staccato il Piemonte (0,2%)”.
Si pone dunque un problema strategico non solo per la Lombardia e il Nord, ma per l’intero paese. Continuare a stressare ambiente, lavoratori e lavoratrici, relazioni sociali – nelle aree metropolitane come nei piccoli centri – all’insegna di una competitività ossessiva e dai risultati incerti, ha creato le condizioni idonee per l’esplosione di una pandemia, questa sì imprevista e imprevedibile, ma dentro un contesto di collasso di sistema ampiamente prevedibile.
La primazìa del “Partito Trasversale del Pil” rispetto a tutte le altre esigenze sociali, non è un vulnus solo per questa regione, ma di sicuro è in questo teatro che si gioca la partita decisiva.
Le reazioni furiose all’idea che il “modello Lombardia” possa e debba essere rimesso radicalmente in discussione con scelte radicali – a cominciare dal ripristino della centralità della sanità pubblica – sono il problema che questo paese deve affrontare e rimuovere, con ogni mezzo necessario, incluso il commissariamento della giunta Lombarda. Serve un segnale forte di controtendenza.
I guasti del regionalismo spinto prima e le velleità sull’autonomia regionale differenziata poi, oggi sono sotto gli occhi di tutti.
È l’occasione da cogliere per mandare un segnale. Il vero limite è l’inconsistenza e l’indecenza della classe politica di governo. Ne avrebbero tutti gli strumenti e le possibilità, ma buona parte di chi sostiene l’attuale esecutivo continua ad essere parte del problema e non della soluzione.
Siamo ancora in quel chiaroscuro tra il vecchio che muore e il nuovo che non può nascere, in cui si producono fenomeni morbosi.
Per questo l’unica ventata di rinnovamento può provenire da un conflitto di classe esteso e radicale che, oltre le sacrosante rivendicazioni concreti, cominci a maneggiare anche una visione generale dello sviluppo di questo paese, a cominciare dall’affrontare anche la “questione settentrionale”.
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08/05/2020
Covid-19. Fare più tamponi possibili per evitare i contagi. L’esperienza del Veneto
A spiegarlo è il prof. Andrea Crisanti, direttore del laboratorio di microbiologia e virologia dell’università-azienda ospedaliera di Padova, che ha sperimentato la strategia dei tamponi a tappeto a Vò Euganeo, uno dei primi focolai di coronavirus in Italia e poi ha lavorato per aumentare la capacità di testare in tutto il Veneto, costringendo il governatore Zaia a seguire una strada diversa dai suoi colleghi in Lombardia e Piemonte (e i risultati si sono visti).
Il prof. Crisanti ha lanciato l’appello per i “tamponi di massa”, firmato anche da altri docenti e specialisti italiani aderenti a Lettera 150. Il Veneto con 18.479 casi totali di contagiati ha fatto ad oggi 399.806 tamponi (231.469 casi testati), la Lombardia con 79.369 casi totali ha fatto 439.806 tamponi (262.964 casi testati), il Piemonte con 27.939 casi ha fatto 188.057 tamponi (131.269 casi testati), l’Emilia con 26.379 ha fatto 211.652 tamponi (138.871 casi testati).
Adesso tutti dicono che stanno facendo più tamponi, ma alla fine ancora d tamponi non se ne fanno abbastanza, anzi si perde ancora moltissimo tempo.
Crisanti segnala questa contraddizione spiegando che in Veneto hanno scelto questa strategia già da due mesi attrezzandosi per tempo: “La nostra capacità è il risultato di decisioni prese tempo fa: non è che oggi dici ‘faccio i tamponi’ e domani inizi. Bisogna ordinare i reagenti, bisogna reclutare il personale, sistemare il flusso di informazioni. Non si fa dall’oggi al domani”.
In Veneto hanno deciso di organizzarsi in proprio. Spiega ancora il prof. Crisanti che “Noi fin dall’inizio abbiamo fatto la scelta di non affidarci a dei fornitori ma di fare noi la maggior parte dei reagenti, acquistando le sonde molecolari separate. Tutta una serie di decisioni che poi si sono rivelate vincenti. Perché se io volessi iniziare adesso a fare i tamponi sicuramente avrei difficoltà: dovrei aspettare un paio di mesi che arrivano gli strumenti e dovrei poi fare affidamento sui fornitori per avere i reagenti. E con i fornitori in questo momento è una specie di far west: danno un po’ ad uno e un po’ all’altro, c’è una rincorsa. Quindi chi dipende da fornitori e da sistemi che non sono flessibili in questo momento soffre”.
Il Veneto, dunque, può fare tutti i tamponi che vuole e non dipende da nessuno. “I reagenti – ricorda Crisanti – noi li abbiamo ordinati in grosse quantità tanto tempo fa e sono tutti reagenti che poi abbiamo assembrato noi, noi non compriamo kit, non compriamo sistemi già pronti da fornitori che poi possono essere usati solo con uno strumento”.
E chiarisce che i test si possono realizzare in due modi. Il primo, con sistemi chiusi: compri la macchina da una ditta, metti il campione del paziente in una scatola, premi il bottone, e non devi fare niente perché il fornitore dà tutto il sistema di processamento e dei reagenti. È tutto pronto in una scatola. Non si deve fare niente, solo premere un bottone. C’è un sistema molto più flessibile (seconda modalità) che è quello che usiamo noi, ma richiede anche un po’ di conoscenze e di capacità e soprattutto parte da un presupposto: noi questo tipo di macchina ‘chiusa’ non la utilizziamo perché non ci dà alcun tipo di flessibilità; invece usiamo un cosiddetto sistema aperto: i reagenti li prepariamo noi e così fondamentalmente non dipendiamo da nessuno. Usiamo altri sistemi, diverse macchine che processano diverse fasi della reazione in maniera indipendente, non legate a fornitori particolari. E se un fornitore ci dice domani ‘il kit, il reagente non ce l’ho’, a noi non ce ne importa nulla. Siamo autosufficienti”.
Aggiunge poi che con questa strutturazione “Ci siamo messi a fare i tamponi: siamo passati da poche centinaia a 4000-5000 tamponi a Padova e poi nelle altre province e aziende ospedaliere del Veneto”. Così ora ne fanno ogni giorno migliaia: ieri 8.854, l’altro ieri 7292.
La scelta di fare i tamponi non è ideologica ma pratica e parte dal territorio: “Tutto è partito dallo studio di Vò Euganeo, da quando abbiamo visto quanti asintomatici c’erano a Vò”. Quando si è presentato il primo caso ha ordinato che venissero fatti i tamponi a tutta la popolazione di Vò. “Dopo di che io mi sono reso conto che serviva di più: ho parlato con il presidente della Regione Luca Zaia e gli ho detto che bisognava testare una seconda volta (il secondo giro dopo i primi 14 giorni di quarantena) perché dovevamo capire cosa stava succedendo e una volta sola non bastava. E da lì è nato tutto quanto: la scoperta del 42% degli asintomatici degli infetti, la necessità di fare i tamponi per individuarli e bloccare i contagi. L’evidenza sul campo ha indotto a pianificare una strategia adeguata di risposta: se ci sono gli asintomatici si pone un problema grossissimo perché queste persone come si identificano? L’unico modo che avevamo era quello di fare i tamponi a più gente possibile”.
Per Crisanti quindi è “gigantesco” l’errore di aver sottovalutato all’inizio dell’epidemia il contagio degli asintomatici, perché anche se “è normale non sapere di fronte ad un nuovo virus, ma i dati di Vò erano disponibili a tutti dal 27 febbraio. Sono passati oltre due mesi dalla scoperta fatta a Vò che gli asintomatici vanno scovati lo sappiamo da oltre due mesi”.
Ora siamo entrati nella fase 2, dove il lockdown ha ceduto il passo alle riaperture delle attività e della mobilità e lo stare chiusi in casa non fa più da barriera contro i contagi. Le incognite sono numerose e inquietanti. L’appello in 11 punti lanciato dal prof. Crisanti e da altri specialisti è piuttosto semplice: più si testa prima si blocca la trasmissione del virus. Più tamponi, meno morti. Più tamponi, più possibilità di riaprire e riacquistare libertà, seppure con tutte le adeguate protezioni come le mascherine. Quindi: “Fare tamponi a più gente possibile”.
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24/03/2020
Crisanti: "Epidemia di coronavirus in Italia? Numeri inesatti. Male contenimento e monitoraggio di positivi’’
Oggi anche il viceministro alla salute dice che si devono fare più tamponi. Qual è, secondo il vostro studio, l’importanza di fare uno screening a tappeto?
Non mi dica “screening a tappeto”, questo termine lo usa chi vuole in qualche modo svilire l’implementazione sia il razionale scientifico. Non facciamo nessun screening a tappeto.
È una importante precisazione. Quindi qual è la vostra strategia?
La nostra strategia è quella che si usa in tutte le epidemie, che è quella classica di una sorveglianza attiva. Punto. Cosa che non è stata mai fatta finora. È stato fatto male il contenimento e male la sorveglianza. Male il contenimento perché non ha senso tenere tutte le persone a casa e le fabbriche aperte. Solo ora è stato fatto un piccolo passo in questo senso. Una follia.
Perché questa sorveglianza è così cruciale?
Questo parte tutto dallo studio di Vo perché abbiamo dimostrato che al momento del primo contagio il 3% della popolazione era positiva. Che è una enormità. Una fetta ampia di queste persone era asintomatica. Non solo. Nel secondo screening abbiamo dimostrato che persone che vivevano con persone positive asintomatiche si sono a loro volta infettati. Quindi gli asintomatici tramettono il virus, non ci sono dubbi. È chiaro che una delle sfide che abbiamo in questo momento è trovare gli asintomatici oltre che preoccuparci e curare i sintomatici. Quindi noi vogliamo rafforzare la sorveglianza sul territorio. E fare quello che finora non si è fatto. Sorveglianza attiva sul territorio il che significa che se una persona chiama e dice io sto male, invece di lasciarla sola a casa senza assistenza, senza niente, noi con la unità mobile della croce rossa andremo lì, faremo il prelievo alla persona, faremo il tampone ai familiari, faremo il tampone agli amici e al vicinato, perché è là intorno che c’è il portatore sano, è là intorno che ci sono altri infetti. Punto.
Quindi da un cuore potenziale, allargare...
Esatto, a raggi concentrici, si fanno i tamponi via via alla famiglia che è l’intorno più piccolo, agli amici che è un cerchio un po’ più grande e poi al vicinato che è ancora più grande. Così si fa la sorveglianza.
Lei sta sostenendo la necessità di allargare la mappatura da molto tempo, ma le istituzioni, eccetto in Veneto, sembrano non ascoltarla, perché secondo lei?
Temo che in Italia manchi la cultura epidemiologica per affrontare le epidemie. Le persone che hanno consentito a Paesi interi di uscire dalla malaria, dal tifo e dal colera purtroppo non stanno più tra noi. Altrimenti questa epidemia avrebbe avuto un’altra storia.
Alcuni dicono che gli asintomatici siano meno contagiosi dei sintomatici.
Nessuno ha fatto alcun esperimento quindi non possono dire assolutamente nulla in proposito. L’unico esperimento vero è quello di Vo dove noi abbiamo delle famiglie con solo asintomatici, c’erano persone non infette che si sono infettate dopo.
Una obiezione è che il primo tampone risulti negativo anche se la persona è positiva.
No, la probabilità è bassissima.
Un’altra posizione che rema contro il fare una mappatura è quella di chi sostiene non serva perché si potrebbe trovare una persona negativa ma che si contagia in un secondo momento.
Questo è parzialmente vero ma è usato in modo strumentale. Se io ad un certo punto mappo l’intorno di una persona positiva, individuo tutte le altre persone che sono positive e le metto tutte in quarantena, diminuisco la probabilità che questi trasmettano il contagio ad altre persone. È ovvio che io queste persone le testerò dopo 7/8 giorni. Che è esattamente quello che abbiamo fatto a Vo. A Vo non ci sono più casi.
In realtà ora sembra esserci un nuovo caso a Vo.
No, non è un nuovo caso, è monitorato, è il parente di uno che stava male, lo sappiamo perfettamente. È monitorato. Cioè il caso nuovo di Vo è un parente di un caso positivo ed è sotto controllo.
A proposito di controllo, si parla molto della Lombardia ma anche in altre regioni stanno emergendo delle criticità, come per esempio nelle Marche. Cosa non sta funzionando nel contenimento dell’epidemia?
Guardi è mancata una conoscenza epidemiologica, è mancato completamente il supporto sul territorio della Sanità Pubblica. È stato inesistente. I numeri della Lombardia sono tutti sbagliati. La verità sta nei numeri.
Se si prendono le tabelle di ieri, 21 marzo in Veneto, si prende il numero dei deceduti che sono 146 e lo si divide per il totale dei contagiati 4617, vedrà che la mortalità è attorno al 3% come in Cina o in altri paesi, nella media. Se lei prende invece il totale dei positivi in Lombardia che ieri erano 25.515 e lo divide per il numero dei deceduti, 3095 avrà una percentuale del 12%, i conti non tornano!
Com’è possibile che in Veneto ci sia il 3% della letalità mentre in Lombardia il 12%? Che cosa manca in Lombardia? Manca il numero dei casi domiciliari. Questa distanza dà l’idea del crollo del Sistema Sanitario Lombardo a livello locale, territoriale. Non è che in Lombardia si muore di più, il fatto è che il numero dei contagiati è molto più grande, ma non sono rilevati. Se sì tiene come punto di riferimento il 3% di letalità si può realisticamente, non solo ipotizzare, ma dire che in Lombardia ci sono circa 100.000, non 25.000 casi, questa è la realtà. Questi numeri non danno l’idea del disastro che stiamo vivendo.
Si dice che il Sistema Sanitario stia crollando ma in realtà è già crollato?
È crollata la capacità del Sistema Sanitario di intervenire. Come fa un Sistema Sanitario a far fronte a questa marea se non sono stati identificati i casi sul territorio? Non hanno fatto la tracciabilità, non hanno fatto prevenzione? Nessuna epidemia si controlla con gli ospedali, nessuna, si controlla sui territori.
Ora è tardi ma cosa si potrebbe iniziare a fare per arginare il disastro?
Adesso quello che si può fare è che tutta la Lombardia sta ferma per tre settimane. Ma ferma vuol dire ferma, che non si muove nessuno. E allo stesso tempo si comincia a fare l’identificazione dei nuovi casi, perché per quelli vecchi ormai si può fare ben poco.
Quindi il punto zero per iniziare a salvare vite deve iniziare oggi per domani?
Si, purtroppo sul passato non si può fare nulla perché questi numeri purtroppo sono falsi. Il totale in Italia se guardiamo il numero dei deceduti si può stimare che ci sia già di 130/150.000 casi. Mancano circa 100.000 casi all’appello. La verità che nessuno vuole dire è che noi abbiamo 4 volte più casi della Cina.
Perché non c’è stato un contenimento iniziale?
Non c’è stato un contenimento iniziale e abbiamo 100.000 casi che non sono stati diagnosticati. Non si è compresa una cosa fondamentale: il numero reale dei contagiati.
Il Veneto lo dimostra. Com’è possibile che in Veneto abbiamo il 3% di letalità e sul resto dell’Italia abbiamo una letalità molto più alta? Perché mancano i casi. Perché non è che il virus che colpisce il Veneto è meno cattivo di quello che colpisce la Lombardia. Il virus è lo stesso. Solo che in Veneto il sistema sanitario locale di base ha tenuto. Sono per lo meno riusciti a fare la tracciatura.
Questo perché c’è stato un reale intervento capillare?
Si, noi abbiamo fatto il tampone a tutte le cerchie prossime dei sintomatici avvisando le ULSS del territorio e loro si sono attivate. Ora procederemo ancora.
Questa è la linea che state portando avanti?
Sì, la battaglia si vince sul territorio non negli ospedali. In Veneto sono stati fatti 53.000 tamponi per 4000 casi. Un tampone ogni 10 casi. In Lombardia dove i casi non è vero che sono 25.000 ma sono molti di più è stato fatto un tampone ogni 4 malati. C’è una differenza di 40 volte. Sono stati travolti.
Come vede la situazione delle altre regioni?
Credo dovrebbero essere stati fatti i blocchi dove c’erano i focolai, dovevano essere testati tutti per fermare l’epidemia. Sono 3 settimane che lo stiamo dicendo. Piccoli casi come Vo si sarebbero potuti affrontare in tutta Italia. Si sarebbero potuti spegnere tutti i focolai subito.
Un altro elemento che rimane un’incognita in questo momento è se ci si può riammalare. Voi avete dei dati in questo senso?
Questo non si sa.
Per quanto riguarda l’incubazione media avete dei dati più certi?
L’incubazione media è 5-8 giorni, 14 è dato come limite massimo.
Questo potrebbe far ben sperare le regioni del sud che dopo questo blocco pur parziale non stanno presentando un’escalation di casi?
Certo, ma solo se le regioni del sud agiscono tempestivamente nel contenimento possono evitare la tragedia della Lombardia.
La questione, quindi, rimane il fatto di individuare dei focolai nei focolai.
Certo, per esempio in un quartiere a Roma ci sono 10 casi? Si blocca tutto, si fa sì che nessuno si muova e si inizia a testare dentro e tutto attorno ai focolai.
Guardi le epidemie si controllano con la quarantena e con la sorveglianza attiva. Noi finora quasi ovunque, non abbiamo fatto nessuna delle due fino in fondo.
In Veneto ci sono dei focolai che state monitorando?
Certo. Quello di Vo lo abbiamo spento, gli altri purtroppo sono ancora in fase attiva ma anche oggi alle 12 il Veneto è la regione che ha meno casi del giorno prima.
Se è così utile fare i tamponi non solo ai sintomatici perché secondo lei c’è così tanta resistenza a farli?
Temo sia una questione ideologica. Siccome hanno sbagliato prima, vogliono continuare a sostenere una linea. Non vogliono ammettere l’errore. Tutto qui.
Costi e fattibilità non centrano nulla?
No, macché. Un tampone costa 30 euro.
Perché la Regione Veneto ha spostato la sua linea?
Perché noi operiamo a Padova e ci hanno consultati. Ma i dati erano sotto gli occhi di tutti, i dati di Vo erano pubblicati il 28 febbraio, bastava vederli, volerli vedere.
Fonte
02/03/2020
I danni enormi provocati da Zaia e dai leghisti con la privatizzazione della sanità
Come si fa politicamente a passare da un sistema sanitario pubblico ad uno privato senza dirlo ai cittadini? Come si fa a chiudere reparti facendo finta di non chiuderli, come sta facendo Zaia in Veneto?
Lo fai un po’ alla volta. Lo fai obbligando i professionisti a pagarsi l’assicurazione da soli, così tagli quella spesa.
Poi non assumi personale dove serve.
Poi non paghi gli straordinari o gli acquisti di prestazione dicendo che li pagherai più avanti.
Intanto i medici si trovano a spendere soldi per assicurazioni, non avere più straordinari pagati e ad essere sempre in meno a fare lo stesso lavoro che copre 24 h tutti i giorni.
Poi dai direttive come in fabbrica, pretendendo una visita ogni dieci minuti quando ne servirebbero almeno venti, in media, per avere il tempo di dire buongiorno e buonasera.
I pazienti sono scontenti perché aspettano, si innervosiscono, aggrediscono i medici che si trovano pagati male o addirittura con ore non pagate, con turni di lavoro impossibili, pazienti nervosi ed aggressivi che fanno causa per mille motivi e la tua azienda non ti copre. E vai di spese legali.
Le liste di attesa si allungano, la gente va nel privato.
La Regione intanto fa convenzioni col privato, aiutandolo. Così i medici si rendono conto che lo stesso lavoro viene loro pagato il doppio da un’altra parte senza fare 10 notti al mese o avere impegnati due weekend su 4.
In tutto questo, i medici sono pure pochi perché un imbuto impedisce ai neolaureati di specializzarsi.
Ad un certo punto, tra pensionamenti e licenziamenti non hai più medici e il reparto non c’è più, come ginecologia a Piove di Sacco o Pediatria a Camposampiero. Pian piano tagli i servizi territoriali, appaltando alle coop per non assumere nuovi infermieri. Dai un disservizio alla popolazione e tanti infermieri neolaureati vanno in Inghilterra o Germania. O vanno nel privato che cresce pian piano al decrescere del pubblico.
Questa è stata la strategia di gestione del Sistema Sanitario Veneto di Luca Zaia. E non sono stati avvenimenti casuali, è un uomo troppo intelligente per accusarlo di incapacità, è stata proprio una sua scelta, condivisa dalla maggioranza in Veneto. Quello di cui non sono sicura, invece, è che i cittadini veneti lo abbiano votato convinti che avrebbe fatto tutto questo”.
[Laura Frigo]veneta.
P.S.: quello che è accaduto in Veneto riguarda anche tutte le altre regioni italiane sia quelle governate dalla destra sia quelle governate dal PD. La privatizzazione della sanità e di tutti i servizi pubblici dalla scuola ai trasporti, ecc. sono stati l’assillo che ha accomunato PD e destre nel pensiero unico dell’attacco frontale a tutto ciò che riguardava il pubblico.
Alla fine di tutto ciò, negli ultimi 10 anni di marca PD e destra il risultato è questo: 37 miliardi in meno destinati al sistema sanitario, 40.000 posti di lavoro in meno nella sanità, 70.000 posti letto in meno, penultimo posto in Europa prima della Grecia per spesa procapite per la sanità. E mentre si tagliavano le risorse drasticamente, contemporaneamente in tutta l’Italia si aumentavano i finanziamenti ai privati, che nonostante il calo delle risorse hanno aumentato la loro fetta di torta per i loro profitti e i loro interessi.
Noi da sempre abbiamo denunciato inascoltati questa deriva. Adesso di fronte al disastro evidente non si può continuare ad aspettare.
Fonte
29/02/2020
Zaia, lo “scienziato” razzista, spiega la “svolta” verso la minimizzazione
Quali sono le basi scientifiche della svolta repentina dal panico alla minimizzazione che è stata impressa dai politici e dai mass-media sulla questione coronavirus?
Il governatore del Veneto, Zaia, ha una spiegazione. Il problema dei cinesi è che mangiano i topi vivi e per questo lì il virus ha colpito forte, noi veneti invece ci laviamo le mani e per questo il virus ha colpito meno forte.
No, non state leggendo Lercio: lo ha detto davvero!
Ecco il testo dell’intervista rilasciata da Zaia alla televisione Antenna 3 Veneto la sera di giovedì 27 febbraio.
«Sa perché noi dopo una settimana abbiamo 116 positivi di cui 63 non hanno sintomi, stanno bene, e ne abbiamo solo 28 in ospedale, sa perché? Perché l’igiene che ha il nostro popolo, i Veneti, i cittadini italiani, la formazione culturale che abbiamo che è quella di farsi la doccia, di lavarsi, di lavarsi spesso le mani, di un regime di pulizia personale che è particolare, anche l’alimentazione, la pulizia, le norme igieniche, il frigorifero, le scadenza degli alimenti. Lei dice “Ma cosa c’entra?” C’entra perché è un fatto culturale. Io penso che la Cina abbia pagato un grande conto di questa epidemia che ha avuto, perché comunque li abbiamo visti tutti MANGIARE TOPI VIVI o altre robe del genere. Sa, è anche un fatto di corredo [sic!], perché il virus non deve trovare un ambiente che diventa un substrato [sic!], il virus deve trovare pulizia, quasi un ospedale. E noi siamo un po’ maniaci per questo, infatti i bambini ormai non mangiano più le cose che cascano per terra.”»
Aldo Romaro, Padova
Penso che il presidente del Veneto ZAIA sia un politicante spregevole, disgustoso persino per gli standard del partito di Salvini.
Nella crisi #coronavirus ha mostrato tutta la sua vergognosa bassezza prima reclamando di bloccare tutto, poi lamentandosi di come i veneti, sì solo i veneti, venivano trattati all’estero, infine chiedendo di riaprire tutto.
Zaia ha dato colpa ai prefetti e allo Stato per ogni problema e si è preso il merito per ogni risultato. Infine la battuta razzista sui cinesi che farebbe schifo in qualsiasi consesso di persone civili, anzi di persone. Non sapevo molto del presidente leghista del Veneto prima d’ora, ma adesso so tutto di lui: è umanamente da vomito e politicamente rappresenta il degrado morale e civile del paese. Ogni veneto ogni italiano dovrebbe vergognarsi di lui.
Amici cinesi scusateci, purtroppo trent’anni di selezione a rovescio nella politica hanno prodotto da noi questi mostri, ma alla fine ci libereremo da questa infezione.
Giorgio Cremaschi, portavoce nazionale di Potere al Popolo!
Cari imprenditori veneti che certamente esportate qualcosa verso la Cina. Se per caso non venderete mai più nulla da quelle parti, saprete certamente con chi prendervela.
Soltanto un dettaglio, che peraltro conoscete benissimo: economicamente parlando, tutto il Veneto, rispetto alla Cina, vale quando una piccola città da quelle parti.
E nessuno che abbia quelle dimensioni si fa insultare impunemente da una formica.
Come minimo – ed è davvero il minimo, in tempi così tecnologici – chiederanno a Zaia, e a voi imprenditori veneti, almeno qualche video che comprovi quanto blaterato dal vostro “governatore”.
Se “tutti hanno visto”, insomma, qualcuno avrà anche filmato!
A meno che il vostro governatore non sia abituato ad aprire impunemente bocca e dargli fiato...
Ma nelle relazioni internazionali non funziona come nelle campagne elettorali italiche. Stronzate, falsità e insulti si pagano. E molto caro.
Naturalmente il conto arriverà quanto prima a voi, cari imprenditori veneti.
In fondo Zaia mica deve vendere niente da quelle parti. Gli basta coglionare ancora un po’ chi lo elegge dalle vostre parti...
Fonte
24/02/2020
Veneto - Il coronavirus è una questione di salute pubblica, non di protezione civile
Fino al 21 febbraio sembrava che gli unici contagiati dal coronavirus in Italia fossero due turisti cinesi ricoverati il 30 gennaio allo Spallanzani e un italiano rimpatriato dalla Cina e risultato positivo al virus durante la quarantena alla Cecchignola.
Nel frattempo il virus aveva raggiunto decine di altri Paesi, tra cui la Francia, la Germania, gli USA.
Il fatto che in Italia non se ne fosse trovata traccia sembrava dar ragione alla strategia del governo Conte.
Il queste tre settimane nessuno ha sollevato dubbi sulla dichiarazione del presidente del consiglio che rassicurava «sul fatto che la situazione è sotto controllo e che le misure assunte sono di carattere precauzionale e collocano l’Italia al più alto livello di cautela sul piano internazionale.»
Purtroppo c’era una spiegazione differente: in Italia in questi 20 giorni non risultavano contagi semplicemente perché nessuno li cercava davvero.
Più che il coronavirus si cercavano i cinesi o comunque persone che provenissero dalla Cina.
Tant’è che nello stessa ordinanza del Ministro della Salute, redatta d’intesa con Zaia nella giornata di ieri 22 febbraio si invita la popolazione di Mira, paese del veneziano in cui c’è stato un caso di contagio, a “Contattare il Numero Verde 1500 se hai febbre o tosse e sei tornato dalla Cina da meno di 14 giorni”. All’indomani della scoperta del “focolaio veneto” si continua a sostenere che avere i sintomi non è di per sé preoccupante se non si è appena tornati dalla Cina.
Il caso dell’ospedale di Schiavonia della ULSS 6 Euganea (Padova) è paradigmatico: due anziani ricoverati da dieci giorni con tutti i sintomi del coronavirus vengono spostati tra i vari reparti, ma nessuno li sottopone ai test fino a quando due giorni fa non esce sui giornali la notizia dei primi casi in Lombardia.
Solo allora ci si preoccupa di questi due pazienti affetti da questa influenza così resistente alla normali cure. Si fanno i test e si scopre che c’è un focolaio di coronavirus anche in Veneto. Ma è troppo tardi. In primo luogo per uno dei due pazienti, che muore nel giro di poche ore.
Ma anche perché per quanto Schiavonia sia un piccolo ospedale comunque ha 150 posti letto e 300 operatori tra medici e infermieri. Quindi almeno 450 persone che possono essere venute in contatto con il virus a cui vanno aggiunti i familiari dei pazienti e quelli degli operatori.
Servirebbero centinaia di test, ma il personale dei laboratori è stato ridotto all’osso da decenni di tagli e di privatizzazioni.
Servirebbe anche un ospedale in cui trasferire tutti i pazienti, dal momento che la stessa ordinanza del ministero della salute e del governatore Zaia, decreta la chiusura temporanea di Schiavonia; ma in questi anni sono tantissimi gli ospedali che sono stati chiusi.
Non si sa se la tendopoli, costruita dalla Protezione civile di fronte all’ospedale, possa essere davvero l’alternativa.
Ma è appunto questo il problema di questa epidemia.
Si dice che alla fine dei conti si tratta solo di una influenza, ma da molti anni il servizio sanitario nazionale non deve fare i conti con le migliaia di ricoveri di una epidemia di influenza, perché la maggior parte delle persone si vaccinano, e lo fanno soprattutto quelle a rischio, quelle che in caso di malattia potrebbero avere complicazioni e necessitare di un ricovero.
Ma nel caso del coronavirus, in assenza di una cura che non è ancora stata trovata – non esiste neanche per la normale influenza – un’epidemia significa migliaia, decine di migliaia di persone, che necessitano di ricovero in posti letto che al momento non esistono più.
L’impressione, però, è che non ci sia alcun ragionamento serio in merito. Anche oggi l’emergenza coronavirus viene affrontata come si affronta un terremoto: si allerta la protezione civile, si costruiscono tendopoli. Ma questa è anche e soprattutto una emergenza sanitaria e come tale andrebbe affrontata.
Se poi questo costringe a rivedere la logica dei tagli e delle privatizzazioni, tanto meglio per tutti.
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11/09/2019
Autonomia differenziata, breve genesi di una necessità padronale
In breve, con l'autonomia differenziata si intende la possibilità da parte delle tre regioni più ricche d'Italia di trattenere e gestire una quota maggiore del gettito fiscale generato nei propri territori. Come sottolineato da più parti, la riduzione delle imposte a disposizione dello Stato porrebbe definitivamente la parola fine, venendo meno la condizione di redistribuzione solidale della ricchezza, alle possibilità di riduzione del gap che storicamente affligge le regioni del Mezzogiorno nei confronti di quelle de centro-nord del paese.
Tenendo per un momento da parte i rischi connessi a un’iniziativa del genere, per ora ciò che qui interessa è che le regioni menzionate, almeno nella storia della Repubblica, sono state caratterizzate da sviluppi e fortune differenti senza che questo, evidentemente, ne impedisca oggi una convergenza politico-programmatica. Un breve sguardo a questo e alla situazione odierna potrebbe aiutare nella comprensione della fase attuale che attraversa il paese, sempre considerando il perimetro dell’Ue.
Lo sviluppo industriale della Lombardia, che assieme al Piemonte e alla Liguria formava il famoso “triangolo industriale”, si è affermato perlopiù fuori dall’ombrello protezionista dello Stato italiano. A differenze delle altre due, qui gli aiuti statali sono stati minori, lasciando così spazio al protagonismo della struttura finanziaria (privata) delle banche, soprattutto milanesi. La minor dipendenza dai finanziamenti pubblici, sommata a una forte vocazione sia all’esportazione delle aziende più all’avanguardia, sia alla compenetrazione tra le varie imprese sparse nel territorio, ha rappresentato una sorta di cuscinetto salvavita una volta venuto meno il ruolo dello Stato con la svolta neoliberale e la quasi contemporanea accelerazione del processo di integrazione europea con la fine dell’era fordista e l’avanzare della globalizzazione. Non è stato così per la Liguria, oramai regione postindustriale (nonostante il porto di Genova) votata al settore terziario, né per il Piemonte del “dopo-Fiat”.
Per quanto riguarda l’industria veneta, la storica affiliazione ai flussi statali di marca democristiana ha permesso la trasformazione della struttura produttiva regionale in un pullulare di distretti industriali, fortemente specializzati e orientati anch’essi all’esportazione, organizzati secondo una logica di filiera “interna” alla regione stessa, che hanno saputo sfruttare il posizionamento geografico volto “naturalmente” all’aggancio con la l’Europa continentale “profonda” – elemento di nuovo decisivo una volta che il modello export-led si è/ è stato imposto in tutto il Vecchio continente.
In maniera simile, anche nella “rossa” Emilia Romagna il ruolo del pubblico è stato preponderante, ma con un segno diverso: qui il supporto non è avvenuto dalle istituzioni nazionali (ben presidiate dalla Dc), bensì da quelle locali, dapprima a livello municipale e poi anche regionale con l’istituzione delle Regioni nel 1970. Non solo finanziamenti alle imprese, ma una più coordinata gestione dei servizi in generale, da quelli finanziari a quelli universitari, passando per le cooperative, sono le condizioni peculiari registrate nella regione.
A cavallo del nuovo millennio tuttavia la musica cambia, perché con la convergenza europea nella forma datesi dall’Unione e la successiva crisi ereditata dal Nord America nel 2007/2008, tanto il sistema bancario italiano (e non solo) quanto l’intervento dello Stato nell’economia subiscono dei contraccolpi che mettono a rischio il ruolo conquistato nel mercato globalizzato dall’industria delle suddette regioni. In sintesi, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna vedono spuntarsi gli strumenti che avevano permesso il supporto finanziario necessario al mantenimento della competitività del proprio tessuto produttivo.
È qui, dunque, che entra in gioco l’autonomia differenziata: in un’architettura europea che ha sottratto alle competenze statali la leva monetaria e disciplina quelle fiscali per mezzo di raccomandazioni, parafrasando la celebre espressione de Il padrino, “che non si possono rifiutare” (soft right), la via individuata dalle amministrazioni è quella dell’accaparramento di risorse di norma destinate alle regioni meno sviluppate del paese, di fatto venendo meno al “principio di solidarietà” costitutivo delle architetture costituzionali cosiddette antifasciste.
E non sorprende che l’attenzione sia rivolta alla fiscalità regionale, considerando che il mondo del Lavoro (nord compreso) è già stato abbondantemente spolpato (ma l’attacco non è di certo finito) dall’offensiva padronale ed europeista, che ha fatto del riflusso del movimento operaio il terreno pratico e ideologico della propria fame predatoria, in termini di salari e diritti, nonché di rappresentanza sindacale.
Qual è la situazione, oggi?
Un anno e mezzo e due maggioranze parlamentari dopo, lo stesso Gentiloni viene nominato dalla neo Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen agli affari economici, un portafoglio di peso ma semplificato rispetto alla commissione precedente in cui la delega prevedeva anche gli affari finanziari, per questa stagione di competenza del vice ministro Dombrovskis, mentre l’autonomia differenziata è tra i 29 punti del programma che ha reso possibile il Conte bis.
Quella che in prima istanza poteva significare un’apertura a una possibile maggiore flessibilità per l’economia italiana, così come richiesto addirittura dal di-solito-ferreo Presidente Mattarella pochi giorni fa da Cernobbio, sembra invece esclusa dalle dichiarazioni della stessa presidenta circa la chiarezza (e cioè, la non modificabilità) delle regole del “Patto di stabilità”.
Di certo, è il gioco delle parti e il nuovo governo pare (il forse è d’obbligo) aver intuito che, in special modo in caso di Brexit, l’Italia potrebbe avere la forza contrattuale per strappare una posizione meno subordinata nelle gerarchie intra-europee.
Si potrebbero leggere così (siamo nel campo delle pure ipotesi) le nomine di Di Maio agli Esteri e Provenzano al Sud, il primo firmatario assieme a Mattarella dell’accordo quadro con la Cina nel marzo scorso (la cui esposizione pubblica ne permetterebbe un maggiore controllo) e il secondo di area Svimez, dove da anni si sostiene la necessità di una politica industriale italiana che riporti il meridione protagonista nel Mediterraneo come anello imprescindibile dei flussi commerciali che vanno dall’Indocina all’Atlantico – si legga, “lotta dura” alla Lega Anseatica del XXI secolo dei porti, e del potere, del nord Europa. In quest’ottica, Gualtieri all’economia invece sarebbe la carta testimone della “voglia di Europa”, ma a un prezzo diverso.
Speculazioni a parte, su cui non si può che delegare la realtà per la verifica, quanto appena detto non rappresenterebbe comunque niente di cui gioire, come mai non si potrebbe per l’eventuale maggiore responsabilizzazione in un progetto di natura imperialista, che seppur fatica nel suo completamento, tuttavia non accenna a indietreggiare, come testimoniato dai risultati delle elezioni di fine maggio.
Poiché, al netto della retorica politica, di questo si tratta. Per credere, vedere valore e durata di un contratto di un lavoratore (peggio ancora se lavoratrice), ammontare della pensione di un settantenne, destinazione del biglietto in mano a uno studente, composizione sociale di un carcere qualunque.
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22/07/2019
La sporca alleanza tra Lega e Pd sull’autonomia differenziata
Come sempre quando c’è una battaglia della Lega per gli affari e il mercato, contro i diritti sociali e l’ambiente, il PD si unisce subito ad essa. Non c’è privatizzazione, grande opera, attacco ai diritti del lavoro e allo stato sociale, che non veda il partito democratico alleato con quello di Salvini.
Così anche Bonaccini, presidente PD dell’Emilia Romagna, si è unito alle proteste dei suoi colleghi lamentando il ritardo con cui si decide l’autonomia. E un esponente leghista ha avuto facile gioco a ricordare come tutte le richieste della Lombardia sono state decise dal consiglio regionale all’UNANIMITA’. E il M5S, come sempre, fa la comparsa cercando di concedere tutto ciò che sia utile a non far cadere il governo.
È bene allora ricordare che in un quadro di spesa pubblica sottoposta ai vincoli dell’austerità UE, accettati dal governo, l’autonomia differenziata distruggerebbe il poco che ancora resta della sicurezza sociale, massacrerebbe tutto il Sud assieme ai poveri del Nord.
Non c’è niente di più liberista e reazionario che affermare l’obbligo per ogni regione di arrangiarsi, mentre si taglia la spesa per la sanità ed i servizi pubblici.
L’autonomia differenziata oggi non è solo la secessione dei ricchi, è una sfacciata ferocia sociale verso i poveri.
È giusto quindi lottare per fermarla e per questo è necessario SMASCHERARE il PD. Che su questo disastro ha persino più responsabilità della Lega, avendo riformato nel 2001 la Costituzione in modo da aprire la via alle richieste secessioniste. E avendo il PD approvato nel 2013 la modifica dell’articolo 81, inserendo il Fiscal Compact nella nostra Carta.
Se vogliamo impedire alla Lega di realizzare il suo programma di devastazione sociale, dobbiamo denunciare e combattere la sporca alleanza del partito di Salvini con il PD. Sull’autonomia differenziata e su quasi tutto il resto.
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26/02/2019
Una pericolosa autonomia regionale
In pratica i Presidenti di queste Regioni chiedono al governo a guida “Leghista a 5 Stelle”, di procedere all’applicazione dell’accordo siglato nel febbraio 2018 con il Governo Gentiloni che, in barba al parlamento, condurrebbe a una vera e propria secessione per ora solo amministrativa.
Presentata come un’operazione banale e in continuità all’applicazione dell’art.116 della Costituzione, questa scelta politica, applicata senza consultare la popolazione e il parlamento italiano, rischia in realtà di minare seriamente l’unità nazionale. Un atto di totale mancanza di rispetto verso le nostre istituzioni, da parte dei Presidenti di regione, che farebbe impallidire anche i più iperliberisti.
Le singole intese, sottoscritte dal precedente governo, infatti definiscono chiaramente le regole a senso unico. Ovvero se verranno sottoposte al dibattito alle Camere del parlamento, non potranno essere emendabili ne sottoponibili a referendum abrogativo. Praticamente una vera e propria legge delega che rende impossibile, senza accordo tra le parti, la sua modifica per i prossimi 10 anni.
Verso lo Stato autonomo
In concreto la “secessione dei ricchi”, come qualcuno l'ha già soprannominata, di fatto pone un problema fondamentale nell’equilibrio del nostro ordinamento statale. E’ impossibile negarlo. Basta la lettura del testo, nel quale si chiede di avere il totale controllo sul proprio reddito fiscale, traducibile in meno soldi verso le altre regioni; la gestione degli incentivi alle imprese, della cassa integrazione e delle politiche per l’occupazione e il controllo sui fondi destinati alla costruzioni delle infrastrutture. Un attacco allo stato centrale che comincia dall’organizzazione delle scuole, compresa la scelta non solo del programma formativo ma anche dell’assunzione di insegnanti solo residenti in loco con incentivi differenziati rispetto alla retribuzione nazionale; il rapporto e finanziamento alle scuole private e la gestione dei programmi di scuola-lavoro concordata direttamente con le piccole e medie imprese locali. Per non parlare poi della questione Sanità che prevederebbe un secco taglio dell’utilizzo delle prestazioni sanitarie da parte di quei cittadini non residenti e provenienti da altre regioni d’Italia con scarse risorse o inefficienze sanitarie. Un operazione questa che causerebbe lo smantellamento dell’assistenza pubblica sanitaria sino ad oggi conosciuta ed un incentivo a quella privata o peggio un allargamento, con enorme dispendio di risorse, verso quella convenzionata che porterebbe al sicuro collasso di tutto il sistema, l’espulsione dalle cure di chi non potrà permetterselo e l’eliminazione concreta di ogni forma di prevenzione.
Anche l’Ambiente è oggetto del braccio di ferro: dalla gestione dei rifiuti, al soddisfare sviluppi immobiliari o peggio dare risposte lobbistiche ad organizzazioni regionali di ogni tipo, come ad esempio i cacciatori, oggi sottoposti a ben definiti regolamenti nazionali; alla gestione delle decisioni della sovraintendenza, dei monumenti o dei progetti turistici.
Non c’è che dire, con questa riforma del regionalismo, come piace tanto chiamarla al nostro presidente di regione Stefano Bonacini, si gettano delle pericolose basi indirizzate non verso la creazione di uno stato federale, ma verso una realtà completamente autonoma ed indipendente. Soprattutto per quanto riguarda Veneto e Lombardia, che da oltre 30 anni sognano questo processo di liberazione. Non troppo differente, nonostante si presenti un po’ più soft, quella dell’Emilia Romagna. Una scelta dell’attuale giunta regionale che definirei strategia amministrativa sino ad oggi mai sperimentata.
Il fantasma del Pareggio di Bilancio
La prima aberrazione e pericolosità di questa proposta, sta nella totale mancanza di una seria riforma e cancellazione della norma che prevede il pareggio di bilancio in Costituzione. Nodo cruciale e fondamentale ostacolo alla liberazione degli investimenti pubblici necessari al nostro paese. Inserito dal governo Monti ed imposto dall’Europa, il fiscal compact ha il compito, per un paese fortemente indebitato come il nostro, di bloccare il crescendo della spesa pubblica all’interno del deficit del 3%. Un vincolo che non permette ormai da diversi anni, a numerosi comuni italiani di poter investire sul territorio, pur avendo nelle proprie casse fondi risparmiati grazie ad una buona amministrazione attuata nel rispetto degli accordi europei. Un problema questo, neanche preso in considerazione da questa riforma o avanzata parallelamente da tutte e tre le regioni richiedenti.
E’ stata solo una dimenticanza, stupidità politica economica o altro?
Abbandonato il progetto leghista dell’uscita dall’euro, per ovvi motivi protezionistici rivolti alle aziende internazionalizzate del nord, e constatato l’impossibilità reale di contenere una sempre più crescente spesa pubblica, pena la perdita del consenso elettorale che ormai da tempo si basa su forme di rappresentanza politica mafiose e clientelari, la scelta non poteva essere altra. Ovvero aggirare l’ostacolo superando il ruolo di amministratori regionali in un contesto nazionale e abbandonare al proprio declino le popolazioni meno produttive del paese.
“Da soli, grazie al nostro prodotto interno lordo, – avranno pensato questi Presidenti – vedrai che il 3% di deficit lo riusciamo mantenere e a dialogare così a pari livello con l’Europa”.
Quale progetto dietro le proposte?
E’ bene fare una distinzione dalle due proposte per meglio comprendere gli scenari possibili.
Per quanto riguarda Veneto e Lombardia, questa richiesta di autonomia colloca un ulteriore tassello alla scelta secessionista leghista camuffata e sorretta da due azioni strategiche: la prima riguarda la promessa di superare la crisi economica attraverso un buon governo locale non attuabile senza una generalizzata pulizia etnica e gestione diretta della ricchezza prodotta. L’altra, uguale e contraria, riguarda la scelta politica Salviniana camuffatoria che attraverso il “prima gli italiani”, esprime mediaticamente un progetto di unità nazionale in chiave anti-europea. Una furbizia elettoralistica che ha il duplice scopo di proteggersi dalla possibile reazione del Presidente della Repubblica e dalle sue istituzioni e organizzazioni democratiche e della ricerca di maggior forza e consenso ottenibile anche grazie all’arruolamento delle frange più estremiste di indole nazionalista e fascista presenti nel paese e in alcuni apparati dello Stato.
Un gioco assai pericoloso e che non tiene conto di due possibili scenari: la reazione della popolazione del Sud d’Italia quando sarà svelato il vero progetto secessionista (non dimentichiamo che oltre il 50% della ricchezza presente al sud proviene dal nord d’Italia) e dei comparti produttivi del nord del nostro paese che saranno fortemente penalizzati dalla mancata esportazione verso sud dei loro beni prodotti. Un pericolo serio che anche le forze liberiste, imprigionate dalla figura politica ed economica di Silvio Berlusconi, cominciano a comprendere. Basti osservare i continui appelli e preoccupazioni di Confindustria ad avviare gli investimenti in infrastrutture, di cui la TAV è il principale progetto, e il movimento d’opinione e politico dell’ex ministro Calenda per il momento inattuabile senza la macchina organizzativa del PD.
Il Partito Democratico e la sfida alla globalizzazione europea
Di diversa natura la scelta del PD dell’Emilia Romagna, con la sua richiesta di autonomia. Una partita tutta improntata alla propria sopravvivenza non solo politico partitica ma economica. La volontà di costituire un possibile “argine” locale al fallimento del progetto liberista nazionale sostenuto dalla Renzi project è una chiara e concreta risposta alla probabile vittoria della Lega e al suo elettorato nella nostra regione. Qui siamo di fronte alla possibile fine di un periodo storico amministrativo ben definito che ha retto, riciclandosi dopo la caduta del Muro, grazie a privatizzazioni, accordi con parti importanti del clero politico e religioso o frange politiche radicali di sinistra discretamente rappresentate territorialmente. Un modello di organizzazione pubblica che ha mirato più a proteggere i propri spazi di potere e controllo, svendendoli, che contribuire ed accettare la necessaria sfida alla globalizzazione e all’innovazione nel rispetto di una storia politica che su un possibile modello alternativo ha costruito la propria grandezza.
In concreto la proposta di autonomia di questa giunta regionale, richiesta al governo centrale, esprime di fatto un messaggio chiaro a queste nuove forze economiche globalizzate presenti sul territorio che vogliono sfruttare le capacità manifatturiere in completa libertà di movimento e autonomia legislativa ed economica. Superando il diritto e il rapporto con i corpi intermedi, rappresentati dalle organizzazioni sindacali e civili e avendo come unici interlocutori i legiferatori regionali proni alle loro richieste. Portatori di una politica economica espansiva che guarda all’Europa come referente diretto senza interposizione del governo nazionale.
La reazione 5 stelle al progetto di autonomia avanzato
E’ ormai un dato numerico accertato l’attuale sorpasso della Lega sul Movimento 5 Stelle che ancora regge, su scala nazionale, soprattutto grazie al reddito di cittadinanza proposto. Una difficoltà che potrebbe trasformarsi nel loro totale declino se questa riforma delle regioni dovesse attuarsi a breve.
Non è infatti per amore dell’unità nazionale che i Membri del Governo 5S hanno deciso di fermare questo progetto di autonomia ma perché annienterebbe, causa il mancato sostegno economico, il reddito di cittadinanza, madre di tutte le battaglie cinque-stellate. Perché se è vero che anche al nord, dovrebbero essere in molti ad usufruirne, non si può nascondere, soprattutto anche a causa del livello di povertà accertata, che questa riforma è tanto cara al sud Italia. Gli stessi che hanno consentito al Movimento 5S di superare il Partito Democratico e controbilanciare l’esito elettorale della Lega.
Purtroppo sino a dopo le elezioni europee non sapremo quale futuro avrà questo Governo ma certo è che tutto potrebbe cambiare. Potrebbero saltare gli accordi presi tra le parti anche perché non è ancora comprensibile sino a quando questo “do ut des” in chiave campagna elettorale, potrà continuare. Del resto speriamo almeno che il fatto che i 5S abbiano votato a sostegno del Ministro Salvini, per garantirgli l’impunità per la questione della nave Diciotti, induca lo stesso a sostenere il fermo della richiesta di autonomia regionale tanto cara ai suoi amministratori e compagni di partito. Anche se forse reciprocamente sulla questione del blocco della TAV, i penta-stellati dovranno fare un passo indietro e lasciare che il treno fili diritto verso Lione o concedere qualcos’altro al loro esuberante lumbard.
Il deficit pubblico e la riforma dello Stato e delle Regioni.
Allora tutto bene ciò che resta immodificabile? Una riforma delle regioni non è necessaria e semplicemente se tutti pagassero le tasse le cose funzionerebbero? O forse i vari esperti di natura politica differente, assunti dagli ultimi quattro governi, hanno sbagliato nell’evidenziare dopo una corretta analisi, spechi e sacche di sostegno clientelare vigenti?
Semplice ed improbabile è la superficialità con cui il problema degli sprechi e dei “cattivi” investimenti viene affrontato da questo Governo e da quelli precedenti che si sono presentati come alternativi dimostrandosi di fatto perpetuanti questo sistema apparentemente immodificabile.
La strada intrapresa per questa riforma delle autonomia ha di fatto evidenziato un altro problema che coinvolge sia la destra sia la sinistra di Governo di questo paese, ed è il profondo limite non solo delle classi politiche rappresentative e dei suoi referenti popolari elettorali ma soprattutto delle classi economiche nazionali che ancora oggi ritengono che l’occupazione e il mantenimento dei vecchi livelli produttivi possa essere sostenuto senza investimenti privati e pubblici e difeso attraverso la svalutazione del valore economico del lavoro (Jobs Acts e Fornero) e riducendo gli spazi di democrazia rappresentativa (riforma della Costituzione e revisione delle autonomie regionali) anche dentro e fuori il mondo del lavoro (Decreto Sicurezza).
Non si può nascondere la necessità di ridistribuire in loco e non solo, parte importante di ricchezza prodotta, senza che questa venga sprecata; di avere realmente una ridistribuzione universale della tutela sanitaria e scolastica nel rispetto degli equilibri economici unilaterali, da nord a sud dello stivale; di permettere alle regioni di poter usufruire di una quanto mai necessaria autonomia investigativa riguardo evasione fiscale e contributiva; di una politica mirata e calibrata dell’organizzazione del lavoro, degli affitti popolari, della gestione del patrimonio ambientale e di politiche che mirino alla tutela delle persone e delle famiglie; ma se per affrontare queste nuove sfide non si comprende il pericolo di una politica autarchica applicata in un contesto ormai globalizzato e a crescita demografica praticamente a zero, il problema è molto più serio di quanto si possa credere. Una seria riforma dell’autonomia regionale, oggi più che mai è necessaria, ma non possiamo permetterci di abbracciare un modello di balcanica memoria, senza infliggere danni profondi alla Democrazia e all’unità del nostro popolo.
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