Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/06/2020

Non esiste un sentimento anti-lombardo, ma una Regione che non ha saputo tutelare i suoi cittadini

C’è una cosa che amo particolarmente dell’Italia e non è né il cibo, né le spiagge e nemmeno il suo patrimonio artistico – tutte cose stupende, sia chiaro – ma la convinzione e la determinazione con cui ognuno di noi, più o meno, è disposto a difenderne la superiorità quando si tratta di metterle a confronto.

Non mi è mai capitato di conoscere un mio connazionale che non avesse qualcosa di incredibile da offrirmi originario della sua città, del suo borgo sperduto, della sua regione: in ogni angolo del Paese ci sarà sempre qualcosa da proporre, che si tratti di un formaggio o di pietre disposte in un qualche modo particolare dagli antichi greci. Anche quando questo sentimento da membro onorario della Pro Loco diventa in qualche modo competitivo – dal più classico degli scontri tra Roma e Milano, ai duelli linguistici sui generi di appartenenza dei prodotti di rosticceria ripieni di riso e ragù – trovo che ci sia una spinta divertente e folkloristica di un sentimento nazionale che nonostante le mille differenze alla fine ci rende tutti simili.

Sfidarsi sulla bellezza con ironia – e soprattutto autoironia – non ha niente di nocivo, anzi, sottolinea la storia frammentata e complessa del nostro Paese. L’Italia però, proprio per questa sua storia così particolare, si porta da un secolo e mezzo il peso di una discontinuità di sviluppo troppo grande per far finta che non esista più, e trovo che sia molto emblematico che oggi, con la pandemia ancora in atto, il livello del discorso pubblico rispetto a ciò che sta succedendo ed è successo negli ultimi mesi sia ridotto dall’idea fuorviante che esista un “sentimento anti-lombardo”.

Come tutti sappiamo molto bene, rispetto al resto d’Italia il coronavirus ha colpito in modo incredibilmente più forte la Lombardia, che tutt’oggi detiene il triste primato di contagi e morti. Ricordo bene quando la notizia dell’ormai dimenticato paziente uno, il trentottenne di Codogno, ha invaso i nostri notiziari: mi trovavo a Milano per lavoro, come capitava spesso prima del lockdown, e dovevo prendere un treno per tornare a Roma. Alla stazione Centrale l’atmosfera era spettrale, le persone si coprivano il volto con la sciarpa mentre i microfoni annunciavano il cancellamento di alcune corse. Tornando nella capitale, parlando con i miei genitori al telefono, nessuno da lontano in quel momento sembrava cogliere davvero quel senso di angoscia che ha finito per attanagliarci da ormai molte settimane.

Chi ha vissuto in Lombardia questi ultimi mesi ha avuto una percezione di ciò che è stata questa pandemia per l’Italia decisamente diversa dagli altri, e se da un lato possiamo solo essere grati che il contagio non si sia diffuso così tanto nelle regioni che pensavamo meno pronte da un punto di vista sanitario, dall’altro dobbiamo tutti, indistintamente, pretendere di conoscere le ragioni per cui la “locomotiva d’Italia” non ha retto a questo colpo come ci si sarebbe aspettati. Detto questo, trovo che sia a dir poco miserabile porre i termini della questione su una battaglia di Schadenfreude, che sposta per l’ennesima volta il focus dalle vere ragioni che hanno determinato ciò che è successo: così come i runner, i “furbetti” della quarantena, i giovani assassini promotori della movida armati di Spritz non sono i reali responsabili di ciò che è accaduto ma solo degli spaventapasseri per concentrare rabbia e impotenza verso un obiettivo comodo e innocuo, allo stesso modo non si può fare l’errore di trasformare un senso di legittima e sana indignazione nei confronti di una gestione politica scellerata in un sentimento di odio campanilista.

La deresponsabilizzazione verticale che abbiamo avuto modo di osservare durante i mesi di lockdown e nel periodo in cui ci troviamo al momento, è infatti un tema cardine della pandemia di COVID-19. Leggere interviste, editoriali e opinioni di personaggi stimabili e culturalmente preparati come giornalisti con lunghe carriere alle spalle che si avvalgono della tesi secondo cui in Italia saremmo tutti contro la Lombardia, come se si trattasse di una squadra di calcio per cui tifare, mi sembra l’ultimo tassello di questo puzzle allucinante di informazioni contrastanti e piani d’azione contraddittori a cui abbiamo assistito e di cui siamo stati vittime.

Per analizzare la questione si può partire dal momento in cui, all’inizio dell’epidemia molti meridionali frettolosi sono scappati da Milano. Al di là della facile indignazione che è seguita bisognerebbe chiedersi come mai migliaia di persone abbiano preferito tornare alla propria terra d’origine invece di affrontare una quarantena nella città dove vivono e lavorano: un gesto sconsiderato e irresponsabile, ovvio, ma anche molto emblematico. Se nel panico suscitato da una situazione ignota e pericolosa così tante persone preferiscono “fuggire” verso quella che evidentemente considerano casa propria, probabilmente è anche dovuto al fatto che la maggior parte di loro non sente che la città che li ospita sia un luogo familiare e sicuro. Una città che, come è ben noto, offre sì lavoro e opportunità a chi sa trovarle, ma che impone anche costi di vita elevatissimi rispetto al resto d’Italia – basti pensare agli affitti – e che si trasforma per molti solo in una sorta di ufficio a cielo aperto, niente a che vedere con un luogo di accoglienza, ma solo l’unica alternativa possibile a una situazione di partenza di svantaggio irrecuperabile, come quella di tante zone del Sud Italia, in cui semplicemente il lavoro non c’è. Il “sentimento anti-lombardo” – di cui si riempie la bocca chi vuole spostare l’attenzione dal vero sentimento di incredulità e indignazione che dovremmo avere tutti noi italiani verso una gestione regionale vergognosa dell’emergenza sanitaria – altro non è che una reazione spontanea e automatica nata dalla subalternità che vive una parte dell’Italia rispetto a un’altra.

“Invidia sociale”, trame della sinistra contro l’industrializzazione e la ricchezza, meridionali che non vedevano l’ora di sputare nel piatto in cui mangiavano, abbiamo sentito diverse scuse. Quella della sinistra non è invidia né disprezzo per il benessere, ma una semplice logica di riscatto redistributivo nei confronti dell’accentramento della ricchezza; un sistema che porta – come emerge da ciò che è successo e succede da sempre in Lombardia, al prevalere dispotico di pochi e raramente buoni – non mi sembra il caso di riesumare il Cavaliere e le sue prodezze. Rossana Rossanda, una politica e scrittrice esemplare, nel suo libro La ragazza del secolo scorso racconta proprio la Lombardia delle fabbriche, delle lotte operaie, dei circoli del Pci, dello sforzo di un sogno che molti come lei coltivavano in un periodo della storia in cui questo tipo di alternativa era considerata ancora viva e plausibile. Dunque Milano non è solo la città del ricco bauscia, ma anche quella degli uomini e delle donne che fanno i lavori più duri senza ottenere niente, pur avendo reso possibile coi loro sacrifici questo sogno di sviluppo. La gratitudine verso una terra che ti accoglie, però, non può essere una scusa per far accettare un sistema dispari, basato su stereotipi anacronistici per cui se da un lato si fanno le cose serie, dall’altro si batte la fiacca e al massimo si va per le spiagge, il sole, la bella vita. È un modello che, come abbiamo visto tutti chiaramente, ha dei buchi enormi che si sono manifestati uno dopo l’altro in modo drammatico, proprio sulla regione più colpita d’Italia

Se Milano è la città del progresso, dello sviluppo e dell’accoglienza, una sorta di piccola America, non si può ignorare il fatto che la Lombardia, quindi tutto ciò che sta attorno al capoluogo, è a gestione della Lega Nord. Attilio Fontana, che dal 2018 governa la regione e che ha inaugurato la sua carica con affermazioni sulla razza bianca e sulla volontà di difenderla dalla minaccia degli immigrati è ormai da diversi mesi al centro della bufera per quanto riguarda la lunga sfilza di errori commessi nella gestione dell’epidemia. Proprio in questi giorni, tra le altre cose, è emerso infatti un altro capitolo controverso della gestione di Fontana che riguarda una fornitura di camici per un valore di mezzo milione assegnata senza nessun appalto all’azienda di suo cognato, che ha detto essere stata fatta “a sua insaputa”. Un’inchiesta portata avanti dalla trasmissione Report e che, anche in questo caso, ha subito stimolato una reazione vittimista da parte del Presidente della Regione che, sulle note dell’ormai classico paravento del “sentimento anti-lombardo”, ha detto di essere bersaglio della Rai, aggredito da un piano nazionale volto a smantellare la sua giunta. Una giunta di cui fa parte anche Giulio Gallera, l’assessore alla Sanità e al Welfare che che nel corso di pubbliche dichiarazioni ha fatto emergere come non possieda le basi di conoscenza scientifica indispensabili per poter comprendere lo sviluppo del contagio, avallando una tesi a dir poco personale sull’indice di Rt. E questa non è “solo una gaffe”, ma qualcosa di ben più grave: errori di questo tipo possiamo aspettarceli da una conversazione al Bar Sport, non da un politico che ha in mano la gestione della regione d’Italia più colpita dal COVID-19. Per non parlare poi dell’amministrazione delle Rsa, per cui Fontana ha dichiarato di non avere alcuna responsabilità, o della poca trasparenza sui dati comunicati, limitando l’accesso ai documenti ufficiali, o ancora dei tamponi, per cui serve un discorso a parte. Questi errori hanno inciso sulle sorti delle tante persone colpite dal virus in questa Regione.

Ormai è chiaro che non ne siamo usciti migliori, non avremo nessuna epifania di fratellanza e rispetto, e non si potranno riparare gli errori che hanno fatto sì l’Italia diventasse un simbolo negativo di questa pandemia, sebbene in ottima compagnia tra Regno Unito, Stati Uniti e Brasile.

Appellarsi al sentimento anti-lombardo, per nascondere le proprie malefatte sotto la coltre del vittimismo è un po’ fare riferimento al razzismo al contrario, dopo secoli di abusi di potere. Continuare a cavalcare stereotipi e guerre intestine per distrarre l’attenzione mediatica dalle responsabilità – specialmente di alcuni partiti che hanno fondato la loro identità sul razzismo e sul disprezzo per una parte dell’Italia – non solo è deleterio, ma è anche imbarazzante. D’altronde molte persone adulte e senzienti che si occupano di politica in Italia sembrano avere un’idea piuttosto sfumata della dignità.

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28/05/2020

La saga del regionalismo conflittuale: A Never Ending Story?

Un interrogativo tra i tanti sollevati dalla pandemia.

Se la capacità di assorbimento di uno shock negativo da parte di un’economia dovesse essere misurata dalla sua articolazione di poteri decentrati ci sarebbe da essere ottimisti sugli effetti della crisi pandemica sull’economia italiana. Eppure, la tesi che vorrebbe una governance contraddistinta da autonomia normativa e finanziaria dei poteri locali maggiormente in grado di assorbire sul proprio territorio shock esogeni, siano essi simmetrici o asimmetrici, dal lato della domanda o da quello dell’offerta, sembra essere sconfessata proprio dal caso italiano. A partire dagli anni Settanta, infatti, i mutamenti istituzionali in chiave “regionalista” sono stati progressivi (pur nelle discontinuità sempre rintracciabili nel lungo periodo) e, in parallelo, sono anche diminuite le nostre capacità di risposta agli shock globali.

È solo una coincidenza o qualcosa di più?

Se tre indizi fanno una prova, che dire di cinque?

Dalla crisi petrolifera all’ultima grande crisi, passando attraverso gli effetti più graduali dell’incessante integrazione dei mercati, gli shock globali e i cambiamenti strutturali che ne sono seguiti sono stati i nostri peggiori nemici. Ne hanno risentito, fino a scomparire progressivamente dalle statistiche, i due “figli gemelli” del boom economico italiano: la crescita nazionale e il riequilibrio tra Nord e Sud del paese.

C’è stata una costante nel groviglio di eventi susseguitisi nell’ultimo cinquantennio: la politica economica italiana ha attraversato le grandi transizioni scegliendo sempre “più regionalismo”. Così facendo, è questa l’ipotesi che avanziamo, lo Stato centrale ha assecondato i crescenti conflitti territoriali tra Nord e Sud, smarrendo la sua capacità di far leva sulle loro complementarietà per far crescere “insieme” i due sistemi. Più che favorire il passaggio ad un maturo sistema federale cooperativo, utile al Sud e al Nord, i conflitti territoriali hanno alimentato un regionalismo disordinato e dannoso.

In sintesi, gli indizi che rintracciamo a sostegno di questa ipotesi nella storia passata sono cinque.

La progressiva disarticolazione del presidio centrale della nostra politica nazionale inizia con l’istituzione delle Regioni negli anni Settanta segnati dalla crisi petrolifera. Anziché ripensare al ruolo del Sud che non può più contribuire alla crescita nazionale con la sua industria pesante ormai in crisi, la politica nazionale lascia spazio alle pulsioni dello sviluppo endogeno delle economie locali, tutte uguali, tutte pronte al decollo su base distrettuale. Tutto bene per la cosiddetta “terza Italia” finché durano le svalutazioni competitive. Nel frattempo, la delega delle responsabilità di spesa dallo Stato centrale alle amministrazioni regionali gonfia il debito pubblico e peggiora la “qualità” delle politiche (Giannola, Petraglia, Scalera, 2016).

Con la sottoscrizione del Trattato di Maastricht, arriva il secondo break. Le severe politiche implicite nei criteri di convergenza nominale alla moneta unica è sincrono alla fine dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno e all’inizio dell’intervento ordinario per le aree depresse. Cresce il localismo delle politiche regionali con il favore dell’“Europa delle regioni”. La crisi dei partiti nazionali della Prima Repubblica è il perfetto alleato dell’affermazione del regionalismo all’italiana, inattuale e inadeguato rispetto a quanto avviene in Germania, uno Stato federale attento a preservare un coordinamento centrale della politica economica nazionale. Da noi, invece, la coperta corta degli avanzi primari fa crescere la tensione tra Nord e Sud e la questione settentrionale prende il posto di quella meridionale, affossata, è sempre utile ricordarlo, dalla colpevole collusione tra governi nazionali che disinvestono dal Sud e amministratori locali interessati più alle clientele che allo sviluppo.

Il nuovo secolo porta con sé i cambiamenti epocali della globalizzazione e della trasformazione dell’ICT con tutto ciò che ne consegue in termini di opportunità di crescita per le economie nazionali, e di nuove responsabilità per le politiche pubbliche. L’Italia risponde con il terzo cambiamento istituzionale, il più radicale: la Riforma del Titolo V della Costituzione che ribalta completamente il rapporto di forza tra Stato centrale e Regioni a favore di queste ultime. Più un’ulteriore concessione alle richieste di autonomia delle aree forti del paese – che iniziano a cavalcare il mantra dei residui fiscali – che un passo in avanti verso il federalismo cooperativo necessario nel paese “troppo lungo”. Stanno lì a dimostrarlo il lascito di conflitti tra Stato e Regioni e, soprattutto, i tre pilastri fondamentali del nuovo Titolo V restati inattuati: la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni di competenza esclusiva dello Stato (art. 117), la perequazione e la solidarietà territoriale (art. 119).

La crisi finanziaria internazionale del 2007-2008 costituisce lo sfondo alla quarta puntata della nostra sfortunata saga: la legge delega n. 42 del 2009 di attuazione del nuovo art. 119 della Costituzione rimasta nel migliore dei casi (si fa per dire) inattuata e, nel peggiore, attuata in maniera perversa.

La saga del regionalismo conflittuale si completa con le turbolente vicende della “battaglia” per l’autonomia differenziata, quando la nuova ondata di “regionalismo” prende la forma della rivendicazione di risorse aggiuntive per le regioni più forti al fine di sanare una presunta ingiustizia fiscale in nome di una (mai dimostrata) superiorità organizzativa e allocativa sullo Stato centrale. Un progetto fallito, un tentativo di fuga in avanti rispetto al modello di federalismo cooperativo avviato con la legge 42 del 2009 (SVIMEZ, 2019a; SVIMEZ, 2019b; DAGL, 2019; UPB, 2019). Con l’effetto collaterale di inasprire la conflittualità territoriale che ancora oggi trova esempi di rivendicazionismo preconcetto anche al Sud, non ultimo quello di taluni presidenti di regione.

Tornare alle basi per evitare gli errori del passato.

Non che la storia consenta rapporti meccanicistici di causa ed effetto tra accadimenti e tendenze politiche di medio periodo; ma come declassare a mere coincidenze una concatenazione di “fatti stilizzati” così reiterati? Ripetiamo: si potrà eccepire sul “post hoc ergo propter hoc” che evochiamo; è tuttavia indubbio che la strada verso il regionalismo in Italia, lungi dal costituire un elemento di tutela dalle avversità, ha finito per accompagnarsi all’indebolimento del sistema economico nazionale e all’aumento delle disuguaglianze territoriali. E tutto ciò pare dovuto ad un peccato originale che ha segnato i movimenti tesi a dotare le regioni di maggiore autonomia e dotazione finanziaria. Il modello teorico che sta alla base del federalismo cooperativo così come inteso in letteratura (e preso a riferimento sulla carta dalla legge delega n. 42 del 2009) prevedrebbe cooperazione, perequazione e solidarietà territoriale. La cooperazione implicherebbe il coinvolgimento delle realtà territoriali su base paritaria e una distinzione chiara tra competenze centrali e competenze regionali; perequazione vorrebbe dire livellare le condizioni di partenza tra le realtà regionali; solidarietà rimanda ad una ripartizione delle risorse fondata sul principio di sostegno, ciclico o strutturale, verso le realtà più svantaggiate.

In Italia nulla di tutto questo si è tradotto in pratica. La matrice storica del regionalismo nostrano denuncia, sin dal suo germogliare politico negli anni Ottanta, istanze conflittuali e non cooperative, di contrapposizione. A voler essere chiari: il regionalismo all’italiana si è mosso, e qui a nostro avviso il suo peccato originale, per determinare una frattura tra le strutture economiche del Nord e del Sud dell’Italia e per esaltarne le specificità produttive a discapito della interconnessione.

Si poteva aderire o dissentire dalla questione meridionale così come interpretata da Fortunato, da Salvemini o da Nitti; si poteva eccepire sulla visione dello Stato Imprenditore di Pasquale Saraceno, si poteva criticare la Cassa per il Mezzogiorno o le imprese a Partecipazioni Statali, sta di fatto che fino agli anni Settanta la performance strutturale dell’economia italiana è pensata come quella di un unico sistema produttivo, duale o dualistico, ma unico. Il regionalismo italiano spezza questa unitarietà: i destini delle due macroregioni sono disgiunti; la questione diviene quella settentrionale, ovvero delle risorse che vanno destinate o mantenute in loco per permettere alle poche regioni competitive del paese di reggere la concorrenza internazionale.

E, da queste premesse, veniamo a quel che più interessa oggi. Se ogni shock è foriero di una nuova stagione, quali saranno i possibili andamenti futuri della saga? Sarà il caso di avviare fin da subito un chiarimento definitivo. Innanzitutto concordando sulla superiorità dello Stato centrale rispetto alle Regioni in due delle tre fondamentali funzioni del settore pubblico in economia: la funzione di stabilizzazione per sostenere la crescita a breve e lungo periodo e la funzione distributiva a salvaguardia dell’equità nella distribuzione dei redditi (Musgrave, 1980; 1990). Quale che sia la fonte statistica utilizzata, l’Italia registrerà, nel 2020, la più elevata contrazione del PIL dal secondo dopoguerra. Una nuova profonda recessione più feroce dell’ultima grande crisi, prima ancora di superarne le conseguenze che hanno riguardato anche l’ampliarsi delle disuguaglianze. Sarebbe davvero diabolico perseverare con proposte di regionalismo caratterizzate da esplicite o implicite intromissioni nelle funzioni di stabilizzazione e di distribuzione. Il dibattito sul decentramento sia confinato alla sola funzione allocativa, quella relativa alla fornitura dei servizi pubblici, senza opposizioni preconcette di natura efficientista o neoborbonica[2]. E attenzione all’elevato contenuto redistributivo della funzione allocativa quando esercitata in alcune materie, come la sanità e l’ambiente, ad elevato rischio di “spillover” tra diverse giurisdizioni regionali.

Riferimenti bibliografici

DAGL – Dipartimento degli Affari Giuridici e Legislativi della Presidenza del Consiglio dei Ministri (2019), Appunto per il Presidente del Consiglio (Oggetto: Applicazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione – Schemi di intesa sulle ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia nelle Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna), 19 giugno 2019.

Giannola A., Petraglia C., Scalera D. (2016), Net fiscal flows and interregional redistribution in Italy: a long run perspective (1951-2010),  Structural Change and Economic Dynamics, 39, 2016: 1-16.

Musgrave R.A. (1980), Theories of fiscal crises: an essay in fiscal sociology, in Aaaron H., Boskin M. (a cura di), The economics of taxation, The Brooking Institution, Washington DC.

Musgrave, R.A. (1990), Horizontal Equity, Once More. National Tax Journal, 43, 113- 122.

Oates, W. E. (1968) in The theory of public finance in a federal system. The Canadian Journal of Economics/Revue canadienne d’Economique, 1(1), 37-54.

SVIMEZ (2019a), Nota tecnica sull’attuazione dell’autonomia differenziata a cura della Commissione SVIMEZ sul federalismo fiscale, 10 aprile 2019.

SVIMEZ (2019b), Audizione presso la Commissione (VI) Finanze della Camera dei deputati, nell’ambito dell’Indagine conoscitiva sui sistemi tributari delle regioni e degli enti territoriali nella prospettiva dell’attuazione del federalismo fiscale e dell’autonomia differenziata. Roma, 10 dicembre 2019.

Ufficio Parlamentare di Bilancio – UPB (2019), Audizione dell’Ufficio parlamentare di bilancio su attuazione e prospettive del federalismo fiscale e sulle procedure in atto per la definizione delle intese ai sensi dell’art. 116, 3° c., della Costituzione, Intervento del Consigliere dell’Ufficio parlamentare di bilancio Alberto Zanardi, Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale, 10 luglio 2019.

Note:

[1] La natura divulgativa del contributo non ci esime dal ringraziare Amedeo Di Maio, Salvatore Ercolano e Giuseppe Gaeta per la complicità nello stabilire legami tra fenomeni apparentemente non correlati.

[2] Gli stessi teorici classici del “federalismo fiscale” ricordano esplicitamente che la sua ragione economica può esistere limitatamente, e soggetta a diversi vincoli, alla funzione allocativa. “The economic case for federalism is found in the Allocation Branch” si legge in Oates (1968).

Ormai c’è una “questione settentrionale”

Questi quattro mesi di pandemia hanno strappato molti veli e segnalato molte vulnerabilità di sistema, prima di oggi rimosse o coscientemente occultate. Tra queste vi è la “questione settentrionale” ed è tempo che si porti alla luce e ci si metta mano, con ogni mezzo necessario.

In Italia da decenni affrontiamo la questione con una visione rovesciata, consentendo che la “questione meridionale” continui ad essere vissuta come l’unico aspetto dello sviluppo disuguale del nostro paese. Come se l’effetto possa consentire alla causa di continuare ad agire indisturbata nel tempo.

Ma dopo questi mesi in cui la localizzazione, la diffusione e la risposta alla pandemia di Covid-19 hanno rivelato geografie e comportamenti molto precisi, è tempo di rovesciare una visione falsata e obsoleta: il nostro paese ha una questione settentrionale alla quale mettere mano.

In questi mesi sono, infatti, emerse domande cui occorre iniziare a fornire risposte. Perché i due focolai di coronavirus, quello in Veneto e quello in Lombardia si sono diffusi così velocemente? “C’è stata una non conoscenza dei sanitari che non sono stati in grado di riconoscere immediatamente i sintomi del virus”, ha commentato il commissario all’emergenza Angelo Borrelli. Vero o falso che sia, non risponde alla domanda.

Perché il Coronavirus si è diffuso più al Nord che al Centro-Sud?

I risultati dello studio di un gruppo di docenti e ricercatori dell’università di Catania non forniscono una risposta univoca, ma analizzano una serie di possibili fattori, tra cui “l’urbanizzazione”, fenomeno che “influenza sempre più le caratteristiche epidemiologiche delle malattie infettive”. “La stretta vicinanza delle persone nella loro mobilità a corto raggio e l’atteggiamento di utilizzare i mezzi pubblici affollati è amplificato in città compatte e dense”, scrivono i ricercatori.

E poi c’è l’inquinamento atmosferico che potrebbe aver giocato contro le regioni settentrionali, e in particolare contro la Pianura Padana. “È noto – si legge nello studio – che le persone con patologie polmonari e cardiache croniche causate o peggiorate dall’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico sono meno in grado di combattere le infezioni polmonari e hanno maggiori probabilità di morire”.

Nelle tre regioni di quella che abbiamo definito “la Baviera del Sud” (Lombardia, Nordest, Emilia Romagna) si concentra non solo quasi il 50% del Pil dell’intero paese, ma anche l’80% del valore aggiunto e dell’export.

Chiunque abbia circolato sulla tangenziale da Milano a Brescia o nella bergamasca, non può che rimanere attonito dall’enorme densità di fabbriche e capannoni. Oppure chi attraversa il Veneto da ovest a est non si accorge neanche di passare da un comune all’altro perché gli insediamenti abitativi e industriali sono praticamente un continuum senza interruzioni.

Tutto questo è stato vissuto solo come Pil, crescita, impresa, business producendo un stile di vita, una ideologia e un approccio conseguente, individualista e, se volete, nichilista.

A interpretare questo blocco storico è stata ad un certo punto soprattutto la Lega, con i suoi amministratori che governano il Nord, dal Piemonte al Friuli – tranne l’Emilia Romagna – con i suoi riti popolari nelle sagre di paese, o a Pontida, e le sue strettissime connessioni con il mondo delle imprese, in cui i peggiori “spiriti animali” del capitalismo si sono rivelati palesemente in piena emergenza pandemica.

Questo blocco di interessi materiali, e di ideologia conseguente, presenta anche le sue differenziazioni interne.

Zaia che presta ascolto ai giusti consigli dello scienziato Crisanti e riduce, per ora, l’impatto della pandemia in Veneto ma poi spinge per riaperture senza limiti.

L’Emilia Romagna governata dal Pd e da Bonaccini, ma che sostanzialmente condivide la prospettiva dell’autonomia differenziata delle regioni e l’identico modello economico/ambientale.

Al centro della questione settentrionale agisce poi un magnete: la Lombardia e al centro di essa Milano. Due entità governate diversamente da Lega e Pd, ma sostanzialmente convergenti sul “prima il business” come agente materiale ed ideologico decisivo.

A farne le spese è stata anche e soprattutto la sanità. E qui il velo dell’”eccellenza lombarda” è stato strappato in via definitiva. I dati sui morti e i contagi sono lì a dimostrarlo. Pochi centri d’avanguardia non possano contrastare una pandemia o qualsiasi altra patologia di massa.

“Quando si assiste a un fenomeno come quelli dell’ospedale di Alzano Lombardo, non ci si può esimere da una riflessione su chi ha gestito la sanità in Lombardia negli ultimi 20 anni” – afferma un amareggiatissimo Gino Strada – “Questi anziani sono stati lasciati morire nelle case di riposo senza nessuna umanità, senza nessuna pietà. Tutto questo è moralmente, prima che giuridicamente, un crimine. La Lombardia ha fatto con gli ospedali ciò che persino la camorra ha avuto difficoltà a fare in questo modo così esteso e puntuale”.

Ma anche sul presente, sull’impressionante pressing attuato per limitare le chiusure di imprese prima e accelerare le riaperture poi, comincia a pesare come un macigno l’ipotesi che i dati forniti in Lombardia non siano stati e non siano ancora adesso attendibili.

“La nostra grossa preoccupazione è che in questo momento la situazione lombarda sia quella che uscirà per ultima da questa tragedia, perché se si chiude troppo tardi e si vuole riaprire troppo presto, e si combinano anche dei magheggi sui numeri, allora è ovvio che la volontà politica non è quella di dominare l’epidemia ma è quella di ripartire al più presto con tutte le attività, e questo non lascia tranquilli“, afferma il matematico Nino Cartabellotta, presidente della fondazione Gimbe che da tempo, da prima della pandemia, sta documentando i danni dello smantellamento del Servizio Sanitario Nazionale.

Ma sulla Lombardia, oltre i costi umani della pandemia, sta agendo anche un altro “cigno nero”, prevedibile ma non previsto.

Se la Lombardia è il magnete intorno a cui ruota in modo del tutto asimmetrico il resto del paese, essa è a sua volta subalterna al magnete Germania. Nella ossessione competitiva, anche le ricche regioni del Nord, e tra esse la “ricca” Lombardia, hanno una funzione subordinata nelle filiere produttive e tecnologiche.

E qui il cigno nero della recessione in Germania, iniziata assai prima del coronavirus, stava già producendo effetti. A renderne conto è la stessa Assolombarda, filiale di Confindustria diventata una sorta di “nazisti dell’Illinois” di casa nostra.

Nel suo ultimo rapporto di maggio, proprio Assolombarda certifica che la Lombardia nell’ultimo decennio non è riuscita a raggiungere una crescita dell’1% (è ferma a +0,7%). Nello stesso periodo il Land tedesco della Baviera è cresciuto del 23%; quello del Baden-Württemberg del 17%. Molto meglio della Lombardia ha fatto anche la Catalogna spagnola, con un tasso di crescita dell’8%. Milano, Lodi, Monza e Brianza, rivelano quindi “una distanza abissale rispetto alle colleghe europee negli ultimi 10 anni”, scrive Assolombarda.

“Più confortanti, invece, i numeri relativi al quinquennio 2014/2019, che hanno visto la Lombardia crescere del 7,4%, una soglia però sempre lontana dai diretti competitor: +18% in Catalunya, +12,5% nel Baden-Württemberg e +12,3% nel Baviera. Guardando, invece, alle altre Regioni più industrializzate del Nord Italia, nel 2019 la Lombardia si piazza di poco al primo posto davanti a Veneto ed Emilia Romagna (0,4%), poco più staccato il Piemonte (0,2%)”.

Si pone dunque un problema strategico non solo per la Lombardia e il Nord, ma per l’intero paese. Continuare a stressare ambiente, lavoratori e lavoratrici, relazioni sociali – nelle aree metropolitane come nei piccoli centri – all’insegna di una competitività ossessiva e dai risultati incerti, ha creato le condizioni idonee per l’esplosione di una pandemia, questa sì imprevista e imprevedibile, ma dentro un contesto di collasso di sistema ampiamente prevedibile.

La primazìa del “Partito Trasversale del Pil” rispetto a tutte le altre esigenze sociali, non è un vulnus solo per questa regione, ma di sicuro è in questo teatro che si gioca la partita decisiva.

Le reazioni furiose all’idea che il “modello Lombardia” possa e debba essere rimesso radicalmente in discussione con scelte radicali – a cominciare dal ripristino della centralità della sanità pubblica – sono il problema che questo paese deve affrontare e rimuovere, con ogni mezzo necessario, incluso il commissariamento della giunta Lombarda. Serve un segnale forte di controtendenza.

I guasti del regionalismo spinto prima e le velleità sull’autonomia regionale differenziata poi, oggi sono sotto gli occhi di tutti.

È l’occasione da cogliere per mandare un segnale. Il vero limite è l’inconsistenza e l’indecenza della classe politica di governo. Ne avrebbero tutti gli strumenti e le possibilità, ma buona parte di chi sostiene l’attuale esecutivo continua ad essere parte del problema e non della soluzione.

Siamo ancora in quel chiaroscuro tra il vecchio che muore e il nuovo che non può nascere, in cui si producono fenomeni morbosi.

Per questo l’unica ventata di rinnovamento può provenire da un conflitto di classe esteso e radicale che, oltre le sacrosante rivendicazioni concreti, cominci a maneggiare anche una visione generale dello sviluppo di questo paese, a cominciare dall’affrontare anche la “questione settentrionale”.

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