In Emilia Romagna continuano le indagini ispettive, la presenza costante e le forme di pressione da parte dell’ufficio scolastico regionale. Una simile solerzia nell’orientare le delibere di collegi docenti e consigli di classe non si era fin qui mai vista in un numero di casi così alto.
Ci preoccupa notevolmente questo clima di caccia alle streghe che vede l’Ufficio di via de’ Castagnoli attivarsi con comunicati pubblici minacciosi dati in pasto ai media con una velocità che mal si abbina a un buon approfondimento, con un piglio investigativo che ha sempre come oggetto il lavoro dei docenti e, strano a dirsi, mai quello dei dirigenti scolastici.
Il recente caso del Liceo Monti di Cesena, verso il quale l’USR comunica di aver avviato indagine ispettiva, è solo l’ultimo episodio di una lunga catena di atti simili, mossi verso i docenti e le docenti delle scuole emiliano romagnole.
Capita che in un solo anno scolastico l’USR Emilia sia intervenuto innumerevoli volte, forse un caso particolarmente interessante sul piano statistico rispetto agli altri uffici scolastici.
A ottobre l’USR Emilia è intervenuto per spingere il dirigente scolastico dell’Istituto Aldrovandi Rubbiani di Bologna a revocare le delibere dei consigli di classe che avevano approvato l’incontro promosso da AssopacePalestina con i Refusenik (studenti israeliani renitenti alla leva militare).
Nella stessa scuola a dicembre l’USR ha spinto il dirigente a revocare la delibera del collegio docenti sul periodo unico di valutazione approvato a inizio anno.
Sempre a dicembre, l’USR è intervenuto sul webinar con Francesca Albanese con quello che, da molti media e sindacati, è stato definito come un nemmeno troppo celato intento di sottoporre a censura le iniziative sulla Palestina.
Il caso dell’istituto Mattei di San Lazzaro ha avuto come esito dell’ispezione: “Nessuna irregolarità nei contenuti”. Il tutto doveva concludersi con un nulla di fatto e delle pubbliche scuse alla docente ingiustamente oggetto di accertamento ispettivo in quanto il webinar era “del tutto coerente con la programmazione di educazione civica della scuola e con la programmazione disciplinare della docente coinvolta”.
E invece la contestazione formale alla docente è ancora in attesa di esito con una nota di carattere procedurale che ha proprio il sapore della ricerca del cavillo che possa fare perdurare per quasi dieci mesi l’attesa come forma di intimidazione esemplare.
Sembra di essere precipitati nell’era del Grande disciplinamento, in cui la libertà di insegnamento dei consigli di classe sul piano didattico-educativo è sempre attenzionata dall’USR in Emilia Romagna.
Ma si tratta sempre, chissà perché, di temi o decisioni che non sono gradite a viale Trastevere.
Anche le recenti “comunicazioni pubbliche” dell’USR Emilia Romagna del 6 e del 12 giugno dovrebbero spingerci tutti, lavoratori e lavoratrici, a interrogarci.
A Modena oggetto dell’indagine è una scuola primaria e dell’infanzia rea di avere organizzato un incontro pubblico a cui era invitato Wael Al Dahdouh giornalista di Al Jazeera testimone del genocidio, nonostante lo sterminio della sua famiglia, e il suo traduttore.
A Cesena oggetto di indagine ispettiva sono i consigli di classe che hanno assegnato delle tesine per l’esame di Stato, in linea con l’attuale ordinanza ministeriale voluta proprio dal ministro Valditara, per recuperare un sei in condotta attribuito ad alcuni studenti nello scrutinio finale. Oggetto della visita ispettiva che l’USR Emilia Romagna dichiara di avviare sembrerebbe essere la traccia dell’elaborato critico proposto agli studenti.
Ora, ci sembra che in Emilia Romagna stia avvenendo qualcosa di anomalo con questa serie di azioni ispettive e di comunicazioni pubbliche che, anche quando le ispezioni arrivano a un nulla di fatto, sembrano voler continuare solo a tenere in piedi un clima di sospetto, di sfiducia verso il lavoro dei docenti, di terrore e intimidazione.
Qual è il progetto? Si sta cercando di instillare nei docenti la sensazione di essere dipendenti del governo e non della Repubblica italiana antifascista nata dalla Resistenza?
Ci aspettiamo che il ministro risponda su questa strana anomalia. Come USB rigettiamo questo clima repressivo, abbiamo sempre manifestato massima solidarietà ai docenti e alle docenti colpiti da simili provvedimenti e come sempre siamo pronti a difenderli per contrastare ogni istanza di censura e di intimidazione.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
18/06/2026
Scuola sotto stretta sorveglianza ministeriale. Il caso Emilia-Romagna
19/11/2024
Elezioni regionali in Emilia Romagna: tra l’astensionismo e gli accordi del partito unico, si fa strada la voce di chi lotta
La prima è che una percentuale enorme di elettori di questa regione non si sente rappresentata dal partito unico della guerra, degli appalti, del cemento, dell’autonomia differenziata. L’astensionismo che supera il 52% è più che un sintomo: è un chiaro messaggio al sistema politico del bipolarismo contro il quale abbiamo lottato durante la campagna elettorale, il quale ci dice che il loro mondo non è più in grado di dare risposte alle centinaia di migliaia di cittadini che non sono andati a votare.
Con oltre 270.000 voti persi dalla coalizione e dal suo candidato presidente De Pascale, il quadro si conferma: il Patto per il Lavoro e per il Clima è crollato con le alluvioni, con gli omicidi sul lavoro, con la privatizzazione della sanità, con il sistema degli appalti.
Le prime parole che De Pascale ha detto subito dopo aver avuto la conferma dell’elezione, peraltro, sono molto indicative: mettere da parte le differenze e cominciare un vero dialogo con il governo per risollevare le sorti della regione colpita dal disastro climatico. La proposta è, ancora, la gestione commissariale in mano al Presidente. Un atteggiamento in assoluta continuità con il passato.
In questo quadro, però, vediamo con ottimismo il risultato ottenuto dalla nostra lista. Pur non essendo sufficiente ad assicurare un seggio che rappresentasse quanti abbiamo incontrato nelle lotte e in questa campagna elettorale, siamo in crescita rispetto alle liste a sinistra della coalizione del PD alle scorse regionali. Siamo l’unica lista, rispetto alla tornata precedente, ad aver aumentato non solo in termini percentuali ma anche in termini assoluti il consenso ricevuto.
Questo non vuol certo dire che abbiamo raggiunto un traguardo, ma ci dice che si aprono degli spazi possibili per l’alternativa, e su questa consapevolezza d’ora in poi dobbiamo e vogliamo lavorare!
Abbiamo fatto una campagna elettorale coraggiosa, in cui abbiamo portato i temi e le lotte al centro del dibattito, e vogliamo ringraziare tutte e tutti coloro che hanno usato il loro voto per dare un segnale che un’alternativa in questo “sistema Emilia-Romagna” c’è e si deve rafforzare. Nonostante non abbiamo raggiunto la soglia di sbarramento, il candidato presidente Federico Serra e alcune candidature di rottura hanno saputo raccogliere un consenso indicativo e molto superiore rispetto al nostro recente passato.
Per noi le elezioni sono un passaggio, che però ci indica la direzione. E la direzione è quella della lotta, della costruzione di legami con coloro che ogni giorno si impegnano per resistere al disastro ambientale, alla cementificazione, che si ribellano a salari da fame e allo sfruttamento, che rifiutano gli alibi dei tagli ai servizi pubblici che nascondono gli effetti dell’economia di guerra.
Non saremo dentro l’assemblea regionale, ma continueremo a fare opposizione nelle strade, e a costruire, giorno per giorno, un’alternativa al sistema politico, e un’alternativa di società.
Fonte
29/09/2024
Scuola, motori e lavoro a tutti i costi
di Paolo Lago
Paolo La Valle, Gli automotivati. La love story tra scuola e motori, Alegre, Roma, 2024, pp. 255, euro 16,00.
Il mondo dei motori, delle automobili e delle moto si insinua in modo pervasivo in quello della scuola e dell’educazione soprattutto se le scuole in questione si trovano nella cosiddetta “Motor Valley”, collocata tra Bologna, Modena e Reggio Emilia. È quello che ci racconta Paolo La Valle nel suggestivo Gli automotivati. La love story tra scuola e motori, uscito recentemente per la collana Quinto Tipo di Alegre: si tratta di una sorta di diario-saggio che focalizza un anno di insegnamento svolto dall’autore, docente di Italiano, in un Istituto Professionale della zona. La scrittura alterna l’immediatezza della presa diretta sugli avvenimenti legati all’universo scolastico (in cui protagoniste sono classi ‘difficili’, composte spesso di soli alunni maschi) a inserti dal taglio più saggistico, dove si infittiscono osservazioni e riflessioni su un tessuto sociale irretito dal produttivismo capitalista che si ingrandisce e si sviluppa sempre di più a scapito della vita delle persone. Il tutto scandito da capitoli che portano nei titoli formati dal verso di una canzone sempre diversa l’ispirazione musicale che li ha mossi.
Il lavoro è un dogma, da quelle parti, e gli stessi alunni del Professionale odiano la scuola e non vedono l’ora di finirla o interromperla per mettersi a lavorare nel settore automotive e cioè per quelle fabbriche e per quelle aziende che si estendono a macchia d’olio provocando un abnorme consumo di suolo e per tutto il grande circo spettacolare che si erge dietro questo apparato, in primis il Motor Show di Bologna che nel 2018 ha visto la sua ultima edizione. Se, come nota l’autore, nel 1976, ai suoi albori, il Motor Show occupava un’area di 5mila metri quadrati, nel 2004 “si arriva a 230 mila facendo da volano all’aumento di consumo di suolo in un territorio che oggi con la sua Zona Fiera raggiunge i 375 mila metri quadrati e ospita iniziative di ogni tipo, grazie al protagonismo del Gruppo BolognaFiere, in grado di allestire settantacinque eventi all’anno tra Bologna, Modena e Ferrara” (p. 34). Lo stesso Motor Show ha rappresentato l’aspetto più spettacolare dell’ideologia che gli esponenti del capitale pretendono di inculcare nei giovani che gravitano attorno al settore, e la progressione dei suoi chilometri quadrati equivale all’aumento esponenziale della densità di auto in Italia, che provoca un ulteriore aumento di suolo nella costruzione di sempre nuove strade (come il progetto del cosiddetto Passante di Bologna), di sempre nuovi svincoli e rotatorie realizzati asfaltando e cementificando innumerevoli aree verdi. Non c’è da meravigliarsi, perciò, se a ogni nuova pioggia violenta (eventi che ormai non si possono più considerare ‘eccezionali’ nella realtà del cambiamento climatico che ci troviamo a vivere) quel territorio dell’Emilia Romagna (che è terza in Italia per consumo di suolo) viene devastato e allagato: è cronaca, purtroppo, anche di questi giorni.
Il lavoro è un dogma e risuona come un vero e proprio mantra, fin dalla scuola, irretendo gli adolescenti e le adolescenti. Laura, ad esempio, che adesso ha trentadue anni, ha lavorato al Motor Show come ragazza immagine fin da quando stava per compiere diciotto anni e andava ancora a scuola, in un contesto in cui gli atteggiamenti sessisti risultano assolutamente normali e si esplicitano in continui apprezzamenti volgari e viscidi (e il racconto di Laura e di altre ragazze si materializza all’interno di un capitolo intitolato Quante belle figlie da sposar, verso tratto da Ottocento di Fabrizio De André, in un momento in cui la canzone accelera musicalmente commentando in forma iperbolica l’iperproduzione spettacolare dei primi anni Novanta). Certo, è questa l’altra faccia del capitale, è il suo truce spettacolo che ‘macchinizza’ e capitalizza gli stessi corpi, come vediamo nelle sequenze iniziali del film Titane (2021) di Julia Ducurnau, in cui alcune ballerine sexi si esibiscono sui cofani delle automobili in un autosalone di fronte a maschi per i quali non c’è alcuna differenza – sembra – fra l’estetica delle auto e quella delle ragazze.
L’ideologia del lavoro a tutti i costi, come già notato, si insinua anche tra i banchi di scuola, dove si trovano, fra gli altri, gli studenti El J, Cucciolotto, Pablo, Thomas, e allora la scrittura diaristica erompe in volute sintattiche e lessicali che esondano da qualsiasi schema, in un sinuoso pastiche che ricalca il parlato ma soprattutto i gerghi giovanili mentre sullo sfondo, come un magico folletto portatore di pace all’interno di una quotidiana guerra, si aggira fantasmaticamente la Chica, la compianta canina del narratore e professore che scambia con lei uno sguardo nei momenti più difficili, in momenti in cui bisogna dare forse un conforto o una pacca sulle spalle a chi è inserito nella macina di un sistema più grande di lui, come succede a molti di questi giovani, cresciuti fra vita non facile e motori. Il lavoro si fa breccia anche attraverso la cosiddetta alternanza scuola-lavoro, oggi rappresa nell’acronimo Pcto, largamente diffusa nell’Istituto Professionale in questione. Un percorso che dovrebbe essere formativo ma che ha al suo attivo una scia di morti, giovani studenti vittime di incidenti sul lavoro. E, come scrive La Valle, un’ideologia di questo tipo nella sua classe è introiettata a tal punto che si tende a dare la colpa alla persona incidentata che avrebbe dovuto prestare maggiore attenzione alle misure di sicurezza e non, magari, alla quasi totale mancanza di queste ultime o a un sistema che non fa in modo che siano sufficienti e all’altezza.
I messaggi che dall’alto vengono fatti passare, infatti, sono quelli di una contrapposizione muro contro muro fra scuola e mondo del lavoro:
da una parte c’è il mondo della scuola, con le sue materie inutili e le sue fissazioni, mentre dall’altra c’è il mondo che conta, quello del lavoro, quello da cui arrivano i soldi. Il primo mondo impone regole per te incomprensibili, il secondo le ammorbidisce. Quale scegli?
Se nel primo ti inseguono perché stai fumando e nel secondo fingono di non accorgersene? Se nel primo si arrabbiano per un commento che hai fatto a una ragazza, mentre nel secondo scherzi a voce alta su culi e tette? Se nel primo insegnano cose che per te sono inutili e nel secondo ti dicono che l’importante è guadagnare? Con queste opzioni, a sedici anni, le scelte sono facili (p. 201).
Oggi anche la scuola è stata raggiunta dalla longa manus del capitale e si sta trasformando in un’azienda “che vive secondo i criteri delle temporalità formalizzate, della competitività e delle mille categorizzazioni che comprimono le attività spingendole verso l’individualismo. È una modalità repellente e se a questa roba non abbiamo dato il nome di fascismo è perché ancora non gli abbiamo fatto la guerra” (p. 208). Assieme al lavoro, si fanno strada anche la competitività e il meccanismo della valutazione sempre e comunque con l’intento di disciplinare gli individui in una forma mentis economica fin dai banchi di scuola. Niente di nuovo sotto il sole, insomma, rispetto a quanto aveva scritto nel 1995 Raoul Vaneigem nel suo Avviso agli studenti: “Dopo aver strappato lo scolaro alle sue pulsioni di vita, il sistema educativo opera per ingozzarlo artificialmente allo scopo di immetterlo sul mercato del lavoro, dove continuerà a ripetere fino alla nausea il leitmotiv dei suoi anni giovanili: vinca il migliore!” (R. Vaneigem, Avviso agli studenti – Terrorismo o rivoluzione, trad. it. di S. Ghirardi, piano b edizioni, Prato 2010, p. 34).
L’adolescenza è fatta anche per perdere tempo, per bighellonare, per sbagliare e prendersela con calma, non solo per diventare efficienti e produttivi al più presto. Ecco perché, alla fine, bisognerebbe – citando Gilles Clement insieme all’autore – “elevare l’improduttività fino a conferirle dignità politica” (Gilles Clement, Manifesto del Terzo paesaggio, Quodlibet, 2005, p. 61). Infatti, il capitale che impone produttività, efficienza e competitività nella scuola è lo stesso che costruisce sempre più strade perché ci siano sempre più auto in circolazione, a scapito delle aree naturali, cementificate e distrutte ed è lo stesso che devasta montagne e boschi per creare i tunnel dell’alta velocità; allora sarebbe meglio “pensare alla cura e alla riparazione dei suoli, andando nella direzione opposta rispetto all’asfalto, al cemento e alle camicie di forza con cui ci ostiniamo a perimetrare ogni forma di vita” (p. 224). E anche la produzione dei nuovi veicoli elettrici (che necessitano di onerose materie prime e di un complesso smaltimento), verso cui si lancia la corsa del capitale, rappresenta soltanto un’altra faccia della devastazione di sempre nuovi territori. Infatti, come riflette amaramente Paolo La Valle nella pagina finale del suo libro, l’impressione è “che la progressiva scomparsa del fumo dei gas di scarico stia contribuendo a rinnovare una speranza che potrà pure comportare la fine del motore a scoppio, ma nella logica del sacrificio messianico” (p. 244).
Cambiamento climatico, mancata manutenzione e cementificazione: le responsabilità di PD e destre nell’alluvione
Da subito siamo partiti da tutta la regione per andare a portare solidarietà attiva alle persone colpite, rimanendo colpiti ovviamente dalle condizioni di Traversara, in cui i muri delle case sono stati spaccati dalla forza dell’acqua, così come a vedere di nuovo sott’acqua le stesse zone e quartieri già alluvionati l’anno scorso, e che dopo 16 mesi devono ricominciare tutto da capo.
La forza e l’orgoglio che abbiamo visto l’anno scorso, in questi giorni le abbiamo viste sostituite da tanta rabbia emersa da praticamente tutte le persone: in 16 mesi nessuno ha fatto niente. Sabato si è formato un presidio a Budrio, domenica c’è stata una manifestazione spontanea a Faenza, per sabato prossimo ne è stata chiamata una dagli alluvionati della Val di Zena.
La rabbia è diretta a tutte le istituzioni: Governo e Regione per 16 mesi hanno condotto un balletto politico sui nostri territori, ma le responsabilità sono di entrambi. Da una parte, il governo Meloni, negazionista del cambiamento climatico nonostante le evidenze sempre più palesi, che ha messo su una struttura commissariale assolutamente fallimentare per fare arrivare i fondi dei ristori alle famiglie e alla ricostruzione.
Dall’altra, una Regione da sempre a guida PD, che nemmeno l’alluvione dell’anno scorso ha fatto ricredere sulle sue politiche di totale cementificazione: che il consumo di suolo fosse uno dei maggiori responsabili di queste alluvioni sta emergendo sempre di più da parte sia di urbanisti e geologi, sia della stessa classe politica.
La timida critica di Lepore alla legge regionale cosiddetta “contro il consumo di suolo” è però non solo tardiva, perché sono cinque anni che insieme alle associazioni ambientaliste denunciamo come quella legge abbia favorito il consumo di suolo, ma anche falsa e ipocrita, perché è grazie a quella legge che il sindaco di Bologna ha potuto varare piani di urbanizzazione estremi, così come De Pascale, ora candidato PD alla presidenza della regione, nel suo mandato e mezzo da sindaco di Ravenna ha reso la sua città quella con il maggior consumo di suolo in Italia, seconda solo a Roma.
Nel giro di qualche settimana uscirà il nuovo rapporto Ispra sul consumo di suolo nell’anno 2023, e potremo così vedere come anche nei territori maggiormente colpiti dell’alluvione si è continuato a cementificare, proprio grazie alle ulteriori deroghe che vennero fatte alla legge regionale. Pronta è stata comunque la risposta del capo Bonaccini: provate voi a fare di meglio.
Dobbiamo rompere con il partito unico del cemento. La nostra proposta è di un completo cambio di rotta sulla gestione ambientale e la messa in sicurezza del territorio. Da una parte, l’abolizione immediata della legge regionale 24/2017 per una vera legge di consumo zero (e non 3%) del territorio senza deroghe, da affiancare a una moratoria su tutte le nuove costruzioni sia edilizie che di infrastrutture, le grandi opere inutili e inquinanti.
Dall’altra, un piano di lungo termine di gestione del territorio, che significa non soltanto riparare i danni esistenti, ma allargare gli alvei dei fiumi, insieme e non alternativamente alla creazione di casse di espansione.
Cambiamento climatico e cementificazione stanno condannando l’Emilia-Romagna a un’emergenza perenne, dobbiamo cambiare rotta, che vuol dire anche impedire a chi ci governa di continuare su una strada che ci porta verso la distruzione.
Fonte
23/09/2024
Alluvioni in Emilia-Romagna: ci risiamo e ci risaremo
E purtroppo ci risaremo. Ancora e ancora, finché non si farà marcia indietro rispetto alle scelte che continuano a violentare il territorio.
In quest’anno e mezzo, dopo le alluvioni del maggio 2023, abbiamo scritto molto, abbiamo partecipato ad assemblee e convegni, abbiamo dato le nostre voci a un documentario, Romagna tropicale, spesso esprimendo frustrazione e anche rabbia, perché si continuava con la retorica dell’evento eccezionale, della catastrofe una tantum, e non solo si continuava a fare come prima, ma addirittura – e vantandosene pure! – si intensificavano i processi che avevano causato il disastro: cementificazione, urbanizzazioni in zone a rischio idraulico, annichilamento della vegetazione e degli ecosistemi lungo le rive di fiumi e torrenti ecc.
Nel documentario si vedono scene di presunta «pulitura degli argini» – e non degli alvei, dunque il contrario di quanto dicono le stesse linee-guida regionali – raggelanti, soprattutto alla luce di quanto accade in queste ore.
Ora i fiumi hanno rotto negli stessi punti della volta prima o appena più a valle, in tratti presuntamente «messi in sicurezza» e in realtà resi più pericolosi perché rapati, pelati, ridotti a cumuli di materia inerte – anche questa volta le immagini parlano chiaro – destinata a essere spazzata via dall’acqua e dalla realtà.
Anche dove i fiumi sono esondati senza rompere, è stato a causa dei disboscamenti, come nel caso del Lamone.
E a essere colpite sono esattamente le stesse zone, urbanizzazioni che non dovrebbero esserci. Spesso toponimi e odonimi dicono già tutto, se li si vuole ascoltare. A rigore, in una via che si chiama “Sottofiume” non dovrebbe abitare nessuno. Anzi, una via Sottofiume non dovrebbe proprio esistere. A dirla tutta, non dovrebbe esserci un sotto–fiume: i corsi d’acqua non dovrebbero essere sempre più costretti, sopraelevati e pensili, ma avere spazio libero per espandersi.
Che possiamo fare, se non riproporre quanto avevamo già scritto? Ecco alcuni link. Buona (ri)lettura.
Fanghi velenosi e narrazioni tossiche: sulle alluvioni in Emilia-Romagna (29/05/2023)
«È necessario, prima di tutto, smontare un po’ di cornici narrative. Troppo spesso si invoca una “manutenzione” che in realtà è manomissione, e si parla di “messa in sicurezza del territorio” intendendo altre infrastrutture, altri disboscamenti. Si parla di “ripartire”, si scaricano le responsabilità su capri espiatori, ci si rifà al “cambiamento climatico” come se si parlasse di una fatalità.»
Conseguenze del cemento e dell’arboricidio: l’esempio del Savena
«Emblematico il caso del Savena, i cui argini furono rasati a zero nel 2014. In pochi giorni sparirono circa sessantamila alberi, anche in zone classificate SIC, Siti di Importanza Comunitaria. Furono distrutti trenta ettari di vegetazione ripariale.»
L’Emilia-Romagna: da illusorio «modello» a «hotspot della crisi climatica»: quale futuro immaginare? (24/07/2023)
«Le attività e produzioni su cui si basano il mitico “benessere” e il mitico “buongoverno” emiliano e romagnolo sono quanto di più tossico e climalterante si possa immaginare. I presunti punti di forza dell’economia di queste parti – un mix di plastica, motori, cemento e tondino, poli logistici, agroindustria, allevamenti intensivi e turismo di massa – si stanno rivelando punti deboli. Sembravano punti di forza, e si menava vanto del loro successo, perché si tenevano ambiente e clima fuori dal quadro. Ora ambiente e clima sono rientrati con violenza, e l’economia emiliano-romagnola si rivela la peggiore possibile.»
Romagna tropicale: un documentario di Pascal Bernhardt
Con link alla piattaforma OpenDDb, dove la donazione minima consigliata per il film è €4.
La crisi del modello neoliberista, tra disastri ambientali e criticità economico-sociali: il caso dell’Emilia-Romagna
Gli atti dell’importante convegno tenutosi a Bologna nel febbraio 2024. C’è anche un intervento di Wu Ming 2.
Fonte
Alluvioni, va spezzato il paradigma Emilia Romagna
Oggi la promessa è che “De Pascale ha detto che farà” la nuova legge. Se il centrosinistra fosse serio, dovrebbe pubblicare immediatamente il testo della nuova legge in modo che queste elezioni diventino un’occasione per discuterla.
Affidarsi alla buona parola di De Pascale non può certo bastare, perché su questo tema ha un curriculum spaventoso.
Se è vero che “il cerino è stato lasciato in mano ai sindaci” come dice Lepore, De Pascale l’ha usato per appiccare l’incendio, visto che Ravenna è la seconda città in Italia per consumo di suolo, seconda solo a Roma!
E che incendio: tra i tanti mostri nati sotto la sindacatura di De Pascale c’è anche il rigassicatore, letteralmente una bomba ancorata poco fuori città al modico costo di 1 miliardo e 300 milioni, senza che ci sia neanche nessun vantaggio in bolletta.
La verità è che il cemento e il consumo di suolo sono un meccanismo economico troppo forte in questa regione. Lo stesso Lepore si affretta a rivendicarsi il “cemento buono”: quello per la linea del tram al servizio di Farinetti, quello per le ex aree militari (per cui viene vantato un nuovo accordo ogni anno, ma restano vuote a marcire). Forse per pudore, Lepore evita di nominare il Passante di Mezzo.
Bisogna rompere con i grandi gruppi economici di cui il Partito Democratico e i suoi alleati sono i primi garanti politici, hanno governato questa regione e gran parte dei comuni per decenni senza interruzioni mettendo in cantiere tutto quello che serviva alle filiere del cemento e della logistica. Ora serve rompere con queste filiere e col sistema-PD.
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21/09/2024
Alluvione in Romagna: guardiamo i fatti con gli occhiali del cemento, non solo dell’emotività
La quantità d’acqua che rimane sulla superficie di un suolo sano e naturale è sei-sette volte meno di quella che rimane in superficie in un’area urbanizzata. Ed è esattamente quello che è accaduto, di nuovo, in Romagna, come in altre Regioni. E che non diciamo abbastanza: il consumo di suolo aumenta i danni delle piogge, per di più piogge che saranno sempre più aggressive. L’analisi di Paolo Pileri
Abbiamo cambiato il clima: questo è chiaro anche se non a tutti, purtroppo. Proviamo però a uscire dalla trappola dell’emotività con cui ci viene presentato il dramma delle alluvioni. Lo facciamo con pieno rispetto per vittime e danneggiati. E lo facciamo usando un grafico messo a disposizione della Agenzia ambientale dell’Emilia-Romagna (Arpae), ovvero l’ente istituzionale che monitora l’ambiente e fornisce a tutti, politici inclusi, informazioni per capire e decidere.
La pioggia cumulata caduta in questi giorni in Romagna è tanta (800 millimetri) e supera la media degli ultimi trent’anni (la fascia evidenziata in verde). Questo ci dice Arpae con quel grafico. E fin qui “tutto bene”. Ma se andiamo a scavare un po’ più indietro nel tempo, ad esempio prendiamo il 1979, scopriamo cose che ci aiutano a vedere più chiaro che cosa è accaduto e a quali responsabilità guardare.
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| La quantità cumulativa di pioggia caduta in Emilia-Romagna. A settembre del 1979 (linea verde) è caduta all’incirca la stessa quantità di acqua rispetto allo stesso mese del 2024 (linea nera) |
La linea verde rappresentata nel grafico delle precipitazioni giornaliere cumulate in Emilia-Romagna si riferisce al 1979, mentre quella nera al 2024. Guardate in corrispondenza di fine settembre. I due valori sono più o meno alla pari. Che cosa significa? Semplice: che nel 1979 cadde la medesima pioggia, più o meno, di quella di qualche giorno fa. Ma nel 1979 non ci furono le alluvioni devastanti di questi giorni.
Dove è allora la differenza? Probabilmente ce ne sono tante e sarebbe doveroso per le istituzioni mettersi a studiarle con rigore e urgenza. Tra queste è innegabile che la impermeabilizzazione del territorio degli ultimi anni sia una di queste “differenze” perché, cumulando cemento e asfalto sul territorio, si rende il territorio più incapace di svolgere le funzioni di controllo idrologico che il suolo svolge naturalmente.
Ricordo due dati. Un ettaro di suolo sano e ben permeabile arriva ad accumulare quasi quattro milioni di litri di acqua, una quantità enorme, pari a 150 tir che trasportano bottiglie d’acqua. Se quel suolo viene cementificato si azzera quella funzione e quindi quando piove quell’acqua rimane in superficie e/o va nei corpi idrici superficiali ingrossandoli e aumentando la quantità d’acqua che vediamo durante le alluvioni e di conseguenza danni e vittime.
Secondo dato. La quantità d’acqua che rimane sulla superficie di un suolo sano e naturale (un prato permanente, ad esempio) è sei-sette volte meno di quella che rimane in superficie in un’area urbanizzata. Ed è quello che è accaduto in Romagna, come in altre Regioni e che non diciamo abbastanza: il consumo di suolo aumenta i danni che le piogge generano, per di più piogge che saranno sempre più aggressive per il clima danneggiato dal nostro assurdo modello di sviluppo.
La Regione Emilia-Romagna dal 2006 al 2022 ha cementificato oltre 11mila ettari, ovvero 110 chilometri quadrati e quasi tutto, per giunta, in aree alluvionabili. Un disastro ambientale silenzioso che ha cambiato completamente il ciclo naturale dell’acqua in quella Regione. Non solo. L’aumento di cemento corrisponde a uno di temperatura a terra e altri effetti ambientali che a loro volta concorrono a cambiare il clima, generando piogge e venti anomali che oggi sono diventati normali.
Mettiamo le cose in ordine. Se non si smette di cementificare, non vi sarà fine a tutto questo. Ci sono responsabilità di governo del territorio molto precise sebbene vengano messe in ombra da questo abuso di emotività davanti alla quale le idee si sfocano. C’è una legge di governo del territorio che ha fatto e fa acqua da tutte le parti. C’è impreparazione ecologica in chi governa il territorio. C’è una disattenzione completa alla difesa del suolo: negli ultimi anni si è speso 13 volte di più per allestire seggi elettorali e tenere in ordine l’anagrafe; 6,2 volte di più per lo sviluppo e la valorizzazione del turismo (anche quello insostenibile), 44 per le strade.
Siamo in mezzo a una tempesta perfetta, perfino più dannosa delle piogge romagnole: consumo di suolo alle stelle senza alcuna legge seria che lo fermi; spesa pubblica per la difesa del suolo inconsistente; ignoranza ecologica sul comportamento del suolo di chi governa e di chi opera economicamente sui territori. E su tutto questo non si riflette.
Dopo l’alluvione del maggio 2023 l’Emilia Romagna, che vantava una tradizione urbanistica tra le più avanzate d’Italia, non ha aperto un tavolo permanente di riflessione con i sindaci dell’Appennino coinvolti in decine di migliaia di frane per capire le cause e decidere insieme come cambiare il modo di governare il territorio. Era un’occasione unica per generare un laboratorio di idee e di cambiamento che invece non si è realizzato. In compenso il governo regionale si è premurato, poco prima delle elezioni europee, di mettere in forno altre deroghe urbanistiche per cementificare sempre più. Idem per le deforestazioni di decine e decine di ettari, come quelle lungo la Secchia. Quindi proviamo a vedere le cose con altri occhiali se vogliamo cambiarle e trovarci meno in quelle dolorose situazioni.
Fonte
20/09/2024
Emilia-Romagna di nuovo sott’acqua: in 18 mesi Regione e governo non hanno fatto niente!
La prima pioggia stagionale ci mostra un territorio ancora fragile, in cui in 18 mesi di promesse e proclami non è stato fatto assolutamente nulla per metterlo in sicurezza. Di fronte a una crisi climatica sempre più palese, il governo Meloni continua con il negazionismo climatico, mentre abbiamo visto un vergognoso gioco delle tre carte per cui i soldi per gli alluvionati della Romagna venivano trasferiti agli alluvionati della Toscana, per cui i “ristori” arrivano poco e in ritardo, per cui si fa fatica a ricordare cosa abbia fatto Figliuolo se non grandi passerelle.
Dall’altra parte Bonaccini ha sprecato mesi nella lotta per cercare di diventare commissario alla ristrutturazione salvo poi accettare supinamente la nomina del generale Figliuolo e poi staccare un biglietto gratis per il Parlamento Europeo. E mentre la Regione proclamava “consumo di suolo zero”, si procedeva a continuare a consumare suolo, con un modello di sviluppo basato su logistica ed edilizia, mentre la vera grande opera necessaria è la desigillazione di vaste porzioni di terreno che nei decenni sono state divorate dal cemento.
Oltre all’Appennino, il territorio maggiormente colpito è il ravennate: Ravenna, da questo punto di vista, non si tira indietro, rimanendo ogni anno stabile sul podio delle province che consumano più ettari di suolo, seconda solo a Roma.
Eppure, subito dopo l’alluvione, il sindaco De Pascale, oggi candidato PD alla presidenza della regioni in piena continuità con Bonaccini, rispose agli ambientalisti che criticavano la cementificazione selvaggia dicendo che “prima i comunisti come mio nonno abbracciavano l’innovazione per bonificare, spaccandosi la schiena, adesso gli ambientalisti vorrebbero bloccare tutto” chiedendo quindi “è più importante salvare vite umane o preoccuparsi di questioni come la nidificazione nei fiumi o la difesa di alberi e nutrie?”
De Pascale riesce a fare un contrattacco incredibile: l’alluvione non è colpa della cementificazione, ma degli ambientalisti e delle nutrie.
Non si possono ripetere le scene del 2023, quando migliaia e migliaia di volontari hanno ripulito la Romagna mentre i mezzi del genio militare sono rimasti fermi nelle caserme – o peggio, impegnati nelle esercitazioni della NATO – e le autorità locali col sindaco di Ravenna De Pascale in testa hanno anche espresso fastidio per le persone che accorrevano da tutta Italia.
Chi ha avuto la città sommersa dal fango e i “burdel del paciugo” lo sanno bene: da parte dello Stato sono stati messi a disposizioni pochi mezzi e pochi uomini della Protezione Civile, e dei famosi “mezzi pesanti” militari non s’è vista neanche l’ombra. Quando lo abbiamo denunciato con un presidio in Piazza del Popolo a Ravenna, ci siamo presi anche dei decreti penali di condanna.
Esprimiamo ancora la nostra vicinanza a tutte le persone che in questi giorni sono colpite da alluvioni e inondazioni. Nei prossimi giorni teniamoci pronti perché le retoriche incrociate di regione e governo nazionale non possono più nascondere il disastro continuo!
Il comunicato di Federico Serra, candidato presidente con la lista “Emilia-Romagna per la Pace, l’Ambiente e il Lavoro”.
Dopo 16 mesi siamo di nuovo sott’acqua: è il fallimento di tutta la classe politicaFonte
Abbiamo passato la notte con una grande apprensione per questa nuova alluvione, che sembra non essere ancora finita. Leggiamo sui giornali già più di 1000 sfollati, ma stiamo anche sentendo la fatica e la frustrazione dei cittadini che hanno vissuto per più di un anno con la paura di una nuova alluvione, che si trovano a rivivere lo stesso incubo. È importantissimo in questo momento di emergenza che si faccia tutto per la sicurezza dei cittadini. Da domani dovremo rimboccarci le maniche per tornare a spalare il fango.
Ma, oltre la solidarietà, dobbiamo dire subito una cosa: tutti i cittadini che sono stati colpiti a maggio 2023 per più di un anno hanno dovuto sistemare da soli le proprie case, quelle dei loro vicini e del quartiere, fino a pulire le strade e le frane, ma si sono anche fatti sentire organizzando comitati e manifestazioni, per lanciare un grido di allarme che il rischio di una nuova alluvione era un pericolo più che probabile. Tutti questi cittadini sono stati abbandonati da tutta la classe politica, e ancora peggio sono stati presi in giro.
Abbiamo assistito a un anno di balletti, propaganda e bugie sia da parte del Governo Meloni sia da parte della Regione. Il governo Meloni nega il cambiamento climatico, e i fondi che dovevano arrivare per gli alluvionati con il commissario Figliuolo sono stati una minima parte dei danni reali, mentre una parte dei soldi sono stati spostati per l’emergenza in Toscana.
Da parte della Regione possiamo vedere anche come la staffetta del PD Bonaccini-De Pascale abbia fatto poco o niente per la messa in sicurezza del territorio, e lo vediamo tristemente oggi, mentre si è fatto finta di nulla sulla tremenda legge cosiddetta “consumo di suolo zero” che in realtà ha dato il permesso a una cementificazione selvaggia che continua a divorare terreno, e in questo De Pascale ha già le sue responsabilità: Ravenna è la seconda città per consumo di suolo, seconda solo Roma.
Serve costruire un futuro diverso che l’attuale classe politica ci vuole negare. Serve una legge vera per fermare il consumo di suolo, serve un piano di intervento per la messa in sicurezza di fiumi e canali, serve il reindirizzamento delle politiche e dei fondi dalle grandi opere inutili inquinanti alla manutenzione dei territori.
31/07/2023
L’Emilia-Romagna: da illusorio «modello» a «hotspot della crisi climatica». Quale futuro immaginare?
Pochi giorni fa si è svolto a Cesena il convegno di Energia Popolare, la «non-corrente» (sic) bonacciniana del Partito Democratico. Tra gli ospiti Romano Prodi, che ha parlato della necessità, da parte del PD, di un «radicalismo dolce». Numerosi gli articoli e i servizi tv – per non dire delle photo opportunities su Facebook e Instagram – dedicati a quest’ennesimo pseudoevento politicante, ovviamente svoltosi in una sala con l’aria condizionata.
Mentre i notabili di Bonaccini – tutti con curriculum ominosi: alfieri della cementificazione, difensori di un’economia ecocida, favorevoli ai rigassificatori e quant’altro – se la cantavano e se l’applaudivano, nel mondo si batteva ogni record di temperatura e aumentava la frequenza di fenomeni estremi e disastri. L’Europa cuoceva a fuoco rapido. Le foreste canadesi bruciavano da mesi. Il fumo faceva tossire persone a migliaia di chilometri di distanza.
In capo a poche ore, sulla stessa Romagna che ospitava il convegno si sarebbe abbattuta, di nuovo, la furia degli elementi. Ma l’aria condizionata dà sollievo, aiuta a non pensare, a continuare col tran tran anche se fuori, letteralmente, si crepa di caldo e le città sono sempre più roventi... anche a causa dei condizionatori.
La mente condizionata della classe dominante
Quello che chiamano «mercato» è un circolo vizioso di stupidità e brevimiranza. Il mercato ha una mente bacata: se gli chiedi la soluzione al problema dell’afa, ti venderà macchine che aggravano il fenomeno, pompando aria calda all’esterno e aumentando consumi di elettricità ed emissioni climalteranti.
La maggior parte di noi ha un’esperienza dell’aria condizionata intermittente, passa da ambienti con ad altri senza, e da spazi chiusi a spazi aperti. Della canicola, quantomeno, se ne accorge. Invece la classe dirigente, a ogni livello, vive in una bolla pressoché interamente condizionata, passa da un ambiente di comfort artificiale all’altro, e crede di poter continuare a farlo. È uno dei fattori che rendono la gravità della situazione non ponderabile, impensabile. Lo ha detto bene un’attivista climatica filippina, Natasha Tanjutco, intervistata dal New Yorker: «No one can make a proper decision from an air-conditioned room».
Bisognerebbe sabotare gli impianti di condizionamento delle sedi istituzionali e dei quartieri generali delle grandi aziende, per vedere l’effetto che fa.
«La Romagna batte l’alluvione»
Il 20 luglio, accanto agli articoli al vuoto pneumatico sul convegno di Energia Popolare, il supplemento bolognese del «Corriere della sera» sparava un titolo che attirava la nostra attenzione:
Crescono fatturati e occupati, la Romagna batte l’alluvione: «Ora intervenire sui mutui»
Si parlava di un rapporto di Confindustria Emilia-Romagna. Siamo abituati da tempo all’angustia mentale e all’indolenza intellettuale dei padroni, eppure il titolo ci è parso oltraggioso – viste tutte le persone ancora in ginocchio, rovinate, traumatizzate – e soprattutto idiota, proprio nel senso originario di incompetente, ignorante. Tra noi abbiamo commentato: «La Romagna batte l’alluvione... fino alla prossima pioggia».
Di lì a poco, neanche a farlo apposta, sulla Romagna e sull’Emilia orientale, come in altre parti di val Padana, sono cadute grandinate inaudite, palle di ghiaccio del diametro di 10-15 centimetri hanno devastato le coltivazioni risparmiate dal fango del maggio scorso. È una conseguenza del surriscaldamento dell’atmosfera: l’aria calda rispinge più volte verso l’alto i chicchi di grandine, che continuano a ingrossarsi, e quando finalmente cadono sono enormi.
Oltre alla grandine, tempeste «downburst» – impropriamente chiamate «trombe d’aria» – hanno colpito diversi centri, tra i quali Conselice, cittadina-simbolo dell’alluvione, scoperchiando tetti, distruggendo automobili, abbattendo decine di alberi e persino tralicci.
«Le prime tre file di ombrelloni»
Nel mentre, poco più a Sud, si abbatteva un’onda definita «anomala». Così la raccontava il 22/07 l’edizione pesarese del Resto del Carlino:
«Mentre la gente prendeva il sole e, a pochi chilometri da lì, in Emilia Romagna, una tempesta di grandine e vento aveva travolto gran parte della regione, si è formato un improvviso cumulo di nubi sempre più scuro, come se stesse per abbattersi sulla spiaggia una tromba d’aria. Raffiche di vento sempre più vigorose hanno cominciato a battere la spiaggia. Poi è stata questione di qualche secondo: un’ondata, o meglio un’improvvisa marea, ha raggiunto le prime tre file degli ombrelloni […] L’evento si è manifestato con intensità diversa un po’ su tutta la riviera, da levante a ponente fino a Senigallia, Portonovo e Ancona.»
Episodio meno anomalo di quanto sembri: rientra nel sempre più frequente susseguirsi di «mareggiate» che in realtà semplici mareggiate non sono. Finora accadeva più spesso d’inverno, quando al mare non c’era nessuno. Stavolta – ma non è la prima – ne hanno fatto esperienza i turisti. Non sono semplici mareggiate bensì manifestazioni di eustatismo, cioè di innalzamento del livello del mare dovuto al suo riscaldamento e al disgelo delle calotte polari.
Lo facciamo notare da anni: svariati studi dicono che entro il 2100 l’Adriatico potrebbe alzarsi di circa un metro e sommergere l’attuale entroterra nord-adriatico. I territori in cui entrerebbe più a fondo sono i polesini veneti e ferraresi, ma è a rischio un’area che va dal nord delle Marche a Trieste.
Il fenomeno è già in corso. Una sua avanguardia è il «cuneo salino», la risalita dell’acqua di mare lungo corsi d’acqua indeboliti da lunghi periodi di siccità. Durante l’estate, l’acqua salata risale il corso del Po di decine di chilometri. Quell’acqua non solo è inutilizzabile per irrigare i campi, ma permea il terreno, mettendo in pericolo la vegetazione e nel tempo contaminando le falde d’acqua potabile.
Non è che l’inizio del problema, perché quella che arriverebbe nei territori non sarebbe semplice acqua, ma una melma altamente infetta e tossica.
Dopo decenni di speculazioni spinte dal turismo di massa, la costa adriatica è pesantemente urbanizzata, cementificata. Passando in quelle aree, l’acqua salata si comporterebbe come quella dei fiumi emiliano-romagnoli esondati nel maggio scorso. Le alluvioni hanno fatto scoppiare le fogne, travolto cassonetti e discariche, trascinato via quantità inimmaginabili di liquami e spazzatura, strappato a case, negozi, magazzini e fabbriche ogni sorta di sostanze chimiche e carburanti. «Consumo di suolo» vuol dire anche questo: sempre più schifezze sono dove non dovrebbero essere.
L’acqua del mare farebbe lo stesso, ma su una scala ben più vasta.
Nelle proiezioni da qui al 2100, la linea di costa recede in modo drastico, cedendo terreno a un Adriatico – questo nelle mappe non si vede – via via più inquinato. Un vasto entroterra reso inabitabile, profughi climatici, scomparsa di terreni agricoli, perdita di falde d’acqua potabile, inquinamento dell’aria, miasmi annusabili a decine e decine di chilometri di distanza... Anche i territori non raggiunti direttamente dalla melma subirebbero conseguenze gravissime.
Accadrà, se non si fa qualcosa prima, qualcosa che non sia un mero rattoppo, un tentativo di prolungare il presente e ritardare l’inevitabile.
Fai il bagno in mare e ti viene la candida
Già oggi, dopo l’arrivo dei fanghi delle alluvioni, in riviera l’Adriatico è una broda infetta. Un’amica farmacista ci racconta che decine di persone le chiedono prodotti contro infezioni genitali e intestinali, tutte insorte dopo il weekend in spiaggia. Altre testimonianze parlano di eczemi ed eruzioni cutanee di vario genere. «Correlazione non è causalità», ma è lecito pensare che la decisione di dichiarare l’Adriatico balneabile sia stata più politica che altro.
Qualcuno ci ha detto che il mare fa schifo al tocco. «Raramente l’ho trovato così sporco», riferisce un amico. Forse dovremmo rovesciare l’assunto: difficilmente lo vedremo ancora così pulito.
La testa nella sabbia
Da qualunque parte lo si guardi, il turismo balneare in riviera non ha futuro, è condannato. Già oggi è tenuto in vita con un meccanismo che pare escogitato da Zeus per punire Sisifo: ogni anno, in vista della stagione, si importano colossali quantità di sabbia – da altri luoghi devastati ad hoc – per ricreare le spiagge consumate.
Su quest’aspetto e altri che riguardano l’erosione delle nostre coste consigliamo l’agile ma denso libretto di Alex Giuzio La linea fragile. Uno sguardo ecologista alle coste italiane (Edizioni dell’Asino, Bologna, 2022).
Giuzio descrive molto bene il convergere di vari processi: la cementificazione e le attività estrattive targate ENI causano subsidenza – abbassamento del suolo – proprio mentre il mare s’innalza. Descrive anche una classe di amministratori che
«davanti all’inevitabilità del problema, anziché ragionare di piani di arretramento gestito, interruzione delle cause antropiche dell’erosione e conversione e decementificazione delle attività turistico-balneari, si sono sempre concentrati a conservare una situazione a misura di turista, limitandosi a ributtare ogni inverno la sabbia perduta per far trovare la spiaggia pronta per la stagione degli ombrelloni.»
Amministratori non solo miopi ma servi dei servi di ENI:
«Nel ravennate, per esempio, le piattaforme “Angela” e “Angelina” di ENI – situate ad appena due chilometri dalla costa – hanno provocato l’abbassamento del suolo di 45 centimetri dal 1984 al 2011, con le spiagge di Lido di Dante, Lido Adriano e Punta Marina che sono letteralmente sprofondate e che sono oggetto di continui ripascimenti finanziati in parte da fondi pubblici e in parte dalla stessa ENI: la potente multinazionale dal 1993 firma infatti un accordo triennale col Comune di Ravenna che prevede il versamento di cifre importanti (nel triennio 2018-2020, l’ultimo disponibile, si trattava di tre milioni di euro all’anno) a titolo di compensazione dell’impatto ambientale della propria attività estrattiva al largo. Tali fondi sono usati soprattutto per costruire e manutenere i pennelli anti-erosione e per ripristinare con i ripascimenti la sabbia perduta […] oltre a questi tre milioni di euro annui, la presenza di ENI nel ravennate significa migliaia di posti di lavoro e altri milioni di euro in sponsorizzazioni per qualsiasi evento culturale e sportivo – dalle stagioni teatrali alle partite di volley e pallacanestro, dai concerti di Riccardo Muti al “mese dell’albero in festa” durante il quale i bambini di tutte le scuole elementari e dell’infanzia piantano nuovi alberi – cittadini e amministratori locali non sono propensi a contestare la potente multinazionale.»
En passant: stante questa subalternità ai combustibili fossili, a chi li estrae e a chi ne incentiva l’uso, non c’era da attendersi alcun dissenso sul rigassificatore a Ravenna. Certo non a livello locale, e nemmeno a livello regionale: Bonaccini il rigassificatore lo volle, sempre volle, fortissimamente volle, tanto da “blindarlo” contro le critiche – comunque poche – circolate nella sua coalizione.
Non rattoppi ma ripristino di ecosistemi
Non si può continuare così. Né si può pensare di ergere dighe o scogliere artificiali pur di tenere in vita il turismo e, in generale, lo status quo.
Giuzio accenna a «piani di arretramento gestito, interruzione delle cause antropiche dell’erosione e conversione e decementificazione delle attività turistico-balneari».
Per convertire l’attuale economia rivierasca è indispensabile partire da una constatazione: quel modello è comunque destinato al tracollo.
Permetteteci, da scrittori, di mediare al rialzo, cioè di prefigurare scenari che i politici non osano o non sono in grado di immaginare. Tanto saranno loro a mediare al ribasso, in nome di una realpolitik sempre più staccata dalla realtà.
La costa adriatica va decementificata e depavimentata il più possibile, per ripristinare gli ecosistemi precedenti all’urbanizzazione – dune e foresta litoranea – e, in alcuni casi, alle bonifiche.
Attuate un po’ ovunque negli immediati entroterra di Friuli, Veneto ed Emilia-Romagna, dalla fine dell’Ottocento a oggi le bonifiche hanno privato quei territori di preziose zone umide, ecosistemi ideali a catturare e immagazzinare carbonio. All’epoca dei prosciugamenti non si poteva sapere, e l’ordine di problemi era un altro, ma oggi si sa, e avrebbe senso invertire la rotta. Del resto, molte bonifiche furono controverse, contestate già all’epoca e oggi ritenute fallimentari. Sul caso ferrarese, si può vedere il bel documentario Dall’acqua ai campi, dai campi al silenzio (2016).
I posti di lavoro – sovente lavoro precario, supersfruttato, sottopagato – nel turismo di massa sarebbero sostituiti da nuovi e meno frustranti impieghi, quelli generati da una grande riprogettazione ecologica del territorio e da un grande recupero, seguito da una cura perenne, degli ecosistemi.
Tutto questo costituirebbe una barriera reale e sensata all’erosione costiera e alla catastrofe ambientale nell’entroterra. Non solo: potrebbe attrarre una nuova curiosità ecologica ed estetica, su cui fondare un “turismo” – urge coniare un nuovo termine – lontano da quello omologato e rapace di oggi.
È un approccio che si può traslare e adattare a tutti i territori minacciati. Alcuni dei quali possono diventare strategici laboratori. È il caso del basso ferrarese, del quale ci siamo più volte occupati, e su cui torneremo.
È chiaro che simili suggestioni vanno contro l’interesse immediato di troppe lobby e potentati economici, contro abitudini diffuse e consolidate, contro la spinta inerziale dell’esistente. Per questo non verranno mai raccolte dall’attuale classe dirigente – locale, regionale, nazionale o europea che sia. Classe dirigente di cui sarebbe d’uopo, e urgente, sbarazzarsi.
La precondizione per sbarazzarsene è saper immaginare un futuro diverso.
I punti di forza erano in realtà punti deboli
La val padana – cuore pompante del capitalismo italiano, nonché area tra le più inquinate, cementificate e surriscaldate d’Europa – è il territorio che subisce nel modo più spettacolare gli sconquassi del caos climatico.
In val padana, l’Emilia-Romagna è la regione più flagellata da eventi «estremi». E non è un caso.
Come abbiamo scritto in articoli precedenti, le attività e produzioni su cui si basano il mitico «benessere» e il mitico «buongoverno» emiliano e romagnolo sono quanto di più tossico e climalterante si possa immaginare. I presunti punti di forza dell’economia di queste parti – un mix di plastica, motori, cemento e tondino, poli logistici, agroindustria, allevamenti intensivi e turismo di massa – si stanno rivelando punti deboli. Sembravano punti di forza, e si menava vanto del loro successo, perché si tenevano ambiente e clima fuori dal quadro. Ora ambiente e clima sono rientrati con violenza, e l’economia emiliano-romagnola si rivela la peggiore possibile.
Facciamo un solo esempio: la plastica.
La plastica ci sta avvelenando, come ha titolato di recente il New Yorker. Lo fa perché si decompone in micro e nanoplastiche (MNP) che si disperdono nell’ambiente, raggiungendo gli angoli più remoti del pianeta, infiltrando gli organismi a monte e a valle della catena alimentare. Il mare è pieno di MNP. Tutto è pieno di MNP. Le mangiamo e le beviamo. S’infilano nel nostro cervello e aumentano il rischio di Alzheimer e altre malattie degenerative; sono nei nostri fluidi corporei e mettono a forte rischio la fertilità maschile (andrebbe fatto notare ai fascisti, che si lamentano della «denatalità» e al tempo stesso difendono l’industria della plastica!); sono nella placenta umana, ancora non si sa con quali conseguenze.
Riciclare la plastica non solo è una falsa soluzione, ma aggrava il problema, perché il processo produce ulteriori microplastiche e secondo sempre più ricerche la plastica risultante è tossica e può contaminare gli alimenti con cui entra a contatto.
Come? La «bioplastica»? Ma figurarsi... La bioplastica, o «plastica compostabile», è plastica e basta. Il suo uso è al centro di una grande truffa ideologica. Come ha ben titolato The Atlantic, «la plastica compostabile è spazzatura».
L’unica via praticabile è vietare la produzione e l’uso di plastica monouso, superare la cultura dell’usa-e-getta. Poi andranno trovati modi di decontaminare, rimuovere la maggior quantità possibile di plastica dai corsi d’acqua, dai mari, dall’ambiente. Ma prima va fermata la produzione.
A fronte di tutto questo, è accettabile, è all’altezza della situazione e delle sfide del nostro tempo il fatto che in Emilia-Romagna la «Packaging Valley» sia considerata un’eccellenza, un fiore all’occhiello, una realtà da tutelare così com’è, anziché un grosso problema?
Parliamo delle circa duecento aziende situate nel cuore dell’Emilia che fabbricano, citiamo da un entusiasta reportage del Sole 24 Ore,
«apparecchi che dosano e impacchettano sigarette, medicine, saponi, cosmetici, bibite, alimenti, mobili... Tutto ciò che ogni giorno passa tra le nostre mani con una confezione rigida o flessibile attorno».
Produzione incentrata sulla plastica, finalizzata alla diffusione di plastica, fondata sulla cultura dell’usa-e-getta.
Sono le stesse aziende che dal 2019 si sono opposte a una modesta, inadeguata tassa sull’uso di plastica monouso per gli imballaggi, neanche fosse una misura rivoluzionaria, facendone rinviare l’introduzione e infine riuscendo a farla saltare.
Bonaccini, com’è ovvio, stava dalla loro parte.
La destra, la «sinistra» e l’ipocrisia climatica
Il caso di studio dell’Emilia-Romagna dimostra... plasticamente che il problema non sta solo nella destra «negazionista» e nel circolo vizioso da cui essa trae beneficio, ben descritto da George Monbiot sul Guardian:
«Mentre l’impatto dei nostri consumi si fa sentire a migliaia di chilometri di distanza e le persone arrivano ai nostri confini cercando disperatamente rifugio da una crisi che non hanno avuto quasi nessun ruolo nel causare – crisi che può includere vere inondazioni e vere siccità – [le destre] annunciano, senza un briciolo di ironia, che siamo “inondati” o “prosciugati” dai profughi, e milioni di persone si uniscono al loro appello a sigillare i nostri confini […] Quando i governi si spostano a destra, bloccano le politiche volte a limitare il collasso climatico […] Se volete sapere come si presenta un possibile futuro – un futuro in cui si permette a questo ciclo di accelerare – pensate al trattamento dei rifugiati attuali, amplificato di diversi ordini di grandezza. Già oggi, alle frontiere europee, i profughi sono respinti in mare. Vengono imprigionati, aggrediti e usati come capri espiatori dall’estrema destra, che allarga il proprio appeal incolpandoli di mali in realtà causati dall’austerità, dalla disuguaglianza e dal crescente potere del denaro in politica […] Ovunque, possiamo aspettarci che il successo [della destra] sia seguito da una riduzione delle politiche climatiche, con il risultato che un numero sempre maggiore di persone non avrà altra scelta se non quella di cercare rifugio nelle zone sempre più ristrette in cui la nicchia climatica vivibile rimane aperta: spesso proprio le nazioni le cui politiche li hanno cacciati dalle loro case.»
Vero, ma parziale.
Con tutto lo schifo che fa l’estrema destra, e con tutti i pericoli che d’ora in poi ci farà correre, la maggiore responsabilità dell’attuale situazione ce l’hanno il centro e la «sinistra» neoliberali. Sono stati loro a governare la globalizzazione capitalistica climalterante, a farci sprecare tempo prezioso con finte politiche climatiche come l’«Emission Trading», e sono loro a fare greenwashing mentre tutelano gli interessi di multinazionali ecocide e portano avanti i modelli di sempre.
Quanto agli orrori dei respingimenti, dei porti chiusi e delle morti in mare, delle detenzioni e violenze in Libia, l’ideologo di tutto questo è stato Marco Minniti, dirigente del PD, dal dicembre 2016 al giugno 2018 ministro degli interni di un governo italiano di «centrosinistra». È un dato di fatto noto a livello internazionale, tanto che, nel marzo 2019, Minniti fu accolto alla London School of Economics da contestatori e contestatrici con le mani imbrattate di sangue finto.
Tornando alle questioni climatiche, mentre la destra dichiarata se ne fotte in modo esplicito, la «sinistra» è più ipocrita: finge di averle a cuore, ma se ne fotte almeno altrettanto.
Se c’è un luogo dove tale atteggiamento è giunto al suo picco, quel luogo è l’Emilia-Romagna. E se c’è una capitale dell’ipocrisia climatica, quella è Bologna.
Qui da noi si può definire «opera simbolo della transizione ecologica» un’autostrada a diciotto corsie che passerebbe dentro la città, aumentando il traffico urbano – sono stime dei proponenti stessi – di 25.000 veicoli al giorno e facendo da volano a decine di altre opere asfaltizie – allargamenti, raccordi, bretelle, svincoli, parcheggi – a Bologna e nel suo circondario.
Qui da noi il Comune disegna erba e fiori intorno ai cassonetti perché «nessuno abbandonerebbe un sacchetto di rifiuti in mezzo a un prato», mentre si distrugge il verde vero, disboscando e buttando giù alberi ovunque.
Non può durare.
Il vento delle tempeste rimuoverà il velo.
Le lotte dovranno fare il resto.
29/06/2023
Commissario o generale? Che ce ne facciamo di Figliuolo senza i fondi per la ricostruzione?
Dopo un mese e mezzo dalle alluvioni in Emilia-Romagna, il governo Meloni ha partorito il topolino nominando il generale Figliuolo commissario alla ricostruzione.
È il risultato di compromesso dopo settimane di litigi e bisticci istituzionali all’interno del Governo e tra Governo e Regione. Questa commedia dell’assurdo ha girato intorno alla scelta del nome, abbandonando qualunque dibattito politico su COME debba essere gestita la ricostruzione.
Meloni continua ad affermare la sua continuità con il governo Draghi: oltre alla confermata fedeltà al patto euroatlantico, prosegue anche la fascinazione proprio del generale Figliuolo come risolutore di ogni emergenza.
E, come fu per Bertolaso, quello di commissario diventa non più un incarico, ma una vera professione in cui ci si può specializzare.
Eppure il piano di gestione vaccinale coordinato dal generale ha presentato tantissimi problemi logistici, oltre al fatto che l’incarico della ricostruzione è radicalmente diverso da quello ricoperto durante la pandemia.
Può un generale dell’esercito distribuire finanziamenti tenendo conto della struttura sociale ed economica del territorio, degli interessi contrastanti delle parti, della necessità di una ricostruzione in discontinuità con il passato?
Può insomma un generale dell’esercito ricoprire un ruolo che per quanto emergenziale è strettamente politico?
La risposta evidentemente è che non può, e l’imposizione di questo nome ai nostri territori non può che essere guardata con preoccupazione sia per il suo significato autoritario che per i dubbi sull’efficacia.
A questo si affianca un altro problema, che evidenzia la vuotezza di questa nomina: di cosa sarà commissario Figliuolo, se non vengono stanziati i fondi per i rimborsi alle persone che hanno perso tutto o quasi, e per la ricostruzione del territorio?
Da due settimane stiamo procedendo con l’esperienza di SOS Emilia-Romagna insieme a USB, portando il nostro sportello itinerante per aiutare i cittadini nella compilazione dei moduli per i rimborsi, e quello che vediamo è un radicale senso di sfiducia nelle istituzioni che, dopo avere latitato nel momento dell’emergenza, ora si fanno di nebbia dopo avere promesso miliardi.
Come Potere al Popolo pensiamo che la ricostruzione deve partire da quattro semplici punti.
1) L’emergenza non è finita finché ci sono persone sfollate dalle loro case e paesi montani irraggiungibili o a rischio frana: serve un intervento immediato dello Stato con tutti i suoi mezzi.
2) Un commissario che sia una vera rottura con il passato, cosa che non può essere Figliuolo, che garantisca gli obiettivi di efficacia e trasparenza anche con un tavolo inter-istituzionale che coinvolga tutte le forze politiche e sociali.
3) Le priorità nella ricostruzione sono i rimborsi alle famiglie, la garanzia del reddito e della casa per tutte e tutti, e la messa in sicurezza del territorio.
4) Un piano di messa in sicurezza del territorio che sia strutturale e non emergenziale, con la moratoria della legge regionale sul consumo di suolo e l’aumento dei fondi annuali di bilancio.
Su questi quattro punti continueremo a dare battaglia politica al Governo, alla Regione e da oggi anche a un Commissario che evidentemente non può garantire questi elementi. Si apre un nuovo percorso di lotta per una regione e un territorio più giusto e più sicuro.
Fonte
03/06/2023
Fanghi velenosi e narrazioni tossiche: sulle alluvioni in Emilia-Romagna
«L’acqua rosica anche il ferro.»
(Proverbi delle terre del Delta padano)
Mentre, dopo lo shock, ci si rende conto della gravità fuori scala di quel che è accaduto e sta accadendo in Emilia-Romagna, è necessario mettere in fila e smontare le retoriche a cui è ricorsa la classe dirigente della regione dai primi di maggio, fin dalle prime ore di alluvione.
Qui useremo l’espressione «classe dirigente» in un’accezione ristretta, per riferirci ad amministratori e amministratrici del PD.
Certo, in Emilia-Romagna non governa solo il PD, ci sono anche giunte di destra dichiarata, caratterizzate da politiche, superfluo dirlo, bieche. Nello specifico, spargono cemento quanto Bonaccini, Lepore o De Pascale. Del resto, basta vedere la situazione in Lombardia e Veneto, dove governano quasi ovunque. Su quel piano, la sola differenza è che la destra agisce con meno ipocrisia, meno lavaggi-in-verde.
Ad ogni modo, la destra dichiarata in Emilia-Romagna è ancora l’eccezione, mentre il PD è la regola. Oltre a essere forza di pregresso – discende in linea diretta dai partiti (PCI, PDS e DS) che hanno amministrato il territorio per una sessantina d’anni – il PD governa la Regione, il capoluogo di regione con la sua Città metropolitana, sette capoluoghi di provincia su nove con le relative Province, e la maggior parte dei più di trecento Comuni.
Il PD è dunque, senza alcun dubbio, il principale referente politico dell’economia reale emiliano-romagnola. Rappresenta precisi interessi economici, gli stessi che hanno devastato ambiente e territorio con le conseguenze che abbiamo sotto gli occhi.
Per capire il tracollo del “modello emiliano-romagnolo” sotto una distesa di fanghi tossici, è al PD e al suo mondo – il sistema delle cooperative e delle partecipate, il sottobosco di associazioni parapartitiche, gli intellettuali saprofiti,
gli alleati-subordinati fintamente «più a sinistra», i «movimentisti»
integrati con tanto di centri sociali di sottogoverno ecc. – che bisogna
guardare.
È necessario, prima di tutto, smontare un po’ di cornici narrative. Troppo spesso si invoca una «manutenzione» che in realtà è manomissione,
e si parla di «messa in sicurezza del territorio» intendendo altre
infrastrutture, altri disboscamenti. Si parla di «ripartire», si
scaricano le responsabilità su capri espiatori, ci si rifà al
«cambiamento climatico» come se si parlasse di una fatalità.
1. Cementificazione: negare l’evidenza
In molte interviste e prese di posizione su Facebook – la loro vera “sede istituzionale” – svariati esponenti della classe dirigente regionale hanno negato l’evidenza, fingendo di non aver approvato colate di cemento e sostenendo che la famigerata legge regionale n.24 del 2017 «ha già impedito nuovi insediamenti per oltre 11mila ettari». Lo hanno detto, in primis, il presidente Stefano Bonaccini e l’assessora regionale alla programmazione territoriale Barbara Lori.
Chi ha seguito l’iter di quella legge – più volte emendata, tre volte prorogata e scritta in modo da consentire ampie deroghe – sa che ogni numero a essa riferito va preso con le pinze. Capire cosa si sia tutelato è quasi impossibile, dato che la maggior parte delle cementificazioni sfugge ai rilevamenti. Come ha scritto l’urbanista Paolo Pileri:
«l’Emilia-Romagna si è costruita una legge urbanistica talmente ingannevole da autoprodursi assoluzioni come quella che si può vedere sul sito della città metropolitana di Bologna dove, come per incanto, dal 2018 fino a oggi i consumi di suolo sono magicamente diventati zero. Ma non perché hanno smesso di consumare (tutt’altro), solo perché hanno manomesso le definizioni urbanistiche al punto tale da riuscire a non conteggiare più le cementificazioni e risultare così tutti virtuosi e contenti per legge, non per virtù.»
La legge 24/2017 – frutto di un compromesso al ribasso con le lobby dell’edilizia che spadroneggiano in regione – lascia ampio spazio a ogni sorta di gabole e aggiustamenti, di deroghe e svicolamenti, e il risultato si vede, ce l’abbiamo davanti ogni giorno. Tra gli altri, lo ha spiegato molto bene l’urbanista Gabriele Bollini, docente di Pianificazione e progettazione sostenibile all’Università di Modena e Reggio Emilia, in recenti interviste rilasciate a diversi media, tra cui il Fatto Quotidiano, Radio Città Fujiko e Il manifesto.
In soldoni: la legge ha fissato un tetto per ulteriori consumi di suolo da qui al 2050, che in ogni Comune non dovrebbero superare il 3% del territorio urbanizzato calcolato al 2017. In questo modo, si dice, nel 2050 si arriverà al «consumo di suolo a saldo zero».
Solo che, a tutt’oggi, nella maggior parte dei Comuni quel limite non è ancora scattato, vuoi perché le amministrazioni ritardano a bella posta l’approvazione del loro Piano Urbanistico Generale (PUG), vuoi perché la Regione ha prorogato tre volte l’entrata in vigore della legge. Proroghe giustificate in vari modi, non ultima la necessità della «ripartenza dopo il Covid». L’emergenza-pandemia torna sempre buona.
E cosa succede mentre il limite non scatta? Succede che si divora suolo in deroga. E così, allo scattare del limite, il 3% di suolo che i Comuni potranno consumare andrà ad aggiungersi a quello che hanno cementificato nel frattempo. Essendo fuori dai PUG e in anticipo sul limite fissato, quel consumo di suolo sfugge alle maglie della legge, non risulta. Anche grazie a questo, chi difende la 24/2017 potrà rimuovere il contesto reale e sbandierare “grandi risultati” del tutto farlocchi.
Il processo va avanti a una tale rapidità che, come avvertiva Legambiente nel 2022, «allo scattare del limite del 3% rischieremo paradossalmente di non avere più suolo consumabile.»
Ma anche se il limite al 3% fosse una cosa seria (e non lo è), sarebbe aggirabilissimo grazie all’articolo 53 della legge stessa, che permette deroghe «per l’approvazione di progetti relativi ad opere pubbliche o di interesse pubblico di rilievo regionale o locale».
Inutile dire che molte «opere pubbliche» sono Grandi Opere del genere Dannoso, Inutile & Imposto (GODII), e che «interesse pubblico» può voler dire tutto e niente.
Nella vaga definizione all’articolo 53 rientrano anche i grandi «poli logistici», nell’ultimo decennio tra i massimi responsabili del consumo di suolo in val padana. L’Emilia-Romagna è la regione con la maggior superficie assoluta di terreno sacrificato alla logistica, e si continua imperterriti. A causa della logistica, una vera e propria alluvione di cemento – che potrebbe essere concausa di alluvioni vere e proprie – sta investendo il territorio piacentino, come mostra Pileri in un articolo su Altreconomia di qualche giorno fa.
Mentre
il fango invadeva strade e case, la classe dirigente è scattata come un
sol uomo a negare tali evidenze, dire il contrario di quel che avrebbe
senso dire, indicare capri espiatori umani e non.
Poi qualcuno deve aver capito che così era troppo, e si è sentita
qualche vaga concessione, sì, in effetti c’è «troppo cemento» – detta
come se fosse arrivato da solo – e «bisogna ripensare il territorio»,
frase che non impegna e va bene per ogni stagione, proferita da
amministratori che un minuto prima e un minuto dopo dicono: «avanti coi
cantieri».
2. Dare la colpa ad «ambientalisti» e «animalisti»
Prendiamo a esempio il sindaco di Ravenna Michele De Pascale. Dichiarazione dopo dichiarazione, costui è parso combattere una crociata personale contro «gli ambientalisti» che gli impedirebbero di far tagliare gli alberi in riva ai fiumi – cosa per lui buona e giusta – e «gli animalisti» che a suo dire lo avrebbero «minacciato» per «difendere le nutrie» – secondo lui la causa principale del cedimento degli argini, come per il suo collega di Massa Lombarda Daniele Bassi erano gli istrici.
Secondo De Pascale – lo ha ripetuto in decine di interviste – la cementificazione non c’entra: il disastro c’è stato perché l’acqua è «venuta giù dai monti», come i nani dei Loacker, e la piana romagnola è un catino sotto il livello del mare.
A quanto pare, il primo cittadino del capoluogo di una delle province più cementificate d’Italia trova ininfluente che la piana romagnola sia in gran parte sprawl, zona di neourbanizzazioni incontrollate, e che si sia edificato praticamente nei fiumi.
Un plastico esempio lo ha fatto Bollini: il condominio «Casa sul fiume», in via De Gasperi 115, a Faenza (RA). Si chiama così perché costruito letteralmente nell’alveo della piena monosecolare del Lamone, uno dei fiumi esondati nei giorni scorsi. Il condominio – si sarà già capito – è stato travolto, coi suoi trentasei appartamenti e quarantacinque garage sotterranei.
Del resto, come abbiamo già ricordato, l’Emilia-Romagna è la prima regione per consumo di suolo in aree ad alta e media pericolosità idraulica.
È questo sprawl che l’acqua ha travolto. Se ad allagarsi fosse stato un territorio più libero di respirare e meno sigillato, forse ci sarebbero stati danni alle coltivazioni, ma avremmo avuto meno distruzioni, tragedie e lutti.
Soprattutto, avremmo evitato molte delle conseguenze ambientali e sanitarie di cui ci rendiamo conto ora dopo ora. Le distese di fango che ancora ricoprono parti di Romagna sono un miscuglio di liquami di fogna; sostanze inquinanti e velenose che la piena ha trovato in fabbriche, magazzini e stazioni di servizio; detersivi e altri prodotti chimici strappati alle case; rifiuti scaraventati fuori da cassonetti e cestini; carcasse in putrefazione di migliaia di animali morti negli stabilimenti zootecnici; plastica che diverrà microplastiche, e chissà cos’altro. Tutta roba che presto o tardi finirà in mare o percolerà nelle falde. Cementificazione vuol dire anche questo.
Quanto
ai fiumi, troppo comodo dire: i monti stanno in alto e il fondovalle in
basso e quando piove forte l’acqua viene giù. «Grazie al cazzo» è la
prima risposta che viene in mente. Diamo un’occhiata a come sono stati
trattati, quei monti e quei fiumi esondati con tanta violenza, e
qualcosa in più capiremo.
Prima, però, una riflessione di carattere più generale.
3. Vivere su una terra di cui non si sa niente
Nella bassa emiliano-romagnola, che è tutta pianura alluvionale e in gran parte terra di bonifiche, è esistito per secoli un sapere diffuso, un sapere pratico legato al governo delle acque, derivante dalla consapevolezza di vivere in un territorio sempre in bilico.
Nel 1996, nella premessa al suo Storia delle campagne padane dall’Ottocento a oggi, lo storico Franco Cazzola – uno dei più profondi conoscitori del territorio bassopadano – descriveva quella che era ormai ex-campagna e, dopo aver ricordato l’alluvione del Tanaro nel novembre 1994, con lungimiranza scriveva:
«I potenti mezzi messi a disposizione della tecnica, per quanto avanzati possano essere, non riescono oggi, a mantenere in vita o a ricostituire quel grande patrimonio collettivo di saperi della terra e dell’acqua, quella preordinata e quotidiana accumulazione di lavoro umano nella costruzione del paesaggio agrario che aveva fatto delle campagne padane, sia pure nel quadro di un permanente e lacerante conflitto sociale, uno dei punti più avanzati dello sviluppo agricolo europeo. Erano stati da sempre gli agricoltori, i mezzadri, e i miserabili braccianti della valle padana i più validi controllori del grande fiume e della straordinaria rete di acque che a esse affluiscono. Una volta venuta meno la loro vigile presenza, ossia nel momento in cui queste terre hanno cessato di essere campagna, la straordinaria artificialità dell’ambiente agrario padano può tradursi repentinamente in un grave pericolo per gli uomini e per le cose. Forse è proprio questo il messaggio (o l’avvertimento, o il presagio) che il lettore potrà agevolmente rintracciare in gran parte dei dispersi studi che oggi ho preso l’ardire di riproporre uniti»
Quasi trent’anni dopo, possiamo dire che quel «messaggio o avvertimento o presagio» non l’ha ascoltato nessuno.
Un tempo gli abitanti delle campagne emiliane e romagnole sapevano distinguere un canale di scolo da uno di irrigazione, capivano a occhio se un argine era malmesso, sapevano come rafforzarlo, sapevano dove non costruire ecc.
Finito quel mondo, la trasmissione di quei saperi si è interrotta, e la consapevolezza della precarietà del territorio è svanita. Oggi l’abitante medio dello sprawl-che-fu-campagna dà per scontato il paesaggio che ha attorno, mentre scontato non è, e non conosce il regime delle acque che plasma il territorio in cui vive. La maggior parte della gente non sa nemmeno come si chiami il canale che passa accanto a casa, non ha la minima contezza del rischio idraulico in questa o quella zona, non si fa domande vedendo edificare sulla riva di un fiume e così via.
D’altra parte, anche i tecnici, che qualche sapere lo custodiscono ancora, spesso non sono coordinati tra loro, fanno parte di società private che oggi vincono un appalto e domani passano la mano, si trovano a occuparsi di situazioni frammentate, con competenze frammentate, con il risultato che le conoscenze individuali non riescono a contrastare l’ignoranza collettiva.
Tale ignoranza rende inclini a credere a pseudospiegazioni, ad accettare capri espiatori umani, animali e vegetali.
Nell’ambito della sua polemica contro «gli ambientalisti», De Pascale ha rilasciato un’intervista all’ultraliberista Porro, nella quale ha dichiarato:
«In natura i fiumi esondano. Se non si vuole che accada, allora bisogna fare gli argini con la logica delle opere pubbliche e non con la logica degli spazi naturalistici».
Il frame è quello della «pulizia dei fiumi», espressione con cui lui e troppi altri intendono l’abbattimento degli alberi lungo le rive.
Ebbene, se il criterio è quello, allora i fiumi di Emilia e Romagna sono tra i più “puliti” che si possano vedere.
Proprio questo è il problema.
4. Denudare gli argini: l’eccidio della flora ripariale in Emilia-Romagna
Negli ultimi anni, in Emilia-Romagna, la vegetazione ripariale è stata sterminata. Non sapremo mai se il numero di alberi abbattuti sia nell’ordine delle decine o delle centinaia di migliaia. Di certo, è stata un’immane strage. Che ha avuto e avrà ancora esiti tragici.
L’aggressione più intensa è avvenuta nel biennio 2020-2021. Mentre si pensava quasi solo al Covid, la Regione ha commissionato a ditte private l’abbattimento di una vasta moltitudine di alberi. L’assessorato competente era quello ad «ambiente, difesa del suolo e della costa, protezione civile». All’epoca, su quella poltrona sedeva Irene Priolo, già assessora alla mobilità del Comune di Bologna, oggi vicepresidente di regione.
Le linee guida regionali sulla manutenzione dei boschi ripariali (qui in pdf) dicono, in buona sostanza, che bisognerebbe andarci cauti, intervenendo sulla biomassa vegetale solo se intralcia il deflusso, rimuovendo più che altro alberi morti o moribondi ecc. Invece nel 2020-2021 si è abbattuto e rasato tutto, si sono denudati gli argini. C’è chi lo ha denunciato e la vicenda è finita anche sui giornali, tanto che Priolo si è dovuta difendere, ma il dibattito si è spento in un lampo – in quel periodo l’attenzione era distolta dalla «caccia al novax» – e si è proseguito come prima.
Credendo così di «risparmiare denaro pubblico», gli enti locali commissionano interventi di «pulizia» sempre più drastici, «così per una decina d’anni non ci si pensa più».
Dal canto loro, le ditte a cui è affidato il lavoro hanno tutto l’interesse a tagliare il più possibile, perché il legname rimane a loro e viene venduto alle centrali a biomasse.
L’odio per il verde spontaneo
I profitti dei privati sono il movente diretto degli abbattimenti, ma a dare la possibilità a quei privati di fare tutto questo è la politica, e qui tocca riscontrare che la classe dirigente padana in genere ed emiliano-romagnola in particolare è animata da un feroce odio per gli alberi.
Lo ha dimostrato innumerevoli volte. Gli alberi li tollera in moderata quantità, a scopo ornamentale, solo se disposti in filari come soldatini, magari coi fusti circondati da lastroni di cemento, e se non si “allargano” dal posto assegnato. E infatti ne reprime l’allargamento ogni volta che può, e li abbatte se le radici, com’è normale, premono da sotto e gonfiano l’asfalto.
«Gli alberi, le erbe e ogni cosa che cresce o vive sulla terra appartiene solo a se stessa» (J.R.R. Tolkien, Il signore degli anelli). Indifferenti a questo monito, i nostri amministratori vivono come vilipendio l’esistenza di vegetazione che “faccia per proprio conto”, che non sia normatissima, che sfugga al loro controllo.
È una questione di “decoro”, come l’erba rasata a fil di suolo, un assurdo che non solo stermina gli insetti impollinatori e danneggia gli ecosistemi, ma in tempi di siccità espone il suolo al calore eccessivo, lo secca e lo rende incapace di assorbire l’acqua delle precipitazioni che verranno.
La “vendetta” dei fiumi
Tornando alla flora ripariale distrutta: cosa succede a un argine “pelato” in quel modo?
Lo vediamo bene nel video che mostra l’esondazione dell’Idice e la completa distruzione del ponte della Motta, a Molinella di Budrio (BO).
Dopo aver visto il video, il naturalista Fausto Bonafede ha scritto e fatto circolare questo commento:
«Nel filmato, in ottima definizione, si vede che, l’Idice è completamente privo di vegetazione in quel tratto (si vede meglio nel tratto a valle del punto di rottura dell’argine); in questa situazione l’idice, ha “mangiato” mezzo argine (una massa solida imponente) per un lunghissimo tratto che comprende anche il ponte; poi la forza e la massa enorme di acqua ha rotto l’argine poco a valle del ponte crollato. Se a monte e a valle del ponte ci fosse stata la vegetazione ripariale, l’idice sarebbe uscito dagli argini ma non si “mangiava” le sponde di terra e il ponte probabilmente non crollava. L’erosione delle sponde e il trasporto solido aumentano con la velocità e la massa d’acqua in gioco. Se il fiume è “pulito” aumenta la velocità dell’acqua e la sua forza erosiva. Quando sulle sponde poggia un ponte, una strada o costruzioni sono guai seri documentati dal filmato. La “pulizia” generalizzata dei corsi d’acqua non ci mette al riparo dal disastro di questo giorni che è sotto gli occhi di tutti. Qui l’Idice era “pulitissimo”! […] il taglio della vegetazione deve essere effettuato in modo localizzato tenendo conto del tipo di corso d’acqua interessato; prima di tagliare la vegetazione ripariale è necessario valutare bene le caratteristiche di ogni corso d’acqua e l’effetto erosivo causato dalla diminuzione della scabrezza in seguito al taglio della vegetazione.»
Un altro fiume appenninico che attraversa il territorio bolognese è il Savena. Ebbene, il Savena si è gonfiato ma nel tratto extraurbano ha tenuto. È esondato nella periferia est della città, a San Lazzaro e Rastignano, e in un punto ha rotto in modo clamoroso: presso il parco del Paleotto, dove a novembre-dicembre si era disboscato in modo forsennato, 1157 alberi distrutti per insediare il cantiere del Lotto 2 del Nodo di Rastignano, opera stradale collegata al Passante di Bologna.
Il 5 gennaio, sul Fatto Quotidiano Linda Maggiori aveva scritto:
«a Bologna, una parte del Parco del Paleotto sparisce sotto al cemento e la stabilità dei versanti del fiume viene irrimediabilmente compromessa, con le auto a passare sull’argine del fiume. E se malauguratamente, come sempre più spesso accade, dovesse verificarsi una bomba d’acqua, con conseguenti frane o esondazioni, trascinando le auto del “Nodo” nel gorgo di fango, contro chi si urlerà? Contro la “natura assassina” o contro i politici assassini?»
Il 17 maggio il cantiere è stato annichilito. La superiore ratio del fiume ha momentaneamente sconfitto l’irrazionalismo organizzato e la hybris cementizia.
In un comunicato stampa, l’associazione Santa Bellezza ha espresso la posizione più giusta: «Pretendiamo che il cantiere del Nodo di Rastignano non venga mai più riaperto.»
Ma il colmo è quando gli abbattimenti servono a fare greenwashing, come nei casi di certi «percorsi cicloturistici».
5. Paradosso di una «ciclovia»: eliminare il verde per essere green
Nei giorni scorsi sono circolate alcune foto di Bonaccini in bicicletta, seguito da altri esponenti della classe politica locale. Era il 23 aprile ultimo scorso e il governatore stava inaugurando la nuova «Ciclovia del Senio», a Castelbolognese (RA), costata 620mila euro.
«Attraverso questi nuovi percorsi», dichiarava in quell’occasione, «rafforziamo e valorizziamo il territorio in un’ottica sempre più sostenibile dal punto di vista turistico e ambientale.»
Due settimane dopo, il 4 maggio, la ciclovia è stata spazzata via in diversi tratti insieme all’argine su cui passava e su cui, con tutta probabilità, non sarebbe mai dovuta passare.
O meglio, ci sarebbe anche potuta passare, se l’argine fosse stato in salute anziché compromesso da ripetuti disboscamenti. Gli ultimi dei quali, plausibilmente, eseguiti proprio per realizzare il «percorso di 10 chilometri ricco di spunti naturalistici e culturali», come recita il comunicato della Regione.
Il
territorio bolognese è interessato da altri progetti di ciclovie,
segnatamente lungo il Reno: la Ciclovia del Sole, parte del tracciato
EuroVelo7, e la Ciclovia del Reno. Sarebbe importante fare inchiesta su
quel che accade lungo quei tracciati. Ci sono giunte testimonianze di
svariati abbattimenti.
In ogni caso, il problema sta nel ragionare in termini di ulteriori infrastrutture. Le vere ciclovie esisteranno quando avremo liberato le strade dalle auto.
6. Le trappole dell’eccezionalismo
Si è anche tentato di far passare per «negazionista climatico» chi fa notare che ci sono precise responsabilità politiche. Ennesima riprova di quanto diciamo da tempo, cioè che il concetto di «negazionismo», da anni stiracchiato in ogni direzione, non ha più alcun valore euristico, alcuna spendibilità in un discorso serio.
Certo, far notare che «clima» non significa iazza o accidente del destino disturba il PD e i suoi alleati, che cercano di usare il clima come attenuante quando invece è un’aggravante.
È stato surreale sentire, tutt’a un tratto, lezioncine sul «globbal uorming» da Bonaccini, difensore degli interessi economici più climalteranti che si possano immaginare. Uno che tutela lo status quo più inquinante, esalta la Motor Valley – o piuttosto la Tumor Valley – emiliana, fa l’apologia dei rigassificatori e pensa che la siccità in montagna comporti come problema principale non la mancanza d’acqua ma l’impossibilità di sciare, per questo vorrebbe utilizzare «cannoni sparaneve hi-tech» che imbianchino le piste «anche col caldo». Peccato che ciascuno di quei cannoni consumi (sperperi) sessanta litri d’acqua al secondo.
La maggiore intensità delle piogge in periodi sempre più brevi è senza dubbio parte del cambiamento climatico, ma bisogna stare attenti a una certa retorica eccezionalista, anche quando sposata in buona fede. I danni che può fare li abbiamo già visti durante la pandemia.
Il precedente: l’eccezionalismo durante il Covid
Nella primavera 2020 qualcuno provò a far notare che se il sistema sanitario lombardo era crollato subito, con immediate ripercussioni su quello “nazionale” (in realtà aziendalizzato su base regionale), era perché lo avevano devastato anni di tagli, di privatizzazioni, di smantellamento della medicina territoriale, dunque andava subito messa in agenda la lotta per invertire quella rotta in tutta Italia.
Chi aveva già sviluppato la visione virocentrica – cioè pensava che si dovesse parlare solo ed esclusivamente di quant’era pericoloso il virus – si impuntò su una risposta standard: anche un sistema sanitario pubblico, universale ed efficiente sarebbe stato messo in crisi dalla pandemia, perché una cosa del genere non s’era mai vista ecc. ecc.
Può anche darsi, non abbiamo il controfattuale, però a noi risulta ovvio che un conto è crollare nel giro di pochi giorni come accaduto, altro conto è reggere l’urto più a lungo, con più tempo e più margine per organizzarsi in altri modi, e soprattutto con più risorse a disposizione.
A un certo punto – molto presto – chi parlava di sanità pubblica e ricordava la situazione già compromessa che il virus aveva trovato, fu tacciato di «negazionismo del virus». Il virocentrismo aveva ristretto il focus e la visuale. La sanità pubblica e le responsabilità di chi l’aveva devastata uscirono da ogni discorso, per non rientrarci più.
A sostituire quei necessari discorsi fu un’adesione acritica all’Emergenza, un feticismo dei provvedimenti governativi e di quelle che Leonardo Sciascia avrebbe chiamato «operazioni di parata», cioè tanto appariscenti quanto inutili allo scopo dichiarato. Operazioni non solo discutibilissime sotto l’aspetto epidemiologico, ma diversive rispetto alle responsabilità politiche e alle cause sistemiche della situazione: coprifuoco, droni a sorvegliare i boschi, elicotteri a inseguire passeggiatori solitari sulle spiagge, decaloghi su chi potevi portare al pranzo di Natale, obbligo di mascherina all’aperto ecc. L’elenco sarebbe lunghissimo.
L’esito è stato che tagli e privatizzazione della sanità continuano, e la pandemia è stata l’occasione di una grande ristrutturazione capitalistica basata su «resilienza» e «ripartenza», con le stesse logiche di prima al quadrato.
Ora riscontriamo lo stesso approccio, per fortuna meno diffuso e con minore presa, da parte di una certa sinistra dabbene.
Eccezionalismo e nubifragi
Alle critiche incentrate sul consumo di suolo, l’urbanizzazione selvaggia, le grandi opere inutili, c’è chi ribatte che con piogge così anche un territorio meglio gestito avrebbe subito danni e ci sarebbero stati morti, perché si tratta di precipitazioni eccezionali ecc.
Anche in questo caso, un conto è un territorio che si disintegra all’istante e vomita acqua e fango in vaste aree, altro conto è un territorio che regge l’urto in più punti e più a lungo. Più aree vengono risparmiate e più tempo c’è di organizzarsi, soprattutto se ci sono più risorse da utilizzare.
Dopodiché, è necessario specificare che si tratta di eccezionalità relativa, non assoluta. In parole povere: i nubifragi si fanno più intensi, ma non sono una novità di questi anni. Piogge forti e di più giorni a primavera sono nelle memorie di molti di noi, sono registrate tanto negli Annali idrologici quanto nell’arte e nella cultura popolare, sono documentate negli archivi dei giornali. Provate a fare la ricerca con «pioggia record», «pioggia millimetri», «nubifragio» e altre chiavi del genere nell’archivio storico de La Stampa.
Se diciamo che un nubifragio è di per sé una manifestazione del «nuovo clima», non solo ci esponiamo a facili smentite, ma credendo di parlare di clima restiamo in realtà sul piano del meteo, del tempo che fa.
Invece, proprio gli archivi possono mostrarci in cosa consista la crisi climatica. Consultandoli, si vede bene l’interazione di due processi che in realtà sono lo stesso: l’impatto di piogge sempre più forti e concentrate – dopo lunghi periodi di siccità – è direttamente proporzionale alla crescente cementificazione del territorio, a sua volta parte di un modello di sviluppo fortemente climalterante.
7. Bona lé tirare in ballo il terremoto del 2012
Una narrazione scattata fin da subito e divenuta onnipervasiva soprattutto nei media locali è quella basata sulla similitudine tra le alluvioni di oggi e il terremoto in Emilia del 2012. Narrazione che non ha contestato quasi nessuno, ma che è tossica da qualunque parte la si guardi.
Una classe dirigente non ha responsabilità di un evento tellurico. Casomai ce l’ha di come viene gestito il territorio dopo, di come viene impostata e realizzata – o non realizzata – la ricostruzione. Nel caso del post-sisma emiliano, la narrazione è trionfalistica: e quanto siamo stati bravi, e quanto siamo stati fighi ecc. Attivare il frame discorsivo «l’alluvione come il terremoto» serve dunque a dire: «son cose che capitano, prima non ci si può far niente» – falsissimo, perché questo disastro ha colpe precise e individuabili – e «ne usciremo da fighi quali siamo».
Come ne usciremo? Ovvio: «ricostruendo tutto».
No. Come ha detto Pileri intervenendo sabato 27 maggio all’assemblea popolare in piazza del Nettuno a Bologna, più che la ricostruzione serve la «de-costruzione».
«Decementificare, decrescere e rinaturalizzare, senza più aggiungere un solo centimetro cubo di cemento o asfalto», ha giustamente scritto Alex Giuzio.
Un altro effetto del paragone col terremoto è attenuare la gravità della situazione odierna e futura. Non solo le alluvioni hanno fatto molti più danni del sisma, danni le cui conseguenze dureranno ben più a lungo, ma mentre il terremoto è un evento raro – la bassa emiliana ne ha subito uno nel 1570 e il successivo nel 2012 –, le alluvioni si verificano sempre più spesso, quasi ogni volta che piove forte.
8. Il suprematismo emiliano-romagnolo ha rotto i maroni
Dopo le alluvioni di metà maggio è tornato a manifestarsi il più tronfio suprematismo emiliano-romagnolo.
A un certo punto è diventato virale – ripreso anche da Gramellini, che non si fa mai scappare nessun cliché – un breve elzeviro, un’apologia del sistema-Emilia che cominciava così:
«L’Emilia-Romagna è quel pezzo di terra voluto da Dio per costruire la Ferrari».
E poteva sembrare scherzoso, volutamente iperbolico, ma conosciamo i nostri polli: non è così. Ci credono davvero.
A seguire, infatti, ci si vantava in maniera spropositata di più o meno tutto quello che ha distrutto il territorio, esattamente l’economia reale e l’approccio devastante da “crescita infinita”, il culto del “fare” purché si faccia che andiamo denunciando da anni: viva l’automotive, viva gli allevamenti intensivi, viva l’agroindustria più impattante, finché non si arriva a questo capolavoro, con tanto di stereotipizzazione etnica:
«[Gli emiliano-romagnoli] sono come i giapponesi, non si fermano, non si stancano, e se devono fare una cosa, a loro piace farla bene e bella, ed utile a tutti…»
Certo, come la voragine FICO, il demenziale «People Mover» di Bologna, la psoriasi di centri commerciali e poli logistici, le migliaia di rotatorie, la riviera devastata dalla speculazione, le dune sbancate per farci il Jova Beach Party, i rigassificatori, sempre più impianti sciistici anche se non c’è più neve, trafori che distruggono falde e fanno scomparire in un giorno cento corsi d’acqua in Appennino, e sono solo le prime cose che vengono in mente.
Il finale era questo:
«Ci saranno pietre da raccogliere dopo un terremoto? Loro alla fine faranno cattedrali.»
C’è un’alluvione? Loro faranno ancora autostrade, svincoli, bretelle, rotatorie, parcheggi, centri commerciali, hub della logistica e quant’altro.
Di quest’arroganza, di questo suprematismo regionale gli emiliano-romagnoli moriranno, se non se ne sbarazzano.
È un suprematismo, per giunta, sottilmente razzista e impregnato di un miope legalitarismo. Quando le alluvioni devastano paesi del Sud Italia, l’emiliano-romagnolo medio e «di sinistra» fa tsk, quei terroni hanno rovinato il loro territorio, poi scuote la testa parlando dell’abusivismo edilizio. E gli abusi nostrani, che sono altrettanto orrendi? Non li vede, non li considera abusi perché sono legalizzati. Nella sua mentalità, se qualcosa è legale non si può ritenere un problema.
9. Der Kommissar
In linea di principio, dopo un simile disastro, Bonaccini si sarebbe dovuto dimettere all’istante. Intendiamoci, non sarebbe servito a nulla: chi lo attornia è come lui. È un discorso puramente filosofico, un esperimento mentale. Invece non solo è ancora lì, benché in evidente affanno e costretto a negare l’innegabile, ma c’è persino chi lo vorrebbe commissario alla ricostruzione.
Va premesso che a noi i commissari non piacciono. I commissari sono strumenti tipici delle politiche d’Emergenza, servono a gestire i processi dall’alto e accentrando poteri, facendo passare le politiche peggiori, sovente aggravando i problemi di partenza. Aggiungiamo che spesso i commissari sono generali, uomini delle forze armate, cosa che contribuisce non poco alla strisciante militarizzazione della vita pubblica italiana, processo divenuto indiscutibile durante l’emergenza Covid.
Detto ciò, le motivazioni per cui Bonaccini dovrebbe fare il commissario sono risibili se non oltraggiose.
«Bonaccini conosce molto bene questa terra», ha dichiarato il sindaco di Bologna Lepore.
Vero, ne sa a pacchi, che si parli di montagna o di pianura. Magari
anche da commissario ci delizierebbe con belle biciclettate su argini
compromessi e proclami sulla neve artificiale d’estate.
«Bonaccini lo vuole la società civile, lo vuole il sistema economico emiliano-romagnolo con il quale ha sempre saputo dialogare fra gestione e innovazione», si è letto sul Corriere.
La prima proposizione è del tutto arbitraria, perché nessuno saprebbe dire chi sia e cosa voglia «la società civile». Di sicuro, non coincide con «gli elettori». Per via del crescente astensionismo, alimentato dal disgusto per l’offerta politica, in media – a seconda dei territori e delle circostanze – il PD emiliano-romagnolo vince le elezioni col consenso di circa tre aventi diritto al voto su dieci. Alle ultime comunali di Bologna l’astensione ha raggiunto il 48,82%, perciò Lepore è stato eletto con il 31,6% reale. Quasi sette bolognesi su dieci non l’hanno votato. Quanto alle Regionali del 2020, Bonaccini le ha vinte con il 51,42% del 67,67% che è andato a votare, ergo col 34,79% reale.
Quanto alla proposizione seguente, all’inizio dice una verità: a volere Bonaccini è il sistema economico, che è pregressista; dopo, invece, è fuffa.
Stessa fonte giornalistica: «Bonaccini ha il plauso di colleghi di diversa sponda come il leghista Luca Zaia». Soggetto notoriamente sensibile a questioni ambientali, climatiche e di tutela del territorio dalla cementificazione. Una garanzia.
In realtà, le motivazioni reali e non-dette per cui Bonaccini dovrebbe fare il commissario riguardano i rapporti di forza in regione tra il PD che governa qui e la destra dichiarata che governa a Roma.
Ed è proprio questo There Is No Alternative, questo continuo ridurre la dialettica politica al binarismo e al (presunto) menopeggismo la gabbia da infrangere.
«Dov’è l’alternativa?», si sente spesso chiedere. Noi diciamo che se un mondo sta nascendo, un mondo incompatibile con quello che abbiamo fin qui descritto, sta nascendo nelle lotte ambientali, per la giustizia climatica, per un territorio diverso.
Nel prossimo articolo, infatti, torneremo sul caso Bologna e sulle lotte contro il raddoppio di tangenziale e A14 – con tutta l’inondazione di asfalto a cui il raddoppio aprirebbe la via – e contro il progetto di nuovo mega-comprensorio sciistico sul Corno alle Scale.

