Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/09/2024

Scuola, motori e lavoro a tutti i costi

di Paolo Lago

Paolo La Valle, Gli automotivati. La love story tra scuola e motori, Alegre, Roma, 2024, pp. 255, euro 16,00.

Il mondo dei motori, delle automobili e delle moto si insinua in modo pervasivo in quello della scuola e dell’educazione soprattutto se le scuole in questione si trovano nella cosiddetta “Motor Valley”, collocata tra Bologna, Modena e Reggio Emilia. È quello che ci racconta Paolo La Valle nel suggestivo Gli automotivati. La love story tra scuola e motori, uscito recentemente per la collana Quinto Tipo di Alegre: si tratta di una sorta di diario-saggio che focalizza un anno di insegnamento svolto dall’autore, docente di Italiano, in un Istituto Professionale della zona. La scrittura alterna l’immediatezza della presa diretta sugli avvenimenti legati all’universo scolastico (in cui protagoniste sono classi ‘difficili’, composte spesso di soli alunni maschi) a inserti dal taglio più saggistico, dove si infittiscono osservazioni e riflessioni su un tessuto sociale irretito dal produttivismo capitalista che si ingrandisce e si sviluppa sempre di più a scapito della vita delle persone. Il tutto scandito da capitoli che portano nei titoli formati dal verso di una canzone sempre diversa l’ispirazione musicale che li ha mossi.

Il lavoro è un dogma, da quelle parti, e gli stessi alunni del Professionale odiano la scuola e non vedono l’ora di finirla o interromperla per mettersi a lavorare nel settore automotive e cioè per quelle fabbriche e per quelle aziende che si estendono a macchia d’olio provocando un abnorme consumo di suolo e per tutto il grande circo spettacolare che si erge dietro questo apparato, in primis il Motor Show di Bologna che nel 2018 ha visto la sua ultima edizione. Se, come nota l’autore, nel 1976, ai suoi albori, il Motor Show occupava un’area di 5mila metri quadrati, nel 2004 “si arriva a 230 mila facendo da volano all’aumento di consumo di suolo in un territorio che oggi con la sua Zona Fiera raggiunge i 375 mila metri quadrati e ospita iniziative di ogni tipo, grazie al protagonismo del Gruppo BolognaFiere, in grado di allestire settantacinque eventi all’anno tra Bologna, Modena e Ferrara” (p. 34). Lo stesso Motor Show ha rappresentato l’aspetto più spettacolare dell’ideologia che gli esponenti del capitale pretendono di inculcare nei giovani che gravitano attorno al settore, e la progressione dei suoi chilometri quadrati equivale all’aumento esponenziale della densità di auto in Italia, che provoca un ulteriore aumento di suolo nella costruzione di sempre nuove strade (come il progetto del cosiddetto Passante di Bologna), di sempre nuovi svincoli e rotatorie realizzati asfaltando e cementificando innumerevoli aree verdi. Non c’è da meravigliarsi, perciò, se a ogni nuova pioggia violenta (eventi che ormai non si possono più considerare ‘eccezionali’ nella realtà del cambiamento climatico che ci troviamo a vivere) quel territorio dell’Emilia Romagna (che è terza in Italia per consumo di suolo) viene devastato e allagato: è cronaca, purtroppo, anche di questi giorni.

Il lavoro è un dogma e risuona come un vero e proprio mantra, fin dalla scuola, irretendo gli adolescenti e le adolescenti. Laura, ad esempio, che adesso ha trentadue anni, ha lavorato al Motor Show come ragazza immagine fin da quando stava per compiere diciotto anni e andava ancora a scuola, in un contesto in cui gli atteggiamenti sessisti risultano assolutamente normali e si esplicitano in continui apprezzamenti volgari e viscidi (e il racconto di Laura e di altre ragazze si materializza all’interno di un capitolo intitolato Quante belle figlie da sposar, verso tratto da Ottocento di Fabrizio De André, in un momento in cui la canzone accelera musicalmente commentando in forma iperbolica l’iperproduzione spettacolare dei primi anni Novanta). Certo, è questa l’altra faccia del capitale, è il suo truce spettacolo che ‘macchinizza’ e capitalizza gli stessi corpi, come vediamo nelle sequenze iniziali del film Titane (2021) di Julia Ducurnau, in cui alcune ballerine sexi si esibiscono sui cofani delle automobili in un autosalone di fronte a maschi per i quali non c’è alcuna differenza – sembra – fra l’estetica delle auto e quella delle ragazze.

L’ideologia del lavoro a tutti i costi, come già notato, si insinua anche tra i banchi di scuola, dove si trovano, fra gli altri, gli studenti El J, Cucciolotto, Pablo, Thomas, e allora la scrittura diaristica erompe in volute sintattiche e lessicali che esondano da qualsiasi schema, in un sinuoso pastiche che ricalca il parlato ma soprattutto i gerghi giovanili mentre sullo sfondo, come un magico folletto portatore di pace all’interno di una quotidiana guerra, si aggira fantasmaticamente la Chica, la compianta canina del narratore e professore che scambia con lei uno sguardo nei momenti più difficili, in momenti in cui bisogna dare forse un conforto o una pacca sulle spalle a chi è inserito nella macina di un sistema più grande di lui, come succede a molti di questi giovani, cresciuti fra vita non facile e motori. Il lavoro si fa breccia anche attraverso la cosiddetta alternanza scuola-lavoro, oggi rappresa nell’acronimo Pcto, largamente diffusa nell’Istituto Professionale in questione. Un percorso che dovrebbe essere formativo ma che ha al suo attivo una scia di morti, giovani studenti vittime di incidenti sul lavoro. E, come scrive La Valle, un’ideologia di questo tipo nella sua classe è introiettata a tal punto che si tende a dare la colpa alla persona incidentata che avrebbe dovuto prestare maggiore attenzione alle misure di sicurezza e non, magari, alla quasi totale mancanza di queste ultime o a un sistema che non fa in modo che siano sufficienti e all’altezza.

I messaggi che dall’alto vengono fatti passare, infatti, sono quelli di una contrapposizione muro contro muro fra scuola e mondo del lavoro:

da una parte c’è il mondo della scuola, con le sue materie inutili e le sue fissazioni, mentre dall’altra c’è il mondo che conta, quello del lavoro, quello da cui arrivano i soldi. Il primo mondo impone regole per te incomprensibili, il secondo le ammorbidisce. Quale scegli?
Se nel primo ti inseguono perché stai fumando e nel secondo fingono di non accorgersene? Se nel primo si arrabbiano per un commento che hai fatto a una ragazza, mentre nel secondo scherzi a voce alta su culi e tette? Se nel primo insegnano cose che per te sono inutili e nel secondo ti dicono che l’importante è guadagnare? Con queste opzioni, a sedici anni, le scelte sono facili (p. 201).

Oggi anche la scuola è stata raggiunta dalla longa manus del capitale e si sta trasformando in un’azienda “che vive secondo i criteri delle temporalità formalizzate, della competitività e delle mille categorizzazioni che comprimono le attività spingendole verso l’individualismo. È una modalità repellente e se a questa roba non abbiamo dato il nome di fascismo è perché ancora non gli abbiamo fatto la guerra” (p. 208). Assieme al lavoro, si fanno strada anche la competitività e il meccanismo della valutazione sempre e comunque con l’intento di disciplinare gli individui in una forma mentis economica fin dai banchi di scuola. Niente di nuovo sotto il sole, insomma, rispetto a quanto aveva scritto nel 1995 Raoul Vaneigem nel suo Avviso agli studenti: “Dopo aver strappato lo scolaro alle sue pulsioni di vita, il sistema educativo opera per ingozzarlo artificialmente allo scopo di immetterlo sul mercato del lavoro, dove continuerà a ripetere fino alla nausea il leitmotiv dei suoi anni giovanili: vinca il migliore!” (R. Vaneigem, Avviso agli studenti – Terrorismo o rivoluzione, trad. it. di S. Ghirardi, piano b edizioni, Prato 2010, p. 34).

L’adolescenza è fatta anche per perdere tempo, per bighellonare, per sbagliare e prendersela con calma, non solo per diventare efficienti e produttivi al più presto. Ecco perché, alla fine, bisognerebbe – citando Gilles Clement insieme all’autore – “elevare l’improduttività fino a conferirle dignità politica” (Gilles Clement, Manifesto del Terzo paesaggio, Quodlibet, 2005, p. 61). Infatti, il capitale che impone produttività, efficienza e competitività nella scuola è lo stesso che costruisce sempre più strade perché ci siano sempre più auto in circolazione, a scapito delle aree naturali, cementificate e distrutte ed è lo stesso che devasta montagne e boschi per creare i tunnel dell’alta velocità; allora sarebbe meglio “pensare alla cura e alla riparazione dei suoli, andando nella direzione opposta rispetto all’asfalto, al cemento e alle camicie di forza con cui ci ostiniamo a perimetrare ogni forma di vita” (p. 224). E anche la produzione dei nuovi veicoli elettrici (che necessitano di onerose materie prime e di un complesso smaltimento), verso cui si lancia la corsa del capitale, rappresenta soltanto un’altra faccia della devastazione di sempre nuovi territori. Infatti, come riflette amaramente Paolo La Valle nella pagina finale del suo libro, l’impressione è “che la progressiva scomparsa del fumo dei gas di scarico stia contribuendo a rinnovare una speranza che potrà pure comportare la fine del motore a scoppio, ma nella logica del sacrificio messianico” (p. 244).

Fonte

19/07/2023

Siamo marxisti, oltre il produttivismo c’è di più

di Fabio Ciabatti

Kohei Saito, Marx in the Anthropocene: Towards the Idea of Degrowth Communism, Cambridge University Press, 2023, edizione Kindle, pp. 278, € 25,48. 

Il rapporto tra ecologia e marxismo non è mai stato molto semplice. I verdi si sono spesso cullati nell’illusione di uno sviluppo sostenibile compatibile con il capitalismo o hanno pensato l’ambientalismo come una sorta di terza via tra capitalismo e comunismo. Ci sarebbe bisogno di una buona dose di critica dell’economia politica per svegliarsi da questi pallidi sogni, ma la diffidenza ha spesso prevalso nei confronti del pensiero di Marx perché considerato intriso di produttivismo e dunque una sorta di gemello diverso del moderno sviluppo ecologicamente devastante.

La domanda sorge spontanea: Marx era davvero un produttivista? La risposta potrebbe sembrare scontata perché per il materialismo storico, comunemente inteso, lo sviluppo delle forze produttive rappresenta il lato positivo della storia che, arrivato ad un certo punto, rompe la gabbia dei rapporti di produzione e consente di passare ad un modo di produzione più progredito. Questo è accaduto con il passaggio dal feudalesimo al capitalismo e lo stesso accadrà quando il capitalismo sarà soppiantato dal comunismo. È incontrovertibile che Marx abbia sostenuto queste posizioni. Ma è tutto qui?

Kohei Saito, marxista giapponese che ha goduto di una inaspettata fama tra il grande pubblico del suo paese, sostiene che oltre il produttivismo c’è di più. Nel suo Marx in the Anthropocene: Towards the Idea of Degrowth Communism, argomenta che nella biografia intellettuale del rivoluzionario tedesco è possibile trovare le tracce di uno sviluppo teorico che pone le premesse, come indica il titolo del libro, di un comunismo della decrescita. Una tesi senz’altro originale e radicale che vale la pena di conoscere, anche al di là dei suoi possibili aspetti problematici. 

Due sono i passaggi fondamentali che, secondo l’autore giapponese, mettono in luce l’importanza fondamentale di concetti come metabolismo tra uomo e natura e frattura metabolica che pur appaiono sporadicamente nel corpus marxiano: negli anni Sessanta la formulazione del concetto di “sussunzione reale” e, nel periodo successivo al 1867, anno di pubblicazione del Capitale, le estensive ricerche di Marx sui sistemi precapitalistici e sulle scienze naturali.

Partiamo dal metabolismo. A differenza delle altre specie, i rapporti degli esseri umani con la natura possono assumere differenti forme che corrispondono ai molteplici modi di produzione che si succedono nella storia. Rimane il fatto che in ogni forma sociale il lavoro deve mediare il rapporto con la natura e che, quest’ultima, pone dei limiti invalicabili per quanto essi possano essere elastici. Si può dunque parlare di unità nella separazione per quanto riguarda il rapporto tra esseri umani e natura è ciò viene espresso nel concetto marxiano di metabolismo. Fonte di valori d’uso, cioè della  ricchezza effettiva, al pari del lavoro, la natura non può essere ridotta, come pretende la logica capitalistica, a mero veicolo della valorizzazione perché possiede “una sua indipendente finalità”, indifferente alla volontà umana. L’unità nella separazione implica la possibilità di una rottura, come accade con il capitalismo che, sempre secondo Marx, genera “le condizioni che provocano una incolmabile frattura nel nesso del ricambio organico sociale prescritto dalle leggi naturali della vita”.1 Il rivoluzionario tedesco ha in mente la cosiddetta legge della restituzione di Justus von Liebig: secondo il chimico tedesco è necessario restituire al suolo i nutrienti che la crescita delle piante tende a sottrargli, altrimenti la terra non può rimanere fertile e assicurare rendimenti durevoli. Per Marx l’agricoltura intensiva capitalistica, votata ai rendimenti di breve periodo, e la concentrazione della popolazione nelle città impedisce un sostenibile ricambio organico tra esseri umani e natura.

L’innovazione tecnologica è uno dei modi in cui il capitale cerca di superare la frattura metabolica che esso stesso provoca. Rimanendo all’agricoltura e facendo un salto temporale oltre il periodo in cui visse Marx, l’introduzione dei fertilizzanti chimici consente di rimediare alla perdita di fertilità dei terreni sottoposti a coltura intensiva. Di fatto si tratta di uno spostamento del problema che, alla lunga, produce più difficoltà di quante ne risolva (aumento di emissioni di anidride carbonica, inquinamento delle falde acquifere, maggiore vulnerabilità delle piante a malattie e insetti ecc.). In breve, la tecnologia sviluppata dal capitalismo non consente di arrivare a un’agricoltura sostenibile. 

Alla stessa conclusione si può arrivare, in termini più generali, attraverso la teoria di Marx. E qui torniamo alla distinzione tra sussunzione formale e reale che compare nei Manoscritti del 1861-1863 ed è poi sviluppata nel Capitale, mentre non ce n’è ancora traccia nei Grundrisse, scritti alla fine degli anni Cinquanta. In quest’ultimo manoscritto abbiamo, invece, il concetto di general intellect che scomparirà successivamente e che, non a caso, ha rappresentato spesso il punto di riferimento per chi ha cercato di pensare il passaggio al post-capitalismo attraverso lo sviluppo estremo delle forze produttive. Nei Grundrisse si ipotizza infatti uno sviluppo tecnologico che determina una produttività del lavoro tale da rendere obsoleta la misurazione della produzione attraverso il tempo di lavoro. Detto altrimenti, le forze produttive possono raggiungere un livello così alto da consentire la liberazione dal lavoro in un contesto di abbondanza materiale per tutti.

Lo scenario cambia, secondo Saito, quando appare il concetto di sussunzione reale del lavoro al capitale e il conseguente concetto di “forze produttive del capitale”. Lo sviluppo tecnologico diventa inestricabilmente intrecciato con le finalità storicamente determinate del capitale, comando sul lavoro e produzione di plusvalore su scala sempre più ampia. 

In questo senso, dobbiamo capovolgere radicalmente la tradizionale visione del materialismo storico sulla relazione effettiva tra forze produttive e rapporti di produzione: «I rapporti di produzione determinano le forze produttive».2

La critica delle forze produttive, dunque,

rappresenta un cambiamento importante nella sua visione del progresso tecnologico sotto il capitalismo. Marx si rese conto che lo sviluppo capitalistico delle tecnologie non prepara necessariamente una base materiale per il post-capitalismo.3

Alla luce di questa nuova consapevolezza si possono comprendere, secondo Saito, i vasti studi cui Marx si dedicò dopo la pubblicazione del Capitale, documentati dai suoi numerosi quaderni composti di estratti dai libri letti e relativi commenti. La ricerca di Marx copre ambiti molto vasti come la geologia, la chimica, la mineralogia e la botanica e si occupa di problemi come l’eccessiva deforestazione il trattamento crudele del bestiame, lo sperpero della fonti di energia fossili e l’estinzione delle specie. Negli ultimi quindici anni della sua vita, egli riempì un terzo dei suoi quaderni di appunti, metà dei quali comprendono estratti da libri sulle scienze naturali. Contemporaneamente Marx, con un occhio attento all’agricoltura non capitalistica e ai sistemi di proprietà fondiaria, lesse libri sull’antica Roma, sull’India, sull’Algeria, sull’America Latina, sugli Irochesi in Nord America e sulla comune contadina russa. 

La principale originalità dello studio di Saito sta, probabilmente, nel connettere questi due campi di indagine, legando strettamente l’abbandono da parte di Marx di ogni residuo eurocentrico e il superamento delle precedenti concezioni produttivistiche. Lo studio delle società non capitalistiche unito a quello delle scienze naturali mostra a Marx la possibilità di un ricambio organico tra umani e natura che sia al contempo egualitario ed ecologicamente sostenibile. È importante, notare, infatti, che lo stato stazionario della produzione e la persistenza nel tempo delle tecniche impiegate sono alcune delle caratteristiche essenziali delle comuni agricole precapitalistiche strettamente connesse alle limitazioni nei confronti dell’appropriazione individuale delle terre e alle restrizioni relative al commercio dei prodotti al di fuori delle comunità di villaggio. Caratteristiche che, nel loro insieme, e consentono di realizzare un’economia circolare, rispettando la già citata legge della restituzione, per quanto ciò accada inconsapevolmente, cioè sulla base di tradizioni e consuetudini, e non a partire dalla conoscenza scientifica delle leggi naturali.

In altri termini,

non è soltanto che le vie al comunismo diventano plurali ma è la stessa idea del comunismo di Marx a cambiare significativamente negli anni Ottanta dell’Ottocento come risultato della sua riflessione cosciente sui precedenti difetti teorici e sulle unilateralità del materialismo storico.4

È chiaro che per questa nuova interpretazione dei testi marxiani non possono essere presentate prove definitive, ma soltanto indizi, per quanto consistenti. A sostegno della sua tesi Saito sottolinea come Marx all’inizio del 1868 legge l’opera del botanico e agronomo Carl Fraas sull’agricoltura sostenibile praticata dall’“associazione della marca” germanica e poi, visto che questo lavoro si basa sull’analisi dello storico Georg Ludwig von Maurer sulla medesima comune germanica, passa alla lettura di questo secondo autore. Da questa successione Saito conclude che “le questioni dell’ecologia e delle società precapitalistiche sono connesse sin dall’inizio”.5 Cita poi un una lettera a Engels in cui Marx parla dei due autori appena menzionati attribuendo loro “un’inconscia tendenza socialista” che implica anche la scoperta di “ciò che è più nuovo in ciò che è più vecchio”.6 

Questi accenni potrebbero rimanere una mera curiosità se non venissero messi in connessione con quanto scrive Marx nel 1881, dopo aver approfondito lungamente i temi delle scienze naturali e delle società precapitalistiche. Nelle bozze preparatorie alla lettera a Vera Zasulic Marx descrive la comune russa come possibile “elemento di superiorità sui paesi ancora asserviti dal regime capitalistico”.7 Ipotizza, inoltre, che la crisi del capitalismo finirà “attraverso il ritorno a una forma più alta di un tipo ‘arcaico’ di proprietà e produzione collettive”.8 In ogni caso Marx non è un romantico. La comune russa per sopravvivere e diventare la leva per la rigenerazione della società deve svilupparsi acquisendo la capacità di cooperare su scala più ampia e appropriandosi delle conquiste tecnologiche del capitalismo.

Attraverso questi elementi è possibile anche leggere retroattivamente alcuni passaggi dei testi marxiani. Quando, per esempio, Marx parla di regno della libertà nel III libro del Capitale non lo identifica con il dominio sulla natura che sarebbe in grado di introdurci in un mondo di abbondanza. Nel campo della produzione materiale la libertà può consistere solo nel fatto che i produttori associati governano razionalmente il metabolismo umano con la natura lavorando in condizioni degne dell’essere umano e, cosa rilevante ai fini ecologici, con il minimo dispendio di energia. Ma questo rimane pur sempre il regno della necessità. La vera libertà inizia solo quando, su questa base, è possibile sviluppare le capacità umane come fini a se stesse.

Interpretando queste posizioni alla luce delle preoccupazioni ecologiche dell’ultimo Marx è possibile sviluppare un concetto di ricchezza che vada al di là del suo aspetto meramente quantitativo e che dunque non richiede uno sviluppo indefinito delle forze produttive. Saito, a questo proposito, è ben consapevole che sta partendo da Marx per andare oltre Marx che, sebbene negli anni Sessanta abbia chiaramente fatto sue alcune istanze ambientaliste ante litteram, non ha mai parlato esplicitamente del comunismo come connotato da uno stato stazionario dell’economia e ancor meno dalla decrescita, neanche negli ultimi anni della sua vita.

Rimane il fatto che proprio a partire da Marx si può distinguere tra una scarsità socialmente indotta e una determinata dalla natura. La prima, che è consustanziale al capitalismo, può essere superata recuperando una dimensione collettiva e cooperativa, della ricchezza e della sua produzione. La seconda, invece, non può mai essere eliminata del tutto perché la natura presenta a qualunque società umana dei limiti che non possono essere oltrepassati, pena la catastrofe ecologica. 

Di certo, finché consideriamo la merce come forma naturale della ricchezza non è possibile porre limiti alla crescita. Il vero problema non è costituito dalla potenziale illimitatezza dei bisogni umani perché il fine ultimo della merce è quello di soddisfare la brama illimitata di profitto del capitale che la produce piuttosto che i desideri e le necessità di chi la consuma. Nella merce, il valore d’uso è solo il necessario supporto del “valore che si valorizza” senza posa.

All’opposto di questo tipo di ricchezza, che si può pure moltiplicare all’infinito ma non cessa mai di essere scarsa, c’è quella che Marx nella Critica del programma Gotha definisce genossenschaftlicher Reichtum. Si tratta di un termine che, nota Saito, pur comparendo una sola volta è di grande importanza. Può essere tradotto come “ricchezza comune/cooperativa/comunitaria” e richiama le modalità di produzione, di distribuzione e di rapporto con la natura tipiche delle comuni agricole. Solo quando tutte le sorgenti di questo tipo di ricchezza scorrono con abbondanza “l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato”,9 sostiene Marx. Insomma il rivoluzionario tedesco non rinuncia mai all’idea che il comunismo debba essere un regno dell’abbondanza, ma ciò non richieda la soddisfazione di desideri illimitati e una crescita infinita delle forze produttive perché “l’abbondanza non è una soglia tecnologica, ma una relazione sociale”.10 In altri termini, “l’abbondanza della ricchezza comune riguarda la condivisione e la cooperazione attraverso la distribuzione sia della ricchezza sia degli oneri più equamente e giustamente tra i membri della società”.11

Queste discussioni possono apparire il frutto di una oziosa acribia filologica, ma occorre notare come la posta in gioco sia politicamente significativa. Finché l’ambientalismo sarà sinonimo di una limitazione generalizzata dei consumi in nome della sostenibilità ecologica difficilmente potrà diventare una prassi generalizzata delle classi subalterne in un mondo caratterizzato da una enorme sperequazione nella distribuzione della ricchezza. Per vincere la battaglia nel territorio conteso dell’immaginario collettivo occorre mettere in campo una concezione completamente diversa di benessere sociale che, basandosi sull’idea di ricchezza comune, sappia coniugare equità sociale e rispetto dei limiti naturali.

Marx certamente non basta, ma senza la sua critica dell’economia politica si fatica a capire come le catastrofi ecologiche e quelle sociali hanno la medesima radice, la produzione capitalistica che si sviluppa “solo minando al contempo le fonti da cui sgorga ogni ricchezza: la terra e l’operaio.12 E si corre il serio rischio di rimanere teoricamente disarmati di fronte all’imbroglio rappresentato dal capitalismo green, ennesimo esempio di come la borghesia sia in grado di trarre profitto dai disastri che essa stessa produce. “Après moi, le déluge! è la parola d’ordine di ogni capitalista e di ogni nazione capitalista”,13 sosteneva Marx. Oggi il diluvio è arrivato, non solo metaforicamente come dimostra il recente disastro in Emilia Romagna, ma il capitalismo è ancora qui con la sua infinita brama di profitto che gli impedisce di accettare qualsiasi limite, sociale e naturale, perché l’unico vero limite che la produzione capitalistica può riconoscere è il capitale stesso.

Note

  1. Karl Marx, Il capitale, libro III, Editori Riuniti, Roma 1980, p. 926. Il termine tedesco Stoffwechsel è tradizionalmente reso nelle traduzioni italiane con l’espressione “ricambio organico”, mentre Saito lo traduce con “metabolism”. 

  2. Kohei Saito, Marx in the Anthropocene: Towards the Idea of Degrowth Communism, Cambridge University Press, 2023, edizione Kindle, p.156. Traduzione mia, come le successive. 

  3. Ivi, p. 80. 

  4. Ivi. p. 278. 

  5. Ivi, p. 200. 

  6. K. Marx, Lettera a Engels, 25 marzo 1868, cit. in K. Saito, cit. p. 201. 

  7. Karl Marx, Lettera a Vera Zasulic, 16 febbraio 1881, in K. Marx, Russia, Editori Riuniti, Roma 1993, p. 82-83. 

  8. Ivi, p. 83. 

  9. Karl Marx, Critica del programma Gotha, Editori Riuniti, Roma 1990, p. 17.  

  10. K. Saito, cit., p. 232 

  11. Ibidem. 

  12. Karl Marx, Il capitale, Libro I, Editori Riuniti, Roma 1980, p. 553. 

  13. Ivi, p. 305.

Fonte

31/03/2021

A lezione dai nazisti

Lo spaesamento provocato dalla visione della serie tv ucronica L’uomo nell’alto castello suggerisce punti di contatto tra realtà storiche apparentemente lontanissime. Le forzature suggerite da quest’opera di fanta-storia lasciano spazio all’inquietudine di fronte alle recenti frontiere della ricerca storica e sociologica.

Dopo la lettura di Modernità e Olocausto del sociologo Zygmunt Bauman e Liberi di Obbedire: Management e Nazismo, dello storico Johann Chapoutot, è più difficile guardarsi allo specchio.

Lo studio del Nazismo e dell’Olocausto ha permesso di cogliere dei messaggi sulla natura umana e sul mondo di oggi che restano ancora inascoltati. Questi autori si sono spinti oltre la considerazione che si sia trattato di un incidente di percorso, di una barbara ma temporanea deviazione dal cammino della civilizzazione, concludendo invece che si tratti di fenomeni insiti e possibili nella società moderna.

Occorre considerarlo, dice Bauman, come un «laboratorio sociologico», «un test delle possibilità occulte insite nella società moderna […] della quale ammiriamo altre e più familiari sembianze».

Attribuire al Nazismo scelleratezza e irrazionalità serve a negare un’opposta spaventosa evidenza: l’essere umano moderno è capace di qualsiasi atrocità proprio perché è razionale. Troppo razionale.

La modernità, intesa come emancipazione della ragione dall’emozione e dell’efficienza dall’etica, ha evocato dei mostri dagli inferi che «l’uomo-mago», diceva Marx, non riesce più a controllare. Per Bauman la civiltà si dimostrò incapace di garantire un uso morale del terrificante potere da essa creato.

Solitamente i nazisti vengono riesumati dall’angolo buio della nostra memoria collettiva, o strumentalizzati come jolly per disarcionare avversari politici in una dialettica che prende il nome di Legge di Godwin. Bauman invece mostra che il loro prodotto più brutale, la Shoah, svela «la fragilità della natura umana di fronte all’efficienza fattuale dei più celebrati prodotti della civiltà: la sua tecnologia, i suoi criteri razionali di scelta, la sua tendenza a subordinare pensiero e azione alla pragmatica economica ed efficientista».

Lo scientismo, ovvero l’atteggiamento di chi ritiene unico sapere valido quello delle scienze fisiche e sperimentali, è diventato un dogma perché si è riconosciuto alla scienza e alla tecnica il potere di autolegittimarsi grazie alle vittorie produttiviste della rivoluzione industriale.

Il darwinismo sociale ed economico, inteso come applicazione delle leggi della selezione naturale ai campi della società e dell’economia, è stata alla base dell’azione nazista e, pur senza facile riduzionismo, è possibile rintracciarne degli elementi sopravvissuti nell’ideologia neoliberista odierna.

Chiaramente lo sterminio degli ebrei è stato alimentato da un’ideologia razzista che non è nei programmi dei governi occidentali di oggi. Ma quello che Bauman dimostra è che la Shoah rappresentava il culmine della scienza moderna e dei progetti di ingegneria sociale che, per il direttore del Dipartimento di igiene del Ministero dell’interno, consisteva nella «propagazione della stirpe sana», non avendo dubbi che fossero conformi con le ricerche di Koch, Lister, Pasteur e altri famosi scienziati.

Si trattava quindi di un compito scientificamente fondato mirante all’istituzione di un nuovo e migliore ordine poiché la cultura moderna ricca di metafore vitalistiche e biologiche proponeva come obiettivi le nozioni di «normalità», «salute», «igiene», «autodepurazione», di uomo-giardiniere in vista del giardino perfetto.

Già nel 1919 Hitler puntava sull’«antisemitismo della ragione», l’unico in grado di garantire l’eliminazione degli ebrei, rispetto a un «antisemitismo emozionale» utile solo alla riuscita di qualche pogrom. Joseph Goebbels nel 1941 salutava l’adozione della stella ebraica come «misura di profilassi igienica».

Questi moderni concetti scientifici venivano coadiuvati da un metodo burocratico e manageriale di gestione delle masse umane che rendevano fondamentale l’efficienza e la riduzione dei costi. Non è un caso che a occuparsi del genocidio fu l’Ufficio economico-amministrativo del più grande Ufficio centrale per la sicurezza del Reich.

Illuminante è a tal proposito Johann Chapoutot che studia l’emblematica figura e le teorie di Reinhard Höhn, membro delle SS, giurista e accademico, che propose dal 1941 al 1943 una riflessione sul trattamento del management amministrativo. Durante lo sforzo bellico ed espansionistico, il Terzo Reich si trovava a dover far fronte a un aumento spaventoso del lavoro, e una diminuzione di funzionari tedeschi chiamati alle armi.

Come fare di più con meno uomini? Occorreva fare meglio! Anzitutto occorreva applicare le teorie aziendali all’amministrazione pubblica. Metodo che avrà ampio successo a partire dagli anni Ottanta in tutta Europa con il New Public Management. Si diffusero così innovative teorie di Menschenführung (Management), le nozioni di Leistungsfähig (performante, produttivo), flessibilità, elasticità, e la strategia di lavorare per missione e per obiettivi.

Höhn è convinto che il capo dell’azienda o dell’amministrazione deve assegnare gli obiettivi e lasciare liberi i «collaboratori» di scegliere i mezzi attraverso cui raggiungerli. Questa tecnica manageriale era il modo di lavorare di tutto il sistema nazista. Ian Kershaw, massimo specialista di Hitler, parla infatti di «lavorare nel senso della volontà del Führer».

Secondo la storiografia «funzionalista» Hitler fissò l’obiettivo della «questione ebraica» senza specificare come dovesse essere raggiunto. Gli esperti analizzavano i costi delle scelte alternative, secondo logiche di problem-solving.

La storiografia recente cerca di dirci che l’antisemitismo e il potere gerarchico non sono stati condizioni sufficienti, per quanto necessarie, alla fredda realizzazione di queste atrocità. Per lo psicologo Herbert C. Kelman, le inibizioni morali che impediscono di commettere atrocità violente tendono a essere erose in presenza di tre condizioni: quando la violenza è «autorizzata» (da ordini ufficiali di un’autorità legale), quando le azioni violente sono «routinizzate» (da pratiche rispondenti a norme e ruoli) e quando le vittime vengono «disumanizzate».

Queste tre condizioni, sono molto più presenti nella realtà moderna di quello che pensiamo perché la modernità corre attraverso gli assi della tecnica e della burocrazia.

La sostituzione della responsabilità morale con quella tecnica

L’idea che la divisione funzionale del lavoro permetta una maggiore produttività era parallelamente sviluppata dall’americano Henry Ford che, oltre che grande ammiratore del Reich, era un fervente taylorista. Non sono però stati abbastanza studiati gli effetti della segmentazione del lavoro rispetto al tema delle responsabilità.

Da un lato l’operaio perde il peso della responsabilità morale degli effetti delle proprie azioni mentre, dall’altro, si carica di quella del raggiungimento degli obiettivi. Il funzionario o l’operaio, che ha a che fare con il segmento di lavoro affidatogli, non ha rapporto diretto con l’effetto delle proprie azioni. L’operaio che deve montare una parte di una mitragliatrice è lontano dal sangue che essa provocherà. Non è affar suo, e può continuare tranquillo.

Il carattere morale dell’azione risulta così invisibile o occultato dalla concatenazione tra le proprie azioni da scrivania o da fabbrica e gli effetti concreti. La «mediazione dell’azione» secondo il sociologo John Lachs è un aspetto tipico della società moderna e crea un «vuoto morale» che permette all’essere umano di compiere cose inimmaginabili.

La soluzione delle camere a gas, oltre a rappresentare in un’ottica efficientista la migliore soluzione costi-benefici, permetteva di rendere distante e invisibile la vittima. Inoltre, agli esecutori (nazisti o contemporanei) non si chiede di valutare il significato delle loro azioni, che è determinato invece da altri che quantificano il successo attraverso numeri o grafici.

Ogni membro dell’ingranaggio si concentra sull’esecuzione del compito e sul successo tecnico dell’operazione, non sulla norma morale.

La delega di responsabilità

Le concezioni di comando e management sviluppati da Höhn si rivelarono straordinariamente congruenti con lo spirito dei tempi nuovi. In una Repubblica Federale Tedesca vetrina del blocco atlantico e del libero mercato, dopo la legge di amnistia e qualche anno di falsa identità, Höhn diffuse con successo presso l’«Accademia per dirigenti di impresa» a Bad Harzburg dal 1956 al 1969 le teorie produttiviste che contribuirono al nuovo miracolo tedesco.

Il management «per delega di responsabilità» prevede che l’esecutore debba riuscire, perché è libero di usare i mezzi a disposizione. Così facendo la direzione si libera della responsabilità del fallimento. L’impiegato più che la libertà trova l’alienazione generatrice di fenomeni di burn out.

2.440 aziende come Opel, Ford, Colgate, Hewlett-Packard, Thyssen, Esso, inviarono circa 200.000 quadri in quei 13 anni di ripresa tedesca «a scuola dai nazisti» per imparare come si dirige un’impresa. Nel 1971 una serie di inchieste chiarirono il passato di Reinhard Höhn e dagli anni Ottanta la sua scuola dovette cedere il passo ai metodi americani di Peter Ducker.

La disumanizzazione

Se la burocratizzazione permetteva di vincere le sfide di una gestione delle risorse umane e di una società di massa, essa contribuiva a eliminare la «pietà istintiva animale» che, secondo Hannah Arendt, ogni individuo normale prova di fronte alla sofferenza degli altri. Questo è stato possibile sicuramente attraverso l’ideologia. Ma secondo la storiografia recente un contributo importante è stato dato dall’isolamento sociale, dall’emarginazione, dall’industria, dalla scienza e dalla tecnologia.

Per Milgram «quanto più razionale è l’organizzazione dell’azione, tanto più facile è causare la sofferenza». Prima tramite le leggi si è operata la definizione e l’espropriazione di una società su base razziale, poi il concentramento ha completato quel processo di distanziamento che ha facilitato l’indifferenza morale e le inibizioni morali.

Milgram e Zimbardo negli anni Sessanta e Settanta realizzarono due esperimenti che rilevarono come la disumanità sia una funzione della distanza sociale. È molto facile essere crudeli verso qualcuno che non vediamo né udiamo. L’organizzazione burocratica nel suo complesso diventa uno strumento per l’apparente cancellazione della responsabilità.

Tutti questi studi non affermano nemmeno lontanamente l’innocenza dei nazisti obbedienti a ordini superiori bensì affermano che l’apporto scientifico permise a vaghe volontà antisemite di diventare lucida realizzazione di un genocidio.

La bugia che viene permanentemente raccontata nel valutare quei fenomeni così lontani, ma anche altri più vicini a noi, è che la tecnica sia neutra e adattabile a scopi crudeli come filantropici. La macchina burocratica in realtà, scrive Bauman, ha «vita propria», sia «perché cerca l’optimum tra efficienza e riduzione dei costi», sia per la tendenza patologica di sostituire i fini con i mezzi.

L’opinione pubblica infatti ritiene che la scienza, più di ogni altra autorità, possa adottare il principio, altrimenti odioso, secondo cui il fine giustifica i mezzi. Ad approfondire il senso di non responsabilità è il ruolo dell’autorità scientifica, che interviene non per coloro che sono interposti nella scala gerarchica, ma per chi deve concretamente «premere il grilletto».

Nel celebre esperimento Milgram i soggetti più refrattari all’invio della scossa elettrica mettevano da parte i loro dilemmi morali quando l’autorità scientifica giustificava l’atto coi fini della ricerca scientifica. Distanza dalla vittima e ruolo della scienza sono capaci di facilitare la creazione di quel vuoto morale che determina comportamenti immorali.

Il linguaggio manageriale

L’idea nazista dell’essere umano considerato come «risorsa umana», strumento della produzione, non può non richiamare il linguaggio dell’odierno settore aziendale che si occupa di gestire il «capitale umano».

Il linguaggio ha un ruolo centrale. Poiché il management intende dirigere le persone, qualsiasi conflitto, lotta di classe, deve essere prevenuta sul nascere. Nell’idea augustea della società nazista, ma anche in quella della Germania federale, l’obiettivo era l’integrazione delle masse tramite la partecipazione e la cogestione, per evitare la lotta di classe e lo scivolamento verso il bolscevismo.

Per favorire tale processo alcune parole chiave di questo newspeak orwelliano permettono di pacificare semanticamente ruoli e conflitti.

L’antropologo e psicologo del lavoro Michel Feynie ha redatto un inventario di dispositivi di comunicazione che va dalle semplici sostituzioni, come collaboratrice per segretaria, salariato per operaio, governance anziché direzione, allo straripante uso di anglicismi e acronimi come debriefing, packaging, feedback, consulting; passando per il frequente ricorso alla metafora empatica sportiva, militare o scolastica per sottolineare la necessità di competizione contro altre aziende; l’uso costante di parole chiave come efficienza, competenza, eccellenza, performance.

Nemici dello Stato e della società

Rovesciando una massima del sociologo Émile Durkheim secondo cui «l’uomo è un essere morale solo perché vive nella società», cosa succede se si realizza l’idea thatcheriana di una «società che non esiste» ed «esistono solo individui»? L’attuale società neoliberale tende a creare distanza sociale e la dissoluzione delle costruzioni sociali che possono ostacolare le libertà economiche e la competizione.

Contrariamente a un cliché scolastico, i nazisti non volevano uno stato forte, bensì uno stato strumento della razza e del partito. Lo stato era considerato un’invenzione del diritto romano tardo, l’amministrazione come una garanzia del potere assolutistico del XVII secolo e la legge un’invenzione ebraica (popolo della Legge per eccellenza). Rivendicavano al loro posto l’idea di «comunità di popolo», di tribù e di diritto germanico delle origini considerato come istinto, pulsione vitale, libertà germanica.

Il Terzo Reich è stato definito una policrazia, un regime in preda a una concorrenza amministrativa spietata e spontanea, in cui ministeri, dipartimenti, agenzie, lottavano per raggiungere gli obiettivi designati dal Führer in un costante accavallamento di competenze.

La visione nazista dello stato riprendeva il darwinismo sociale del filosofo liberale Herbert Spencer affermando che con la redistribuzione della ricchezza e la sicurezza sociale lo Stato assicurasse innaturalmente la sopravvivenza di chi non è valido e sostenibile. Disoccupati, handicappati e «fannulloni» erano stati fino a quel momento protetti mentre le «famiglie sane del popolo» vivevano nella miseria. Lo stato doveva avere un valore pro-selettivo, e facilitare il compito della natura.

Höhn sia prima del 1945 che dopo (tolta allora la componente razziale), ha avuto successo riutilizzando le stesse idee manageriali, combattuto lo stesso nemico (il bolscevismo), partecipato alla stessa visione della società. La libertà germanica è diventata la libertà economica o la libertà tout-court, l’antisemitismo è stato messo da parte, ma non la visione della vita come guerra e competizione in un’insaziabile corsa alla produzione e al dominio.

L’idea di una società solidale propugnata dalle Costituzioni del secondo dopoguerra è stata progressivamente smantellata dal potere finanziario che considera quelle stesse Costituzioni degli ostacoli burocratico-amministrativi al dispiegarsi delle energie creatrici del mercato.

Denis Kessler, amministratore delegato del gruppo Scor ed ex vicepresidente del Medef (la Confindustria Francese) nel 2007 ha dichiarato che occorre distruggere quanto fatto dal Cnr, ovvero il Consiglio Nazionale della Resistenza, che nel suo programma aveva gettato le basi dello stato sociale francese dopo l’esperienza collaborazionista di Vichy.

JPMorgan il 28 Maggio 2013 denunciò la presenza nelle Costituzioni dell’Europa meridionale «adottate in seguito alla caduta del fascismo, […] di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea»: «esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti, governi centrali deboli nei confronti delle regioni, tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori, il diritto di protestare se i cambiamenti sono sgraditi».

Si tratta degli stessi obiettivi dei nostri scienziati economici, e dei tecnici, cui con grande serenità ci affidiamo negli ultimi anni.

L’idolatria del «tecnico» si manifesta oggi come un rituale purificante che permette di affidare alla divina ratio le scelte politiche che le nostre società sono incapaci di compiere. Lo vediamo con la scelta di affidarci alla «naturale» predisposizione del libero mercato ad allocare le risorse e con quella di affidare in piena crisi sanitaria i governi a task force composte da manager aziendali o a banchieri quando c’è da distruggere lo stato sociale iscritto nel dettato costituzionale.

I nazisti ci appaiono quindi come l’immagine deformata e rivelatrice di una modernità folle che creò o perfezionò certe idee che oggi continuano ad avere successo. Parafrasando Chapoutot, pur essendo apparentemente lontani da quel modello di società le pratiche del management selvaggio, del capitalismo predatorio e dell’alienazione dell’essere umano ridotto a «risorsa umana», si sono ambientate nella nostra società sotto pretesto della necessità di essere competitivi nella «lotta vitale» della mondializzazione.

Höhn non poteva prevedere quanto questa necessità potesse rimanere attuale ottant’anni dopo. Eppure sconvolge quanto possano servire oggi al neoliberismo europeista germanocentrico i metodi di colui che aveva cercato di riscattare il suo paese nei due dopoguerra tentando di renderlo un gigante economico, sognando «uno spazio economico unificato nel Grossraum germanico».

I freddi numeri dei bilanci aziendali in una tabella excel, la «banalità del male» con cui è nato il vincolo del 3% del deficit, la paura di non placare le ire degli spread, gli algoritmi che gestiscono i nostri bisogni indotti sono forse delle scelte razionali cui condizionare le nostre vite oppure sintomi di un irrazionale e immorale «trionfo della volontà» di immolare l’essere umano sull’altare del capitalismo?

da Jacobin Italia

di Tobia Savoca, palermitano, è laureato in Giurisprudenza in Italia dove si è abilitato alla pratica forense, e laureato in Storia in Francia, dove attualmente insegna. Scrive di storia, politica, società ed educazione.

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