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19/07/2023

Siamo marxisti, oltre il produttivismo c’è di più

di Fabio Ciabatti

Kohei Saito, Marx in the Anthropocene: Towards the Idea of Degrowth Communism, Cambridge University Press, 2023, edizione Kindle, pp. 278, € 25,48. 

Il rapporto tra ecologia e marxismo non è mai stato molto semplice. I verdi si sono spesso cullati nell’illusione di uno sviluppo sostenibile compatibile con il capitalismo o hanno pensato l’ambientalismo come una sorta di terza via tra capitalismo e comunismo. Ci sarebbe bisogno di una buona dose di critica dell’economia politica per svegliarsi da questi pallidi sogni, ma la diffidenza ha spesso prevalso nei confronti del pensiero di Marx perché considerato intriso di produttivismo e dunque una sorta di gemello diverso del moderno sviluppo ecologicamente devastante.

La domanda sorge spontanea: Marx era davvero un produttivista? La risposta potrebbe sembrare scontata perché per il materialismo storico, comunemente inteso, lo sviluppo delle forze produttive rappresenta il lato positivo della storia che, arrivato ad un certo punto, rompe la gabbia dei rapporti di produzione e consente di passare ad un modo di produzione più progredito. Questo è accaduto con il passaggio dal feudalesimo al capitalismo e lo stesso accadrà quando il capitalismo sarà soppiantato dal comunismo. È incontrovertibile che Marx abbia sostenuto queste posizioni. Ma è tutto qui?

Kohei Saito, marxista giapponese che ha goduto di una inaspettata fama tra il grande pubblico del suo paese, sostiene che oltre il produttivismo c’è di più. Nel suo Marx in the Anthropocene: Towards the Idea of Degrowth Communism, argomenta che nella biografia intellettuale del rivoluzionario tedesco è possibile trovare le tracce di uno sviluppo teorico che pone le premesse, come indica il titolo del libro, di un comunismo della decrescita. Una tesi senz’altro originale e radicale che vale la pena di conoscere, anche al di là dei suoi possibili aspetti problematici. 

Due sono i passaggi fondamentali che, secondo l’autore giapponese, mettono in luce l’importanza fondamentale di concetti come metabolismo tra uomo e natura e frattura metabolica che pur appaiono sporadicamente nel corpus marxiano: negli anni Sessanta la formulazione del concetto di “sussunzione reale” e, nel periodo successivo al 1867, anno di pubblicazione del Capitale, le estensive ricerche di Marx sui sistemi precapitalistici e sulle scienze naturali.

Partiamo dal metabolismo. A differenza delle altre specie, i rapporti degli esseri umani con la natura possono assumere differenti forme che corrispondono ai molteplici modi di produzione che si succedono nella storia. Rimane il fatto che in ogni forma sociale il lavoro deve mediare il rapporto con la natura e che, quest’ultima, pone dei limiti invalicabili per quanto essi possano essere elastici. Si può dunque parlare di unità nella separazione per quanto riguarda il rapporto tra esseri umani e natura è ciò viene espresso nel concetto marxiano di metabolismo. Fonte di valori d’uso, cioè della  ricchezza effettiva, al pari del lavoro, la natura non può essere ridotta, come pretende la logica capitalistica, a mero veicolo della valorizzazione perché possiede “una sua indipendente finalità”, indifferente alla volontà umana. L’unità nella separazione implica la possibilità di una rottura, come accade con il capitalismo che, sempre secondo Marx, genera “le condizioni che provocano una incolmabile frattura nel nesso del ricambio organico sociale prescritto dalle leggi naturali della vita”.1 Il rivoluzionario tedesco ha in mente la cosiddetta legge della restituzione di Justus von Liebig: secondo il chimico tedesco è necessario restituire al suolo i nutrienti che la crescita delle piante tende a sottrargli, altrimenti la terra non può rimanere fertile e assicurare rendimenti durevoli. Per Marx l’agricoltura intensiva capitalistica, votata ai rendimenti di breve periodo, e la concentrazione della popolazione nelle città impedisce un sostenibile ricambio organico tra esseri umani e natura.

L’innovazione tecnologica è uno dei modi in cui il capitale cerca di superare la frattura metabolica che esso stesso provoca. Rimanendo all’agricoltura e facendo un salto temporale oltre il periodo in cui visse Marx, l’introduzione dei fertilizzanti chimici consente di rimediare alla perdita di fertilità dei terreni sottoposti a coltura intensiva. Di fatto si tratta di uno spostamento del problema che, alla lunga, produce più difficoltà di quante ne risolva (aumento di emissioni di anidride carbonica, inquinamento delle falde acquifere, maggiore vulnerabilità delle piante a malattie e insetti ecc.). In breve, la tecnologia sviluppata dal capitalismo non consente di arrivare a un’agricoltura sostenibile. 

Alla stessa conclusione si può arrivare, in termini più generali, attraverso la teoria di Marx. E qui torniamo alla distinzione tra sussunzione formale e reale che compare nei Manoscritti del 1861-1863 ed è poi sviluppata nel Capitale, mentre non ce n’è ancora traccia nei Grundrisse, scritti alla fine degli anni Cinquanta. In quest’ultimo manoscritto abbiamo, invece, il concetto di general intellect che scomparirà successivamente e che, non a caso, ha rappresentato spesso il punto di riferimento per chi ha cercato di pensare il passaggio al post-capitalismo attraverso lo sviluppo estremo delle forze produttive. Nei Grundrisse si ipotizza infatti uno sviluppo tecnologico che determina una produttività del lavoro tale da rendere obsoleta la misurazione della produzione attraverso il tempo di lavoro. Detto altrimenti, le forze produttive possono raggiungere un livello così alto da consentire la liberazione dal lavoro in un contesto di abbondanza materiale per tutti.

Lo scenario cambia, secondo Saito, quando appare il concetto di sussunzione reale del lavoro al capitale e il conseguente concetto di “forze produttive del capitale”. Lo sviluppo tecnologico diventa inestricabilmente intrecciato con le finalità storicamente determinate del capitale, comando sul lavoro e produzione di plusvalore su scala sempre più ampia. 

In questo senso, dobbiamo capovolgere radicalmente la tradizionale visione del materialismo storico sulla relazione effettiva tra forze produttive e rapporti di produzione: «I rapporti di produzione determinano le forze produttive».2

La critica delle forze produttive, dunque,

rappresenta un cambiamento importante nella sua visione del progresso tecnologico sotto il capitalismo. Marx si rese conto che lo sviluppo capitalistico delle tecnologie non prepara necessariamente una base materiale per il post-capitalismo.3

Alla luce di questa nuova consapevolezza si possono comprendere, secondo Saito, i vasti studi cui Marx si dedicò dopo la pubblicazione del Capitale, documentati dai suoi numerosi quaderni composti di estratti dai libri letti e relativi commenti. La ricerca di Marx copre ambiti molto vasti come la geologia, la chimica, la mineralogia e la botanica e si occupa di problemi come l’eccessiva deforestazione il trattamento crudele del bestiame, lo sperpero della fonti di energia fossili e l’estinzione delle specie. Negli ultimi quindici anni della sua vita, egli riempì un terzo dei suoi quaderni di appunti, metà dei quali comprendono estratti da libri sulle scienze naturali. Contemporaneamente Marx, con un occhio attento all’agricoltura non capitalistica e ai sistemi di proprietà fondiaria, lesse libri sull’antica Roma, sull’India, sull’Algeria, sull’America Latina, sugli Irochesi in Nord America e sulla comune contadina russa. 

La principale originalità dello studio di Saito sta, probabilmente, nel connettere questi due campi di indagine, legando strettamente l’abbandono da parte di Marx di ogni residuo eurocentrico e il superamento delle precedenti concezioni produttivistiche. Lo studio delle società non capitalistiche unito a quello delle scienze naturali mostra a Marx la possibilità di un ricambio organico tra umani e natura che sia al contempo egualitario ed ecologicamente sostenibile. È importante, notare, infatti, che lo stato stazionario della produzione e la persistenza nel tempo delle tecniche impiegate sono alcune delle caratteristiche essenziali delle comuni agricole precapitalistiche strettamente connesse alle limitazioni nei confronti dell’appropriazione individuale delle terre e alle restrizioni relative al commercio dei prodotti al di fuori delle comunità di villaggio. Caratteristiche che, nel loro insieme, e consentono di realizzare un’economia circolare, rispettando la già citata legge della restituzione, per quanto ciò accada inconsapevolmente, cioè sulla base di tradizioni e consuetudini, e non a partire dalla conoscenza scientifica delle leggi naturali.

In altri termini,

non è soltanto che le vie al comunismo diventano plurali ma è la stessa idea del comunismo di Marx a cambiare significativamente negli anni Ottanta dell’Ottocento come risultato della sua riflessione cosciente sui precedenti difetti teorici e sulle unilateralità del materialismo storico.4

È chiaro che per questa nuova interpretazione dei testi marxiani non possono essere presentate prove definitive, ma soltanto indizi, per quanto consistenti. A sostegno della sua tesi Saito sottolinea come Marx all’inizio del 1868 legge l’opera del botanico e agronomo Carl Fraas sull’agricoltura sostenibile praticata dall’“associazione della marca” germanica e poi, visto che questo lavoro si basa sull’analisi dello storico Georg Ludwig von Maurer sulla medesima comune germanica, passa alla lettura di questo secondo autore. Da questa successione Saito conclude che “le questioni dell’ecologia e delle società precapitalistiche sono connesse sin dall’inizio”.5 Cita poi un una lettera a Engels in cui Marx parla dei due autori appena menzionati attribuendo loro “un’inconscia tendenza socialista” che implica anche la scoperta di “ciò che è più nuovo in ciò che è più vecchio”.6 

Questi accenni potrebbero rimanere una mera curiosità se non venissero messi in connessione con quanto scrive Marx nel 1881, dopo aver approfondito lungamente i temi delle scienze naturali e delle società precapitalistiche. Nelle bozze preparatorie alla lettera a Vera Zasulic Marx descrive la comune russa come possibile “elemento di superiorità sui paesi ancora asserviti dal regime capitalistico”.7 Ipotizza, inoltre, che la crisi del capitalismo finirà “attraverso il ritorno a una forma più alta di un tipo ‘arcaico’ di proprietà e produzione collettive”.8 In ogni caso Marx non è un romantico. La comune russa per sopravvivere e diventare la leva per la rigenerazione della società deve svilupparsi acquisendo la capacità di cooperare su scala più ampia e appropriandosi delle conquiste tecnologiche del capitalismo.

Attraverso questi elementi è possibile anche leggere retroattivamente alcuni passaggi dei testi marxiani. Quando, per esempio, Marx parla di regno della libertà nel III libro del Capitale non lo identifica con il dominio sulla natura che sarebbe in grado di introdurci in un mondo di abbondanza. Nel campo della produzione materiale la libertà può consistere solo nel fatto che i produttori associati governano razionalmente il metabolismo umano con la natura lavorando in condizioni degne dell’essere umano e, cosa rilevante ai fini ecologici, con il minimo dispendio di energia. Ma questo rimane pur sempre il regno della necessità. La vera libertà inizia solo quando, su questa base, è possibile sviluppare le capacità umane come fini a se stesse.

Interpretando queste posizioni alla luce delle preoccupazioni ecologiche dell’ultimo Marx è possibile sviluppare un concetto di ricchezza che vada al di là del suo aspetto meramente quantitativo e che dunque non richiede uno sviluppo indefinito delle forze produttive. Saito, a questo proposito, è ben consapevole che sta partendo da Marx per andare oltre Marx che, sebbene negli anni Sessanta abbia chiaramente fatto sue alcune istanze ambientaliste ante litteram, non ha mai parlato esplicitamente del comunismo come connotato da uno stato stazionario dell’economia e ancor meno dalla decrescita, neanche negli ultimi anni della sua vita.

Rimane il fatto che proprio a partire da Marx si può distinguere tra una scarsità socialmente indotta e una determinata dalla natura. La prima, che è consustanziale al capitalismo, può essere superata recuperando una dimensione collettiva e cooperativa, della ricchezza e della sua produzione. La seconda, invece, non può mai essere eliminata del tutto perché la natura presenta a qualunque società umana dei limiti che non possono essere oltrepassati, pena la catastrofe ecologica. 

Di certo, finché consideriamo la merce come forma naturale della ricchezza non è possibile porre limiti alla crescita. Il vero problema non è costituito dalla potenziale illimitatezza dei bisogni umani perché il fine ultimo della merce è quello di soddisfare la brama illimitata di profitto del capitale che la produce piuttosto che i desideri e le necessità di chi la consuma. Nella merce, il valore d’uso è solo il necessario supporto del “valore che si valorizza” senza posa.

All’opposto di questo tipo di ricchezza, che si può pure moltiplicare all’infinito ma non cessa mai di essere scarsa, c’è quella che Marx nella Critica del programma Gotha definisce genossenschaftlicher Reichtum. Si tratta di un termine che, nota Saito, pur comparendo una sola volta è di grande importanza. Può essere tradotto come “ricchezza comune/cooperativa/comunitaria” e richiama le modalità di produzione, di distribuzione e di rapporto con la natura tipiche delle comuni agricole. Solo quando tutte le sorgenti di questo tipo di ricchezza scorrono con abbondanza “l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato”,9 sostiene Marx. Insomma il rivoluzionario tedesco non rinuncia mai all’idea che il comunismo debba essere un regno dell’abbondanza, ma ciò non richieda la soddisfazione di desideri illimitati e una crescita infinita delle forze produttive perché “l’abbondanza non è una soglia tecnologica, ma una relazione sociale”.10 In altri termini, “l’abbondanza della ricchezza comune riguarda la condivisione e la cooperazione attraverso la distribuzione sia della ricchezza sia degli oneri più equamente e giustamente tra i membri della società”.11

Queste discussioni possono apparire il frutto di una oziosa acribia filologica, ma occorre notare come la posta in gioco sia politicamente significativa. Finché l’ambientalismo sarà sinonimo di una limitazione generalizzata dei consumi in nome della sostenibilità ecologica difficilmente potrà diventare una prassi generalizzata delle classi subalterne in un mondo caratterizzato da una enorme sperequazione nella distribuzione della ricchezza. Per vincere la battaglia nel territorio conteso dell’immaginario collettivo occorre mettere in campo una concezione completamente diversa di benessere sociale che, basandosi sull’idea di ricchezza comune, sappia coniugare equità sociale e rispetto dei limiti naturali.

Marx certamente non basta, ma senza la sua critica dell’economia politica si fatica a capire come le catastrofi ecologiche e quelle sociali hanno la medesima radice, la produzione capitalistica che si sviluppa “solo minando al contempo le fonti da cui sgorga ogni ricchezza: la terra e l’operaio.12 E si corre il serio rischio di rimanere teoricamente disarmati di fronte all’imbroglio rappresentato dal capitalismo green, ennesimo esempio di come la borghesia sia in grado di trarre profitto dai disastri che essa stessa produce. “Après moi, le déluge! è la parola d’ordine di ogni capitalista e di ogni nazione capitalista”,13 sosteneva Marx. Oggi il diluvio è arrivato, non solo metaforicamente come dimostra il recente disastro in Emilia Romagna, ma il capitalismo è ancora qui con la sua infinita brama di profitto che gli impedisce di accettare qualsiasi limite, sociale e naturale, perché l’unico vero limite che la produzione capitalistica può riconoscere è il capitale stesso.

Note

  1. Karl Marx, Il capitale, libro III, Editori Riuniti, Roma 1980, p. 926. Il termine tedesco Stoffwechsel è tradizionalmente reso nelle traduzioni italiane con l’espressione “ricambio organico”, mentre Saito lo traduce con “metabolism”. 

  2. Kohei Saito, Marx in the Anthropocene: Towards the Idea of Degrowth Communism, Cambridge University Press, 2023, edizione Kindle, p.156. Traduzione mia, come le successive. 

  3. Ivi, p. 80. 

  4. Ivi. p. 278. 

  5. Ivi, p. 200. 

  6. K. Marx, Lettera a Engels, 25 marzo 1868, cit. in K. Saito, cit. p. 201. 

  7. Karl Marx, Lettera a Vera Zasulic, 16 febbraio 1881, in K. Marx, Russia, Editori Riuniti, Roma 1993, p. 82-83. 

  8. Ivi, p. 83. 

  9. Karl Marx, Critica del programma Gotha, Editori Riuniti, Roma 1990, p. 17.  

  10. K. Saito, cit., p. 232 

  11. Ibidem. 

  12. Karl Marx, Il capitale, Libro I, Editori Riuniti, Roma 1980, p. 553. 

  13. Ivi, p. 305.

Fonte

20/02/2022

Il ricambio organico tra uomo e natura: una retrospettiva

Il concetto di ricambio organico tra uomo e natura (stoffweschel) è centrale nel primo libro del Capitale di Marx (in particolare nel V capitolo), dove viene ricostruita la dialettica tra soggetto, oggetto e mezzo di lavoro.

Il ricambio organico riveste un ruolo di primo piano nell’economia del discorso marxiano, configurandosi come una necessità eterna, come l’elemento di mediazione (attraverso il lavoro) tra uomo e natura, indipendente dagli specifici modi di produzione.

Il metodo d’indagine marxiano ha a che fare con l’astrazione[1]; così in questo capitolo vengono ricostruiti mentalmente quegli elementi che sono presenti in astratto in ogni modo di produzione, ma che non sono mai empiricamente e concretamente conoscibili[2].

Noi possiamo conoscere concretamente soltanto le forme determinate che il modo di produzione capitalistico ci offre, e ricostruire le forme passate di organizzazione del lavoro soltanto a partire da quella presente[3], e dalle eventuali tracce delle tecnologie dei vecchi modi di produzione che funzionano, secondo Marx, come rivelatrici dei rapporti sociali passati, ormai destinate ad un ipotetico museo delle archeologie tecnologiche, e considerate alla stregua dei reperti ossei[4], per il metodo d’indagine delle scienze naturali[5].

Il passaggio dal concreto all’astratto, e la conseguente discesa dall’astratto al concreto, viene da Marx valutata come l’unico vero metodo scientifico[6].

Possiamo considerare il concetto di ricambio organico come un’astrazione perché per noi è possibile conoscere solo la specifica mediazione del rapporto tra uomo e natura presente nel capitalismo, e retrospettivamente formarci l’idea che tale mediazione sia presente, come un’invariante, nel rapporto tra un’astratta umanità e un’astratta natura, e che essa esista, nelle sue manifestazioni concrete, in ogni epoca storica.

L’attenzione per il concetto di ricambio organico si deve storicamente all’opera del filosofo Alfred Schmidt, che nel suo testo Il concetto di natura in Marx (1962) ha posto una forte attenzione rispetto a tale problematica[7].

Questo contributo è decisivo, perché ha permesso di formarci un’idea più precisa sul rapporto tra mediato e immediato nell’opera di Marx: la natura è infatti sempre mediata dalla società, dai rapporti di produzione (la sfera sociale), che hanno però sempre la loro base nella natura medesima.

Va però detto che la natura è conoscibile solo a partire dalla mediazione sociale ovvero si rende conoscibile solo a partire da un mediazione storica che la rende separata per l’uomo.

L’umanità, secondo la lettura di Schimdt, è capace di mediare socialmente la natura, ed attraverso essa realizzare i propri bisogni storicamente determinati. La produzione si configura come l’elemento di mediazione dell’immediatezza naturale, di cui l’umanità fa parte in quanto specie animale.

La distinzione tra uomo e animale avviene però sul terreno delle peculiarità proprie del lavoro umano. Marx opera tale distinzione paragonando il lavoro dell’ape a quello dell’architetto: il lavoro umano ha una dimensione intenzionale, che non appartiene al programma biologico delle altre specie, che agiscono invece su base istintuale[8].

Un altro elemento centrale della riflessione di Schimdt[9] è legato al rapporto che si viene a configurare tra il kantismo e l’hegelismo nell’opera di Marx: la mediazione tra soggetto e oggetto è una sintesi tra queste due posizioni filosofiche; producendo, l’uomo si comporta come un materialista e come un’idealista allo stesso tempo, l’uomo è materialista nel senso che deve riconoscere una realtà fuor di lui, irriducibile alla sua soggettività, e idealista nel senso che deve impegnarsi a realizzare in essa uno scopo che gli è proprio, che è presente nella sua testa come idea, e deve mediarsi con l’oggettività materiale, fisico-chimica.

Il processo lavorativo è punto di sintesi tra materialismo e idealismo, la realizzazione di uno scopo nella natura dettato da bisogni sociali è ciò che spinge l’uomo alla mediazione lavorativa[10].

La pubblicazione italiana del testo di Schimdt è preceduta da una breve prefazione del filosofo Lucio Colletti[11], molto attento alla problematica del rapporto tra storia, società e natura nell’opera di Marx.

Ci interessa richiamare brevemente il suo pensiero, perché crediamo possa aiutarci ad allargare il nostro sguardo sul concetto di produzione in Marx. Per Colletti i rapporti sociali di produzione sono rapporti in cui l’uomo produce oggetti esterni, modificando la natura, e allo stesso tempo rapporti tra uomini, infatti il rapporto sociale è produzione di soggettività e di oggettività, di linguaggio e relazioni intersoggettive[12].

Marx stesso affermava che nella produzione le soggettività coinvolte nel processo lavorativo modificassero se stesse modificando la natura esterna, questo rapporto d’interrelazione tra uomo e natura è un rapporto dialettico di mutua modificazione[13]. Queste riflessioni possono aiutarci ad inquadrare nella maniera corretta il concetto di ricambio organico.

Il ricambio organico è una particolare mediazione tra società e natura che ci ricorda come sia per l’uomo impossibile produrre al di fuori delle leggi di natura, e che egli debba sottostare ad una costante interrelazione con essa: Marx si riferisce ad esso come una necessità eterna strettamente connessa con la dimensione lavorativa[14].

In tempi recenti il concetto marxiano di ricambio organico è stato studiato dal sociologo eco-marxista[15] John Bellamy Foster, che ha posto una particolare attenzione sulle fonti scientifiche utilizzate da Marx, e che nei suoi scritti vi sia, attraverso lo studio i contributi delle scienze naturali del XIX secolo, una progressiva presa di coscienza dei problemi ecologici causati dal capitalismo.

Foster ha reso celebre la formulazione della frattura metabolica (metabolic rift)[16], che si sarebbe venuta a creare tra uomo e natura, nell’ambito dello sviluppo dell’agricoltura capitalistica.

Marx sarebbe stato influenzato dal chimico Justus Von Liebig, uno dei padri della chimica del suolo, teorizzatore della “legge del minimo”, che considera come determinate – per la fertilità del suolo – il nutriente presente in minor quantità[17]. La figura di Liebig è molto complessa, e il suo nome è richiamato diverse volte da Marx, sia nel primo che nel terzo libro del Capitale[18].

Le preoccupazioni di Liebig erano legate alla perdita di fertilità del suolo, e al fatto che lo sviluppo dell’agricoltura capitalista stesse causando un rapido esaurimento della fertilità dei campi. Egli credeva che la crescente divisione tra città e campagna, tra luoghi di produzione e circolazione delle derrate agricole, producesse un mancato ritorno dei nutrienti al suolo, sotto forma di sterco umano e animale. L’irrazionalità dei sistemi agricoli e di quelli fognari avrebbe portato ad una progressiva e catastrofica perdita della fertilità del suolo.

Liebig era convinto che le antiche civiltà fossero decadute a causa della mancata circolazione dei nutrienti, i suoi studi scientifici lo spinsero ad un profonda messa in discussione dello sviluppo dell’agricoltura capitalistica[19].

Foster ha messo inoltre in luce come Marx avesse utilizzato il contributo dell’economista James Anderson, nella sua critica agli economisti classici Malthus e Ricardo, che erano accomunati dall’idea che il suolo possedesse una fertilità naturale, e immodificabile dall’intervento umano.

Per Malthus la pressione della sovrappopolazione avrebbe messo a coltura terre sempre meno fertili determinando una progressiva crisi agricola, correggibile (all’interno di un paradigma di scarsità naturale delle risorse) con il controllo delle nascite. Mentre per Ricardo la messa a coltura di terre sempre meno profittevoli averebbe generato una caduta del saggio di profitto agricolo, e anche gli eventuali correttivi artificiali non avrebbero mai potuto portare terre meno fertili a livello di quelle più fertili in natura[20].

Foster ci ricorda come Marx auspicasse la possibilità di un correttivo alla perdita di fertilità del suolo, che sarebbe dovuta passare attraverso una gestione più razionale della pratica agricola, attraverso una logica di programmazione economica ad opera di liberi produttori associati, in un rapporto circolare tra umanità e natura.

Marx era inoltre convito che lo sviluppo dell’agricoltura capitalistica, legata a stretto filo con la nascita dell’industria, avrebbe depredato le basi stesse di tale accumulazione ovvero il lavoro e la terra[21].

In un interessante articolo, Foster ha posto l’attenzione sul fatto che Marx fosse inoltre preoccupato per il disboscamento progressivo delle foreste, e delle modificazioni dei regimi alimentari dovuti alla trasformazione del cibo in una merce, e alla nascita della produzione di carne attraverso allevamenti intensivi[22].

Il lavoro di Foster è inoltre meritorio dal punto di vista di un’analisi dettagliata delle fonti utilizzate da Marx, tale lavoro è invece parziale e spesso erroneo in Schimdt, che ricordò solo tardivamente l’influenza di Liebig[23], e spostò l’attenzione su figure che poco avevano a che fare con le reali letture di Marx.

Va aggiunto, a sua parziale discolpa, che oggi abbiamo a disposizione l’enorme materiale proveniente dall’edizione storico critica delle opere di Marx ed Engels (MEGA 2), in particolare dalla sezione IV che contiene la maggior parte dei quaderni di estratti redatti da Marx, che mettono in luce le sue letture nell’ambito delle scienze naturali, e sono state ampiamente studiate da Khoei Saito[24].

Bibliografia

J. Bellamy – Foster, Marx’s Ecology Materialism and nature, Monthly Review Press, New York, 2000.

R. Bellofiore, Materialismo, dialettica e prassi emancipatrice: l’attualità inattuale di Alfred Schmidt, in A. Schmidt, Il concetto di natura in Marx, Punto Rosso Milano, 2017.

J. N. Bergamo – E. Leonardi, L’eco-marxismo di James O’Connor, in J. O’Connor, La seconda contraddizione del capitalismo, Ombre corte, Verona, 2021.

C. Bonneuil – J. B. Fressoz, La terra, la storia e noi. L’evento antropocene, Ist. Enciclopedia Italiana, 2019.

L. Colletti, Ideologia e società, Laterza, Bari, 1969.

R. Fineschi, Un nuovo Marx. Filologia e interpretazione dopo la nuova edizione storicocritica (MEGA 2), Carocci, Roma, 2008.

K. Marx, Il capitale, Utet, Torino, 2009.

P. Missiroli, Il rapporto tra crisi capitalistica e natura nell’eco-marxismo statunitense (O’Connor, Foster, Moore), in “Quaderni materialisti”, 18, 2019.

K. Saito, Karl Marx’s Ecosocialism: Capital, Nature, and the Unfinished Critique of Political Economy, Monthly Review Press, New York, 2017.

A. Schmidt, Il concetto di natura in Marx, Punto Rosso, Milano, 2017.

Note

1) Per una rilettura, alla luce della nuova edizione storico-critica MEGA 2, del metodo di Marx e dei contributi storici che lo hanno analizzato vedi R. Fineschi, Un nuovo Marx. Filologia e interpretazione dopo la nuova edizione storico-critica (MEGA 2), Carocci, Roma, 2008.

2) Ibidem, p. 100.

3) «L’anatomia dell’uomo è una chiave per l’anatomia della scimmia. Ciò che nelle specie animali inferiori accenna a qualcosa di superiore può essere compreso solo se la forma superiore è già conosciuta» K. Marx, Introduzione alla critica dell’economia politica, Quodlibet, Macerata, 2010, p. 41.

4) «La stessa importanza che la struttura dei reperti ossei ha per la conoscenza dell’organizzazione di specie animali estinte, hanno i reperti di mezzi di lavoro per il giudizio di su formazioni economico-sociali scomparse» K. Marx, Il capitale, Libro I, Utet, Torino, 2009, p. 276.

5) In Marx è presente un dialogo con lo sviluppo del metodo adottato dai naturalisti e dai geologi, si può tracciare un paragone con la figura del geologo Charles Lyell sostenitore del continuismo, che sosteneva la necessità di studiare il passato alla luce del presente, in quanto i fenomeni geologici del passato agirebbero ancora oggi. Per Marx la storia naturale e la storia sociale non sono scisse, esse si condizionano reciprocamente. Marx nei Manoscritti e nell’Ideologia Tedesca auspica un unico metodo d’indagine per società e natura, immaginando un superamento delle divisioni metodologiche tra scienze della natura e della società. Il materialismo dialettico di marca sovietica riprese queste affermazioni di Marx, immaginando fosse possibile un unico metodo d’indagine per le due sfere. Su questo vedi A. Schmidt, Il concetto di Natura in Marx, Punto rosso, Milano, 2017, pp. 104-110.

6) Cfr. K. Marx, Introduzione alla critica dell’economia politica, Quodlibet, Macerata, 2010, p. 35.

7) A. Schmidt, Il concetto di natura in Marx, Edizioni Punto Rosso, Milano, 2017.

8) K. Marx, Il Capitale, Libro I, Utet, Torino, 2009, p. 274.

9) Su questo vedi R. Bellofiore, Materialismo, dialettica e prassi emancipatrice: l’attualità inattuale di Alfred Schmidt, in A. Schmidt, Il concetto di natura in Marx, Punto Rosso, Milano, 2017.

10) «Nel lavoro gli uomini si comportano ad un tempo come materialisti sensisti e come idealisti soggettivi. Come materialisti sensisti perché devono confrontarsi con la dura materia da essi indipendente e sono legati alle proprietà meccaniche, fisiche e chimiche di questa materia. Ogni momento della loro attività fisica mostra loro che essi hanno a che fare con cose reali della natura e non con meri complessi di sensazioni. […] Gli uomini si comportano come idealisti soggettivi in quanto sussumono gli elementi naturali sotto i loro scopi, e obbediscono perciò continuamente all’esigenza marxiana di passare dalla interpretazione della realtà data alla sua trasformazione» A. Schmidt, Il concetto di natura in Marx, Punto Rosso, Milano, 2017, p. 185.

11) L. Colletti, Prefazione, in A. Schimdt, Il concetto di natura in Marx, Punto Rosso, Milano, 2017, pp. 56-57.

12) Cfr. L. Colletti, Bernstein e il marxismo della seconda internazionale in Ideologia e società, Laterza, Bari, 1969, p. 111-124.

13) «Agendo con questo movimento sulla natura esterna, e modificandola, egli modifica nello stesso tempo la natura sua propria.» K. Marx, Il capitale, Libro I, Utet, Torino, 2009, p. 273.

14) «il lavoro è […] per l’uomo, una condizione di esistenza a prescindere da ogni forma sociale; una necessità naturale eterna per mediare il metabolismo fra uomo e natura e perciò la stessa vita umana» K. Marx, Il capitale, Libro I, Utet, Torino, 2009, pp. 273-274.

15) Per un’analisi di questo filone di ricerca vedi P. Missiroli, Il rapporto tra crisi capitalistica e natura nell’ecomarxismo statunitense (O’Connor, Foster, Moore), in “Quaderni materialisti”, 18, 2019 e J. N. Bergamo – E. Leonardi, L’eco-marxismo di James O’Connor, in J. O’Connor, La seconda contraddizione del capitalismo, Ombre corte, Verona, 2021.

16) J. Bellamy Foster, Marx’s Ecology, Monthly Review Press, New York, 2000.

17) Vedi Gaetano Jerna, Notizie storiche sui concimi fosfatici, consultato online all’indirizzo http://rsa.storiaagricoltura.it/pdfsito/12_3.pdf

18) Cfr. J. Bellamy Foster, Marx’s Ecology, Monthly Review Press, New York, 2000, pp. 155-156.

19) Cfr. Ivi, p. 163.

20) Cfr. Ivi, pp. 143-144.

21) «ogni progresso dell’agricoltura capitalista è un progresso non solo nell’arte di depredare l’operaio, ma nell’arte di depredare il suolo; ogni progresso nell’incremento della sua fertilità per un certo periodo, è insieme un progresso nella rovina delle sue sorgenti perenni» K. Marx, Il capitale, Libro I, Utet, Torino, 2009, pp. 654-655.

22) Per tutti questi argomenti si veda J. Bellamy Foster, Marx as food theorist, consultato online all’indirizzo https://monthlyreview.org/2016/12/01/marx-as-a-food-theorist/.

23) A. Schimdt, Per un materialismo ecologico, Introduzione all’edizione tedesca del 1993, in A. Schmidt, Il concetto di natura in Marx, Edizioni Punto Rosso, Milano, 2020, pp. 44-45.

24) Vedi K. Saito, Karl Marx’s Ecosocialism: Capital, Nature, and the Unfinished Critique of Political Economy, Monthly Review Press, New York, 2017.

Fonte