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20/02/2022

Il ricambio organico tra uomo e natura: una retrospettiva

Il concetto di ricambio organico tra uomo e natura (stoffweschel) è centrale nel primo libro del Capitale di Marx (in particolare nel V capitolo), dove viene ricostruita la dialettica tra soggetto, oggetto e mezzo di lavoro.

Il ricambio organico riveste un ruolo di primo piano nell’economia del discorso marxiano, configurandosi come una necessità eterna, come l’elemento di mediazione (attraverso il lavoro) tra uomo e natura, indipendente dagli specifici modi di produzione.

Il metodo d’indagine marxiano ha a che fare con l’astrazione[1]; così in questo capitolo vengono ricostruiti mentalmente quegli elementi che sono presenti in astratto in ogni modo di produzione, ma che non sono mai empiricamente e concretamente conoscibili[2].

Noi possiamo conoscere concretamente soltanto le forme determinate che il modo di produzione capitalistico ci offre, e ricostruire le forme passate di organizzazione del lavoro soltanto a partire da quella presente[3], e dalle eventuali tracce delle tecnologie dei vecchi modi di produzione che funzionano, secondo Marx, come rivelatrici dei rapporti sociali passati, ormai destinate ad un ipotetico museo delle archeologie tecnologiche, e considerate alla stregua dei reperti ossei[4], per il metodo d’indagine delle scienze naturali[5].

Il passaggio dal concreto all’astratto, e la conseguente discesa dall’astratto al concreto, viene da Marx valutata come l’unico vero metodo scientifico[6].

Possiamo considerare il concetto di ricambio organico come un’astrazione perché per noi è possibile conoscere solo la specifica mediazione del rapporto tra uomo e natura presente nel capitalismo, e retrospettivamente formarci l’idea che tale mediazione sia presente, come un’invariante, nel rapporto tra un’astratta umanità e un’astratta natura, e che essa esista, nelle sue manifestazioni concrete, in ogni epoca storica.

L’attenzione per il concetto di ricambio organico si deve storicamente all’opera del filosofo Alfred Schmidt, che nel suo testo Il concetto di natura in Marx (1962) ha posto una forte attenzione rispetto a tale problematica[7].

Questo contributo è decisivo, perché ha permesso di formarci un’idea più precisa sul rapporto tra mediato e immediato nell’opera di Marx: la natura è infatti sempre mediata dalla società, dai rapporti di produzione (la sfera sociale), che hanno però sempre la loro base nella natura medesima.

Va però detto che la natura è conoscibile solo a partire dalla mediazione sociale ovvero si rende conoscibile solo a partire da un mediazione storica che la rende separata per l’uomo.

L’umanità, secondo la lettura di Schimdt, è capace di mediare socialmente la natura, ed attraverso essa realizzare i propri bisogni storicamente determinati. La produzione si configura come l’elemento di mediazione dell’immediatezza naturale, di cui l’umanità fa parte in quanto specie animale.

La distinzione tra uomo e animale avviene però sul terreno delle peculiarità proprie del lavoro umano. Marx opera tale distinzione paragonando il lavoro dell’ape a quello dell’architetto: il lavoro umano ha una dimensione intenzionale, che non appartiene al programma biologico delle altre specie, che agiscono invece su base istintuale[8].

Un altro elemento centrale della riflessione di Schimdt[9] è legato al rapporto che si viene a configurare tra il kantismo e l’hegelismo nell’opera di Marx: la mediazione tra soggetto e oggetto è una sintesi tra queste due posizioni filosofiche; producendo, l’uomo si comporta come un materialista e come un’idealista allo stesso tempo, l’uomo è materialista nel senso che deve riconoscere una realtà fuor di lui, irriducibile alla sua soggettività, e idealista nel senso che deve impegnarsi a realizzare in essa uno scopo che gli è proprio, che è presente nella sua testa come idea, e deve mediarsi con l’oggettività materiale, fisico-chimica.

Il processo lavorativo è punto di sintesi tra materialismo e idealismo, la realizzazione di uno scopo nella natura dettato da bisogni sociali è ciò che spinge l’uomo alla mediazione lavorativa[10].

La pubblicazione italiana del testo di Schimdt è preceduta da una breve prefazione del filosofo Lucio Colletti[11], molto attento alla problematica del rapporto tra storia, società e natura nell’opera di Marx.

Ci interessa richiamare brevemente il suo pensiero, perché crediamo possa aiutarci ad allargare il nostro sguardo sul concetto di produzione in Marx. Per Colletti i rapporti sociali di produzione sono rapporti in cui l’uomo produce oggetti esterni, modificando la natura, e allo stesso tempo rapporti tra uomini, infatti il rapporto sociale è produzione di soggettività e di oggettività, di linguaggio e relazioni intersoggettive[12].

Marx stesso affermava che nella produzione le soggettività coinvolte nel processo lavorativo modificassero se stesse modificando la natura esterna, questo rapporto d’interrelazione tra uomo e natura è un rapporto dialettico di mutua modificazione[13]. Queste riflessioni possono aiutarci ad inquadrare nella maniera corretta il concetto di ricambio organico.

Il ricambio organico è una particolare mediazione tra società e natura che ci ricorda come sia per l’uomo impossibile produrre al di fuori delle leggi di natura, e che egli debba sottostare ad una costante interrelazione con essa: Marx si riferisce ad esso come una necessità eterna strettamente connessa con la dimensione lavorativa[14].

In tempi recenti il concetto marxiano di ricambio organico è stato studiato dal sociologo eco-marxista[15] John Bellamy Foster, che ha posto una particolare attenzione sulle fonti scientifiche utilizzate da Marx, e che nei suoi scritti vi sia, attraverso lo studio i contributi delle scienze naturali del XIX secolo, una progressiva presa di coscienza dei problemi ecologici causati dal capitalismo.

Foster ha reso celebre la formulazione della frattura metabolica (metabolic rift)[16], che si sarebbe venuta a creare tra uomo e natura, nell’ambito dello sviluppo dell’agricoltura capitalistica.

Marx sarebbe stato influenzato dal chimico Justus Von Liebig, uno dei padri della chimica del suolo, teorizzatore della “legge del minimo”, che considera come determinate – per la fertilità del suolo – il nutriente presente in minor quantità[17]. La figura di Liebig è molto complessa, e il suo nome è richiamato diverse volte da Marx, sia nel primo che nel terzo libro del Capitale[18].

Le preoccupazioni di Liebig erano legate alla perdita di fertilità del suolo, e al fatto che lo sviluppo dell’agricoltura capitalista stesse causando un rapido esaurimento della fertilità dei campi. Egli credeva che la crescente divisione tra città e campagna, tra luoghi di produzione e circolazione delle derrate agricole, producesse un mancato ritorno dei nutrienti al suolo, sotto forma di sterco umano e animale. L’irrazionalità dei sistemi agricoli e di quelli fognari avrebbe portato ad una progressiva e catastrofica perdita della fertilità del suolo.

Liebig era convinto che le antiche civiltà fossero decadute a causa della mancata circolazione dei nutrienti, i suoi studi scientifici lo spinsero ad un profonda messa in discussione dello sviluppo dell’agricoltura capitalistica[19].

Foster ha messo inoltre in luce come Marx avesse utilizzato il contributo dell’economista James Anderson, nella sua critica agli economisti classici Malthus e Ricardo, che erano accomunati dall’idea che il suolo possedesse una fertilità naturale, e immodificabile dall’intervento umano.

Per Malthus la pressione della sovrappopolazione avrebbe messo a coltura terre sempre meno fertili determinando una progressiva crisi agricola, correggibile (all’interno di un paradigma di scarsità naturale delle risorse) con il controllo delle nascite. Mentre per Ricardo la messa a coltura di terre sempre meno profittevoli averebbe generato una caduta del saggio di profitto agricolo, e anche gli eventuali correttivi artificiali non avrebbero mai potuto portare terre meno fertili a livello di quelle più fertili in natura[20].

Foster ci ricorda come Marx auspicasse la possibilità di un correttivo alla perdita di fertilità del suolo, che sarebbe dovuta passare attraverso una gestione più razionale della pratica agricola, attraverso una logica di programmazione economica ad opera di liberi produttori associati, in un rapporto circolare tra umanità e natura.

Marx era inoltre convito che lo sviluppo dell’agricoltura capitalistica, legata a stretto filo con la nascita dell’industria, avrebbe depredato le basi stesse di tale accumulazione ovvero il lavoro e la terra[21].

In un interessante articolo, Foster ha posto l’attenzione sul fatto che Marx fosse inoltre preoccupato per il disboscamento progressivo delle foreste, e delle modificazioni dei regimi alimentari dovuti alla trasformazione del cibo in una merce, e alla nascita della produzione di carne attraverso allevamenti intensivi[22].

Il lavoro di Foster è inoltre meritorio dal punto di vista di un’analisi dettagliata delle fonti utilizzate da Marx, tale lavoro è invece parziale e spesso erroneo in Schimdt, che ricordò solo tardivamente l’influenza di Liebig[23], e spostò l’attenzione su figure che poco avevano a che fare con le reali letture di Marx.

Va aggiunto, a sua parziale discolpa, che oggi abbiamo a disposizione l’enorme materiale proveniente dall’edizione storico critica delle opere di Marx ed Engels (MEGA 2), in particolare dalla sezione IV che contiene la maggior parte dei quaderni di estratti redatti da Marx, che mettono in luce le sue letture nell’ambito delle scienze naturali, e sono state ampiamente studiate da Khoei Saito[24].

Bibliografia

J. Bellamy – Foster, Marx’s Ecology Materialism and nature, Monthly Review Press, New York, 2000.

R. Bellofiore, Materialismo, dialettica e prassi emancipatrice: l’attualità inattuale di Alfred Schmidt, in A. Schmidt, Il concetto di natura in Marx, Punto Rosso Milano, 2017.

J. N. Bergamo – E. Leonardi, L’eco-marxismo di James O’Connor, in J. O’Connor, La seconda contraddizione del capitalismo, Ombre corte, Verona, 2021.

C. Bonneuil – J. B. Fressoz, La terra, la storia e noi. L’evento antropocene, Ist. Enciclopedia Italiana, 2019.

L. Colletti, Ideologia e società, Laterza, Bari, 1969.

R. Fineschi, Un nuovo Marx. Filologia e interpretazione dopo la nuova edizione storicocritica (MEGA 2), Carocci, Roma, 2008.

K. Marx, Il capitale, Utet, Torino, 2009.

P. Missiroli, Il rapporto tra crisi capitalistica e natura nell’eco-marxismo statunitense (O’Connor, Foster, Moore), in “Quaderni materialisti”, 18, 2019.

K. Saito, Karl Marx’s Ecosocialism: Capital, Nature, and the Unfinished Critique of Political Economy, Monthly Review Press, New York, 2017.

A. Schmidt, Il concetto di natura in Marx, Punto Rosso, Milano, 2017.

Note

1) Per una rilettura, alla luce della nuova edizione storico-critica MEGA 2, del metodo di Marx e dei contributi storici che lo hanno analizzato vedi R. Fineschi, Un nuovo Marx. Filologia e interpretazione dopo la nuova edizione storico-critica (MEGA 2), Carocci, Roma, 2008.

2) Ibidem, p. 100.

3) «L’anatomia dell’uomo è una chiave per l’anatomia della scimmia. Ciò che nelle specie animali inferiori accenna a qualcosa di superiore può essere compreso solo se la forma superiore è già conosciuta» K. Marx, Introduzione alla critica dell’economia politica, Quodlibet, Macerata, 2010, p. 41.

4) «La stessa importanza che la struttura dei reperti ossei ha per la conoscenza dell’organizzazione di specie animali estinte, hanno i reperti di mezzi di lavoro per il giudizio di su formazioni economico-sociali scomparse» K. Marx, Il capitale, Libro I, Utet, Torino, 2009, p. 276.

5) In Marx è presente un dialogo con lo sviluppo del metodo adottato dai naturalisti e dai geologi, si può tracciare un paragone con la figura del geologo Charles Lyell sostenitore del continuismo, che sosteneva la necessità di studiare il passato alla luce del presente, in quanto i fenomeni geologici del passato agirebbero ancora oggi. Per Marx la storia naturale e la storia sociale non sono scisse, esse si condizionano reciprocamente. Marx nei Manoscritti e nell’Ideologia Tedesca auspica un unico metodo d’indagine per società e natura, immaginando un superamento delle divisioni metodologiche tra scienze della natura e della società. Il materialismo dialettico di marca sovietica riprese queste affermazioni di Marx, immaginando fosse possibile un unico metodo d’indagine per le due sfere. Su questo vedi A. Schmidt, Il concetto di Natura in Marx, Punto rosso, Milano, 2017, pp. 104-110.

6) Cfr. K. Marx, Introduzione alla critica dell’economia politica, Quodlibet, Macerata, 2010, p. 35.

7) A. Schmidt, Il concetto di natura in Marx, Edizioni Punto Rosso, Milano, 2017.

8) K. Marx, Il Capitale, Libro I, Utet, Torino, 2009, p. 274.

9) Su questo vedi R. Bellofiore, Materialismo, dialettica e prassi emancipatrice: l’attualità inattuale di Alfred Schmidt, in A. Schmidt, Il concetto di natura in Marx, Punto Rosso, Milano, 2017.

10) «Nel lavoro gli uomini si comportano ad un tempo come materialisti sensisti e come idealisti soggettivi. Come materialisti sensisti perché devono confrontarsi con la dura materia da essi indipendente e sono legati alle proprietà meccaniche, fisiche e chimiche di questa materia. Ogni momento della loro attività fisica mostra loro che essi hanno a che fare con cose reali della natura e non con meri complessi di sensazioni. […] Gli uomini si comportano come idealisti soggettivi in quanto sussumono gli elementi naturali sotto i loro scopi, e obbediscono perciò continuamente all’esigenza marxiana di passare dalla interpretazione della realtà data alla sua trasformazione» A. Schmidt, Il concetto di natura in Marx, Punto Rosso, Milano, 2017, p. 185.

11) L. Colletti, Prefazione, in A. Schimdt, Il concetto di natura in Marx, Punto Rosso, Milano, 2017, pp. 56-57.

12) Cfr. L. Colletti, Bernstein e il marxismo della seconda internazionale in Ideologia e società, Laterza, Bari, 1969, p. 111-124.

13) «Agendo con questo movimento sulla natura esterna, e modificandola, egli modifica nello stesso tempo la natura sua propria.» K. Marx, Il capitale, Libro I, Utet, Torino, 2009, p. 273.

14) «il lavoro è […] per l’uomo, una condizione di esistenza a prescindere da ogni forma sociale; una necessità naturale eterna per mediare il metabolismo fra uomo e natura e perciò la stessa vita umana» K. Marx, Il capitale, Libro I, Utet, Torino, 2009, pp. 273-274.

15) Per un’analisi di questo filone di ricerca vedi P. Missiroli, Il rapporto tra crisi capitalistica e natura nell’ecomarxismo statunitense (O’Connor, Foster, Moore), in “Quaderni materialisti”, 18, 2019 e J. N. Bergamo – E. Leonardi, L’eco-marxismo di James O’Connor, in J. O’Connor, La seconda contraddizione del capitalismo, Ombre corte, Verona, 2021.

16) J. Bellamy Foster, Marx’s Ecology, Monthly Review Press, New York, 2000.

17) Vedi Gaetano Jerna, Notizie storiche sui concimi fosfatici, consultato online all’indirizzo http://rsa.storiaagricoltura.it/pdfsito/12_3.pdf

18) Cfr. J. Bellamy Foster, Marx’s Ecology, Monthly Review Press, New York, 2000, pp. 155-156.

19) Cfr. Ivi, p. 163.

20) Cfr. Ivi, pp. 143-144.

21) «ogni progresso dell’agricoltura capitalista è un progresso non solo nell’arte di depredare l’operaio, ma nell’arte di depredare il suolo; ogni progresso nell’incremento della sua fertilità per un certo periodo, è insieme un progresso nella rovina delle sue sorgenti perenni» K. Marx, Il capitale, Libro I, Utet, Torino, 2009, pp. 654-655.

22) Per tutti questi argomenti si veda J. Bellamy Foster, Marx as food theorist, consultato online all’indirizzo https://monthlyreview.org/2016/12/01/marx-as-a-food-theorist/.

23) A. Schimdt, Per un materialismo ecologico, Introduzione all’edizione tedesca del 1993, in A. Schmidt, Il concetto di natura in Marx, Edizioni Punto Rosso, Milano, 2020, pp. 44-45.

24) Vedi K. Saito, Karl Marx’s Ecosocialism: Capital, Nature, and the Unfinished Critique of Political Economy, Monthly Review Press, New York, 2017.

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