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17/02/2022

Le condanne di Genova e la vendetta delle forze dell’ordine (venti anni dopo)

Si è consumata in questi giorni, con la volenterosa collaborazione dei giudici genovesi, la vendetta delle forze dell’ordine per l’onta subita in occasione del G8 di Genova. La vendetta, si sa, è un piatto che va servito freddo, e in effetti sono trascorsi più di vent’anni da quelle tragiche giornate, ma è noto che la polizia – sotto qualunque regime – non dimentica facilmente.

Condanne pesantissime, sino a 4 anni di reclusione, in molti casi addirittura superiori alle richieste del pubblico ministero, sono state generosamente inflitte dal tribunale a 43 manifestanti – per la maggior parte giovani incensurati – che il 23 maggio 2019 avevano partecipato al corteo antifascista contro un comizio di Casa Pound autorizzato dal sindaco Bucci in Piazza Marsala a Genova. Fatto singolare: il processo, durato più udienze, si è svolto ed è giunto alla condanna nel totale silenzio da parte dei media locali.

Non che in questi vent’anni la Polizia di Stato non abbia fatto progressi: basta tornare alle recenti immagini delle violente cariche contro gli studenti che protestavano in piazza per il nuovo esame di maturità.

Del resto, anche in quel maggio 2019, a Genova, nell’affrontare i manifestanti, quattro volenterosi poliziotti erano riusciti a infierire a colpi di manganello su di un povero giornalista, procurandogli gravi lesioni alla mano con cui il malcapitato, che stava facendo il proprio lavoro, aveva cercato di proteggersi la testa. A onore del vero, anche i poliziotti responsabili di quella ignobile aggressione – il solo incidente serio verificatosi nel corso della manifestazione – sono stati condannati da un giudice genovese: a ben quaranta giorni di reclusione. Il pm, per quegli agenti, aveva chiesto la condanna a un anno e quattro mesi.

Non riescono proprio a intendersi, pubblico ministero e tribunale: alle richieste di una condanna più lieve nei confronti dei manifestanti, il tribunale risponde con una sentenza assai più pesante. A una richiesta di condanna a pene severe nei confronti dei poliziotti, il tribunale risponde con una sentenza più che lieve, irrisoria.

La manifestazione genovese – fatto salvo il brutale attacco al giornalista – non aveva fatto registrare danni di qualche rilievo a persone o a mezzi o a beni privati: il casco di un agente e un furgone della polizia ammaccati, la vetrina di un caffè sfondata, si, ma da un fumogeno lanciato dalle forze dell’ordine. Le quali avevano in precedenza provveduto a ‘fortificare’ Piazza Marsala, dove una trentina di persone si erano potute riunire per partecipare a un frettoloso comizio di Casa Pound. Fatte le debite proporzioni, il set era stato accuratamente predisposto per replicare in piccolo le giornate di quel lontano luglio del 2001.

La situazione per una vera e propria imboscata era ideale. La vendetta pronta per essere servita. Da una parte la polizia in pieno assetto da combattimento, dall’altra la folla dei manifestanti, tutti disarmati a parte due fionde: giovani, anziani, famiglie intere, le rappresentanze di CGIL e ANPI, qualche anziano ‘reduce’ del G8. La denuncia alla Procura della Repubblica di una cinquantina di partecipanti, accuratamente ripresi, fotografati e selezionati tra quanti erano già noti alla Digos ha costituito il nerbo di un processo letteralmente costruito sul nulla, ma destinato ad dissuadere chi volesse tornare a manifestare.

Il messaggio è arrivato a destinazione, come è arrivato a destinazione nei confronti dei liceali che protestavano per l’esame di maturità. Il diritto di manifestare in piazza e, se del caso, di resistere alla polizia che lo contrasta con mezzi violenti, si sta trasformando – se non si è già trasformato – in un delitto duramente perseguito dai nostri tribunali.

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